Il messaggio di Sharath Jois: lo Yoga è dentro di noi

Sharath e Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

Anche oggi traduco e sintetizzo con grande rispetto e piacere la conferenza di Sharath agli studenti che frequentano la Yoga Shala a Mysore.

Oggi in particolar modo mi sento molto vicina a Isabella Nietschke perché il suo post sembra riflettere una situazione che ho affrontato anche io personalmente nel 2002, ovvero un trauma alla schiena che per quasi un anno ha ridotto la mia pratica in modo sensibile. La conferenza di questo sabato era dedicata a due posture che, esattamente come nel caso di Isabella, sono state per me negli ultimi anni una autentica sfida, proprio a causa dell’identico trauma alla schiena che mi accomuna a questa studentessa: una protrusione discale nella zona lombare (anzi nel mio caso ben due). Le asanas in questione sono Sirsasana e Pincha Mayurasana.  Nel mio caso, il trauma subito non è stato causato da una tecnica di esecuzione sbagliata, ma da un forte aggiustamento a cui probabilmente non ero pronta: all’epoca alcuni insegnanti, per emulare Guruji, fornivano aggiustamenti molto invasivi senza prima chiedere se vi fosse un particolare problema fisico (nel mio caso, anni di ginnastica artistica e danza avevano reso la parte lombare della mia colonna vertebrale particolarmente sensibile): vorrei comunque aggiungere che il mio compito come studente sarebbe stato quello di dire “no, grazie” e riconoscere da sola di non essere pronta, ma il mio ego all’epoca bramava per raggiungere la fine della Prima Serie! Il giorno successivo alla pratica ricordo che riuscivo a malapena a stare in piedi e trascinavo la gamba a fatica. Fortunatamente, la fiducia nella pratica mi ha riportato sul tappetino quasi subito e, anche se per un anno la mia flessibilità (che era sempre stata un mio punto di forza) era ridotta a quella di una carrucola arrugginita, piano piano il trauma alla schiena è guarito e anzi, la mia pratica ne è uscita più forte e consapevole (e mi ha convinto ad iscrivermi al mio primo corso per insegnanti con la British Wheel of Yoga, nel 2003). Tuttavia, la memoria del dolore provato è rimasta e per molto tempo ho affrontato le posizioni rovesciate con particolare timore. Ancora oggi le affronto con grande rispetto e attenzione. Il fatto che Sharath abbia sottolineato l’importanza di imparare queste posizioni SEMPRE sotto la supervisione di un insegnante qualificato mi ha fatto sentire dunque in modo particolarmente forte la necessità di tradurre il suo messaggio. Soprattutto se ci si sente instabili in una posizione (e nelle posizioni rovesciate a maggior ragione), è importante evitare di praticarle senza la corretta assistenza. Nella sequenza conclusiva della pratica di Ashtanga e del Vinyasa Yoga, le posizioni rovesciate vengono tenute per circa 20 respirazioni ciascuna. E’ quindi importantissimo che non venga esercitata alcuna pressione sulla testa, per evitare di comprimere le delicate vertebre della colonna. Inoltre, poiché il tempo di tenuta delle posizioni è notevolmente più lungo delle altre, il sangue affluisce alla testa in misura maggiore ed è molto importante uscire da queste asanas con molta calma e altrettanta cura. E’ quindi importante apprendere come scaricare correttamente il peso sugli avambracci (mentre la testa sfiora appena il terreno) quando pratichiamo Sirsasana. La serie di posizioni sulla testa che vengono affrontate nella serie Intermedia dell’Ashtanga Yoga presenta meno problemi da questo punto di vista, poiché le asanas sono tenute solo per cinque respiri. In ogni caso, è di fondamentale importanza affrontarle solo quando l’insegnante ritiene che sia giunto il momento.
