Yoga Syllabus

Ritorno a se stessi, la nuova proposta di Marco Migliavacca

“La pratica non è un modo per cercare una via di uscita ma un costante viaggio per trovare la via d’entrata, per fare ritorno a casa”. (M. Migliavacca) 

E’ indubbio che negli ultimi anni la diffusione mondiale dello Yoga abbia contaminato la sua pratica, arricchendola di contenuti razionali, anatomici, scientifici, intellettuali che hanno tutti un comun denominatore: la loro provenienza occidentale. Non che questo processo di occidentalizzazione sia necessariamente un male.  Tanti sono i benefici che si traggono da contaminazioni e integrazioni. Ma forse, questo voler a tutti i costi adattare agli standard del nostro emisfero una conoscenza che parte da presupposti completamente diversi, ha negli ultimi decenni spostato lo sguardo dall’universo interiore (che sarebbe territorio di diritto dello Yoga) a quello esteriore – prigioniero dell’apparenza e di un ideale di “perfezione formale” che attiene più alla performance atletica che allo Yoga.Preoccupati di rincorrere l’allineamento “giusto”, la forma “corretta”, la postura “perfetta”, abbiamo perso per strada la consapevolezza che ogni corpo è unico nelle sue proporzioni, nei suoi angoli, nei suoi archi, nelle sue misure: e che l’imitazione delle forme altrui inevitabilmente ci porta a perdere la capacità di muoverci fluidamente all’interno del nostro corpo, attraverso il nostro respiro. Ecco allora che lo Yoga delle origini viene nuovamente guardato con occhi sospettosi, la medicina orientale sembra una sorta di eresia, e invece che fare passi avanti nell’integrare due mondi, rischiamo di tornare indietro, a chiudere nella scatola dell’”esoterismo” tutte quelle nozioni e pratiche che indagano l’uomo da punti di partenza diversi.
Ho conosciuto Marco Migliavacca ormai 15 anni fa. Ero appena rientrata da Londra, dove avevo vissuto e praticato per un decennio, e cercavo una shala di riferimento che mi facesse sentire a casa. Un amico mi suggerì di andare a trovare Marco. Nacque subito una grande amicizia: Marco ed io avevamo avuto gli stessi maestri (da John Scott a Sharon Gannon), condividevamo istintivamente lo stesso approccio alla pratica. Mi sentii subito nel posto giusto, con la persona giusta. Ho lasciato Milano per la Toscana ormai sei anni fa, ma come si sa, le amicizie non risentono delle distanze, e il rapporto con Marco è sempre stato vivo e di reciproca stima.
In questi anni, l’esplorazione di Marco non si è mai fermata. Animato da uno spirito di incessante ricerca, ha continuato ad esplorare l’universo della pratica, approdando negli ultimi anni al Katonah Yoga, di cui è unico portavoce in Italia. Dallo studio di questo approccio nasce l’ultima fatica di Marco: lo Yoga Syllabus.

Il lavoro di Marco Migliavacca ci costringe a rivedere i nostri pregiudizi occidentali, e a riscoprire la magia dello Yoga, il suo enorme potenziale terapeutico, la sua incredibile capacità di adattarsi all’unicità del singolo, partendo da concetti e misurazioni orientali, spiegate in modo semplice e diretto, rese comprensibili e duttili. Un gioco, da affrontare con la stessa serietà con cui giocano i bambini.

Ma non crediate di dover “tradire” la vostra pratica per seguire Marco in questo viaggio attraverso il corpo. I principi che troviamo nel suo Yoga Syllabus sono facilmente applicabili a qualsiasi pratica e a qualsiasi tradizione. Sono esplorazioni che possono arricchire la nostra conoscenza del corpo, recuperando quella magia che il nostro congenito razionalismo inconsciamente tende a seppellire. Sì, perché la magia altro non è che la capacità di vedere la luce che splende dentro di noi, invece che farsi abbagliare da quella esteriore, quella da cui siamo bombardati attraverso le patinate immagini dei social.

Mentre tutto intorno a noi sembra proporci estenuanti performance atletiche, nello Yoga Syllabus troviamo pratiche nutrienti, accoglienti, accessibili. Momenti di cura di sé che ci lasciano rigenerati, anche grazie al tono di voce scelto da Marco, che ci culla attraverso l’esecuzione proponendoci istruzioni chiare e visualizzazioni antiche.

Se vogliamo che la nostra pratica continui a sprigionare bellezza, al di là del tempo che inevitabilmente ci consuma, dobbiamo tornare a guardarci dentro. Dobbiamo tornare ad ascoltare il respiro, capire cosa lo ostruisce, percepirne la fluidità, e dobbiamo imparare a “misurare” le nostre potenzialità con gli angoli, gli archi, le linee del nostro corpo. Per disegnare le nostre forme, e non emulare quelle altrui. E’ proprio nelle nostre “perfette imperfezioni”, che troveremo quel mezzo e quel fine che conosciamo con il nome di “Yoga”.

Lo Yoga Syllabus di Marco è già disponibile, da oggi, sul suo sito. Cliccate sul link, e lasciatevi andare.

Francesca d’Errico

Push the Button: la Seconda Serie

Riflessioni sulla Seconda Serie dell’Ashtanga Yoga

“Push the Button” è un brano dei Chemical Brothers che, da sempre, mi fa pensare alla seconda serie dell’Ashtanga Yoga.

Sarà che, per me, la Seconda Serie sembra fatta per “pestare” tutti i tasti delle mie resistenze fisiche e psichiche. Asana e transizioni di questa sequenza, dopo la “comfort zone” della Prima Serie, sono un continuo “shock” al sistema mente-corpo: inarcamenti estremi e, subito dopo, gambe dietro la testa come se piovesse. E per non farsi mancare nulla, una buona dose di equilibrismi sulle braccia.

A volerla praticare “alla carlona”, ovvero contando sempre sugli assist di un insegnante, o senza affrontare con vero impegno gli asana e abbozzando le transizioni, ci si può crogiolare nella falsa beatitudine del “pratico la seconda serie”. Ma se veramente vogliamo eseguirla “comme il faut”, ovvero secondo la tradizione, approfondendo ogni singolo asana prima di avanzare verso il successivo, dietro la supervisione di un maestro esperto che ti dice “you stop here” o, peggio, “adesso puoi andare avanti”, beh, allora è tutta un’altra storia.

Mi permetto di parlare di questa serie solo ora, dopo qualche anno dedicato a praticarla, perché con l’Ashtanga secondo me va così, ovvero è assolutamente inutile parlare di una sequenza se non l’hai “digerita” per lungo tempo. Intendiamoci, la mia Seconda non è ancora completa, ma ora finalmente posso iniziare a praticarla subito dopo Parsvottanasana, e questo mi consente di dedicarle molto più focus e molta più energia.

La Seconda Serie (Nadi Shodhana) è un viaggio attraverso il proprio sistema nervoso. Inarcamenti e flessioni estreme lavorano in profondità sulla nostra colonna vertebrale, sede di shushumna nadi, ma anche e soprattutto delle radici di tutti i principali nervi del nostro corpo. Stiamo agendo quindi con grande forza sulla comunicazione tra corpo e mente, perché i nostri nervi parlano direttamente al nostro cervello e, spesso, più che sussurrare urlano. Non per il dolore, intendiamoci, ma per le paure e le emozioni che queste posizioni sono in grado di suscitare, molto spesso a livello inconscio.

Uscire dalla Comfort Zone

Nel mio caso, la Seconda Serie “pesta” sui tasti della mia pigrizia mentale, del mio desiderio di stare nel mio guscio, di evitare le emozioni forti e i cambiamenti. Il caldo guscio della Prima Serie, che conosco così bene. Ogni mattina, quando salgo sul tappetino e so che tocca alla Seconda, c’è una vocina che mi dice “però potresti fare una Prima con particolare enfasi sui jump, e sul floating”, oppure “al limite ti fermi prima di Dvi Pada”. O ancora, scusa suprema: “ohhhh in fondo ho 57 anni!”. Insomma, la Seconda è un rollercoaster, e non è che tutti i giorni hai voglia di salire sull’ottovolante.

Eppure, salire su quell’ottovolante piano piano ti insegna a dominare le tue reazioni anche fuori dal tappetino. Scendere con sempre maggiore controllo in Kapotasana, ad esempio, oltre ad essere, nel mio caso personale di persona ipermobile con due protrusioni lombari, un vero toccasana, è anche un modo per imparare ad affrontare rabbia e frustrazione respirandoci dentro. Entrare con sicurezza in Eka Pada Sirsasana, o restare in Dvi Pada Sirsasana, o ancora camminare in Tittibhasana con la testa tra le gambe, sono un modo per imparare a mantenere la testa alta anche quando il mondo sembra volertela tirare giù.

Soprattutto, progredire in questa Serie dopo i 50 anni, dona una grande forza interiore, e la consapevolezza che tutto è possibile, se decidiamo di dedicare tempo e impegno al nostro obiettivo. E che il principale sabotatore di noi stessi risiede, come sempre, all’interno e non all’esterno. Sta solo a noi decidere a chi dare la mano vincente. Push the button, direbbero i Chemical Brothers.

Bakasana, postura della Seconda Serie dell’Ashtanga Yoga

A chi vede nell’Ashtanga Yoga una pratica puramente fisica, ribatto sempre dicendo che nessuna pratica, più di questa, rappresenta una metafora della nostra esistenza. E nessuna pratica, più di questa, ci prepara ad affrontare le difficoltà e a navigarci attraverso. Naturalmente, se ci impegniamo ad eseguirla con dedizione, a partire dalla Prima Serie, perché “alla carlona” son buoni (quasi) tutti.

Francesca d’Errico

Gli articoli tradotti e quelli autografati sono protetti da copyright. Per la riproduzione, scrivere a fmderrico@gmail.com. The Yoga Blog è un sito che offre gratuitamente una selezione di articoli, interviste, traduzioni di grande rilievo per la comunità yogica italiana. Ogni vostra donazione mi aiuta a portare avanti questo progetto, libero da qualsiasi influenza commerciale. Donate usando il pulsante PayPal che trovate in testa ad ogni articolo. Grazie.

