My practice makes me…

Me and my mat
In the past few months, I’ve been asking myself this question. Yoga practices have gone viral thanks to social networks and it looks like yoga makes you strong, makes you flexible, makes you this and that. Mainly very physical descriptions of what Yoga does to you – meaning your body. Since I have been practicing for a good 20 years now – not necessarily meaning that I drop back or tic toc every day, but that I do get on my mat six days a week, either at home or at a shala, and that I take all the workshops my wallet can afford – I am amazed at the fact that the physical aspect of the practice are so emphasized compared to what yoga does – at least to me – psychologically (if we don’t want to use the abused “spiritual” word).
I came to yoga from sports and dance. I have always been quite a physical person, yet the reason why I turned to Yoga was because I wanted to transcend the body through the body. I wanted to use my body to go deeper: since we are born into this “box”, I wanted to take a deeper look to what’s inside. And for some reason I thought that if I took a journey into my body from a different perspective, I would have found something different. I was right, although I am not sure whether others can share what I came up with.
I found out that, like it or not, if you practice a couple of times a week, I’m afraid you’re not going to find too much difference between Yoga and gymnastics. I also found out that if you practice every day, focusing on why you can’t jump back or through, and look for a muscular reason to that, you’re once again not quite getting it.
I realized, years down a very dedicated practice, on good and bad days, listening to what my body had to tell me and sometimes just staying there, listening, letting all sort of feelings emerge and reveal themselves – and myself – on the mat, I could strip a layer. So down I went. Under the skin. Into the muscles. Feeling the nerves. Being my bones. Entering each cell of my organs, brain included, with each breath. The more I practiced, the more I became my breath, and nothing else.
Did this make me stronger or more flexible? I wouldn’t say either of those are the case. I certainly became more aware. Day after day, the practice makes me more aware of the fact that I am just a group of atoms going around in this form, interacting with every other atom on Earth. I would say the practice erased my boundaries and made me feel more a part of a Big Whole. I don’t know whether this is the whole point about Yoga, but certainly this is what happened to me. I feel that through listening to my body as a part of this little planet and huge universe, I just can’t help feeling a resonance with all other living beings. As if I shared part of my DNA with all that is around – which, according to quantum physics, it’s probably true. I feel as if I can’t ignore what impact every word, every thought, every action has on our environment – and all this, just by stepping on the mat every day. And as I stopped thinking about my body in terms on how I’d like it to look, my body was actually morphing in what is more functional to the environment. And as a matter of fact, that makes any body more beautiful because beauty is everywhere – therefore, in each and every one of us.
I am not here to judge how others approach the practice and what do they expect out of it and whether they are right and I am wrong or viceversa. I am here to say that maybe, if we look at the practice as a means to a goal, we’re missing a point – and a very important one. To me, the practice is more a vehicle that takes you to a journey, but you’re not really allowed to input data as far as destination is concerned. You can just get on the driving seat every day and see what happens when you press “start”. If you take it this way, chances are the practice will make you a better person, or at least making you want to be that. If you get on the mat with the sincere intention of listening to what your body stores, of unleashing the mind, of letting the breath guide you towards something more profound, chances are you’ll find your soul. That doesn’t mean that when you get out of your practice room, you’ll find the world to be on the same path. It just mean you cannot pretend not to know what’s right.
If you do your practice letting go of the self, not canceling the self – chances are you’ll see that indeed, “all is coming”.

Al “core” dello Yoga: David Keil

David Keil, insegnante di Yoga ed esperto terapeuta, autore di numerosi libri e video
David Keil: autore di Yoganatomy, uno dei più popolari siti di Yoga e Anatomia, e di numerosi libri, terapeuta neuromuscolare, insegnante di chinesiologia, esperto praticante di Yoga dal 1989, consulente di John Scott per i suoi Teacher Training. Un curriculum davvero eccezionale per uno dei massimi esperti di anatomia funzionale allo Yoga. Nessuno meglio di lui può aiutarci a comprendere gli aspetti più misteriosi del corpo umano rendendoli accessibili anche a chi non è dotato di laurea in medicina. David, che seguo da tempo, mi ha concesso di tradurre per voi i suoi articoli, e vorrei cominciare subito con un tema che sentiamo tutti ricorrere molto spesso durante lezioni e workshop di yoga: il famoso “core”, il centro del nostro corpo. Ma cos’è? Di quali muscoli si compone? Perché è così importante saperlo controllare per progredire nella pratica?
Che cos’è il “Core”?
core muscles on yoga anatomyQuesta domanda mi viene posta spesso durante i workshop. Il Core, ovvero il Tronco. Come possiamo raggiungerlo? Perché è così importante? Di solito, durante le lezioni mi guardo intorno e chiedo ai partecipanti cosa pensano. Una delle risposte più comuni è questa: “i muscoli addominali sono collegati al tronco, ed è importante che siano forti se vogliamo che il tronco sia stabile”. Sicuramente vero, tuttavia, il tronco è ben più che qualcosa di collegato agli addominali. Gli addominali sono la risposta più ovvia, perché sono i muscoli più ovvi. Ma ci sono muscoli meno ovvi e metodi meno ovvi quando pensiamo al tronco, soprattutto nella pratica Yoga. Ecco una lista di muscoli che possiamo associare alla parola tronco:
I muscoli del tronco:
  • addominali
  • ileopsoas
  • erettori della colonna
  • muscoli del pavimento pelvico
  • muscoli profondi del gluteo
  • quadrato dei lombi

Il Tronco 

Definiamo innanzi tutto la parola tronco. La parola in sé implica profondità e centralità. La struttura anatomica più profonda e centrale è la colonna. Molto di ciò che ascoltiamo quando si parla di tronco è collegato specificatamente alla colonna e al torso in generale. Dopo tutto, sono proprio torso e colonna che vogliamo stabilizzare attraverso i muscoli del tronco. C’è inoltre una componente dinamica da considerare nel tronco: questo aspetto è collegato al movimento e al controllo specifico del movimento tramite i muscoli profondi che ci consentono di muoverci. Basandomi sulla mia esperienza personale e sui miei studi, spesso cito Ida Rolf che ha sviluppato l’integrazione strutturale, meglio conosciuta come Rolfing. Secondo lei, la colonna era il vero tronco del corpo. I tessuti più profondi e intrinseci erano da considerarsi muscoli del tronco. Per Ida, i muscoli più superficiali come gli addominali rappresentavano una sorta di fodera del tronco. Questo non vuol dire che i muscoli più profondi non siano in relazione con quelli più superficiali: ovviamente lo sono. Ma lei non li classificava come tali, come avviene invece al giorno d’oggi.
Indipendentemente da come vogliamo classificarli, dobbiamo farci una domanda più importante. Perché è così importante comprendere il tronco? Nello yoga, ci sono diverse ragioni valide:
  • Forza e stabilità
  • Movimento
  • Relazione con i Bandha

Forza e Stabilità

La forza che proviene dal tronco è senza dubbio parte del motivo per cui il tronco attira tanta attenzione. E a ragione. Non ci stancheremo mai di ripetere quanto è importante avere una relazione bilanciata con i muscoli del tronco. Per bilanciata, intendo una relazione che comprenda equilibrio tra forza e flessibilità in questi muscoli, in modo tale da renderli più adattabili. Abbiamo bisogno di questa adattabilità anche quando non ce lo aspettiamo. Ad esempio, se viviamo in zone in cui il terreno è ghiacciato, senza accorgercene usiamo i muscoli del tronco ogni volta che scivoliamo da un lato all’altro sul ghiaccio. Ogni volta che inciampiamo, stiamo per cadere, e riusciamo a riprenderci, è grazie all’adattabilità dei muscoli del tronco che restiamo in piedi. Nello Yoga, usiamo questa adattabilità per entrare e uscire dalle posizioni. La usiamo anche quando affrontiamo posizioni che si basano sulla forza, come le asana in equilibrio sulle braccia, quelle in cui dobbiamo sollevarci, saltare e così via. E’ in questi momenti che abbiamo bisogno della forza e della stabilità del nostro tronco, per poterlo muovere adeguatamente.
 
