Un approccio avanzato alla Prima Serie: part 3

Proseguo con il post di oggi le istruzioni alll’approccio avanzato alla prima serie proposto da Anthony Grim Hall. Personalmente, considero questo approccio una traccia, su cui ognuno può elaborare la pratica di cui sente bisogno. Come suggerisce lo stesso Anthony, è possibile anche mantenere la pratica tradizionale, selezionando uno o due asana da eseguire in forma di Mudra. Per quanto mi riguarda, al momento trovo grande beneficio alternare le mie serie tradizionali a quella proposta da Anthony, con la sola aggiunta di un paio di asana in piedi, e un paio seduti. Per quanto riguarda le istruzioni relative al Pranayama da eseguire nelle posture, che troverete molto dettagliato, io per ora mi limito a mantenerle per 6-10 respiri lunghi e lenti, con un Kumbhaka di 2-5 secondi al termine delle ultime due espirazioni. Mi piacerebbe condividere periodicamente le impressioni e le sensazioni che questa pratica mi trasmetterà, quindi non escludo di tornare sull’argomento in futuro, magari anche con i vostri commenti. Passiamo ora però ai primi asana seduti, con i dettagli sull’esecuzione. E non perdetevi i prossimi post per proseguire insieme in questa esplorazione della pratica di Krishnamacharya. Buona lettura!

Un Approccio Avanzato alla Prima Serie part 3 – di Anthony Grim Hall

Dandasana/Pashimattanasana/ Asvini Mudra

 
Come eseguire Asvini Mudra

Asvini mudra viene inserito tra Dandasana e Paschimottanasana; prima di entrare nell’asana possiamo quindi praticare queste posizioni come un mudra. Il terzogenito di Krishnamacharya, T.K.Sribhashyam ci spiega che suo padre suggeriva di praticare Kapalabhati pranayama a questo punto, per 32 o 64 volte. Possiamo anche praticare 12 round di Ujjayi pranayama, sama vrtti (uguale durata) – mantenendo la stessa lunga e lenta inspirazione, magari per 8-10 secondi, seguita dal Kumbhaka (trattenimento del respiro), ed un’altrettanto lenta e lunga espirazione, a sua volta seguita da un Kumbhaka. Dopo l’espirazione possiamo accedere con più profondità Uddiyana Bandha e Mula Bandha. Jalandara Bandha viene mantenuto per tutta l’esecuzione del mudra.

Come ho menzionato nei post precedenti, possiamo scegliere di concentrare il nostro drishti su Bhrumadhya (il punto tra le due sopracciglia), quando la testa è rivolta verso l’alto, e verso Nasagra (la punta del naso), quando la testa è rivolta verso il basso (come in questo caso, in cui Jalandara Bandha è coinvolto).

I Mudra unificano corpo e mente, quindi suggerisco di impiegare anche un punto di concentrazione interno.

 
Krishnamacharya in Paschimattanasana

In Asvini Mudra, durante l’inspirazione possiamo spostare la concentrazione da Mula (perineo) a Sroni (centro della pelvi), Nabhi (ombelico), Hrdaya (centro del cuore), e Kantha (la parte posteriore della gola). Il focus è Bhrumadhya (il punto tra le due sopracciglia) nel Kumbhaka successivo all’inspirazione. Durante l’espirazione il focus è invece su Nabhi. Lo stesso approccio indicato per Asvini Mudra si adatta anche a Paschimattanasana. Dato che ci troviamo in una profonda flessione, ci fa gioco un’espirazione profonda, un Kumbhaka e l’impiego accentuato di Uddiyana Bandha. Sull’inspirazione, più breve, possiamo rilassare leggermente Jalandara Bandha ed eventualmente alleggerire la flessione, per poi tornare ad approfondirla, insieme a Jalandara Bandha, durante l’espirazione, in tempo per il Kumbhaka successivo. Krishnamacharya consiglia di mantenere Paschimattanasana per circa 10 minuti e la considera una posizione chiave, da praticare quotidianamente insieme alla sua contro-posizione, Purvotanasana.

Per informazioni più precise sulla pratica dei mudra e sulla concentrazione interna, suggerisco la lettura di “Emergence of Yoga”, di T.K. Sribhashyam.

Gli Asana asimmetrici praticati come Mudra 

 
Anthony esegue alcuni asana asimmetrici come Mudra

Il Vinyasa dovrebbe essere di supporto agli asana, o quantomeno portarci verso le posizioni piuttosto che allontanarcene. Troppo spesso la nostra concentrazione è rivolta all’ingresso in una posizione invece che alla nostra permanenza in essa. A volte mi chiedo come sia possibile trovare “agio e stabilità(sthira sukham) in soli 5 respiri prima di tornare al nostro amato Vinyasa. Sicuramente non era questa l’intenzione di Krishnamacharya o dei suoi discepoli. Krishnamacharya parla di una permanenza negli asana più lunga, di respiri lenti (proprio come diceva lo stesso Pattabhi Jois); suggeriva un Kumbhaka in molti degli asana da lui descritti e spesso approcciava le posizioni come veri e propri mudra. I Mudra uniscono mente e corpo; e con Janu Sirsasana, Tirieng Mukha Eka Pada Paschimattanasana e Ardha Baddha Padma Paschimattanasana possiamo sperimentare l’esperienza del Mudra prima di entrare appieno nella postura.E’ sufficiente fare una pausa nel conteggio dei Vinyasa prima di flettersi in avanti, rallentare l’espirazione (raddoppiando la sua lunghezza rispetto all’inspirazione: 8-10 secondi la prima, 4-5 la seconda, ritraendo il mento per attivare Jalandara Bandha, impiegando Uddiyana Bandha – e conseguentemente Mula Bandha – al termine dell’espirazione. Come alternativa, possiamo eseguire un Kumbhaka dopo l’inspirazione, della durata di 5, 10 o 20 secondi con l’aiuto di un Mantra, mantenere la postura per 5 minuti o per 6,12, 24 respiri per poi flettersi in avanti ed eseguire un breve Kumbhaka sopo l’espirazione. Ripetiamo subito da lato opposto o pratichiamo un gradito Vinyasa tra i due lati. Possiamo selezionare una decina di asana da praticare con questo approccio, o sceglierne una diversa da esplorare ogni giorno o ogni settimana.

Maha Mudra (il grande sigillo) 

L’approccio avanzato alla Prima Serie si basa sull’interpretazione degli asana come Mudra.

 
Maha Mudra eseguito da Krishnamacharya

Tradizionalmente, i Mudra sono gesti delle mani con cui si accompagnano i Mantra: tuttavia il terzogenito di Krishnamacharya ci informa che, in seguito, i Mudra furono inseriti nelle pratiche Yoga come posizioni che coinvolgevano tutto il corpo. L’intenzione era però la stessa: unire attraverso un’azione mente e corpo.

I Mudra sono sempre stati praticati con la respirazione Ujjayi. In questo caso, l’espirazione tende ad essere più lunga dell’inspirazione, e il respiro è più lento rispetto a quello della nostra pratica regolare. Si impiegano Drishti, Bandha e Kumbhaka, tradizionalmente dopo l’espirazione. Maha Mudra è chiamato il grande sigillo perché praticandolo riusciamo ad accedere ai tre bandha principali: Mula, Uddiyana e Jalandara.

Ramaswami, seguendo le istruzioni di Krishnamacharya, ci incoraggiava a praticare Maha Mudra ogni giorno per 5 minuti. Lo considerava un elemento chiave della pratica quotidiana, anche se è naturalmente possibile praticarlo in qualsiasi orario: io per esempio lo pratico la sera, prima di Baddha Konasana, e di Padmasana, in cui mi soffermo per il Pranayama e la meditazione.

E’ possibile anche inserire Maha Mudra all’interno della pratica Ashtanga tradizionale, soffermandoci per 6, 12 o 24 respiri prima di fletterci in Janu Sirsasana.

Bharadvajasana 

 
Krishnamacharya in Bharadvajasana

Rompo le mie stesse regole includendo Bharadvajasana in questa alternativa alla Prima Serie.

In mia difesa, devo dire che non la trovo più difficile di Marichiyasana D, che Krishnamacharya aveva inserito in questo gruppo intermedio di asana, e che Pattabhi Jois spostò in seguito nella sua Prima Serie. I miei problemi alle ginocchia mi hanno portato a preferire come torsione Bharadvajasana, e in seguito mi sono innamorato di questo asana. Krishnamacharya lo approccia come un Mudra e suggerisce di mantenerlo dai 12 ai 48 respiri, inserendo il Kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione. Nella sua pratica, lo esegue sia nella sua forma tradizionale, con lo sguardo rivolto dietro la spalla, che con la testa rivolta in avanti e l’esecuzione di Jalandara Bandha, forse durante il Kumbhaka.

Per recuperare il regolare flusso sanguigno, che sembra arrestarsi a causa del braccio che passa dietro la schiena per afferrare il piede con la mano opposta, è necessaria un po’ di pratica. Per sua natura, questo asana, con la torsione e la doppia legatura data dalla posizione delle braccia, è una vera sfida per il respiro e per il Kumbhaka.

(continua – traduzione e commenti di Francesca d’Errico)

Un approccio avanzato alla Prima Serie: part 2

Un blog è in definitiva un diario pubblico, l’evoluzione di un percorso personale condiviso. Negli ultimi mesi ho sentito il bisogno, nella mia pratica, di rivolgermi all’interno piuttosto che all’esterno, alla ricerca di maggiore chiarezza sullo Yoga che ho tanto esplorato in 20 anni, attraverso seminari, workshops, corsi per insegnanti, pellegrinaggi in India e naturalmente pratica continua individuale e con diversi maestri. Devo inoltre aggiungere che ero abbastanza stanca del moderno approccio allo Yoga, orientato al risultato immediato – dove tra l’altro per risultato immediato non parliamo di salute fisica e mentale, ma prevalentemente  dell’asana più complicato possibile, e non in un anno o due, ma dalla sera alla mattina, e spesso a costo di infortuni; non attraverso una pratica quotidiana e disciplinata peraltro, ma attraverso uno shopping continuo di insegnanti, metodi, stili, in centri yoga che ormai assomigliano sempre di più alle palestre da cui, vent’anni fa, ero fuggita, e dove ci si presenta con leggings all’ultima moda e possibilmente truccate e pettinate. No, grazie! Insomma, avevo bisogno di uno spazio mio, personale e intimo, e di un’ispirazione autentica.

Uno degli aspetti più belli del web, croce e delizia per chi pratica, è la possibilità di ricercare e di studiare in profondità, di esplorare nell’intimità del proprio spazio quello che lo yoga ha da offrirci. Naturalmente continuo a consigliare a chi muove i primi passi su questo percorso di rivolgersi ad un maestro (evitando di fare shopping di tradizioni, ma provando almeno per qualche anno a scegliere una strada da seguire con continuità: e a questo proposito nelle prossime settimane dedicherò una serie di post alle scuole di Yoga di mia conoscenza che sento di raccomandare a chi vuole iniziare).Tuttavia devo rimarcare che, nonostante l’Ashtanga sia forse il metodo più popolare sui social, ben poco viene detto a proposito dell’approccio proposto dal Guru di Pattabhi Jois, Krishnamacharya. Riscoprire l’approccio di questo grande Maestro, soprattutto nel suo periodo a Mysore, tra gli anni ’30 e ’40, è veramente illuminante. I suoi attuali discepoli tendono a concentrarsi sul lavoro del tardo Krishnamacharya, quello più vicino alla terapia, e non altrettanto sul suo impegno nello sviluppo di quella pratica che divenne poi, con Pattabhi Jois, l’Ashtanga che tutti conosciamo.

Tornando alla mia esperienza recente, molti di voi avranno letto il mio precedente post, dove viene descritto l’approccio avanzato alla Prima Serie proposto da Anthony Grim Hall, autore di un popolarissimo blog, praticante molto avanzato di Ashtanga Yoga, nonché allievo di Ramaswami, uno dei più fedeli diretti discepoli di Krishnamacharya.  E’ un approccio che ho recentemente deciso di inserire nella mia pratica personale alcune volte alla settimana e di cui vi darò via via impressioni dettagliate. Prima di farlo, però, vorrei concludere quanto scritto nel post precedentedandovi i dettagli, scritti direttamente da Anthony, degli asana e dei mudra che lui stesso pratica seguendo lo schema proposto da Krishnamacharya. Poiché gli Asana non sono pochi, lo farò “a puntate”, in modo da dare a tutti voi il tempo di digerire le informazioni e trarre il massimo beneficio da questo eccellente modo di praticare.

Cominciamo oggi quindi ad esplorare come iniziare questo tipo di pratica, con le sue prime quattro componenti fondamentali: Uddiyana Bandha, gli asana di inizio e fine della pratica, Ardho Mukha Svanasana (l’asana ricorrente durante tutta la pratica) e Trikonasana.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – part 2: Asana e Mudra

Uddiyana Bandha

Molte se non tutte le immagini che troverete in questo post mostrano un accentuato Uddiyana Bandha: lo scopo è attirare l’attenzione sul respiro (lungo e lento) e in particolare sul Kumbhaka (trattenimento del respiro in inspirazione o espirazione). Un Uddiyana Bandha così esasperato come quello delle foto viene solitamente praticato al termine dell’espirazione, tuttavia è possibile utilizzare un Uddiyana Bandha più sottile, anzi ve lo consiglio soprattutto durante le prime esperienze con questo tipo di pratica.

Espirate completamente e prima di inspirare risucchiate l’addome (al di sotto e al di sopra dell’ombelico, verso l’interno e verso l’alto). Mula Bandha seguirà quasi automaticamente. Trattenete per 2-5 secondi.

Personalmente, un Uddiyana molto profondo mi distrae dalla quiete del Kumbhaka, i bandha dovrebbero essere una sorta di pratica di sottofondo, più sottile.

Krishnamacharya diceva che durante il Kumbhaka incontriamo Dio. Mi permetto di andare oltre e di suggerire che nel Kumbhaka vediamo Dio, o la sua assenza (n.d.t.: personalmente nel Kumbhaka io incontro una sorta di arrendevolezza all’infinito).

Quando affronto la pratica in questo modo (da anni ormai), trovo una quiete, una calma profonda che nelle giornate migliori accompagna i miei kumbhaka e resta poi con me per tutto il resto del giorno.

N.d.T. L’esecuzione dei Kumbhaka durante la pratica degli asana è un modo davvero eccellente per esplorare in profondità Uddiyana Bandha, e percepirlo con grande chiarezza. Concordo pienamente con il senso di quiete che deriva da questa pratica, e che resta per tutta la giornata. Devo dire inoltre che la pratica attenta di Uddiyana bandha, con l’esecuzione dei Kumbhaka, rende incredibilmente più leggeri i vinyasa tra una postura e l’altra, perché Uddiyana viene automaticamente attivato quando necessario, grazie forse anche alla nostra memoria muscolare (Francesca d’Errico).

Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana (opzionali) 

L’inizio e la fine della nostra pratica 

Anthony in Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana

Se non vogliamo alterare troppo la nostra pratica Ashtanga tradizionale, possiamo scegliere di iniziare e terminare la nostra pratica con un mudra, o con un asana interpretato come mudra.

Vriksasana/Bhagirathasana. La prima postura sembra essere una evoluzione o variazione dell’asana – Upasthana – con cui gli Yogi delle scritture Vediche salutavano il sorgere del sole (Sury Upasthana significa “stare in piedi davanti al sole”). Forse è stato il primo asana in assoluto. Dato che il sole impiega circa mezz’ora a sorgere, suggerisco una permanenza più lunga in questo asana. Bhagirathasana è considerato un asana Rishi, e prende il suo nome da Re Bhagirath – e dalla sua devozione alla pratica del tapasya (penitenza) – spesso raffigurato come un uomo in piedi su una gamba sola, con le braccia sollevate sopra la testa, nella speranza di far tornare il Gange.