Affrontare la paura – abhinivesha

Il Sutra 2.9 di Patanjali identifica abhinivesha come uno dei cinque klesha, le “afflizioni” o “veleni” della mente che creano sofferenza. Spesso tradotto come “istinto di sopravvivenza”, abhinivesha può essere definito come “paura della morte”, ma forse più correttamente è il nostro attaccamento alla vita, dalle radici profonde e particolarmente forti nella nostra cultura. Pur essendo considerato, dagli interpreti di Patanjali, come un ostacolo alla realizzazione del se’, nel quotidiano abhinivesha è anche quella misteriosa capacità che troviamo dentro di noi per tornare alla vita quando tutto sembra perduto, come avviene in alcune miracolose guarigioni da incidenti fatali o da malattie incurabili.

Ho spesso riflettuto su abhinivesha in questi ormai quasi due anni di pandemia. E’ sicuramente questo istinto di sopravvivenza che ha spinto una parte di noi a scegliere di affidarsi al vaccino, così come altri invece hanno identificato in questo strumento scientifico un ulteriore, possibile rischio. Ma al di là delle nostre scelte personali, che non sono in discussione in questo post, in che modo il Covid19 ha cambiato il nostro rapporto con la pratica dello Yoga? In che modo “abhinivesha” ha influenzato le nostre relazioni?

Yoga e “nuova normalità”

Le Shala di tutto il mondo si sono dovute adeguare, dopo un lungo periodo di chiusura, ad una “nuova normalità”, ad ospitare i loro praticanti con nuove e ferree regole che hanno sicuramente stravolto le abitudini degli Yogi moderni. Niente più sale affollate e tappetini attaccati l’uno all’altro. Niente più aggiustamenti senza mascherine e mani costantemente disinfettate. Accesso alle lezioni solo se muniti di Green Pass, distanziamento, prenotazione obbligatoria, registro delle presenze. Insomma, sembra un po’ perduta la spontaneità. Senza considerare che molti si sono definitivamente (o almeno per ora) trasferiti online, e la modalità “ibrida” (classi in presenza ma trasmesse contemporaneamente anche su Zoom) sembra andare per la maggiore.

Tutti questi cambiamenti sono senz’altro dettati dalla necessità di tutelare se stessi e gli altri, in un periodo di grande incertezza, per evitare ulteriori chiusure che penalizzino in modo ancora più pesante un settore (quello del fitness, dello Yoga, della danza, insomma del wellness in generale) già duramente colpito. Ma sarebbe ipocrita non dire che questa tutela ha avuto, ha, avrà ancora per un bel po’, una notevole incidenza su professioni che, fino al 2019, erano fiorenti. Su un mercato che sembrava in crescita inarrestabile.

Ecco, tutto questo mi fa pensare che le paure da affrontare siano davvero molte. Per gli insegnanti e per i praticanti. Per chi insegna, sicuramente c’è la paura di perdere risultati – anche economici, non c’è da negarlo – guadagnati duramente, con anni di sacrifici e investimenti. Per chi pratica, c’è la paura di stare di nuovo a contatto con persone che non rientrano nella nostra cerchia familiare più stretta, che “chissà se sono appena tornate da un viaggio, chi frequentano, se sono vaccinate o no, insomma, ma vale la pena tornare in presenza?”

La mia risposta è, ovviamente, sì. Con tutte le dovute precauzioni, credo sia importante tornare anche alla socialità di una lezione di Yoga. Ad un momento di condivisione, anche se con regole che sembrano un po’ stravolgere il nostro vissuto. Credo sia fondamentale ricominciare e continuare a vedersi, a confrontarsi guardandosi negli occhi, e non solo attraverso uno schermo. Schermo che può senz’altro tornare ad essere utile, nella malaugurata ipotesi di una quarantena, o nella impossibilità di trovare una shala nelle vicinanze. Ma che, a mio parere, deve essere uno strumento di “riserva”, e non la modalità principale delle nostre interazioni.

Come affrontare il ritorno in presenza?

Scegliamo la formula che in questo momento riteniamo più adatta a noi. Classi a numero limitato, magari partecipando ad un gruppo coeso, in modo da avere un minimo di continuità. Oppure organizziamoci con lezioni private, se vogliamo ripartire con gradualità. Se scegliamo di tornare in un centro yoga, aiutiamo l’insegnante nella gestione dei nuovi oneri – rispettando le regole di disinfezione, e anche le paure altrui, mantenendo il distanziamento, avendo un po’ di pazienza se l’accesso e l’uscita dalla sala richiedono un pochino più del previsto. Torniamo a sorridere col vicino di tappetino, quando il conteggio di navasana sembra infinito. Perché oggi qualche arma in più per fronteggiare la pandemia finalmente c’è, e se tutti facciamo la nostra parte, questo inverno lo supereremo con il morale più alto, e con meno preoccupazioni. Lo Yoga è e resta uno strumento importante nel mantenere il nostro corpo e la nostra mente nelle sue condizioni migliori, ora più che mai. Con questa certezza, continuiamo a rispettare tutte le regole necessarie a mantenere le nostre shala aperte, e saliamo sul tappetino insieme.

Io vi aspetto presso l’ASD Nippon BU-DO a Bagno di Gavorrano, e i miei colleghi nelle loro shala di tutta Italia.

Essere insegnante: l’esperienza di Elena Bortolazzi

Laureata in Scienze Motorie, insegnante esperta di Ashtanga Yoga e titolare del centro di eccellenza Yoga&Movimento: Elena si racconta a The Yoga Blog

Essere un bravo insegnante di Yoga oggi è tutt’altro che semplice. Trovarne uno, è impresa assai ardua, davanti ad un’offerta che si allarga sempre più, e in cui il neofita tende a perdersi, incappando spesso in persone improvvisate o impreparate.

Ho conosciuto Elena Bortolazzi circa un anno e mezzo fa, anche se da tempo seguivo la sua incredibile pratica sui social. Ci siamo incontrate ad un seminario della Scholarship Twindharma, tenuto da Martina e Chiara Cova, a mio parere tra le migliori insegnanti in Italia. Elena era presente con il suo team di colleghe, e sono rimasta affascinata dalla pulizia e dall’altissimo livello della sua pratica, oltre che dalla sua incredibile modestia (qualità sempre più rara, ultimamente), aspetti che per me sono fondamentali in un autentico insegnante. Durante il lockdown, Elena è stata insieme a Martina la persona che ha maggiormente contribuito a migliorarmi nella pratica, e poiché tra gli scopi di questo mio blog c’è anche e soprattutto quello di dare indicazioni su chi seguire per lavorare in modo serio e sicuro sulla propria pratica, da tempo coltivavo l’idea di intervistarla per voi.

Elena Bortolazzi in handstand

Trovo molto interessante il suo percorso, soprattutto oggi, momento storico in cui pare bastino 15 giorni per diventare insegnante di Ashtanga Yoga (una pratica che richiede una vita per essere appresa nelle sue mille sfumature), e spero possa essere di ispirazione a chi desidera non solo “dire” di insegnare yoga, ma “essere” realmente insegnante di Yoga.

Francesca: Elena, la tua pratica fisica è di altissimo livello. Quando hai iniziato, e chi consideri tuo maestro? Quali percorsi di formazione Yoga ritieni validi in Italia?

Elena esegue la transizione di Eka Pada Sirsasana

Elena: Ho iniziato a praticare circa 12 anni fa.
Ho iniziato con Roberto Bocchi e con il suo power yoga method. A lui devo veramente tanto, per tutto ciò che mi ha insegnato, e lo ritengo il  mio iniziatore.
Sono sempre stata insegnante di fitness, e durante la prima lezione di power yoga mi sono sentita, per la prima volta, un pesce fuor d’acqua. Ero così convinta delle mie abilità motorie, che il mio sentirmi così a disagio mi ha fatto ripartire da zero.
Mi sono detta: bene “ ricomincio da qui”, e mi sono innamorata perdutamente di questa pratica. Il classico amore a prima vista.
Ho poi iniziato a praticare Ashtanga yoga nel 2012 e solo nel 2015 sono andata a Miami a cercare Day1yoga, che allora insegnava al Miami life center; ho quindi cominciato a seguirla ovunque, ogni volta che potevo correvo da lei.
Durante un workshop a Bali ho poi conosciuto Martina e Chiara Cova, che continuo a seguire tutt’ora.

F: La tua preparazione include una laurea in scienze motorie. Quanto incide il tuo excursus universitario sulla tua pratica Yoga?

E: La mia laurea in scienze motorie e il mio percorso di studio, che ritengo non avrà mai fine, incidono soprattutto nel mio modo di insegnare più che nella mia pratica personale. Anche se la sete e la fame di comprendere l’anatomia ed i segreti infiniti di corpi diversi in movimento, rimane per me un affascinante mondo da scoprire e da trasmettere ai miei allievi.

F: quale aspetto spirituale dello Yoga pensi ti abbia aiutato di più nell’affrontare le difficoltà del quotidiano?

E: Per quanto riguarda l’aspetto spirituale dello yoga, direi che mi ha aiutato a sviluppare quella che oggi si definisce modernamente resilienza, la pazienza e l’amore verso se stessi.

F: qual è la tua raccomandazione per chi desiderasse oggi insegnare yoga?

E: Credo non sia semplice oggi insegnare seriamente e rispettosamente Yoga. Sono necessari tanta passione, tanto sudore  e tanta pratica personale in primis, poi tanto studio. Affidarsi ad un buon maestro è secondo me un aspetto fondamentale. Per essere un bravo insegnante devi essere prima un bravo allievo.

Un ritratto di Elena Bortolazzi

F: Sappiamo che, al di là del mondo ideale dei social, i praticanti hanno spesso una vita complessa, tra lavoro e famiglia il tempo per la pratica spesso è molto difficile da trovare. Qual è il tuo consiglio in merito alla frequenza e alla durata della pratica? E quali risultati può aspettarsi una persona “comune”?

E: Credo che la pratica per un allievo vada di pari passo con la pazienza, abbiamo così tante aspettative nei confronti di noi stessi che ritengo dovrebbe essere considerata come una dolce medicina, capace di metterci in contatto con noi stessi. La pratica deve aiutarci a ritagliare un’ora di assoluta alienazione dallo stress e dal vivere frenetico e senza ascolto che accompagna le nostre giornate.

F: Parliamo di Yoga & Movimento, una realtà molto frequentata e attiva, a Sassuolo. Forse in Italia una tra le community più forti. Come è nato questo progetto? Chi ti affianca nell’insegnamento? Come avete reagito al Covid? E come sta andando la ripresa?

