Diventare Animali: Iain Grysak e l’intelligenza organica

Sono molto grata a Iain Grysak sia per aver scritto questo interessantissimo articolo (qui il link alla versione originale), che per avermi dato l’opportunità di tradurlo per i praticanti italiani. Iain Grysak è fondatore di Spacious Yoga a Bali, e pratica Ashtanga Yoga da 16 anni. La sua esperienza, arricchita dalla meditazione Vipassana, è davvero utilissima a tutti noi praticanti. Non nego che la lettura di questo saggio mi ha letteralmente ipnotizzata: trovo che le idee di Iain in tema di spiritualità siano quanto mai importanti nel momento storico che la nostra umanità sta vivendo. Solo tornando Animali possiamo sopravvivere a Kali Yuga.
Iain Grysak
“Diventare animali: Ashtanga Yoga e Meditazione per lo sviluppo dell’Intelligenza Organica”
“Uno dei praticanti del mio programma Mysore mi ha chiesto recentemente: “Se una postura è più facile da un lato rispetto all’altro, devo trattenere lo sforzo dal lato più aperto per compensare il lato più chiuso?”
La mia risposta nasce da quello che considero uno degli aspetti più belli della pratica Ashtanga. Il testo che segue è una versione più ampia della mia risposta a questa domanda:
“Non cercare di indirizzare coscientemente l’intelligenza organica del corpo. La sequenza in sé ed i vinyasa contengono una profonda intelligenza. Sono stati progettati per ricostruire il corpo attraverso molti anni di pratica quotidiana. Il corpo ha, inoltre, una sua innata intelligenza organica. L’intelligenza del corpo interagisce con l’intelligenza della pratica in un modo sottile, che nemmeno il massimo esperto di anatomia può vedere chiaramente.
I modelli di tensegrità che stabilizzano il corpo esistono all’interno di una vasta e complessa rete che ha una propria intelligenza intrinseca. Ciò che osserviamo in superficie può talvolta apparire illogico – come un lato del corpo che si apre di più rispetto all’altro, o alcuni tipi di dolore transitorio. Ma, se potessimo vedere ciò che sta accadendo sotto la superficie, nella miriade di complesse interazioni organiche che non possiamo percepire direttamente, ciò che sta accadendo ha un suo perfetto senso. L’espressione esterna del corpo è semplicemente un fenomeno passeggero, il sottoprodotto di un più vasto processo interno. L’intelligenza organica e istintiva del corpo sa molto bene ciò che sta facendo. Spesso è meglio non imporre le idee coscienti sui processi corporei in atto, perché le nostre idee coscienti si basano su informazioni molto limitate – l’espressione esterna che si vede in superficie.
Dobbiamo fidarci dell’intelligenza innata del corpo che dirige questo profondo processo interiore nel miglior modo possibile. In questo modo rilassarsi è più facile: si cede a qualcosa che in realtà non richiede manipolazione cosciente. Eseguite tutte le posture e i vinyasa della vostra pratica ogni giorno, in ordine, con sensibilità e consapevolezza. Qualunque parte del corpo si apra in quel particolare giorno, lasciate che accada. Non trattenetela. Qualunque parte del corpo resista in quel particolare giorno, non forzatela. Rispettate questa resistenza, non contrastatela ma piuttosto incontratene i limiti. In questo modo, la pratica fluisce spontaneamente e riusciamo ad osservare la sua magia dispiegarsi interiormente, cambiando quotidianamente i campi di tensione e rilassamento nel corpo. Un viaggio meraviglioso che cambia e si evolve nel tempo”. 
Ho una pratica quotidiana delle prime 4 serie dell’Ashtanga Yoga, senza alcuna alterazione alla sequenza, da 13 anni. Quanto scritto sopra descrive, in base alla mia personale esperienza e all’osservazione di centinaia di praticanti che ho seguito, la mia percezione su come questo sistema funziona al meglio e in modo sano sul corpo umano. Il concetto di “resa” ad un’intelligenza superiore è la chiave di questa esperienza.
Credo che la “resa” sia una proprietà intrinseca di una mente umana sana. La mente umana ha una forte tendenza alla concettualizzazione, nel tentativo di controllare sia ciò che è dentro che ciò che è “fuori”. Si tratta di una capacità meravigliosa da usare quando è opportuno. E’ però anche importante capire che senza resa, o rinuncia al controllo, non esiste rilassamento. Se cerchiamo continuamente di controllare e manipolare noi stessi e ciò che ci circonda, saremo in costante stato di stress: una condizione patologica. Lo stress è malsano per qualsiasi organismo. Una certa tensione è necessaria perché la vita si concretizzi, e un certo grado di manipolazione e concettualizzazione cosciente aumenta la nostra qualità della vita, ma un equilibrio dinamico tra uno stato di tensione (o stress) e relax (o resa) è probabilmente più funzionale e sano. Questo equilibrio è un’altra forma di bandha.
Nei sistemi spirituali e religiosi il concetto di “resa” è un ingrediente essenziale nel percorso di liberazione. In altri articoli, ho discusso di come questa resa spesso si trasformi nel cedere il proprio potere personale – a un dio, a un guru, al dharma, ad un concetto, ad un ideale immaginato e irraggiungibile, ecc. In questi contesti, per molti la resa diventa una sottile ma potente forma di controllo e sudditanza, che esprime una mancanza di autostima. Le religioni moderne e la spiritualità si sono radicate culturalmente capitalizzando sulla necessità intrinseca e caratteristica della mente umana di “cedere”, alimentandola con concetti astratti nobili cui arrendersi, come gli dei, i guru, i cieli e gli ideali di liberazione.
Non è un caso che le moderne forme di religione e di spiritualità si siano sviluppate circa 10.000 anni fa, insieme all’agricoltura, e al percorso di espansione e crescita incontrollata dell’umanità. La necessità di organizzare un maggior numero di persone in reti sempre più cooperative, basate su sempre più innaturali mansioni specializzate richiedevano una ideologia, un mito, una storia condivisa comune su cui concordare e a cui vincolarsi. La religione e la spiritualità si sono evolute per svolgere questo ruolo fondamentale per le società, organizzate sul lavoro.
I concetti religiosi e spirituali che pretendono di essere di origine divina, sono quindi essenzialmente insindacabili per noi mortali e imperfetti per svolgere questo ruolo. I primi uomini moderni, al fine di ottenere la libertà, il cielo, la salvezza, o la pace eterna, dovevano arrendersi alle richieste delle potenze superiori – gli dèi, i guru, i concetti, gli ideali di liberazione – che governavano l’universo. Un metodo che si è rivelato molto efficace e ha permesso alle popolazioni di continuare a cooperare ed espandersi, fino al punto che abbiamo raggiunto ai giorni nostri, che hanno ben poco a che fare con il nostro sé organico, con le radici animali che ci connettono alla rete delle specie presenti sul pianeta terra.
Questo sistema era funzionale all’incremento numerico della nostra specie nelle prime fasi della rivoluzione agricola. Tuttavia, superate alcune delle leggi dell’evoluzione biologica della nostra specie, siamo arrivati ​​a un punto di crisi profonda, e la nostra stessa sopravvivenza è ormai in gioco, a meno che non riusciamo a spostare radicalmente la nostra visione del mondo e della realtà.