Se effettuata correttamente, Sirsasana è una vera e propria medicina: oltre a curare molti problemi respiratori (che causano una scarsa affluenza di sangue alla testa), Sirsasana è di grande utilità per chi soffre di ansia. Se abbiamo poco tempo a disposizione, ricordiamoci che è sufficiente praticare alcuni saluti al sole seguiti dalla sequenza finale di posizioni rovesciate. Ciò che Sharath ha sottolineato durante la sua conferenza, è l’importanza di affrontare gradualmente queste posizioni e la durata che dedichiamo loro durante la pratica. Soprattutto, quando pratichiamo a casa, e a maggior ragione se abbiamo iniziato da poco, dovremmo esercitarci nelle asanas apprese con l’insegnante, e attendere che il nostro corpo sia pronto prima di affrontare nuove posizioni. Sharath ha sottolineato come Guruji gli abbia trasmesso così il metodo, ed ha inoltre suggerito di praticare le posizioni rovesciate preferibilmente al mattino – tradizionalmente, ogni pratica spirituale trae giovamento dalla pratica nelle prime ore del mattino, anche se in occidente purtroppo non sempre questo è possibile!  La pratica yogica rafforza il corpo e rende più stabile la nostra mente. Quando non siamo in salute, avere una mente serena è praticamente impossibile: ecco perché dobbiamo innanzi tutto utilizzare lo yoga per recuperare uno stato fisico ottimale. I giorni successivi alle prime pratiche spesso portano alla luce qualche disturbo: ciò accade perché il nostro corpo si sta disintossicando dai veleni accumulati. Con il tempo e la costanza, ci sentiremo più leggeri. Se si soffre di un problema fisico, è innanzi tutto fondamentale capire se si tratta di una normale rigidità iniziale o di un problema medico che necessita di cure specifiche. Se abbiamo un legamento o un menisco danneggiato, prima di affrontare la pratica dovremmo rivolgerci ad uno specialista per evitare di provocare ulteriori danni. “Non rincorrete le asanas”, ha detto Sharath. Molti sono così trascinati dal fascino di una nuova posizione, da lanciarsi in tentativi sconsiderati senza riflettere se il loro corpo sia pronto. Nello Yoga è fondamentale costruire una solida base, e questa viene solo con il tempo. “Ciò che arriva in fretta, in fretta se ne va”, ha continuato Sharath. E’ necessario coltivare la conoscenza del corpo e dello spirito, e questo è un lavoro che richiede molto tempo. Oggi, ha sostenuto Sharath, molti conseguono certificazioni all’insegnamento in 15 giorni. Certificati che non hanno valore, perché è solo una lunga e costante pratica ad infondere una vera comprensione dello Yoga. Perché se lo scopo della nostra pratica è ottenere un certificato, siamo fuori strada. Chi pratica lo Yoga non ha una strategia. “Quando ho iniziato a praticare – ha aggiunto Sharath – non esistevano le certificazioni, ma solo la pratica. Ed è solo praticando che comprenderemo lo Yoga. Ma è un processo che richiede tempo e duro lavoro – dedizione, devozione, disciplina e determinazione: ci sono molte ‘D’ nello Yoga”. Se vogliamo comprendere cosa sia lo Yoga, dobbiamo essere disciplinati. Tanti sono gli ostacoli alla pratica: la pigrizia, il dubbio, la leggerezza, la falsa attenzione, e se ci manca una solida base, questi ostacoli ci influenzeranno facilmente. La nostra concentrazione verrà a mancare, e svilupperemo paura o depressione. Anche se un po’ di paura male non fa, ha aggiunto Sharath con un sorriso. Con la pratica, con gli anni, la paura svanisce ed impariamo a rilassarci anche nelle asanas più difficili. Il compito dell’insegnante è assicurarsi che lo studente sia pronto e in grado di sostenere una posizione. Diversamente, è come offrire un diamante ad una scimmia: non ne comprenderà il valore, e ci giocherà come se fosse un sassolino. Un autentico Guru aiuterà lo studente a svegliarsi. Sarà disciplinato e severo. Senza disciplina, non è possibile insegnare Yoga. In molti non apprezzeranno questa affermazione, ma lo Yoga non è una conoscenza da regalare senza attenzione.
Non ci sono insegnanti come Sri K. Pattabhi Jois, ha sottolineato Sharath. E’ stato il più grande tra i maestri. Tutti gli studenti per lui avevano lo stesso valore, ed era un uomo privo di ego. “Questo lo ha reso un immenso maestro”. E’ importante mostrare gratitudine e rispetto alla pratica. La conoscenza dello Yoga risiede dentro di noi, ma dobbiamo arrivare a comprenderla, e per questo dobbiamo cercare dentro di noi “Lo Yoga è tutto dentro di noi”, ha concluso Sharath.
Anurag e Guruji
Isabella Nietschke sta ora rientrando a casa, dunque questo è il suo ultimo post in diretta da Mysore. Vorrei ringraziarla per averci trasmesso puntualmente queste note che sono di immensa ispirazione per tutti, insegnanti e studenti di questa meravigliosa pratica chiamata Yoga. Vorrei ringraziare inoltre Anuraag Vassallo, con cui ho avuto anche io l’onore di studiare, per aver postato ogni domenica il link al blog di Isabella, consentendomi di tradurre questi splendidi messaggi.

