Il dolore nello Yoga è veramente necessario? La parola a Gregor Maehle

Torno a tradurre le illuminanti parole di Gregor Maehle, insegnante di Ashtanga Yoga, titolare del blog ChintamaniYoga e autore di numerosi libri. L’argomento del dolore è attuale oltre che fondamentale nell’affrontare in modo corretto una pratica yoga che sia sostenibile. Sri K. Pattabhi Jois diceva che lo Yoga è una pratica che dura tutta la vita, e per essere tale è importante comprendere quali sono i limiti accettabili nell’affrontare le asana, che sono una parte fondamentale nella pratica.
“Mi è stato chiesto se sia necessario accettare di provare dolore durante l’esecuzione delle asana. Quando il fastidio diventa dolore, è possibile bilanciarlo con i rami più elevati dello yoga, o dovremmo semplicemente cercare di evitarlo a tutti i costi? ” In molti pensano ancora che le asana debbano necessariamente provocare dolore. Di regola tuttavia, le posizioni yoga NON dovrebbero essere dolorose, come gli stessi antichi maestri hanno più volte sottolineato. Patanjali afferma negli Yoga Sutra, “heyam duhkham anagatam,” (“le nuove sofferenze devono essere evitate”, Yoga Sutra II.16).  E la spiegazione di questa affermazione è semplice: qualsiasi esperienza noi abbiamo forma un’impronta nel subconscio (samskara). Ognuna di queste impronte, qualsiasi sia il suo contenuto, tende a ripetersi.
Questo significa che se noi pratichiamo frequentemente asana che ci provocano dolore, tenderemo a creare altro dolore nelle nostre asana in futuro. Il detto “Nessun dolore, nessun risultato” può avere una sua valenza in alcune aree della nostra esistenza, ma applicato alle asana diventa distruttivo. Oltre a provocare danni ai tessuti corporei, rischiamo, portando il dolore come impronta nel nostro subconscio, di aumentare le nostre preoccupazioni relative al dolore e al corpo. Tutte le sensazioni fisiche intense tendono ad aumentare inoltre la nostra identificazione con il corpo, mentre l’obiettivo dello yoga è di liberarci da questa identificazione. Il suo obiettivo è di perfezionare il nostro corpo in modo da trasformarlo in un veicolo capace e affidabile nella nostra strada verso la liberazione. Dobbiamo pensare al nostro corpo come alla nostra automobile: meglio la trattiamo, migliori saranno le sue prestazioni. Dobbiamo portarla regolarmente a fare il tagliando, mantenere in equilibrio il livello dei fludi, e correggere la pressione delle gomme. Trattare il nostro corpo con rispetto NON significa identificarsi con esso.  Se ci identifichiamo con il nostro corpo, esso diventa un ostacolo alla nostra evoluzione spirituale, invece che un veicolo verso la liberazione. Al momento della nostra morte, questo concetto diventa chiarissimo. La morte è uno dei momenti chiave della nostra evoluzione spirituale. Se non impariamo a distaccarci dal corpo, la morte non ci eleverà, anzi: questo momento potenzialmente potentissimo per la nostra evoluzione spirituale si trasformerà in una esperienza dolorosa.
Un’altra “ordinanza restrittiva” nei confronti del dolore è evidente nelle Bhagavad Gita. L’Essere Supremo, in guisa di Lord Krishna, critica chi tortura il proprio corpo (Bhagavad Gita XVII.5–6). Egli, come l’essere autentico dell’intero mondo, vive anche all’interno dei nostri cuori e dei nostri corpi. Chi causa dolore al proprio corpo sconsacra la dimora del proprio Essere Supremo. Questa è la nozione che porta al concetto di corpo come Tempio del Divino. Dobbiamo trattare i nostri corpi come le dimore dell’Essere Supremo.
Esistono tre tipi di sgradevole sensazione fisica durante la pratica delle asana. Esse sono (1) disagio creativo, (2) dolore non necessario, e (3) dolore necessario o karmico.
DISAGIO CREATIVO
Nelle asana, è importante riconoscere la differenza tra dolore e disagio. Quando allunghiamo un muscolo o teniamo una posizione complessa, un certo livello di disagio è necessariamente implicito. Questo disagio proviene dall’allungamento del muscolo o dall’esercizio della forza, entrambi obiettivi della pratica fisica. Possiamo quindi affermare, in questo caso, “Nessun disagio, nessun risultato” (le posizioni tenute per lunghi periodi per effettuare il pranayama e la meditazione sono però un’eccezione a questa regola, dal momento che devono essere assolutamente comode). Se il disagio attraversa la linea del dolore, tuttavia, rischiamo di infortunarci, e questo è particolarmente vero se avvertiamo dolore in un’articolazione, legamento o tendine. Quando e se avvertiamo dolore, dobbiamo fare un passo indietro o modificare la postura, lavorare con maggior precisione per tornare nell’area del disagio. La conoscenza anatomica può guidarci lungo questo percorso.
I praticanti dovrebbero analizzare le posizione e correggere continuamente la loro prestazione fino al raggiungimento della totale consapevolezza corporea. Quando questo avviene, quasi non avvertiamo più la presenza del corpo. Sembra un paradosso, ma solitamente noi “sentiamo” il nostro corpo solo quando qualcosa non va. L’assenza di feedback negativo significa che siamo sulla strada giusta. Quando il corpo è allineato correttamente, proviamo una sensazione di quiete e stabilità, e di vibrante leggerezza. La mente diventa luminosa, serena e libera da ambizioni e tendenze egoiche. Questo è ciò che cerchiamo, lo stato che può condurci alla meditazione. Quando raggiungiamo questa qualità in una posizione, quella posizione diventa una piattaforma per i rami più elevati dello yoga.