Movimento
anterior pelvis center of gravity core yoga anatomy
Centro di gravità – fronte
pelvis center of gravity core yoga anatomy
Centro di gravità – da sopra
Quando descriviamo il movimento che ha origine dal tronco (il “core”) ci chiediamo in realtà: come faccio a controllare il mio centro di gravità? E’ questo aspetto del controllo del centro di gravità a rendere l’ileopsoas di grande rilevanza quando parliamo di muscoli del tronco. L’ileopsoas è posizionato strategicamente attorno al nostro centro di gravità, che si trova appena sopra e davanti al nostro sacro. Quando il nostro centro di gravità è in linea con la stessa forza di gravità, relativa alle parti del nostro corpo, siamo in equilibrio e in controllo. Quando ci muoviamo a partire dal nostro centro, i nostri movimenti sono non solo controllati, ma espansivi e leggeri. Notiamo due serie di qualità molto importanti nella pratica: la stabilità, la sensazione di avere radici (Mula) e agio, leggerezza, grazia (Uddiyana). Ida Rolf descrive queste sensazioni come “Consapevolezza dello Psoas”. E’ a questo punto che ileopsoas, tronco e bandha cominciano a mescolarsi da diversi punti di vista. Sono tutte prospettive diverse che convergono a creare un risultato simile. Il risultato è la sinergia di forza, stabilità, leggerezza e agio durante il movimento. E’ spesso a questo punto che la gente comincia a chiedersi come rendere più forte lo psoas, o in generale i muscoli del tronco. Ed è qui che spesso facciamo l’errore più comune, a mio parere: l’errore di semplificare questa necessità decidendo per forza o flessibilità dello psoas, come se potessimo scegliere tra bianco e nero.
Dico sempre alla gente di creare una relazione con il proprio psoas! Essenzialmente, tutti vogliamo muoverci partendo dal tronco. Ora, se provate a sentire il vostro psoas che si contrae, è probabile che non ci riusciate. Forse è più semplice scegliere e isolare un punto preciso. Per esempio… il vostro centro di gravità. Se lo fate, sarà il vostro percorso per comprendere come i bandha vadano a comporre il puzzle dei muscoli del tronco. Questo non significa che l’ileopsoas è il vostro bandha, né che il vostro centro di gravità è il bandha. E’ solo un punto su cui concentrarsi finché i bandha non si rivelano. Provate a guardare questo video di Fred Astaire se volete avere un’idea della “consapevolezza dello psoas” di cui parla Ida Rolf.
 
Relazione con i Bandha
E cosa sono i Bandha, alla fine? Spesso è difficile descrivere cosa sono o cosa significano i Bandha, perché sono un’esperienza. Non fraintendetemi: possiamo descriverli intellettualmente o filosoficamente, ma descriverne l’esperienza è ben diverso. Essere certi di aver provato questa esperienza è ancora un’altra cosa. Perché ognuno ha un’esperienza diversa dei Bandha, diversi livelli di comprensione, e di solito c’è parecchia confusione in merito. Ciò che la maggior parte di noi può descrivere è il controllo fisico che si accompagna alla componente energetica dei Bandha. Personalmente, non sono del tutto convinto di sapere cosa siano i Bandha, ma solo di quale sia la mia esperienza dei Bandha fino ad ora.
Da un punto di vista filosofico, i bandha sono un elemento energetico interiore. Quindi, in che modo esperiamo l’energia? Come sensazione? Come movimento? Come manipoliamo e/o controlliamo questa energia? Forse la nostra esperienza è tutte queste cose. Ma innanzi tutto suggerisco di cercare di comprendere i bandha facendo attenzione al respiro (n.d.t. – How Breath Leads to Bandha, dello stesso autore). Dopo tutto, è proprio il respiro che utilizziamo come meccanismo per controllare l’energia (pranayama). Mi sembra abbastanza logico che senza un certo controllo del respiro, faremo fatica a controllare la nostra energia. Questo riguarda sia l’energia che circola all’interno del nostro corpo, che quella che immettiamo attraverso il respiro. Niente respiro, niente bandha; niente bandha, niente controllo della mente, niente sviluppo della concentrazione e dell’attenzione. E qui arriviamo alla radice dei bandha. In questo senso, i bandha sono punti di concentrazione che dirigono o controllano il prana. Dopo tutto, è la nostra mente a dirigere il prana. Quindi stiamo parlando di un livello di consapevolezza. Se la nostra mente non è concentrata, non c’è posto per la consapevolezza. Siamo bloccati nel flusso dei pensieri nel tentativo di concettualizzare i bandha, invece che esperirli. Non è un’impresa da poco, e non voglio dire di aver dominato la questione, ma stiamo parlando del nostro CORE! E qui, per “core” non intendo più parlare di muscoli. Parlo di strati che sono molto più profondi e che vivono tra bandha, respiro, muscoli, e tronco.
Conclusione
Esiste il tronco anatomico del nostro corpo, la colonna e i muscoli più interni che la circondano. Se andiamo verso l’esterno, troviamo i muscoli più superficiali che giocano una loro parte nel dare stabilità e sostegno alla colonna. Queste nozioni certo ci aiutano a progredire, ma è attraverso il movimento e la delicatezza dell’esperienza del movimento che possiamo approfondire la nostra pratica. Usate il centro di gravità come un punto a cui rivolgere la mente per una settimana di pratica, e ditemi cosa vi succede. Mandatemi una mail o commentate questo articolo, e ditemi se mi sbaglio! Soprattuto, cercate di lasciarvi andare all’esperienza, cercate di non concettualizzarla e di non aspettarvi un risultato particolare. Siate più neutrali.”
– David Keil

