Praticare, per dare un posto a sé stessi

Ogni tanto mi piace aprire a caso un libro. Oggi, a casa di un’amica (grazie Giò), ho aperto un libro che parla di ordine: dare ordine alle cose, per dare ordine a se stessi: “Il magico potere del riordino”, di Marie Kondo, autrice giapponese. Pare che sia un best seller: io non l’ho ancora letto – anche se mi propongo di farlo – ma la frase che mi è capitata sotto gli occhi diceva più o meno che le cose che hanno un posto assegnato e definitivo, hanno una maggiore influenza proprio perché possono essere sempre ritrovate. Mi sono chiesta se questo concetto di ordine potesse essere applicato in qualche modo anche a noi stessi: come ritrovare se stessi, sempre, quale posto dare al nostro Sé (e non al nostro ego) per potervi trovare rifugio quando ne abbiamo bisogno? Soprattutto chi non ha una dimora fissa, o chi viaggia molto, per lavoro o motivi personali, può fare fatica a recuperare il proprio “centro”, il proprio “ordine” nei momenti difficili.
Personalmente, penso che la pratica Yoga possa rappresentare quel “luogo” interiore in cui ritrovarsi sempre. Il nostro tappetino, le geometrie mistiche che disegniamo con le nostre asana, sono la metafora del “posto assegnato” che possiamo dare a noi stessi nel mondo. E’ un’altra delle grandi “magie” della pratica Yoga, quella di non essere semplicemente un’azione, qualcosa che “facciamo”, ma anche un vero e proprio luogo interiore – il tappetino (e il nostro corpo) diventano il posto in cui il nostro Sé più autentico può manifestarsi, sempre.
Vorrei incoraggiare tutti coloro che stanno attraversando un momento personale di instabilità a fare questo tentativo. Senza imporsi una pratica particolarmente difficile o intensa: semplicemente, srotolate il vostro tappetino e saliteci sopra. Potete praticare una sequenza completa, qualche asana o anche solo restare seduti a meditare qualche minuto. Senza porsi alcuna aspettativa, rimanendo in ascolto. Avendo cambiato casa ben 28 volte nella mia vita, e avendo viaggiato moltissimo per lavoro, ho sperimentato questa tecnica quotidianamente. Con il tempo, la pratica Yoga è diventata la mia casa interiore: il luogo in cui, anche quando ero in “nessun luogo”, riuscivo a ritrovare quel Sé che mi faceva sentire che la solitudine, la sensazione di essere sradicati, non esistono, sono solo percezioni negative dell’ego. Nel momento in cui saliamo sul tappetino, il nostro respiro entra in sintonia con quello di milioni di altri praticanti in tutto il mondo, che condividono la nostra stessa consapevolezza: quella di far parte di un Tutto organico, che si muove all’unisono in una melodia meravigliosa.
Quando ci sentiamo persi, la pratica diventa il luogo in cui ritrovarsi, in cui “mettere ordine” dentro noi stessi, ripulire il nostro corpo fisico ed emotivo dalle tensioni, ritrovare la sintonia con il mondo che ci circonda e con gli altri esseri viventi.
Ecco, forse la pratica Yoga è un modo per dare un posto a se stessi, anche quando un posto vero e proprio non lo abbiamo. Per questo è importante ricordare proprio chi sta attraversando periodi di difficoltà di fare un salto sul proprio tappetino!

Ishvara Pranidana: il significato di lasciar andare

Su facebook oggi ho seguito una conversazione in cui è comparsa la definizione in sanscrito Ishvara Pranidhana. Come ogni cosa in sanscrito, l’interpretazione è fondamentale ed è per questo che, ancora una volta, ho attinto al sito Jivamukti Yoga per comprendere meglio il senso di una frase che può semplicisticamente essere tradotta come “arrendersi al divino”. Vediamo cosa suggeriscono Sharon Gannon e David Life al riguardo, in questo bellissimo post scritto da Sofi Dillof.