E: Yoga&movimento é la mia grande casa, la mia grande famiglia, ho sempre desiderato creare una comunità capace di dare benessere.
Mi ritengo molto fortunata ad avere uno staff di bravi insegnanti ed allievi e devo tantissimo alle mie compagne di banco Francesca Casoni, Roberta Girardi ed Antonella Marino che sin dall’inizio hanno creduto ed appoggiato questo mio progetto, senza di loro non sarei qui.
Ormai siamo quasi in 10 insegnanti e spero la scuola cresca ancora.

Durante la pandemia, stringendo i denti abbiamo continuato a lavorare  online con entusiasmo grazie anche ad allievi molto disciplinati che non hanno mollato la presa.

La ripresa? Un’ emozione unica tornare in presenza, meno affluenza e tanto lavoro da fare per riparare i danni fatti dal Covid, il vantaggio e svantaggio di lezioni che continuano in presenza ed online, ma che dire, tutto insegna ed ancora una volta mi dico “ripartiamo da qui”!

Elena Bortolazzi e il suo team sono a Sassuolo, in Piazza Jan Palach 10. Questa estate, inoltre, terrà un seminario residenziale presso la famosa e bellissima struttura di Yoga in Salento (Zollino). Io non vedo l’ora di andare a praticare con lei, e voi?

Francesca d’Errico

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Yoga e lockdown

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Yoga e lockdown. Un binomio non proprio ideale! E’ passato più di un anno ormai dalla chiusura forzata di tutte le attività collegate al benessere psicofisico – palestre, centri yoga, scuole di danza… you name it. Non voglio entrare nel merito della tragicità di questa situazione sotto mille punti di vista – il benessere psicofisico dei fruitori di questi servizi, in primis; o i risvolti economici, che ormai sono drammatici per moltissimi titolari e professionisti del settore. Oggi voglio raccontarvi la mia personale esperienza con la pratica in questo anno di lockdown (più o meno stringente). E non è un racconto fatto di frasi new age, cuoricini e nuvolette rosa.

Eka Pada Koundinyasana

Ci abbiamo provato tutti a stare online. E moltissimi colleghi, che peraltro stimo davvero tanto, riescono a tenere duro con questa modalità che sembra andare contro a tutti i principi della pratica. Manca il gruppo, la possibilità di guardare la sala a colpo d’occhio e individuare il praticante che è rimasto indietro, manca il tocco degli assists, manca l’energia del chanting e l’atmosfera della meditazione e del rilassamento finale, in cui veramente, lo sa bene chi ha praticato anche una sola volta, ci si sente trasportati in una dimensione di profondo benessere. Magari dura solo qualche minuto, ma i suoi effetti si fanno sentire tutta la giornata.

Personalmente, online ho pochissima resistenza. E dire che sono una fruitrice del web, gestisco un blog, sono attiva sui social, essendo una “ancienne combattante” sono stata tra le prime a scoprire i video e i DVD degli insegnanti più noti. Ma quando è toccato a me cercare di trasmettere la pratica online, lo confesso: mi sono sentita un pesce fuor d’acqua. Innanzi tutto, sebbene dotata di un bellissimo Mac, non riuscivo a vedere nei quadretti di Zoom cosa diavolo facessero i miei praticanti. Dovevo continuamente muovermi dal tappetino allo schermo, mettere e togliere gli occhiali, urlare per farmi sentire (niente, il microfono non funzionava). Alla fine della lezione di Yoga non mi restava più nulla, e al termine ero semplicemente distrutta, con la cervicale che urlava vendetta, gli occhi che lacrimavano e la raucedine.

Ho provato anche a partecipare da praticante a lezioni altrui. Anche qui, lezioni tenute da maestri che stimo tanto – lezioni dal vivo e lezioni registrate. Nonostante io abbia una stanza dedicata alla pratica a casa, mettermi davanti ad un computer e dover continuamente alzare e abbassare la testa per guardare cosa stesse succedendo, o sentirmi io stessa uno di quei quadratini poco visibili su Zoom, non mi aiutava a ricreare la motivazione alla pratica che sentivo in Shala. E siamo tutti d’accordo, è una situazione d’emergenza, altro non si può fare, e invito chi ci riesce a continuare, soprattutto per sostenere le proprie Shala di riferimento (che sono a un passo dal collasso). Ma per me lo Yoga online non è abbastanza. Passino i primi mesi dello scorso anno, in cui davvero speravamo tutti che ne saremmo usciti a breve: ma ora, niet, nisba, nada. Non ce la faccio (fateci riaprire, che non ne possiamo più!).

Non credevo che il gruppo mi sarebbe mancato così tanto. Non credevo che avrei sentito la mancanza della Mysore room affollata, con i vetri appannati dal vapore, i tappetini scivolosi per il sudore. Avendo praticato per lunghissimi periodi da sola, pensavo che non avrei avuto grandi difficoltà a continuare. Ma quest’inverno, la situazione mi è improvvisamente arrivata in faccia come un tir a tutta velocità. Alcuni giorni salivo sul tappetino, e mi trascinavo lungo la pratica facendo una fatica immensa. Altre volte, dopo i saluti al sole volevo solo scappare. Lo sforzo di praticare era tale, che ho cominciato a chiedermi se non fosse giunto il momento di lasciare l’Ashtanga Yoga. Un interrogativo che, non ve lo nascondo, mi ha scosso non poco. Dopo 25 anni, la pratica diventa tutt’uno con ciò che si è. Io sono la mia pratica, in poche parole. E immaginare le mie giornate senza quel rituale, privo di quell’ora e mezza di profonda comunione tra mente e corpo, era semplicemente impensabile.

Momenti di pratica quotidiana

Ho cominciato a chiedermi cosa mi avesse portato a quel punto. Le difficoltà della pandemia (non me ne vogliano i lettori che non vogliono neanche sentir nominare questa parola, nel nome delle “energie negative” tanto care alla new age) non potevano essere la sola ragione. E’ vero, avevo perso la mia Shala (un anno di affitto e bollette pagate a vuoto senza prospettive di riapertura mi hanno costretto a lasciarla). Un carico emotivo non indifferente. Aggiungiamoci l’aver traslocato e rimesso a nuovo una casa insieme al mio compagno. Mettiamoci anche l’aver adottato un cane, molto impegnativo perché “salvato” da un canile, che ha aggiunto alla mia routine due ore di camminata ogni giorno – in salita, vivendo in collina (ma insomma, non ero forse una persona allenata?). E infine, dulcis in fundo, la necessità di dover seguire molto da vicino una persona cara in un momento di grande preoccupazione. Possibile che queste “novità” avessero inciso tanto sulla mia pratica? E, domanda delle domande: non sarò mica INVECCHIATA?!

Tante domande, una risposta

Quest’anno, ad agosto, festeggerò 57 anni. Non ho mai nascosto la mia età, anzi ne vado abbastanza fiera. Forse questo compleanno aveva qualcosa a che fare con il calo di energie? Era davvero giunto il momento di chiedersi se la pratica andasse in qualche modo modificata in base all’età anagrafica? La risposta non era facile, e in linea generale, sono tuttora propensa a dire ni. La flessibilità e la forza si perdono se si smette di allenarle, dunque l’età può non essere il punto. Ma il fattore decisivo, quello che sicuramente cambia, anche a causa dei mutamenti ormonali che, innegabilmente, hanno un ruolo importante a livello energetico, è la resistenza. Ovvero la capacità di dedicare molte ore della propria giornata alla pratica (o più in generale, agli sforzi fisici). Va quindi messa in conto la capacità di programmarsi, di decidere come e quali sforzi fisici affrontare, quali priorità darsi. Ho cominciato perciò ad analizzare come mi sentivo dopo ogni attività fisica. Non volevo che la mia vita ruotasse intorno alla mia pratica, ma non volevo neanche privarmi della pratica, per come l’avevo sempre conosciuta. Qual era dunque la soluzione?

Dopo lunghe riflessioni, e tanta meditazione, ho capito che il peggior nemico della mia pratica e, più in generale, della mia “endurance” era il mio perfezionismo. Volevo essere in grado di praticare le mie serie, di migliorarmi persino, ma anche di occuparmi della casa alla perfezione, del mio lavoro e dei miei animali senza mai cedere un millimetro, senza mai dire a me stessa: “Francesca, per oggi va bene anche se non passi lo straccio” (evitiamo subito considerazioni femministe: io lavo i pavimenti, ma il mio compagno si occupa dell’orto!), o “per oggi, cane e gatti possono accontentarsi di stare in giardino”, o ancora “per oggi, posso insegnare senza dimostrare tutta la pratica ai miei studenti”. Mi sono accorta che le richieste che facevo a me stessa stavano diventando, semplicemente, troppo elevate. Persino in controtendenza con quello che “dovrebbe” essere la norma: ovvero, più anni, meno sforzi (ma sappiamo bene che, in realtà, la vita è sempre piena di sorprese). Mi impegnavo tanto ad “ascoltarmi” sul tappetino, e poi, nel quotidiano, non mi ascoltavo neanche un po’. E proprio in un momento in cui mi ritrovavo carica di impegni e preoccupazioni!

“Mediare” con se stessi
L’età è solo un numero!

Sono riuscita infine ad arrivare ad una “mediazione” con me stessa, decidendo di ascoltarmi in ogni momento della giornata e di accettare sia una pratica meno “completa” del solito, quando è il caso, che un po’ di polvere in più sui mobili ogni tanto, se voglio dedicarmi ad una nuova postura o ad una pratica più intensa. Ho anche scelto di non “obbligarmi” ad un orario fisso per la pratica, ma di seguire i suggerimenti del mio corpo. E poi la scelta più importante e difficile: ovvero prendermi un sabbatico dall’insegnamento, per impegnarmi nella mia pratica con la gioia a cui ero abituata, senza sentirmi sotto pressione o costretta a performance eccessive solo perché “insegnante”. Non potendo permettermi di non lavorare, farò altro per un po’. Tra gli altri accorgimenti che ho preso in questo momento così impegnativo, c’è stato lo studio di quali integratori potessi aggiungere alla mia lista per sostenere l’incremento delle mie attività, in base alla mia età. Ma soprattutto, ho ripreso in mano la pratica fin dalla prima postura. Cercando di capire dove sbagliavo, se era possibile migliorarmi non solo esteticamente, ma anche e soprattutto energeticamente, e posturalmente. Cercando anche e soprattutto di rispettare il metodo, aggiungendo le posture una alla volta, per costruire la forza necessaria alla progressione. E dopo un inverno impegnativo, costellato di molti momenti di scoraggiamento, ho cominciato a rifiorire. Devo molto, in questo percorso, a tre insegnanti che mi sono state molto vicine. Susanna Finocchi, Martina Cova e Elena Bortolazzi. Mi hanno incoraggiata e sostenuta, mi hanno regalato consigli e ascoltata nei momenti “bui”. E mi hanno dimostrato che, anche in assenza di luoghi fisici per incontrarsi, possiamo essere vicini, darci sostegno, praticare “insieme”. Certo, richiede uno sforzo in più, e quello possiamo solo trovarlo dentro di noi. Ma in fondo, come diceva Mae West, “You’re never too old to become younger!” (Non si è mai troppo vecchi per diventare più giovani!)