Se il mezzo loto è troppo difficile per voi, Uppasthana o Ardha Candrasana, con la pianta del piede appoggiata all’interno della coscia è un’alternativa accettabilissima e forse anche più tradizionale. Ramaswami definiva gli asana su una gamba sola come posture tapas. Possiamo quindi iniziare la nostra pratica mantenendo questa postura per 12 respiri ad ogni lato, con l’espirazione più lunga dell’inspirazione, una sorta di Kumbhaka al termine dell’espirazione, e il drishti rivolto alla punta del naso (Nasagra), all’orizzonte (Taraka) o nel punto tra le due sopracciglia (Bhrumadhya). Possiamo anche inserire questo asana come preparazione, evoluzione o variazione prima di Ardha Baddha Padmottanasana, in modo da rendere più costante il battito cardiaco, ed eventualmente anche dopo Utthita Eka Pasasana. Le braccia posizionate sopra la testa sono di aiuto nell’esplorazione di Uddiyana Bandha perché sollevano la cassa toracica, azione che rallenta il respiro e il battito cardiaco. Il Kumbhaka acquieta la mente. Per queste ragioni, sollevare le braccia sopra la testa al termine della nostra pratica può essere utile, soprattutto prima di dedicarci al Pranayama.

Parvatasana è l’asana che conclude la Serie Avanzata B dell’Ashtanga, ma può essere inserito come asana conclusivo della nostra pratica, qualsiasi serie pratichiamo – Manju Jois termina la sua classe guidata con questa postura. E’ possibile praticarla come un mudra, esattamente come Vrikasana (espirazione più lunga dell’inspirazione, Kumbhaka successivo all’espirazione, drishti per favorire l’unione tra corpo e mente), questa volta concentrandoci su Hrdaya (al centro del cuore), e mantenendo la posizione per 6, 12 o 24 respiri.

La variante B, con flessione in avanti, è un’opzione, ma suggerisco di terminare la nostra pratica di asana/mudra come fa Manju Jois, eseguendo Bhairava Mudra. Seduti in Padmasana, con una mano sopra l’altra – solitamente la destra sopra la sinistra per gli uomini, la sinistra sopra la destra per le donne.

Ardho Mukha Svanasana con Bandha

Anthony in Ardho Mukha Svanasana

Insieme a Tatakamudra, Ardho Mukha Svanasana è considerato uno degli asana migliori per il lavoro su Uddiyana Bandha. E’ inoltre una posizione che pratichiamo continuamente durante Surya Namaskara (i saluti al sole). Krishnamacharya afferma in Yoga Makaranda che questo asana può essere mantenuto fino a 15 minuti.

“In questa postura, la testa dovrebbe essere ripiegata all’interno ed il mento premuto saldamente contro il petto (Jalandhara Bandha). Dopo aver ritratto e in seguito spinto in avanti l’addome più volte, espirate. Mantenete l’espirazione e ritraete l’addome. Come risultato della forza di questa pratica, si apprende a mantenere questa posizione per 15 minuti”. (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore 1934).

Se vogliamo praticarlo come Mudra, l’espirazione può essere due volte più lunga dell’inspirazione, e seguita da un Kumbhaka di 2-5 secondi. Lo scopo del mudra è di unire mente e corpo attravarso il Dharana, la concentrazione su un appropriato “punto vitale”, un Drishti interiore. Nasagra, la punta del naso, è un punto focale automatico con Jalandara Bandha, ma esplorate anche in questo asana Kantha (la gola), forse da preferire. La cosa più bella è che abbiamo l’opportunità di esplorare questo asana molte volte durante la pratica di Surya Namaskara. Infatti lo stesso Krishnamacharya suggeriva di mantenere ogni passaggio di Surya Namaskara per un tempo sufficientemente lungo, una sorta di mudra ad ogni asana di cui si compone questa sequenza.

Nota: “Indipendentemente dal punto indicato, dharana viene eseguito senza muovere la posizione della testa in un asana, un mudra o durante il pranayama. Specifichiamo ancora una volta che dharana viene praticato dirigendo lo sguardo verso il punto vitale e non immaginando quel punto” (T.K.Sribhashyam Emergence of Yoga – terzogenito di Krishnamacharya)

Trikonasana

Krishnamacharya

N.d.T.: L’indicazione che segue è quella tratta direttamente da Yoga Makaranda di Krishnamacharya. Personalmente, mantengo questo asana per 6-12 respiri e attualmente lo eseguo nella forma tradizione dell’Ashtanga di Pattabhi Jois. I benefici sono percepibili già dopo due pratiche. Per chi volesse invece ispirarsi ancora di più a Krishnamacharya, le immagini che seguono mostrano il diverso allineamento dei piedi proposto da questo Maestro. Sicuramente proverò anche questa versione nelle prossime pratiche. Dato che questo approccio è un’esperienza personale, a questo asana faccio seguire Parvritta Trikonasana, dedicandogli lo stesso numero di respiri. E’ un asana di cui al momento sento particolare necessità a causa di un problema al legamento sacro-iliaco. E devo dire che ne ho già tratto sollievo (Francesca d’Errico).

“L’inspirazione e l’espirazione in questo asana dovrebbero essere lunghe e di uguale durata. Praticate queste indicazioni ad ogni lato. Questo asana dovrebbe essere mantenuto per almeno 10 minuti. Quanto più tempo gli dedichiamo, maggiori saranno i suoi benefici” (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore – ed. del 1938)

Anthony in Trikonasana, con l’allineamento inizialmente proposto da Krishnamacharya

Anthony Grim Hall

Traduzione e commenti: Francesca d’Errico

(cont.)

Un approccio avanzato alla Prima Serie: Anthony Grim Hall

A. Grim Hall

  “Krishnamacharya’sOriginal Ashtanga Vinyasa Krama Yoga”. 

Diario di bordo della pratica personale di Anthony, questo blog include anche un intenso e immenso lavoro di ricerca sui testi che hanno dato origine alla pratica Yoga più famosa dei nostri anni, l’Ashtanga Yoga. Anthony è noto per avere raggiunto livelli molto alti nella pratica dell’Ashtanga e del Vinyasa Krama in totale solitudine prima di rivolgersi ad un maestro. Nel suo percorso ha esplorato in profondità gli insegnamenti di Krishnamacharya, il Guru dei grandi maestri BKS Iyengar e Sri K. Pattabhi Jois, studiando poi con un suo diretto discepolo, Ramaswami. Su questa base ha sviluppato quella che potremmo definire una Prima Serie per “intenditori”, dove l’accento non è tanto posto sulla complessità degli asana, ma sulla loro integrazione con mudra e pranayama. Una pratica avanzata, dunque, non tanto in termini “acrobatici” quanto nell’aspetto sottile dello Yoga, che diventa raggiungibile anche attraverso tecniche respiratorie e gesti simbolici.

Il progetto di Anthony sulla Prima Serie per praticanti avanzati comprende, sul suo blog, dettagli molto precisi sull’esecuzione di ogni asana elencato e sui mudra, che io non ho incluso e che sono disponibili ovviamente sulle pagine dell’autore. Ciò che rende particolarmente interessante questo approccio è che Anthony ha di fatto raggiunto livelli decisamente avanzati a livello di esecuzione degli asana, e ha poi recentemente scelto di alternare all’approccio “tradizionale” quello più lento e profondo.

Vale sicuramente la pena sperimentarlo di persona, consultando con attenzione sui testi di Krishnamacharya l’esecuzione dei Mudra suggeriti, gesti simbolici dal forte potere energetico.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – di Anthony Grim Hall

 
Krishnamacharya a 50 anni – Sharath Jois in Baddhakonasa

“Se è possibile promuovere continuamente l’esecuzione degli asana avanzati su Instagram, forse possiamo usare i social media anche per promuovere gli asana fondamentali ed esplorarli in profondità, utilizzando posizioni che chiunque può eseguire.

Nella Tabella degli Asana presentata nel testo Yogasanagalu (Mysore, 1941 –  testo che sto traducendo in italiano, e a breve sarà disponibile, n.d.t.), Krishnamacharya presenta tre gruppi di asana: Primo, Intermedio e Avanzato. I gruppi Primo e Intermedio diventeranno la Prima e la Seconda serie di Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, in ordine abbastanza simile a quello della Tabella. Il gruppo di asana Avanzati, insieme ad altri asana che il maestro trasmise poi a Pattabhi Jois, sarebbe diventato noto come Serie Avanzate A e B (e in seguito Terza, Quarta, Quinta e Sesta serie).

In questo mio progetto, però, ho scelto di concepire il termine “avanzato” come una metodologia di approccio agli asana, piuttosto che come una categoria di posizioni. In pochi riescono e riusciranno a particare tutti gli asana presentati da Krishnamacharya e Pattabhi Jois; lo stesso Krishnamacharya non riteneva fondamentale che tutti dovessero per forza riuscirci. Inoltre, per questo grande Maestro non è mai stato importante eseguire gli asana in serie fisse. Ma se abbiamo una pratica Ashtanga costante da qualche anno, anche se non andiamo oltre la prima metà della Prima serie, possiamo sviluppare, inserendo tecniche di Pranayama, una sorta di “avanzamento” in cui la nostra esplorazione più che sugli asana si concentra sul respiro, sui bandha e sulla concentrazione.

Una pratica “avanzata”, quindi, potrà avere un aspetto completamente diverso da quello che siamo abituati ad immaginare, come illustro di seguito.

Ai fini di questo approccio, non è necessario cambiare drasticamente la propria pratica; è sufficiente ridurre gli asana, approfondire e rallentare il respiro, la permanenza nelle posture e forse i kumbhaka. Possiamo ad esempio cominciare ad approfondire un solo asana tra quelli che pratichiamo abitualmente, dedicandogli più tempo e respiri più lunghi, scegliendo un asana diverso ad ogni pratica. La stessa pratica “regolare” dell’Ashtanga comprende già una permanenza più lunga negli asana di conclusivi.

Gli asana avanzati sono divertenti e interessanti, io stesso mi sono divertito ad esplorarli per tre/quattro anni, ma ad un certo punto ho sentito che era giunto il momento di mettere via i giocattoli e cercare qualcosa di più significativo. Ci sono praticanti che riescono a fare entrambe le cose,  ovvero giocare/esplorare e fare ricerca all’interno degli asana più complessi fisicamente (e anche Krishnamacharya si augurava che i suoi allievi ci riuscissero), ma personalmente avevo voglia di respirare più lentamente, e questo per me significava ridurre gli asana. Questa riduzione, alla mia età (l’autore ha 53 anni, n.d.t.) significa dedicare meno tempo agli asana della Seconda e della Terza Serie. Trovo che sia utile ricordare quanto sia difficile di per sé mantenere consapevolezza e agio e concentrazione in ognuno degli asana che compongono la Prima Serie, e portare poi quella sensazione nella vita di tutti i giorni – una pratica avanzata in sé stessa, che non richiede capacità circensi.

2.46 La posizione (asana) adatta alla meditazione Yoga dovrebbe essere stabile, consapevole, immobile e comoda, e questo è il terzo degli otto rami dello Yoga. 

(sthira sukham asanam)

2.47 Per rendere perfetta la nostra postura, dobbiamo rilassarci o abbandonare lo sforzo, lasciando che la nostra attenzione si fonda con il senza fine, o infinito. 

(prayatna shaithilya ananta samapattibhyam)

2.48 Una volta raggiunta questa posizione perfetta, sorge in noi una incontestabile libertà dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti (come caldo e freddo, bene e male, dolore e piacere). 

(tatah dvandva anabhighata)

Mi sorprende sempre notare che per raggiungere gli obiettivi elencati negli Yoga Sutra non abbiamo bisogno di libri, workshop tecnici, lezioni sull’allineamento, abbonamenti alla shala, viaggi o pellegrinaggi: la “fonte” è dentro di noi, abbiamo solo bisogno di sederci, respirare e concentrare la nostra attenzione. E magari ad un certo punto ci verrà voglia di leggere Patanjali per vedere cosa ci suggerisce di fare con la concentrazione che avremo sviluppato.

NOTE SULLA PRATICA

L’approccio “avanzato” alla Prima serie si basa sull’idea che, invece di “andare avanti” verso posizioni sempre più complesse, decidiamo di esplorare in profondità gli asana fondamentali, respirando più a lungo nelle posizioni, effettuando kumbhaka (dove è appropriato) e mantenendo la concentrazione al nostro interno (in breve, le istruzioni originali che Krishnamacharya impartiva nel suo Yoga Makaranda (disponibile in italiano con il titolo “Il Nettare dello Yoga”, ed. Ubaldini, n.d.t.), scritto a Mysore nel 1934, quando Pattabhi Jois era suo allievo.

Seguendo queste istruzioni, è improbabile trovare il tempo di praticare tutta la Prima Serie e personalmente raccomando di praticarne metà, in una versione modificata e flessibile.

Nota: un’alternativa può essere praticare la prima serie come sempre, scegliendo uno o due asana da esplorare più a lungo, ed enfatizzando gli asana di chiusura con un conteggio e un respiro particolarmente lenti. 

A causa della natura più statica di molte posture, raccomando e pratico io stesso il vinyasa completo (anche se il vinyasa può essere saltato negli asana asimmetrici o incluso solo tra gruppi di asana), e includo alcune variazioni nelle inversioni, sarvangasana e sirsasana.

Il kumbhaka (trattenere il respiro a polmoni vuoti o pieni) può essere praticato sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.

Molti degli asana e dei mudra che vi elenco prevedono il kumbhaka dopo l’espirazione, tuttavia possiamo bilanciare i kumbhaka nel corso della pratica.

Quando siamo seduti con la schiena eretta possiamo praticare il kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione, quando ci flettiamo in avanti in una postura possiamo includere un breve kumbhaka di 2-5 secondi dopo l’espirazione.

Il kumbhaka sono solitamente da evitare nelle torsioni.

Ed ecco qui di seguito una mia pratica esemplificativa.

E’ costruita sulla base di 10 asana chiave e alcuni mudra (una sorta di serie Rishi), con l’opzione di alcune variazioni e preparazioni. In seguito vi suggerisco un approccio ad ogni asana e mudra.