Se la resa è una caratteristica intrinseca di una mente umana sana, allora doveva già essere presente prima della nascita dell’agricoltura, della religione e della spiritualità moderne, 10.000 anni fa. E ‘probabile che i nuovi concetti religiosi astratti a cui gli esseri umani hanno imparato ad arrendersi, abbiano sovvertito le modalità di resa che appartenevano da milioni di anni agli esseri umani.
Penso che nell’era dei cacciatori/raccoglitori, precedente a quella degli agricoltori, la resa della mente fosse quella spontanea, appartenente all’intelligenza biologica innata del nostro organismo. Sebbene sia impossibile definire lo stato di coscienza degli esseri umani pre-agricoli, possiamo ipotizzare sulla base di osservazioni antropologiche che poche società di cacciatori/raccoglitori siano sopravvissute nel mondo moderno.
Nelle ere pre-agricole, gli esseri umani trascorrevano probabilmente gran parte della loro esistenza in uno stato animale, nell’incarnazione dell’intelligenza organica. Una eccezionale forma di auto-consapevolezza e di comprensione di sé, che poneva grande fiducia nelle capacità istintive dell’uomo. Uno stato di coscienza e consapevolezza di sé è molto diverso rispetto a quello della nostra mente attuale, dominata dal razionalismo e dall’analisi.
Per sopravvivere nella foresta, senza la rete di sostegno di una società umana moderna, i sistemi sensoriali e percettivi di questi esseri umani dovevano essere estremamente elevati. Chi non possedeva queste qualità non poteva sopravvivere. La coscienza restava nel quadro organico, e questo probabilmente portava ad un profondo senso di fiducia – o capacità di resa – all’intelligenza biologica innata. Immagino fosse una modalità esistenziale completa, e probabilmente le le crisi e sentimenti di disconnessione esistenziale così forti nel mondo moderno erano sconosciute. Probabilmente non erano necessarie elevate aspirazioni spirituali, perché una vita che percepisce il suo posto all’interno di una rete di diverse specie viventi era probabilmente piena e completa sotto ogni profilo.
Gli esseri umani moderni si trovano a fronteggiare una grave crisi come specie: stiamo letteralmente avvelenando il pianeta di cui facciamo parte e a cui affidiamo la nostra sopravvivenza. E ‘del tutto possibile che in un futuro non troppo lontano, il pianeta terra potrebbe non essere più in grado di ospitare la vita, e che l’homo sapiens si estingua. Credo che la ragione fondamentale per cui stiamo permettendo che questo accada è che negli ultimi 10 000 anni, siamo passati da una realtà e una consapevolezza di sé che si basa sull’intelligenza intuitiva, istintiva e organica ad una realtà ed esistenza che sono solo un’astrazione della mente umana. Il nostro senso di sé e la consapevolezza si basano oggi sulle idee e i suggerimenti di concetti costruiti artificialmente, invece che sulla realtà fisica e organica dei nostri corpi e del pianeta di cui facciamo parte.
Yuval Harari dà una descrizione molto lucida della differenza  tra la realtà fisica e la realtà fittizia e immaginaria che gli esseri umani hanno creato e in cui esistono oggi. L’obiettiva realtà fisica di alberi, fiumi, vento, rocce, animali, così come la nostra intelligenza intuitiva sono la nostra eredità biologica. È la realtà in cui vivevamo gli esseri umani per milioni di anni prima della rivoluzione agricola. Nel corso degli ultimi 10.000 anni e soprattutto in tempi molto recenti, la realtà fisica e obiettiva è stato quasi completamente sostituita da una realtà immaginaria creata dalla mente umana. Denaro, paesi, culture, le società, le leggi, religioni, cieli, inferni e déi non hanno alcun fondamento nella realtà fisica. Eppure basiamo quasi tutte le nostre abitudini di vita, i comportamenti e le decisioni su queste entità fittizie create dalla mente umana. Come dice Yuval Harari nel suo discorso, queste entità immaginate ora sono le forze più potenti del mondo, anche se non sono reali. Non è un caso che il potere di queste creazioni dell’immaginazione umana aumenti proprio quando la realtà oggettiva di laghi, fiumi, alberi e animali viene maltrattata, ignorata e distrutta.
Ma non è solo la realtà oggettiva di queste entità fisiche ad essere dimenticata e trascurata: anche la realtà della nostra intelligenza istintiva e organica è stata progressivamente abbandonata. Quanti sono oggi in grado di percepire davvero cosa accade dentro di loro, quali sono le conseguenze fisiche delle loro decisioni, dei loro comportamenti, delle loro azioni? Credo siano davvero in pochi a vivere così. La maggior parte delle decisioni, delle azioni e dei comportamenti si basano su ideologie prefabbricate e su aspettative sociali, culturali, familiari, lavorative, religiose.
Da dove viene la capacità di resa dell’essere umano moderno? E’ un concetto astratto, o fa parte dell’intelligenza organica intuitiva dei nostri corpi? Penso che rispondere a questa domanda riassuma ciò che è sbagliato nel mondo di oggi, sia in termini di benessere intrapersonale che dei nostri problemi collettivi di specie.
Se cerchiamo una soluzione rivolgendoci a pratiche spirituali, allora dobbiamo sincerarsi di non usarle per perpetuare il problema. Come già esposto, ritengo che spiritualità e religioni moderne siano parte di questo processo di astrazione, della produzione di una realtà fittizia. Qualsiasi pratica spirituale che ci chieda di dare il nostro potere ad una fantasia, non ci aiuta nella crisi che stiamo affrontando. Quasi tutte le religioni e le pratiche spirituali rientrano in questa categoria.
Ciò che può aiutarci sono invece le pratiche che ci aiutano a riscoprire e approfondire il nostro rapporto con noi stessi coltivando, e infine arrendendosi, all’intelligenza intuitiva e organica del nostro essere. Tali pratiche contribuiscono ad accrescere la fiducia in noi stessi dandoci un senso di interezza. Dobbiamo smettere di prestare fede e fiducia in idee e ideali, e iniziare a coltivare la nostra intelligenza organica. Dobbiamo smettere di cedere ai capricci degli déi, del lavoro, dei paesi, della cultura e del denaro, e iniziare ad arrenderci al potere e all’intelligenza che si esistono nei nervi e nella carne di questo nostro animale corpo umano. Ricollegandoci al rispetto e allo sviluppo della natura fisica, diverrà naturale riconettersi al rispetto della realtà oggettiva di alberi, fiumi, rocce e animali. Il percorso del ritorno a casa verso la natura inizia attraverso i nostri corpi.
Torno quindi alla descrizione del processo della pratica Ashtanga con cui ho iniziato questo saggio. Da 16 anni pratico quotidianamente due tra le più potenti tecniche di auto-realizzazione a nostra disposizione – l’Ashtanga Yoga e la Meditazione Vipassana. Entrambe queste tecniche sono collegabili a dogmi e ideologie prodotti dalla mente umana. Con questo non voglio dire che la filosofia che circonda queste tecniche sia inutile. Certo, alcune delle idee e dei concetti mentali che abbiamo creato sono positivi e utili.
Eppure, dopo 16 anni di pratica con mentalità aperta e spirito di sperimentazione, ritengo che il motivo per cui queste tecniche funzionano non si collega a ideologie e concetti, ma al loro utilizzo come modalità di incarnazione della coscienza e di sviluppo della mia intelligenza organica.
