Insegnare Yoga o… essere sempre studenti

Insegnare Yoga significa… essere sempre studenti

“E tu, che lavoro fai?”
“Insegno Yoga.”
“Anche io voglio insegnare Yoga! Quanto tempo ci vuole per diventare insegnanti?”
Devo dire che ultimamente mi sento rivolgere questa domanda sempre più spesso.
La popolarità che lo Yoga sta ottenendo sui social networks tende a connotare l’insegnante di Yoga come una persona che vive liberamente, allegramente, senza problemi.
Personalmente, ogni giorno mi faccio domande sulla qualità di ciò che insegno e sui benefici che ogni mia parola in classe può apportare (o meno) a chi pratica con me. Mi ricordo quando, nel 1996, misi per la prima volta piede su un tappetino. Chi mi segue da un po’ conosce già i dettagli: vivevo a Londra, capitai a un seminario di Hamish Hendry per caso… e il resto è storia. Ero stata prima ginnasta, poi ballerina, infine mi ero diplomata come Personal Trainer con l’American Fitness Association. Insomma venivo da un mondo dove, dopo qualche anno di pratica, si studiava, si prendeva un diploma, et voilà! Insegnante certificata. Dopo pochi mesi di pratica, in cui mi ero come sempre buttata a capofitto, volevo assolutamente diventare insegnante. Ma non insegnante a caso: volevo la certificazione da Guruji in persona! Quindi, con l’ingenuità del neofita, mi documentai e scrissi una mail a Sharath. Rivolgendogli praticamente la domanda di cui sopra. Ripensandoci oggi mi viene da ridere e posso solo immaginare la faccia di Sharath quando ricevette quella mail. Fu anche così gentile da rispondermi cortesemente, dicendomi che non funzionava proprio così: ma che se volevo, potevo andare a Mysore a praticare e che mi sarei dovuta fermare almeno un mese. Ma come? Io ero flessibile, io ero portata, io volevo il diploma! Fu l’inizio del mio viaggio nello Yoga. Come molti, assolutamente innamorata del terzo ramo, le asana. Fortunatamente, lo Yoga ha un modo tutto suo di manifestarsi in chi sceglie di praticare, anche se lo fa per il più banale dei motivi. Decisi di smettere qualsiasi attività sportiva per praticare tutti i giorni, sei giorni alla settimana, e vedere cosa succedeva al mio corpo e alla mia mente. Ashtanga, Iyengar, Vinyasa, Jivamukti – ogni giorno una lezione, un insegnante, per molto tempo la mia domanda era sempre la stessa: “come faccio a diventare insegnante?”. E come risposta ottenevo sorrisi lacunosi e la frase: “continua a praticare”. Dopo un paio d’anni, la pratica cominciò a rivelarmi i miei limiti – mentali, oltre che fisici. Lo Yoga non era solo asana. Era una filosofia di vita. Lo Yoga non era fitness: in particolare, le asana erano un modo per purificare il corpo e consentirci di entrare in contatto con la parte più spirituale di noi stessi. Ogni giorno la mia pratica era diversa. Se, quando andavo a correre o in palestra, potevo imporre alla mia mente di far lavorare il corpo come volevo io, sul tappetino era tutto diverso. Alcune asana erano semplicemente impossibili attraverso lo sforzo: e quando improvvisamente cedevo, arrivavano da sole. Il corpo era al comando: la mente imparava a stare zitta, a mettersi al servizio. Quando arrivai al mio primo teacher training, la voglia di insegnare era praticamente sparita. Volevo solo imparare, capire cosa c’era “dietro”, da dove nasceva questa pratica così magica da farmi dimenticare chi fossi, quali problemi animavano la mia giornata, almeno per un’ora al giorno. Come ho scritto già altre volte, terminai il mio primo teacher training con un grande senso di umiltà. Sapevo molto poco, e un anno “sui banchi” mi aveva solo rivelato l’immensità della materia e i miei limiti personali. Come avrei potuto insegnare qualcosa che avrebbe richiesto una vita per essere appreso? Continuai a praticare, frequentare corsi, incontrare maestri – e anche a procurarmi qualche infortunio, e a curarne gli effetti sul tappetino, da sola o con autentici Maestri – sì, con la M maiuscola: ci sono, e sono pochi. Dopo un anno, cominciai a lavorare come assistente presso un piccolo centro yoga a Ealing, a West London. Me lo chiese una delle mie insegnanti di allora: mi disse “secondo me sei portata all’insegnamento, puoi fare qualcosa di utile per gli altri”. Decisi allora di frequentare un secondo teacher training, cercando di approfondire gli aspetti che ritenevo più importanti e in cui sentivo di avere delle lacune, continuando il mio tirocino. E cominciai ad insegnare. Scoprii che era tutta un’altra storia rispetto all’insegnamento delle discipline sportive. In primo luogo, dimostrare le asana a freddo, parlando e senza poter respirare correttamente mi esponeva al rischio di infortuni. Non era come insegnare danza: non potevo semplicemente dimostrare la coreografia e contare sugli specchi. Dovevo guidare corpi molto diversi tra loro verso uno stato meditativo, verso un’asana che fosse adatta al loro stato fisico e mentale, attraverso la parola, cercando di eliminare qualsiasi sensazione di competitività, così radicata nell’essere occidentale. Dovevo dimenticare qualsiasi problema personale prima di entrare in sala, per accogliere l’altro, chiunque fosse, con la massima attenzione. Non potevo, come mi era capitato di fare quando ero ballerina, trasformare un momento di rabbia in una coreografia particolarmente rock. Dovevo attenermi a linee guida che prevedevano, innanzi tutto, di dimenticare il proprio ego. Sono passati vent’anni dalla mia prima pratica e 11 dalla mia prima lezione come insegnante. Ancora oggi prima di cominciare la mia lezione ho bisogno di meditare qualche minuto, fare qualche esercizio di respirazione, lasciare il mio ego fuori dalla porta – e ancora oggi non sempre ci riesco. Continuo a studiare. Continuo a praticare tutti i giorni. Cerco di frequentare corsi, workshop e seminari e vado a lezione da chi ha esperienza, da chi penso sappia qualcosa che io non so. Cerco di insegnare quello che meglio conosco, di trasmettere ciò che ho imparato nel rispetto dei maestri che lo hanno insegnato a me. Penso che chi insegna debba continuare ad essere studente, mantenendo soprattutto un atteggiamento di umiltà, e che debba approcciare questa strada con un genuino desiderio di fare qualcosa di utile a chiunque chieda una lezione. Cosa risponderei oggi alla ragazza che, vent’anni fa, chiedeva “quanto ci vuole per diventare insegnanti?”. Semplicemente: “Tutta la vita”.
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