Surya Namaskara

Tadasana

  1. Trikonasana
  2. Dandasana/Pascimattanasana/ Aswini Mudra
  3. Maha Mudra
  4. Bharadvajrasana
  5. Padma Mayurasana or Vajrasana
  6. Sarvangasana
  7. Bhujamgi mudra
  8. Sirsasana
  9. Baddha Konasana
  10. Yoga Mudra/parvatanasana/padmasana

Pranayama/meditazione

Possiamo ancora chiamarla una pratica di Ashtanga Vinyasa? I Vinyasa ci sono ancora, così come la concentrazione su respiro, drishti e bandha. E’ interessante ricordare che Pattabhi Jois raccomandava ad un certo punto di praticare meno asana, mantenendo più a lungo le posture che ritenevamo più utili, e dando maggiore attenzione agli altri rami dello yoga. Dopo i 50, Jois stesso affermava che il praticante era libero di scegliere come praticare. Non che sia necessario aspettare di avere 50 anni, naturalmente…

Struttura della Pratica

Kapalabhati – 36

Pranayama 6-12rounds

Opzionale

Bhagirathasana

Breve sequenza di movimenti delle braccia in Tadasana

A

Surya namaskara 3 A + 2 B 

(il primo con 6 respiri in ogni posizione, e 12 respiri in Ardho Mukha Svanasana )

  1. Trikonasana 

6 o 12 respiri per ogni lato

Opzionale: introdurre una posizione in piedi diversa ogni giorno

  1. Dandasana/Pascimattanasana/ Asvini Mudra 

12 respiri

(seguiti da pratkriya purvottanasana)

Uno o più asana asimmetrici in forma di mudra  

(da alternare quotidianamente) – 6 respiri per ogni lato

  1. Maha Mudra 

12 – 24 respiri

  1. Bharadvajrasana

12 respiri

(come alternativa a Marichiyasana)

  1. Padma Mayurasana (opzionale)

o Vajrasana con sigillo addominale

6 -12 respiri

(Krishnamacharya in Yoga Makaranda raccomandava di praticare ogni giorno Mayurasana, ma tenete conto della condizione soggettiva dei vostri polsi: io ultimamente, a causa di un incidente estraneo alla pratica, lo evito) 

Tataka Mudra 

12 respiri

B

Dwi pada pitam

(preparazione per sarvangasana)

Urdhva Dhanurasana (opzionale)

6-12 respiri

  1. Sarvangasana 

5 minuti

(senza variazioni, praticata come mudra) 

  1. Bhujamgi mudra 

6 -12 respiri

(come pratkriya per sarvangasana)

  1. Sirsasana 

5 minuti come mudra – Viparita karani

5 minuti con variazioni

Vajrasana 

6 -12 respiri

Sarvangasana 

5 minuti circa con variazioni

C

  1. Baddha Konasana 

6, 12, 24 respiri

  1. Yoga Mudra

6 -12 respiri

Parsvatanasana 

12 – 24 respiri

Pranayama 

Bhastrika – 60 respiri

Nadi sodhana (6), 12, 24, 48 respiri

Seduta di meditazione

20, 40 minuti

Note:

La pratica ideale comprende i gruppi A, B e C praticati insieme ogni mattina. 

Se si hanno problemi di tempo, possiamo praticare A e C alla mattina, e B (insieme a C, volendo) più tardi nel corso della giornata” (cont.) – Anthony Grim Hall, 2016

Suggerisco a chiunque fosse interessato all’approfondimento di questo tipo di approccio alla pratica, di leggere le istruzioni relative ad ogni singolo asana/mudra offerte da Anthony sul suo blog, ai link che ho inserito nell’introduzione, e naturalmente di rileggere con attenzione i testi di Krishnamacharya, davvero ricchissimi di spunti ancora oggi. Chi invece è sufficientemente avanzato può già sperimentare questo tipo di pratica, un’idea alternativa alla pratica tradizionale che può essere complementare alle serie che già pratichiamo.

Personalmente io ritengo che lo yoga sia in continua evoluzione, lo testimoniano gli stessi libri del grande Krishnamacharya, che ad ogni edizione arricchiva la sua proposta sulla base delle sue nuove esperienze. Lo yoga in fondo è un percorso di ricerca, che si dispiega ogni giorno in una nuova direzione anche sul nostro tappetino, e più che mai attraverso il nostro corpo.

– Francesca d’Errico, 2017

Pranayama, emisferi cerebrali e sistema nervoso

Un argomento di enorme importanza ma di cui sento sempre parlare troppo poco o in termini troppo complessi è il Pranayama. Eppure le sue applicazioni per migliorare la nostra quotidianità sono tantissime, e alcune davvero di semplice esecuzione.

Oltre ad essere una componente essenziale della pratica, la respirazione è la chiave di accesso alla salute fisica e mentale. Sono ormai numerosi gli studi scientifici che provano questa affermazione. Certo il Pranayama non è una materia da approcciare con improvvisazione, e ritengo sia importante mettere in luce non solo come eseguirla, ma anche in che modo l’ambiente possa condizionarne l’esito, e quali effetti possa avere la sua pratica corretta. Ricordiamoci sempre che i grandi maestri introducono al Pranayama vero e proprio solo i discepoli più preparati.
Per capirne di più, traduco un bellissimo articolo di Gregor Maehle, già protagonista di queste pagine in varie occasioni, che nel suo splendido libro “Pranayama The Breath of Yoga” fa luce su moltissimi aspetti, scientifici, mitologici e pratici, delle tecniche di respirazione dello Yoga. E senza proporre esercizi complicati, ci spiega come trarre beneficio in modo semplice di questo vero e proprio elisir di lunga vita, e di salute fisica e mentale.

Gregor è stato contattato recentemente dal nuovo Center for Consciousness Science, parte della facoltà di

Un ritratto di Gregor Maehle

Medicina della Michigan University. Il dipartimento stava conducendo un progetto sul cervello e sulle dinamiche psicologiche associate alle tecniche respiratorie dello Yoga: il Pranayama, appunto. Oltre a rispondere alle domande degli esperti, Gregor ha identificato le principali circostanze che renderebbero i test sul pranayama difficili se non impossibili da eseguire nel nostro mondo “civilizzato”. Tali circostanze, infatti, renderebbero impervia la raccolta di dati oggettivi, per la loro influenza negativa sul praticante. Esse sono:

– le luci al neon, che sembrano respingere il prana. Secondo Maehle, la ripetizione di un set dikumbhaka è più difficile sotto le luci al neon, rispetto a quanto accadrebbe con la luce naturale.
– smartphones, telefoni cellulari e radiazioni elettromagnetiche in generale respingono il prana. Durante il pranayama è necessario spegnere per quanto possibile impianti wi-fi, bluetooth e altre fonti di radiazioni a microonde. Meglio tornare al vecchio mouse e alla tastiera del PC, evitare di aprire e chiudere porte elettriche, impianti stereo, frigoriferi ed altro oltre al telefono cellulare, etc.
– viaggi in aereo. Ad ogni viaggio, Maehle ha notato che il recupero di un pranayama di qualità avveniva dopo qualche giorno. Per effettuare una valida ricerca sugli effetti del pranayama è necessario isolare la pratica dalle influenze sopra citate per un periodo di tempo sufficiente a neutralizzarle.
Ma veniamo ora alla sezione del libro “Pranayama The Breath of Yoga” su uno dei più importanti benefici del pranayama, ovvero la riequilibrazione degli emisferi cerebrali e delle funzioni ad essi associate:
“Immaginate come sarebbe bello avere un interruttore che, una volta messo in funzione, ci consentisse di scegliere consapevolmente tra emisfero destro e sinistro, intelligenza intuitiva e analitica, sistema nervoso simpatico e parasimpatico, e tra gli aspetti della nostra psiche maschile e femminile, solare e lunare. Come sarebbe bello, su richiesta, scegliere se essere compassionevoli o determinati. O passare dal sentirsi carichi di energia a completamente rilassati, nel giro di pochi minuti. O dall’essere estroversi (presenti fisicamente, espressivi e aperti) a introversi (riflessivi e ricettivi) in breve tempo. Questo interruttore, in realtà, esiste e non è assolutamente nascosto. E’ quell’orifizio olfattivo che orna il nostro viso: il nostro naso.
Come è possibile? Vi chiederete. Cominciamo dall’inizio. Prima del Big Bang e prima dell’avvento del tempo e dello spazio, dei cieli e della terra, della mente e della materia, esisteva solo l’infinita coscienza. Nello yoga la chiamiamo Brahman, realtà profonda. Poiché essa forma gli strati più profondi della realtà, non può essere ridotta ulteriormente in particelle elementari. E’ la realtà stessa. Nel Purusha Sukta del Rig Veda si dice: ‘Al principio vi era solo oscurità. In questa oscurità l’Uno respirava silenziosamente’. Ciò significa che il primo segno dell’esistenza di Dio era il suo respiro. Dio dunque, per creare l’universo, divenne antitetico. La coscienza infinita (Brahman) si cristallizzò nei poli maschile e femminile, secondo molte scuole Yogiche conosciuti come Shiva e Shakti.
E proprio qui troviamo la fondamentale verità del Pranayama. I due poli della creazione, il polo maschile e quello femminile del cosmo, sono rappresentati negli emisferi del corpo e del cervello umani, e sono associati rispettivamente con la narice destra e quella sinistra (Shiva Svarodaya, stanza 52). Nello Yoga sono chiamate narice solare o Pingala (destra) e narice lunare o Ida (sinistra).
 
GLI EMISFERI CEREBRALI: DESTRA E SINISTRA
 
Ardhanavishvara
L’emisfero cerebrale destro, più intuitivo ed olistico, è attivato dalla narice sinistra. L’emisfero cerebrale sinistro, che è più analitico e distintivo, è attivato dalla respirazione attraverso la narice destra. Provate voi stessi: applicatevi ad una materia accademica difficile, come legge, medicina o fisica e notate fin dove riuscite ad arrivare respirando attraverso la narice sinistra. Per memorizzare e analizzare materie difficili è meglio respirare attraverso la narice destra (Shiva Svarodaya, stanza 114). Ovviamente, se studiate troppo rischiate un disequilibrio, poiché mantenete attivo lo stesso emisfero cerebrale e la stessa nadi per un periodo troppo lungo.
Ora fate un altro esperimento, e cercate di essere empatici e compassionevoli nei confronti delle preoccupazioni di un altro essere umano respirando attraverso la narice maschile, la destra. Non ci riuscirete. Come un computer, analizzerete cosa sta facendo di sbagliato e comincerete a suggerire metodi per migliorare la sua attuale strategia. Ma non è ciò di cui ha bisogno in questo momento: la persona in questione ha bisogno della vostra capacità di ascolto, della comprensione e dell’empatia per guarire e sentire il vostro lato umano, che viene attivato dalla narice sinistra.
Provate a cercare di comprendere un poema complesso, un brano musicale o un dipinto. Avete bisogno di sentire in modo olografico tutte le diverse dimensione che l’autore stesso ha provato, per apprezzare un’opera d’arte. Sentite come questo ‘sentire’ diventa improvvisamente accessibile appena iniziate ad usare la narice sinistra, che vi consente di sedervi, rilassarvi, uscire da una visione limitata e ricevere connessioni complesse, più vaste del vostro io.
Un essere umano completo e integrato non è solo maschile o solo femminile ma, a seconda delle circostanze, è capace di attivare i circuiti maschili o femminili della sua psiche, e conseguentemente le loro capacità. L’immagine indiana di Ardhanarishvara rispecchia questo concetto. E’ una deità androgina che ha la forma di Shiva e del suo lato femminile, Devi Parvati (Shakti), il dio metà uomo e metà donna.
 
SISTEMA NERVOSO SIMPATICO E PARASIMPATICO 
Dedichiamoci ora alla seconda coppia dualistica, i due rami del sistema nervoso: simpatico e parasimpatico.
Il sistema nervoso simpatico governa il riflesso attacco/fuga. Si attiva tramite lo stress ed emettendo adrenalina, mobilizza le nostre risorse energetiche, e attraverso la narice destra, solare e maschile. Quando respiriamo attraverso la narice destra riusciamo a portare a termine sforzi fisici estenuanti, come combattere per la nostra vita contro un nemico, correre lontano da un pericolo alla massima velocità, o sollevare immense pietre per costruire una piramide (Shiva Svarodaya, stanza 115).
Se funziona così bene, come mai non respiriamo attraverso la narice destra? Perché l’eccessiva enfasi sul sistema nervoso simpatico ci porterebbe all’esaurimento. Può andar bene per brevi scariche di energia ma, se dovessimo utilizzarlo troppo, diventeremmo irosi, soffriremmo di insonnia e tenderemmo a sviluppare una personalità di tipo A. Senza parlare del fatto che svilupperemmo solo il 50% delle capacità di un essere umano completo e integrato.
Il sistema nervoso parasimpatico ci consente di ricaricarci, riposare e dormire, e provare piacere. Viene attivato dalla respirazione attraverso la narice sinistra. Trarrete il meglio dalle vostre pause lavorative respirando attraverso questa narice. Sarete in grado di godere appieno del tempo trascorso con amici e familiari, delle passeggiate sulla spiaggia o immersi nella natura. Prendersi cura di vostro figlio sarà più naturale. Provate voi stessi.
Se dobbiamo fare un discorso in pubblico, riusciremo meglio nell’impresa respirando attraverso la narice destra. La narice destra governa i nostri impulsi nervosi efferenti (diretti verso l’esterno) come quelli preposti all’uso della parola, al lavoro manuale, alla corsa, all’evacuazione, e all’essere il partner attivo in un accoppiamento sessuale. Tuttavia, respirare troppo attraverso questa narice può dare alle persone la sensazione che siate un po’ troppo innamorati del suono della vostra voce, o che siate troppo fisici o ancora che non siate in grado di lasciar andare quando è necessario. E’ difficile mettere a fuoco i propri errori e i propri limiti quando si respira dalla narice destra.
 
CORRENTI NERVOSE AFFERENTI ED EFFERENTI
La narice sinistra governa gli impulsi nervosi afferenti (quindi quelli in arrivo). Quando abbiamo bisogno di ascoltare, vedere, sentire, odorare o gustare, usiamo la narice sinistra. Usiamo questa narice anche quando riflettiamo su noi stessi e cerchiamo di fare autocritica. Afferente significa inoltre essere ricettivo. Al momento del concepimento è essenziale che almeno la donna respiri attraverso la narice sinistra, perché sta ricevendo lo spirito del bambino nel suo grembo. Alcune culture vanno oltre: secondo le tribù aborigene australiane e alcune popolazioni africane, l’uomo lascia il villaggio per ricevere il figlio in sogno. Una funzione tipicamente lunare, tipicamente legata alla narice sinistra, che mostra la maturità della cultura di appartenenza, attraverso la capacità, da parte di uomo integrato e realizzato, di entrare nel regno del femminile per ricevere ed abbracciare una nuova vita.
La corrente nervosa afferente, tuttavia, può anche essere troppo dominante. Una funzione iperattiva si esprimerà in persone esageratamente introverse, troppo miti, non sufficientemente espressive, forse depresse, incapaci di difendersi. Per porre rimedio efficacemente a questi problemi è possibile attivare la corrente efferente (in uscita), inalando attraverso la narice solare, la destra.
 
FUNZIONE ANABOLICA E CATABOLICA
 
Il catabolismo è la decomposizione metabolica delle molecole complesse in molecole semplici. Avviene durante la digestione del cibo. Quando mangiamo e decomponiamo il cibo nello stomaco, respiriamo attraverso la narice destra. In modo simile all’attivazione di una mente solare, analitica e distintiva, usiamo la narice destra per attivare la decomposizione del cibo nel tratto digerente. L’anabolismo è la sintesi metabolica delle molecole semplici in molecole complesse. E’ la funzione che chiamiamo colloquialmente convalescenza, riposo, nutrimento. Si attiva durante il sonno e il rilassamento, ed è collegata alla narice lunare, la sinistra. E’ più semplice assimilare gli elementi decomposti durante la digestione, respirando attraverso la narice sinistra. E’ per questa ragione che, circa 90 minuti dopo l’ingestione di un pasto, il flusso respiratorio della narice (svara) dovrebbe passare da sinistra.
E’ a causa del carattere anabolico/nutriente della narice lunare e del carattere catabolico/disgregante della narice solare, che Raghuvira recita nel suo Kumbhaka Paddhati che il movimento del prana in Ida (narice sinistra) si chiama nettare, mentre quello che avviene in Pingala (narice sinistra) viene chiamato veleno (Kumbhaka Paddhati di Raghuvira, stanza 14). Con gli strumenti che ora avete a vostra disposizione, siete in grado di comprendere questa affermazione che diversamente sarebbe sorprendente. Sarete inoltre in grado di comprendere l’affermazione di Sundaradeva: la narice destra brucia le morbosità attraverso il calore (la decomposizione catabolica) (Hatha Tatva Kaumundi di Sundaradeva XXXVI.27).
E’ da notare inoltre che la funzione metabolica/fisica di ogni narice si collega ad una funzione mentale. Potremmo chiamare mente lunare anabolica la parte accogliente, ricettiva e sintetizzante. La mente solare è catabolica nella sua capacità di decomporre e sezionare argomenti e strutture analitiche, riducendole agli elementi che le costituiscono. Mentre la mente solare è in grado di mettere a fuoco e sezionare in piccoli dettagli un dipinto, la mente lunare può sintetizzare i contesti mancanti e ampliare la visione finché l’intero quadro diventa percepibile. Scegliete quale narice utilizzare, a seconda della funzione richiesta dalle circostanze.
 