Yoga Sutra I,23
“La parola Yoga può essere utilizzata in due modi: come sostantivo, o come verbo. Nel primo caso, Yoga è riferito allo stato naturale del nostro essere, in cui non ci identifichiamo più con il corpo e con la mente, ma riconosciamo in noi stessi la forza vitale infinita e comune a tutti gli esseri viventi e ad ogni aspetto dell’universo. E’ sinonimo dello stato di Illuminazione, Samadhi, o Realizzazione Divina. Nel suo secondo utilizzo, come verbo, la parola Yoga si riferisce a quelle pratiche che ci consentono di raggiungere questo stato illuminato della coscienza. Dal cuore generoso e illuminato di Patanjali, il grande saggio e Maestro dello Yoga, sono nati gli Yoga Sutra che espongono non solo lo stato di grazia dello Yoga, ma anche le potenti pratiche che possiamo utilizzare per raggiungere questo stato durante la nostra esistenza.
Negli Yoga Sutra (1.23), Patanjali ci informa che esiste un metodo per raggiungere lo stato dello Yoga: è la pratica di Ishvara Pranidhana. Ishvara è un termine sanscrito che può essere tradotto come “supremo”, o “Dio”. Pranidhana significa dedicare, essere devoti, o arrendersi. La pratica di Ishvara Pranidhana, quindi, significa che se siamo capaci di arrendere completamente  la nostra identità egoica e individualista a Dio (o al nostro essere supremo), possiamo essere tutt’uno con il Divino. Se siamo in grado di dedicare le nostre vite a servire il Divino che abita tutti gli esseri viventi, umani e non, riusciremo ad andare oltre qualsiasi sentimento di separazione. Se possiamo affermare senza riserve: “Ti dono me stesso, il mio corpo, la mia mente e il mio cuore, fa di me ciò che meglio credi”, allora saremo liberi da stress, ansia, dubbi, e karma negativi che nascono dalla nostra dipendenza dall’ego, che determina quali azioni intraprendiamo nella nostra vita. Ishvara Pranidhana ci soccorre nel curare le afflizioni della mente che causano dolore e sofferenza, poiché il suo scopo è dirigere la nostra energia oltre i desideri egoistici e i drammi personali, e verso la ricerca dell’essere Uno. Questa pratica è così importante e potente, che Patanjali ci da’ le istruzioni necessarie a praticarla in quattro diverse occasioni negli Yoga Sutra. E sebbene questo sia il metodo più semplice e diretto per ottenere lo stato dello Yoga, non è una pratica facile, e per molti è un’opzione difficile da considerare.
Nella nostra moderna cultura occidentale, in cui prevalgono sentimenti di separazione e disconnessione, spesso ci facciamo vanto di essere forti e di dominare gli altri. Siamo abituati a lasciare campo libero al nostro ego, che ci illude a volte di poter controllare l’universo. Per questo, l’idea di arrendersi viene considerata come qualcosa di negativo, perché implica una sorta di debolezza, o di sconfitta. Un esercito, ad esempio, può arrendersi alle forze nemiche, concedendo all’altro la vittoria. Nello Yoga, tuttavia, avviene il contrario. La vittoria si ottiene nell’arrendere consapevolmente la limitata idea di ciò che siamo (il nostro nome, il nostro lavoro, i nostri problemi, etc.) per creare lo spazio necessario a sentire l’autentica natura del Sé, che è fatta di gioia, illimitata e senza confini. E’ come cedere un granello di sabbia, per ricevere in cambio l’intero universo. E sebbene la pratica di Ishvara Pranidhana richieda grande autodisciplina, fiducia e fede, è assai più faticoso restare attaccati alla piccolezza dell’ego che arrendersi alla grandezza del Sé.
Patanjali
Ishvara Pranidhana può essere praticato in molti modi all’interno di una classe di Yoga, aiutando chi pratica a coltivare la propria capacità di lasciare andare. Se offriamo continuamente i nostri sforzi e i nostri risultati a qualcosa di più elevato del guadagno personale, possiamo mantenere ishvara (la nostra forma personale di Dio) ben presente nelle nostre menti. Se abbandoniamo giudizio e critica, e seguiamo le istruzioni che ci vengono impartite durante la lezione, possiamo apprendere molto. In ogni flessione in avanti, possiamo vedere un inchino al Divino, in qualsiasi forma abbia per noi significato, e con ogni backbend possiamo offrire il nostro cuore, per portare in noi la volontà dell’universo in ogni nostra azione e parola.
Da oggi, non buttiamo via nemmeno un minuto della nostra vita sprecandolo in piccolezze, gelosie, avidità e false idee di superiorità. Contempliamo ogni giorno le caratteristiche di Ishvara durante la nostra meditazione, offrendo noi stessi come veicoli per la Volontà Divina. La pace arriva quando abbandoniamo l’idea di essere degli “agenti”, e consentiamo all’infinito di guidarci lungo la via. Lasciamoci andare al Divino che è in noi.
– Sofi Dillof

Aprire il cuore: Anahata Chakra secondo Gregor Maehle

Anahata Chakra
Gregor Maehle, nel suo ultimo libro “Samadhi, The Great Freedom”, tra poco disponibile in inglese, affronta un tema di grande importanza a livello sociale. Chi pratica Yoga tende spesso a concentrarsi, durante la meditazione, sul sesto e sul settimo chakra. Ma in Kali Yuga, l’era che stiamo vivendo, il quarto chakra, Anahata, il chakra del cuore, è di grande rilevanza. Gregor ce lo spiega con grande chiarezza in questo articolo tratto dal suo libro e pubblicato sul suo blog Chintamani Yoga. Lo traduco per tutti i lettori italiani, augurandomi che possa essere strumento di riflessione per chi pratica, sul tappetino e nella vita di tutti i giorni.
“Concentrare il prana nel chakra del cuore comporta molte significative implicazioni. Nel sutra 1.33, Patanjali afferma: ‘La mente diventa limpida se meditiamo sull’affabilità verso chi è felice, sulla compassione verso chi è in condizioni miserevoli, sulla gioia verso chi è virtuoso e sull’indifferenza verso chi è malvagio’. La nostra esistenza separata, individualista, egoista tende invece a rafforzare l’invidia verso chi è felice (perché mai sono più fortunati di me?), il giudizio verso chi è in condizioni miserevoli (non si meritano niente di più, se la sono cercata), lo scetticismo verso chi è virtuoso (sicuramente avranno qualche scheletro nell’armadio! Indaghiamo…) e l’odio verso chi è malvagio (guarda cosa hanno fatto questi maledetti, facciamogliela pagare). Patanjali non solo ci consiglia di abbandonare questi sentimenti negativi, ma ci incoraggia a diffondere il loro opposto. Ci dice che nel farlo, rendiamo ‘limpida la nostra mente’. Perché? Tutti i conflitti che abbiamo con gli altri non sono altro che l’esternazione di conflitti interiori. Ammetterlo è un processo doloroso e umiliante. Se, ad esempio, manifestiamo invidia per il successo di qualcun altro, dentro di noi pensiamo di non meritare di essere altrettanto fortunati, e quindi non comprendiamo per quale motivo questa fortuna debba andare ad altri. Quando giudichiamo una persona sofferente e rifiutiamo di aiutarla, ritenendo che se la sia cercata, dentro di noi pensiamo di non meritare aiuto e di poter essere giudicati per non aver fatto abbastanza per evitare la nostra sofferenza. Se siamo scettici nei confronti di chi è virtuoso o eroico, è perché non abbiamo fiducia nella nostra stessa virtù, nel nostro stesso eroismo, e riteniamo di meritare di essere buttati giù dal piedistallo. Allo stesso modo, il nostro odio per i malvagi altro non è se non l’esternazione del disprezzo verso noi stessi, perché crediamo di essere anche noi, nel profondo, malvagi e come tali di meritare di essere puniti. Qualsiasi forma di cattiveria proiettiamo all’esterno nel parlare degli altri, altro non è se non un rifiuto di accettare che noi stessi meritiamo l’amore Divino.
E’ un processo molto impegnativo, che affrontiamo con grandi resistenze. A tutti noi piace cavalcare il destriero del giudice morale, guardando gli altri dall’alto in basso. Ora, facciamo caso a quante volte la parola ‘altro’ è comparsa negli ultimi due paragrafi. Come avviene nell’analisi dei sogni secondo Jung, in cui qualsiasi personaggio abiti i nostri viaggi onirici altro non è se non la proiezione dei nostri conflitti interiori su attori esterni, lo Yoga afferma che tutti i conflitti del nostro stato di veglia sono l’esternazione dei nostri conflitti interiori. Nel momento in cui accettiamo tutte le nostre debolezze e trasformiamo l’odio verso noi stessi in amore e accettazione, eliminiamo qualsiasi conflitto esterno.
Attenzione, questo non significa che non dobbiamo fermare le multinazionali che stanno distruggendo l’ambiente, né che dobbiamo liberare gli assassini o ignorare i danni dei tiranni che entrano in guerra con altri paesi. Ma significa che se cerchiamo di fermarli senza desiderio di vendetta nei nostri cuori, stiamo cercando di correggere il loro comportamento impedendo all’ira e alla vendetta di far parte dell’equazione. Il Samadhi basato sul chakra del cuore ci fa comprendere che non esiste nessun ‘altro’. Questo non significa che gli altri siano un’illusione, bensì che siamo tutti connessi con gli altri esseri viventi, che formiamo un unico, grande organismo simbiotico, un’umanità e una famiglia di esseri viventi. Qualsiasi forma di giudizio e di controversia provochiamo nei confronti di chiunque, a lungo termine tornerà a bussare alla nostra porta. Il concetto che ‘la perdita di qualcuno è il mio guadagno’ si basa sull’errata cognizione di identificare noi stessi con il nostro corpo. Ma il nostro corpo è solo il veicolo che la nostra coscienza abita in questo momento, tutto qui. Ben più in profondità, noi condividiamo lo stesso ‘atman’, lo stesso ‘sé’, perché esiste un solo ‘sè’. ‘Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te’ implica che abbiamo tutti un’esistenza comune, essendo figli del Divino, e che non esiste in realtà alcuna separazione. Se ritenessimo di essere separati, perché dovremmo trattare gli altri come trattiamo noi stessi?
‘Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. Anche qui è presente l’idea che non esiste un ‘altro’. Possiamo perdonare, e perdonando veniamo perdonati. E non è possibile perdonare gli altri se prima non perdoniamo noi stessi. Il perdono radicale nasce dalla pratica del Samadhi sul chakra del cuore. Ci insegna a lasciare andare immediatamente e consciamente qualsiasi forma di odio, qualsiasi antagonismo proviamo nei confronti degli altri. Perché? Perché agendo in questo modo, secondo le parole di Patanjali, rendiamo limpida la nostra mente, e se la mente non è limpida, nessuna evoluzione è possibile.
Ma anche nel perseguire una evoluzione, come quella dei samadhi sui chakra superiori, dobbiamo sempre tornare al cuore, Anahata. In questo chakra assiale trova il suo centro l’essere umano integrato, da questo chakra possiamo interagire ponendoci in una posizione di servizio, compassione e amore. Se il nostro centro è in Sahasrara chakra, il nostro contributo non sarà granché. E’ nel cuore che sviluppiamo la fede nel Divino ed è qui, secondo le scritture, che possiamo sentire il suono sacro dell’OM. A proposito del cuore, Anahata, il Chandogya Upanishad dice: ‘Nel petto dell’uomo è racchiuso un piccolo tempio (il cuore), in cui brilla una piccola fiamma, grande quanto un pollice (l’anima). E in questa fiamma, miracolosamente, è contenuta l’intera vastità dell’Universo, con i suoi pianeti, le stelle, i continenti, i fiumi, le montagne e gli oceani'”.
– Gregor Maehle, tratto da ‘Samadhi The Great Freedom’

