Yoga Vs violenza: parla PJ Heffernan

Traduco oggi per voi l’interessante post di PJ Heffernan, insegnante di Ashtanga Yoga autorizzato KPJAYI, che ho avuto il piacere di conoscere a Mysore e che offre sempre spunti di riflessione autentici e molto radicati nella realtà di tutti i giorni. PJ è una vera forza della natura, e i suoi messaggi sono altrettanto carichi di energia, e utilissimi a praticanti e insegnanti. Buona lettura!

YOGA E VIOLENZA

A chi pratica Yoga da tempo, il binomio tra Yoga e violenza appare con strana e inaspettata regolarità. Ci basta aprire le pagine delle Bhagavad Gita, per ritrovarsi su un campo di battaglia. I Ramayana, i libri di Kali, i Purana, un’immensa maggioranza di testi mitologici legati allo Yoga sono lezioni sulla violenza perpetrata in pensieri ed azioni. E se trascorrete parecchio tempo nelle sale dove si pratica Mysore o lezioni di Yoga, l’effetto pronto soccorso può sembrare allarmante. Molti tra noi praticanti di lungo corso hanno una lista infortuni più lunga delle nostre braccia. Come avviene nella vita, il dolore e la sofferenza siedono sul trono dello Yoga accanto ad illuminazione e consapevolezza. Se aspettassi ogni volta il via libera del mio corpo alla pratica, salirei sul tappetino una o due volte l’anno, se non mai.
Amici, studenti e colleghi, sappiate che mi alzo ogni mattina alle 2:30, e la mia battaglia inizia nel momento in cui mi trascino letteralmente fuori dal letto.  Ogni volta che srotolo il mio tappetino, inizia il mio duello con le mie debolezze, la mia negatività, i miei infortuni e la mia pigrizia latente. Ogni giorno, da 11 anni. E’ una battaglia che vinco tutti i giorni, da anni.  Guruji e Sharath hanno fatto un bel lavoro nel radicare in me questa capacità, fin dall’inizio del mio cammino con loro. Quando sono insieme ai miei insegnanti (per un mese o due ogni anno), do’ il meglio di me, e l’entusiasmo carico d’ansia ha la meglio sulla mia fatica e mi ispira ad esplorare me stesso in profondità. Da solo o sotto l’occhio vigile di un insegnante, la verità è che il percorso dello Yoga è una battaglia interiore. Affrontarlo ogni giorno, tenendo a bada la mia negatività, equivale ad una vittoria. Lo stesso concetto vale per le relazioni personali e professionali più impegnative a livello emotivo. Vincere i contrasti, raggiungere un risultato in modo amorevole, senza cadere preda di rabbia o risentimento è la pratica Yoga trasferita dal tappetino alla vita, la pratica che porto nel mio lavoro di insegnante e nella mia vita sentimentale.
Durante il suo tour a Los Angeles, Sharath ha affermato qualcosa di molto importante: “Questo tipo di Yoga serve a gestire noi stessi”. Ha parlato di quanto sia importante l’affinità con i nostri insegnanti, d mantenere con loro una relazione pulita e sacra. Ha spiegato che, quando amiamo e rispettiamo i nostri insegnanti, quando manteniamo con loro uno scambio di pensieri e sentimenti puri, il nostro percorso nello Yoga ne esce rinvigorito. Quando arriva il momento – e arriva sempre – in cui la comunicazione o le emozioni mettono alla prova questa reciprocità, è necessario fare ammenda e ristabilire il contatto, per evitare che questo rapporto prezioso si avveleni da entrambe le parti.
Un vero insegnante trasmette forza con la sua presenza, con la sua attenzione, la sua fede nei nostri progressi, la sua fiducia in noi che, grazie alla sua esperienza, vediamo la luce attraverso l’oscurità delle nostre paure, della violenza e della nostra ignoranza. Un vero insegnante diventa anche il faro che illumina la nostra vergogna, e la nostra responsabilità quando rinunciamo interiormente. E’ una battaglia che combattiamo nella vita e sul tappetino. Per esperienza, quante più battaglie riusciamo a vincere semplicemente ripetendo il rituale della pratica senza lasciarci condizionare dagli eventi del quotidiano, tanto più ci rafforziamo interiormente.  Chiunque riesca ad onorare il percorso quotidiano della pratica, indipendentemente dai traumi, dalle scuse, dalle sofferenze sentimentali e dal corpo dolorante, ha l’anima di un autentico guerriero. E’ un guerriero chiunque torni giorno dopo giorno, anno dopo anno, sul tappetino con cuore carico di passione e intenzione stabile. E’ solo così che possiamo conoscere lo Yoga.

Siamo arrivati in questo mondo con violenza, insanguinati e urlanti. Il mio augurio è che ognuno di noi possa sentire la grazia della battaglia, assaporare la calma interiore che deriva dalla profonda accettazione per questo mondo fatto di orrore e bellezza, piacere e dolore, vita dopo vita dopo vita… INVICTUS!