CORPO E MENTE
Potete scegliere quale svara (flusso respiratorio della narice) attivare a seconda che vogliate utilizzare il vostro corpo o la vostra mente. Sundaradeva afferma nel suo Hatha Tatva Kaumudiche il prana, la forza vitale (e quindi il corpo) risiedono nella narice sinistra, mentre manas (la mente) risiede nella nostra narice sinistra. Egli chiama questa rivelazione ‘il grande segreto’(Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXIII.38). Ma questo non è più un segreto se consideriamo il paragrafo precedente relativo alle correnti nervose afferenti ed efferenti. Quando la narice sinistra è predominante, le correnti afferenti sono al comando – sono le correnti che portano le sensazioni verso la mente, dove verranno analizzate. In altre parole, la narice sinistra attiva la mente. Quando il flusso respiratorio passa dalla narice destra, le correnti efferenti (dirette verso l’esterno) sono predominanti. Questo presuppone che la mente sia arrivata ad una conclusione, e i nervi ora trasportano i segnali della mente verso l’esterno, attivando una risposta fisica. Questo significa che la narice destra attiva il corpo. Per questa ragione le shastras (scritture) affermano che durante l’attività fisica intensa è necessario attivare la narice destra.
 
ATTIVITA’ COLLEGATE ALLA PREPONDERANZA DI UNA NARICE
Si dice che se respiriamo attraverso la narice corretta quando eseguiamo una particolare attività, siamo destinati ad avere successo. Il Vasishta Samhita dice che durante il rapporto sessuale (l’uomo) deve respirare attraverso la narice destra. Dobbiamo respirare attraverso la narice destra anche quando mangiamo, accumuliamo ricchezze e partecipiamo ad attività marziali (Vasishta Samhita V.46). Notate la natura penetrante, divorante e aggressiva di tutte queste attività. Il testo più autorevole in materia è lo Shiva Svarodaya, e chiunque sia seriamente interessato al pranayama dovrebbe studiarlo approfonditamente. Questo testo afferma che nutrirsi (Shiva Svarodaya stanza 104), nascere e morire, tenere al sicuro le proprietà sono attività da compiere respirando attraverso la narice sinistra. Notate il carattere nutritivo e arrendevole di queste attività. Altre attività da narice destra sono, secondo lo Shiva Svarodaya, il ricercare cose difficili da comprendere (come la scienza, che è un’attività maschile e analitica), studiare le scritture (ancora un’attività tipica dell’intelligenza analitica), eseguire gli shatkarmas (che distruggono le impurità), insegnare o influenzare gli altri (attività penetranti) ed eseguire attività commerciali.
Secondo lo Shiva Svarodaya, lo Yoga dovrebbe essere praticato durante lo svara – flusso respiratorio della narice sinistra (attraverso Ida). Lo Yoga è l’azione che ci permette di nutrire la nostra relazione con il Divino, con il nostro sé autentico. Ci porta al successo se lo pratichiamo durante lo svara sinistro, e di cattivo auspicio se praticato durante lo svara destro. Questa visione è sostenuta da Sundaradeva, quando dice che tutte le pratiche di Pranayama devono iniziare con la narice sinistra, e che sono inutili se iniziate attraverso la narice destra, che produce tossine e calore (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXXVII.4). Egli afferma inoltre che uno yogi che pratichi sempre attraverso la narice lunare (sinistra), che controlla amrita, riesce ad ottenere l’elusivo nettare dell’immortalità (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XLI V.47).
 
In sintesi, quando studiamo le scritture ed analizziamo tecniche yogiche, come ad esempio leggendo questo articolo, abbiamo bisogno di respirare attraverso la narice destra, perché la nostra mente deve attivare le sue funzioni analitche e cataboliche. Ma una volta digerito il contenuto astratto di questo post, passiamo alla narice sinistra e attiviamo la nostra psiche femminile. Questo ci aiuterà ad allargare la visione, mettere insieme i pezzi del puzzle e assimilare l’insieme. Quando pratichiamo tecniche yogiche la nostra mente deve sintetizzare, mettere insieme e funzionare anabolicamente, quindi respiriamo attraverso la narice sinistra.”
Gregor Maehle, 2016
Ricordate che questo articolo non è che una piccola sezione di un libro di ben 340 pagine. Molte delle tematiche affrontate in questo post sono ampiamente dettagliate nel libro di Gregor Maehle Pranayama The Breath of Yoga. 
Traduzione e commenti – Francesca d’Errico, 2017

Psoas, vero e falso sul muscolo più famoso del momento

Da alcuni mesi su internet e conseguentemente sui social impazzano articoli sul binomio che coinvolge un muscolo, lo psoas, e la nostra anima (ahimé alcuni tradotti malissimo, probabilmente con il traduttore automatico: attenzione, soprattutto quando trattiamo di anatomia, alle traduzioni sommarie). Sembra che questo muscolo sia diventato improvvisamente la causa di tutti i mali, e che per risolvere la gran parte dei nostri mal di schiena sia sufficiente manipolarlo e rilassarlo. Non solo, pare che rilassando e allungando lo psoas, la nostra anima trarrà immensi benefici, compiendo un impressionante passo verso illuminazione e liberazione. Con lo scetticismo che mi contraddistingue, e con la mia passione per lo studio dell’anatomia (di cui non sappiamo mai abbastanza, vorrei sottolineare), mi sono posta parecchi interrogativi in merito. E ho approfondito la mia ricerca. Finché lo sguardo non si è posato su un interessante articolo pubblicato poco tempo fa su Elephant Journal, da sempre autorevole fonte per chi pratica yoga. Non voglio cancellare con un colpo di spugna la ricerca fatta da chi sostiene a spada tratta l’allungamento estremo dello psoas come ricetta magica, tuttavia penso che sia interessante verificare anche fonti autorevoli che fanno chiarezza rimettendo tutto in prospettiva. A ognuno di voi, e alla vostra esperienza personale, lascio riflessioni e considerazioni. Con la solita raccomandazione di evitare i “fai da te” fisioterapici a meno che non si possieda una solida preparazione in questo ambito… Autore del post è Jory Serota, terapeuta esperto in neuro-cinetica, per anni responsabile di una clinica dedicata alla riabilitazione post-traumatica, insegnante di Yoga e fondatore del metodo Applied Yoga Integration. Ecco le sue riflessioni.

Jory Serota, esperto in neuro-cinetica

“Da anni leggo su articoli, libri e volantini che lo psoas è il muscolo della nostra anima. Si dice che lo psoas sia la fonte di tutti i nostri dolori alla schiena e alle anche, e che le tecniche di rilassamento di questo muscolo possano curare compressioni discali e sciatica. 

Secondo alcuni di questi autori, nello psoas vivono tutti le nostre problematiche emotive; lo psoas è la casa della nostra paura, delle nostre ansie e dei nostri stati depressivi, e per risolverli non dobbiamo far altro che allungarlo. Con queste tecniche, tutti i nostri problemi spariranno magicamente. Se avete un problema con il vostro partner, la causa è uno psoas iper-contratto. Non avete abbastanza soldi? Allungate lo psoas, e il vostro conto in banca andrà allegramente in attivo. E se avete la gotta, allungate lo psoas, guarirete di colpo”. Non posso dirvi quante volte, nel mio studio, un cliente è entrato con un forte mal di schiena che altri hanno cercato di curare allungando il suo psoas. Manovre eseguite per settimane, e senza alcun risultato.  Come terapeuta esperto in neuro-cinetica, il mio lavoro è verificare la funzionalità motoria dei miei clienti. Quando qualcuno arriva con un bel mal di schiena, lo psoas è uno dei cinque gruppi muscolari che verifico immediatamente. Oltre la metà di questi pazienti presenta uno psoas eccessivamente debole o neurologicamente inibito, e ciò che dovrebbero fare per migliorare il loro stato non è allungarlo, bensì rinforzarlo. Lo psoas si dirama dai processi trasversi delle vertebre T12 – L5 (ai lati della colonna in zona lombare) e si inserisce in una piccola protuberanza ossea sulla parte alta e interna della vostra coscia, chiamata trocantere. Innanzi tutto, in virtù di queste inserzioni, lo psoas ha la funzione di stabilizzare la colonna. Quando è debole, sono chiamati in causa altri muscoli erettori della colonna a compensare la funzione stabilizzatrice. Alcuni di questi devono effettivamente compiere questo lavoro, ma altri cercano semplicemente di compensare questa mancanza. Ciò è alla base del processo di compensazione. 

La seconda azione dello psoas è quella di agire come forte flessore dell’anca. E’ coinvolto nella corsa e nella camminata, nella propulsione, e ci consente di sollevare la gamba in aria e di portare il ginocchio al petto. Se qualcuno di voi ha gli ischiocrurali contratti nonostante gli sforzi fatti per allungarli, lo psoas può effettivamente essere parte della risposta che cercate. Ma non come pensate. Come ho detto, lo psoas è spesso soggetto a debolezze e inibizioni. Se volete verificarlo di persona, sdraiatevi sulla schiena e sollevate la gamba in aria (se non riuscite a portare le gambe a 90 gradi rispetto alle anche, mantenete le ginocchia leggermente flesse e alzatele al massimo della vostra capacità). Dovreste essere in grado di mantenerle in questa posizione per almeno un minuto senza fatica. Se questa azione vi è molto difficile, molto probabilmente non avete bisogno di allungare lo psoas, ma di rinforzarlo.

Recentemente, ho ricevuto una paziente che si era fatta male alla schiena praticando un allungamento durante una lezione di yoga. Aveva un forte dolore di origine nervosa lungo la gamba, da quando il suo fisioterapista le aveva fatto praticare esercizi di allungamento allo psoas nel tentativo di alleviare il problema. Non funzionava. E certo! Un allungamento dello psoas sopra l’allungamento che era stata la causa del suo infortunio! Aveva subito una compressione del nervo proprio durante quell’esercizio, iper-allungato lo psoas, e faticava a trovare stabilità nel movimento. Mi ci è voluta una sola sessione per aiutarla. Con una manovra ho eliminato la compressione, riportato lo psoas alla sua funzionalità, e rimesso la schiena in grado di trovare la stabilità che aveva perso. Alla fine della sessione era in lacrime dalla felicità perché finalmente il dolore era passato, e dopo una settimana mi chiamò per dirmi che non aveva più avuto problemi. Immaginate se avesse continuato ad allungare lo psoas, sentendosi dire che il suo dolore aveva origini emotive. 

Il nostro corpo e la nostra mente sono connessi. In pochi ormai negherebbero questo fatto assodato. Quando dirigiamo la nostra intelligenza verso un’area in cui la nostra consapevolezza non era mai stata sollecitata, aumentiamo la qualità della nostra vita, sia in termini di mobilità che più in generale di salute. Tuttavia, affermare che un muscolo, e in particolare lo psoas, sia il fulcro del nostro stress emotivo e delle nostre sofferenze fisiche è semplicemente scorretto. E dichiarare che il suo allungamento sia la porta magica per renderlo efficiente e funzionale, è semplicemente dimostrazione di ignoranza. Tutti i nostri muscoli sono i muscoli della nostra anima. Quando ne risvegliamo la consapevolezza, risvegliamo noi stessi. – Jory Serota, 2017

Come sempre, suggerisco a chiunque abbia subito un infortunio o ritenga di avere problemi legati allo psoas di rivolgersi ad un fisioterapista attento e, possibilmente, con esperienze con altri praticanti di Yoga. Personalmente, mi sento particolarmente coinvolta perché da mesi ho un problema che coinvolge i legamenti dell’area sacro-iliaca, e a lungo mi è stato suggerito che allungando lo psoas avrei risolto tutto. Ho provato invece recentemente, dietro la supervisione del mio fisioterapista, a praticare esercizi volti a rinforzarlo; i problemi sono in via di risoluzione e la mia pratica ne ha immensamente giovato. La nostra anima, decisamente, non abita solamente in un muscolo…

– Francesca d’Errico, 2017

Yoga & Injuries: Simon Borg Olivier (ITA/ENG)

Torno a parlare di Yoga e gestione degli infortuni con uno dei massimi esperti mondiali in Yoga Therapy: Simon Borg-Olivier. Simon, oltre ad avere al suo attivo 30 anni di insegnamento e ad essere fondatore del famoso centro Yoga Synergy, in Australia, è laureato in Biologia e ha conseguito un master in Scienze Applicate alla Fisioterapia. Ha studiato con BKS Iyengar, Sri K. Pattabhi Jois e TKV Desikachar, prima di incontrare il suo maestro, Natanaga Zander (Shandor Remete), con cui ha approfondito la sua ricerca per due decenni. Con il Maestro Zhen Hua Yang, in Tibet, ha integrato gli insegnamenti dei monaci Shaolin alla sua già profonda conoscenza dello Yoga.
L’esperienza di Simon è incredibilmente interessante proprio per gli infortuni debilitanti che ha subito durante la sua vita, e che non solo non hanno influenzato la sua determinazione, ma anzi lo rendono a tutt’oggi un praticante di altissimo livello (il video realizzato da Alessandro Sigismondi che potete vedere qui lo dimostra: più in basso, nella versione inglese, trovate un’altro video dimostrativo, sempre realizzato dall’inimitabile Alessandro Sigismondi).
L’intervista che Simon mi ha concesso è riportata in Italiano e in Inglese, per essere accessibile a tutta la comunità yogica internazionale. (Scroll down for English). 

FDE: Come molti praticanti di lungo corso, sono passata attraverso infortuni scatenati da diverse cause: aggiustamenti inopportuni, vecchie problematiche che si sono ripresentate nel tempo (ero una ballerina), stiramenti a muscoli e tendini, protrusioni discali… insomma di tutto un po’. Lo yoga è stato a volte una terapia, a volte uno scatenatore di incidenti. O meglio: il mio atteggiamento verso la pratica è stato a volte terapeutico, e altre volte… il colpevole!
SBO: Posso capirti, anche io ho avuto infortuni ed esperienze molto simili!
 
FDE: Sei un insegnante molto noto, con un grande bagaglio di esperienze collegate ad infortuni personali o dei tuoi studenti. Per questo mi interessa moltissimo il tuo approccio, che ritengo possa essere di grande aiuto a molti.
SBO: Per questo motivo ho sviluppato un corso online in yoga therapy, che molti potrebbero voler seguire. Nel corso tratto moltissimi argomenti di questo genere. 
 
FDE: Le pratiche Vinyasa sono relativamente giovani in occidente, e per la prima ci troviamo ad affrontare classi in cui sono presenti molti praticanti che hanno superato i 50-60 anni di età, alcuni molto esperti, che probabilmente si chiedono come approcciare queste pratiche traendone il massimo beneficio, piuttosto che rischiando di incorrere in infortuni.
SBO: E’ verissimo. Io sono uno di questi praticanti, e ho molto da dire in merito. Sul mio blog www.yogasynergy.com e sul mio account instagram @simonsynergy sono presenti molti spunti di riflessione su yoga e terapia.
 
