Praticare attraverso la sofferenza

Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi

Passiamo la nostra vita cercando di evitare la sofferenza.

Creiamo protezioni e parabordi intorno al nostro cuore nella speranza che nessuno riesca a penetrare le nostre difese, causandoci dolore. Ma la sofferenza fa parte del nostro percorso di esseri umani e, privandocene, evitiamo di crescere, erigiamo mura altissime che ci rendono sempre più egoici ed egoisti, sempre meno sensibili all’altro. Non solo: la sofferenza è inevitabile, e quanto più le resistiamo, tanto più ci colpirà con forza. Questo è vero in ogni area della nostra esistenza. Soffriamo per amore, per le sconfitte professionali, per le delusioni che ci provocano gli amici, i colleghi, per la perdita degli ideali in cui avevamo riposto le nostre aspettative. Già, le aspettative: quelle malsane idee che ci creiamo quando iniziamo una nuova avventura. Una nuova relazione, in cui proiettiamo i nostri sogni. Un nuovo lavoro, su cui costruiamo i castelli delle nostre ambizioni. E così via. Spesso siamo bravissimi ad illudere noi stessi: “io non mi creo aspettative su nulla e su nessuno”. Una deliziosa bugia che ci raccontiamo ad ogni nuovo inizio. Sul tappetino questo nostro atteggiamento si riflette nell’approccio alla pratica. Alzi la mano chi non ha mai desiderato “andare avanti”, affrontare un nuovo asana, una nuova serie. Chi non si è mai posto degli obiettivi o dei traguardi, da sostituire, una volta raggiunti, con il prossimo? Esattamente come facciamo nella vita di tutti i giorni, in un circolo senza fine di desideri che non trovano mai soddisfazione.

La pratica può diventare un grande alleato nel modo in cui affrontiamo il dolore, la sofferenza. Se restiamo attaccati alla sofferenza, il nostro corpo la riflette, irrigidendosi in aree corrispondenti. Quando invece saliamo sul tappetino con un atteggiamento di resa, di offerta, la pratica inaspettatamente ci regala momenti di grande introspezione e di sollievo. Quando cerchiamo di resistere a qualcosa – e la sofferenza non fa eccezione – veniamo investiti da un’onda energetica di portata equivalente alla nostra volontà di resistere. L’impatto a volte crea ancora più danni. Quando invece lasciamo che la sofferenza ci attraversi, quando la accettiamo, la sua potenza si trasforma in un alleato. Non avverrà in poche ore, o in pochi giorni. Ma un giorno saliremo sul tappetino e diremo a noi stessi prima della pratica: “ecco, ti offro la mia sofferenza. Usala per praticare”. E quel giorno la nostra pratica avrà un sapore diverso, una leggerezza diversa. Forse sarà proprio quel giorno che l’asana tanto rincorso avverrà, spontaneamente, senza eccessivo sforzo. O forse no: ma non ce ne accorgeremo, perché la nostra pratica sarà stata comunque splendida e completa.

Non dimentichiamo, alla fine della nostra pratica, di restare in shavasana. Di lasciare che il corpo torni a cedere alla forza di gravità, si faccia accogliere dalla terra, ne diventi parte, ne assorba l’energia. Shavasana è forse uno degli asana più difficili perché richiede al nostro corpo, al nostro io, di fare qualcosa per cui non è programmato: stare immobile. Ma è solo nell’immobilità successiva alla pratica, che possiamo accogliere la rivelazione che stiamo aspettando. Magari la risposta all’origine della nostra personale sofferenza, che poi altro non è se non una declinazione soggettiva della sofferenza di tutti gli esseri umani. L’aspettativa delusa di non essere onnipotenti, di non poter far andare le cose come vogliamo, di dover cedere al fatto che non possiamo controllare molto, in realtà. E forse è proprio da qui che può nascere una nuova forma di felicità, slegata dall’idea di possesso, perché, in fondo, non possediamo davvero nulla. E in questa assenza di possesso, materiale, emotivo, energetico, spirituale, troviamo un dono ancora più prezioso: la libertà dai limitanti desideri dell’ego.