Il praticante esperto: una nuova definizione

Vorrei ringraziare oggi Greg Nardi, uno dei miei insegnanti preferiti, e praticante esperto di Ashtanga, per aver segnalato alla mia attenzione questo interessantissimo post di Yogadork, dedicato alla definizione della pratica Yoga “avanzata”. Sì, voglio tornare a parlare di asana e di quanto in realtà siano effettivamente sinonimo di una pratica approfondita. E’ un argomento che suscita molte discussioni tra praticanti e insegnanti. Io stessa ritengo che, per insegnare, sia necessario un livello approfondito di conoscenza ed esperienza di almeno alcuni tra gli asana più impegnativi ma… leggiamo l’opinione di Charlotte Bell, che insegna Yoga da oltre trent’anni.
Charlotte Bell
“In 30 anni di insegnamento, non so nemmeno dire quante volte ho sentito qualcuno dire che non poteva praticare yoga perché non era abbastanza flessibile. E sarei milionaria se avessi guadagnato un dollaro per ogni volta che ho sentito uno studente di lungo corso dire “sono un principiante” solo perché non riusciva a toccarsi i piedi flettendosi in avanti. Pochi giorni fa, leggevo un post che lamentava l’eccessiva enfasi posta su posizioni “avanzate”, sottolineando che le immagini di questi praticanti super flessibili sui social rischiavano di allontanare molti futuri praticanti. Affermazione in parte vera, e certamente una preoccupazione degna di nota. Ma vorrei estendere la discussione ponendo una domanda: “Cosa significa “pratica Yoga avanzata”?”. Per pratica avanzata, intendiamo la capacità di entrare con facilità nella posizione del Piccione? Di afferrarci le caviglie dietro la testa? Di praticare sulla spiaggia affascinanti posture di equilibrio sulle braccia? Certo, essere in grado di eseguire questi asana è segno di grande determinazione e disciplina. Mio padre era un ginnasta. Persino a 60 anni, il suo passato atletico gli è stato di grande utilità, garantendogli una forma fisica molto superiore a tanti suoi coetanei. 
Non c’è niente di male nel voler mettere alla prova i nostri corpi. Ma la verità è che molti asana “avanzati” sono accessibili solo ad una limitata porzione della popolazione, indipendentemente da quanti anni abbiamo dedicato alla pratica. E i loro benefici pratici in termini di funzionalità anatomica nel quotidiano sono dubbi.

La ricerca della flessibilità

Ognuno di noi è “costruito” in modo diverso. Alcuni di noi sono dotati di legamenti forti e articolazioni stabili. Altri hanno articolazioni e legamenti più sciolti. Una persona con articolazioni stabili, seppure dotata di tessuto muscolare sufficientemente rilassato, mostrerà una mobilità poco accentuata perché il raggio di azione consentito dalle sue articolazioni è limitato. Chi è dotato di legamenti lassi ha la possibilità di ampliare il proprio movimento perché il punto di contatto tra ossa e articolazioni è meno ravvicinato. Negli anni ho incontrato molti studenti in grado di praticare asana molto complessi dopo una sola lezione. Questo li rendeva praticanti “avanzati”? E allo stesso modo, ho visto studenti dedicare decenni alla loro pratica senza riuscire a toccarsi gli alluci. Questo li rendeva principianti?
Molti di noi possono mantenere e persino aumentare la propria flessibilità attraverso la pratica costante degli asana. Ma a che scopo? La flessibilità estrema è un obiettivo degno di nota? Per chi è più rigido fisicamente, mantenere un buon livello di flessibilità è senz’altro utile. Ma per chi è naturalmente flessibile – solitamente, persone molto attratte dagli asana proprio perché in grado di eseguirle – non molto.
Sono dotata di articolazioni molto mobili, compresa una displasia delle anche che mi ha reso facili asana molto spettacolari. Eppure, ho dovuto riflettere sulla popolarità che l’Occidente ha concesso alla flessibilità a tutti i costi.
Chi è molto flessibile spesso tende ad eccedere. Le persone molto flessibili, per “sentire” qualcosa, devono spesso spingersi oltre i limiti. Sappiamo bene che il punto della pratica non è “sentire l’allungamento”; in ogni caso, spingere le nostre articolazioni oltre ogni limite tende a destabilizzarle e a consumare la cartilagine che lubrifica il contatto tra due ossa. Per chi è molto flessibile, l’equilibrio sta nel costruire stabilità. Sostengo che per una persona iperflessibile, il fatto di eseguire asana che richiedono ipermobilità sia il segno di una pratica relativamente “giovane” e non certo avanzata. Ed ecco perché.
Stabile e confortevole
Ricordate il Sutra shtira sukkhan asanam? Secondo Alistair Shearer, il Sutra 2.46 significa che “La posizione deve essere stabile e confortevole”. Mmmmmh. Stabile implica stabilità. Confortevole implica agio. Non vedo nulla di interessante, qui, per chi è iperflessibile. Ed ecco il Sutra 2.47: “Il controllo dell'[Asana] avviene quando ogni sforzo cessa, e la mente viene assorbita dall’Infinito”.
Gli asana avanzati non hanno nulla a che fare con ciò che il nostro corpo è o non è in grado di fare. Piuttosto, hanno a che fare con la capacità di sviluppare consapevolezza e sensibilità nel praticare gli asana da una prospettiva di agio, presenza e soddisfazione quale che sia il nostro livello. Hanno a che vedere con la nostra capacità di essere complici del nostro corpo, piuttosto che con la nostra volontà di conquistarlo.
Mi piace ripeterlo spesso ai miei studenti. Quando vedo una persona che rinuncia ad eseguire la posizione, che ne esce, e ne esegue un’altra, o che si rilassa in una posa da “principiante”, vedo un praticante avanzato. Quando vedo uno studente essere presente nella realtà della sua pratica – senza curarsi di come appare e senza giudicarsi in base all’aspetto dell’asana – sono felice. Le loro menti sono rilassate, presenti e soddisfatte – persino grate di trovarsi all’interno di quel corpo in quel preciso momento. Questa sì che è una pratica avanzata.”
Charlotte Bell insegna yoga e meditazione a Salt Lake City. Scrive per il blog Hugger Mugger Yoga Products e per atalyst Magazine, ed ha pubblicato due libri per Rodmell PressMindful Yoga, Mindful Life e Yoga for Meditators.
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3 commenti

  1. Grazie di aver riassunto con tanta chiarezza e intensità quel che anch’io perseguo da quasi 30 anni, battendomi perché questi preziosi principi vengano assorbiti dagli allievi e da chi insegna e forma le nuove generazioni di insegnanti.
    Grazie per il grande cuore e il grande coraggio agito per questo fine.
    Carla

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