FDE: Quali sono gli infortuni che hanno lasciato un segno (nel bene e nel male) sulla tua pratica personale? E da cosa sono stati scatenati?
SBO: Molti dei miei acciacchi mi seguono dalla nascita (incluso un disallineamento del sacro e della colonna lombare), e molti sono collegati ad incidenti veri e propri, la lista è lunga:
– un’esplosione chimica quando avevo 15 anni mi regalò una perforazione al polmone, con conseguente asma, che ho risolto negli anni con il pranayama, tecnica che ho iniziato a praticare a 6 anni. Comprendere gli effetti del respiro è stato un passo fondamentale sia per la mia pratica che per l’insegnamento.
– mi sono rotto l’osso del collo a 20 anni nel mio unico tentativo di partecipare ad una lezione di ginnastica artistica. Lo yoga in questo mi ha aiutato moltissimo, soprattutto gli asana sulla testa e sulle spalle (che però insegno raramente agli studenti). Preferisco seguire con lezioni individuali gli studenti che soffrono di problemi al collo.
– mi sono rotto i legamenti del ginocchio (ACL) a 25 anni grazie ad una caduta mentre ballavo in discoteca. Anche qui, lo yoga mi ha aiutato, e con la pratica anche le mie conoscenze fisioterapiche. Sono in molti a soffrire di problemi alle ginocchia, e in questo ho sviluppato una notevole capacità di intervento.
– ho subito una perforazione addominale e intestinale a 30 anni, mentre tentavo di sedare una rissa. Lo yoga è stato fondamentale nella riabilitazione, e la mia esperienza mi ha messo in grado di aiutare chiunque abbia subito una chirurgia addominale.
– soffro di dolori cronici alla schiena dovuti ai miei problemi congeniti, che hanno cominciato a manifestarsi intorno ai 20 anni. Lo yoga mi aiuta, ma le mie patologie sono serie e non possono essere completamente risolte: il lato positivo è che grazie a queste problematiche posso aiutare significativamente chi soffre di patologie alla schiena.
– infine a 51 anni sono caduto da un edificio fratturandomi il gomito, e danneggiando in modo importante le anche, le spalle, un polso e la schiena. Sto tuttora lavorando su questo infortunio e negli ultimi 15 anni la mia pratica è molto diversa da quella che molti insegnanti di yoga, oggi, suggerirebbero a chi deve riprendersi o evitare infortuni (n.d.t.: suggerisco a tutti la visione dei video di Simon su youtube, per avere un’idea della sua attuale pratica).
FDE: Nello Yoga, sono in molti a tenere nascosti i loro infortuni, come se ammetterli potesse in qualche modo danneggiare l’immagine di questa disciplina, che nel tempo si è guadagnata un po’ il ruolo di “terapia per tutto”. Cosa ne pensi?
SBO: Ho visto spesso questo atteggiamento. I praticanti tendono a nascondere i propri infortuni, soprattutto chi pensa che sia stato proprio lo yoga a causarli. Io stesso sono stato accusato di avere questo atteggiamento, e addirittura di essermi auto-inflitto molto dolore. Penso che la gente tenda a nascondere i propri acciacchi per non danneggiare la propria immagine. Anni fa ho cercato di pubblicare un articolo sullo Yoga Journal in cui scrivevo che lo yoga contemporaneo è potenzialmente molto pericoloso per come viene insegnato. Credo che la maggior parte delle persone oggi non stia praticando yoga, ma semplicemente eseguendo allungamenti e/o contrazioni estreme a livello muscolare e articolare, tecniche di respirazione eccessive, e che molte pratiche vengano eseguite o con esagerata consapevolezza o con estrema leggerezza (come nel caso di chi ignora deliberatamente i segnali del corpo che eviterebbero gli infortuni che arrivano quando si spinge troppo).
FDE: Con l’età, il nostro corpo cambia, anche se pratichiamo ogni giorno. Il tuo approccio allo yoga è cambiato negli anni? E ritieni che l’invecchiamento ci renda più soggetti agli infortuni? Cosa suggerisci ai praticanti che hanno superato i 50/60?
SBO: Condivido quanto dici, il corpo cambia molto con l’età, anche se pratichiamo ogni giorno (come me, che pratico quotidianamente da decenni). Il mio approccio si è raffinato nel tempo, attraverso 50 anni dedicati a questa disciplina. Ma negli ultimi 10-15 anni ho decisamente adottato un approccio più morbido e rilassato anche a livello di tecniche di respirazione. Inoltre rifletto meno durante la mia pratica, e ne riesamino gli effetti positivi e negativi. E’ qualcosa a cui penso spesso. E ho modificato e adattato la pratica per compensare alle afflizioni che il nostro mondo occidentale ci impone quotidianamente, come quella di dover trascorre molte ore seduti. Credo che lo stile di vita sedentario renda tante persone inadatte al tipo di yoga a cui si rivolgono. Modifico sia la mia pratica che il mio metodo di insegnamento rispettando le problematiche fisiologiche e mentali del mondo occidentale contemporaneo.Non penso che l’invecchiamento ci renda più soggetti agli infortuni. Innanzi tutto se pratichiamo lo yoga in modo “pericoloso”, gli infortuni dipendono dalla frequenza dei cosiddetti movimenti rischiosi (che possono portare ad erosioni articolari o a stiramenti muscolari). Se non pratichiamo yoga in modo eccessivo, non ci esponiamo a rischi di questo tipo. In secondo luogo, ritengo che la cosa peggiore che possiamo fare al nostro corpo con l’avanzare degli anni (e purtroppo questo è il modo in cui lo yoga è spesso praticato), è disturbare la fisiologia naturale del corpo e continuare a metterlo in un costante stato di stress (iper-stimolando il sistema nervoso simpatico, che diventa così esageratamente dominante).
Penso che l’esagerazione nell’allungamento/contrazione muscolare e nelle tecniche di respirazione siano la causa dell’inibizione del nostro corpo ad una risposta curativa. Questi estremi portano i sistemi corporei ad una chiusura (lo vediamo ad esempio con i problemi all’apparato digerente, al sistema immunitario, al sistema endocrino di regolazione ormonale). Come risultato, se stiamo affrontando un infortunio, il nostro corpo non ha a disposizione i suoi alleati naturali (in particolar modo il sistema immunitario). Di fatto, molte pratiche  contemporanee tendono a rendere queste funzioni vitali ed essenziali inaccessibili.
Raccomando sia ai miei studenti che agli insegnanti del mio team, giovani o meno giovani, e a tutti i praticanti, esperti o principianti, di mantenere il flusso naturale della circolazione sanguigna senza iperstimolare la funzione cardiaca, attraverso movimenti che non richiedano eccessivi allungamenti, contrazioni o respirazioni forzate. Per riuscire a praticare in questo modo è necessario un training adeguato, e purtroppo non sono in molti ad offrirlo. Suggerisco ai praticanti, ma soprattutto agli insegnanti, di impegnarsi in corsi di anatomia e fisiologia, conoscenze che spesso vengono trascurate. Tutti hanno bisogno di essere più spontanei nella pratica, in ogni suo aspetto: muscolare, respiratorio e mentale. E tutti hanno bisogno di riesaminare i benefici e le problematiche che derivano dalla loro pratica, a livello fisico e mentale. E’ davvero importante sottolineare la necessità di non entrare in stato di stress durante la pratica. E’ questa l’essenza dei miei insegnamenti, quello che cerco di trasmettere nei miei corsi online, nel mio blog, e nelle mie lezioni.
FDE: Qual è la tua reazione di fronte agli infortuni, e cosa suggeriresti ad un praticante in riabilitazione?
SBO: Quando e se mi faccio male durante la pratica, il mio primo pensiero è che probabilmente non stavo praticando, ma mettendo in atto una forma di sadomasochismo: in teoria, non ci si può fare male praticando yoga. Quando dobbiamo affrontare il recupero da un infortunio, ecco i miei consigli: 1. se l’infortunio è recente, io solitamente riposo, ed incoraggio il flusso sanguigno verso la zona colpita. 2. Esercito i muscoli nelle aree del corpo accessibili, attivando e rilassando la muscolatura in diverse posizioni. 3. A seconda dell’infortunio, ricomincio ad usare i muscoli colpiti in modi diversi. La terapia è complessa e non c’è una formula generica per il recupero di qualsiasi infortunio.
FDE: Gli infortuni da usura sono presenti in qualsiasi attività fisica in cui si ripetono continuamente gli stessi movimenti. Trovi che questo sia in contraddizione con alcune tradizioni, come l’Ashtanga, in cui sono relativamente pochi gli studenti in grado di praticare oltre la prima serie? Cosa consigli a questi praticanti?
SBO: Penso che gli infortuni da usura nascano dalle ripetizioni eccessive soprattutto se quei movimenti ci causano sensazioni di eccessivo allungamento o tensione, come dicevo prima. E come giustamente dici, i praticanti che traggono i maggiori benefici dall’Ashtanga sono quelli che riescono ad arrivare alle serie avanzate, ma la maggior parte resta ferma alla prima. Credo sia necessario muoversi all’interno degli asana senza strafare, e credo che molti praticanti di Ashtanga oggi stiano trascurando alcuni aspetti chiave che Pattabhi Jois sottolineava spesso (come l’importanza di praticare Lolasana) e la necessità di praticare ahimsa (non violenza) durante la pratica. La mentalità “bisogna soffrire per arrivare al risultato” è oggi troppo diffusa nello yoga. Penso che sia necessario, per chi è fermo alla prima serie da tempo, variare sequenze. Inoltre i praticanti devono considerare sempre le problematiche legate alle abitudini occidentali contemporanee, come l’eccessiva tensione e compressione della parte anteriore dell’anca, la compressione discale a livello delle vertebre lombari (L5-S1), e molte altre, a cui dedico lunghi approfondimenti nei miei corsi.
I corsi online di Simon Borg Olivier sono disponibili a questo link. Sul suo sito sono inoltre disponibili le date dei suoi corsi per insegnanti e delle sue presenze nei centri australiani che dirige.
ENGLISH VERSION – YOGA & INJURIES #2: 
AN INTERVIEW TO SIMON BORG-OLIVIER 
Here I am again on Yoga and Injuries, this time talking with one of the world’s top Yoga Teacher and Therapist: Simon Borg-Olivier. Simon has been teaching for over 30 years. He founded Yoga Synergy, in Australia,  holds a Bachelor in Human Biology and a Master in Sciences Applied to Physiotherapy. He studied Yoga under BKS Iyengar, Sri K. Pattabhi Jois and TKV Desikachar’s guidance before meeting his Guru, Natanaga Zander (Shandor Remete), with whom he has deepened his knowledge over two decades. With Master Zhen Hua Yang, in Tibet, he integrated his Yoga studied with Shaolin Monks’ techniques. His experience is even more interesting when you learn how many accidents and injuries he has personally endured. Such experiences make his knowledge unique and he is today one of the leading Yoga Teachers worldwide (have a look at Alessandro Sigismondi’s videos of his practice). 
 
FDEAs a long time practitioner I have gone through several injuries from various causes: bad adjustments, old injuries that come back (I used to be a dancer), muscle strains, ligaments, slipped discs… you name it :-). Yoga has been sometimes a healer, sometimes the cause. Or shall I say, my attitude towards the practice has been healing at times, and other times… the culprit!
SBO: I totally relate to what you are saying , I have had similar experiences.
FDE: You are a great teacher, with loads of experience both on personal and on practitioners’ injuries. So I am obviously very interested in knowing your approach. I believe it could be extremely helpful to all practitioners to know how a famous teacher deals with his own and his students’ injuries.
SBO: I have a whole online course on yoga therapy that maybe many students would be interested in seeing, as I discuss all this stuff in it.
FDE: Also, since Vinyasa Yoga styles are relatively young in the West, we are now having for the first time a very large group of long-term practitioners that are entering their 50s and 60s,  and probably are questioning themselves on how to approach Ashtanga/Vinyasa/Jivamukti Yoga to benefit from it, rather than getting injured.
SBO: Yes indeed. I am one of these people and i do have a lot to say . On my blog at www.yogasynergy.com or my instagram @simonsynergy practitioners can see lots on my opinion on yoga and therapy.
FDE: What are the injuries that left a (positive/negative) sign in your personal practice? And what were the main causes?
SBO: It’s a long list! Most of my injuries have been since birth (including a slight malalignment of the sacrum and lumbar spine since birth) and lots of accidents for example the following :
– chemical explosion when i was 15 years old left me with a punctured lung that left me with asthma that i later fixed with pranayama that i have been doing since the age of 6. Understanding the effects of breathing has been fundamental in my teaching and practice of yoga
– broken neck when i was 20 years old in my one and only attempt at gymnastic class. this i have managed very well with yoga including headstand and shoulder stand (but i rarely teach these poses to others). i often help people with neck problems in my classes and private consultations.
– ruptured Knee ligaments (ACL) when i was 25 years old from falling while dancing in a night club – this i manage well with my yoga and understanding as a physiotherapist. many people have knee problems and i believe this is where i can probably help people in one of the most important ways.
– abdominal and intestinal perforation as a result of getting a large knife in my abdomen while trying to stop a fight when i was 30 years old. I believe my yoga has really helped me recover from this and i can help people better who have any surgery and or abdominal problems as a result of this.
– ongoing back pain as a result of my congenital spinal problems that have caused me chronic back pain since i was about 20 years old. I manage this quite well with yoga but my problems are major so i have not fixed my self completely but it means i am very good at helping others with non severe back problems 
– i fell off a building when i was 51 years old and broke my elbows and badly damaged my hips, shoulders, wrist and spine in the fall. i am still working on healing all of this and in the last ten to 15 years my practice is very different to most peoples yoga in the world today in order to encourage healing and prevent further injury 
FDE: There is always the lurking feeling that injuries should be kept hidden, because they could damage the image of Yoga as a “cure all” therapy/discipline. What is your view on this concept?
SBO: I have seen this too. People keep their injuries hidden its true especially if people may think the yoga caused it. I have been accused of this often as well with people suggesting that i have pain that i did to myself. If anything i think people keep their injuries private so that their own image is not affected. Some years ago i tried to publish a major article in the american yoga journal to say that most modern yoga is potentially very dangerous the way it is being taught. I believe that most people in the world today are not doing yoga they are instead simply over-stretching muscles and joints, over-tensing muscles, over-breathing, and often over-thinking their practice (although some people also have the problem of not thinking enough when they are practicing and they disregard the sensible signals of their body to avoid pain and instead push through pain)
FDE: With age, our body change, even if we practice every day. Has your approach to Yoga changed in any way through the years? And do you think that aging makes us more prone to yoga injuries? If yes, what would you suggest to the experienced practitioners who are now entering their 50s and 60s?
yes i agree our body seems to change a lot with age even if you practice every day (even if you do it daily for decades i did).
SBO: My approach has been continually refining since i began practicing 5 decades ago. But in the last ten or fifteen years i have definitely taken the approach to bend less, tense less, stretch less, breathe less and think less during my practice while really re-examining the potential benefits and negative effects of my practice. This i do think about a lot. And i have made many modifications and adaptations to the practice to compensate for the main problems we are faced with in every day life such as the western (or modern) body’s habit of sitting in chairs for 5-15 hours per day. I  believe that the chair life style all modern people seem to have makes them unsuitable of the type of yoga they mostly attempting. More and more i adapt and modify my practice and my teaching to compensate for the physical physiological and mental problems of the modern western world.
I dont think it is the ageing that makes us more prone to yoga injuries as such. 
Firstly if the yoga practice  dangerous it is the amount of times you do a dangerous or destructive activity  (such as grinding together and eroding your joints with over-stretching muscles and joints or over- tensing muscles). If you do not do yoga in such a ‘stretchy’ way most common injuries simply do not arise. 
Secondly i believe that the most damaging thing we do to our bodies as we get older (and often more so the way modern yoga is practiced) is to disturb the natural physiology of the body and cause it to always in a dominant state of ‘flight or fight’ (over-stimulation and over-dominance of the sympathetic nervous system). 
I believe the over-tensing, over-stretching and over-breathing in particular are causing inhibition of the bodies natural healing response and essentially a ‘switching off’ of the body’s main body systems such those that help you digest food (digestive system), those that help you recover from injury and illness (the immune system), and those that regulate the reproductive system, your hormone levels, your metabolism etc (the endocrine system). The result is that if there is an injury the body simply can not heal it well and as you get older this gets worse because we are not helping our body systems (especially the immune system) and in fact most practices are inhibiting these essential functions of the body. 
I recommend to all my students and associates young and old, those new or experienced to yoga and in fact everyone, that you need to keep the blood circulating without the heart racing and get strong without feeling tense and get flexible without feeling a stretch and gather energy without having to breathe too much. To achieve this however needs education that most people are not getting. So i suggest practitioners and teachers all get  ongoing education on both anatomy and physiology (which is especially lacking). They all need to bend less, tense less, stretch less, breathe less and think less during their practice while really re-examining the potential benefits and negative effects of their practice on all levels, not just physical benefits or problems but also physiological and mental benefits and potential problems. I really think it is important to emphasise to not get into any stressful states in your practice. Of course how they do this and what to do instead is the essence of my teaching and you can see some of it my online course on yoga therapy and in my blogs etc 
FDE: How do you react to injury in your practice? What would be your advice to a student that is facing an injury? 
SBO: I usually react to an injury in my practice if it ever happens with the realisation that at the time i was not really practicing yoga but more likely a type of sado-mascochism and in theory you cannot injure your self while in yoga.
When faced with a physical  injury, depending of course on the injury itself, do the following things and i suggest the same for others. If the injury is fresh i will generally rest it while gently encouraging blood flow to the area. I ‘exercise’ the muscles in the rest of the body by activating and relaxing the muscles of the body in their various positions and then subject to the injury i will slowing begin use the muscles in the area of the injury in different ways. But therapy is complex and their is no simple formula for how to fix all injury.
FDE: Wear-and-tear injuries in any physical activity come from continuous repetition of the same moves. Do you feel this is in contradiction with some traditional practices like Ashtanga, where only few students can practice more than one sequence? The majority are stuck in Primary for many years. What would be your advice to them?
SBO: I think wear and tear can come from repetition especially if the movements you are making are causing any sensation of stretch or tension for the reasons i have above. And as you suggest the people who do best in ashtanga do more than one sequence but most people get stuck on primary. I believe you should move into postures in a way that does not give stretch and i also believe that most people practicing ashtanga yoga are missing key points that Sri pattabhi jois was saying were important (such as the need to practice lolasana) and the need for ahimsa in the practice – the ‘no pain no gain’ mentality is still too popular in the world of modern yoga. I think varying the practice for those stuck on primary is good to do. Also people need to take into account the problems of daily western life such as over tension and compression in the anterior hips, compression of the spine around L5-S1 and many others. 
 