Che io sia seduto in meditazione a sperimentare il flusso sottile di sensazioni in ogni parte del mio corpo e del mio essere, che io esegua con il mio corpo e con il respiro una faticosa sequenza di asana e vinyasa, l’essenza di ciò che faccio è la stessa. Quando pratico una di queste tecniche, pratico la resa della mia mente razionale e analitica, abbandono il dominio delle idee, e mi arrendo all’intelligenza organica e alla realtà fisica del mio corpo umano, delle sue sensazioni e dei suoi sentimenti. Molti considerano gli asana come un modo per allenare il corpo e la meditazione come un modo per formare la mente. Per me, sono solo le due facce di una stessa moneta. Sono entrambe pratiche somatiche estremamente efficaci per coltivare e approfondire la sensibilità della nostra intelligenza intuitiva e istintiva.
In entrambe queste tecniche, ci sono stadi di apprendimento che richiedono una comprensione razionale e analitica. Nella meditazione Vipassana, dobbiamo imparare ad esempio a scansionare e mettere a fuoco le diverse parti del nostro corpo. Nell’Ashtanga Yoga, dobbiamo imparare a muovere il respiro all’interno del corpo, apprendere la sequenza di asana e vinyasa, allineare correttamente il corpo, ecc. Eppure, questi sono solo aspetti molto superficiali di queste discipline. Sono solo una porta che si apre su una esperienza molto più profonda di incarnazione, su uno stato di coscienza intuitiva e istintiva.
In una matura pratica di meditazione Vipassana, una volta compreso come muovere la consapevolezza attraverso il corpo, la mente cosciente può fare un passo indietro e lasciare che prendano il sopravvento gli aspetti intuitivi del processo. In molte delle mie sedute di meditazione, entro in uno stato onirico in cui continuo ad eseguire la scansione del corpo, mentre la mente cosciente resta sospesa e l’esperienza dominante è quella di immagini e visioni del subconscio. Una percezione organica del sé molto profonda –  gli strati più sottili della dei tessuti somatici si fondono con le immagini mentali corrispondenti, senza sovrapposizione di ideali coscienti o ideologie. Si entra in uno stato di profonda guarigione. I percorsi a volte dannosi della psiche vengono interrotti e riconfigurati. In queste sedute, si riduce sensibilmente il bisogno di sonno e del sogno.
Anche in una matura pratica Ashtanga la direzione cosciente dovrebbe essere ridotta al minimo. Una volta imparata correttamente la sequenza vinyasa, i principi di respirazione e di allineamento, tutto ciò che resta da fare è chiudere la mente analitica e fluire attraverso la pratica istintivamente e intuitivamente. E’ qui che avviene la vera magia. Quando la mente fluisce semplicemente con il respiro e il movimento – e soprattutto con i più sottili movimenti interni collegati ai bandha – sentiamo che l’intelligenza dinamica del corpo organico prende il sopravvento. Il corpo capisce intuitivamente come muoversi o non muoversi. Capisce dove espandere e rallentare il respiro, come scivolare più in profondità in una posizione, e quando ritrarsi e non forzare una eventuale resistenza. Alcuni professionisti maturi dicono di raggiungere uno stato in cui “un’altra forza” muove il loro corpo e il loro respiro attraverso la pratica. Questa forza è certamente collegata ai bandha, ma la sua essenza è l’intelligenza organica, intuitiva, animale. Arrendersi a questa intelligenza ci porta un profondo benessere. Quando la mente analitica consapevole sovrappone le sue idee e i suoi ideali alla pratica e sovverte l’intelligenza organica, arrivano i problemi: mancanza di fiducia in se stessi, calo di autostima e auto-accettazione. Entriamo in un terreno fertile per eventuali lesioni.
Un’analisi consapevole e oggettiva delle tecniche di respirazione o di allineamento è utile e necessaria soprattutto nelle fasi iniziali della pratica. Ma, in una pratica matura che diventa tecnica di auto-realizzazione e campo per coltivare la nostra intelligenza biologica, questa analisi cosciente dovrebbe costituire solo una piccola percentuale della nostra energia e attenzione. Una pratica analitica e oggettivante è molto più superficiale di una pratica che scaturisce da uno stato puramente intuitivo e istintivo dell’essere.
Quando si è in grado di praticare in modo intuitivo, l’auto-pratica in isolamento diventa spesso preferibile alla pratica in gruppo guidata da un maestro. Mi si chiede spesso se preferisco praticare da solo per la maggior parte dell’anno, senza la guida di un insegnante, o approfondire la mia pratica e progredire con un insegnante. La verità è che quasi tutte le mie pratiche più belle e profonde si verificano nell’intimità della mia solitudine, nelle prime ore del mattino. È più facile scivolare in uno stato di pura incarnazione quando non si è preoccupati di essere osservati da altri, o di seguire istruzioni altrui. Quando siamo soli, e al buio, siamo costretti a sentirci di più.
E ‘bene seguire un insegnante di tanto in tanto, e se si ha la fortuna di vivere vicino a un buon insegnante, va benissimo praticare per la maggior parte del tempo nella shala dell’insegnante. Tuttavia, tutti i praticanti davvero avanzati dovrebbero sforzarsi di essere il più possibile indipendenti nella loro pratica. Affidarsi ad un insegnante per andare “più in profondità” significa cedere il proprio potere, affidare potere al maestro, e minare la capacità di arrendersi e sviluppare fiducia nella propria intelligenza organica intuitiva.
Un buon insegnante ne è ben consapevole. Un buon insegnante sa quando un praticante è in grado di accedere alla propria intelligenza organica, e quindi richiede poca direzione esterna nella sua pratica. Un aggiustamento non necessario interromperà il processo interno dello studente. Come insegnante, maturando pongo sempre maggiore enfasi sulle capacità dei praticanti di progredire autonomamente all’interno del contenitore della Shala, con il minimo input da parte mia. I momenti migliori in insegnamento per me sono quando posso fare un passo indietro ed eseguire la scansione di una stanza con 20 e più praticanti, sentire che nessuno di loro ha bisogno della mia partecipazione. L’unico suono è quello del respiro di tutti, e tutti sono immersi nel loro viaggio interiore. Questa è la magia della pratica di gruppo: quando tutti praticano nello stato animale della coscienza organica e intuitiva.
Se uno studente ha bisogno di assistenza per raggiungere un asana particolarmente difficile, o se è bloccato, io lo aiuto. Anche ogni giorno per settimane o mesi alla volta. Ma, non appena ho la sensazione che questa persona abbia la capacità di trovare la propria strada, allora lascio la presa. E ‘affascinante vedere l’intelligenza animale prendere il comando. Ognuno ha il suo modo unico e personale di trovare la strada giusta. Questo è anche il motivo per cui ritengo che sia importante non imporre ideali rigidi di allineamento. Per me, i momenti più appaganti come insegnante non sono quando aiuto fisicamente o verbalmente qualcuno a raggiungere una posizione, ma quando guardo questa persona imparare ad arrivarci da sola, senza il mio aiuto.
