On the Yoga Road: il racconto di Mark Robberds

E’ un onore per me tradurre per i praticanti italiani uno scritto di Mark Robberds, uno dei pochissimi insegnanti certificati KPJAYI al mondo e, per esperienza diretta, una persona davvero splendida. L’idea di questo post nasce da Clinton Griffiths, creatore del popolare sito Ekaminhale, dove potete trovare l’articolo originale. Consiglio a tutti di visitare il sito di Clint, sempre denso di spunti per tutti noi praticanti. Clint e Mark mi hanno concesso di tradurre questa bellissima lettera, forse la lettera che ognuno di noi vorrebbe scrivere a se stesso. Buona lettura!
“Cosa diresti a te stesso da giovane?”
Quando ho chiesto a Mark di scrivere un post per Ekamihale, volevo lasciargli carta bianca. La mia intenzione era di fargli raccontare la sua esperienza di vita, per condividerla con la comunità Yogica. 
Quando ho letto il suo scritto, mi ci è voluto un attimo per comprendere cosa aveva fatto. Mi sono accorto che aveva scritto una lettera a se stesso da giovane. Una lettera molto personale e onesta, in cui spiegava al giovane se stesso il cammino che stava per intraprendere, le sfide che avrebbe dovuto superare e le lezioni che avrebbe imparato. 
Questo post è la pagina di un diario personale, e leggerne le parole vi sarà di grande aiuto, sia che siate all’inizio del vostro viaggio nello yoga, o che siate praticanti da una vita. – Clint”
“Da ragazzo, a soli tre o quattro anni, ti rivolgevi le grandi domande metafisiche sull’esistenza. “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Dove andrò dopo la morte?”. Chissà da dove arrivava questa necessità di sapere. Forse era una memoria trasmessa dai tuoi predecessori; l’impronta che appartiene a tutta l’umanità e che chiede ad alcuni di noi di “tornare a casa”.

Da giovane, ti era difficile accettare il senso della vita, o accettare che il suo scopo fosse finire la scuola, andare all’università, studiare scienza, tecnologia, matematica, comprare una casa, un’auto, sposarsi, avere figli e un cane. E infine morire, senza avere davvero affrontato i grandi quesiti esistenziali sulla vita e sulla morte. Non che questi obiettivi

Mark Robberds

materiali fossero meno degni di quelli ‘spirituali’: semplicemente non appartenevano alla tua natura. Non erano in cima alla tua lista. Volevi vivere la vita dei tuoi sogni: viaggiare ed esplorare il meraviglioso pianeta su cui viviamo. Volevi conoscere culture diverse, imparare la loro musica, la loro lingua. Volevi fare surf e sviluppare una pratica yoga: studiare con i grandi maestri e approfondire le tradizioni spirituali e mistiche di questo mondo – e in particolare, dell’India.

