Continuare a praticare: la testimonianza di Gregor Maehle

Gregor Maehle in Eka Pada Sirsasana

Traduco oggi un bellissimo post di Gregor Maehle, famoso insegnante di Ashtanga Yoga e autore di numerosi libri su questa nostra amata pratica. Me lo ha suggerito Taylor Hunt, altro insegnante Autorizzato KPJAYI che stimo molto. Lo ritengo particolarmente adatto a chi, come me, pratica ormai da quasi vent’anni e intende mantenere una pratica Ashtanga negli anni a venire. Buona lettura!
“Recentemente mi sono imbattutto in un articolo dove l’autrice rivelava le sue difficoltà nel mantenere una pratica Ashtanga. Definiva la sua pratica “dura, davvero dura, sfinente” e lamentava il fatto che “non diventa mai più facile”, anche perché i suoi insegnanti le avevano trasmesso la sensazione di dover mantenere aspettative molto alte. 
La mia esperienza, però, è esattamente opposta e desidero condividerla perché penso possa essere di aiuto a molti. Pratico yoga da circa 40 anni e gli ultimi 26 li ho dedicati all’Ashtanga. Pratico 6 giorni alla settimana. Stavo per aggiungere “religiosamente”: ma preferisco dire che non pratico quotidianamente perché sento di doverlo fare, ma semplicemente perché facendolo il mio corpo e la mia mente funzionano meglio.
Negli anni, la mia pratica è sicuramente diventata più facile. Il primo decennio è sicuramente stato il più duro, principalmente perché sono cresciuto in una cultura che crede nel successo, nella gratificazione sensoriale, nell’abuso e nella negazione del sé e nella tortura autoinflitta, nell’ambizione e nella competizione, tutte caratteristiche che avevo inizialmente importato nella mia pratica yoga. Aggiungerei anche l’espressione contemporanea della nostra cultura, che include edonismo, abuso di sostanze stupefacenti, promiscuità o genericamente quello che definiamo “divertirci” o “spremere il succo della vita”. 
C’è stata sicuramente frizione nel processo di trasformazione da “party animal” che va a letto all’alba, a praticante che si alza prima che sorga il sole. Ma questo aspetto ha richiesto al massimo un paio d’anni e con benefici a dir poco ovvi. Più le tendenze culturali sono radicate in noi, più tempo è necessario per lasciarle andare. Parlo soprattutto dell’ossessione occidentale per il progresso, il successo, la gratificazione materiale, l’abuso e la negazione di sé, la tortura autoinflitta, l’ambizione e la competizione. Quando un occidentale tenta di diventare uno yogi, spesso tende ad auto-sabotarsi impedendosi di lasciare andare queste tendenze.
Una delle più importanti svolte nella mia pratica è stata proprio il lasciar andare la mia tendenza al progresso e al successo. Ho capito che dovevo semplicemente praticare, invece che farlo per ottenere qualcosa. Considerate questo: magari avete dentro di voi 10 o 15 anni di progressi nella pratica degli asana. Poi un’altra decina d’anni di stagnazione e quindi (si spera) diversi decenni di regressione. Se siete davvero fortunati, potreste avere davanti a voi 60 anni di regressione, come è accaduto a T Krishnamacharya. O pensate forse che abbia continuato a progredire negli asana come quando aveva 40 anni? Il mito dello yoga sul migliorare, avere successo e progredire è, appunto, un mito.
La svolta successiva è stata liberarsi della tendenza all’abuso e alla negazione del sé, e alla tortura autoinflitta. La nostra cultura ne è intrisa. Per ottenere una laurea, per raggiungere un successo lavorativo dobbiamo sacrificare notti intere, lavorare duramente, negare i nostri bisogni, consumarci gli occhi davanti a uno schermo. E questo stesso approccio me lo sono ritrovato sul tappetino. La scimmia sulla mia spalla mi diceva di abusare, negare e torturare me stesso per conquistare l’asana successivo, la serie successiva. Ma sotto questa voce aggressiva, ne ho sentita un’altra ben più gentile: mi diceva che abusare, negare e torturare me stesso con tanta durezza, fatica e aspettative così elevate era in realtà un aspetto della mia mancanza di amore e capacità di accettare ciò che ero. 
Mentre scrivevo quest’ultima frase mi sono meravigliato di quanto sia stato facile scriverla, mentre è stato così difficile sentirla davvero dentro di me. Guardiamo a 5000 anni di storia: guerre, conflitti, gioia nel vedere l’altro sconfitto, raso al suolo, davanti alla nostra gloria, alla nostra vittoria. Amore per la controversia, per l’avere opinioni divergenti, per il dimostrare di avere sempre ragione rispetto a qualcun altro…
Ho notato che avevo importato questa cultura – quella del non essere mai abbastanza bravo – nella mia pratica. La seconda voce, quella più gentile, chiamiamola la voce dello yoga, mi diceva che dovevo abbandonare tutto questo e cominciare con l’amare e accettare me stesso, completamente.
Ancora una volta mi meraviglio davanti al potere (o all’impotenza) delle parole. Sappiamo davvero cosa significa la frase “amarsi e accettarsi completamente”? La mattina, prima di praticare asana, mi siedo e rifletto proprio su queste parole. Non accenno nemmeno un Surya Namaskara se prima non sento davvero risuonarne l’effetto dentro di me. Non è sempre facile amarsi e accettarsi completamente. Di solito, per farlo sono necessari quintali di capacità di perdonarsi i propri limiti. Il motivo per cui ci risulta così difficile, è che la nostra umanità è intrisa dei concetti di punizione, peccato, vendetta, etc. Al punto che si è formata in noi una fortissima abitudine. Secondo lo yoga, qualsiasi sensazione provata anche dal più inferiore tra gli esseri viventi lascia dietro di sé una traccia. Nessun dolore (e nessuna gioia) è da considerarsi buttato. Amarsi ed accettarsi include la capacità di abbandonare concetti e ricordi culturali e ancestrali. 
Nel descrivere la mia pratica Ashtanga di oggi, utilizzerei parole come dolce, gioiosa, giocosa, amorevole, ringiovanente, e più facile di anno in anno. Ricordo i tempi in cui era dura, piena di ostacoli (la sfida tra ego e corpo), e forse anche estremamente stancante. Ma poi ho capito che stavo mettendo in atto sul tappetino un conflitto psicologico, ovvero la credenza di non essere abbastanza bravo, e di doverlo provare a me stesso attraverso la performance fisica. E santo cielo, quanto era stancante…
Abbandonare il conflitto interiore porta inizialmente un beneficio prettamente fisico sul tappetino, facendo sparire durezza e fatica dalla pratica: tuttavia, il risultato più importante è un altro. Inizialmente, mi sembrava quasi sbagliato amare ed accettare me stesso. Poi però ho notato che questo amore e questa accettazione rendono praticamente impossibile non amare chiunque altro. Infatti, l’auto-amore è il precursore dell’abbandono del concetto di “altro”. L’idea di “altro”, ovvero credere nella separazione, nell’isolamento, nell’estraniazione, in entità diverse è necessario al mantenimento dell’esternalizzazione del conflitto interiore. Abbandonando questa idea possiamo ammettere di essere tutti un unico sé: atman. Il conflitto si esaurisce.
Attenzione: L’autore ritiene che la sola pratica degli asana, senza pranayama, kriya e meditazione non rappresenti lo spirito dello yoga. Anzi, l’autore è convinto che escludere questi aspetti possa esasperare i problemi di cui ho parlato in questo articolo. Ma questa è un’altra storia.”

– Gregor Maehle

Traduzione di Francesca d’Errico
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