Pratyahara, come praticare il ramo dell’introspezione

Molti di voi, dopo aver letto la mia traduzione del post di David Frowley dedicato a Pratyahara, mi hanno chiesto alcuni esempi pratici per integrare questo ramo nella propria pratica. Di seguito alcuni spunti che fanno parte della mia pratica quotidiana, e che forse possono essere di aiuto a chi sta muovendo i primi passi in questo ramo dello Yoga. Si tratta di pratiche molto facili e di semplice esecuzione.

A livello di pratica fisica (asana), qualsiasi posizione (anche la più semplice) può fornirci spunti per esaminare l’interazione tra corpo, mente e sensi. Non solo attraverso il controllo e la direzione del respiro all’interno della postura, ma anche affinando la consapevolezza di ogni parte del corpo, concentrandosi sui punti di contatto con il terreno, e dirigendo il focus del nostro sguardo (drishti). Tutti elementi che, praticati contemporaneamente, contribuiscono a spostare la nostra attenzione verso l’interno, favorendo la calma mentale. Per questo motivo è importante, quando pratichiamo, scegliere un ambiente tranquillo, un momento della giornata in cui sappiamo di poter “spegnere” il contatto con l’esterno. Non solo: è importante anche imparare a praticare gli asana non tanto pensando al raggiungimento un obiettivo estetico, che per definizione è frutto di un paragone con qualcosa di esterno, quanto concentrandoci su cosa “sentiamo” quando entriamo, manteniamo ed usciamo da una posizione.
Pratyahara come abbiamo visto ha diverse forme, e una di queste (karma-pratyahara) riguarda il nostro modo di agire. Attraverso semplici gesti e osservanze, possiamo integrare Pratyahara non solo nella pratica fisica (asana), ma anche nel quotidiano.
Alcuni esempi pratici (e semplici) possono essere un breve digiuno, la rinuncia ad un pasto o ad un alimento che ci è particolarmente gradito; l’osservanza del silenzio per un periodo di qualche ora ogni giorno o su base regolare; il contenimento dei nostri impulsi passionali; evitare di cadere costantemente nel giudizio negativo o nel pettegolezzo, e quindi prediligere parole, azioni e pensieri positivi ed empatici; la scelta di allontanarsi per qualche ora al giorno dal nostro computer, dalla televisione o dallo smartphone – e naturalmente dai social networks.

La pratica della meditazione seduta, inoltre, può essere un efficace metodo per raggiungere Pratyahara, perché in una posizione mantenuta a lungo possiamo più facilmente passare in rassegna diversi aspetti (fisici e ambientali), fino a rivolgerci con maggiore decisione verso l’interno. Possiamo concentrarci, in sequenza, sui suoni che percepiamo, su ciò che vediamo, sulle sensazioni fisiche della posizione che abbiamo scelto, fino a guidare gradualmente la nostra mente verso l’interno, eliminando consapevolmente ad uno ad uno gli stimoli esterni – capacità piuttosto elusiva durante il nostro normale stato di veglia.

Infine, una sessione di Yoga Nidra guidata può consentirci di praticare Pratyahara in Shavasana (la posizione del cadavere), con immediati benefici di rilassamento fisico e mentale. A chi di voi non avesse la possibilità di partecipare ad una classe di Yoga Nidra, insieme ad un maestro, suggerisco di provare con “Guided Meditation” e “Guided Relaxation” di Jivamukti Yoga, scaricabili dal sito Jivamukti Yoga e realizzati magistralmente da Sharon Gannon e David Life.
Altre dieci interessanti pratiche per sviluppare Pratyahara si trovano sul blog di Anthony Grim Hall, Krishnamacharya Original Ashtanga Vinyasa Krama Yoga.
Buona pratica a tutti!
Pic by Alessandro Sigismondi