Bandha Yoga: una traduzione per OM Edizioni

E’ ormai assodato: conoscere l’anatomia è di fondamentale importanza per approfondire la nostra pratica. Ma come insegnare agli studenti, soprattutto a coloro che si avvicinano per la prima volta allo yoga, come attivare (o rilassare) correttamente bandha, muscoli e articolazioni? Molto spesso, chi si avvicina allo yoga non ha alcuna diretta conoscenza anatomica. A volte ci troviamo davanti a studenti che vengono da altre discipline sportive, e hanno un rapporto più fluido con il loro corpo. Ma non è raro che arrivino anche persone che non hanno mai praticato alcuno sport – e di qualsiasi età. Parlare loro di bandha, drishti, o quadricipiti, legamenti crociati, psoas e ischiocrurali rischia di confonderli e di rendere la pratica un percorso ad ostacoli, togliendole quell’aspetto meditativo che è uno dei cardini dello yoga. Come guidare quindi il neofita? Innanzi tutto, utilizzando delle metafore. Per attivare i muscoli della mano sul tappetino, ad esempio, ed evitare di scaricare tutto il peso sui polsi, io suggerisco spesso agli studenti di immaginare che le loro mani siano come stelle marine completamente aderenti alla roccia. Trovo particolarmente utile fornire indicazioni pratiche: per allineare correttamente il ginocchio in Virabhadrasana, ad esempio, ed evitare che scivoli troppo all’interno o all’esterno, suggerisco sempre di abbassare lo sguardo per osservare l’alluce, che dovrebbe sempre apparire parzialmente nel campo visivo. Utilizzo inoltre gli “aggiustamenti” nelle posture per dare maggiore consapevolezza dell’esistenza di un muscolo. A volte è sufficiente appoggiare una mano su un muscolo contratto, ed invitare lo studente a visualizzarne il rilassamento, per aprire una porta di consapevolezza sul corpo. Prima di procedere ad aggiustamenti più vigorosi, mi limito semplicemente ad appoggiare le mani sulla zona da contrarre o distendere, invitando lo studente ad attivare da solo il muscolo, e a visualizzarne l’azione. A quel punto, ne utilizzo il nome anatomico corretto, per creare una memoria sensoriale nello studente. Alla lezione successiva, basterà l’indicazione vocale per risvegliare in lui la sensazione. Infine, cerco di diluire le informazioni – in una posizione relativamente semplice come Tadasana, ad esempio, sono tali e tante le informazioni da rischiare di stordire lo studente se gliele forniamo tutte insieme. Lascio quindi che ad ogni informazione seguano delle respirazioni ad occhi chiusi, per dare il tempo a chi apprende di assaporare i cambiamenti prodotti dalle indicazioni. Soprattutto durante le prime classi, cerco di mantenere il ritmo del vinyasa particolarmente lento, in modo da consentire ai partecipanti di approfondire autonomamente le posizioni, di sentirle in profondità e di memorizzarle. In questo modo, progredendo, il rischio di errori di allineamento sarà notevolmente ridotto e sarà più facile per il neofita progredire in sicurezza. Una maggiore conoscenza del proprio corpo rende la pratica più consapevole. Ciò che conta è ricordare che chi abbiamo davanti sta iniziando un cammino e ha bisogno di essere guidato con pazienza e con chiarezza.
Buona pratica e, per chi volesse approfondire le tematiche anatomiche legate allo Yoga, ecco un link davvero utilissimo: Bandha Yoga  di Ray Long. I suoi libri, pubblicati in italiano da OM Edizioni, sono davvero di grande utilità per insegnanti e studenti. I suoi consigli pratici danno suggerimenti innovativi nell’approccio alle diverse posizioni e sequenze Vinyasa.