Ashtanga Yoga nel braccio della morte: Tim Miller

Tim Miller
Ho ricevuto questa sera una bellissima mail da Tim Miller, che mi autorizza a tradurre per voi i pensieri del suo blog, “Tuesdays with Timji”. Tim Miller è stato il primo americano ad essere certificato da Sri K. Pattabhi Jois. Il suo curriculum è talmente noto che non necessita di presentazioni. Sono come sempre commossa quando ricevo da maestri di questa levatura e tradizione l’approvazione a trasmetterne i pensieri, traducendoli in italiano. Il blog di Tim mi ha subito conquistata per l’aspetto personale, confidenziale dei suoi post. La sensazione nel leggere le sue pagine è quella di essere seduti a casa sua, a fare due chiacchiere con un vecchio amico che condivide il nostro grande amore per la pratica dello Yoga. Tra i post che mi sono piaciuti di più c’è quello del 28 aprile scorso, “Stiamo tutti scontando la nostra pena”. Il titolo del post nasce dal libro “We’re All Doing Time” di Bo Lozoff, che negli anni ’70 creò il progetto “Prison Ashram”, insegnando Yoga e meditazione negli istituti di correzione. Ma lasciamo la parola a Tim, con la traduzione del post apparso sul suo blog.
“Come dice il titolo del libro, non sono solo i carcerati a “scontare una pena” – tutti noi, in qualche modo, scontiamo una pena nelle prigioni che ci costruiamo, finché non troviamo moksha, la liberazione. La scorsa settimana ho ricevuto una lettera da un certo Tony Egbuna Ford. Tony mi scrive: ‘Mi trovo nel Braccio della Morte in Texas, e pratico Ashtanga Yoga da un anno. Ho completato la Prima Serie e non ho problemi nell’eseguire le sequenze con i vinyasa. Sono però bloccato perché vorrei trovare qualche libro per arricchire la mia conoscenza dell’Ashtanga, e per cominciare a praticare le serie Intermedie e Avanzate. Qui nel braccio della morte è nato un movimento per lo Yoga! E ora, dato che mi hanno visto praticare Ashtanga, e soprattutto i vinyasa, altri mi hanno seguito su questo percorso!’. La lettera di Tony mi ha profondamente colpito e gli ho spedito una copia del libro di Gregor Maehle sulla serie Intermedia il giorno dopo. Più tardi, nel corso di quella stessa giornata, sono andato a prendere a scuola Leela, la mia figlia tredicenne, e ho condiviso con lei la lettera di Tony. Dopo averla letta, Leela ha cercato su Google Tony Egbuna Ford. ‘Cosa hai trovato?’, le ho chiesto. ‘Egbuna è un nome nigeriano, e sembra che Tony sia innocente’, mi ha risposto. A quel punto ho fatto qualche ricerca anche io sul caso di Tony. Tony è stato condannato per l’omicidio di un 18enne, Armando Murillo, a seguito di una irruzione in una casa di El Paso, in Texas, nel 1991. E’ stato accusato di aver sparato anche alla madre e alle due sorelle di Armando. La versione di Tony è questa: era alla guida di un’auto che trasportava Van e Victor Belton. I due erano diretti a casa del padre di Armando, per recuperare un debito di droga. Quando Murillo si rifiutò di aprire la porta, i Belton fecero irruzione pretendendo gioielli e oggetti di valore, incluse le chiavi dell’auto. La sorella di Armando lanciò le chiavi ai Belton, che presero il gesto come un’offesa ed iniziarono a sparare. Tony dichiara di essere sempre stato nell’auto, totalmente inconsapevole che qualcuno fosse stato ucciso. I Belton e Tony furono poi arrestati e accusati di omicidio. La sorella di Armando era compagna di scuola di Van Belton, e lo identificò facilmente. Durante l’interrogatorio, Van Belton accusò Tony di essere l’altro uomo ad avere sparato. Quindi a Murillo fu mostrata una foto da passaporto di Tony, per l’identificazione. Mai fu mostrata una foto di Victor Belton, che gli somigliava molto. Sulla base di queste “testimonianze oculari”, Tony fu accusato di omicidio e condannato a morte. Non ci sono prove fisiche che colleghino Tony a questo crimine, e solo a casa dei Belton furono trovati bossoli compatibili con il crimine. Gli abiti di Victor Belton erano insanguinati al momento dell’arresto, eppure non furono mai sottoposti a test. Secondo lo stenografo del tribunale, il pubblico ministero chiese ai Murillo, che vedevano Tony per la prima volta dal vivo, se egli fosse l’assassino. I Murillo si guardarono tra loro, scrollarono le spalle e dissero: ‘forse’. Dal 1993, Tony si trova nel braccio della morte. Da allora, per due volte gli è stata sospesa l’esecuzione, e continua a lottare per un nuovo processo. Mentre sconta la sua pena nel Braccio della Morte, Tony ha scritto un libro, “Attraverso gli Occhi di un’Anima Tormentata”; ha creato opere d’arte, si è sposato, ha praticato e pratica Ashtanga Yoga.”
Tim Miller
Questo post mi ha fatto pensare a quanto a volte ci facciamo bloccare da mura immaginarie, prigioni fatte di pensieri, di condizionamenti. Tony sta cercando la liberazione da mura oggettive e ingiuste ma, forse, per lui la moksha interiore è già arrivata.

Approfondire la pratica: Ashtanga Yoga secondo Iain Grysak

Leggo con interesse sul sito Love Yoga Anatomy l’interessante articolo di Iain Grysak sull’approfondimento di un’autentica pratica Yoga. Traduco a beneficio di Yogi e Yogini che non hanno dimestichezza con l’inglese, augurandomi di rendere a tutti voi un servizio utile. E’ un articolo più lungo del solito ma io l’ho trovato illuminante, soprattutto in questo momento della mia personale pratica e in questo momento storico dello Yoga in Italia e nel mondo. Ringrazio come sempre la meravigliosa insegnante Anurag Vassallo per avermelo segnalato.
Iain Grysak, autore dell’articolo di oggi

“Una pratica Yoga autentica è un’esplorazione relazionale. Chi pratica lo yoga come sadhana (e non come divertimento), ha una relazione con il suo insegnante, una relazione con la tradizione o il metodo della pratica, e soprattutto una relazione con se stesso.

