Non di soli asana…

E’ innegabile che gli asana siano da sempre l’immagine più immediatamente riconoscibile dello Yoga, soprattutto in occidente. Soprattutto per chi pratica Ashtanga e Vinyasa Yoga, gli asana, che sono una vera e propria meditazione in movimento, diventano a volte centrali nella pratica. Sappiamo tutti che il loro scopo è purificare il corpo ed allenarlo a mantenere per periodi prolungati una posizione seduta adatta alla pratica della meditazione, ma molto spesso tutti noi (me compresa!) rimaniamo “caught in the act”, affascinati dalla loro bellezza, dai loro effetti tonificanti, dalla loro capacità di rendere il nostro corpo forte e flessibile, e dagli effetti “anti-age” che la pratica fisica è in grado di regalarci.
Ma cosa fare quando il corpo resta vittima di uno dei tanti, possibili “impasse” della nostra vita? Senza asana, cosa possiamo fare?
E’ impensabile aspettarsi che, ogni giorno, il nostro corpo risponda come la nostra mente desidera e riesca a trasportarci con fluidità attraverso sequenze che solo ieri ci sembravano facilissime. Tanti sono i fattori che ci influenzano: malanni stagionali, incidenti, il passare del tempo, stress emotivi. Chi pratica ogni giorno sa come ogni singolo fattore incida in modo più o meno significativo sulla pratica delle asana. Eppure proprio in questi momenti “no” lo yoga ci viene in aiuto, con tutti gli altri magnifici aspetti di questa pratica. Uno fra tutti, il respiro: anche il pranayama più semplice può aiutarci a superare stress importanti o anche un semplice raffreddore. Per non parlare della meditazione, e soprattutto dei rami più spirituali della pratica (yama, niyama etc.) senza i quali salire sul tappetino diventa addirittura inutile, e riduce la pratica ad un mero esercizio fisico. Suggerisco sempre a chi pratica di non farsi scoraggiare dagli inevitabili stop del quotidiano. La pratica non è solo fisica, anzi: la pratica è salire sul tappetino sempre, ascoltarsi, fare ciò che è possibile fare (anche solo respirare, anche solo condividere l’energia degli altri presenti in sala) in quel momento. La pratica è essere nel momento presente, accoglierne le caratteristiche, osservarlo senza giudicarlo e soprattutto senza giudicare noi stessi. Non salite sul tappetino con spirito competitivo, né verso voi stessi, né verso il vostro vicino. Saliteci con predisposizione all’ascolto e all’amore verso sé stessi e gli altri. Saliteci dedicando ciò che potete fare quel giorno (anche solo un ciclo di pranayama, anche solo qualche minuto di meditazione) alla gratitudine. Questo è il meraviglioso regalo dello yoga, quello che nessuno potrà mai toglierci. E quando siamo in silenzioso ascolto di noi stessi, cose meravigliose accadono, dentro e fuori di noi.
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