Nel 2005, dopo aver completato il tuo apprendistato come insegnante, con il cuore spezzato e sofferente ti sei avventurato alla Ricerca. Hai abbandonato la tua casa, ti sei licenziato dal tuo impiego come insegnante, hai venduto l’auto, i mobili, e fatto i bagagli. Ispirato da uno dei tuoi mentori, Clive Sheridan, hai partecipato insieme a lui a molti ritiri di tre settimane in totale silenzio, invocando ogni volta il tuo desiderio di scoprire l’India Sacra. Sogni di pellegrinaggi e avventure in templi e foreste, luoghi carichi di energia; luoghi in cui migliaia, se non milioni di pellegrini fin dalla notte dei tempi avevano iniziato la loro sadhana. I luoghi in cui natura e umanità si intersecano creando vortici di energia ed una presenza tangibile, da assorbire e metabolizzare.
Nel 2006, nel tempio di Mookamabika, a Kollur, hai trascorso un ritiro intensissimo meditando e praticando nelle caverne e nei templi visitati dal Shakaracharya. Ti sei seduto in questi antichi e sacri luoghi, hai camminato a piedi nudi attraverso i villaggi, e lungo la riva del fiume hai suonato la chitarra e composto canzoni. Per giorni hai vagato nei boschi e ti sei bagnato in cascate inaccessibili. Ti sei sentito tutt’uno con la natura, hai interagito con altri viandanti, avvertendo profondamente questo pellegrinaggio nel cuore.
Dopo un lungo viaggio, sei arrivato a Mysore, al Green Hotel, durante il mercato della domenica. Ti sembrava di aver raggiunto una combriccola di occidentali, di essere al Club Med. Tutti erano giovani, leggeri, belli. Tutto sembrava così superficiale, esattamente quello che non volevi trovare in India. Uno shock culturale. Dalla profonda India spirituale e religiosa, dall’incontro con i sadhu, i mendicanti e i devoti, così lontano da ogni agio, eccoti ora in un gruppo che sembrava aver trasferito in India la propria cultura, rendendola il più possibile simile a casa propria. I dubbi ti assalivano, e ti sembrava che tutti fossero interessati solo agli elementi più esteriori della tradizione Yogica – limitandosi alla pratica degli asana. Ti sembrava che nessuno avesse colto la vera essenza della pratica.
Avevi notato che uno degli aspetti negativi dell’Ashtanga Yoga è il suo approccio gerarchico. Per un principiante, questa pratica può facilmente assomigliare ad una scala, da principiante a intermedio ad avanzato. E poiché sono gli studenti “avanzati” ad essere certificati – e quindi in cima alla scala – può esserci la tendenza a fare di tutto per arrivare in cima, e ad idolatrare i praticanti “esperti”. Quindi il metodo, che è uno strumento per giungere all’illuminazione, alla libertà e alla trasformazione personale, può facilmente diventare, da mezzo per giungere ad un fine, il fine stesso – e lo scopo originario della pratica, trovare pace e appagamento, essere facilmente dimenticato. Tutti gli schemi che ci sono stati inculcati sin dall’infanzia – la sensazione di non essere abbastanza bravo, il desiderio di essere amato, visto, apprezzato, riconosciuto, ci allontanano dalla ricerca interiore e ci portano a cercare conferme dall’esterno.
Durante quel viaggio sperimentasti una battaglia interiore. Tutto, alla Shala, ti sembrava l’opposto di ciò che stavi cercando. Perciò ti rimettesti in cammino, affrontasti il Pellegrinaggio del Pancha Bhuta Stalam nel Sud dell’India, verso i cinque templi di Shiva che rappresentano i cinque elementi della natura. Iniziasti col Tempio del Fuoco, nel Tiruvannamalai. Quindi il Tempio di Akasha (Etere), a Chidambaram, a sud di Chennai. Ma, guardandoti indietro, quell’ideale ti appariva troppo romantico, troppo idealista. In realtà, non sentivi un’autentica connessione con i templi Hindu. Ti sembrava di fingere – fingere di essere spirituale, senza avvertire un sincero moto del cuore nei confronti di quegli dei, di quelle dee, di quei rituali, quei rumori, quelle folle – nei confronti di una cultura che non ti apparteneva. La lezione che imparasti fu che il tuo posto del cuore era essere immerso nella Natura. E in breve, ti ritrovasti a Bali, e nell’Oceano.
Per i due anni successivi, la tua relazione con Mysore continuò ad essere conflittuale, eppure ogni anno ti sentivi chiamato a tornare. I dubbi erano ancora tutti lì, ma amavi la pratica intensamente, e questa sensazione era al di là del tuo controllo. Nel 2008, ancora una volta con il cuore spezzato, andasti a Mysore a cercare rifugio. Eri determinato a non soffrire mai più, e come difesa avevi deciso che saresti diventato un praticante eccezionale, talmente immerso nella pratica da sviluppare l’arte del distacco, per non essere mai più triste, per non incontrare mai più la sofferenza.