Ciò che realmente lo yoga produce è l’approfondimento e il rafforzamento di queste relazioni. Una relazione solida e stabile con l’insegnante e con la tradizione della pratica sono fattori importanti in una pratica yoga salutare e trasformativa, ma alla fine queste relazioni nascono per diventare la base e il sostegno su cui il praticante approfondisce la relazione con se stesso.  L’approfondimento della pratica comprende sempre l’approfondimento della relazione.
E’ utile tenerlo a mente quando cerchiamo un modo per approfondire la nostra pratica Yoga.
Oggi sono molte le esperienze disponibili sul mercato, e alcune sono promosse in modo molto efficace.
Queste esperienze possono includere alcuni o tutti gli aspetti che elenco di seguito: a) Un insegnante famoso o carismatico (o più d’uno); b) Un certificato di partecipazione al corso, che possibilmente conferisca il titolo di “insegnante”; c) L’esposizione a nuove asana e/o tecniche innovative, conoscenze, informazioni, trucchi etc; d) Luoghi da sogno in cui praticare; e) E possibilmente forme supplementari di intrattenimento pseudo-spirituale.
Questo genere di ritiri ed eventi yogici possono sembrare eccitanti e stimolanti, ma nel considerare queste esperienze, penso sia importante chiedersi se realmente contribuiscono all’approfondimento della pratica individuale – se realmente rafforzano la nostra relazione con un insegnante, una tradizione, noi stessi – o se sono semplicemente una forma di intrattenimento pseudo-spirituale, un’ulteriore distrazione nel nostro mondo commercializzato, in competizione per una fettina della nostra sempre più debole capacità di attenzione.
Nel pensiero occidentale si ritiene comunemente che approfondimento sia sinonimo di accumulo. Più cose accumuliamo, più cose possediamo, più ci riteniamo in grado di offrire qualcosa.
Un rapido sguardo al sito di uno Yoga Studio occidentale è in grado di esemplificare questo pensiero. Uno studio di successo offre classi di più stili di yoga. C’è qualcosa per tutti, e lo studente potenziale può scegliere qualsiasi insegnante o metodo si adatti al suo umore: uno stile al caldo o al freddo, un ritmo veloce o lento, un approccio gentile o vigoroso. Se scorriamo il menu degli insegnanti, troviamo molti nomi. Le biografie degli insegnanti includono di solito una lunga lista di maestri con cui si sono preparati e una serie di stili che hanno “studiato”. Ci sono anche programmi di certificazione all’insegnamento multidisciplinari, solitamente lunghi un mese, in cui i potenziali insegnanti vengono “allenati” a diversi stili di yoga, da vari maestri, e in seguito lasciati liberi di scegliere quale stile si adatti meglio alla loro carriera di insegnanti.
E’ sempre più raro trovare una scuola di yoga che offra un’educazione completa e strutturata su una tradizione, un sistema, e ancora più raro trovare una biografia che inizi con una frase come “Sono qualificato all’insegnamento perché ho passato 20 anni a praticare con il Maestro X, approfondendo il suo metodo”.
In qualsiasi relazione a lungo termine, è necessario affrontare aggiustamenti e calibrazioni per mantenere il rapporto in buona salute. Accade lo stesso con un insegnante e con una tradizione. Questo tipo di impegno, di continuo aggiustamento e calibrazione può diventare un forte stimolo per un’autentica evoluzione personale, se affrontato con intenzione e consapevolezza. Alla fine, questo tipo di rapporto fornisce una base per approfondire la relazione con noi stessi e diventare esseri umani più sani e funzionali.
Per definizione, una relazione comprende l’interazione o lo scambio tra due entità. Se abbiamo una relazione con noi stessi, e l’approfondiamo attraverso la pratica yoga, significa che esistono due diversi aspetti del nostro sé che hanno bisogno di comunicare tra loro.
L’autore canadese Matthew Remski ha recentemente scritto un articolo in cui cerca di definire il concetto di meditazione. Questa definizione in parte recita: “è utile vedere la meditazione come il processo graduale per migliorare i numerosi strati di conversazione interiore tra l’io istintuale e l’io conscio”. Trovo questa definizione utile nel chiarire il mio personale pensiero sull’uso della pratica yoga per l’approfondimento della comunicazione interiore.
La società moderna ha creato la possibilità, per le nostre menti, di esistere quasi interamente in un mondo di idee, concetti e creazioni. Non abbiamo davvero bisogno di “sentire” molto, se preferiamo evitarlo. Il mondo concettuale della mente conscia non ha molto senso per l’intelligenza innata del nostro corpo istintivo – ci siamo allenati a non ascoltare il nostro corpo mentre lo trasciniamo attraverso l’universo concettuale creato dalle nostre menti.
Solo quando proviamo forte piacere o forte dolore, il nostro corpo istintivo grida così forte che ignorarlo è impossibile: allora iniziamo ad ascoltarlo. Anche in quei momenti, quell’ascolto rappresenta raramente un dialogo salutare tra la mente conscia e il corpo istintivo. Solitamente, comprende la ricerca del modo più rapido e facile per soddisfarne le esigenze o rimuoverne i dolori, così da poterlo nascondere nell’ombra e tornare al nostro mondo prefabbricato di idee e concetti.
Le mie pratiche si sono evolute e intrecciate negli ultimi 15-20 anni, fino ad unirsi in un unico processo: migliorare la comunicazione e approfondire la relazione tra la mia mente conscia e il mio corpo istintivo. In altre parole, la mia pratica è un veicolo per approfondire la mia relazione con me stesso.
Le diverse forme di pratica che intraprendo quotidianamente – meditazione vipassana, ashtanga vinyasa yoga, pranayama, il pancha sila del Buddha o gli yama e niyama di Patanjali (la pratica che investiga l’etica delle relazioni con il mondo), osservanze alimentari etc. – sono tutte diverse lenti attraverso le quali esamino e soppeso questo tema centrale.
Ognuna di queste pratiche mi è necessaria, poiché una sola non è sufficiente a coprire l’intera gamma delle mie esperienze, del mio corpo istintivo.
La scienza si divide in categorie esplorative separate tra loro, come fisica, biologia, chimica e psicologia in modo tale da coprire l’intera gamma di ciò che è osservabile; allo stesso modo le pratiche spirituali come meditazione, asana, pranayama, etica, alimentazione etc. sono a nostra disposizione per coprire l’intera gamma della realtà introspettiva e soggettiva del corpo istintivo.
Secondo alcune interpretazioni degli insegnamenti del Buddha, la mente inconscia è in costante contatto con le sensazioni del corpo istintivo. Non solo, la mente inconscia genera costantemente una reazione di desiderio o avversione rispetto alle sensazioni del corpo istintivo.
Siamo quasi sempre inconsapevoli di questo processo di reazione alle sensazioni, ma i suoi effetti a lungo termine restano profondamente impressi nella nostra psiche. Queste reazioni sono il fondamento di tutti i nostri complessi mentali, delle nostre abitudini, delle tendenze e delle problematiche di cui siamo quasi tutti consapevoli a qualche livello, e su ci diciamo che forse “dovremmo lavorarci”. Il Buddha le ha chiamate “sankhara” (in lingua Pali), e Patanjali le ha nominate “samskara” (in Sanscrito). Secondo entrambi questi Maestri, esse sono la fonte di tutte le nostre sofferenze, interiori ed esteriori, poiché le riflettiamo nelle nostre relazioni con il mondo.
Il primo passo per lavorare su queste abitudini reattive è diventarne consapevoli. Il modo più efficace per riuscirci è andare direttamente alla fonte che le ha generate – l’interazione della mente con il corpo istintivo. L’essenza della pratica vipassana del Buddha è diventare consapevoli del corpo istintivo senza generare alcuna reazione ad esso, nel modo più continuativo possibile.
Nel Satipatthana Sutta, il Buddha afferma che se riusciamo a restare consapevoli delle sensazioni del corpo istintivo, senza generare alcuna reazione di desiderio o avversione a queste sensazioni o sentimenti, e se riusciamo a farlo in modo continuativo, senza interruzione, senza perdere nemmeno un istante questa consapevolezza per sette giorni o sette anni, allora siamo completamente liberi dal nostro sankhara. Se ci vogliano sette giorni o sette anni dipende dal livello di accumulo del sankhara, che è assolutamente individuale.
Sembra quindi abbastanza semplice diventare liberi. Dobbiamo solo fare una cosa per 7 giorni o 7 anni. Sfortunatamente, osservare il corpo istintivo in modo oggettivo, non è cosa facile. Anzi, è un lavoro di proporzioni epiche.