PJ by Alessandro Sigismondi

– PJ Heffernan
PJ è un insegnante Autorizzato Livello II presso KPJAYI, l’Istituto creato dal leggendario Sri K. Pattabhi Jois, fondatore dell’Ashtanga Yoga, e oggi diretto da Paramaguru Sharath Jois.

On the Yoga Road: il racconto di Mark Robberds

E’ un onore per me tradurre per i praticanti italiani uno scritto di Mark Robberds, uno dei pochissimi insegnanti certificati KPJAYI al mondo e, per esperienza diretta, una persona davvero splendida. L’idea di questo post nasce da Clinton Griffiths, creatore del popolare sito Ekaminhale, dove potete trovare l’articolo originale. Consiglio a tutti di visitare il sito di Clint, sempre denso di spunti per tutti noi praticanti. Clint e Mark mi hanno concesso di tradurre questa bellissima lettera, forse la lettera che ognuno di noi vorrebbe scrivere a se stesso. Buona lettura!
“Cosa diresti a te stesso da giovane?”
Quando ho chiesto a Mark di scrivere un post per Ekamihale, volevo lasciargli carta bianca. La mia intenzione era di fargli raccontare la sua esperienza di vita, per condividerla con la comunità Yogica. 
Quando ho letto il suo scritto, mi ci è voluto un attimo per comprendere cosa aveva fatto. Mi sono accorto che aveva scritto una lettera a se stesso da giovane. Una lettera molto personale e onesta, in cui spiegava al giovane se stesso il cammino che stava per intraprendere, le sfide che avrebbe dovuto superare e le lezioni che avrebbe imparato. 
Questo post è la pagina di un diario personale, e leggerne le parole vi sarà di grande aiuto, sia che siate all’inizio del vostro viaggio nello yoga, o che siate praticanti da una vita. – Clint”
“Da ragazzo, a soli tre o quattro anni, ti rivolgevi le grandi domande metafisiche sull’esistenza. “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Dove andrò dopo la morte?”. Chissà da dove arrivava questa necessità di sapere. Forse era una memoria trasmessa dai tuoi predecessori; l’impronta che appartiene a tutta l’umanità e che chiede ad alcuni di noi di “tornare a casa”.

Da giovane, ti era difficile accettare il senso della vita, o accettare che il suo scopo fosse finire la scuola, andare all’università, studiare scienza, tecnologia, matematica, comprare una casa, un’auto, sposarsi, avere figli e un cane. E infine morire, senza avere davvero affrontato i grandi quesiti esistenziali sulla vita e sulla morte. Non che questi obiettivi

Mark Robberds

materiali fossero meno degni di quelli ‘spirituali’: semplicemente non appartenevano alla tua natura. Non erano in cima alla tua lista. Volevi vivere la vita dei tuoi sogni: viaggiare ed esplorare il meraviglioso pianeta su cui viviamo. Volevi conoscere culture diverse, imparare la loro musica, la loro lingua. Volevi fare surf e sviluppare una pratica yoga: studiare con i grandi maestri e approfondire le tradizioni spirituali e mistiche di questo mondo – e in particolare, dell’India.