La mia check-list anti-fatica
  • Elenca su un foglio tutte le attività quotidiane che richiedono sforzi fisici, e programmale con attenzione
  • Cura l’alimentazione, assicurandoti di fornire abbastanza carburante al tuo corpo
  • Seleziona integratori naturali adatti alla tua età (soprattutto se sei donna!)
  • Qualsiasi pratica è meglio di nessuna pratica: non rinunciare al tuo “tempo personale”, anche se dovessi fare solo i saluti al sole e shavasana, onora questo spazio in cui sei sola/o con te stesso
  • Non avere paura di eventuali “setback”. La pratica non è lineare, risente delle tue emozioni, di ciò che accade nella tua vita.
  • Non trascurare mai il tuo riposo. Computer e cellulare prima di andare a dormire non sono l’ideale! Lasciali in un’altra stanza.
  • Un piccolo “trucco” per sciogliersi prima della pratica, soprattutto se al mattino presto: una doccia calda. E nel giorno off, il caro vecchio “bath oil”! Massaggiati a lungo con abbondante olio, meglio se tiepido.

Francesca d’Errico

Gli Yama e i Niyama: i tre cardini

di Jason Birch e Jacqueline Hargreaves – The Luminescent
Traduzione e commento – Francesca d’Errico

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In questo secondo post dedicato agli Yama e ai Niyama, affrontiamo l’evoluzione dei tre principi fondamentali che dovrebbero guidare la condotta degli yogin – Ahimsa, Bramacharya e Tapas. Questi concetti hanno subito molte evoluzioni interpretative nel corso dei secoli, adattandosi ai costumi delle diverse epoche e dei sempre più numerosi praticanti occidentali di questa disciplina. Vediamo come, dall’India medievale ad oggi, esista un filo conduttore che dovrebbe sottendere le intenzioni di chi approccia lo Yoga, rendendolo non solo una pratica fisica, ma una via spirituale destinata non solo agli asceti, ma a tutti coloro che, direbbe qualcuno, “sono dotati di buona volontà”. E vediamo anche come l’assenza di una eccessiva rigidità nell’esprimere queste ‘regole’ si sia rivelata una strategia vincente nel consentire a milioni di persone di approcciare questa disciplina.

Asceta in meditazione, dipinto del 1820 (Andra Pradesh), British Museum
Ahiṃsā

Nei compendi dedicati allo Yoga, come quello di Godāvaramiśra, risulta evidente come Ahiṃsā, Brahmacarya e Tapas siano stati reinterpretati nel periodo medievale. Godāvaramiśra inizia la sua discussione su Ahiṃsā citando i Sūtra di Patañjali sugli Yamas. Quindi, cita parola per parola la definizione di Bhojadeva:

Nel [contesto degli ] Yama, si definisce violenza [un atto] che intende eliminare la vita. Questa è la causa di ogni male. L’assenza di [violenza] è non violenza.

Per un Brahmino ortodosso che, tuttavia, era a conoscenza dei sacrifici animali previsti nei rituali vedici, questa definizione non poteva essere accettata senza maggiori specificazioni. Perciò Godāvaramiśra si premura di aggiungere:

La violenza è [un atto] che intende eliminare la vita, ad eccezione dei casi previsti [dai Veda]. Questa è la causa di ogni male. L’assenza di [violenza] è non violenza.

Per sostenere la sua definizione modificata di Ahiṃsā, Godāvaramiśra cita la discussione del Liṅgapurāṇa’ sugli Yama. Questo Śaiva Purāṇa, che incorporava mantra vedici, contiene una esposizione dell’Aṣṭāṅgayoga fortemente influenzata dai Pātañjalayogaśāstra. Tuttavia, in merito ad Ahiṃsā, cita:

Qualunque violenza [sia prescritta] dai precetti [vedici], questa è considerata [secondo la nostra tradizione] non violenza.

Nel ventesimo secolo, i guru hanno espresso simili specifiche osservazioni su Ahiṃsā. In una lettera di Sri Aurobindo (1872-1950), in cui si discute lo Yoga Integrale, il maestro suggerisce che la violenza possa essere giustificata dalle circostanze:

C’è una verità in Ahimsa, e allo stesso modo una verità risiede nella distruzione. Non vi insegno che il vostro dharma spirituale sia quello di uccidere ogni giorno. Dico che la distruzione può essere contemplata, quando è parte dell’opera divina ordinata dal Divino.

Gli insegnanti di yoga contemporanei hanno trovato strade per discutere in termini positivi il concetto di Ahiṃsā. T. K. V. Desikachar (1938), ad esempio, la definisce come ‘gentilezza’ e ‘considerazione rispettosa delle persone e delle cose’. Tuttavia, specifica:

Ciò non significa necessariamente che non dobbiamo cibarci di carne, o pescare, o combattere […]. Se siamo vegetariani, dovremmo lasciarci morire di fame, o mangiare ciò che abbiamo a disposizione? In nessun caso dovremmo causare danno a noi stessi […]. Infine, ahiṃsā è condizionata ai nostri doveri. Dobbiamo adempiere ai nostri doveri. Ciò significa che, se le nostre vite sono in pericolo, sarebbe nostro dovere combattere.

Brahmacarya

In contrasto alla visione ascetica di Patañjali, che considerava Brahmacarya come assoluta castità, il passaggio del Liṅgapurāṇa, citato da Godāvaramiśra, presenta due definizioni di questo Yama. Il primo è riservato agli asceti, e il secondo ai capofamiglia (anche questo termine, oggi, sarebbe sostituito da ‘persone comuni’, per evitare connotazioni sessiste, n.d.T.):

In questo sistema, astenersi dal sesso mentalmente, verbalmente e fisicamente è il Brahmacarya insegnato agli asceti casti, e agli eremiti delle foreste che non hanno moglie. Il Brahmacharya che vi insegnerò è rivolto ai capofamiglia che hanno moglie. Dopo aver consumato atti sessuali con la propria moglie secondo le prescrizioni [del Dharmaśāstra], ci si dovrebbe astenere, in ogni altro momento, dal farlo mentalmente, verbalmente e fisicamente. [Questo] è ciò che consideriamo [secondo la nostra tradizione] come Brahmacarya. Una moglie pura dovrebbe lavarsi dopo i rapporti sessuali. Un capofamiglia che segue questa disciplina è senza alcun dubbio un Brahmacari.

Il Liṅgapuraṇa consente a un Brahmino di vivere sia come uno yogin che come capofamiglia. Da un lato, può praticare gli otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga previsti da questo Purāṇa, per lo più identico all’Aṣṭāṅgayoga di Patañjali. Nel far ciò, assolve lo Yama del Brahmacarya astenendosi dal sesso nei periodi mensili prescritti dal Dharmaśāstra. D’altro canto, può soddisfare le sue responsabilità Brahminiche di padre di famiglia, consumando il suo matrimonio nei periodi previsti dalle scritture.

L’Haṭhayoga medievale incorporava altre opzioni per chi non poteva seguire una stretta interpretazione del Brahmacarya. Ad esempio la pratica di Vajrolī Mudrā, che consentiva ad uno yogin di riassorbire il suo seme attraverso l’uretra dopo il sesso, preservandolo come se fosse in castità. La ritenzione del seme (bindudhāraṇa) era considerata essenziale per la longevità, e per mantenere la stabilità mentale necessaria alla meditazione. Lo rivelano alcuni testi yogici, come l’Amṛtasiddhi:

Finché il seme è instabile nel corpo, la mente è instabile.

Poiché la maggior parte dei guru che hanno trasmesso lo Yoga agli Occidentali nel tardo 19esimo-20esimo secolo erano Brahmini, non c’è da sorprendersi se la visione di Brahmacharya riservata ai capofamiglia (ovvero, sesso con moderazione) è quella più largamente conosciuta.

Nel suo libro intitolato ‘Practice of Brahmacharya’ (‘Pratica del Brahmacharya’, pubblicato nel 1934), Swami Sivananda di Rishikesh (1887 – 1963) definisce così il Brahmacarya per i capofamiglia (ovvero, per coloro che si trovano nell’età del ‘grihasthashrama’):

Il Brahmacharya nel Grihasthashrama è assoluta moderazione nei rapporti sessuali. I capofamiglia possono far visita alle mogli una volta al mese, al momento giusto, e senza pensare al divertimento, ma solo per procreare. Questo è Brahmacharya Vrata. Ed essi sono Brahmachari.

Pattabhi Jois (1915 – 2009), che trasmise il metodo dell’Aṣṭāṅgavinyāsa in Occidente, conosceva la visione Brahminica medievale del Brahmacarya prevista dal Liṅgapurāṇa. Definisce il Brahmacarya come ‘diventare tutt’uno con il divino Brahman’, fa riferimento agli ‘esperti delle scritture’ del passato e rifiuta una stretta interpretazione di Brahmacarya, nel suo libro Yoga Mala:

[…] poiché gli esperti delle scritture ci informano che un capofamiglia che segue le prescrizioni e le regole può essere considerato un brahmachari, anche un padre di famiglia può a buon diritto intraprendere la pratica dello yoga, grazie alla sua capacità di osservare il suo brahmacharya. Brahmacharya, quindi, non significa trattanere la vitalità [seme, n.d.T.], sebbene non vi sia spazio per la sua dissipazione.

Un eremita delle foreste riceve la visita di Shiva
Tapas

L’ascesa dell’Haṭhayoga e delle sue tecniche fisiche all’inizio del secondo millennio, coincide con la reinterpretazione della visione ascetica di Patañjali (tapas) su linee molto più moderate. I primi testi di Haṭhayoga (12esimo – 15esimo secolo), che non erano stati scritti da Brahmini eruditi influenzati dallo yoga di Patañjali, insegnavano tecniche fisiche che derivavano da tradizioni ascetiche molto più antiche. E’ perciò quasi ironico che la maggior parte dei primi testi sull’Haṭha non facciano quasi menzione del concetto di Tapas. Questo è dovuto in parte al fatto che non adottano il formato dell’Aṣṭāṅgayoga e quindi gli Yama e i Niyama sono del tutto assenti (come abbiamo visto nella prima parte, vedi post precedente, n.d.T.).