Una pratica autentica, che ci porti in profondità in questo tipo di esperienza, non è qualcosa che si possa facilmente acquistare. E’ una sfida immensa osservare cosa accade dentro di noi senza esitare o fuggire. Tuttavia, le mie personali esplorazioni mi portano a credere che questo sia il modo più diretto per diventare esseri coerenti, integrati, funzionali e dotati di significato. E’ il solo modo per rafforzare e approfondire la nostra relazione con noi stessi. E’ la comunicazione più onesta che esista.
Una volte che la mente conscia e il corpo istintivo hanno imparato a comunicare tra loro più armoniosamente, cominciamo a fare scelte di vita più salutari a tutti i livelli, da ciò che scegliamo di mangiare a come decidiamo di passare il nostro tempo, a come reagiamo e interagiamo a livello profondo con tutto ciò che ci circonda, inclusi gli altri esseri viventi. Ho osservato questi benefici crescere dentro di me negli ultimi 15 anni di pratica costante e coerente. Capisco quindi cosa intenda Sharath Jois quando si riferisce, durante le sue conferenze, allo “yoga che avviene dentro di voi”. Mentre ho dubbi e riserve su come questi benefici possano essere estrapolati dalla definizione del Buddha di “liberazione totale”, non ho dubbi invece che questi benefici esistano e continuino a crescere con una pratica a lungo termine.
Le pratiche di Yoga e meditazione disponibili “sul mercato” vengono spesso definite “sogno”, “pace”, “felicità”, etc. Non c’è dubbio che a lungo termine queste pratiche possano, a lungo termine, portare un senso di profondo appagamento, coerenza e funzionalità. Siamo altresì in grado di sperimentare effetti a breve termine che possono essere al tempo stesso magici e intossicanti.
Tuttavia chi pratica con autenticità, quindi utilizzando la pratica come mezzo di approfondimento della propria consapevolezza e comunicazione con il proprio corpo istintivo, ha modo di sperimentare in tempi abbastanza brevi esperienze e sentimenti non sempre piacevoli. Anzi, a volte questi possono essere l’esperienza dominante per lunghi periodi durante il nostro cammino.
Tutto il nostro sankhara negativo e sgradevole emerge alla luce della mente conscia attraverso il corpo istintivo. Dobbiamo vederlo e guardarlo negli occhi, imparare ad accettarlo; solo allora queste abitudini negative si indeboliscono e cominciano a dissolversi. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di nient’altro che della nostra costante consapevolezza per arrivarci. Non abbiamo bisogno di protezione da strane divinità. Non abbiamo bisogno di mantra, benedizioni, incensi o preghiere. Non abbiamo bisogno di shaktipat. Non abbiamo bisogno di un pranoterapeuta o di un esorcista. E’ tutto alla nostra portata – tutto ciò che dobbiamo fare è aver voglia di conoscere e sentire in modo completo il nostro sankhara, utilizzando una pratica autentica per arrivarci. A questo punto la trasformazione accade naturalmente, senza sforzo e senza essere voluta dalla mente conscia. Una volta creata l’unione non reattiva tra mente conscia e corpo istintivo, il riallineamento accade automaticamente. Per il 99% delle persone, avere una relazione stabile con una tradizione e una guida è un elemento necessario al sostegno di questo tipo di lavoro.
Un concetto semplice, ma una sfida epocale. Gli esseri umani sono programmati per cercare il piacere ed evitare il dolore. Quindi, se intraprendiamo una pratica che ci porta in contatto consciamente con esperienze fisiche potenzialmente sgradevoli, l’istinto ci dice di allontanarcene. E’ necessario comprendere il processo, ci vuole determinazione, concentrazione e fede per mantenere il passo e superare il nostro istinto ad evitare la sofferenza. Dobbiamo cercare di farlo in modo bilanciato, proponendoci di affrontare solo ciò che siamo in grado di assimilare e integrare nelle nostre vite. Non tutti desiderano affrontare questo lavoro in profondità, ecco perché passare 20 anni con un maestro di una particolare pratica è un fenomeno poco comune. Quando le persone lavorano in modo autentico, iniziano ad incontrare strati più profondi del loro sé durante la pratica. In particolare ho notato tre tendenze:
1. Smettere di praticare – allontanamento e repressione del sankhara.
Questo è il caso più comune. Smettere di praticare significa praticamente cedere. Smettono per esempio di praticare Ashtanga (o qualsiasi altra pratica) e si spostano verso altre forme di Yoga. Ma questo può manifestarsi anche in forme più sottili. Ad esempio un insegnante può fermare uno studente in una particolare asana perché ritiene non sia ancora pronto. L’asana è una sfida perché fa affiorare sensazioni sgradevoli nel corpo istintivo, e la mente reagisce a questi stimoli. Lo studente decide che ne ha abbastanza di questo insegnante, e ne cerca un altro che sia meno esigente e gli permetta di evitare, modificare o addirittura eliminare quell’asana. Lo studente non abbandona la pratica Ashtanga, ma riesce ad evitare la grande opportunità trasformativa di questa disciplina. Altri praticanti riescono invece a praticare senza “sentire” realmente se stessi. Invece che usare la pratica per approfondire la propria sensibilità verso il corpo istintivo, si anestetizzano per attraversarla. O accendono la TV, mettono la musica, parlano etc. etc. Questi sono tutti modi per evitare il vero lavoro, l’incontro introspettivo del sé attraverso la pratica. Il praticante attraversa fisicamente le asana, ma non sta realmente praticando.
2. Usare la pratica per nutrire e rendere più profondo il proprio sankhara.
Questo è un altro caso molto comune. Chi ha tendenze ad una forte autocritica o all’autolesionismo trova purtroppo terreno fertile nella pratica dell’Ashtanga per rendere questo sankhara ancora più profondo. L’Ashtangi modello, con un corpo perfetto e una pratica bella da guardare, diventa un ideale che la mente conscia dello studente cerca di impersonificare, negando la realtà del proprio corpo istintivo nel tentativo di emulare questa visione di perfezione. L’era dei selfie su facebook e le copertine dei vari Yoga Journal hanno contribuito in larga parte a questo sfortunato fenomeno. Come risultato, si manifestano o peggiorano disfunzioni alimentari, ci si infligge traumi fisici ai danni di schiena e ginocchia, e la divisione tra mente conscia e corpo istintivo diventa sempre più vasta.
Anche chi ha tendenze narcisistiche trova terreno fertile per rendere quest’attitudine più radicata. La forza e l’energia generata dalla pratica vengono incanalate in tendenze alla manipolazione e al controllo. Quando questo genere di persona diventa a sua volta insegnante, gli effetti possono essere disastrosi, per loro e per chi li frequenta. Si sentono fin troppe storie di insegnanti dal comportamento scandaloso. Purtroppo non si tratta di casi isolati.
3. Osservare con calma e continuare a praticare.
Si possono coltivare pazienza e osservazione oggettiva. Qualsiasi cosa il nostro corpo ci dice, lo ascoltiamo cercando di sentire in modo chiaro. E di accettare quello che ci vuole dire. E con questa sensibilità, continuiamo a praticare con consapevolezza lasciando che i cambiamenti si manifestino in modo spontaneo. Se comprendiamo con chiarezza ciò che stiamo facendo con la nostra pratica, e combiniamo questa comprensione con fede, attenzione, umiltà e pazienza, insieme al sostegno e alla guida di un buon insegnante e di una sana tradizione, possiamo gradualmente attraversare il nostro sankhara, via via che la nostra pratica lo rivela ai nostri occhi.
E’ un processo difficile che richiede un’autentica volontà di adattamento e cambiamento. Richiede umiltà e volontà di arrendersi – alla nostra tradizione, al nostro insegnante e soprattutto al nostro corpo istintivo. Chi intraprende questo cammino diventa un praticante molto stabile, equilibrato, sano e compassionevole o un insegnante in grado di fare del bene attraverso le proprie azioni.
Nessuno è perfetto, e anche con le migliori intenzioni, tutti finiamo nella categoria 1 o 2 a volte. Ecco un altro motivo per cui è importante il sostegno di una comunità sana, di un buon insegnante, e di tanto lavoro su se stessi. Se abbiamo questi sostegni e questa intenzione, e se insistiamo, avremo successo nel praticare in modo autentico e la pratica diventerà un supporto nel rendere le nostre vite migliori.”