Pratyahara, il ramo dimenticato dello Yoga

Da tempo non trovavo un articolo interessante da tradurre a beneficio della comunità yogica italiana. Si sprecano ovunque i post dedicati agli asana e alla parte fisica della nostra pratica, ma negli ultimi anni è difficile trovare approfondimenti interessanti sui rami più spirituali dello Yoga. Questo ramo, in particolare, è il mio preferito. A cavallo tra i rami “esterni” e quelli “interni” della pratica, Pratyahara è la “porta” da oltrepassare per cogliere i benefici più profondi dello Yoga. Questo post, di David Frowley (uno tra i più importanti studiosi contemporanei dei testi Vedici), è disponibile nella versione in lingua originale sul suo blog “Sanskriti”. Buona lettura e buona pratica!
Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi
“Lo yoga è un immenso sistema di pratiche spirituali dedicate alla crescita interiore. A questo scopo, lo yoga classico incorpora otto rami: di questi, forse il meno conosciuto è Pratyahara. Quanti praticanti o insegnanti sono in grado di dare una definizione di Pratyahara? Qualcuno di voi ha mai fatto un corso o letto un libro di Pratyahara? Siete in grado di elencare qualche pratica di Pratyahara? Il Pratyahara fa parte della vostra pratica? Eppure, se non comprendiamo questo ramo, rischiamo di perdere un tassello importante senza il quale la nostra intera pratica perde in completezza.
Pratyahara è il quinto ramo, la sua posizione è dunque centrale, tra i rami più esterni e quelli più interni, tant’è che alcuni yogi lo incorporano tra questi. Entrambe le classificazioni sono corrette, poiché Pratyahara è la chiave che apre la porta agli aspetti più interiorizzati della pratica.
Non è possibile passare automaticamente dagli asana alla meditazione: per farlo, dovremmo saltare dal corpo alla mente, dimenticando tutti ciò che si frappone tra loro. Per effettuare questo passaggio dobbiamo imparare a controllare e sviluppare il respiro e i sensi, che collegano il corpo alla mente. E’ proprio qui che entrano in gioco Pranayama e Pratyahara. Con il primo impariamo a controllare e dirigere l’energia vitale, con il secondo impariamo a controllare e dirigere i nostri sensi; entrambi requisiti fondamentali ad una buona pratica di meditazione.
Come possiamo definire Pratyahara? Il termine si compone di due parole sanscrite, Prati e Ahara. Prati è una preposizione che significa “contro” o “lontano”. Ahara è un sostantivo che significa “nutrimento”, o meglio “ciò che portiamo dentro di noi”. Pratyahara significa quindi “controllo di ahara”, ovvero “conquista sulle influenze esterne”. E’ paragonabile ad una tartaruga che ritira le sue membra nel suo guscio, dove il guscio rappresenta la mente, e le membra rappresentano i nostri sensi. Il termine viene comunemente tradotto come “ritiro dai sensi”, ma implica molto più di questo.
Nel pensiero yogico esistono tre livelli di “ahara”, o nutrimento. Il primo è il nutrimento fisico che ci consente di ingerire i cinque elementi fondamentali per il nostro corpo. Il secondo sono le impressioni, che portano in noi le sostanze sottili necessarie al nutrimento della mente, ovvero le sensazioni che percepiamo attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il terzo sono le nostre associazioni, coloro che sul piano del cuore nutrono la nostra anima e ci influenzano attraverso i guna, sattva, rajas e tamas. Pratyahara è a doppio senso: da un lato ci porta ad evitare cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni sbagliate, e dall’altro ci invita ad aprirci a cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni positive. Non possiamo controllare la nostra mente senza una dieta e relazioni appropriate, ma soprattutto, Pratyahara ci invita a controllare le impressioni sensoriali che rendono la mente libera di rivolgersi all’interno. Distogliendo la nostra attenzione dalle impressioni negative, Pratyahara rafforza il “sistema immunitario” della nostra mente. Proprio come un corpo sano è in grado di difendersi dagli agenti patogeni che potrebbero minare la sua salute, una mente sana è in grado di allontanare da sé le influenze negative che potrebbero danneggiarla. Se i rumori e l’agitazione del quotidiano vi provocano disagio, praticare Pratyahara vi aiuterà; senza questa pratica vi sarà impossibile arrivare alla meditazione.
Pratyahara si manifesta in quattro forme: indriya-pratyahara (controllo dei sensi), prana-pratyahara (controllo del prana), karma-pratyahara (controllo delle azioni) e mano-pratyahara (ritiro della mente dai sensi). A ciascuna forma corrisponde un metodo.
Indriya-pratyahara, il controllo dei sensi, è la forma più importante di Pratyahara, e sicuramente quella più difficile da affinare considerato il bombardamento mediatico che ci invita costantemente a fare il contrario. La maggior parte di noi soffre di sovraccarichi sensoriali, risultato dei costanti bombardamenti mediatici (attraverso televisione, internet, radio, giornali, libri, notiziari, etc.). Alla base del funzionamento della nostra società commerciale sta la stimolazione del nostro interesse attraverso i nostri sensi. Veniamo esposti continuamente a colori vividi, situazioni emotivamente forti, rumori di ogni genere. Veniamo cresciuti nell’indulgenza sensoriale, che rappresenta la forma primaria di intrattenimento nella nostra società. Ma i sensi, come bambini non educati, hanno una loro volontà, che è primariamente istintiva. Sono loro a dire alla mente cosa fare: se non li educhiamo, ci domineranno con le loro continue richieste. Siamo talmente abituati alla continua attività sensoriale, che non siamo in grado di acquietare la nostra mente. Siamo ostaggio del mondo sensoriale e delle sue fascinazioni. Ci affanniamo a rincorrere la soddisfazione dei sensi dimenticando gli scopi esistenziali più elevati. Per questa ragione, Pratyahara è oggi forse il ramo dello yoga di cui abbiamo maggiore necessità.
Il vecchio proverbio “lo spirito è forte ma la carne è debole” ben si adatta a chi non sa controllare i propri sensi. Indriya-pratyahara ci dà gli strumenti di cui abbiamo bisogno per rafforzare il nostro spirito e ridurre la sua dipendenza dal corpo. Per controllo, non intendiamo la soppressione dei sensi (che porterebbe a sua volta alla rivolta) ma la loro appropriata motivazione e coordinazione”.
Traduzione di Francesca d’Errico