I più interessanti, tra i primi testi di Haṭha che adottano il formato degli otto rami sono i Vasiṣṭhasaṃhitā e gli Yogayājñavalkya. Nel definire Tapas, questi testi enfatizzano il digiuno e non menzionano le più severe pratiche dell’ascetismo, come quelle incluse nei sutra di Patañjali (ad esempio, osservare il silenzio assoluto). Il Vasiṣṭhasaṃhitā recita:

[Gli Yogi] rivelano che il Tapas più efficace sia la purificazione del corpo attraverso [pratiche] come [il digiuno chiamato] Kṛcchra, Cāndrāyaṇa e così via, come insegnano le prescrizioni [vediche].

Una visione così moderata (se non addirittura l’assenza) di Tapas, ci fa pensare che questi testi yogici erano stati scritti per i padri di famiglia. I capofamiglia erano probabilmente ben disposti a praticare gli intensi Prāṇāyāma dell’Haṭhayoga, abbinati alle attivazioni dei muscoli profondi dell’addome (bandha), alle Mudrā che prevedevano di inserire la lingua nella cavità nasofaringea, e alle inversione. Pochi capofamiglia però sarebbero stati in grado di svolgere le loro mansioni eseguendo rituali ascetici più estremi, come sedersi sui chiodi, restare in piedi per dodici anni, tenere un braccio sollevato sopra la testa finché non avvizzisce, e così via.

L’Hathayoga, inoltre, incorporava tecniche che riscaldano e purificano mente e corpo. Nessuna di queste, tuttavia, era chiamata Tapas nei primi testi di Haṭha. Sembra quindi che che le tecniche di yoga fisico dell’Haṭhayoga rendessero i Tapas tradizional dei Pātañjalayogaśāstra praticamente ridondanti. Inoltre, l’assenza di Tapas agevolava i capofamiglia senza escludere gli asceti, che potevano tranquillamente abbinare l’Haṭhayoga con atti più estremi. In pratica, l’enfasi sullo yoga fisico dell’Haṭhayoga spiega perché la maggior parte dei primi testi ad esso dedicati tace su Tapas, o lo menziona solo brevemente.

Tuttavia, lo scambio di concetti e pratiche tra queste tradizioni è fluido e complesso. Molti testi yogici composti dopo il 15esimo secolo contengono definizioni di Tapas. Molti di questi testi sono più opere accademiche che testi di Haṭha e Rājayoga, e i loro autori favoriscono il formato dell’Aṣṭāṅgayoga. Molti citano o riconoscono implicitamente i Pātañjalayogaśāstra. Infatti, in termini generali, il sistema ad otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga è diventato il paradigma predominante nella maggioranza dei testi yogici composti dopo il 15esimo secolo e chiaramente il tema e la definizione di Tapas riappaiono nella discussione dei Niyama.

Lo si riscontra ad esempio nell’Yuktabhavadeva, composto da un Brahmino di Mithila, di nome Bhavadevamiśra, ai primi del 17eseimo secolo. Dopo aver citato i Sūtra di Patañjali su Yama e Niyama, procede così:

Tapas significa [pratiche] come [il digiuno chiamato] Kṛcchra, etc. Attraverso tapas, vengono rimosse le impurità e si ottiene la purificazione del corpo e dei sensi.

In ben 1742 versi, questo è tutto ciò che Bhavadeva ha da dire su Tapas, con l’eccezione di un commento in un capitolo successivo, “non c’è miglior tapas del Prāṇāyāma”. Altri testi di questo periodo diluiscono ulteriormente il concetto di Tapas. Nell’Haṭhābhyāsapaddhati ad esempio lo si definisce semplicemente come ‘compiere i propri doveri religiosi’.

Alcuni Brahmini, guru contemporanei, hanno interpretato in modo simile il concetto di Tapas nel rivolgersi ai loro studenti. Ad esempio, BKS Iyengar, che semplifica per il praticante moderno la nozione di Tapas:

Tapas nasce dalla radice ‘tap’, ovvero ardere, bruciare, splendere, soffrire o consumare attraverso il calore. Significa quindi un fervente sforzo, quali che siano le circostanze, per raggiungere un obiettivo nella vita […]. L’intera scienza della costruzione del carattere può essere considerata come una pratica di Tapas.

La visione di Iyengar implica che costruire una casa con ‘fervente sforzo’ possa essere considerata un atto di Tapas. Iyengar ha compreso che gli atti di ascetismo tradizionale richiedono una immensa determinazione per essere compiuti. Suggerisce dunque che l’ingrediente essenziale, per il praticante, sia la forma mentis, piuttosto che il perseguire forme di ascetismo tradizionale.

Sebbene Patañjali avesse stipulato che gli Yama non potevano essere modificati, nel corso della lunga e complessa storia dello yoga questi codici comportamentali sono stati reinterpretati e modificati più volte, passando dalla visione senza compromessi tipica degli asceti, ad una più ‘casalinga’ e adatta ai Brahmini con famiglia. Il fatto che la discussione su Yama e Niyama resista nei secoli, fa capire come lo stile di vita del praticante sia fondamentale al raggiungimento di uno ‘stato’ di yoga. Le reinterpretazioni degli Yama e dei Niyama hanno fatto sì che popoli Indiani appartenenti a fedi diverse fossero in grado di praticarli. E questa discussione è ancora molto vivace nel 21esimo secolo. E dobbiamo anche ricordare che la neutralità morale delle tecniche di yoga posturale lo hanno reso accessibile ad un numero enorme di praticanti. La strategia di non stipulare un codice morale può quindi aver contribuito significativamente al successo delle prime tradizioni di Haṭha e Rājayoga.

La mia personale conclusione è che, ovviamente, accademici e storici possono fornirci strumenti di comprensione e riflessione ma, come ben sappiamo, lo yoga è un’esperienza più che una semplice dottrina. Come tale, ognuno ne trae la propria individuale visione, o forse sarebbe meglio dire sensazione. Gli Yama e Niyama sono parte di questa profonda esperienza personale, e solo vivendoli possiamo comprenderne l’importanza e valutarne l’influenza sulla nostra pratica e, soprattutto, sulla nostra vita.

Gli Yama e i Niyama: dal medioevo a oggi

Parte I – di Jason Birch e Jaqueline Hargreaves, The Luminescent

Traduzione e commento di Francesca d’Errico

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Tra i primi concetti che ci vengono trasmessi quando iniziamo a praticare Yoga, troviamo gli Yama e Niyama, i cosiddetti “codici di comportamento” dello Yogi nei confronti di se stesso e degli altri. Ma cosa è cambiato nell’interpretazione di questi precetti morali dalla loro prima apparizione ad oggi? E sono veramente presenti in tutti i testi che trattano di Yoga? Per scoprirlo, mi sono rivolta come sempre ai ricercatori della SOAS University, ideatori e realizzatori del famoso Hatha Yoga Project di cui ultimamente sto traducendo per voi una selezione di articoli. Così, sfogliando tra i tanti, interessantissimi documenti a disposizione, ho trovato questo articolo, pubblicato dallo Yoga Scotland Magazine e in seguito online su The Luminescent, in cui Jason Birch e Jacqueline Hargreaves cercano di mettere un po’ di ordine in un percorso non sempre ovvio e lineare. Ho diviso per praticità il post. La seconda parte, nei prossimi giorni, affronterà i principali Yama e Niyama in dettaglio. Ma ora dedichiamoci all’introduzione storica, che riserva come sempre molte sorprese…

Yama e Niyama – la visione medievale (immagine di The Luminescent)

In questo articolo esamineremo come gli Yama e i Niyama siano stati interpretati in testi di diverse tradizioni medievali e moderne. In alcuni casi, queste linee guida comportamentali sono state adattate in base al pubblico a cui erano dirette e, in altri casi, sono state reinterpretate a seconda delle visioni dottrinali di una determinata tradizione. Dovremo inoltre considerare per quale motivo alcuni metodi, come il Ṣaḍaṅgayoga dello Śaivism, e le prime tipologie di Haṭhayoga, abbiano omesso gli Yama e i Niyama. Infine, discuteremo della continua influenza dei Pātañjalayogaśāstra nell’India medievale ed esamineremo (nella seconda parte di prossima pubblicazione, n.d.T.) come sono stati reinterpretati i concetti di Ahiṃsā, Brahmacarya e Tapas.

La diversa numerazione di Yama e Niyama

Nel periodo medievale indiano (tra il sesto e il diciottesimo secolo), i principali sistemi di Aṣṭāṅgayoga contenevano più dei dieci Yama e Niyama dei Pātañjalayogaśāstra. Molti ne presentavano venti, e alcuni addirittura trenta. Un esempio tipico si trova nel Śāradātilaka, del dodicesimo secolo, un Tantra di Orissa, che contiene un capitolo sullo yoga alquanto eclettico:

I dieci Yama sono non violenza, sincerità, non rubare, celibato, gentilezza (kṛpā), sincerità (ārjava), pazienza (kṣamā), serenità (dhṛti), alimentazione moderata (mitā- hāra) e pulizia (śauca). I dieci Niyama, insegnati da chi conosce le scritture dello yoga, sono ascetismo, contentezza, fede [nell’esistenza di un mondo superiore] (āstikya), [donazioni religiose] (dāna), adorazione di Dio (devasya pūjana), ascolto degli insegnamenti dottrinali (siddhāntaśra- vaṇa), compunzione (hrī), contemplazione (mati), ripetizione di un mantra (japa) e presentazione di offerte (huta).

Molti, se non tutti, gli Yama e i Niyama di Patañjali furono mantenuti nelle tradizioni successive. Tuttavia, in alcuni casi, fu abbandonata la visione di Yama e Niyama come rami di sostegno. Troviamo un buon esempio in un testo Advaitavedānta precedente al 14esimo secolo, l’Aparokṣānubhūti, che trasmette un sistema di Rājayoga con quindici rami (aṅga). In questo testo, gli Yama e i Niyama sono definiti così:

Con la consapevolezza che ‘Tutto è Brahma’, si ha la moderazione di tutti i sensi. Questo è chiamato Yama e dovrebbe essere praticato costantemente. Niyama è un corso di azione susseguente, coerente con questa consapevolezza e con il rifiuto delle azioni che ad essa non si confanno. Il saggio genera supreme benedizioni grazie al Niyama.