Yoga: un’unione davvero possibile?

Da due decenni ormai mi dedico allo studio e alla pratica dello Yoga. Non solo asana, ma filosofia: da sempre l’aspetto spirituale di questa disciplina è per me l’obiettivo dei miei studi.
Guardando dentro me stessa, ogni giorno mi chiedo se noi, appartenenti alla specie umana saremo mai in grado di mettere in atto ciò che per le Nazioni Animali è un dono di Natura: il concetto di Unione.
Yoga, secondo le antiche scritture, significa Unione. Dal punto di vista individuale, unione di corpo, mente e anima; dal punto di vista sociale, Unione tra esseri viventi, rispetto e amore verso chiunque, in modo incondizionato e sincero. Gli esseri umani sono, tra le specie viventi, quelle dotate da un volere superiore della consapevolezza di sé. Un dono che dovrebbe portarci a riconoscere in ogni altro simile una parte di noi stessi, la condivisione di un patrimonio genetico che ci rende, certo, diversi per tanti piccoli particolari ma così uguali nelle caratteristiche che fanno di noi quello che siamo. Il dono di avere coscienza di noi stessi dovrebbe portarci naturalmente verso il desiderio di aiutarci l’un l’altro, semplicemente perché riconosciamo nell’altro noi stessi. Qualche tempo fa, vennero condotti in un’università americana degli studi che mettevano a confronto la nostra capacità di empatia verso i nostri simili. Parallelamente, lo stesso esperimento veniva condotto sui macachi. Ebbene, gli esseri umani erano disposti ad infliggere dolore fisico per ottenere un vantaggio personale, mentre i macachi si rifiutavano di mangiare se, per ottenere del cibo, dovevano provocare sofferenza ad un loro simile. Credo che questo esperimento dica tutto sulla nostra presunta superiorità rispetto alle Nazioni Animali.
Ogni giorno assistiamo, a qualsiasi livello, a piccoli e grandi soprusi davanti ai quali chiudiamo gli occhi. Il nostro mondo sembra aver preso la rincorsa verso una distruzione di cui siamo i soli artefici. Homo homini lupus, dicevano i latini, l’uomo è il predatore di se stesso, e questo continua ad avvenire, giorno dopo giorno; su larga scala e nei nostri piccoli cortili. Nel momento in cui capiamo che eliminare le sofferenze altrui è l’unico modo per evitare ogni nostra sofferenza, siamo liberi. Eppure non riusciamo a fare questo salto, e se qualcuno questo salto prova a farlo, diventa preda di chi cerca di vincere in se stesso la battaglia dell’ego. Ci travestiamo da yogi ogni giorno, predicando amore universale ma covando nel cuore competizioni, invidie, gelosie. Indossiamo le vesti alla moda di praticanti di questo o quell’altro stile, ma nelle nostre azioni quotidiane non cambiamo una virgola di ciò che siamo. Yama e Niyama sono oggi i rami impraticabili dello Yoga, preferiamo lottare contro il nostro corpo imponendogli asana complicatissime piuttosto che tendere la mano verso chi soffre, a qualsiasi livello – ignorando che questo è, forse, lo Yoga di cui parlava Patanjali. Fermare la mente per ascoltare il respiro universale, quello che condividiamo con ogni altro essere vivente sul pianeta: altri uomini e donne, animali, piante. A questo dovrebbero servire le asana che con tanto impegno ogni giorno pratichiamo sui nostri tappetini all’ultimo grido: a riconoscere in chiunque ci sfiori anche solo per un istante il nostro stesso destino, ad essere empatici, e soprattutto, prima di agire, prima di fare o dire qualsiasi cosa, a chiederci se la nostra azione, il nostro piccolissimo gesto, porterà sofferenza o amore. E se ci farebbe bene o male ricevere da un altro lo stesso gesto, la stessa parola che stiamo per pronunciare.
Forse se tutti ci provassimo almeno una volta al giorno, qualcosa cambierebbe – un battito d’ali, simile a quello di una farfalla, in grado piano piano di cambiare il vento.

La colonna lombare: come proteggerla durante la pratica

Chi pratica – e non solo – sa quanto sia importante prendersi cura del tratto lombare della colonna. Sottoposta a continuo stress fin da quando l’uomo ha adottato la stazione eretta, quest’area della nostra colonna vertebrale è estremamente sensibile e ricettiva agli stress. Da un punto di vista olistico, il sacro è una sorta di “cervello periferico”, il residuo di una coda che abbiamo abbandonato evolvendoci fisicamente ma che può, anzi deve essere riattivata a livello sottile se vogliamo davvero essere consapevoli del nostro corpo durante la pratica e nella vita di tutti i giorni. Una pratica consapevole è il primo passo non solo per una colonna vertebrale sana, ma anche per attivare le capacità nascoste di quest’area del nostro corpo, in grado di regalarci stabilità fisica e psichica. Graeme Northfield, Maestro di Ashtanga Vinyasa Yoga tra i primi certificati all’insegnamento delle serie avanzate da Sri K. Pattabhi Jois, con cui ho avuto il grande piacere di studiare recentemente, ha pubblicato un articolo estremamente interessante al riguardo che traduco a beneficio di tutti i praticanti italiani, ringraziandolo per la fiducia che ripone nel mio lavoro di interprete. Il testo originale è ovviamente disponibile sul suo sito.
“Ogni volta che pratichiamo yoga e nella vita di tutti i giorni – sia durante eventuali performance sportive, che semplicemente sollevando le borse della spesa o in gravidanza – sottoponiamo il tratto lombare della nostra colonna ad uno stress. Anche una postura scorretta o poco consapevole da seduti può sovraccaricare quest’area del nostro corpo. Se non ci facciamo mai caso, questi fattori nel tempo portano ad un indebolimento dei muscoli della schiena, a patologie degenerative, e infine a dolore e diminuzione della mobilità.
Il detto “una catena è forte quanto il suo anello debole” è particolarmente adatto alla colonna vertebrale. In alcuni casi, assistiamo ad una debolezza intervertebrale, in altri questa debolezza è diffusa su più vertebre.
Posizioni come le flessioni in avanti e le estensioni all’indietro, portare le ginocchia al petto o effettuare torsioni sono tutti fattori di ulteriore stress. Se ci allunghiamo senza consapevolezza durante una flessione in avanti, ad esempio, l’area più debole della nostra colonna sopporterà l’impatto della forza in azione, contribuendo ad aggravare questa debolezza e mettendoci a rischio di infortuni.
Possiamo però evitare questi rischi portando la colonna in posizione neutra, inclinando le anche anteriormente e affidando il carico alle nostre gambe ogni volta che entriamo, manteniamo e usciamo da una postura.
Nello yoga, a molti di noi è stato insegnato di appiattire il tratto lombare prima di entrare in una posizione. Tuttavia, molti studi di recente pubblicazione e la mia personale esperienza mi portano a ritenere che questo non è il modo migliore per lavorare anzi, questo movimento può indebolire la colonna e diminuire la nostra stabilità.
La posizione neutra della colonna crea il massimo spazio disponibile tra le vertebre. Per conferire maggiore forza e stabilità alla colonna, oltre a sviluppare la forza dei muscoli più profondi del tronco, è necessario imparare a lavorare con la colonna in posizione neutra. Ma in cosa consiste questa “posizione neutra”?
Osservando la colonna vertebrale lateralmente, notiamo diverse curvature naturali. La base della colonna curva leggermente verso l’esterno, prima di curvare internamente all’altezza della zona lombare. Quindi la colonna si incurva verso l’esterno lungo il suo viaggio verso l’alto per giungere alla parte superiore del torso (la regione toracica), e infine si incurva nuovamente verso l’interno entrando nella regione cervicale (il collo).
Quando la colonna si incurva verso l’interno (concavità) parliamo di lordosi; quando la colonna si incurva verso l’esterno (convessità) parliamo di cifosi. Quando la colonna lombare è a riposo, in assenza di pieganti in avanti o all’indietro, è in posizione di lordosi neutra – o, come si dice comunemente, in posizione neutra.
Le cinque vertebre della colonna lombare sono le più grandi, e sostengono l’intera porzione superiore del corpo. La forma e la disposizione delle vertebre consente il movimento in ogni direzione ed è in grado di assorbire i colpi e le compressioni da carico.
Quando la colonna si piega in avanti (flessione) o all’indietro (estensione), soprattutto in presenza di carichi, la sua stabilità diminuisce e richiede l’attivazione dei gruppi muscolari della schiena, dell’addome, delle anche e delle gambe per garantire stabilità. L’attivazione muscolare richiesta per mantenere la “direzione neutra” dipende dalle condizioni soggettive della colonna, dall’asana in questione e dalla profondità dell’allungamento.
Non tutti possiedono una colonna vertebrale anatomicamente perfetta. Una colonna può essere iperestesa (inclinata posteriormente) o essere completamente priva di curvatura naturale (arrotondata esternamente). Per “direzione neutra” intendiamo la consapevolezza soggettiva della posizione neutra, e la capacità di mantenerla il più a lungo possibile, soprattutto quando si richiede alla colonna di sostenere un carico, come durante la flessione in avanti in piedi. Questo non significa che la colonna debba sempre essere in posizione neutra, ad esempio in movimenti passivi come la posizione del Bambino.
Lavorando verso la direzione neutra ed evitando l’arrotondamento della colonna, soprattutto all’inizio di una posizione, possiamo isolare i gruppi muscolari che desideriamo effettivamente allungare e rinforzare, invece che arrotondare attivamente la zona lombare per effettuare l’allungamento.
Le flessioni in avanti come Upavistha Konasana sono un classico esempio. Se entrando nella postura attiviamo la neutralità della colonna, possiamo isolare l’allungamento nelle anche e negli ischiocrurali. Arrotondare e sovraccaricare il tratto lombare per approfondire questa posizione sono un classico errore quando forziamo la posizione per raggiungere un “obiettivo”, quindi perdendo ricettività e consapevolezza durante la postura. E’ quindi fondamentale prestare grande attenzione alla costruzione e alla preparazione delle asana.
Le asana sono migliaia, così come innumerevoli sono i movimenti che possiamo fare con il nostro corpo. Lo Yoga ci fornisce la piattaforma ideale per esplorare e customizzare le posizioni di cui abbiamo maggiore necessità, la modalità in cui esprimerle per riacquistare e mantenere equilibrio e buona salute.