Non è solo attraverso lo yoga e la meditazione fisico che abbiamo accesso all’intelligenza organica del corpo umano e del nostro sistema nervoso. I nostri antenati cacciatori/raccoglitori probabilmente vivevano costantemente in questo stato. La loro vita e il loro rapporto sensoriale con il mondo e con animali, fiumi, vento, rocce e alberi erano completamente inseparabili. Facevano parte di questa insieme, vivevano in uno stato di totale incarnazione.
Qualsiasi attività che ci impone di essere sia fisicamente attivi e sensibili ci può aiutare a coltivare e approfondire la nostra fiducia nell’intelligenza organica. L’escursionismo è uno dei miei modi preferiti. Molto prima di scoprire lo yoga o la meditazione, facevo spesso trekking con un buon amico. Ci piaceva vagare per la foresta a tarda notte, camminare lungo i sentieri dei boschi, senza luci. Volevamo utilizzare altre abilità per sentire e attraversare la foresta senza inciampare o cadere. Sono abilità che si sviluppano molto facilmente e rapidamente, quando ci si arrende alle capacità innate del corpo umano. A volte uno di noi si lanciava in una corsa spontanea, e l’altro cercava di tenere il passo: decisioni improvvise per evitare rocce o alberi avvenivano in modo naturale e spontaneo. Le cose avvenivano troppo in fretta per dar modo alla mente cosciente e analitica di prendere decisioni. Era solo l’intelligenza organica a farci strada.
Mi sono ricordato di questa meravigliosa esperienza un paio di settimane fa, mentre scendevo attraverso un sentiero nel bosco dopo aver scalato Gunung Abang qui a Bali. La pista è stretta e ripida, e piena di grandi rocce, radici di alberi e fossi creati dalle erosioni. Camminavo verso valle piuttosto lentamente, scrutando con attenzione il terreno e facendo attenzione a dove mettevo i piedi. Dopo aver raggiunto un tratto particolarmente ripido, lo stress di continuare a muoversi lentamente e con attenzione era troppo, così mi sono lanciato in una corsa. Ho preso velocità e improvvisamente il mio corpo volava lungo il sentiero: era tornata l’esperienza familiare di prendere decisioni fulminee ad ogni ogni roccia, albero, fosso o curva imprevista. Ho provato un grande senso di libertà nell’abbandonare lo stress di calcolare ogni movimento, e nell’arrendermi alle reazioni organiche e istintive del corpo per giungere velocemente a valle. Anche se ogni mossa sbagliata a quella velocità avrebbe potuto provocare seri incidenti, la fiducia nella mia intelligenza organica del mio corpo mi dava la certezza che ce l’avrei fatta, sano e salvo. (…)
Come esseri umani , abbiamo trascurato o dimenticato queste capacità per troppo tempo. Eppure possiamo ancora svilupparle e perfezionarle. Osservare un praticante avanzato di Ashtanga ricorda il movimento aggraziato e organico di un animale nel suo ambiente. La qualità è la stessa, perché entrambi si muovono in base all’intelligenza organica, priva di manipolazione cosciente. Se le attività fisiche o sensoriali come il trekking (o qualsiasi tipo di sport) o la musica ci possono aiutare ad accedere all’intelligenza organica con facilità, credo che lo yoga e la meditazione spicchino come discipline particolarmente efficaci per coltivare in modo elevato questo strato della nostra natura umana .
Nell’Ashtanga Yoga, la tecnica di movimento del corpo e del respiro attraverso i Vinyasa ci permette di accedere allo strato più profondo e sottile del corpo, i bandha. I bandha non sono facilmente accessibili in altre forme di attività come il trekking, lo sport, la musica, ecc. I bandha ci accompagnano in un luogo ancora più profondo di incarnazione dell’intelligenza organica, risvegliando strati forse ancora non sfruttati del potenziale umano in questo ambito. Molti ritengono che queste tecniche portino verso stati alterati di coscienza. Preferisco pensare che ci conducano verso stati molto più profondi di incarnazione e verso un efficace approfondimento della nostra intelligenza organica.
Ma questo non avviene automaticamente. Deve esserci intenzione. Chi pratica yoga e / o meditazione affidandosi ai dogmi, imponendo ideologie alla loro pratica, finirà per oggettivare e deprimere il corpo fisico e l’intelligenza organica. Chi vede il corpo come qualcosa di “inferiore” o come un “ostacolo” da superare attraverso la pratica rigorosa certamente non diventerà più sensibili attraverso la pratica. Questo tipo di praticante di solito finisce per creare una maggiore dissonanza nel rapporto con il proprio corpo, finendo per provare sfiducia se non disprezzo per la sua intelligenza organica. Questo tipo di persona spesso mostra una mancanza di fiducia e di amore per se stessa, e l’assenza di una vera comprensione di sé. Quando parla della sua pratica, ne parla in termini di dogma e di sforzo, e non di esperienza personale. Vedo molti praticanti devoti di yoga e meditazione, che doverosamente e devotamente recitano mantra e preghiere, prima e dopo la pratica; ma osservandoli, non vedo sensibilità, fiducia o fede in se stessi, nel loro corpo, o nella disciplina che stanno praticando. La pratica diventa un ulteriore modo per diffidare del corpo e per cedere il proprio potere a un’idea. Sono persone che mostrano una scarsa sensibilità anche nel quotidiano. Invece di utilizzare le pratiche per aumentare sensibilità e consapevolezza somatica, le utilizzano per prendere le distanze dalla propria esperienza organica, sovrapponendo ad essa dogmi ed idee.
Ritengo che sia importantissimo avvicinarsi a queste pratiche con l’intenzione di arrendersi all’intelligenza organica istintiva che vive all’interno dei tessuti corporei. Questa modalità ci conduce alla fiducia in noi stessi, all’amore verso noi stessi, e ci consente di accedere all’intelligenza animale biologica che fa parte del nostro patrimonio umano. Se queste pratiche devono contribuire a farci sentire parte del “tutto”, allora dobbiamo riportare questo aspetto così a lungo trascurato e dimenticato nel nostro modo di essere. Se impariamo ad amarci e a credere in noi stessi e nella nostra “animalità”, possiamo imparare di nuovo ad amare e rispettare il resto del pianeta terra, di cui siamo parte indissolubilmente, e possiamo tornare a contare su noi stessi per la nostra sopravvivenza e la longevità come specie.
Tornare totalmente ad un’esistenza da cacciatore/raccoglitore è, ovviamente, impossibile. Abbiamo abbandonato le nostre radici molto tempo fa, e non si può tornare indietro. E sono moltissime le idee meravigliose che abbiamo sviluppato negli ultimi 10.000 anni, idee che non possiamo e non dobbiamo abbandonare. Ritengo che il problema che ora dobbiamo affrontare è che ci siamo allontanati troppo dalle nostre radici, al punto che l’integrità e la longevità della nostra specie è diventata impossibile nelle condizioni attuali. E’ necessario quindi un radicale cambiamento di percezione, che deve coinvolgere la re-introduzione della nostra intelligenza animale nel nostro modo di vivere e di essere. L’Ashtanga Yoga e la Meditazione Vipassana sono ottimi strumenti in questo processo, se scegliamo di usarli in questo modo.”