Jivamukti Yoga unlocked

Chi mi segue da un po’ sa che il mio stile di elezione è Jivamukti: lo pratico ormai da più di 10 anni, e ho il grandissimo onore di essere la traduttrice dell’ultima opera dei due fondatori di questo stile innovativo e completo, “Yoga Assists”. Il libro uscirà a settembre ed è uno strumento utilissimo per chi insegna, qualsiasi sia lo stile prescelto. Grazie all’opera instancabile di Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga sta diventando uno degli stili dinamici più apprezzati in Occidente, anche perché gli standard del loro teacher training sono molto alti, tanto da renderlo uno dei Teacher Training più qualificanti al mondo (ma di questo vi parlerò in un prossimo post). Nel frattempo, per chi non ha avuto l’opportunità di frequentare una lezione Jivamukti, ho pensato di dare qualche cenno in più traducendo per voi le definizioni elaborate dagli stessi fondatori del metodo. Come sempre, trovate gli originali sul sito Jivamukti Yoga.
Nei centri Jivamukti sono disponibili diverse classi; tra queste le più note sono la Spiritual Warrior Class, a sequenza fissa, e le Open Class, in cui si lavora su sequenze vinyasa ogni volta diverse.
La lezione “Spiritual Warrior” nasce per chi ha una vita piena di impegni, e può dedicare alla pratica solo un’ora del suo tempo. Si tratta di una lezione Vinyasa con un ritmo sostenuto, carica di energia, che produce anche effetti visibili a livello fisico. La sua struttura è fissa, come avviene ad esempio per la prima serie dell’Ashtanga Yoga: in essa sono presenti alcune asana preparatorie, il canto, l’intenzione della pratica, i saluti al sole, le posizioni in piedi, le backbends, le flessioni in avanti, le torsioni, le inversioni, la meditazione e il rilassamento.
L’insegnante mantiene il passo della lezione e non coinvolge i praticanti nella conversazione spirituale che ha invece luogo durante le “Open Class”. Dato che la sequenza è sempre la stessa, lo studente ha modo di impararla con rapidità. In molti centri Jivamukti, questa classe viene inoltre offerta in una versione “internazionale”, ovvero in lingua diversa da quella del paese che ospita il centro. Le posture vengono nominate in Sanscrito, e la lezione diventa l’occasione per immergersi in un’altra cultura. Molti insegnanti ritengono tra l’altro sia molto utile imparare i termini essenziali dello Yoga anche in altre lingue, per avere modo di insegnare anche all’estero. La lezione Spiritual Warrior, che dura un’ora esatta, è adatta a studenti intermedi e avanzati, anche se i principianti avventurosi sono sempre i benvenuti!
Una Open Class Jivamukti al centro di NYC
La Open Class, invece, si rivolge a studenti di qualsiasi livello: dai principianti che ancora stanno cercando di capire la differenza tra vrksasana (albero) e sirsasana (posizione sulla testa), agli avanzati capaci di incrociare le gambe dietro la testa. In questa lezione si lavora individualmente, e l’insegnante offre indicazioni verbali e assistenza pratica. Le asana vengono presentate con opzioni diverse a seconda del livello del praticante. Ma la vera differenza di una Open Class Jivamukti rispetto agli altri stili sta nel suo incorporare i cinque principi dello stile Jivamukti Yoga: Shastra (scritture), Bhakti (devozione), Ahimsa (non-violenza), Nada (musica) e Dhyana (meditazione). Una Open Class è l’opportunità per apprendere insegnamenti Yogici utili nella vita oltre che sul tappetino; vengono discussi i temi del Focus del Mese Jivamukti (che io spesso propongo tradotti sul mio blog), rinforzandone il valore attraverso il canto, la respirazione consapevole, il flusso delle sequenze Vinyasa, l’esplorazione dell’allineamento, gli assist manuali, il rilassamento e la meditazione. Tutte le Open Class includono 14 punti fondamentali – attraverso asana, meditazione e insegnamenti spirituali – in una sequenza creativa creata dall’insegnante. Una eclettica scelta musicale fa parte integrante di questa lezione: potrà capitarvi di praticare ascoltando reggae, lounge music, hip-hop, Krishna Das, Michael Franti o Mozart.
La lezione si chiama “open” proprio perché è aperta e adatta a tutti i livelli. I principianti però devono sapere che per istruzioni più dettagliate è meglio frequentare una Basic Class o una Beginner Vinyasa Class (in un prossimo post vi fornirò le descrizioni di queste classi). Una Open Class può avere una durata variabile, a seconda della disponibilità del centro, quindi se visitate un centro Jivamukti nel mondo, chiedete sempre informazioni alla reception.
Buon weekend a tutti!