Sharath Jois: spunti per la pratica

Sharath e Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

L’incontro settimanale di Sharath Jois con i suoi studenti di Ashtanga a Mysore offre ancora una volta tanti interessanti spunti di riflessione sulla pratica Yogica. Mi permetto dunque di riassumere la trascrizione di Isabella Nitschke evidenziando quelli che a mio parere sono strumenti veramente utili che la pratica Yoga mette a nostra disposizione. L’argomento affrontato ieri da Sharath a Mysore era quanto mai attuale: quali cambiamenti produce la pratica in ognuno di noi? Lo Yoga è un processo interiore, un viaggio di trasformazione individuale. Per essere davvero efficace tuttavia, non può limitarsi alla sola pratica delle asanas (posizioni), ma deve diventare un percorso completo, ciò che nello yoga prende il nome di Sadhana. Le asanas sono uno strumento di rivelazione che ci aiuta ad andare oltre l’ego. Quante volte al giorno ripetiamo la parola “io”? Quante volte ci facciamo prendere la mano dal nostro modo occidentale di guardare alle cose, trasformando anche la pratica dello Yoga in una competizione? Non basta smettere di guardarsi allo specchio (uno dei motivi per cui amo insegnare nelle Yoga Shala autentiche, dove lo specchio non c’è, per consentire ad ognuno di sentire, piuttosto che osservare, se stesso); proviamo a smettere di confrontarci con chi pratica sul tappetino accanto al nostro. La pratica è uno strumento per cambiare se stessi: e se cambiamo noi stessi, anche il mondo ci sembrerà diverso, perché lo guarderemo con un nuovo sguardo. La pratica, insegnandoci ad essere compassionevoli innanzi tutto verso i nostri limiti, ci porta a cambiare le nostre percezioni e il nostro atteggiamento verso gli altri e verso il nostro ambiente – e questo cambiamento influenza in modo positivo il nostro mondo. Essere compassionevoli verso noi stessi, infatti, ci rende con il tempo più ben disposti anche nei confronti dei limiti altrui. E questo dovrebbe essere il primo proposito della nostra pratica, perché lo Yoga non si limita all’ora che trascorriamo nell’ambiente protetto della Yoga Shala. Quando la pratica diventa quotidiana, sul tappetino come nella vita di tutti i giorni, ne possiamo davvero cogliere i benefici: innanzi tutto fisici, perché innegabilmente lo Yoga con il tempo ci regalerà un corpo snello, forte e in salute – la pratica dello yoga dinamico ci aiuta a perdere i chili in eccesso, a diventare più forti e flessibili. Ci renderà radiosi, purificando il nostro corpo grazie alla sua azione sugli organi interni. Renderà la nostra mente lucida e il nostro modo di comunicare più chiaro ed efficace, perché una mente più concentrata ci consentirà di esprimere noi stessi in modo più sereno. Prolungherà la nostra esistenza preservando “Amrita Bindhu”, il nettare della vita custodito, secondo le scritture Yogiche, nella sede corporea del nostro settimo chakra, che grazie alle posizioni rovesciate (eseguite con cura) gli Yogi mantengono nella sua sede originaria più a lungo. Attiverà il nostro “fuoco digestivo”, perché la pratica dinamica delle asanas genera un calore che favorisce la purificazione degli organi grazie alla combinazione tra posizioni e corretta respirazione. E sempre la respirazione yogica purificherà il nostro sistema nervoso. Oggi persino la medicina tradizionale attribuisce finalmente un ruolo importantissimo alla respirazione utilizzata a fini terapeutici: pensiamo quindi quanta saggezza porta con sé lo Yoga attraverso i secoli! Eppure lo Yoga non si ferma al tappetino, anzi. Sul tappetino muoviamo i primi passi attraverso una pratica che connette il corpo al nostro lato più spirituale. Coltivando una mente calma, riusciamo ad ascoltare una voce interiore che ci invita ad eliminare tante inutili distrazioni del quotidiano, e a concentrarci su ciò che davvero è importante.
Suggerisco a tutti gli anglofoni di seguire il bellissimo blog di Isabella Nitschke che ogni settimana trascrive integralmente le conferenze di Sharath. Con profonda gratitudine per i loro insegnamenti, dedico questo post a Sri K. Pattabhi Jois e suo nipote Sharath… Namaste e buona pratica a tutti!