Nel 2005, dopo aver completato il tuo apprendistato come insegnante, con il cuore spezzato e sofferente ti sei avventurato alla Ricerca. Hai abbandonato la tua casa, ti sei licenziato dal tuo impiego come insegnante, hai venduto l’auto, i mobili, e fatto i bagagli. Ispirato da uno dei tuoi mentori, Clive Sheridan, hai partecipato insieme a lui a molti ritiri di tre settimane in totale silenzio, invocando ogni volta il tuo desiderio di scoprire l’India Sacra. Sogni di pellegrinaggi e avventure in templi e foreste, luoghi carichi di energia; luoghi in cui migliaia, se non milioni di pellegrini fin dalla notte dei tempi avevano iniziato la loro sadhana. I luoghi in cui natura e umanità si intersecano creando vortici di energia ed una presenza tangibile, da assorbire e metabolizzare.
Nel 2006, nel tempio di Mookamabika, a Kollur, hai trascorso un ritiro intensissimo meditando e praticando nelle caverne e nei templi visitati dal Shakaracharya. Ti sei seduto in questi antichi e sacri luoghi, hai camminato a piedi nudi attraverso i villaggi, e lungo la riva del fiume hai suonato la chitarra e composto canzoni. Per giorni hai vagato nei boschi e ti sei bagnato in cascate inaccessibili. Ti sei sentito tutt’uno con la natura, hai interagito con altri viandanti, avvertendo profondamente questo pellegrinaggio nel cuore.
Dopo un lungo viaggio, sei arrivato a Mysore, al Green Hotel, durante il mercato della domenica. Ti sembrava di aver raggiunto una combriccola di occidentali, di essere al Club Med. Tutti erano giovani, leggeri, belli. Tutto sembrava così superficiale, esattamente quello che non volevi trovare in India. Uno shock culturale. Dalla profonda India spirituale e religiosa, dall’incontro con i sadhu, i mendicanti e i devoti, così lontano da ogni agio, eccoti ora in un gruppo che sembrava aver trasferito in India la propria cultura, rendendola il più possibile simile a casa propria. I dubbi ti assalivano, e ti sembrava che tutti fossero interessati solo agli elementi più esteriori della tradizione Yogica – limitandosi alla pratica degli asana. Ti sembrava che nessuno avesse colto la vera essenza della pratica.
Avevi notato che uno degli aspetti negativi dell’Ashtanga Yoga è il suo approccio gerarchico. Per un principiante, questa pratica può facilmente assomigliare ad una scala, da principiante a intermedio ad avanzato. E poiché sono gli studenti “avanzati” ad essere certificati – e quindi in cima alla scala – può esserci la tendenza a fare di tutto per arrivare in cima, e ad idolatrare i praticanti “esperti”. Quindi il metodo, che è uno strumento per giungere all’illuminazione, alla libertà e alla trasformazione personale, può facilmente diventare, da mezzo per giungere ad un fine, il fine stesso – e lo scopo originario della pratica, trovare pace e appagamento, essere facilmente dimenticato. Tutti gli schemi che ci sono stati inculcati sin dall’infanzia – la sensazione di non essere abbastanza bravo, il desiderio di essere amato, visto, apprezzato, riconosciuto, ci allontanano dalla ricerca interiore e ci portano a cercare conferme dall’esterno.
Durante quel viaggio sperimentasti una battaglia interiore. Tutto, alla Shala, ti sembrava l’opposto di ciò che stavi cercando. Perciò ti rimettesti in cammino, affrontasti il Pellegrinaggio del Pancha Bhuta Stalam nel Sud dell’India, verso i cinque templi di Shiva che rappresentano i cinque elementi della natura. Iniziasti col Tempio del Fuoco, nel Tiruvannamalai. Quindi il Tempio di Akasha (Etere), a Chidambaram, a sud di Chennai. Ma, guardandoti indietro, quell’ideale ti appariva troppo romantico, troppo idealista. In realtà, non sentivi un’autentica connessione con i templi Hindu. Ti sembrava di fingere – fingere di essere spirituale, senza avvertire un sincero moto del cuore nei confronti di quegli dei, di quelle dee, di quei rituali, quei rumori, quelle folle – nei confronti di una cultura che non ti apparteneva. La lezione che imparasti fu che il tuo posto del cuore era essere immerso nella Natura. E in breve, ti ritrovasti a Bali, e nell’Oceano.
Per i due anni successivi, la tua relazione con Mysore continuò ad essere conflittuale, eppure ogni anno ti sentivi chiamato a tornare. I dubbi erano ancora tutti lì, ma amavi la pratica intensamente, e questa sensazione era al di là del tuo controllo. Nel 2008, ancora una volta con il cuore spezzato, andasti a Mysore a cercare rifugio. Eri determinato a non soffrire mai più, e come difesa avevi deciso che saresti diventato un praticante eccezionale, talmente immerso nella pratica da sviluppare l’arte del distacco, per non essere mai più triste, per non incontrare mai più la sofferenza.
Non andò proprio così – era tutto parte del piano cosmico, l’elemento che ti spinse ad approfondire la pratica e sviluppare la tua relazione con Mysore. Alla fine di quel viaggio incontrasti l’amore della tua vita, e il tuo legame con l’India divenne un impegno per la vita. Nel 2009, Guruji lasciò il suo corpo fisico, ma per te fu l’anno della rinascita. Partecipasti al primo Teacher Training di Sharath nel 2009, l’anno in cui la comunità dell’Ashtanga Yoga sembrava dividersi tra chi era stato studente di Guruji, e chi sarebbe diventato studente di Sharath.
Stavi ancora cercando, praticando molto, ma avevi capito che i pellegrinaggi non ti avrebbero dato l’appagamento che cercavi. Ciò di cui avevi bisogno era guarire il tuo cuore, qualcosa di cui purtroppo non si parla molto nelle tradizioni spirituali. Non c’era modo di girarci attorno: non bastavano asana, paranayama e meditazione a darti la pace che stavi cercando. Fu allora che realizzasti l’importanza di Yama e Niyama, della capacità di vivere una vita semplice e virtuosa, l’unico vero obiettivo nella vita. Era questo il messaggio che Guruji ti aveva indicato, e che Sharath continuava a mostrarti: diventa stabile nei primi Quattro Rami – Yama, Niyama, Asana e Pranayama – e il resto arriverà. Sharath divenne una figura ispirazionale per te, un uomo che viveva una vita familiare piena di amore, e che autenticamente incarnava virtù morali. Qualcosa a cui aspirare.
Non te ne eri ancora accorto, ma ti stavi avvicinando ad un’età in cui era necessario adempiere anche al tuo destino professionale. Dopo tutti quegli anni trascorsi a soddisfare i chakra superiori e a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, dovevi tornare indietro e sistemare i tuoi chakra inferiori: denaro, sesso, potere, carriera, relazioni. La pratica fisica divenne il tuo strumento per affrontarli, per scoprire cosa ti faceva andare avanti. E dopo 15 anni di pratica, stavi iniziando a sperimentare i benefici di tutto il lavoro che ci avevi messo. Iniziasti a viaggiare e insegnare, dando forma alla tua carriera, gettando le basi del tuo futuro; e tornare a Mysore con regolarità, per praticare e dedicare tempo a te stesso, divenne una necessità, e un autentico piacere.
Nel 2015, pieno di gratitudine, ti rendesti conto che stavi vivendo la vita che avevi sempre sognato. Più o meno, tutto ciò che nel 2005 sognavi di realizzare era diventato realtà. Una volta riposto l’idealismo che ti aveva spinto alla ricerca dell’India Sacra, delle grandi Risposte, avevi trovato ciò che davvero aveva valore per te: essere un brav’uomo, appagato nel qui ed ora. L’esperienza di Mysore era diventata genuina, spogliata da desideri o giudizi. Mysore era un luogo in cui ritrovare il tuo Maestro e i tuoi amici, un modo per trascorrere del tempo in India, prenderti una pausa dall’insegnamento e dai viaggi, e dedicarti alla pratica.
La più grande lezione che tutti questi anni ti hanno insegnato è che tutti gli aspetti della vita sono degni di attenzione; che i cosiddetti obiettivi materiali e spirituali sono profondamente interconnessi e non più o meno elevati gli uni rispetto agli altri. Il passato deve essere guarito, e la Ricerca deve essere onorata, ma arriva un momento nella vita in cui devi riconoscere che la vita che stavi cercando è qui, in questo momento. Il percorso è diverso per ognuno di noi, ma alla fine, la saggezza degli antichi, che ci dice di vivere rispettando Yama e Niyama, è tutto ciò che davvero dobbiamo fare. Una volta soddisfatti gli obiettivi materiali, e con la mente e il cuore in pace che derivano dal vivere onestamente e sinceramente, puoi riposare appagato, essere presente a te stesso, al centro della vita e delle sue attività: proprio qui, proprio ora.  – Mark Robberds
Mark Robberds studia Yoga dal 1997. E’ uno dei pochi Insegnanti Certificati da KPJAYI ed ha trascorso 10 anni viaggiando in India e praticando con il leggendario Guru dell’Ashtanga Yoga, Sri. K. Pattabhi Jois, e gli ultimi 6 anni con R. Sharath, nipote e Paramaguru, a Mysore. Ha inoltre studiato con Matthew Sweeney ed Eileen Hall dal 1999 al 2005 presso YogaMoves a Sydney.
Mark insegna in seminari, ritiri e workshop internazionalmente dal 2005. Il suo desiderio è trasmettere lo Yoga ispirando i suoi studenti a sviluppare una passione per la pratica. Le sue lezioni comprendono aspetti filosofici, musica e canti devozionali, per creare una connessione profonda con la tradizione Yoga e tra i praticanti. Per maggiori informazioni visitate il suo sito, Markrobberds.com. Mark sarà in Italia, a Torino, dal 23 settembre per una settimana di pratica, ospite di Gian Renato Marchisio e Stefania Valbusa presso lo studio Yoga Sutra.