Dimenticare l’ego per insegnare Yoga

Traduco oggi il post di Amruta Kulkarni, apparso in rete qualche anno fa e riproposto sul gruppo facebook Ashtanga Yoga Discussion Group. La scena internazionale ha subito prima di noi l’avvento della “moda” dell’insegnamento dello Yoga, e mi è sembrato in questo articolo di leggere riferimenti che possono essere rilevanti sulla scena italiana di oggi. E’ comunque un punto di vista molto utile per chi insegna, perché molto spesso l’insegnante stesso non si accorge di quando le cose gli sfuggono di mano. Nelle riflessioni di Amruta forse c’è il pensiero di molti di noi: almeno questo mi sembra di avvertire nelle conversazioni, più o meno pubbliche, di molti praticanti, di qualsiasi stile. E quindi, la domanda che sorge è: quali effetti può avere l’ego dell’insegnante sui suoi allievi? La risposta è, almeno in parte, in questo articolo. Ma per arrivare ad una risposta completa, è necessario interrogarsi molto, sia sulle motivazioni che ci spingono a praticare, che su quelle che ci spingono ad insegnare o ad affrontare un teacher training. Una nota personale: gli insegnanti di Yoga autentici, che davvero hanno interiorizzato questa filosofia, esistono! Basta cercarli con attenzione.

Gli studenti che praticano con un insegnante egocentrico sono molto più esposti al rischio di infortuni. Un insegnante con un forte ego manca di riconoscere l’intero significato della teoria, della filosofia e della pratica dello Yoga. Le pratiche Yoga si basano sul risveglio della consapevolezza divina di ognuno di noi. Quando la divinità interiore viene risvegliata e rispettata, questo senso di rispetto si irradia dal centro del nostro essere a qualsiasi nostra azione e nostro pensiero. Un insegnante egocentrico, che non rispetta le capacità e le difficoltà fisiche, mentali, emotive e spirituali di uno studente, manca di rispetto al praticante ad un livello molto profondo, mettendolo a rischio di infortuni durante le lezioni. Una delle prime funzioni dell’insegnante di Yoga è quella di rappresentare ahimsa, ovvero la non violenza, verso se stesso e verso i propri studenti. Se l’insegnante egocentrico ignora continuamente le necessità e i limiti dei suoi studenti, finisce per imporre sui praticanti un comportamento violento. Si tratta di una forma di violenza sottile, che può penetrare il corpo e la mente di uno studente, incoraggiandolo ad ignorare i segnali di dolore muscolare. Un autentico insegnante di Yoga ricorda continuamente ai suoi studenti di verificare interiormente ogni asana, seguendo innanzi tutto la propria guida interiore. Questo senso di rispetto insegnerà al praticante l’ascolto del proprio corpo e della propria mente, minimizzando il rischio di infortuni sia sul tappetino che nella vita di tutti i giorni. Studiare con un insegnante egocentrico può provocare danni permanenti ai praticanti. Alcuni insegnanti, particolarmente abili nell’effettuare asana molto avanzate, a volte fanno solo questo, ovvero “dimostrano” queste prodezze in pubblico per soddisfare il proprio ego. Un insegnante egocentrico spesso spinge i propri studenti ben oltre le proprie capacità semplicemente per soddisfazione personale. E questo, ancora una volta, rischia di mettere lo studente a rischio di danni fisici ed emotivi. Inoltre, lo studente si sentirà in ansia sia perché poco seguito, sia perché spinto troppo oltre i propri limiti. Questi rischi sono presenti in ogni stile: nel Kundalini Yoga, ad esempio, alcune pratiche di pranayama possono essere troppo avanzate per gli studenti che non sono ancora preparati a gestirle, con effetti ormonali che possono influenzare il nostro umore (causando agitazione, ansia, o depressione).  Quando scegliamo un insegnante di Yoga, assicuriamoci che rappresenti ahimsa: non violenza, compassione, e rispetto in ogni aspetto dei suoi insegnamenti.
di Amruta Kulkarni© Copyright 2011 – Aura Wellness Center – Publications Division

Ashtanga Yoga Chikitsa con Graeme Northfield

Leonie, Graeme e Anurag

Interiorizzare la pratica per ritrovare la gioia di salire sul tappetino anche dopo 20, 30 anni di pratica. Senza giudicare se stessi perché, magari, dobbiamo lasciare andare una posizione che in questo momento non fa per noi.

Interiorizzare la pratica è possibile. Renderla uno strumento per comprendere il valore del momento presente, del “qui e ora”. Certo, non se la affrontiamo in modo meccanico, ripetendo gli stessi movimenti ogni giorno – quindi ancorati al passato, o in modo competitivo, forzando il nostro corpo verso obiettivi più o meno impossibili – quindi, preoccupati per il futuro.