Iain Grysak

 Traduzione di Francesca d’Errico

Il giorno del Guru: i ricordi di David Garrigues

Martedi 19 luglio, Moon Day, è Guru Poornima, tradizionalmente giorno di festa per i discepoli che seguono un cammino spirituale sotto la guida di un maestro, giorno in cui viene celebrato il saggio Vyasa, il mitico maestro che trasmise ai suoi discepoli i Veda per il bene dell’umanità. E proprio in questo giorno è nato Guru-ji, Sri K. Pattabhi Jois. Questo articolo scritto da David Garrigues, uno dei pochi insegnanti al mondo certificati da Guru-ji, ne presenta un aspetto profondo e spirituale. Guru-ji ha concepito e trasmesso la pratica dell’Ashtanga Yoga con un preciso intento terapeutico – nel senso più omnicomprensivo del termine, una terapia per il corpo fisico e per il corpo energetico e, da ultimo, per il nostro corpo spirituale. Pratico da anni questo metodo e mi sono presa spesso e volentieri delle licenze, integrandolo con altri stili, arricchendo le serie con asana non previste o non nella corretta sequenza. Nell’ultimo anno – come avevo fatto nei primi anni della mia pratica con Hamish, il mio primo Maestro – mi sono dedicata di nuovo con impegno a rispettarne la logica e ne ho riscoperto l’immenso valore. C’è una ragione che forse non è del tutto comprensibile per cui gli asana vanno eseguiti nella sequenza che Guru-ji ha voluto, e c’è una ragione per andare alla fonte e continuare a studiare con chi ci è stato. E’ necessario dare alla pratica l’opportunità di essere appresa come è stata concepita per apprezzarne il potenziale. In questo articolo, in parte capiamo perché. Il resto, va appreso sul tappetino. Buona lettura e buon Guru Poornima!
 
David Garrigues e Guru-ji

Come diceva Sri K Pattabhi Jois (Guruji) : “strong body, strong mind, weak body, weak mind.” (corpo forte, mente forte; corpo debole, mente debole).