In Sintesi:

Non esiste un esercizio o un programma di yoga che sia adatto a tutti. Gli studenti che soffrono di patologie alla schiena o che hanno subito traumi in questa zona, devono sempre rivolgersi ad uno specialista, e assumere un programma individuale che incorpori controlli regolari.
Preparate il vostro corpo con un adeguato riscaldamento prima di praticare qualsiasi forma di esercizio fisico o prima di sollevare carichi. Soprattutto quando sollevate un carico, attivate e mantenete la colonna neutra. Al mattino, dopo esservi alzati, lasciate passare almeno un’ora prima di sottoporre la schiena ad un lavoro intenso. Fate attenzione ad ammorbidire il tratto lombare durante il rilassamento. Per una pratica yoga equilibrata, ricordatevi delle contro-posizioni – effettuate una flessione in avanti dopo una estensione all’indietro, ad esempio. Evitate di entrare in asana avanzate senza prima aver effettuato una corretta preparazione.
Siate pazienti. Non esagerate; resistete alla tentazione di praticare ponendovi degli obiettivi che non tengono in considerazione la vostra costituzione morfologica. Ricordate di utilizzare consapevolezza e controllo sia sul tappetino che nella vita – non solo quando vi piegate in avanti o sollevate pesi, ma anche quando vi sedete, se state in piedi a lungo e quando siete al lavoro.
Sviluppare solide basi da una posizione neutra consente di muoverci dal nostro “centro” con consapevolezza e ricettività, e queste sensazioni possono essere estese anche alla nostra condizione emotiva e psicologica. Diventando consapevoli ed esplorando il movimento, la natura dello sforzo e della passività, dell’attività e della ricettività, dei nostri alti e dei nostri bassi, diventiamo più sinceri con noi stessi e impariamo a sentirci più appagati.”
– Graeme Northfield