Non andò proprio così – era tutto parte del piano cosmico, l’elemento che ti spinse ad approfondire la pratica e sviluppare la tua relazione con Mysore. Alla fine di quel viaggio incontrasti l’amore della tua vita, e il tuo legame con l’India divenne un impegno per la vita. Nel 2009, Guruji lasciò il suo corpo fisico, ma per te fu l’anno della rinascita. Partecipasti al primo Teacher Training di Sharath nel 2009, l’anno in cui la comunità dell’Ashtanga Yoga sembrava dividersi tra chi era stato studente di Guruji, e chi sarebbe diventato studente di Sharath.
Stavi ancora cercando, praticando molto, ma avevi capito che i pellegrinaggi non ti avrebbero dato l’appagamento che cercavi. Ciò di cui avevi bisogno era guarire il tuo cuore, qualcosa di cui purtroppo non si parla molto nelle tradizioni spirituali. Non c’era modo di girarci attorno: non bastavano asana, paranayama e meditazione a darti la pace che stavi cercando. Fu allora che realizzasti l’importanza di Yama e Niyama, della capacità di vivere una vita semplice e virtuosa, l’unico vero obiettivo nella vita. Era questo il messaggio che Guruji ti aveva indicato, e che Sharath continuava a mostrarti: diventa stabile nei primi Quattro Rami – Yama, Niyama, Asana e Pranayama – e il resto arriverà. Sharath divenne una figura ispirazionale per te, un uomo che viveva una vita familiare piena di amore, e che autenticamente incarnava virtù morali. Qualcosa a cui aspirare.
Non te ne eri ancora accorto, ma ti stavi avvicinando ad un’età in cui era necessario adempiere anche al tuo destino professionale. Dopo tutti quegli anni trascorsi a soddisfare i chakra superiori e a rispondere alle grandi domande dell’esistenza, dovevi tornare indietro e sistemare i tuoi chakra inferiori: denaro, sesso, potere, carriera, relazioni. La pratica fisica divenne il tuo strumento per affrontarli, per scoprire cosa ti faceva andare avanti. E dopo 15 anni di pratica, stavi iniziando a sperimentare i benefici di tutto il lavoro che ci avevi messo. Iniziasti a viaggiare e insegnare, dando forma alla tua carriera, gettando le basi del tuo futuro; e tornare a Mysore con regolarità, per praticare e dedicare tempo a te stesso, divenne una necessità, e un autentico piacere.
Nel 2015, pieno di gratitudine, ti rendesti conto che stavi vivendo la vita che avevi sempre sognato. Più o meno, tutto ciò che nel 2005 sognavi di realizzare era diventato realtà. Una volta riposto l’idealismo che ti aveva spinto alla ricerca dell’India Sacra, delle grandi Risposte, avevi trovato ciò che davvero aveva valore per te: essere un brav’uomo, appagato nel qui ed ora. L’esperienza di Mysore era diventata genuina, spogliata da desideri o giudizi. Mysore era un luogo in cui ritrovare il tuo Maestro e i tuoi amici, un modo per trascorrere del tempo in India, prenderti una pausa dall’insegnamento e dai viaggi, e dedicarti alla pratica.
La più grande lezione che tutti questi anni ti hanno insegnato è che tutti gli aspetti della vita sono degni di attenzione; che i cosiddetti obiettivi materiali e spirituali sono profondamente interconnessi e non più o meno elevati gli uni rispetto agli altri. Il passato deve essere guarito, e la Ricerca deve essere onorata, ma arriva un momento nella vita in cui devi riconoscere che la vita che stavi cercando è qui, in questo momento. Il percorso è diverso per ognuno di noi, ma alla fine, la saggezza degli antichi, che ci dice di vivere rispettando Yama e Niyama, è tutto ciò che davvero dobbiamo fare. Una volta soddisfatti gli obiettivi materiali, e con la mente e il cuore in pace che derivano dal vivere onestamente e sinceramente, puoi riposare appagato, essere presente a te stesso, al centro della vita e delle sue attività: proprio qui, proprio ora.  – Mark Robberds
Mark Robberds studia Yoga dal 1997. E’ uno dei pochi Insegnanti Certificati da KPJAYI ed ha trascorso 10 anni viaggiando in India e praticando con il leggendario Guru dell’Ashtanga Yoga, Sri. K. Pattabhi Jois, e gli ultimi 6 anni con R. Sharath, nipote e Paramaguru, a Mysore. Ha inoltre studiato con Matthew Sweeney ed Eileen Hall dal 1999 al 2005 presso YogaMoves a Sydney.
Mark insegna in seminari, ritiri e workshop internazionalmente dal 2005. Il suo desiderio è trasmettere lo Yoga ispirando i suoi studenti a sviluppare una passione per la pratica. Le sue lezioni comprendono aspetti filosofici, musica e canti devozionali, per creare una connessione profonda con la tradizione Yoga e tra i praticanti. Per maggiori informazioni visitate il suo sito, Markrobberds.com. Mark sarà in Italia, a Torino, dal 23 settembre per una settimana di pratica, ospite di Gian Renato Marchisio e Stefania Valbusa presso lo studio Yoga Sutra.
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