Una pratica sostenibile

E’ innegabile che in Kali Yuga l’enfasi sugli aspetti superficiali di qualsiasi pratica Yoga finiscano per “rubare la scena” alla parte più spirituale che, non dobbiamo dimenticarlo, fino a pochi decenni fa era predominante. Da ragazza, ricordo che il solo nominare la parola Yoga portava alla mente immagini di personaggi seduti nella posizione del loto a meditare: l’idea che lo Yoga potesse includere aspetti atletici era lontana mille miglia dalle nostre  (e dalla mia!) menti. Mi sono avvicinata allo Yoga vent’anni fa con un battesimo del fuoco: un seminario di Ashtanga Yoga tenuto da Hamish Hendry a Londra, dove vivevo. Allora gli insegnanti europei certificati da Sri K. Pattabhi Jois erano una manciata, e ricordo ancora che TriYoga (uno dei centri Yoga più noti di Londra) aveva avuto reclami dal vicinato perché la respirazione Ujjayi degli studenti risuonava così forte nel cortile da preoccupare gli inquilini! Certo oggi, grazie anche alla incredibile velocità di comunicazione dei social networks, è evidente a tutti che lo Yoga include una componente fisica importante, soprattutto se pratichiamo le sue forme più dinamiche (Ashtanga, Jivamukti, Vinyasa, Anusara, Integral, etc.). Ed è altrettanto probabile che, in molti casi, ci si identifichi con la pratica di alcune asana o sequenze, dimenticando che ogni giorno il nostro corpo cambia, si evolve, attraversa cicli di energia molto diversi e dipendenti da mille fattori (stress improvvisi, alimentazione, situazioni lavorative particolarmente difficili, gravidanze e così via). Diventa molto importante quindi imparare ad attuare anche un processo di disidentificazione non tanto dalla pratica fisica, che anzi deve accompagnarci tutta la vita, ma dalla “performance”. Credo che uno dei concetti più complessi da trasmettere oggi, quando si insegna, sia proprio quello di una pratica NON competitiva. Una pratica quindi mirata non tanto al raggiungimento di determinate asana o di una determinata “perfezione” di quell’asana, né a ciò che fa il vicino di tappetino, bensì all’ottenimento di un’asana (e conseguentemente di una sequenza) “perfetta” per il nostro livello di energia, per la nostra età, per lo stato di salute del nostro corpo in quel preciso momento. E’ sicuramente importante progredire anche fisicamente, e i risultati delle sequenze Yoga diventano con il tempo evidenti non solo sull’apparato muscolo-scheletrico ma anche sugli organi interni: ma questo progresso deve essere individuale, e non l’inseguimento di un’immagine esterna, magari scoperta su un social network o su un video youtube. Io stessa sono stata, soprattutto all’inizio della mia pratica, “vittima” di questa trappola dell’ego. Volevo a tutti i costi raggiungere certe asana, forzando il mio corpo oltre limiti per cui non era ancora preparato. In questo, lo Yoga sa essere un maestro anche assai severo: dopo una serie di infortuni ho capito che il processo era interno, non esterno, e automaticamente, slegandomi dall’idea tutta occidentale del raggiungimento di un obiettivo, tante asana e sequenze sono magicamente arrivate, quasi senza sforzo. Proprio come quando si smette di aspettare un autobus in perenne ritardo, e lo si vede sbucare dall’angolo della strada.
Tutto questo per suggerire a chi pratica da poco di non rincorrere risultati impossibili, non crearsi aspettative inadeguate, ma piuttosto cercare una pratica sostenibile: ovvero una pratica che sia piacevole, che ci faccia venire voglia di salire sul tappetino ogni giorno, nella certezza che quando ne scenderemo saremo carichi di energia e non stremati come dopo una maratona. Lo Yoga ha di meraviglioso proprio questo: praticando, ci mettiamo in ascolto del nostro corpo e impariamo a conoscerlo. La mente non diventa più un “controllore spietato” ma, finalmente, uno strumento di comprensione. La fusione tra questi due meravigliosi veicoli che ci accompagnano nel nostro viaggio terrestre è il regalo più bello della pratica. Quando ci sentiamo stanchi, stressati, quando stiamo attraversando una fase di trasformazione (gravidanza, menopausa, il recupero dopo un infortunio) parliamone con il nostro insegnante, chiediamogli un consiglio per adattare la nostra pratica al momento che stiamo attraversando. Pensiamo sempre a lungo termine, a costruire passo dopo passo la nostra forza e la nostra flessibilità. Ricordiamo che le tensioni accumulate fino ad oggi sono il prodotto di anni e non sono risolvibili in poche lezioni. Impariamo a trattarci con amore e con rispetto. E soprattutto, rendiamo il nostro rapporto con chi ci trasmette lo Yoga un dialogo attivo: chiediamo, sempre, per imparare a camminare a lungo su questo meraviglioso percorso. Buona pratica!
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