Altri testi riconoscono implicitamente l’esistenza di altri Yama e Niyama, ma insegnano selettivamente solo quelli che considerano più importanti. Lo si vede ad esempio nell’Aṣṭāṅgayoga del Netratantra Aṣṭāṅgayoga (750-850 CE), che li considera come uno dei tre metodi per eludere la morte (kāla- vañcana):

Lo Yama migliore è l’astensione costante (virati) dalla vita mondana (saṃsāra), ed il miglior Niyama è la meditazione costante (bhāvanā) sul più elevato livello di realtà (tattva).

Il Netratantra fa parte di una minoranza dei Tantra di Śaiva che adottavano la formula a otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga nel loro sistema Yogico. Nello Shivaismo tantrico era prevalente la formula a sei rami (ṣaḍaṅga) che ometteva Yama e Niyama. Sebbene sia molto difficile parlare di Tantra in termini generici a causa delle grandi diversità delle sue tradizioni e dei corrispondenti insegnamenti, sarebbe un errore concludere che l’omissione degli Yama e dei Niyama nel Ṣaḍaṅgayoga voglia indicare l’abbandono di una condotta morale. Al contrario, molti Tantra contengono passaggi relativi alla condotta morale degli iniziati, e se consideriamo questo aspetto accompagnandolo alla lettura del Ṣaḍaṅgayoga, gli Yama e i Niyama diventano in questo contesto quasi superflui.

L’omissione di Yama e Niyama
Nath yogi

Molte tradizioni primitive di Haṭha e Rājayoga (12esimo-15esimo secolo) omettevano gli Yama e i Niyama dai loro insegnamenti. Un esempio lampante è nell’Haṭhapradīpikā, del 15esimo secolo, il cui manoscritto non contiene versi relativi alle linee guida comportamentali. La loro omissione impone una domanda: quali erano i codici morali dei primi praticanti di Haṭha e Rājayoga? Una risposta possibile è che questi praticanti seguissero i codici morali della loro tradizione religiosa. Alcuni testi indicano che l’Haṭha e il Rājayoga erano conosciuti da una pletora di praticanti. Ad esempio, nella sezione dedicata all’Haṭhayoga, Dattātreyayogaśāstra del 12esimo secolo cita:

Che sia un Brahmmino, un asceta, un Buddista, un Jainista, un portatore di teschi (kāpālika) o un materialista; il saggio che ha fiducia [negli insegnamenti dell’Haṭha e del Rājayoga] ed è devoto alla pratica dello yoga, otterrà il successo in qualsiasi impresa.

In una simile situazione, sembra plausibile pensare che i Brahmini seguissero il codice di condotta Brahminico, i Buddisti il loro, e così via. Si potrebbe pensare che i portatori di teschi, i Kāpālika, che di notte sul suolo delle cremazioni adoravano una terrificante versione di Śiva chiamato Rudra, avessero poco a che fare con linee guida comportamentali di qualsiasi tipo. Godevano di una dubbia reputazione, con i loro riti trasgressivi che comprendevano anche il consumo di carne umana. Alcune delle loro scritture sono sopravvissute, ma un commento agli Pāśupātasūtra di Kauṇḍinya (quinto-sesto secolo CE) contiene una discussione piuttosto vasta sugli Yama e i Niyama di questi asceti. Kauṇḍinya li elenca:

Non violenza, celibato, sincerità, astensione dal commercio e non rubare sono gli Yama. Non cedere alla rabbia, ascoltare il guru, essere lindi, cibarsi con moderazione ed essere vigili sono i Niyama.

In termini generali, questi spaventosi asceti di Śaiva seguivano strette interpretazioni dei loro Yama e Niyama. Ad esempio, il commento rivela che dovevano mangiare solo cibo preparato da altri, per non incorrere nel peccato di Hiṃsā (violenza) inerente alla preparazione del cibo, come accendere un fuoco (azione che poteva causare la morte di creature minuscole).

Poiché i testi di Rāja e Haṭhayoga non menzionano la necessità, per i praticanti, di sottostare a riti di iniziazione (dīkṣā), probabilmente queste tipologie di yoga erano praticate da persone che continuavano a seguire le regole comportamentali della tradizione di appartenenza. In questo senso, l’Haṭha e il Rājayoga possono essere considerati moralmente neutri, perché si basano sui codici morali di altre tradizioni.

In quasi tutte le versioni stampate dell’Haṭhapradīpikā sono inseriti versi sugli Yama e i Niyama, spesso presi a prestito dai commenti di Brahmānanda, intitolati Jyotsnā, e scritti nel 19esimo secolo. La struttura originale del manoscritto dello yoga dell’Haṭhapradīpikā è solo a quattro rami (ovvero Āsana, Prāṇāyāma, Mudrā e Samādhi). L’inclusione degli Yama e dei Niyama nelle sue edizioni stampate è forse un tentativo degli editori di rendere più comprensibile questo testo. Questi editori erano probabilmente influenzati dal sistema dell’Aṣṭāṅgayoga, probabilmente a causa della popolarità degli Yogasūtra di Patañjali in seguito all’enorme successo internazionale del libro Raja Yoga di Swami Vivekananda (pubblicato nel 1896).

La continua influenza dei Pātañjalayogaśāstra
Patanjali,
effige medievale

Sebbene i Pātañjalayogaśāstra avessero poca influenza sui metodi primitivi di Haṭha e Rājayoga, restavano comunque un’importante opera sullo yoga per Brahmini eruditi e filosofi dell’India medievale, come è largamente dimostrato dagli autori medievali che composero i loro commenti a quest’opera: da Śaṅkara, Vācaspatimiśra, a Vijñānabhikṣu, ma anche ai meno conosciuti Bhāvagaṇeśa, Bhavadevamiśra, Nārāyaṇatīrtha e così via.

Tutti questi autori erano filosofi colti, e nelle loro spesso scarne biografie si nota la loro affiliazione ad altre tradizioni filosofiche dell’epoca, come l’Advaitavedānta. In altre parole, questi commenti non erano frutto di un lignaggio filosofico che si identificava nei Sāṅkhyans o negli yogin.

Infatti, l’influenza di Patañjali nel periodo medievale si evince con più facilità nella letteratura Brahminica. E’ come se molti eruditi Brahmini avessero i Pātañjalayogaśāstra nella loro collezione di manoscritti, e li estraessero dai loro scaffali quando avevano bisogno di riferimenti in materia di yoga. Ad esempio, quando il commentatore Kashmiro Rājānaka Alaka, vissuto poco dopo il 12esimo secolo, si trova a commentare il termine amanaskayoga (letteralmente, ‘lo yoga senza mente’) in un capitolo dell’inno a Śiva Haravijaya, ci si aspetterebbe un riferimento ad un altro testa Śaiva su questo argomento, come l’Amanaska del 12esimo secolo. Ma sembra che Rājānaka Alaka avesse più familiarità con lo yoga di Patañjali che con l’Amanaska, che insegnava un sistema yogico noto come Rājayoga per il raggiungimento dello ‘stato di Yoga senza mente’ (amanaska). Egli spiega quindi amanaskayoga con i termini che Patañjali usa per definire il più alto livello di Samādhi, l’Asaṃprajñātasamādhi:

[Questo] stato di yoga (yogadaśā) è privo di mente (amanaskā), [ovvero, è una] forma di Asaṃprajñātasamādhi, [che è] priva dell’attività della mente, [la cui] natura è il pensiero discorsivo.

Fu solo dopo il sedicesimo secolo che gli accademici eruditi iniziarono a interessarsi seriamente ai testi di Haṭha e Rājayoga .

Un ulteriore esempio di Brahmino erudito, la cui visione sullo yoga fu largamente influenzata dai Pātañjalayogaśāstra, è Godāvaramiśra. Fu il precettore (rājaguru) del sedicesimo Re di Orissa, Pratāparudradeva. Il suo compendio sullo Yoga, lo Yogacintāmaṇi, si fonda principalmente su passaggi selezionati dei Pātañjalayogaśāstra, sui commenti di Vācaspatimiśra e di Bhojadeva e sui passaggi relativi allo yoga di altri testi yogici considerati accettabili dai Brahmini ortodossi, come i Purāṇa e i Dharmaśāstra.

-continua

Quanto sono reali i chakra?

Traduzione e commento all’articolo di Daniel Simpson

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Una delle discussioni a cui ho più volte dato il mio contributo su questo blog, ruota sempre intorno a questa domanda: “quanto sono reali i chakra?”. Ho sempre cercato fonti attendibili e credibili nell’affrontare questo argomento, che tanto stimola la fantasia degli Yogi contemporanei. Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare, in una classe di Yoga, la frase “apriamo il chakra del cuore”! Ma quanto è reale questa affermazione? Cosa intendevano per chakra i primi Yogi, e a cosa si riferisce veramente questo termine sanscrito? Per arricchire la risposta a questa domanda, da me già trattata più volte, ho pensato di tradurre per voi questo interessante articolo tratto da The Luminescent, che spero porterà un po’ di luce su questi controversi simboli dello Yoga. Lascio spazio quindi alla voce di Daniel Simpson, che nel suo libro The Truth of Yoga, di recentissima pubblicazione, ci fornisce spiegazioni utili e fondate.

“Quanto segue è un estratto del mio libro, pubblicato a gennaio 2021, The Truth of Yoga. Il sottotitolo recita: ‘Una guida completa a storia, testi, filosofie e pratiche Yoga’. Il libro attinge all’abbondanza delle recenti ricerche sul tema, che hanno rivelato al grande pubblico conoscenze finora riservate solo agli accademici. Il mio scopo è fare chiarezza, in modo accessibile, senza però scadere nell’eccessiva semplificazione.

Durgā in un chakra con Gaṇeśa e un leone.
Inchiostro e acquarello su carta, Pahari, forse Guler, seconda metà del 18esimo secolo.
© Victoria and Albert Museum, London.

Questo è inevitabilmente un obiettivo ambizioso, ma che ritengo sia bene perseguire. Come spiego nell’introduzione, ho deciso di scrivere un libro perché gli studenti spesso mi chiedono quale testo consultare per avere una visione d’insieme del panorama storico-filosofico dello Yoga. E se esistono molti lavori di alto livello su argomenti specifici, molti dei titoli rivolti ai praticanti sono spesso fuorvianti. I testi dello Yoga sono spesso reinterpretati per risultare più piacevoli, o per creare una sorta di legame con le pratiche contemporanee.