Il praticante esperto: una nuova definizione

Vorrei ringraziare oggi Greg Nardi, uno dei miei insegnanti preferiti, e praticante esperto di Ashtanga, per aver segnalato alla mia attenzione questo interessantissimo post di Yogadork, dedicato alla definizione della pratica Yoga “avanzata”. Sì, voglio tornare a parlare di asana e di quanto in realtà siano effettivamente sinonimo di una pratica approfondita. E’ un argomento che suscita molte discussioni tra praticanti e insegnanti. Io stessa ritengo che, per insegnare, sia necessario un livello approfondito di conoscenza ed esperienza di almeno alcuni tra gli asana più impegnativi ma… leggiamo l’opinione di Charlotte Bell, che insegna Yoga da oltre trent’anni.
Charlotte Bell
“In 30 anni di insegnamento, non so nemmeno dire quante volte ho sentito qualcuno dire che non poteva praticare yoga perché non era abbastanza flessibile. E sarei milionaria se avessi guadagnato un dollaro per ogni volta che ho sentito uno studente di lungo corso dire “sono un principiante” solo perché non riusciva a toccarsi i piedi flettendosi in avanti. Pochi giorni fa, leggevo un post che lamentava l’eccessiva enfasi posta su posizioni “avanzate”, sottolineando che le immagini di questi praticanti super flessibili sui social rischiavano di allontanare molti futuri praticanti. Affermazione in parte vera, e certamente una preoccupazione degna di nota. Ma vorrei estendere la discussione ponendo una domanda: “Cosa significa “pratica Yoga avanzata”?”. Per pratica avanzata, intendiamo la capacità di entrare con facilità nella posizione del Piccione? Di afferrarci le caviglie dietro la testa? Di praticare sulla spiaggia affascinanti posture di equilibrio sulle braccia? Certo, essere in grado di eseguire questi asana è segno di grande determinazione e disciplina. Mio padre era un ginnasta. Persino a 60 anni, il suo passato atletico gli è stato di grande utilità, garantendogli una forma fisica molto superiore a tanti suoi coetanei. 
Non c’è niente di male nel voler mettere alla prova i nostri corpi. Ma la verità è che molti asana “avanzati” sono accessibili solo ad una limitata porzione della popolazione, indipendentemente da quanti anni abbiamo dedicato alla pratica. E i loro benefici pratici in termini di funzionalità anatomica nel quotidiano sono dubbi.