You can find all infos on Simon’s online courses, teachers’ trainings and daily classes here: www.yogasynergy.com.
 
– Francesca d’Errico, 2017

Le età dello Yoga: una pratica per tutta la vita

Non si parla a mio parere abbastanza di come praticare con l’avanzare dell’età. Lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa, Jivamukti etc.) è arrivato da pochi decenni in occidente, ed è solo negli ultimi anni che cominciamo ad avere praticanti esperti di 50, 60 e anche oltre i 70 anni. Come cambia l’approccio alla pratica dopo venti, trent’anni sul tappetino? Quali sono le esperienze dei maestri occidentali e orientali? Mentre riflettevo su queste domande, sono capitata sul blog di Anthony Grim Hall, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione. Anthony, famoso per il suo approccio personalissimo allo Yoga, pratica Ashtanga da anni, arrivando alle serie più avanzate come testimoniano i suoi video. E’ un appassionato studioso, ha pubblicato libri e ha tradotto alcuni interessantissimi testi di Krishnamacharya, e la sua pratica oggi è un interessante insieme di Vinyasa Krama (secondo  la tradizione di Krishnamacharya e Ramaswami) e Ashtanga. Ho letto questo suo post e ho pensato di tradurlo per voi, per condividere il suo punto di vista e offrire a tutti qualche idea in più per trarre il massimo dalla pratica, a qualsiasi età. L’articolo è lungo ma l’argomento è vasto e merita un serio approfondimento. Al termine del post vi racconto qualcosa sulla mia pratica personale, dopo 19 anni di pratica Ashtanga e Jivamukti. Buona lettura!
 
Praticare asana avanzati ogni giorno: un must o un rischio?
 
Krishnamacharya anziano durante la sua pratica
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerarsi puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? Non intendo fare mera critica distruttiva di nessun metodo; io stesso ritengo che praticare gli stessi asana quotidianamente sia un modo eccellente per rafforzare la disciplina, ma visto il numero crescente di praticanti che hanno raggiunto livelli avanzati di pratica, e le tante “superstar” che usano la loro pratica estrema per vendere i loro prodotti, mi chiedo se sia saggio incoraggiare questo sistema. La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
La domanda nasce dalla visione di un documentario del 1938 in cui Krishnamacharya, insieme ai suoi familiari e a BKS Iyengar, dimostrano questi asana. All’epoca commentai così: “Mi sembra evidente che gli asana insegnati ai ragazzi del palazzo di Mysore fossero volutamente dimostrativi. Simili asana e i relativi passaggi delle serie avanzate, che erano utilizzate appunto per queste dimostrazioni, sono probabilmente troppo estremi per una pratica quotidiana, e possono portare a lesioni al ginocchio e alle articolazioni, a meno che, appunto, non vengano utilizzati sporadicamente e dopo una corretta preparazione. Sfortunatamente oggi la terza serie dell’Ashtanga è diventata la nuova seconda, e la quarta è la nuova terza. Come conseguenza, sono moltissimi gli studenti che oggi praticano quotidianamente questi asana, e mi chiedo se sia un atteggiamento saggio”.
Questa riflessione mi è rimasta in mente a lungo. Spesso, nel mio blog, pubblico un post per vedere se, dopo qualche giorno, settimana, mese o anno la penso ancora allo stesso modo. Spesso ho la tentazione di cancellare i miei primi sette anni di blog, e sicuramente tra cinque anni avrò la tentazione di eliminare quasi tutto, ma in fondo il blog è proprio un diario che riflette i cambiamenti della mia pratica personale. Insomma, un blog è solo un blog. Quindi semino la mia idea, e la lascio germogliare su questo terreno comune.
 
La pratica quotidiana della prima serie è un conto (anche se comprende asana che originariamente Krishnamacharya e Pattabhi Jois avevano incluso nella seconda, come Marichiyasana D e Uttihita Parsvakonasana B. Un conto sono anche i primi inarcamenti, relativamente dolci, della seconda serie. Ma che dire degli asana delle serie avanzate?
Attualmente, la pratica dell’Ashtanga Yoga funziona così: si inizia imparando la prima serie. E’ probabile che per le prime settimane si rimanga fermi ai saluti al sole e alle posizioni in piedi, prima di passare ai veri e propri asana della prima serie. E’ altrettanto probabile che si resti fermi a Marichiyasana D per qualche tempo – per qualcuno anche una vita intera. Personalmente, di recente (e contrariamente ad alcuni miei post precedenti), non penso che sia una cosa negativa praticare solo la prima serie, prevalentemente perché preferisco praticare lentamente (quindi una pratica completa mi porterebbe via tutta la mattinata), mi piace dedicare del tempo anche a pranayama e meditazione, e naturalmente alla mia vita personale e professionale.
Con il tempo, il praticante completa la prima serie e comincia ad aggiungere posizioni della seconda. E’ probabile che rimanga fermo a kapotasana per qualche anno o per una vita, e per diverse vite a karandavasana.
E’ dopo karandavasana che si tende a cominciare a lavorare quotidianamente sulla seconda serie, praticando la prima solo il venerdi, quindi siamo a cinque giorni di asana della seconda serie, e un giorno dedicato alla prima serie.
Allo stesso modo, una volta completata la seconda serie, cominciamo ad aggiungere gli asana della terza, fino a che passiamo alla pratica della terza serie per quattro giorni a settimana, dedicando un giorno alla prima serie e uno alla seconda, e così via. Se si è arrivati alla quarta serie, la praticheremo per tre giorni a settimana, dedicando un giorno alla terza, uno alla seconda e uno alla prima. Quindi siamo a quattro giorni di asana estremamente avanzati, uno di asana avanzati, e uno dedicato agli asana della prima serie.
Gli insegnanti più senior affrontano questo dilemma in modi diversi. Fatico ad accettare una forma di ‘autorità’ in materia di metodo. L’approccio di Sharath è interessante, come lo è quello di Manju, quello di Saraswathi e quello dei maestri occidentali che per primi frequentarono la shala di Pattabhi Jois. Ognuno di loro ha le sue idiosincrasie, influenzate dal periodo di apprendimento con Guruji e adattate all’ambiente in cui si trovano ad insegnare. Fatico anche ad accettare l’autorità di Pattabhi Jois – e anche qui dovrei specificare “quale” Pattabhi Jois: quello degli anni di Yoga Mala, o quello più anziano, che si trovava ad insegnare a centinaia di studenti. Forse non accetto nemmeno l’autorità di Krishnamacharya… certo ho un problema personale con il concetto di autorità: in generale, penso che sia importante riflettere sui diversi approcci alla pratica e, nel tempo e con l’esperienza personale, individuare quello che meglio si adatta a noi.
Ma torniamo alla domanda iniziale:
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerare puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
 
 
Se si è giovani, relativamente flessibili e dotati di una determinata struttura muscolo-scheletrica, se abbiamo iniziato a praticare a vent’anni, probabilmente a 25 ci troviamo a lavorare sulla terza serie, e con il tempo praticheremo le serie avanzate per i prossimi venti-trent’anni. E’ chiaramente un estremo: probabilmente avete cominciato a praticare Ashtanga vicini alla trentina, ritrovandovi verso i 35-40 a praticare la terza serie per i prossimi dieci, quindici anni, finché una voce vi dirà che quello che è troppo è troppo, e comincerete ad abbandonare alcuni asana e forse alcune serie.
Io ho iniziato a 43 anni. Dopo aver completato la prima serie, sono andato avanti nella pratica arrivando alle serie Avanzate A e B. Grazie al cielo, ho poi incontrato la pratica del Vinyasa Krama e Ramaswami, e sono passato ad un approccio più lento rispetto alla pratica. Studiando e praticando sui testi di Pattabhi Jois e Krishnamacharya, ho rallentato la mia pratica fino ad arrivare a ciò che faccio oggi: la prima metà della Prima serie, e occasionalmente la prima metà della seconda.
Oggi penso che non avrei dovuto praticare metà degli asana avanzati a cui mi sono dedicato: ma stavo invecchiando, pensavo “se non ora, quando?”, ed ero in una fase di leggero innamoramento per ciò che il mio corpo sembrava capace di fare. Mi capita di sussultare quando guardo i vecchi filmati di Pattabhi Jois che spinge studenti forse inadatti ad afforntare la seconda serie, in asana estremamente avanzati. E allora mi chiedo nuovamente: è corretto praticare asana avanzati quotidianamente per decenni, e a che punto è giusto accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la nostra pratica di conseguenza?
Devo puntualizzare che sono un praticante “solitario” (come dice il nome stesso del mio blog), e a parte tre mesi trascorsi con Kristina Karitinou a Creta (che mi sento di raccomandare caldamente), un breve teacher training con Manju Jois e un mese insieme a Ramaswami a Los Angeles (per il suo teacher training in Vinyasa Krama), ho sempre esplorato la pratica da solo, a casa. Ho iniziato con libri e DVD nel 2007. Non mi sono mai fatto male, e dopo aver raggiunto nel 2011 una pratica sufficientemente avanzata (vedi i video di Anthony cliccando qui, n.d.t.), ho iniziato ad esplorare un approccio più lento alla pratica, soffermandomi a lungo negli asana, perdendo interesse negli asana più estremi. Se frequentassi una shala, probabilmente verrei incoraggiato ad andare oltre la mia esagerata cautela e il mio buon senso.
(Consiglio a tutti la visione del post originale, dove sono presenti molte tavole fotografiche tratte dai libri di Krishnamacharya, in cui questo grande maestro pratica ben oltre i 70 anni. Al post originale sono allegate alcune appendici: la più interessante a mio personale parere è questa intervista a BKS Iyengar, che affronta l’argomento della pratica con l’avanzare degli anni (n.d.t.).)
“La maggior parte delle persone vuole arrivare alla felicità senza soffrire. Io abbraccio gioia e sofferenza. Vediamo dove mi porta la sofferenza”. (BKS Iyengar, ‘Light on Life’)
Forse non arriveremo al samadhi: tuttavia il lavoro di esplorazione degli otto rami dell’Ashtanga Yoga possono prepararci alle sofferenze che ci aspettano. Sono pochi coloro che riescono ad evitare completamente il dolore. Non siamo noi a cercarlo, ma esso non può essere evitato, ridotto, dirottato: dobbiamo prepararci ad affrontarlo con dignità e pazienza, ed imparare anche da questa prospettiva ciò che la vita può insegnarci. Qui di seguito uno degli articoli che maggiormente hanno influenzato la mia pratica. Sono spesso tentato di stamparlo, incorniciarlo e appenderlo nella mia shala personale. Ho incluso anche alcune note sulla morte di Iyengar e alcuni passi di “Vedere per Credere”, sulla pratica di BKS Iyengar ormai ottantenne.
A 92 anni, BKS Iyengar continuava a praticare yoga per diverse ore al giorno. Qui descrive come era cambiata la sua pratica con l’età, offrendo il suo consiglio agli studenti di età più avanzata.
BKS Iyengar: la pratica ad età avanzata
La vittoria della volontà sulla materia
 