L’esempio che vi porto è lampante. Esplora l’evoluzione degli insegnamenti sui chakra, che nei corsi di formazione per insegnanti e ‘ ormai lontana anni luce da quanto esposto nei testi tradizionali. I Chakra si sono trasformati in una sorta di sintesi dell’anatomia sottile, i cui meccanismi mistici trascendono le distinzioni tra mente e corpo.

Uno dei maggiori contributi del Tantra allo Yoga fisico è il metodo per risvegliare questa dimensione interiore, e richiamarne il potenziale trasformativo. Una visione eccessivamente materialista rischia di oscurare questa modalità. Anche se i chakra non esistono oggettivamente nel corpo fisico, si attivano attraverso la visualizzazione. Come conseguenza, possono avere effetti molto potenti, ma non nel senso che gli viene solitamente attribuito nei moderni seminari che pretendono di “ripulirli”.

[Estratto da The Truth of Yoga.]

I chakra immaginari

D. Simpson

Le parti più note del corpo yogico sono spesso quelle più fraintese. I Chakra sono ruote sottili poste lungo la colonna, originariamente utilizzate come punti di concentrazione. Esistono solo se li immaginiamo. Alcune tradizioni li ignorano completamente.
Esistono molte sistematizzazioni dei chakra, che li elencano e li collocano in modo diverso. Il modello predominante oggi, ovvero sei lungo la colonna e uno sulla sommità del capo, è frutto di un mix tra tradizione e invenzione. Il primo riferimento a questo sistema deriva dal Kubjikamata Tantra (11.34–35) del decimo secolo, che descrive l’ano come adhara, una “base” o “sostegno,” a cui viene successivamente aggiunto il prefisso mula, o “radice”. Svadhishthana viene posizionato sopra di esso, all’altezza del pene, manipuraka (o manipura) all’ombelico, e anahata nel cuore. Vishuddhi si trova nella gola, e ajna tra gli occhi.
Generalmente, i chakra sono delle sagome da utilizzare durante la visualizzazione. Vengono presentati nei Tantra come uno dei metodi per trasformare il corpo del praticante, installandovi simboli collegati agli dei. Alcuni testi ne elencano più di una dozzina, altri meno di cinque. A volte sono chiamati adhara, o “sostegni” per la meditazione—o alternativamente padma, o “fiori di loto,” per i petali che caratterizzano le loro raffigurazioni pittoriche. In ogni caso, sono considerati snodi in una rete di canali dell’energia vitale, e concentrarsi sulla loro posizione acuisce la capacità di percezione.
Un’altra fonte li elenca con nomi diversi: nadi, maya, yogi, bhedana, dipti, e shanta. “Ora vi narrerò dell’eccellente, suprema, sottile meditazione attraverso la visualizzazione”, recita il Netra Tantra (7.1–2), quando descrive il corpo che comprende “sei chakra, le vocali di sostegno, i tre oggetti e i cinque vuoti, i dodici nodi, i tre poteri, il cammino delle tre dimore, e i tre canali”. Questo sconcertante assortimento di collocazioni è comune nei Tantra, le cui mappe dei regni interiori appaiono spesso contraddittorie.
Qualche secolo dopo, si afferma la versione dei sette chakra. In questa visione troviamo sahasrara—una ruota “dai mille raggi”, o un loto “dai mille petali”—posto alla sommità del capo (o, a volte, al di sopra della testa, come nel Shiva Samhita). Un altro testo yogico elenca gli stessi sette punti senza menzionare però i chakra: “Il pene, l’ano, l’ombelico, il cuore e sopra di esso il luogo dell’ugola, lo spazio tra le sopracciglia e l’apertura verso lo spazio: questi, si dice, sono i luoghi della meditazione dello Yogi” (Viveka Martanda 154–55). Comunque vengano definiti, questi punti svolgono la funzione di segnavia per elevare la consapevolezza.

Il trionfo di questo modello si trova nel lavoro di Sir John Woodroffe, un giudice britannico dell’India coloniale, conosciuto anche sotto lo pseudonimo di Arthur Avalon. Nel 1919, scrisse il libro The Serpent Power (La Kundalini e l’Energia del Profondo, ed. Adelphi) che includeva una traduzione del Shat Chakra Nirupana del sedicesimo secolo, o “Descrizione dei sei Chakra.” Altri scrittori occidentali condivisero l’attenzione di Avalon ai Tantra. Anche l’occultista Charles Leadbeater dedicò alcuni scritti ai chakra negli anni ’20. I libri di questi due autori restano autorevoli, come le teorie di Carl Gustav Jung, che incorporò i chakra nel suo sistema di simboli.
Gli autori della New Age hanno sfumato la distinzione tra creazioni mentali e fatti fisici, presentando i chakra come se fossero oggetti reali, invece che visualizzazioni. Li descrivono spesso con i colori dell’arcobaleno, che non si trovano in alcuna fonte originale sanscrita. Gli attribuiscono anche legami con pietre, pianeti, cure, ghiandole endocrine, carte dei Tarocchi e arcangeli della tradizione cristiana, oltre ad altre amenità.

Anche alcune menzioni ai mantra traggono in errore. I rituali tantrici li collegano agli elementi raffigurati nei chakra, non ai chakra stessi. Quindi recitare un bijamantra legato all’elemento aria difficilmente potrà servire ad aprire il cuore, se non in forma di effetto placebo. Tuttavia, portare l’attenzione a cose simili può renderle reali, almeno nell’ambito dell’esperienza soggettiva. E poiché i Tantra ci insegnano che è in questo modo che si convocano le divinità, forse l’uso che i praticanti moderni fanno dei chakra non è poi così diverso dal l’originale.

The Truth of Yoga di Daniel Simpson è stato pubblicato il 5 gennaio 2021 da Farrar, Straus and Giroux. Per maggiori informazioni, consultate il sitotruthofyoga.com.

Sei vie verso il Samadhi

Un manuale di self-help dell’India Medievale

di Jacqueline HargreavesThe Luminescent

Negli ultimi decenni abbiamo visto un fiorire di manuali di self-help: dalle difficoltà sentimentali agli impasse professionali, dalla capacità di affrontare il cambiamento a come perdere dieci kg in dieci giorni, sembra che tutto sia risolvibile attraverso un manuale, dove tra consigli di psicologia spicciola e sperequazioni new age ci viene spiegato come affrontare qualsiasi problematica del quotidiano. Sembra una caratteristica dei nostri tempi… e invece anche in questo campo, sembra che l’uomo non sia cambiato granché nei secoli. Anche i maestri dell’India Medievale offrivano ai loro lettori consigli e regole per raggiungere obiettivi spirituali. Lo scopriamo insieme nella mia traduzione di questo divertente, ma sempre molto arguto articolo tratto da The Luminescent, che ci rivela un inedito aspetto del Gheranda Samhita.

J. Hargreaves

“Ciò che affascina della scrittura dei testi relativi allo Yoga nell’India medievale, è che spesso offrivano metodi gerarchici e sistematici per il raggiungimento di un obiettivo o di una serie di obiettivi. Non diversamente da una breve lista per la crescita individuale, che circolano tanto, di questi tempi, sui social media. Tipo ’10 modi per raggiungere la felicità autentica’, o ‘7 suggerimenti per restare giovani’.

Il Gheraṇḍa Saṃhitā (che risale ai primi anni del 18esimo secolo) ne è un buon esempio. Identifica 7 modi per raggiungere lo ‘Yoga del Corpo (ghaṭasthayoga). Come dice James Mallinson,

“…si riferisce al corpo, o piuttosto alla persona, poiché le tecniche insegnate nel Gheraṇḍa lavorano sia sul corpo che sulla mente.”

Le sette pratiche (saptasādhana) vengono presentate corredate di descrizioni dei metodi e dei risultati raggiungibili attraverso la pratica:

  • 1. La PURIFICAZIONE viene raggiunta attraverso il Ṣaṭkarma (6 tipi di tecniche di purificazione)
  • 2. La FORZA viene attivata attraverso gli Āsana (32 tipi di posizioni)
  • 3. La STABILITA’ può essere ottenuta con le Mudrā (25 tipi di sigilli)
  • 4. La CALMA arriva attraverso il Pratyāhāra (5 tipi di deprivazione sensoriale)
  • 5. La LEGGEREZZA si rivela attraverso il Prāṇāyāmas (10 tipi di esercizi respiratori)
  • 6. La REALIZZAZIONE DEL SE’ avviene con il Dhyāna (3 tipi di meditazione)
  • 7. E alla PERFEZIONE SENZA MACCHIA si arriva attraverso il Samādhi (6 tipi di profonda concentrazione)

Il testo si concentra sulle tecniche fisiche che devono essere praticate per perfezionare il corpo e la mente, e raggiungere l’obiettivo del Rājayoga (un sinonimo di samādhi). Come molti altri metodi di Haṭhayoga, le sette pratiche del Gheraṇḍa Saṃhitā non contengono guide etiche, come gli yama e niyama del Pātañjalayogaśāstra.

E’ interessante tuttavia notare che il Gheraṇḍa Saṃhitā fornisce un set unico di sei tecniche volte all’ottenimento di particolari tipologie di samādhi, lo stato di profonda concentrazione che porta alla liberazione.

Immagine realizzata dal team di The Luminescent

In molte tradizioni di Haṭha e Rājayoga, tecniche di meditazione come Śāmbhavī e Khecarī Mudrās sono fondamentali per il raggiungimento del samādhi, e queste tecniche compaiono nel Gheraṇḍa Saṃhitā.  Tuttavia, il Gheraṇḍa Saṃhitā include anche Yoni Mudrā, due prāṇāyāma (controllo del respiro) e Bhakti (devozione) nel suo sistema a sei rami di Rājayoga.

Queste sei tecniche non sono uniche, perché presenti anche in tradizioni precedenti, ma il set di sei rappresenta una selezione inusuale, e solleva qualche interrogativo. Ad esempio:

Il Gheraṇḍa Saṃhitā insegna dieci tecniche di prāṇāyāma; perché dunque isola Bhrāmarī e Manomūrccha per includerle nel suo sistema a sei rami di Rājayoga (samādhi)? 

Se si ottiene il successo praticando ognuna delle tecniche di questo sistema a sei rami per ottenere il samādhi, dobbiamo considerare ridondanti le altre tecniche esposte nei capitoli precedenti (il ṣaṭkarmaāsana, etc.)?