Se invece saliamo sul tappetino ponendoci in ascolto dell’attimo presente, ogni nostra pratica diventa una esplorazione, un viaggio verso la consapevolezza e l’accettazione di noi stessi. E il miglioramento, il progresso, diventa una “magia”, qualcosa che avviene attraverso di noi, in modo spontaneo. Con Graeme Northfield, uno dei primissimi insegnanti certificati ad insegnare le serie avanzate da Sri K. Pattabhi Jois (nel 1991), la pratica delle serie dell’Ashtanga Yoga è esplorativa, ricca di informazioni che si traducono in movimenti di preparazione e apertura. Al corpo la pratica non viene “imposta”, piuttosto si crea lo spazio per accoglierla in ogni cellula, attraverso movimenti che consentono al respiro di espanderci prima che l’ego si preoccupi di dare forma ad un’asana – così da trovare la forma che meglio ci allinea all’infinito. Dal punto di vista fisico, Graeme integra le sequenze con esercizi e transizioni che riscaldano i grandi gruppi muscolari e gli stabilizzatori delle articolazioni, e guida il praticante con la voce sicura di chi ha lavorato per decenni su stesso e su migliaia di studenti. Ma soprattutto, con la voce di chi ha scelto di vivere a contatto con la Terra, con la Natura, entrando in sintonia con i suoi ritmi, le sue stagioni, e trasferendo queste informazioni nel corpo e nella mente di chi pratica con lui. Una pratica di grande intensità, fisica e spirituale: la meditazione guidata e sostenuta dai mantra cantati da Leonie, sua instancabile compagna, è un momento in cui lasciarsi andare, arrendersi all’infinito per scoprirlo dentro di noi. Come accade con i grandi Maestri, Graeme va cercato in luoghi in cui la Natura sa essere ancora più forte dell’uomo. Incontrarlo è mettersi in viaggio dentro se stessi, senza preoccuparsi del punto di arrivo, ma godendo di ogni tappa del percorso.

Un grazie particolare va ad Anurag Vassallo, insegnante di Ashtanga autorizzata ad insegnare da Guruji, che studia con Graeme da anni e ne ospita regolarmente i seminari nella sua splendida finca, in una località isolata e selvaggia di Ibiza. Un luogo che magicamente sa attrarre chi è davvero alla ricerca di una strada interiore, e dove si crea un’atmosfera di gruppo accogliente e sincera. Anurag gestisce da anni la Shala di Ashtanga Yoga Ibiza, mèta di insegnanti che si rivolgono a lei da tutto il mondo. Con Graeme e Anurag, everybody is good enough.

Ashtanga Yoga Ibiza

Yoga & Business, l’idea di Jivamukti Yoga

Ci siamo arrivati anche noi. Fino a qualche anno fa, Yoga era una mistica parola che evocava lontani Guru, nascosti nelle giungle di paesi esotici. Ora, sembra che ogni giorno apra un nuovo centro. Chi meglio di Sharon Gannon e David Life, creatori di un metodo meraviglioso e fondatori dei Jivamukti Yoga Centers, regolarmente votati come i migliori al mondo, può darci una mano a capire come gestire il difficile equilibrio tra Yoga e business? Questa intervista, tratta dal loro sito, sempre ricco di spunti di riflessione, offre un punto di vista davvero innovativo, profondo e autentico e una meravigliosa lezione di umiltà. La traduco per noi Italiani, Yogi e Yogini, insegnanti e alle prese con le divergenze tra spiritualità e gestione amministrativa. E la lettura non farebbe male anche ad imprenditori di altri settori!
Sharon Gannon e David Life: gestire lo Yoga Business spiritualmente è possibile!

1. D: La popolarità dello Yoga è ormai tale oggi, che sempre più centri ed insegnanti appaiono sulla scena mondiale. Come gestire le sfide finanziarie che la concorrenza impone un po’ a tutti? 

DAVID: E’ necessario impegnarsi a fondo per diventare un autentico insegnante di Yoga. Mettersi al servizio degli altri, finché il senso di separazione tra individui sparisce. E naturalmente rivolgersi a Dio con devozione.
SHARON: Lasciate andare, e lasciate che Dio faccia il suo lavoro. Fate del vostro meglio per servire l’altro, rinunciate ai frutti delle vostre azioni, offriteli invece a qualcosa di più alto – lasciate che sia Dio a decidere cosa fare. Fate del vostro meglio per continuare ad insegnare finché gli altri vi chiedono di farlo, ma così come avviene con la morte, quando giunge il momento, lasciate andare con grazia.
2. D: Esiste nel mondo dello Yoga un modo per creare dei “confini” salutari tra insegnanti, studenti, dipendenti? 
SHARON: E’ importante avere un obiettivo saldo in mente. Non dimenticatelo. Ricordatelo ogni volta. Questo obiettivo è la realizzazione divina, l’illuminazione. Quando questo concetto è ben saldo nelle nostre menti, tutte le relazioni diventano infinitamente preziose. Perché solo attraverso i nostri rapporti con gli altri creiamo il nostro rapporto con Dio. Questo è ciò che cerchiamo attraverso la pratica delle asana. I nostri corpi sono magazzini pieni di relazioni irrisolte con gli altri.  Attraverso la pratica delle asana, possiamo risolvere questi nodi. Ogni asana ci fa accedere ad un chakra specifico e anche a specifiche relazioni. Ad esempio, gli inarcamenti della schiena sono la chiave per accedere ad anahata chakra e ci permettono di risolvere le relazioni con chi riteniamo ci abbia ferito. Ecco un esempio pratico: mentre pratichiamo urdhva dhanurasana, se ci ricordiamo di perdonare qualcuno che è stato poco gentile con noi, rendiamo la pratica di questa asana un passo verso l’illuminazione, il vero obiettivo della pratica Yoga.
Dobbiamo vedere il Divino in ogni persona con cui entriamo in contatto: dobbiamo vivere ricordando che il nostro lavoro su questa terra è servire il Divino che si manifesta nell'”altro”. Per la nostra stessa libertà, dobbiamo sforzarci di contribuire alla felicità e alla libertà dell'”altro”. Quando ci adoperiamo in questa direzione, accadono veri miracoli. Il cosidetto “altro” (con cui lavoriamo e interagiamo), non è più un ostacolo, ma diventa un alleato!
3. D: Recentemente un amico, aspirante Yogi e coreografo del New York City Ballet, ha commentato il fatto che grazie a Jivamukti Yoga la qualità spirituale delle lezioni di Yoga a New York è migliorata in modo significativo. Riteneva che molti centri a New York si ispirano alle vostre lezioni. Cosa ne pensate? 
SHARON: Molti tra coloro che oggi insegnano o dirigono centri Yoga a New York hanno in passato partecipato alle nostre lezioni, o hanno studiato presso la nostra scuola. Io e David abbiamo cercato di creare un luogo dedicato all’insegnamento dello Yoga come mezzo per l’illuminazione. E’ nel nome stesso della nostra pratica, Jivamukti (anima liberata). Noi non abbiamo creato questi insegnamenti: sono lezioni antiche e sono state preservate da saggi evoluti, in forma scritta e orale.  Ci sono stati tramandati grazie alla gentilezza dei nostri meravigliosi maestri. Sarei davvero felice se i praticanti di cui parli avessero appreso alcuni di questi antichi insegnamenti, che sono al cuore della nostra scuola, portandoli con sé nei loro centri. Gli auguro successo. Come è possibile non avere successo, quando si condividono con sincerità gli insegnamenti e le pratiche che troviamo nelle Sacre Scritture dello Yoga?
– Sharon Gannon & David Life