Jivamukti Yoga FOTM: Il senso della Vita

Sharon Gannon e David Life, fondatori di Jivamukti Yoga e Maestri di indiscusso valore e grande impegno sociale, propongono questo mese un Focus davvero intenso. E’ possibile rispondere, attraverso lo Yoga, alla domanda esistenziale più difficile? In poche parole, qual è il senso della vita? Lascio alla traduzione del testo scritto da David la non semplice risposta, aggiungendo solo che attraverso la pratica dello Yoga, anche semplicemente la pratica delle asana, questa domanda diviene meno scoraggiante e la sua risposta sempre più evidente.
Buona lettura!
Chi realmente sa, e chi può affermare,
Da dove è nato e da dove proviene il creato?
Rg Veda
Il Rg Veda fa uso di un detto che sopravvive ancora oggi quando viene posta una domanda a cui non è possibile rispondere. Scrollando le spalle, diciamo: “Chi lo sa?”. E davvero vogliamo dire che nessuno lo sa. Un singolo individuo, che vive separato dalla verità, non può conoscere la verità nella sua pienezza. Tale verità può essere esperita solo quando l’Osservatore si fonde nell’Osservato. L’occhio non può vedere la vista, né il naso odorare l’olfatto. La percezione dell’odore è cerebrale, e l’atto dell’odorare, pur essendo intrinsecamente collegato all’odore, è ad esso invisibile. Non dobbiamo cercare il significato della vita, perché riferito a se stesso. La vita ha un significato ed un valore intrinseco privo di altri riferimenti. La vita è un effetto, non una causa. Possiamo cercare la causa della vita e farne il nostro obiettivo spirituale. La sfida spirituale non è tanto scoprire il significato della vita (o della morte), ma utilizzare l’opportunità della vita per comprendere ciò che il Rg Veda chiama “quell’Uno, privo di respiro, respirato dalla sua stessa natura; senza di lui, nulla è”. Nulla è oltre l’Uno – l’Uno è ogni cosa. La nostra esistenza ci dà l’opportunità di sentire, di apprendere e diventare l’Uno. Non si tratta di un esperimento oggettivo ma di un approccio soggettivo al concetto di “infinito”, che non può essere descritto ma solo “sentito”. La vita non punta verso nient’altro, la vita abbraccia l’infinito inteso come creazione, ed ha un suo valore intrinseco.
Ogni giorno della nostra vita, la vita ci viene rivelata. Ci viene insegnato di lavorare sodo per arrivare ad un obiettivo nella vita, e a volte nel perseguire questo obiettivo non ci accorgiamo che ogni giorno che passa è, in se stesso, completo. Guardiamo solo a ciò che non abbiamo ottenuto. Se connettiamo il senso della vita a un obiettivo da raggiungere, rischiamo di vivere una vita senza senso. Non dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi, ma ricordare che “tutte le vie verso il paradiso sono il paradiso”, o rischiamo di trovarci sulla strada sbagliata. La vita è vivere, non mettere da parte la vita finché non abbiamo raggiunto un dato obiettivo.
Siamo esseri fisici che provano un’esperienza spirituale, o esseri spirituali che provano un’esperienza fisica? Possiamo essere ragionevolmente certi di essere “esseri fisici”, e a volte proviamo quella che potremmo definire un’esperienza spirituale. E’ molto difficile essere “esseri spirituali” che provano un’esperienza fisica semplicemente perché ci sentiamo separati dallo spirito. Possiamo verificare di possedere un corpo e una mente, ma è difficile verificare la sottile esistenza dello spirito attraverso l’intelletto. Lo spirito si “sente” – quindi “sentite” di più, e pensate di meno.
In un ashram sulle montagne vivevano alcuni giovani monaci. Un giorno due monaci stavano seduti osservando in meditazione gli stendardi della preghiera. Il monaco più giovane disse: “il vento si muove”. Il monaco più anziano replicò: “sono gli stendardi a muoversi”.  Iniziarono dunque a dibattere su ciò che è conosciuto e ciò che non lo è, e stavano ancora dibattendo se fossero il vento o gli stendardi a muoversi, quando giunsero a cena. La cuoca dell’ashram era una donna molto saggia che aveva visto molte generazioni di monaci andare e venire nel corso degli anni. Era un’anima illuminata nelle vesti di una semplice cuoca. Quando udì la discussione tra i monaci, si avvicinò alla loro tavola. Indossava un largo mantello che le nascondeva le braccia. Guardò i due monaci e cominciò a muovere furiosamente le sue braccia per trasmettere un messaggio molto chiaro: non sappiamo se sono gli stendardi o il vento a muoversi, sappiamo solo che esiste il “movimento”. – Antica Storia Zen
“Essere qui e ora” è un cliché nello yoga, ma la verità è che se possiamo esperire lo svolgersi dell’esistenza in ogni istante con meraviglia e curiosità, il senso della vita ci viene rivelato. Una vita densa di significato è una vita che celebra ogni istante come un istante trascorso alla presenza del Creatore del Creato.
Prima di intraprendere qualsiasi azione, chiedetevi: “Questa azione mi avvicinerà all’essenza della vita, o mi trascinerà ancora di più negli abissi dell’ignoranza?”. A volte questa è una decisione molto difficile da prendere, e raramente abbiamo il tempo di sedere e ponderare le nostre azioni. Ecco perché la pratica delle asana dello Yoga può aiutarci a rivelare le nostre inconsce tendenze e le abitudini della mente che ci portano a ripetere sempre le stesse azioni, rendendoci irrealizzati. Quando le tendenze inconsce emergono a livello conscio, veniamo premiati con la capacità di deliberare prima di agire. Le tendenze inconsce vengono sostituite con una nuova struttura preposta al movimento, in allineamento con le forze della Terra. La geometria della pratica delle asana apre sentieri sottili attraverso il corpo e la mente, sentieri attraverso cui avvertiamo il flusso del prana, della gravitazione, della levitazione e dell’elettromagnetismo. La coraggiosa applicazione delle tecniche yoga ci rivela il senso della vita – vivere come canali per la Consapevolezza Universale e diventare colui che conosce l’Uno. Vivere è il senso stesso della vita.
Maggio 2015 — David Life

Jivamukti Yoga, creato e fondato da Sharon Gannon e David Life, è oggi uno dei nove stili di Hatha Yoga riconosciuti al mondo. Con uno dei teacher training di standard più elevati, questo metodo ha radici profonde negli insegnamenti dei Guru di Sharon e David, Sri K. Pattabhi Jois, Swami Nirmalananda e Shri Brahmananda Sarasvati. Ma in cosa consiste la filosofia di base che anima questo metodo che conquista ogni anni di più nuovi praticanti? Vediamolo insieme.

Jivamukti Yoga è un percorso di illuminazione che nasce dalla compassione per tutti gli esseri viventi. Alla base della sua filosofia l’interpretazione del termine Sanscrito “asana” inteso come “connessione”, relazione alla Terra, intesa come matrice di ogni forma di vita.
Sharon Gannon, co-fondatrice Jivamukti Yoga
Come ci insegna Patanjali negli Yoga Sutra, asana (base, connessione) dovrebbe essere “sthira” (solido, consistente) e “sukham” (felice, sereno). Jivamukti Yoga estende il concetto di asana come connessione a tutti gli esseri viventi sulla terra, connessione che quindi dovrebbe essere solida e portatrice di serenità. Quindi non più una posizione di supremazia dell’essere umano rispetto alla Terra che lo ospita, ma un essere umano che, attraverso la pratica delle asana trova una diversa relazione con la Terra e con tutti gli esseri viventi, eliminando il senso di separazione dall’altro per ritrovare l’unicità dell’essere, e riscoprire in questa unione una felicità che ci appartiene da sempre. I cinque principi che animano le lezioni di Jivamukti Yoga si estendono dalla classe alla vita di tutti i giorni. La pratica delle asana è dunque una metafora del nostro rapporto con la Terra e con la Vita. I cinque principi che animano la filosofia di Jivamukti Yoga sono:
Ahimsa, non violenza: uno stile di vita non violento, compassionevole, che si estende a tutte le nazioni animali, all’ambiente ed enfatizza l’etica di una alimentazione vegetariana/vegana e i diritti degli animali.
Bhakti, il riconoscere che lo scopo di ogni pratica Yoga è l’autorealizzazione o la consapevolezza del Divino che vive dentro ognuno di noi, e che si esprime attraverso il canto, i mantra, o semplicemente l’espressione di un’intenzione durante la pratica.
Dhyana o meditazione, un momento dedicato allo sguardo verso l’interno, per connettersi con l’immutabile, l’eterno che vive in ognuno di noi.
Nada o suono, inteso come ascolto consapevole, attraverso cui sviluppare un rapporto più equilibrato tra mente e corpo: durante una lezione, può essere rappresentato dalla voce dell’insegnante, da musica, o anche dal suono del respiro.
Shastra o studio delle scritture, degli antichi testi della filosofia e della pratica Yoga. A questo scopo il Focus del Mese serve da spunto ad insegnanti e praticanti per approfondire, anche nella pratica individuale, la conoscenza dello Yoga.
Una lezione Jivamukti è dunque un’esperienza che va oltre l’aspetto fisico della pratica, e che pur nei tempi limitati che il nostro quotidiano ci impone, ci riconnette ad uno stile di vita più rispettoso del nostro ambiente e della nostra stessa natura.
Sharon Gannon sarà nei prossimi mesi molto attiva in Europa nel presentare, con una serie di Masterclass e Workshops, la filosofia Jivamukti. Oltre a Parigi il 12-13 settembre, Sharon visiterà Barcellona, Amsterdam e l’Italia. In particolare sulle sue tappe italiane vi terrò aggiornatissimi, perché mi auguro saremo in molti ad incontrare questa grande Yogini e attivista per l’ambiente, che ha saputo conquistare tanti consensi oltreoceano.