Guru-ji poneva un grande accento sulla forza e sulla salute fisica come percorso privilegiato verso la felicità e la realizzazione in questa vita. Non solo, riteneva che questi aspetti fossero fondamentali nel raggiungimento del potenziale di concentrazione mentale che porta alla conoscenza di sé. Il suo messaggio agli studenti era chiarissimo: per ricevere i benefici terapeutici dello yoga, è necessario coltivare per tutta la vita una disciplina nella pratica delle posture, del respiro abbinato al movimento.
Per Pattabhi Jois, il terzo e il quarto ramo dello yoga non erano stadi attraverso cui passare per arrivare ai rami successivi. Per lui, il terzo e il quarto ramo erano le fondamenta necessarie e permanenti della pratica, che dovevano essere sostenute ogni giorno per tutta la vita. Nel perfezionare il terzo e il quarto ramo, il praticante può perfezionare gli altri rami. A qualsiasi domanda sugli altri rami dello yoga, Pattabhi Jois rispondeva di dedicarsi con serietà e impegno alla pratica di asana e pranayama: solo così ogni altra domanda avrebbe trovato risposta.
Oltre ai suoi insegnamenti sugli asana, Guru-ji era un autentico guaritore che teneva in altissima considerazione i rimedi naturali. Dopo una lezione, nel salutarlo, gli studenti spesso si lamentavano dei loro problemi fisici. Guru-ji li incoraggiava a praticare, e a volte raccomandava un rimedio yogico o ayurvedico, una preparazione del cibo medicinale come il kichari o il riso gangi nei casi più acuti, una dieta detossinante, un breve digiuno, un farmaco fitoterapico, un bagno d’olio (o l’ingestione stessa di olio), ed altre cure naturali.
Ma quando le circostanze lo suggerivano, Guru-ji sapeva anche tenere le distanze dai rimedi naturali. Una tra le più storiche praticanti di Ashtanga racconta che, in preda ad un malore di cui nessuno capiva la causa, rivolgendosi a Guru-ji si vide proporre un medicinale allopatico decisamente tossico: dopo averlo ingerito, tuttavia, la nostra eroina tornò rapidamente in salute.
Sono molte le storie sulle intuizioni di Guru-ji e sulle sue grandi capacità terapeutiche, sia sul piano fisico che su quello energetico.
Una volta, a Mysore, in India, mi venne una terribile forma di acne dolorosa. Studenti e indiani mi guardavano con orrore, notando i foruncoli rossi e viola, grandi come palle da golf, che tempestavano il mio corpo. Andai a casa di Guru-ji in cerca di una soluzione, e alla vista delle mie pustole, con grande soddisfazione esclamò; “Oh, belli grossi! Non inciderli, è il tuo nuovo corpo che si sta formando!”. Se li avessi incisi, avrei rischiato di interrompere il processo di disintossicazione naturale che stava facendo il suo corso.
Naturalmente, il suo entusiasmo non era per i miei foruncoli ma per il processo disintossicante di cui l’acne era un chiaro sintomo. Era riuscito a capire subito che la pratica stava eliminando le tossine dal mio corpo, rinnovandolo completamente. Osservava questa fase di disintossicazione come un aspetto naturale derivante dal mio impegno nello studio della pratica.  Aveva piena fiducia nella pratica ed era risoluto davanti al dolore, allo sconforto e alla malattia.
Offriva a chi non sapeva dove rivolgersi la possibilità di rinnovarsi e guarire. Credeva sopra ogni cosa nelle potenzialità mediche e terapeutiche dello Yoga. Aiutava la gente a superare o almeno a curare in parte gli effetti di ogni sorta di malanno fisico e mentale: diabete, asma, problemi cardiovascolari, traumi sessuali, traumi infantili, fobie, depressione e dipendenze. Parte della grandezza dei suoi insegnamenti era la sua capacità di trasmettere questa fiducia: lavorare con lui rendeva combattivi, aiutava a sentire di avere la possibilità di sconfiggere qualsiasi malattia o qualsiasi ostacolo.
Questa fiducia nel potenziale terapeutico dell’Ashtanga Yoga è una delle ragioni per cui insisteva sul fatto che la pratica doveva essere “99% pratica e 1% teoria”. Perché è la pratica (e non studiare o parlare di Yoga) a guarirci dai nostri mali. Attraverso la pratica ristabiliamo la nostra salute ringiovanendo i fondamentali “sistemi operativi” del corpo. Attraverso la pratica quotidiana di sequenze create ad arte influenziamo la nostra salute e il nostro benessere: la capacità di respirare, la circolazione sanguigna, il sistema digestivo, la mobilità articolare, l’espressione delle nostre emozioni, la stabilità mentale e la regolarizzazione delle funzioni endocrine e delle onde cerebrali.
E queste non sono che alcune delle potenzialità terapeutiche dell’Ashtanga Yoga.
Applichiamo queste tecniche per dare agli asana una qualità attiva, mantenendo l’attenzione sulla nostra consapevolezza all’interno dell’asana. La qualità a cui mi riferisco non è difficile da comprendere o immaginare, perché è semplicemente la somma delle abilità di notare con accuratezza ciò che avviene in noi e intorno a noi in un preciso momento. Il nostro livello di concentrazione e consapevolezza genera una linfa, un’ambrosia che possiamo bere e che ci dona nuova vita. E la meditazione è una sorsata di questa miracolosa bevanda, paragonabile ad un’oasi di acqua cristallina a cui giungiamo dopo una sfiancante camminata nel più desolato dei deserti.  Abbeverarsi alla consapevolezza significa aprire i cancelli alla capacità di autoguarigione, perché quando siamo davvero consapevoli, troviamo automaticamente e naturalmente il nostro respiro più autentico, siamo in grado di riconoscere i bandha, il dristi, dhyana e tutte le tecniche essenziali dello Yoga. Esistono e ci appartengono naturalmente come i nostri occhi, il nostro naso e la nostra bocca appartengono al nostro volto.
La versatilità in queste tecniche fondamentali, tuttavia, può diventare una vera sfida anche per lo studente di lungo corso. La perfezione in questi aspetti elude a volte anche il praticante più serio. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di una guida autentica, di un insegnante che abbia la pazienza e la conoscenza necessarie a sviluppare le pratiche dello yoga. Un insegnante di questo tipo può aiutarci a diventare più forti, più stabili nella pratica, magari sviluppando metodologie che siano particolarmente adatte alla nostra costituzione e alle nostre capacità.
E’ solo allora che la pratica non solo faciliterà il recupero delle funzioni ottimali del nostro cervello, dei sistemi nervoso, digestivo, linfatico, circolatorio, organico, endocrino – ma anche e soprattutto ci porterà all’interno, dove la conoscenza di sé e il risveglio spirituale aspettano solo il nostro arrivo.”
– David Garrigues
Traduzione di Francesca d’Errico