“Credetemi, dopo una certa età, praticare asana e pranayama diventerà molto difficile. Lo faccio solo per questa ragione: il corpo invecchia, si avvia al deterioramento. Il tasso catabolico aumenta a sfavore dell’anabolico. Le ossa si indeboliscono, le vene si induriscono. Sono tutti fatti noti, da cui non voglio essere dominato. Se mi arrendessi alla volontà del corpo, non sarei un praticante di Yoga. Quando pratico, cerco di capire come fermare questo processo di deterioramento. Questa è la vittoria della volontà sulla materia.
Potreste dire: “Iyengar non ha bisogno di nulla, perché ha sempre praticato”. Ma non è corretto. In realtà, io mi accorgo che a questa età è davvero necessario praticare. Devo evitare la costrizione del mio sterno. Devo cercare di mantenere il diaframma libero nel movimento. Se considero i possibili ambiti di deterioramento, e mantengo la pratica degli asana, allora è corretto affermare che io sia fisicamente uno Yogi.
BKS Iyengar
Molti ritengono che con l’avanzare degli anni sia meglio rivolgersi alla meditazione e ai mantra, piuttosto che continuare a praticare asana e pranayama.
Non sono un sadhaka (praticante) che si nasconde dietro la scusa dell’età. Non rifuggo la pratica fisica perché sono condizionato dal complesso dell’età. In ogni asana io medito, e in ogni asana vedo Dio, che è infinito e oltre ogni limite. Con gli anni, ho aumentato il tempo che dedico alle mie pratiche. La mente e il corpo lasciano il passo. Io li ricarico con la mia forza di volontà, e non mi arrendo alla debolezza del mio corpo e della mia mente. 
Grazie ai miei studi sulla filosofia e sulla pratica dello Yoga, oggi sono in grado di vivere senza dipendere da nessuno. Devo mantenere viva la filosofia del corpo esattamente come mantengo viva la conoscenza spirituale.
La sola differenza tra la mia gioventù ed oggi, è che da giovane ero come tutti i ragazzi: ero tentato di eseguire gli asana uno dietro l’altro. Oggi, resto in Dwi Pada Viparita Dandasana o Kapotasana per un tempo maggiore. A questa età comprendo il valore del sutra “Sthira Sukham Asanam” (YS II.46) nella sua completezza. Ora, in ogni asana, vedo la perfetta freschezza e stabilità del corpo, la fermezza della mente e la benevolenza del sé. Cerco di trovare questa stabilità, fermezza e benevolenza prolungando la mia permanenza in Kapotasana o Dwi Pada Viparita Dandasana. A volte dedico 10 minuti ad ogni lato in Parsva Sirsasana. Sono asana complesse. Nessuno pratica asana così difficili a questa età. Nessuno si arrischia a praticare asana che richiedono coraggio. Non è semplice praticare e mantenere un asana mentre muscoli e nervi tremano, con le articolazioni che tendono a cedere, il cuore che batte rapidamente. Non sono il tipo di persona che si mette in Padmasana e dice “sono comodo”. Se praticate yoga, vi rendete conto delle difficoltà che comporta l’invecchiamento. Il mio consiglio, quindi, è di essere liberi attraverso lo Yoga, di liberarvi delle afflizioni che l’età porta con sé attraverso lo Yoga. Perciò mantenete e sostenete ciò che avete imparato, continuate a praticare.
Ciò richiede non solo forza di volontà, ma anche coraggio e fede. Grazie alla corretta miscela di forza di volontà e coraggio, uniti alla capacità di discriminazione, la pratica yoga genera l’energia di cui le cellule nervose hanno bisogno per mantenere con agio gli asana più impegnativi. A questa età continuo ad imparare. E’ la saggezza che viene con il tempo: non ho perso la freschezza dell’intelletto. 
Quando eseguiamo Parsva Sirsasana, a volte non ci rendiamo conto di dove siano le nostre gambe, o le spalle, o dove sia posizionato il peso del corpo. Per una persona anziana come me, è più difficile avere questo tipo di sensibilità: tuttavia, non l’ho persa del tutto. Ogni tanto rientro nella posizione per recuperare la mia consapevolezza fisica o mentale. Educo le mie cellule a restare dove voglio che stiano. Cerco di trovare “Sthira Sukham Asanam” in questi asana impegnativi. E’ più facile farlo quando eseguiamo gli asana più semplici.
Pratico con regolarità pranayama e dhyana (meditazione) in Padmasana. Se volete sapere cosa faccio alla mattina presto, sono in sala, a praticare asana, e con lo stesso approccio pratico pranayama, dharana (concentrazione) e dhyana. Questa è la mia etica.
“Tatah Klesha Karma Nivrittih” (YS, IV.30). Ponendo fine alle azioni guidate dalle afflizioni, notiamo che le afflizioni non ci seguono con l’avanzare dell’età.” – BKS Iyengar
 
Due anni fa, mentre mi trovavo in Grecia, al ritiro di Ashtanga di Kristina Karitinou, appresi che BKS Iyengar aveva lasciato il suo corpo fisico. Informai Kristina della notizia, e lei lo riferì a tutti gli studenti. Dedicammo la nostra pratica alla sua memoria. Al termine della pratica mi recai nel cortile sul retro della shala, ed eseguii 108 drop back, proprio come avevo visto fare ad Iyengar in occasione del suo 80esimo compleanno. Era solo la seconda volta che tentavo una simile impresa, e dovetti suddividerla in quattro set di ripetizioni, con una breve pausa tra un set e l’altro. Non so perché decisi di lanciarmi in questa impresa, e ad un certo punto desiderai di non aver iniziato, chiedendomi perché mai la notizia della sua scomparsa mi avesse così commosso. Dopotutto io ero un Ashtangi, non avevo mai nemmeno preso parte ad una lezione di Iyengar… eppure oggi, rileggendo il mio post, vorrei aver raddoppiato il numero di quelle ripetizioni.
Uno dei libri di Anthony Grim Hall
Dopo aver letto gli scritti di Iyengar relativi alla sua pratica da ottantenne/novantenne, mi è venuta voglia di esplorare ulteriormente i testi che aveva pubblicato in tarda età. Ho iniziato a leggere “Light on Life”, un libro davvero meraviglioso. Mi chiedo se Iyengar avesse capito che sarebbe stato il suo ultimo libro. Il libro tratta, capitolo per capitolo, gli otto rami dell’Ashtanga. Incontriamo su queste pagine Iyengar mentre pratica asana e pranayama, lo troviamo alle prese con gli altri rami con l’indomita forza di volontà che ha accompagnato tutta la sua esistenza. La pratica degli asana oggi spesso assume connotazioni negative: in molti vogliono farci credere che non facciano parte dello yoga. Probabilmente i detrattori ne vedono l’aspetto dimostrativo e promozionale che a volte può distrarci dal nostro lavoro – ma a volte la distrazione aiuta a ritrovare con entusiasmo il nostro impegno. E’ questa disciplina quotidiana a caratterizzare la pratica per come la conosciamo. Non importa quale sia la tradizione che seguiamo, se non nell’illusoria autorità a cui ci appelliamo, forse un’ulteriore distrazione, inizialmente un supporto, che tende poi a distoglierci dalla nostra ricerca: e lo yoga altro non è se non, appunto, una ricerca. La pratica sincera e devota, idealmente quotidiana, in qualsiasi forma, dinamica o statica, tempra la volontà, disciplina di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli altri rami a cui tendiamo”.
Anthony Grim Hall, 2017
Nota personale: 
E ora in breve, veniamo alla mia pratica. Con un passato di ginnasta, ballerina e sportiva in generale, ho sempre “alzato l’asticella” nelle mie attività fisiche, e con gli asana non faccio eccezione. Sono sempre stata molto disciplinata, pratico 5-6 volte a settimana, rispettando i giorni di luna e di riposo. Negli anni, ho affrontato diversi infortuni, anche se devo dire raramente legati alla pratica, se non in occasione di aggiustamenti ingenui o a cui non ho saputo dire no. Semmai, la pratica mi ha rivelato di volta in volta vecchie debolezze, o problemi legati all’apparato digerente, un’influenza in arrivo, etc. Mi piace mettermi alla prova quando le mie energie sono alte, ma cerco di non strafare se il mio corpo mi dice “non è giornata”. Con il tempo e con l’esperienza acquisita attraverso la pratica personale e i corsi per insegnanti, oggi preferisco praticare a casa, dove riesco a concentrarmi più facilmente, e frequentare seminari o trascorrere almeno un mese con maestri da cui sento di poter apprendere qualcosa che ancora non conosco (un leggero problema con l’autorità ce l’ho anche io…). La mia pratica quotidiana oggi è un mix tra prima e seconda serie dell’Ashtanga, alternate durante la settimana a sequenze Jivamukti in cui affronto asana che non fanno parte del metodo tradizionale dell’Ashtanga o quantomeno non in quell’ordine. Se un giorno sento di avere bisogno di inarcamenti, preparo sequenze che mi portano verso asana relativamente impegnativi come eka pada rajakapotasana, drop back o kapotasana. Se ho bisogno di sviluppare forza, mi concentro sulle posizioni di equilibrio sulle braccia, come bakasana, astavakrasana, eka pada koundinyasana e sullo sviluppo dei core muscles. Se devo recuperare concentrazione, mi attengo alle serie tradizionali dell’Ashtanga. Pratico per circa un’ora e mezza, dedicando sempre parte del tempo a meditazione, pranayama e rilassamento al termine della pratica. Quando sono particolarmente stanca, tendo a ridurre i vinyasa e restare più tempo negli asana, preferendo posizioni più semplici e pratiche meno lunghe. Cerco soprattutto di approcciare ogni giorno la pratica con umiltà e sensibilità all’ascolto del corpo. Dell’Ashtanga amo il rigore e la profondità, di Jivamukti le sequenze più libere e coreografiche. Non mi “arrendo” facilmente, e se noto una difficoltà o una rigidità, mi guardo dentro per capire da dove nascono: sono parte di un processo fisiologico o psicologico? Parto da qui per costruire ogni giorno la pratica che può aiutarmi a stare meglio, sotto ogni aspetto. Credo che l’età aggiunga saggezza al desiderio di ricerca, e che nello yoga gli anni che passano non siano un limite, ma al contrario un continuo arricchimento esperienziale che rende la pratica sempre più intensa e spirituale. Trovo riduttivo spaventarsi per un numero, e in fondo l’età è solo questo: un numero, comunque sempre molto piccolo rispetto all’eternità di cui facciamo parte.
– Francesca d’Errico

pic by Alessandro Sigismondi

Yoga Korunta, la leggenda rivelata

Da alcuni giorni su facebook gira un articolo che dipinge l’Ashtanga Yoga come una semplice forma di “ginnastica”. Per mettere le cose nella giusta prospettiva, traduco qui di seguito un post molto interessante, scritto da James Russel nel 2015, che potete trovare nella sua versione originale cliccando qui.
Nel mondo dell’Ashtanga Yoga gira una leggenda. Forse molti di voi l’hanno sentita:
“A metà degli anni ’20, il grande maestro Sri T. Krishnamacharya, accompagnato dal suo giovane studente Sri K. Pattabhi Jois, si recò alla biblioteca di Calcutta. Erano in cerca di un oscuro testo yogico perduto, il “Korunta”. Trovarono questo testo, autografato da un saggio di nome Vamana Rishi, inciso su foglie di banano e di palma (cosa abbastanza comune negli antichi testi yogici). I segni sulle foglie descrivevano in dettaglio un metodo di Hatha Yoga vigoroso e dinamico.
Il metodo era caratterizzato da diverse sequenze (krama) di asana (posture), collegate tra loro da movimenti, respirazione, bandha e drishti. Questo modo di collegare il movimento al respiro è noto come vinyasa. Vinyasa significa “posizionare in modo speciale” ed è un termine che viene utilizzato anche nelle arti indiane classiche come la musica e la danza.
Si dice che le foglie del Korunta fossero rilegate insieme ad una antica edizione degli Yoga Sutra di Patanjali (un trattato sulla tecnica psicologica dello yoga, antico di ben 2000 anni). Questo sistema è noto come Ashtanga Yoga (lo Yoga degli otto rami). Secondo Gregor Maehle i due metodi andavano quindi appresi e studiati insieme. Da questo nacque il nome di “Ashtanga Vinyasa”.
Krishanamacharya decifrò il testo e insegnò il metodo a Pattabhi Jois. La parte finale della storia narra che il manoscritto del Korunta si disintegrò o fu mangiato dagli insetti (cosa abbastanza plausibile dato il clima indiano), e non fu mai più visto da nessuno se non da Krishnamacharya e Pattabhi Jois. Si dice che fosse in copia unica.”
Pattabhi Jois dedicò la sua vita alla diffusione dell’Ashtanga Vinyasa e nel 1970 trasmise questo metodo ai primi studenti occidentali: David Williams, Nancy Gilgoff e David Swenson. La pratica prese piede in occidente, dove divenne popolare anche tra le celebrità, come Madonna, Gwyneth Paltrow e Sting. Oggi l’Ashtanga Vinyasa è uno dei metodi di yoga più famosi al mondo.
E’ sulla base del Korunta che l’Ashtanga Vinyasa viene tramandato come una pratica antica, che trova le sue origini millenni fa. Molti praticanti citano anche l’antico sistema di Patanjali – Ashtanga, appunto – come fonte che legittima e aggiunge credibilità all’autorevolezza di questa pratica: “Al cuore dell’Ashtanga si trova il Vinyasa. L’essenza del Vinyasa è il sincronismo tra respiro e movimento “. (John Scott, DVD, 2002)
Tuttavia, nel testo di Patanjali non troviamo menzione di Vinyasa, ed un solo verso è dedicato agli asana: “sthirra, sukhasanam – una postura comoda e salda” (PYS, 1:2). L’Ashtanga Yoga di Patanjali è essenzialmente meditativo, è un metodo che ci consente progressivamente di controllare la mente, ed è chiaramente molto diverso da moderno metodo dell’Ashtanga Vinyasa Yoga.
James Russell, autore dell’articolo

Alla ricerca del Korunta

Fin dall’inizio, la leggenda del Korunta mi ha affascinato. Rendeva le serie dell’Ashtanga misteriose, e impregnate di un’autorevolezza antica. Avevo letto molto sulla storia del Korunta, e mi chiedevo se vi fosse prova della sua autenticità. Molti studenti di Krishnamacharya lo nominavano, ma era impossibile trovarne una pubblicazione, né riuscivo a trovare nulla su Vamana Rishi. Secondo la mitologia Induista, Vamana è il nome del quinto avatar di Vishnu ed è un nome indiano piuttosto comuno. Il titolo di Rishi viene solitamente dato ai saggi, e deriva dalla radice “Drsh”, che significa “vedere” (proprio come in Drishti).
La metodologia Vinyasa e gli asana descritti da Krishnamacharya nel libro “Yoga Makaranda” (1934) assomigliano moltissimo alla prima serie dell’Ashtanga VInyasa e sembrano formare un sistema più vasto, che alcuni dei suoi studenti chiamarono “Vinyasa Krama”. Tuttavia, l’estesa bibliografia del Makaranda non include il Korunta.
Nel libro di Pattabhi Jois “Yoga Mala” (1962), primo libro dedicato all’Ashtanga Vinyasa, non si parla di Korunta. Tuttavia, Jois ci offre una citazione forse tratta proprio da questo antico testo e autografata Vamana Rishi: “Vina vinyasa yogena asanadin na karayet – Oh Yogi, non praticare asana senza vinyasa”.
A parte questa citazione, non trovavo altri testi tratti dal Korunta. Né riuscivo a trovare nulla di precedente al 1934 simile allo stile praticato e insegnato da Krishnamacharya e da Pattabhi Jois. Infatti, molti degli asana delle serie di Ashtanga VInyasa non sono reperibili nei testi tradizionali dell’Hatha Yoga. Il Korunta e le origini dell’Ashtanga Vinyasa sembravano restare avvolte nel mistero.
 