Inversioni al potere: l’interpretazione Jivamukti Yoga

David Life esegue un’inversione (dal sito Jivamuktiyoga.com)
E’ innegabile: le inversioni sono da qualche tempo un “hot topic”, un argomento di grande interesse nel mondo dello Yoga. Sui social networks le immagini di yogi e yogini impegnati in inversioni più o meno impegnative impazzano e invogliano i praticanti a sperimentare queste asana che, oltre ad essere spettacolari, hanno tantissimi vantaggi. Ho già parlato brevemente delle inversioni su questo blog, ma un approfondimento mi sembra dovuto, soprattutto dopo aver frequentato recentemente un workshop su questo tema, tenuto da Gianmarco Coventry (mettendo me stessa alla prova in più di una occasione!). Secondo il metodo Jivamukti, creato da Sharon Gannon e David Life, i benefici di queste asana si estendono dal corpo fisico al corpo sottile. Ho pensato quindi di tradurre per voi uno dei loro splendidi articoli, che trovate ovviamente in lingua originale sul bellissimo sito di Jivamukti Yoga.
“Le inversioni sono per varie ragioni le asana più importanti della pratica Yoga. I loro effetti positivi si manifestano su diversi livelli: fisico, psicologico e spirituale. Le inversioni portano equilibrio e armonia non solo al corpo fisico, ma anche ai corpi energetico, emotivo e mentale, oltre a promuovere la crescita spirituale. Invertire la nostra posizione eretta dona salute fisica, rallenta l’invecchiamento cellulare, tonifica i muscoli e la pelle, migliora circolazione, respirazione e digestione, aumenta la densità ossea, rinforza il sistema immunitario, riduce stress e ansia, accresce l’autostima e la capacità di concentrazione, stimola il sistema dei chakra e ci rende più tranquilli, felici, ottimisti e inclini alla spiritualità. La pratica delle inversioni può aiutarci nella strada verso l’auto-realizzazione. Ma come possiamo verificare queste affermazioni?
Rovesciando l’azione della gravità sul nostro corpo, internamente ed esternamente, le inversioni effettuano un potente massaggio a tutti gli organi interni. Sono di supporto nel processo di disintossicazione, combattendo la stasi delle tossine. Invertire la nostra posizione cambia radicalmente il nostro orientamento rispetto alla Terra, e nel mantenere questa posizione esercitiamo isometricamente il nostro corpo contribuendo ad aumentare la densità ossea.
Le inversioni sono un ottimo esercizio per il nostro cuore, ed incoraggiano il ritorno venoso. Molti esperti affermano che queste posizioni hanno gli stessi benefici dell’esercizio aerobico a livello cardiaco e circolatorio. Solitamente, le arterie portano il flusso sanguigno ossigenato alle varie parti del nostro corpo, mentre le vene devono contare sul movimento dei muscoli per contrastare la gravità e riportare il sangue verso il cuore. Quando eseguiamo le inversioni, il ritorno venoso avviene senza sforzo – un’azione tra l’altro preventiva rispetto a patologie come le vene varicose. Durante le inversioni, il cuore può riposare. Normalmente, il cuore lavora 24 ore su 24 contro la forza di gravità per far circolare il sangue ossigenato verso il cervello e attraverso il nostro corpo; ma quando siamo a testa in giù, il sangue circola in queste direzioni senza sottoporre a questo sforzo solo il nostro cuore.
Le inversioni stimolano inoltre l’intero sistema linfatico, rinforzando il nostro sistema immunitario. A testa in già, stimoliamo e nutriamo le ghiandole endocrine, in particolar modo le ghiandole pituitaria e pineale. Queste due ghiandole, stimolate dalla pressione creata dalle inversioni, rilasciano ormoni in grado di regolare il metabolismo cellulare, contribuendo in modo sensibile alla nostra salute, al nostro equilibrio psicologico, e donando chiarezza, vitalità e ottimismo al nostro sistema mente/corpo.
Stare a testa in giù ci porta inoltre a rovesciare il nostro punto di vista. Ci apre a nuove esperienze, a nuovi modi di percepire. Tutto ciò che ci sembra normale, scontato, viene improvvisamente rovesciato. Questo disorientamento ci costringe ad attingere a luoghi della nostra psiche che non visitiamo molto spesso. Per trarre il massimo beneficio da questa nuova angolazione, dobbiamo rilassare il corpo e la mente, arrenderci al Divino con fiducia.
Attraverso le inversioni possiamo provare una sorta di regressione, di rinascita. Soprattutto in Sirsasana, quando la nostra testa appoggia sul piano terrestre diventando la base della nostra asana, ci ritroviamo a tuffarci dentro la Terra, dentro la nostra fonte primordiale. Il sentimento che proviamo è simile ad un ritorno nell’utero materno. Il risultato, a livello psicologico, può essere un afflato di rinnovata creatività. Elevare fisicamente il nostro cuore al di sopra delle nostre teste ha un profondo effetto psicologico, perché il nostro “cervello emotivo/intuitivo”, che ha sede nel cuore, prende il sopravvento sulla nostra mente razionale, intellettuale, dominata dal giudizio.
Le principali inversioni sono sirsasana (posizione sulla testa), salamba sarvangasana (posizione sulle spalle), halasana (aratro), adho mukha vrikshasana (verticale sulle mani), pinchamayurasana (posizione di equilibrio sugli avambracci) e viparita karani (posizione delle gambe al muro). La loro pratica dovrebbe essere quotidiana. Se il tempo è tiranno e non potete praticare per almeno un’ora, praticate almeno le inversioni – specialmente sirsasana e salamba sarvangasana— mantenendole per qualche minuto. Se non avete tempo nemmeno per queste asana, praticate adho mukha vrikshasana mantenendola per almeno 25 respiri, appoggiandovi se necessario ad un muro. L’obiettivo è mettersi a testa in giù almeno una volta a giorno! Ovviamente, se siete donne, evitate queste asana durante il ciclo mestruale, per lasciare indisturbato il normale flusso di apana verso la terra.
Sirsasana è nota come il “Re” di tutte le asana; la sua importanza è evidente in questa definizione. Ogni asana influenza un particolare chakra, e la posizione sulla testa stimola sahasrara chakra, il chakra della corona. La relazione karmica associata a questo chakra è il nostro rapporto con Dio. La consapevolezza è chimica, e sirsasana stimola le ghiandole pituitaria e pineale, situate nel nostro cervello, e deputate al rilascio di sostanze ormonali in grado di espandere la nostra coscienza. Attraverso questa asana abbiamo l’opportunità di lasciare andare le preoccupazioni superficiali del quotidiano, per lasciar spazio alla coscienza Cosmica. Le inversioni aprono la porta al Divino.”
~Sharon Gannon
Note per gli insegnanti:
Pratica: Gli insegnanti dovrebbero offrire a chi pratica l’esperienza delle inversioni, rispettando i tempi degli studenti. Praticare le inversioni dovrebbe essere compito di ogni insegnante, per poter poi assistere i propri studenti e introdurli adeguatamente alla pratica di queste asana.
Come insegnare: Fornite sempre spiegazioni dettagliate per l’esecuzione di ciascuna inversione; ad esempio, come utilizzare coperte o props, il muro, o una cintura a seconda dell’inversione trattata.
Studio: Dedicate il vostro tempo a studiare testi che vi aiutino ad approfondire queste asana anche teoricamente. Alcune idee:

Insegnare Yoga o… essere sempre studenti

Insegnare Yoga significa… essere sempre studenti

“E tu, che lavoro fai?”
“Insegno Yoga.”
“Anche io voglio insegnare Yoga! Quanto tempo ci vuole per diventare insegnanti?”
Devo dire che ultimamente mi sento rivolgere questa domanda sempre più spesso.
La popolarità che lo Yoga sta ottenendo sui social networks tende a connotare l’insegnante di Yoga come una persona che vive liberamente, allegramente, senza problemi.
Personalmente, ogni giorno mi faccio domande sulla qualità di ciò che insegno e sui benefici che ogni mia parola in classe può apportare (o meno) a chi pratica con me. Mi ricordo quando, nel 1996, misi per la prima volta piede su un tappetino. Chi mi segue da un po’ conosce già i dettagli: vivevo a Londra, capitai a un seminario di Hamish Hendry per caso… e il resto è storia. Ero stata prima ginnasta, poi ballerina, infine mi ero diplomata come Personal Trainer con l’American Fitness Association. Insomma venivo da un mondo dove, dopo qualche anno di pratica, si studiava, si prendeva un diploma, et voilà! Insegnante certificata. Dopo pochi mesi di pratica, in cui mi ero come sempre buttata a capofitto, volevo assolutamente diventare insegnante. Ma non insegnante a caso: volevo la certificazione da Guruji in persona! Quindi, con l’ingenuità del neofita, mi documentai e scrissi una mail a Sharath. Rivolgendogli praticamente la domanda di cui sopra. Ripensandoci oggi mi viene da ridere e posso solo immaginare la faccia di Sharath quando ricevette quella mail. Fu anche così gentile da rispondermi cortesemente, dicendomi che non funzionava proprio così: ma che se volevo, potevo andare a Mysore a praticare e che mi sarei dovuta fermare almeno un mese. Ma come? Io ero flessibile, io ero portata, io volevo il diploma! Fu l’inizio del mio viaggio nello Yoga. Come molti, assolutamente innamorata del terzo ramo, le asana. Fortunatamente, lo Yoga ha un modo tutto suo di manifestarsi in chi sceglie di praticare, anche se lo fa per il più banale dei motivi. Decisi di smettere qualsiasi attività sportiva per praticare tutti i giorni, sei giorni alla settimana, e vedere cosa succedeva al mio corpo e alla mia mente. Ashtanga, Iyengar, Vinyasa, Jivamukti – ogni giorno una lezione, un insegnante, per molto tempo la mia domanda era sempre la stessa: “come faccio a diventare insegnante?”. E come risposta ottenevo sorrisi lacunosi e la frase: “continua a praticare”. Dopo un paio d’anni, la pratica cominciò a rivelarmi i miei limiti – mentali, oltre che fisici. Lo Yoga non era solo asana. Era una filosofia di vita. Lo Yoga non era fitness: in particolare, le asana erano un modo per purificare il corpo e consentirci di entrare in contatto con la parte più spirituale di noi stessi. Ogni giorno la mia pratica era diversa. Se, quando andavo a correre o in palestra, potevo imporre alla mia mente di far lavorare il corpo come volevo io, sul tappetino era tutto diverso. Alcune asana erano semplicemente impossibili attraverso lo sforzo: e quando improvvisamente cedevo, arrivavano da sole. Il corpo era al comando: la mente imparava a stare zitta, a mettersi al servizio. Quando arrivai al mio primo teacher training, la voglia di insegnare era praticamente sparita. Volevo solo imparare, capire cosa c’era “dietro”, da dove nasceva questa pratica così magica da farmi dimenticare chi fossi, quali problemi animavano la mia giornata, almeno per un’ora al giorno. Come ho scritto già altre volte, terminai il mio primo teacher training con un grande senso di umiltà. Sapevo molto poco, e un anno “sui banchi” mi aveva solo rivelato l’immensità della materia e i miei limiti personali. Come avrei potuto insegnare qualcosa che avrebbe richiesto una vita per essere appreso? Continuai a praticare, frequentare corsi, incontrare maestri – e anche a procurarmi qualche infortunio, e a curarne gli effetti sul tappetino, da sola o con autentici Maestri – sì, con la M maiuscola: ci sono, e sono pochi. Dopo un anno, cominciai a lavorare come assistente presso un piccolo centro yoga a Ealing, a West London. Me lo chiese una delle mie insegnanti di allora: mi disse “secondo me sei portata all’insegnamento, puoi fare qualcosa di utile per gli altri”. Decisi allora di frequentare un secondo teacher training, cercando di approfondire gli aspetti che ritenevo più importanti e in cui sentivo di avere delle lacune, continuando il mio tirocino. E cominciai ad insegnare. Scoprii che era tutta un’altra storia rispetto all’insegnamento delle discipline sportive. In primo luogo, dimostrare le asana a freddo, parlando e senza poter respirare correttamente mi esponeva al rischio di infortuni. Non era come insegnare danza: non potevo semplicemente dimostrare la coreografia e contare sugli specchi. Dovevo guidare corpi molto diversi tra loro verso uno stato meditativo, verso un’asana che fosse adatta al loro stato fisico e mentale, attraverso la parola, cercando di eliminare qualsiasi sensazione di competitività, così radicata nell’essere occidentale. Dovevo dimenticare qualsiasi problema personale prima di entrare in sala, per accogliere l’altro, chiunque fosse, con la massima attenzione. Non potevo, come mi era capitato di fare quando ero ballerina, trasformare un momento di rabbia in una coreografia particolarmente rock. Dovevo attenermi a linee guida che prevedevano, innanzi tutto, di dimenticare il proprio ego. Sono passati vent’anni dalla mia prima pratica e 11 dalla mia prima lezione come insegnante. Ancora oggi prima di cominciare la mia lezione ho bisogno di meditare qualche minuto, fare qualche esercizio di respirazione, lasciare il mio ego fuori dalla porta – e ancora oggi non sempre ci riesco. Continuo a studiare. Continuo a praticare tutti i giorni. Cerco di frequentare corsi, workshop e seminari e vado a lezione da chi ha esperienza, da chi penso sappia qualcosa che io non so. Cerco di insegnare quello che meglio conosco, di trasmettere ciò che ho imparato nel rispetto dei maestri che lo hanno insegnato a me. Penso che chi insegna debba continuare ad essere studente, mantenendo soprattutto un atteggiamento di umiltà, e che debba approcciare questa strada con un genuino desiderio di fare qualcosa di utile a chiunque chieda una lezione. Cosa risponderei oggi alla ragazza che, vent’anni fa, chiedeva “quanto ci vuole per diventare insegnanti?”. Semplicemente: “Tutta la vita”.