Continuare a praticare: la testimonianza di Gregor Maehle

Gregor Maehle in Eka Pada Sirsasana

Traduco oggi un bellissimo post di Gregor Maehle, famoso insegnante di Ashtanga Yoga e autore di numerosi libri su questa nostra amata pratica. Me lo ha suggerito Taylor Hunt, altro insegnante Autorizzato KPJAYI che stimo molto. Lo ritengo particolarmente adatto a chi, come me, pratica ormai da quasi vent’anni e intende mantenere una pratica Ashtanga negli anni a venire. Buona lettura!
“Recentemente mi sono imbattutto in un articolo dove l’autrice rivelava le sue difficoltà nel mantenere una pratica Ashtanga. Definiva la sua pratica “dura, davvero dura, sfinente” e lamentava il fatto che “non diventa mai più facile”, anche perché i suoi insegnanti le avevano trasmesso la sensazione di dover mantenere aspettative molto alte. 
La mia esperienza, però, è esattamente opposta e desidero condividerla perché penso possa essere di aiuto a molti. Pratico yoga da circa 40 anni e gli ultimi 26 li ho dedicati all’Ashtanga. Pratico 6 giorni alla settimana. Stavo per aggiungere “religiosamente”: ma preferisco dire che non pratico quotidianamente perché sento di doverlo fare, ma semplicemente perché facendolo il mio corpo e la mia mente funzionano meglio.
Negli anni, la mia pratica è sicuramente diventata più facile. Il primo decennio è sicuramente stato il più duro, principalmente perché sono cresciuto in una cultura che crede nel successo, nella gratificazione sensoriale, nell’abuso e nella negazione del sé e nella tortura autoinflitta, nell’ambizione e nella competizione, tutte caratteristiche che avevo inizialmente importato nella mia pratica yoga. Aggiungerei anche l’espressione contemporanea della nostra cultura, che include edonismo, abuso di sostanze stupefacenti, promiscuità o genericamente quello che definiamo “divertirci” o “spremere il succo della vita”. 
C’è stata sicuramente frizione nel processo di trasformazione da “party animal” che va a letto all’alba, a praticante che si alza prima che sorga il sole. Ma questo aspetto ha richiesto al massimo un paio d’anni e con benefici a dir poco ovvi. Più le tendenze culturali sono radicate in noi, più tempo è necessario per lasciarle andare. Parlo soprattutto dell’ossessione occidentale per il progresso, il successo, la gratificazione materiale, l’abuso e la negazione di sé, la tortura autoinflitta, l’ambizione e la competizione. Quando un occidentale tenta di diventare uno yogi, spesso tende ad auto-sabotarsi impedendosi di lasciare andare queste tendenze.
Una delle più importanti svolte nella mia pratica è stata proprio il lasciar andare la mia tendenza al progresso e al successo. Ho capito che dovevo semplicemente praticare, invece che farlo per ottenere qualcosa. Considerate questo: magari avete dentro di voi 10 o 15 anni di progressi nella pratica degli asana. Poi un’altra decina d’anni di stagnazione e quindi (si spera) diversi decenni di regressione. Se siete davvero fortunati, potreste avere davanti a voi 60 anni di regressione, come è accaduto a T Krishnamacharya. O pensate forse che abbia continuato a progredire negli asana come quando aveva 40 anni? Il mito dello yoga sul migliorare, avere successo e progredire è, appunto, un mito.
La svolta successiva è stata liberarsi della tendenza all’abuso e alla negazione del sé, e alla tortura autoinflitta. La nostra cultura ne è intrisa. Per ottenere una laurea, per raggiungere un successo lavorativo dobbiamo sacrificare notti intere, lavorare duramente, negare i nostri bisogni, consumarci gli occhi davanti a uno schermo. E questo stesso approccio me lo sono ritrovato sul tappetino. La scimmia sulla mia spalla mi diceva di abusare, negare e torturare me stesso per conquistare l’asana successivo, la serie successiva. Ma sotto questa voce aggressiva, ne ho sentita un’altra ben più gentile: mi diceva che abusare, negare e torturare me stesso con tanta durezza, fatica e aspettative così elevate era in realtà un aspetto della mia mancanza di amore e capacità di accettare ciò che ero. 
Mentre scrivevo quest’ultima frase mi sono meravigliato di quanto sia stato facile scriverla, mentre è stato così difficile sentirla davvero dentro di me. Guardiamo a 5000 anni di storia: guerre, conflitti, gioia nel vedere l’altro sconfitto, raso al suolo, davanti alla nostra gloria, alla nostra vittoria. Amore per la controversia, per l’avere opinioni divergenti, per il dimostrare di avere sempre ragione rispetto a qualcun altro…
Ho notato che avevo importato questa cultura – quella del non essere mai abbastanza bravo – nella mia pratica. La seconda voce, quella più gentile, chiamiamola la voce dello yoga, mi diceva che dovevo abbandonare tutto questo e cominciare con l’amare e accettare me stesso, completamente.
Ancora una volta mi meraviglio davanti al potere (o all’impotenza) delle parole. Sappiamo davvero cosa significa la frase “amarsi e accettarsi completamente”? La mattina, prima di praticare asana, mi siedo e rifletto proprio su queste parole. Non accenno nemmeno un Surya Namaskara se prima non sento davvero risuonarne l’effetto dentro di me. Non è sempre facile amarsi e accettarsi completamente. Di solito, per farlo sono necessari quintali di capacità di perdonarsi i propri limiti. Il motivo per cui ci risulta così difficile, è che la nostra umanità è intrisa dei concetti di punizione, peccato, vendetta, etc. Al punto che si è formata in noi una fortissima abitudine. Secondo lo yoga, qualsiasi sensazione provata anche dal più inferiore tra gli esseri viventi lascia dietro di sé una traccia. Nessun dolore (e nessuna gioia) è da considerarsi buttato. Amarsi ed accettarsi include la capacità di abbandonare concetti e ricordi culturali e ancestrali. 
Nel descrivere la mia pratica Ashtanga di oggi, utilizzerei parole come dolce, gioiosa, giocosa, amorevole, ringiovanente, e più facile di anno in anno. Ricordo i tempi in cui era dura, piena di ostacoli (la sfida tra ego e corpo), e forse anche estremamente stancante. Ma poi ho capito che stavo mettendo in atto sul tappetino un conflitto psicologico, ovvero la credenza di non essere abbastanza bravo, e di doverlo provare a me stesso attraverso la performance fisica. E santo cielo, quanto era stancante…
Abbandonare il conflitto interiore porta inizialmente un beneficio prettamente fisico sul tappetino, facendo sparire durezza e fatica dalla pratica: tuttavia, il risultato più importante è un altro. Inizialmente, mi sembrava quasi sbagliato amare ed accettare me stesso. Poi però ho notato che questo amore e questa accettazione rendono praticamente impossibile non amare chiunque altro. Infatti, l’auto-amore è il precursore dell’abbandono del concetto di “altro”. L’idea di “altro”, ovvero credere nella separazione, nell’isolamento, nell’estraniazione, in entità diverse è necessario al mantenimento dell’esternalizzazione del conflitto interiore. Abbandonando questa idea possiamo ammettere di essere tutti un unico sé: atman. Il conflitto si esaurisce.
Attenzione: L’autore ritiene che la sola pratica degli asana, senza pranayama, kriya e meditazione non rappresenti lo spirito dello yoga. Anzi, l’autore è convinto che escludere questi aspetti possa esasperare i problemi di cui ho parlato in questo articolo. Ma questa è un’altra storia.”

– Gregor Maehle

Traduzione di Francesca d’Errico

Lo Yogi ai tempi della Brexit: voci da Londra

Scott Johnson, Stillpoint Yoga London

Lo Yogi ha un ruolo politico e sociale in questo mondo in continuo cambiamento? La cosiddetta Brexit, la recente uscita del Regno Unito dall’Europa,  ha posto molti quesiti ai praticanti londinesi. Stillpoint Yoga London è uno dei centri più quotati nella capitale, lo spazio a cui fanno riferimento John Scott e Greg Nardi nei loro soggiorni in UK. Scott Johnson è il fondatore e il suo scritto di questi giorni fa riflettere. Che senso ha praticare Yoga oggi? Leggiamo insieme le sue parole.

 
“Lo scopo principale della nostra vita è aiutare gli altri. E se non possiamo aiutarli, almeno cerchiamo di non far loro del male” – Dalai Lama
 