Perché Bhakti è incluso come mezzo per il raggiungimento del samādhi mentre è generalmente assente nei sistemi di Haṭha e Rājayoga delle ere precedenti?

Le prime quattro delle sei tecniche di Rājayoga producono specifici tipologie di samādhi, rispettivamente DhyānaRasānanda, Layasiddhi samādhi e Nāda . Perché non sono specificati tipologie diverse di samādhi per le altre due tecniche, Manomūrccha e Bhakti

Nel Pātañjalayogaśāstra sono presenti diversi tipi di samādhi, ma livelli e tipologie di samādhi sono completamente assenti nelle tradizioni di Haṭha e Rājayoga. Questo testo è l’unico, tra gli scritti tardo medievali, a riferirsi a diversi tipi di samādhi

Jim Mallinson, ricercatore della SOAS e parte del team dell’Hatha Yoga Project

Mallinson ha pubblicato una traduzione inglese del Gheraṇḍa Saṃhitā, che comprende una introduzione ricca di informazioni, che fornisce l’importante contesto necessario alla comprensione di alcuni degli insegnamenti contenuti in questo testo”.

A me queste riflessioni fanno venire una gran voglia di acquistare il libro di Mallinson: e dopo averlo letto, sono certa che mi verrà voglia di scrivere un altro articolo su questo testo così importante per lo Yoga contemporaneo!

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Online: una sfida per lo Yoga

Come orientarsi per crescere nello Yoga… anche online

Online: una sfida o un inevitabile futuro per lo Yoga? Il 2020, con le restrizioni che siamo stati costretti a subire, ha visto una crescita esponenziale dell’offerta online in qualunque settore, e lo Yoga non ha fatto eccezione. Esistono già da diversi anni molte proposte esclusivamente online anche per la nostra disciplina, ma è innegabile che la chiusura forzata delle Yoga Shala di quasi tutto il mondo abbia provocato un’impennata nell’offerta di lezioni, seminari e corsi di formazione. Si è creato un “mare magnum” in cui è diventato molto difficile orientarsi, con nomi più o meno famosi che si sono lanciati nell’etere per sopperire alle (ingenti) perdite causate dall’impossibilità di ricevere i praticanti in presenza. Io stessa ho offerto (anche se in modo molto limitato) lezioni online ai miei praticanti.

Lasciando da parte il mio personale punto di vista (lo riassumo brevemente: non amo trasmettere questa disciplina online, perché ritengo, soprattutto nel caso dell’Ashtanga Yoga, che le lezioni in presenza siano insostituibili, e cerco di limitare al minimo la mia presenza sul web per questa ragione), qualcosa di buono ovviamente c’è. In primo luogo, molti insegnanti di grandissimo valore sono diventati più accessibili anche dalle mura di casa, senza la necessità di spendere grosse cifre (voli, vitto, alloggio, iscrizione etc. etc.). In secondo luogo, i praticanti hanno avuto modo di continuare a seguire e sostenere le shala di riferimento, partecipando alle lezioni che, anche se in misura ridotta, consentono a chi gestisce uno spazio di coprirne le spese in attesa della riapertura.

Ma al di là di questo, cosa possiamo scegliere online per mantenere viva la motivazione a salire sul tappetino? E ci sono percorsi di crescita o di formazione che, anche online, possono darci qualcosa? In questi mesi ho cercato e studiato l’offerta sul web, e ho fatto una piccola selezione che, a mio parere, può essere di aiuto a tutti coloro che stanno cercando una “guida” o che desiderano portare la loro pratica ad un livello superiore, avvalendosi di questo strumento che non tutti amano ma che, purtroppo, al momento è l’unico disponibile. Ve la presento qui, in attesa come sempre di ricevere il vostro feedback.

Lezioni, seminari e videocorsi: una selezione personale
Martina e Chiara Cova, fotografate da Alessandro Sigismondi

Tengo a sottolineare che, per chi vive quotidianamente lo yoga in una shala locale, non c’è cosa migliore che continuare a seguire il proprio insegnante. Solo chi ci segue da tempo può davvero sapere come indirizzarci nei progressi della pratica. E’ anche vero, però, che se siamo praticanti intermedi/avanzati, in condizioni normali parteciperemmo a qualche workshop nel corso dell’anno, e se siamo insegnanti, sicuramente farebbe parte del nostro percorso iscriversi ad un intensivo. Il primo nome che desidero farvi non sarà una sorpresa. Si tratta di una insegnante con cui lavoro da tempo, e di cui ho moltissima stima: Martina Cova. Martina è una delle praticanti di Ashtanga Yoga più avanzate in Italia, ed è fisioterapista con già molti anni di esperienza sul campo. La sua specializzazione è il trattamento di chi pratica Yoga. Queste due qualità, unite alla sua capacità di trasmettere con un linguaggio semplice e diretto il complesso universo dell’anatomia, rendono i suoi seminari davvero preziosi. Proprio all’alba del primo lockdown, Martina ha sviluppato un videocorso davvero innovativo, Physioyoga Project. Il corso è un work in progress (si è completato il primo trimestre, e sta per partire il secondo modulo), ed ha la meravigliosa caratteristica di non essere live. Si tratta infatti di lezioni registrate, acquistabili e disponibili a vita, in modo tale da consentire al fruitore di poter studiare approfonditamente i diversi argomenti presentati. Le lezioni sono teorico/pratiche, e sono corredate da video aggiuntivi e email informative gratuite su ogni singolo argomento. Dall’articolazione della spalla a quella del ginocchio, dagli inarcamenti alle posizioni di apertura delle anche, Martina ci accompagna nell’approfondimento di ogni singolo distretto anatomico offrendoci spunti teorici e pratici di grandissima utilità. Un percorso che io consiglio vivamente a tutti gli insegnanti, per perfezionare le proprie conoscenze ed avere a disposizione una biblioteca virtuale di grandissimo valore.

Il mio secondo suggerimento riguarda ancora Martina Cova. Insieme alla gemella Chiara, Martina ha all’attivo un altro progetto di formazione molto ricco e interessante: la scholarship Twindharma. Se Martina vanta una preparazione tecnico-anatomica insuperabile, Chiara, insegnante di altrettanto talento e antropologa, ha una conoscenza delle radici e della filosofia dello Yoga molto profonda, non solo grazie alla sua laurea e all’argomento della sua tesi, ma anche grazie ai suoi numerosissimi viaggi in India. La scholarship delle sorelle Cova offre moduli che coprono entrambe queste aree, offrendo ai praticanti strumenti indispensabili all’insegnamento. Una parte dell’offerta si è trasferita, vista la situazione attuale, anche online, e avendo io stessa partecipato a molti dei loro seminari, posso garantire personalmente sulla qualità di quanto viene proposto. Non aspettatevi diplomi o pezzi di carta: a parte il fatto che non sono necessari a decretare un buon insegnante, qui ci si rivolge a chi insegna già, ma si è accorto dopo il solito Teacher’s Training da 200 ore, di sapere poco o nulla.

Il team dell’Hatha Yoga Project: da sin, Daniela Bevilacqua, Jim Mallinson, Jason Birch e Mark Singleton

Per il mio terzo suggerimento è necessaria la conoscenza della lingua inglese. Non di soli asana è fatto lo Yoga, come ben sappiamo, e negli ultimi dieci anni sono davvero moltissime le scoperte che hanno arricchito la conoscenza delle origini della pratica. L’Hatha Yoga Project della SOAS con base a Londra è sicuramente il progetto più interessante e autorevole. Si è concluso nel 2020, e ha dato vita a moltissime pubblicazioni (che, come sapete, sto in parte traducendo e riassumendo per voi) e ad eventi e seminari online di grandissimo rilievo. Tra questi, quelli organizzati da The Luminescent, il blog creato dal ricercatore Jason Birch e sua moglie Jaqueline Hargreaves sono di grande rilevanza per chi fosse interessato ad approfondire la storia di questa disciplina. Argomento utilissimo, tra l’altro, a contestualizzare la pratica e a distinguerla dai “pasticci” o misto fritto new age di cui purtroppo abbonda il web.

Seth Powell, fondatore di Yogic Studies

Un ulteriore strumento (quarto e ultimo suggerimento per ora) per comprendere la filosofia che sottende la nostra pratica è quello che ci viene offerto da Yogic Studies, un altro sito con collegamenti stretti alla SOAS inglese. L’offerta di corsi è davvero ricchissima, e si divide tra lezioni live e lezioni registrate che restano poi a disposizione dell’utente. I corsi offrono anche credits per chi avesse la necessità di mantenere viva la propria certificazione con Yoga Alliance. Ciò che più mi piace di questa offerta è la presenza di studiosi di chiara fama, a partire dal fondatore Seth Powell, dalla mentalità aperta e innovativa. Non solo storia e tradizione, ma anche e soprattutto visione aperta verso il futuro dello Yoga. I costi sono veramente contenuti, e la serietà e preparazione di questi accademici rendono questa spesa un investimento veramente valido – soprattutto se messo a confronto con la superficialità della maggior parte delle formazioni per insegnanti disponibili sul mercato. Seth ha collaborato, finché è stato possibile, anche con Mark Robberds, che lo ha ospitato durante i suoi intensivi. Yogic Studies è a mio parere un progetto da seguire con grande attenzione, soprattutto per la qualità degli insegnanti che mette a disposizione degli studenti.

Sharath Jois

E per quanto riguarda le lezioni online? Come vivere il quotidiano, in un momento in cui la riapertura dei centri Yoga sembra ancora lontana? Non posso che continuare a suggerirvi di continuare a frequentare il vostro insegnante di riferimento, per sostenere la vostra shala locale. Sarà quello il luogo che vi accoglierà quando potremo finalmente tornare a praticare in presenza. Sarà lì che troverete non solo la vostra community, ma anche gli insegnanti famosi che la vostra shala inviterà, per offrirvi spunti nuovi per la pratica. Senza questi luoghi, non avreste incontrato la pratica, e non avreste scoperto i suoi immensi benefici. Continuate a sostenerli. E se praticate Ashtanga Yoga, non perdete l’occasione di praticare sotto la guida di Sharath Jois, che periodicamente, grazie ad alcuni degli insegnanti certificati a lui più vicini, offre una bellissima Led Class seguita da una conferenza. Non lasciatevi intimidire, non è necessario essere acrobati per seguire il conteggio dei Vinyasa di Sharath. E’ sufficiente srotolare il tappetino, e seguire le sue precise indicazioni. Per qualche ora, vi sentirete a Mysore.

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