Yoga alla Casa Bianca, l’esempio di Obama

Yoga alla Casa Bianca, l’esempio di Obama

Easter Egg Roll, Casa Bianca, Washington DC
Tornata dal breve weekend pasquale, ieri sera ho navigato un po’ in rete per vedere cosa era accaduto, in quei giorni, negli altri emisferi dello yoga mondiale. Due eventi in particolare hanno attirato la mia attenzione. Il primo è stato il tradizionale Easter Egg Roll organizzato nei giardini della Casa Bianca a Washington, dove anche quest’anno, per volere di Michelle Obama, 20 insegnanti di Yoga hanno offerto lezioni di Yoga ad adulti e bambini, per promuovere uno stile di vita più sano e spirituale. Tra questi insegnanti, anche Peg Mulqueen, fondatrice del bellissimo blog Ashtanga Dispatch. Mi ha commosso ieri il post che trascrive il suo dialogo con un bambino di 7 anni, presente all’evento organizzato dalla First Lady, che traduco:
“Ho incontrato un giovane amico oggi. Si chiama Elijah. Elijah (che ha 7 anni), oggi mi ha insegnato Yoga tra una lezione e l’altra. Ecco il nostro dialogo: 
Elijah: Fissa il tuo sguardo su un punto e cerca di mantenerlo lì senza distrarti nemmeno un minuto.
Peg: (dopo un minuto) Caspita, è difficile!
Elijah: Si, ecco perché bisogna praticare tutti i giorni.
Peg: Perché è così importante?
Elijah: Perché quando fai i compiti, ti devi concentrare. E questo aiuta.
Peg: E come sei diventato così in gamba?
Elijah: Ho dei bravi insegnanti. E i bravi insegnanti possono aiutarti a cambiare il mondo.
Peg: (senza parole)”
In questo breve dialogo è riassunta tutta l’importanza dell’insegnare correttamente yoga e meditazione ai bambini come agli adulti. L’importanza del recupero del corpo e della concentrazione nell’era della distrazione digitale – facciamo che diventi un mezzo e non il fine della nostra vita sociale.
Michael Franti, musicista e Yogi
Subito dopo aver letto queste righe, su Instagram ho trovato la foto di Michael Franti, splendido artista, musicista e da tempo Jivamukti Yogi, che durante il suo ultimo concerto esegue alcune posizioni di yoga. Da tempo Michael Franti viaggia con insegnanti di Yoga che lo accompagnano nei suoi tour. A differenza di molte pop star, Michael condivide la sua pratica con chi assiste ai suoi concerti: le sue performance musicali diventano per tutto il pubblico l’occasione per una pratica sostenuta dalle vibrazioni meravigliose della sua musica.
Cosa succederebbe se, anche da noi, istituzioni e artisti cominciassero a diffondere un messaggio di condivisione, di amore, di rispetto per valori più spirituali? Mi piacerebbe che il risveglio che sembra aver conquistato almeno una parte della società più consumistica del mondo (gli USA), in qualche modo arrivasse fino a noi, cominciando piano piano a influenzare il nostro modo di pensare e di vivere. Tutto ciò che noi possiamo fare è continuare a praticare, aprire le porte delle nostre Yoga Shala, cercare di coinvolgere sempre più partecipanti a lezioni, pratiche, eventi, incontri con Maestri che arrivano da ogni parte del mondo. Ciò che possiamo fare è costruire, mattone dopo mattone, un mondo migliore per chi verrà.
Om Shanti e bentornati sul tappetino!