Non ha senso attendere che questo stato arrivi improvvisamente e miracolosamente attraverso la ripetizione errata di una o più asana. Da un’azione errata non otteremo un risultato corretto. Le posizioni errate ci condurranno ad altre future posizioni errate.
DOLORE NON NECESSARIO
Qualsiasi forma di dolore in articolazioni, legamenti e tendini, all’origine e all’inserzione di un muscolo è molto probabilmente una forma di dolore non necessario. Questo tipo di dolore è la causa della maggior parte del dolore che avvertiamo nell’esecuzione delle asana, ed è assolutamente evitabile e quasi sempre provocato da una tecnica di esecuzione errata. Può sembrare un’affermazione azzardata, ma questo tipo di dolore può essere facilemente riconosciuto perché scompare quando l’allineamento posturale è analizzato e corretto. Per questo motivo, dovremmo sempre ritenere che il dolore che si manifesta durante l’esecuzione di un’asana cade sempre all’interno della categoria del dolore non necessario. Questo dolore deve essere evitato applicando alle posizioni lo strumento dell’analisi anatomica. Se persistiamo nell’infliggere dolore non necessario al nostro corpo durante la pratica, stiamo rinforzando una tendenza negativa – verso l’auto-tortura, il perfezionismo, l’egotismo – invece che adoperarci per eliminarla.
IL DOLORE NECESSARIO O KARMICO 
Per il praticante occidentale è più complesso comprendere questa forma di dolore, che coinvolge il concetto di karma. Attraverso le nostre passate azioni, parole e pensieri, abbiamo dato forma a ciò che siamo oggi, compreso (secondo Patanjali) la nostra tipologia corporea, la durata della nostra vita e la forma che avrà la nostra dipartita. Quando Patanjali afferma che dovremmo evitare il dolore nel futuro, non elabora il concetto di dolore passato. Il dolore passato, in questo contesto, è il dolore che abbiamo creato attraverso le nostre azioni passate. Possiamo incontrarlo ora o in futuro. Non possiamo cambiare le nostre azioni passate. Una volta sparsi i semi delle nostre azioni, non possiamo intercettare il karma che ne sarà associato, e il dolore che deriva da queste dovrà essere sopportato – non a denti stretti, ma con accettazione e compassione. Se lo accetteremo, ci purificherà a livello karmico, “bruciando” il vecchio karma associato a quella specifica sofferenza.
Ci capita nella vita di dover attraversare momenti in cui dobbiamo “lasciare andare” qualcosa o qualcuno, e questi momenti sono accompagnati da sensazioni dolorose. Il lutto è un esempio di questo processo. Nessuno può mettere in dubbio che durante un lutto per la perdita di una persona cara, la lunga sofferenza ci insegna ad accettare la necessità di “lasciare andare”. Sono processi che si concludono solo se li accettiamo e li accogliamo consciamente.
Il dolore karmico nelle asana è un dolore che non può essere rimosso attraverso l’analisi anatomica o l’attenzione al dettaglio. Se abbiamo fatto tutto il possibile per correggere la posizone e proviamo ancora dolore, potremmo trovarci di fronte ad una sofferenza karmica. E’ molto gravoso per un praticante sapere di aver fatto tutto il possibile, e provare nonostante questo ancora sofferenza. Molti a questo punto smettono di praticare perché ritengono di aver subito un torto. Se continuiamo a praticare, tuttavia, alimentiamo il tapas, ovvero l’abilità di praticare nonostante le avversità. Se rifiutiamo di affrontare la sofferenza karmica ma semplicemente la sopportiamo, provochiamo una stagnazione nella nostra pratica.
In questo ambito, lo Yoga è simile ad un matrimonio. Quando ci sposiamo, ci impegnamo a restare con il nostro partner nella buona e nella cattiva sorte. La pratica delle asana richiede questo stesso impegno. Tuttavia, deve essere un impegno intelligente. Dobbiamo essere in grado di identificare con chiarezza se la sofferenza è il risultato di una tecnica di esecuzione errata o se arriva da demeriti accumulati in passato. Possiamo riuscirci cercando di eseguire le asana con grande attenzione e quindi comprendere se la sofferenza che proviamo è decisamente inevitabile.
Gregor Maehle
Una nota di cautela: Se non identifichiamo correttamente il tipo di sofferenza che proviamo, rischiamo di peggiorare le cose. Ancora una volta, devo sottolineare che il dolore durante la pratica delle asana NON è necessario ed è causato da tecniche errate. Non accettate mai il vostro dolore come se fosse di origine karmica senza aver prima eliminato senza ombra di dubbio che la causa sia tecnica e/o legata all’allineamento. Questo è un punto fondamentale e sottolinea l’importanza dell’analisi anatomica. Se la nostra comprensione dei principi anatomici legati al corpo e alle asana è solida, siamo in grado di capire se abbiamo fatto tutto il possibile per evitare sofferenza. La conoscenza anatomica deve essere utilizzata per capire se la nostra sofferenza è – o non è – di origine karmica.
Le istruzioni che ho fornito nei paragrafi precedenti possono purtroppo essere fraintese. Spesso gli studenti sono felici di credere che la loro sofferenza sia necessaria, perché in questo modo non devono assumersi la responsabilità di cambiare il loro approccio alle asana. Per identificare correttamente la tipologia di dolore che proviamo, dobbiamo consultare un istruttore di yoga qualificato e preparato soprattutto nell’ambito dell’anatomia e dell’allineamento corporeo. Queste indicazioni non sono in alcun modo da fraintendersi come consulenza medica. Il dolore fisico costante richiede SEMPRE che il praticante consulti in prima istanza un medico.” Gregor Maehle
Tratto dal libro di Gregor Maehle del 2009 ASHTANGA YOGA — THE INTERMEDIATE SERIES.
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