La ricerca della flessibilità

Ognuno di noi è “costruito” in modo diverso. Alcuni di noi sono dotati di legamenti forti e articolazioni stabili. Altri hanno articolazioni e legamenti più sciolti. Una persona con articolazioni stabili, seppure dotata di tessuto muscolare sufficientemente rilassato, mostrerà una mobilità poco accentuata perché il raggio di azione consentito dalle sue articolazioni è limitato. Chi è dotato di legamenti lassi ha la possibilità di ampliare il proprio movimento perché il punto di contatto tra ossa e articolazioni è meno ravvicinato. Negli anni ho incontrato molti studenti in grado di praticare asana molto complessi dopo una sola lezione. Questo li rendeva praticanti “avanzati”? E allo stesso modo, ho visto studenti dedicare decenni alla loro pratica senza riuscire a toccarsi gli alluci. Questo li rendeva principianti?
Molti di noi possono mantenere e persino aumentare la propria flessibilità attraverso la pratica costante degli asana. Ma a che scopo? La flessibilità estrema è un obiettivo degno di nota? Per chi è più rigido fisicamente, mantenere un buon livello di flessibilità è senz’altro utile. Ma per chi è naturalmente flessibile – solitamente, persone molto attratte dagli asana proprio perché in grado di eseguirle – non molto.
Sono dotata di articolazioni molto mobili, compresa una displasia delle anche che mi ha reso facili asana molto spettacolari. Eppure, ho dovuto riflettere sulla popolarità che l’Occidente ha concesso alla flessibilità a tutti i costi.
Chi è molto flessibile spesso tende ad eccedere. Le persone molto flessibili, per “sentire” qualcosa, devono spesso spingersi oltre i limiti. Sappiamo bene che il punto della pratica non è “sentire l’allungamento”; in ogni caso, spingere le nostre articolazioni oltre ogni limite tende a destabilizzarle e a consumare la cartilagine che lubrifica il contatto tra due ossa. Per chi è molto flessibile, l’equilibrio sta nel costruire stabilità. Sostengo che per una persona iperflessibile, il fatto di eseguire asana che richiedono ipermobilità sia il segno di una pratica relativamente “giovane” e non certo avanzata. Ed ecco perché.
Stabile e confortevole
Ricordate il Sutra shtira sukkhan asanam? Secondo Alistair Shearer, il Sutra 2.46 significa che “La posizione deve essere stabile e confortevole”. Mmmmmh. Stabile implica stabilità. Confortevole implica agio. Non vedo nulla di interessante, qui, per chi è iperflessibile. Ed ecco il Sutra 2.47: “Il controllo dell'[Asana] avviene quando ogni sforzo cessa, e la mente viene assorbita dall’Infinito”.
Gli asana avanzati non hanno nulla a che fare con ciò che il nostro corpo è o non è in grado di fare. Piuttosto, hanno a che fare con la capacità di sviluppare consapevolezza e sensibilità nel praticare gli asana da una prospettiva di agio, presenza e soddisfazione quale che sia il nostro livello. Hanno a che vedere con la nostra capacità di essere complici del nostro corpo, piuttosto che con la nostra volontà di conquistarlo.
Mi piace ripeterlo spesso ai miei studenti. Quando vedo una persona che rinuncia ad eseguire la posizione, che ne esce, e ne esegue un’altra, o che si rilassa in una posa da “principiante”, vedo un praticante avanzato. Quando vedo uno studente essere presente nella realtà della sua pratica – senza curarsi di come appare e senza giudicarsi in base all’aspetto dell’asana – sono felice. Le loro menti sono rilassate, presenti e soddisfatte – persino grate di trovarsi all’interno di quel corpo in quel preciso momento. Questa sì che è una pratica avanzata.”
Charlotte Bell insegna yoga e meditazione a Salt Lake City. Scrive per il blog Hugger Mugger Yoga Products e per atalyst Magazine, ed ha pubblicato due libri per Rodmell PressMindful Yoga, Mindful Life e Yoga for Meditators.

Karma e dolore nella pratica Yoga

Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi

Provare dolore fisico durante la pratica: un’esperienza comune a molti, sia ai principianti – che iniziano a riscoprire il proprio corpo attraverso lo yoga – che agli studenti più avanzati e agli insegnanti. Mentre per il principiante il dolore ha il sapore di una riscoperta (riconoscere gli effetti della postura scorretta, l’impatto delle troppe ore passate seduti, etc.), per chi pratica da molti anni l’insorgere di una sensazione dolorosa può avere effetti psicologici disarmanti. Improvvisamente, il corpo sembra non rispondere più “ai comandi”. Posizioni avanzate che ci riuscivano con facilità ora non sono solo impraticabili, ci fanno paura. Pensavamo di avere sconfitto una nostra fragilità, ed eccola ricomparire prepotentemente. Che cosa è cambiato? Ma soprattutto, il dolore fisico ha una relazione con il concetto di Karma e, soprattutto, può essere affrontato in modo terapeutico sotto questo profilo?

