Yoga, terapia dell’anima

 

Oggi, un post scritto casualmente sulla bacheca “Ashtanga Yoga Discussion Group” mi ha portato a riflettere sull’aspetto terapeutico dello Yoga. Non solo a livello fisico (e ancora non abbiamo che scalfito la superficie dei benefici di questa disciplina) ma anche e soprattutto a livello spirituale. Nella cultura occidentale, da secoli abbiamo sviluppato la tendenza a classificare ogni sorta di malessere spirituale come “psicologico”, affidando alla mente colpe e meriti che spesso vanno ben oltre le sue capacità.
Sono da noi praticamente introvabili percorsi terapeutici che affrontano i problemi esistenziali da una prospettiva meno intellettuale e più spirituale. Incontro ogni giorno persone eccezionali, schiacciate da scelte personali e professionali di enorme pressione, limitate da vite frenetiche regolate da ritmi totalmente innaturali, che nel tempo sviluppano malesseri esistenziali di vario genere e si rivolgono inevitabilmente a medici della mente – psicologi e psichiatri – per trovare una soluzione razionale a problematiche che di razionale in realtà hanno ben poco. A volte quello che dimentichiamo è che la nostra cultura, inizialmente radicata in modo profondo nella spiritualità, l’ha successivamente associata ad una mancanza evolutiva – spesso identificando la persona spirituale come una persona ignorante o nelle migliori ipotesi, illusa. Spirituale viene spesso confuso con dogmatico e/o religioso e/o fanatico, mentre il termine ha in prima istanza un’accezione ben diversa:
spirituale
spi·ri·tu·à·le/
aggettivo
  1. 1.
    Appartenente a una realtà immateriale, per lo più concepita come superiore o trascendente.
L’allontanamento progressivo dalla realtà immateriale, superiore e/o trascendente, provoca inevitabilmente la necessità, per l’uomo, di “attaccarsi” a valori materiali. Quando questi vengono a mancare, o quando si rivelano per ciò che sono – volatili, impermanenti – nasce il disagio esistenziale, che spesso viene etichettato come “psicologico”. Ma a mio parere questo ambito risulta talvolta riduttivo, e spesso le terapie rivolte alla sola psiche (senza nulla togliere ai seri professionisti del settore) non si rivelano sufficienti nel superare particolari problematiche. Sono funzionali, “mettono una toppa”, ma non sono risolutive in profondità. Si appoggiano sempre sull’io, sul senso dell’individualità, e possono quindi rivelarsi riduttive perché non forniscono gli strumenti necessari ad andare definitivamente oltre il disagio. Sono moltissimi i casi anche famosi di persone ad un passo dall’autodistruzione che si sono “salvate” grazie allo Yoga. Un caso molto noto è quello di Taylor Hunt, insegnante certificato di Ashtanga Yoga, che ha recentemente pubblicato un libro proprio sul suo percorso di rinascita da una pesante dipendenza da stupefacenti proprio attraverso questa disciplina. Molto nota è anche Ana Forrest, che nel suo splendido “Fierce Medicine” racconta il suo percorso di donna distrutta dalla dipendenza e dagli abusi a splendida insegnante di Yoga. Sono moltissimi anche i casi di persone che riescono a sconfiggere gravi disturbi alimentari (vedi il post di questa mattina che ha ispirato questo mio scritto) o depressioni endogene ed esogene, stress post-traumatici etc. attraverso la pratica. Cosa ha “funzionato”? A mio parere, sono diversi gli aspetti che entrano in gioco. Il primo è indubbiamente la profonda consapevolezza corporea che la pratica delle asana richiede. Per praticare, abbiamo bisogno di scendere in profondità nel nostro corpo, imparando a conoscerne la realtà, l’intelligenza e imparando a rispettarlo – non lo utilizziamo più come uno strumento atto al raggiungimento di uno scopo, ma “diventiamo” il corpo. Diventando il corpo, riusciamo ad “uscire” dalla mente e a riconoscere i suoi limiti e le sue trappole. Il corpo, con la sua spontaneità, ci porta a provare un senso di profonda comunione con gli altri esseri viventi, mentre la mente tende a sottolineare la nostra individualità e il senso di separazione. Il secondo aspetto fondamentale di questa pratica è il suo radicamento nel respiro. Da atto puramente fisico, il respiro diventa un moto di profonda spiritualità – inaliamo non solo l’aria che ci circonda ma anche il respiro di tutto il creato e di tutte le creature che condividono il nostro spazio. Un atto di comunione profonda che da fisico diventa spirituale. Il respiro attinge allo spazio esterno per creare spazio all’interno del nostro corpo – macrocosmo e microcosmo si fondono contribuendo ad allentare il nostro senso di individualità e ad amplificare la nostra partecipazione. Il terzo aspetto è indubbiamente quello legato alla meditazione, o alla sua pratica. Anche solo il tentativo di fermare la mente, “citta vritti nirodha” (Patanjali, Sutra 1.2) può contribuire a farci comprendere come la mente possa essere ingannevole e, troppe volte, pericolosa. Personalmente, ritengo che la forza dello Yoga stia proprio nel suo approccio integrale (fisico e spirituale) all’essere umano. Se coltiviamo questa disciplina esplorandone tutti gli otto rami, possiamo trovare una chiave di accesso che manca a molte terapie tradizionali: quell’unione tra corpo, mente e spirito che nei secoli abbiamo dimenticato, che accomuna tutti gli esseri umani, e di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.
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