Praticare, per dare un posto a sé stessi

Ogni tanto mi piace aprire a caso un libro. Oggi, a casa di un’amica (grazie Giò), ho aperto un libro che parla di ordine: dare ordine alle cose, per dare ordine a se stessi: “Il magico potere del riordino”, di Marie Kondo, autrice giapponese. Pare che sia un best seller: io non l’ho ancora letto – anche se mi propongo di farlo – ma la frase che mi è capitata sotto gli occhi diceva più o meno che le cose che hanno un posto assegnato e definitivo, hanno una maggiore influenza proprio perché possono essere sempre ritrovate. Mi sono chiesta se questo concetto di ordine potesse essere applicato in qualche modo anche a noi stessi: come ritrovare se stessi, sempre, quale posto dare al nostro Sé (e non al nostro ego) per potervi trovare rifugio quando ne abbiamo bisogno? Soprattutto chi non ha una dimora fissa, o chi viaggia molto, per lavoro o motivi personali, può fare fatica a recuperare il proprio “centro”, il proprio “ordine” nei momenti difficili.
Personalmente, penso che la pratica Yoga possa rappresentare quel “luogo” interiore in cui ritrovarsi sempre. Il nostro tappetino, le geometrie mistiche che disegniamo con le nostre asana, sono la metafora del “posto assegnato” che possiamo dare a noi stessi nel mondo. E’ un’altra delle grandi “magie” della pratica Yoga, quella di non essere semplicemente un’azione, qualcosa che “facciamo”, ma anche un vero e proprio luogo interiore – il tappetino (e il nostro corpo) diventano il posto in cui il nostro Sé più autentico può manifestarsi, sempre.
Vorrei incoraggiare tutti coloro che stanno attraversando un momento personale di instabilità a fare questo tentativo. Senza imporsi una pratica particolarmente difficile o intensa: semplicemente, srotolate il vostro tappetino e saliteci sopra. Potete praticare una sequenza completa, qualche asana o anche solo restare seduti a meditare qualche minuto. Senza porsi alcuna aspettativa, rimanendo in ascolto. Avendo cambiato casa ben 28 volte nella mia vita, e avendo viaggiato moltissimo per lavoro, ho sperimentato questa tecnica quotidianamente. Con il tempo, la pratica Yoga è diventata la mia casa interiore: il luogo in cui, anche quando ero in “nessun luogo”, riuscivo a ritrovare quel Sé che mi faceva sentire che la solitudine, la sensazione di essere sradicati, non esistono, sono solo percezioni negative dell’ego. Nel momento in cui saliamo sul tappetino, il nostro respiro entra in sintonia con quello di milioni di altri praticanti in tutto il mondo, che condividono la nostra stessa consapevolezza: quella di far parte di un Tutto organico, che si muove all’unisono in una melodia meravigliosa.
Quando ci sentiamo persi, la pratica diventa il luogo in cui ritrovarsi, in cui “mettere ordine” dentro noi stessi, ripulire il nostro corpo fisico ed emotivo dalle tensioni, ritrovare la sintonia con il mondo che ci circonda e con gli altri esseri viventi.
Ecco, forse la pratica Yoga è un modo per dare un posto a se stessi, anche quando un posto vero e proprio non lo abbiamo. Per questo è importante ricordare proprio chi sta attraversando periodi di difficoltà di fare un salto sul proprio tappetino!
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