E’ possibile affrontare il dolore senza incorrere in infortuni, e renderlo nostro alleato sul tappetino e nella vita?
Con un passato di ginnasta e ballerina, mi sono ritrovata più volte faccia a faccia con il dolore. Le conseguenze di due dischi intervertebrali compromessi, ginocchia e anche segnate dal lavoro di forza esplosiva richiesto da queste due discipline sono più volte emerse nei miei vent’anni di pratica. Sconfitti per lunghi periodi, tornavano a ripresentarsi “a tradimento”, privandomi di asana a lungo corteggiate e finalmente conquistate. Ogni volta con un messaggio e una lezione da imparare. Con il tempo, mi sono appassionata alla relazione tra dolore fisico e karma, un argomento che può essere approfondito, tra l’altro, nel libro Yoga Assists di Sharon Gannon e David Life, che ho tradotto qualche mese fa ed è disponibile sul sito di OM Edizioni.
Non ho mai forzato quando il dolore si è rivelato particolarmente intenso, ma non ho mai nemmeno interrotto la pratica. Piuttosto, mi sono sempre soffermata ad analizzare la corrispondenza psichica della parte che esprimeva dolore: la zona lombare, corrispondente ai primi due chakra e quindi fortemente legata al rapporto con le figure genitoriali, e alla nostra capacità di essere autonomi. Le ginocchia, che spesso rappresentano la nostra paura ad andare avanti, o la resistenza a “piegare” il proprio ego, riconoscendo i nostri limiti. Le anche, così evidentemente collegate a traumi emotivi. E così via. Al comparire di una sensazione di dolore debilitante, cercavo (e cerco) di modificare gli asana o di preparare il mio ingresso nella posizione. Una volta all’interno dell’asana, dirigo il mio respiro e la mia attenzione nel punto in cui il dolore si manifesta, cercandone le ragioni emotive. E’ un periodo di particolare stress lavorativo? Sento di avere troppo sulle spalle? C’è qualche problema di tipo affettivo? E se sì, in che modo posso risolvere questo nodo, per riportare armonia nell’ambiente che mi circonda e di cui faccio parte? E’ necessario che io mi faccia indietro, o devo provare ad affrontare la situazione in modo diverso? C’è un’altra parte del mio corpo (e quindi, c’è un alleato) che può aiutarmi e sostenermi nella circostanza che mi trovo a fronteggiare? Spesso, questo atteggiamento di ricerca mi ha aiutata anche a individuare le terapie più adeguate alla risoluzione dell’aspetto sintomatico degli episodi dolorosi.
E’ ormai scientificamente provato che la sensazione del dolore ha origine non sempre e solo in una parte del corpo, ma anche nella memoria del nostro cervello che, in particolari situazioni, la riattiva anche senza una ragione fisica o biologica precisa. A molti di noi è capitato di sentire la necessità di fermarsi in un momento particolare della nostra vita, e di andare avanti ignorando questo segnale finché un evento esterno – un incidente, un malore – ci hanno costretto allo stop di cui sentivamo il bisogno. Oggi, cerco di anticipare questo “alt” obbligato ascoltando il mio corpo durante la pratica. Qualche giorno fa, nel bellissimo video su John Scott girato da Alessandro Sigismondi, le parole di questo grande insegnante di Ashtanga Yoga mi hanno fatto capire che, forse, questa è la strada giusta. “In trent’anni di pratica” – dice John Scott nel video – “la pratica è rimasta la stessa. Ciò che è cambiato sono io, il praticante”. Per questo negli anni la pratica si evolve, diventando sempre meno un esercizio, e sempre più una forma di autentica meditazione, di inchiesta interiore, e l’inchiesta passa anche e soprattutto attraverso l’analisi dei messaggi che il nostro corpo ci invia, sotto forma di piacere e di dolore. Con gli anni, attraverso la pratica, sviluppiamo un’intelligenza del corpo in grado di aprirci porte di comprensione che esulano dal ragionamento. Imparare ad ascoltare queste voci è uno dei doni meravigliosi di questa disciplina.

Jivamukti Yoga FOTM: il perché degli Asana

Il Focus del Mese Jivamukti è questa volta scritto di pugno da Sharon Gannon, co-fondatrice del metodo insieme a David Life. E l’argomento è quanto mai attuale: perché pratichiamo gli asana? In un momento in cui l’enfasi sul ramo più fisico dello Yoga sembra prendere il sopravvento, leggiamo l’opinione di questa grande Maestra e riflettiamo sugli aspetti più spirituali della nostra pratica fisica, che puntano alla necessità di ritrovare il senso di Unione con tutto il Creato. Sarà per questo che, dopo quasi due decenni di pratica, sento l’esigenza di vivere sempre più a contatto con la Natura? Buona lettura!

Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga

“Recentemente, uno studente mi ha chiesto come mai in alcune tradizioni Yoga, come il Bhakti, l’enfasi sulla pratica degli asana è così ridotta, mentre nel Jivamukti e in altre discipline Yoga praticate in occidente, gli asana giocano un ruolo predominante. E’ vero che alcune tradizioni, rispetto ad altre, danno maggior rilievo agli asana. Esistono quattro percorsi nello Yoga, e ognuno di essi mira allo stesso obiettivo – l’illuminazione, o la consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza – attraverso mezzi diversi. Nel Bhakti Yoga, il cammino della devozione, ad essere enfatizzati sono il Japa (la ripetizione dei nomi di Dio), il canto e il ritualismo. Nel Bhakti, la pratica mira a sviluppare una relazione personale con Dio per purificare i karma passati. Tra i Bhakti Yogi più noti, ricordiamo Neem Karoli Baba, Shyamdas, Krishna Das, Rumi e Mirabai. Nel Jnana Yoga, il cammino dell’intelletto, l’enfasi è posta sulla meditazione e sullo studio delle Scritture e del Sanscrito. Al centro di questo percorso, troviamo la domanda “Chi sono io?”, e l’analisi di tutte le possibili risposte a tale quesito. Il Jnana Yoga giunge alla consapevolezza che nessuna risposta derivante dal mondo materiale può essere adeguata, e tutto ciò che resta è la natura autentica della realtà. Sri Nisargadatta Maharaj e Ramana Maharshi sono Jnana Yogi. Il Karma Yoga, il cammino del servizio agli altri, enfatizza principalmente l’arrendersi ai risultati delle azioni dedicate a Dio – “Sia fatta la tua volontà, non la mia”. Attraverso il servizio agli altri, vediamo noi stessi – e Dio – nel prossimo, e dissolviamo l’illusione della separazione. Si dice che chi riuscisse ad agire anche una sola volta in modo sinceramente altruista, riceverebbe immediatamente l’illuminazione. Swami Sivananda e Madre Teresa sono Karma Yogi. Il Raja Yoga, il percorso della mente, è il cammino degli otto rami (o Ashtanga Yoga) descritto da Patanjali negli Yoga Sutra. Enfatizza principalmente l’osservazione e l’analisi delle tendenze e delle caratteristiche della mente, e ci prepara a non identificarci con le  sue fluttuazioni, fino al raggiungimento della consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza. Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois sono stati entrambi Raja Yogi.
All’inizio del ventesimo secolo, Sri Aurobindo ci insegnò che i quattro percorsi dello Yoga potevano essere integrati, unendo le pratiche di ognuno non solo per innalzare la coscienza del praticante portandolo all’illuminazione, ma anche e soprattutto per apportare cambiamenti positivi a livello globale. Jivamukti Yoga è una disciplina che appartiene a questa visione integrata dello Yoga.
Gli asana sono una parte della pratica del Raja Yoga, ma gli asana sottendono in realtà tutti i tipi di Yoga. Per praticare Yoga, abbiamo bisogno di essere incarnati – ovvero di vivere in un corpo fisico. Il Bhakta canta con il cuore e la voce, che appartengono al corpo fisico. Lo Jnani siede e medita attraverso il suo corpo; e il Karma Yogi agisce attraverso il suo corpo. Gli asana partecipano della nostra relazione con la Terra e con gli altri esseri viventi attraverso il corpo. La pratica degli asana può portarci direttamente verso l’illuminazione, perché tutto ciò che si frappone tra noi e l’illuminazione è solo la nostra percezione di noi stessi e degli altri. Il karma generato dalle nostre interazioni con gli altri è immagazzinato nei nostri corpi – infatti, il nostro karma è il tessuto stesso del nostro corpo fisico – quindi muovere il corpo attraverso gli asana produce come effetto la purificazione del nostro karma, e ci aiuta a sentirci più a nostro agio nel corpo e nelle relazioni con gli altri, conducendoci infine verso libertà e liberazione.
Osservando la storia dell’umanità, notiamo come la civilizzazione e le religioni organizzate abbiano conquistato potere attraverso il pregiudizio verso gli altri. Due dei pregiudizi più antichi, la misoginia (l’odio per le donne) e lo specismo (l’odio per gli animali), ruotano intorno alla visione negativa del corpo fisico, trattandolo come se rappresentasse una perdita della grazia, qualcosa da domare, degradare o ridurre in forme accettabili. Nel tempo, gli esseri umani si sono disconnessi progressivamente dalla Terra, dal loro stesso corpo fisico e dal loro posto all’interno del regno animale. Tendiamo a considerarci un “caso speciale” e a dissociarci in modo arrogante dalla fisicità animale. Questo atteggiamento ci ha erroneamente portati a pensare che il modo in cui viviamo e come trattiamo la Terra e gli altri esseri viventi non abbia conseguenze negative su noi stessi e sulle altre creature.
Osservando la storia dello Yoga, notiamo che nel tempo le pratiche sono diventate sempre più raffinate e dettagliate, forse per meglio rispondere all’escalation della nostra alienazione rispetto alla vita. I primi scritti relativi alla felicità, alla realizzazione, al vivere in armonia, al conoscere Dio e noi stessi oggi sembrano molto idealistici, filosofici e difficili da mettere in pratica. Il Rig Veda ci insegna: “Chi conosce? Nessuno”. Molti di noi hanno bisogno di direttive più precise. Quindi i Veda sono stati distillati nelle Upanishad, presentandoci storie e parabole. Ma anche questi testi per molti non sono sufficienti. E sono quindi apparsi gli Yoga Sutra e le Bhagavad Gita, in cui riusciamo ad identificarci meglio anche oggi, pur se in parte ancora troppo astratti. Nel medioevo sono nati gli Hatha Yoga Pradipika, con istruzioni dettagliate su 15 asana e molte altre pratiche. Con il passare del tempo, il mistero della vita è diventato sempre più difficile da comprendere, soprattutto ai giorni nostri, l’era del conflitto, Kali Yuga.
Tradizionalmente, il praticante dovrebbe trovare un insegnante che gli consegnerebbe un mantra da recitare con fede nel maestro che glielo ha donato, per arrivare all’illuminazione. Ai nostri giorni, pochi di noi hanno fede in un insegnante o in un mantra. Potremmo quindi dire che i nostri corpi – fisico, energetico, mentale ed emotivo – sono diventati meno ricettivi: abbiamo perso la nostra sensitività, la nostra capacità di percepire in modo sottile. Abbiamo rinunciato a molto per vivere una vita “civilizzata”. La pratica degli asana ha il potere di affinare i nostri sensi e farci recuperare il nostro stato naturale – l’unità con tutto il creato, lo stato perenne ed eterno della gioia.”
– Sharon Gannon