Yoga e anatomia: Ray Long

Negli ultimi anni, si leggono sempre più spesso libri, blog, articoli dedicati all’anatomia delle posizioni Yoga. Io stessa, traduttrice con un lungo percorso come insegnante Yoga, sono impegnata proprio in questi giorni nella traduzione di un libro di Ray Long (medico ed insegnante di Yoga) a mio parere particolarmente utile che sarà a breve pubblicato in italiano da OM Edizioni. Su molte pagine facebook dedicate in particolare ad Ashtanga e Vinyasa Yoga i lettori si sono spesso chiesti per quale motivo l’anatomia degli asana sia diventata predominante sul web e nelle classi, e se questo non rischi di togliere allo Yoga parte della sua spiritualità. Personalmente ritengo che, di questi tempi, una profonda conoscenza dell’anatomia del corpo umano sia un requisito fondamentale per chi si appresti ad insegnare Yoga, ed una discreta conoscenza sia comunque importantissima anche per chi semplicemente desidera portare avanti una pratica individuale. Questo per diverse ragioni. La prima ragione è che, soprattutto in occidente, chi si avvicina allo Yoga lo fa molto spesso per motivi legati al corpo, alla ricerca di tonicità, flessibilità, di recupero delle funzionalità in seguito ad incidenti o traumi. E’ quindi molto importante che chi guida gli studenti attraverso le asanas sappia su cosa sta lavorando, non solo per attivare correttamente muscoli, legamenti e articolazioni, ma anche per dare beneficio agli organi interni che vengono stimolati nelle diverse posizioni.

La seconda ragione, e riguarda soprattutto chi pratica individualmente, è che, diversamente da quanto avviene in India, non tutti gli studenti di Yoga hanno la possibilità di accedere con costanza e quotidianamente alla guida di un insegnante. Dunque anche da soli una conoscenza anatomica è di grande aiuto nell’approfondire le diverse asanas e sequenze. Quando si pratica con un insegnante di “lungo corso” si ha la fortuna di imparare sotto una guida esperta. Gli asana dello Yoga non sono semplici posizioni ma vere e proprie porte che, se attraversate consapevolmente, non solo garantiscono con il tempo un profondo benessere fisico, ma anche risvegliano in ognuno di noi sensazioni psicologiche importanti, aiutandoci a rimuovere “blocchi” o affrontare ansie e paure. L’anatomia applicata allo Yoga è inoltre illuminante per la parte più spirituale dello Yoga, perché ci insegna a vedere il nostro corpo come un veicolo che la nostra anima può abitare in modo più o meno confortevole. Una delle citazioni di B.K.S. Iyengar da me preferite recita: “Il corpo è il mio tempio, e le asanas sono le mie preghiere”. Un tempio che attraverso la conoscenza anatomica possiamo costruire su basi solide, e preghiere che possono diventare tanto più musicali quando sono “recitate” correttamente.

L’importanza del metodo

Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

Tra i post dedicati allo Yoga che leggo settimanalmente, trovo sempre grande motivo di ispirazione nelle note tratte dalle conferenze di Sharath Jois con gli studenti di Ashtanga che visitano la sua famosissima shala a Mysore. Sharath, come tutti sanno, è il nipote del grande Sri Pattabhi Jois, creatore del sistema Ashtanga Yoga a cui tutti noi praticanti dobbiamo moltissimo. Tra le belle abitudini di Guruji, c’era quella di tenere incontri con gli studenti che viaggiavano da tutto il mondo per praticare con lui, per chiarire dubbi sul metodo, sulla pratica, o approfondirne alcuni aspetti. Nel pieno rispetto della tradizione, Sharath oggi tiene queste ormai affollatissime conferenze e alcuni studenti hanno la gentilezza di postarne un sunto sui loro blog. L’ultimo post faceva riferimento all’importanza di seguire un metodo, e ho trovato questo concetto particolarmente illuminante per molti aspetti. Nella nostra cultura, nelle nostre città, siamo soggetti quotidianamente ad un bombardamento di informazioni e stimoli di ogni tipo. L’offerta è tale e tanta, da portarci a voler provare e seguire mille corsi, mille attività, senza però approfondirne nessuna. Cominciamo a praticare Yoga, poi veniamo attratti dal Karate, dal Krav Maga, dalla danza hip hop, dal Tai Chi. Iniziamo mille corsi, tocchiamo superficialmente ogni cosa, e non lasciamo il tempo ad una pratica di sedimentare dentro di noi, a livello fisico ed energetico, perdendone i benefici più profondi. Nello specifico, ovviamente, Sharath si riferiva allo splendido sistema dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Penso che, in questa sede, possiamo allargare questo concetto all’esplorazione di tutto lo Yoga, ma soprattutto possiamo spingere questa idea alla necessità di imparare a coltivare la costanza, non solo nella pratica ma in tutto ciò che facciamo. Nello Yoga, classe dopo classe, il nostro corpo si apre a nuove possibilità. Sequenza dopo sequenza, con calma e pazienza impariamo a riconoscere nelle nostre rigidità fisiche i “blocchi” psicologici che ci piacerebbe superare. Per questo è importante seguire con costanza questo cammino: per dar modo al sistema Yoga di rivelarci tutto il suo immenso potenziale. Chi pensa di trovare, dopo due lezioni, la pace mentale o la massima flessibilità sarà presto deluso. Anzi, le prime lezioni saranno proprio quelle che ci riveleranno l’instabilità della nostra mente e i limiti del nostro corpo. Per questo è importante scegliere il metodo Yoga (o altro, se quella è la nostra strada) e seguirlo con costanza, pazienza e curiosità. Solo attraverso la pratica costante lo Yoga ci rivela la sua vera essenza. Spesso ci sentiremo frustrati, impazienti; ma molto più spesso ci sentiremo felici, increduli davanti al benessere che sentiremo nascere in noi. Ringrazio Sharath per l’ispirazione che riesce sempre ad infondere negli studenti con le sue parole, Isabella Nitschke per aver riassunto e condiviso il suo pensiero, e Anurag Vassallo per i puntuali aggiornamenti a noi studenti attraverso la sua pagina facebook. Grazie a tutti voi per aver ispirato questo mio post. Vi aspetto sul tappetino.