“In UK, in questo momento, il tessuto su cui abbiamo costruito la nostra società sembra sfibrarsi ora dopo ora. Dopo il voto che ha sancito la Brexit, il nostro paese è piombato in una crisi che per molti di noi è senza precedenti. Il nostro governo è diviso tra un primo ministro che ci ha portato sull’orlo di questo precipizio per poi rassegnare le sue dimissioni, e un nuovo candidato che non ha idea di dove stiamo andando. Il partito dell’opposizione (il Labour Party) è a sua volta diviso in due tra domande e dubbi sulla capacità del suo leader.
L’Europa sembra ora volersi disfare di noi e nel nostro paese le divisioni sembrano aumentare giorno dopo giorno. Bigottismo, odio e razzismo crescono in tutto il Regno Unito al grido dello slogan “Riprendiamoci il nostro Paese”.
Negli ultimi giorni mi sono sentito particolarmente vulnerabile, senza idee su cosa fare. Mi sembra una faccenda più grande di me. Il Paese sta cambiando sotto il mio naso in qualcosa che non so riconoscere.
E’ un paradigma sconosciuto a me, ai miei amici e alla mia famiglia. Una sensazione di incertezza e caos sembra avere la meglio in tutto il Regno Unito. Altera il tessuto del paese in cui sono nato e cambia tutto ciò che credevo di sapere sulla società e sul mio posto in un mondo integrato e connesso. Questa instabilità mi ha fatto in minima parte capire come può sentirsi, ad esempio, il popolo Siriano. La guerra spinge queste famiglie a cercare rifugio altrove, proprio mentre scrivo queste parole. Non possiamo paragonarci a loro ma mi trovo a provare disagio nel mio paese in questo momento e sento il bisogno di riflettere con compassione e comprensione su chi vive continuamente in pericolo in patria.
Tra amici abbiamo discusso a lungo di questi argomenti in questi giorni, ma un messaggio in particolare mi ha colpito. Viene da un collega insegnante, che mi ha scritto le seguenti parole:
“Come insegnanti di Yoga dovremmo impegnarci ad accettare, tollerare e lavorare insieme in tempi come questi. La gente dovrebbe guardarci e rivolgersi a noi come esempi. Dobbiamo capire che quanto è avvenuto è una rappresentazione della democrazia e della libertà di voto di un popolo”.
 
Questo messaggio mi ha fatto riflettere. Ora che siamo in queste circostanze, cosa dobbiamo fare? E cosa significa praticare yoga in tempi difficili? Come può la mia pratica aiutarmi ad osservare cambiamenti globali così significativi da alterare la società che conoscevo in meno di una settimana? E’ questa la nuova normalità? E se sì, in che modo posso affrontarla?
In risposta agli attacchi di Parigi del novembre scorso, il Dalai Lama ha detto:
“Non possiamo risolvere questi problemi solo con la preghiera. Sono Buddista e credo nella preghiera. Ma gli uomini hanno creato il problema, ed ora chiedono a Dio di risolverlo. E’ illogico. Dio direbbe: risolvete ciò che avete creato. Abbiamo bisogno di un approccio sistematico che nutra gli autentici valori dell’umanità, il senso di unicità e armonia. Se cominciamo a farlo subito, possiamo sperare che questo secolo sia diverso da quello scorso. E’ nell’interesse di tutti. Quindi mettiamoci al lavoro per la pace delle famiglie e della società e non aspettiamoci che questi doni ci arrivino da Dio, Buddha o dai politici”.
 
Credo che l’affermazione del Dalai Lama non parli di accettare, tollerare o sperare che ciò che è accaduto sparisca da solo. Parla piuttosto del creare una soluzione umana, o una soluzione che crei un senso di condivisione mentre attraversiamo questi momenti difficili. Le divisioni che popolano la nostra società si sono rivelate ai nostri occhi. Quando vediamo qualcosa, possiamo iniziare ad agire: e quindi a lavorare insieme.
E voi, praticate? E in che modo la pratica vi aiuta in momenti come questo? Personalmente ritengo che praticare sia molto importante proprio in questo momento. Che sia yoga, meditazione o altre discipline, praticare può aiutarci a farci sentire stabili e consapevoli dei cambiamenti che si rivelano ai nostri occhi. Davanti alle tante informazioni e opinioni che sembrano investirci quotidianamente, ritengo che sia importante coltivare la capacità di prendersi una pausa e rispondere – piuttosto che reagire – alle situazioni. Penso sia importante mantenere la capacità di essere aperti all’altro.
Questo referendum ha portato alla luce il lato oscuro del nostro paese. In che modo possiamo affrontarlo? Forse quando pratichiamo non lo facciamo solo per la nostra trasformazione personale. Forse pratichiamo nella speranza di rendere migliore il mondo; di trasformarlo in un luogo in cui possiamo lavorare sulle discriminazioni, smussandole e lasciandole andare.
Nelle Bhagavad Gita (2/50) Krishna dice ad Arjuna che lo Yoga è maestria in azione. Penso che Krishna volesse dire che se la nostra vita è sempre azione, quella azione sarà inevitabilmente di natura umana. Se accettiamo, agiamo. Se odiamo, agiamo. Se amiamo, agiamo. Se non facciamo niente, agiamo. Ciò che abbiamo bisogno di sviluppare è la maestria di muoverci nella vita con azioni rivolte ad un bene più grande, soprattutto ora. Questa maestria inizia nel comprendere in che modo vediamo il mondo, proprio ora: e da questa visione riconoscere ed eliminare ciò che non porta beneficio.
Io avevo votato per restare in Europa e personalmente fatico ad accettare il risultato di questo referendum. Avevo votato “Remain” (Restare, n.d.t.) perché ritenevo che lavorare insieme come continente fosse un modo per agire insieme verso il bene e la pace. Entrambe le parti nella campagna referendaria si sono espresse con perfetta retorica, ma mi è sembrato che la campagna del “Leave” (Lasciare, n.d.t.) fosse animata dall’odio. Quando ben cinque partiti nazionalisti si affermano in Europa, c’è qualcosa che davvero non va. Ora, dopo il referendum, dobbiamo capire dove ci troviamo. E mentre osservo il mutevole scenario del mio paese, comincio a chiedermi: “Bene, se non è stato possibile restare in Europa, cosa è invece possibile? In che modo possiamo essere ancora aperti l’uno all’altro? Per questo, a Stillpoint Yoga London incoraggiamo i nostri praticanti ad essere aperti tra loro, ricettivi rispetto alle idee degli altri, in modo da poter avere un confronto onesto. Incoraggiamo tutti a riunirsi in uno spirito di gentilezza, indipendentemente dalle diverse opinioni di ognuno.
In questo momento, mi sembra che il modo giusto per combattere il caos e la sensazione di impotenza che proviamo, sia essere sinceramente compassionevoli l’un l’altro. Attivare la capacità di ascoltarsi, di essere ricettivi all’altro. Vogliamo che il mondo sia più bello, che vibri su una nota ancora più alta. Vogliamo mantenere una pratica personale, perché praticare mi aiuta ad agire per rendere questo mondo un posto ancora migliore, e quindi a non rifiutare le sfide che ho davanti. Perché rifiutare significa nascondersi, accettare, lasciare campo libero alla negatività. La vita è ancora incredibilmente bella e misteriosa e io sono, nella mia vulnerabilità, un essere umano radioso.
E forse, questo è anche il momento giusto per permettere a noi stessi di essere più sensibili, senza dimenticare di tornare al ritmo del respiro. Tutte le nostre scelte, le nostre azioni, il modo in cui ci muoviamo nel mondo, sorgeranno da questa scelta.”
– Scott Johnson, Stillpoint Yoga London