Certification monsters (ENG)

It is clear that more and more yoga practitioners are increasingly interested in taking certifications in order to become yoga teachers, and the certification market is officially a business that is allowing many yoga studio to be more profitable. What is actually happening is that people with very few years of practice (if not months) are enrolling in fast-track immersion teaching courses where they are in fact simply buying a piece of paper that states they are now certified to teach. There are now very few, independent schools that offer 4 years long certifications (which was the norm back in the years) simply because very few people, in the western world, are willing to embark into a rather long and demanding path. We all want whatever we want now. This often created what I call “certification monsters”. I know highly certified teachers that are, simply put, real assholes, while others, holding no piece of paper (like David Swenson to name just one worldwide famous teacher), are wonderful, compassionate and extremely prepared teachers able to change people’s practice and life. As many scandals are now proving, a certification to teach does not necessarily make anybody a good teacher or even a good person. It is really saddening to witness that even KPJAYI’s authorization does not grant the holder to be fit to teach, as a recent post on facebook “Mysore Unplagged” page is showing. What can be done? As a Yoga community, I believe we cannot turn a blind eye to inappropriate behaviors. Although we have to accept that as human beings we are all fallible, as students we must fine-tune our inner guru and watch out for predators. Love can happen, and there are many wonderful couples in the Yoga community to prove it. However, a teacher trying to coerce a student into a sexual relationship is NOT acceptable and is definitely NOT a manifestation of love. Coercion can be very subtle when we get into the “spiritual” realm. We very often turn to Yoga in vulnerable times, reaching out for support or in the midst of a mystic crisis. Our inner radar can be very weak during such times, and it is extremely easy to misunderstand a teacher’s true intentions. Just because somebody is talking sanskrit or quoting the Bhagavad Gita, it doesn’t make him a spiritual person. Spirituality shows itself in actions rather than words, and real Gurus are extremely rare. We must be prepared to accept that even the best asana or philosophy teacher can be a weak human being off the mat. We must be strong enough to appreciate the teachings and separate them from the person. And we must be strong enough to report whatever we feel inappropriate to our yoga mates and the community. What I would really like to recommend as a woman, is to take care of yourself wherever you are. If you feel somebody’s behavior is not right for you, step back, no matter how certified a person is. When you are traveling to spiritual places, remember that there are people there: not saints. Respect the culture: in our western countries, we are extremely tolerant to many things that are not to be taken for granted anywhere else. Let’s not put ourselves into unnecessary dangerous situations. You are there to study: over drinking certainly does not help you to see things clearly. If you absolutely want to spend a crazy night out, make sure you are in trustful company. Do not assume that authorization makes perfect. Sharath or anybody else are not mind readers, and cannot see through anybody’s soul. And if anything serious happens, seek help, report it to authorities, to the police, and to Sharath if you belong to the Ashtanga community.
Sexual scandals (this obviously does not apply to rape or sexual assault) are often a by-product of our ego. The teacher’s ego, who assumes that mastering difficult asanas gives him/her the right to master other human beings, and the student’s ego, who assumes he/she has found a divine guru when, in fact, we are standing in front of another human being, just like us. Let’s never forget this. Let’s not turn a blind eye to such occurrences and most of all, let’s not blame Yoga. Yoga is a path: it’s up to us to walk upon it the right way.