Namaste!

Il tempo per praticare

(Nota del 6 aprile 2017: Scrissi questo post sul tempo per praticare, dedicandolo all’apertura di una shala in cui credevo molto. Purtroppo non sempre chi insegna yoga è infallibile, e non trovai un accordo con la persona con cui avevo intrapreso questa avventura. Resta il ricordo di un momento in cui credevo di aver trovato una casa per la mia pratica. Il tempo mi ha insegnato che la casa è ovunque si stenda il proprio tappetino).
Ricordo che una delle prime cose che mi affascinò dello Yoga fu il concetto di self-practice, ovvero la pratica individuale, da svolgere da soli, oppure, come nella tradizione Mysore, in una shala, sotto l’occhio vigile di un maestro pronto ad assistermi nelle posizioni più difficili e ad offrirmi nuove asanas man mano che la mia pratica migliorava.
Ritengo ancora oggi che uno dei regali più autentici dello Yoga sia quello di fornire, con il tempo, gli strumenti per praticare da soli e aumentare la consapevolezza che abbiamo del nostro corpo – capire come e perché reagiamo a determinate posizioni, quali sono i nostri punti di forza e quale il nostro “tallone d’Achille”, come la mente possa essere nostra alleata nel portarci oltre i nostri limiti fisici, o a volte metterci i bastoni tra le ruote. Confrontarsi ogni giorno con il tappetino è un viaggio interiore che non finisce mai. Notiamo con il passare del tempo come il nostro piano fisico sia sensibile alle emozioni, alle stagioni, alle fluttuazioni della mente e del cuore. E al tempo stesso, impariamo a trovare uno spazio in cui l’appuntamento con se stessi diventa non solo l’occasione per mantenerci sani e in forma – perché sì, le asanas e le sequenze Vinyasa sono vere e proprie medicine, e con gli anni di pratica questo diventa assolutamente evidente – ma anche il momento in cui raccogliamo le idee, abbandoniamo la frenesia del quotidiano e torniamo ad essere al di fuori delle leggi temporali. Il focus del mese per chi pratica Jivamukti Yoga è proprio il “tempo”. Siamo sempre più schiavi di un concetto che, a ben guardare, è sfuggente e indefinito. Trovare tempo per noi stessi sembra impossibile eppure sappiamo bene di trascorrere molte ore in attività inutili: social networks, televisione, giochi elettronici, smartphones. A volte è importante “disconnettersi” e scoprire una dimensione più autentica del tempo. Una Yoga Shala è anche questo: un luogo in cui scollegare le nostre connessioni virtuali, e riscoprire il contatto con il nostro corpo, abitarlo con maggiore consapevolezza. Quante volte ci è capitato, durante la pratica Yoga, di sentire il tempo dilatarsi? Un’ora sembra improvvisamente lunghissima, perché piena di eventi corporei e mentali.