La svolta
Poi, nel 2011, studiando gli Hatha Yoga Pradipika (testo del 14esimo secolo sull’Hatha Yoga), un nome balzò alla mia attenzione. Nel primo capitolo dei Pradipika, l’autore, Svatmarama, elenca la tradizione degli yogi (HYP 1:5.9). Il 13esimo nome della lista è:
“Kuarantaka: conosciuto anche come Karandaka, purantaka e Kurantaka”
Kurantaka – Kuranta – Kurunta
Un nome vagamente simile a Korunta. Interessante, certo, ma non molto significativo. Tuttavia, poche settimane dopo, ricevetti dall’India una traduzione di una versione più lunga dei Pradipika, fino ad allora non disponibile (Hathapradipika 10 Chapters, del 2006). Il testo si dilungava maggiormente sulla tradizione dell’Hatha Yoga e di nuovo menzionava Kurantaka. Appresi con stupore che uno yogi di nome Kuarantaka aveva scritto un testo dal nome: “Kapala Kuarantaka Yogabhyasasa Paddathi”, che può essere tradotto più o meno come “Il metodo Yoga di Kurantaka Kapala” (Kapala significa teschio o coppa a forma di teschio, e immagino fosse un titolo dato allo Yogi Kuruntaka per indicare la sua affiliazione ai Kapilika, una setta dello Shivaismo che indossa i teschi).
Si diceva che il testo contenesse 112 posture: questo catturò il mio interesse, poiché il numero era molto vicino agli asana della prima e della seconda serie (in totale 106, come nel libro di David Swenson del 1999). E’ significativo che i testi più antichi relativi allo yoga descrivano solo una manciata di asana. Che un manoscritto precedente al 18esimo secolo ne riportasse così tante era davvero senza precedenti.
Il titolo completo del testo era difficile: soprattutto per gli occidentali. Questo rendeva logica l’abbreviazione di Krishnamacharya e Jois: Kuaranta o Korunta.
In seguito a ulteriori ricerche, la mia teoria trovò conferma nella biografia di Krishnamacharaya realizzata da A.G. Mohan, che cita: “Krishnamacharya nominò lo Yoga Kuranta in diverse occasioni durante i miei studi. Tale Yoga Kuranta era stato scritto da uno yogi di nome Korantaka, nominato negli Hatha Yoga Pradipika (1.6)” (A.G. Mohan, 2010).
Contattai il Lonavla Institute in India, che si era occupato della traduzione e della pubblicazione della versione più lunga degli Hatha Yoga Pradipika, e chiesi informazioni sul testo realizzato da Kurantaka. La risposta degli esperti mi affascinò: “Abbiamo copiato il manoscritto Kapala Kurantaka dalla biblioteca Bharat Itihas Samshodhan Mandal di Pune. E’ un testo di Hatha Yoga molto diverso dagli altri, perché descrive pratiche vigorose e rigorose. E’ possibile che questa tradizione provenga dall’India meridionale”.
Quindi, un testo firmato da Yogi Kurantaka esisteva, ed era noto a studiosi di sanscrito indiani. Appresi in seguito che veniva chiamato solitamente Kapala Kurantaka.
“Pratiche vigorose e rigorose” ben si addice alla natura dell’Ashtanga Vinyasa. Krishnamacharya era nato proprio nell’India meridionale. Si trattava forse dello stesso testo descritto nella leggenda del Korunta?
Spiegai la mia teoria al Dr. Gharote, presidente del Lonavla Institute, ed egli rispose: “E’ possibile dire che il testo noto come “Korunta” sia in realtà il “Kapala Kuaranta Hathabhyasa Paddhati”, perché fino ad ora non abbiamo trovato altri testi che riportano il termine “Kurantaka”. Quindi fino a prova contraria, dobbiamo accettare che il “Korunta” sia di fatto il “Kapala Kuaranta Hathabhyasa Paddhati”.
Sebbene queste affermazioni non fossero conclusive, erano certamente incoraggianti e aperte all’esistenza del Korunta, sebbene con un titolo diverso e composto da un altro autore.
Riuscii ad ottenere una lista dei nomi in sanscrito di tutti gli asana contenuti nel Kapala Kuarantaka, e utilizzando l'”Enciclopedia degli Asana Tradizionali” del Lonavla Institute (2006) insieme al manuale di David Swenson, individuai oltre 51 asana molto simili se non identiche alle posture della prima e della seconda serie dell’Ashtanga Vinyasa. Forse ne esistono molte altre ma non sono in grado di identificarle, perché la nomenclatura dell’India meridionale di oggi è molto diversa. In più, ho trovato almeno due asana che appartengono alla 3a e alla 4a serie dell’Ashtanga Vinyasa. Molto significativa è anche l’identificazione dell’86esimo asana della lista:
 
Dehallyunllaghen – “Mantenere le mani sul pavimento e saltare avanti e indietro attraverso le braccia” (KKH – 86)
 
La pratica di far passare le gambe attraverso le braccia è una componente importante dell’Ashtanga Vinyasa, è la tecnica che collega gli asana tra loro. E’ simile alla pratica di Tolasana, in cui si sollevano le gambe, nota anche come Pluthi. La pratica di far passare le gambe attraverso le braccia con un salto è praticamente una caratteristica unica dell’Ashtanga Vinyasa, ed è raramente presente in altre tradizioni.
Il Dr Gharote ritiene che il Kapala Koruntaka sia quanto meno precedente al 14esimo secolo. E’ un aspetto molto significativo, perché sono pochissimi i testi così antichi che enumerano così tanti asana. Il Lonavla Institute intende pubblicare in futuro questo testo: tuttavia le limitazioni sono molte, poiché al momento esiste una sola copia del manoscritto: per pubblicare un’edizione critica avrebbero bisogno di almeno 3 manoscritti per paragonarli tra loro. Inoltre, il manoscritto di cui sono in possesso non è completo. Alcuni asana sono descritti nell’esecuzione, ma privi di nome.
Il Dr Gharote, tuttavia, è ottimista sulla possibilità di recuperare altre copie di questo manoscritto, per poterlo pubblicare in futuro. Speriamo che questo testo a lungo cercato venga tradotto e pubblicato in inglese, per consentire a tutti noi di studiarlo.
Conclusione
E’ ben più che probabile che l’Ashtanga Vinyasa derivi in qualche modo dagli insegnamenti riportati nel testo universalmente noto come Korunta. Sono convinto che questo testo esista, e che sia conosciuto a studiosi indiani sotto il nome di “Kapala Kurantaka”. Il testo è firmato da Yogi Kuruntaka, ed è stato composto in era antecedente al 14esimo secolo. Il suo nome completo è “Kapala Kurantaka Yogabhyasasa Paddathi”.
Krishnamacharya era un forbito studioso di sanscrito, e K.V. Iyer, nell’introduzione al suo Yoga Makaranda del 1934, cita la visita che Krishnamacharya e i suoi allievi fecero al Lonavla Institute. E’ quindi altamente probabile che egli conoscesse il Kapala Kurantaka.
Detto questo, penso che vi siano delle differenze di esecuzione tra il Kapala Kurantaka e l’Ashtanga Vinyasa conosciuto oggi, e completo di Vinyasa, Bandha, Drishti etc. Le posizioni nell’antico testo non sembrano elencate in un ordine particolare. Alcuni asana sono simili o identici, ma sono presenti anche pratiche che hanno poco in comune con quelle odierne. Ad esempio, nel testo si parla di posizione eseguite appesi ad una corda (ed è curioso notare che la parola Korunta può essere tradotta in “marionetta”, quindi “appeso ad un filo”). Può essere che in questo testo si trovi anche l’origine del metodo di B.K.S. Iyengar, che si sviluppò con l’uso di corde e altri attrezzi.
L’approccio agli asana attraverso il vinyasa di cui Krishnamacharya scrisse nel 1934, e che insegnò ai suoi studenti, fu sicuramente influenzato dal Kapala Kurantaka e da altre tradizioni, pratiche e testi dei maestri di Krishnamacharya, come Ramamohana. Non sappiamo se Pattabhi Jois abbia visitato la biblioteca di Calcutta insieme a Krishnamacharya, ed abbia letto il testo in prima persona, ma è evidente che il metodo dei vinyasa fu una parte integrante dei suoi insegnamenti, che in seguito presero il nome di Ashtanga Vinyasa.
Devo ammettere che le mie conclusioni mi sorprendono. Ero scettico sull’esistenza del Korunta, e pensavo fosse una leggenda della comunità Ashtangi: devo ricredermi, anche se non è davvero fondamentale che questo testo esista, per dare ancora maggiore credibilità ad una tradizione che si è dimostrata efficace sotto mille aspetti. Tuttavia, spero che gli studi condotti finora possano servire come spunto per l’approfondimento di una ricerca che può portare benefici a tutta la comunità yogica.”
© James Russell 2015Per maggiori informazioni sul Lonlava Institute:
www.lonavalayoga.org

Yoga & Injuries part 1: intervista a John Bultman (ITA/ENG)

John Bultman, KPJAYI Authorized Teacher

Inizia con questo post un progetto che accarezzo da tempo: ovvero portare agli studenti il punto di vista di insegnanti qualificati e famosi sul rapporto tra Yoga e infortuni. L’obiettivo di queste interviste, che pubblicherò in italiano e in inglese, è proprio quello di offrire a chi affronta un incidente, una riabilitazione post-traumatica o un infortunio da usura, il consiglio di chi ha anni di seria esperienza sul tappetino. Il primo degli insegnanti che ho intervistato è John Bultman, insegnante di Ashtanga KPJAYI Level 2, protagonista lo scorso anno di un grave incidente motociclistico a Mysore. La sua bellissima storia sul recupero della pratica è stata raccontata da Alessandro Sigismondi in uno splendido videoracconto.

Francesca d’Errico: La storia del tuo incidente è diventata subito pubblica, un passo davvero coraggioso e di grande aiuto per la comunità Yogica. Nello Yoga, si tende sempre a tenere nascosto l’aspetto degli infortuni, forse per paura di danneggiare l’immagine di questa disciplina. Inoltre molti praticanti si rivolgono allo Yoga come se fosse la panacea per tutti i mali. Qual è il tuo pensiero a questo proposito?

 

John Bultman: E’ vero, noi praticanti a volte tendiamo a nascondere i nostri infortuni. In questo caso, non era possibile farlo, ero circondato da amici quando è successo e per quanto volessi scappare, non potevo farlo. Alessandro (Sigismondi, n.d.t.) mi ha chiesto di farne un video, e ho pensato che fosse una bella idea condividere la mia storia, perché può aiutare gli altri ad affrontare un infortunio non come  se fosse un ostacolo, ma come un’opportunità per imparare qualcosa di più su noi stessi. Gli infortuni “da tappetino” sono un po’ diversi e molti di noi pensano che sia meglio tenerli nascosti, o semplicemente dimenticano di parlarne. Per quanto riguarda il concetto di Yoga come “panacea di tutti i mali”, dopo questo infortunio sono molto grato alla fisioterapista che mi ha aiutato giorno dopo giorno. Ho mantenuto una mente aperta durante la terapia, tuttavia, segretamente, speravo che una volta tornato sul tappetino tutto sarebbe tornato come prima. Dopo 4 mesi le cose andavano abbastanza bene, ma le pose di equilibrio su una gamba sola erano ancora tentennanti; inoltre, facevo fatica a salire le scale e ad allungare il passo. Mi sono rivolto di nuovo alla fisioterapista al mio rientro a casa (negli Stati Uniti), e mi ha aiutato sia con la trigger point therapy che attraverso esercizi specifici. Avrei potuto forse incorporare questi esercizi nella mia pratica fin dall’inizio, ma finché non ho avuto una prospettiva diversa, ho inavvertitamente evitato le parti in cui la mia pratica era meno sicura.

Spesso penso che la pratica serva a massimizzare la nostra salute e rafforzare la nostra mente, ma se non accendiamo le luci in tutte le stanze, spesso è troppo buio per trovare l’interruttore giusto e un insegnante può aiutarci a trovarlo. La pratica contiene molti segreti per farci sentire meglio, ma spesso siamo proprio noi a non vedere (o a non voler vedere) proprio gli aspetti che ci servono.

Mi piace pensare in grande, e mi piace credere che la pratica rappresenti un’ora e mezza in cui riusciamo ad accumulare potere, salute, forza e flessibilità, e in cui forse possiamo imparare a diventare esseri umani più resilienti. Addirittura, mi piace credere che possiamo in questa vita diventare liberi dalla sofferenza, proprio grazie alla pratica. Ma questo pensiero comprende una pratica quotidiana intensa e in grado di muovere l’infinitamente piccolo… se abbiamo la fortuna di avere dalla nostra energie più “alte”.

Francesca d’Errico: quali infortuni hai affrontato nella tua esperienza di yogi, a livello personale e con i tuoi allievi? E quali sono le cause principali?

John Bultman: gli infortuni possono durare un attimo, giorni, anni e addirittura una vita intera. Sono proprio queste dolorose esperienze a lungo termine, quelle in grado di metterci alla prova e di risvegliare la pratica più autentica. Lo Yoga “avviene” quando guardiamo dentro queste circostanze senza fuggire e senza arrabbiarci. E’ importante prendersi cura di questo dolore, come faremmo con un bambino: assisterlo ed ascoltarlo, continuando a praticare con pazienza. E’ anche divertente notare in quale parte del corpo si localizzino gli infortuni. Cambiano area in momenti, giorni o anni diversi? E se non sono “fissi”, forse c’è qualcosa che possiamo fare per migliorarci o per prevenire il dolore in futuro (Yoga Sutra II, 16 e II, 35). Quando ripenso agli infortuni che ho subito praticando (stiramento ischio-crurale, alluce fratturato, costole incrinate, dolore al ginocchio e al collo, alla schiena o al polso), mi sembra che per la maggior parte derivino da incidenti precedenti o da abitudini posturali che avevo prima di cominciare a praticare. Ad esempio, quando ho iniziato a praticare Yoga, ho notato come la maggior parte dei miei dolori e la loro localizzazione nella parte destra del corpo derivassero dalla mia passione per lo skateboard, un’attività fortemente asimmetrica che ho praticato per 20 anni, e che ha sbilanciato il mio corpo in modo importante. Forse, se ho praticato così a lungo uno sport come lo skateboard è stato proprio per un mio atteggiamento mentale. Penso che molte attività sportive e stili di yoga tendano a sviluppare asimmetrie nel corpo e nella mente (ad esempio: se l’equilibrio sulle braccia è il vostro forte, come sono i vostri inarcamenti? E viceversa). Con l’Ashtanga, nel momento in cui mi compiaccio dei miei inarcamenti, devo passare ad una posizione di equilibrio sulle braccia o a una profonda flessione in avanti. Il mio attuale livello di pratica dell’Ashtanga Yoga, secondo l’insegnamento dei miei maestri, non provoca asimmetrie e i miei insegnanti hanno la pazienza e l’esperienza di sapere quando è il momento giusto di farmi avanzare nella pratica. Gliene sono molto grato.

Francesca d’Errico: Con l’età, il nostro corpo cambia, anche se pratichiamo ogni giorno. Come è cambiato il tuo rapporto con l’Ashtanga, negli anni? E l’invecchiamento ci rende più esposti agli infortuni? Se sì, cosa consigli ai praticanti che festeggiano 50, 60 anni o più?

John Bultman: Oh wow. Voglio sperare di essere cambiato, di essere più attento e paziente, ma devo ammettere di essere ancora un bel casino! I miei studenti hanno tra i 19 e gli 89 anni. Ho iniziato a praticare a 19 anni e all’epoca ero davvero immaturo. Penso che l’età sicuramente ci renda meno elastici fisicamente e mentalmente.  E’ più facile modellare i rami giovani di una pianta, perché quelli più vecchi tendono a spezzarsi più facilmente. Ciò nonostante, c’è sempre spazio per il cambiamento, anche se forse richiede tempi più lunghi rispetto a quando si è più giovani. E poi dobbiamo naturalmente pensare al motivo per cui pratichiamo, che dal mio punto di vista non è quello di diventare più flessibili (basta un contorsionista per far impallidire anche lo yogi più esperto). Penso che imparare a reagire allo stress sul tappetino sia un insegnamento da portare nella vita di tutti i giorni, e può forse aiutarci ad affrontare in modo positivo la nostra morte. Gli studenti più anziani che continuano a praticare quotidianamente sembrano cogliere meglio questo aspetto. La loro esperienza di vita li rende più ricettivi agli insegnamenti più sottili della pratica (come il pranayama, i mudra, etc) e meno interessati agli asana o agli aspetti esteriori. Da questo punto di vista, diventare maturi è l’opportunità per praticare il distacco dagli asana, e guadagnare una conoscenza più profonda dei meccanismi della mente e del respiro.

Francesca d’Errico: Come reagisci agli infortuni? Che consiglio daresti ad uno studente che si trova ad affrontare un infortunio?

John Bultman: Spesso dico che gli infortuni sono come le persone. Qualcuno ti piace subito, altri ti lasciano indifferente, altri ancora proprio non ti piacciono. Senza una pratica costante e a lungo termine, è impossibile accorgersi, ad esempio, che l’inarcamento che odiavamo tanto ora è quello che preferiamo. Vorrei poter dire che sono paziente e gentile nei confronti dei miei infortuni, ma in realtà spesso sono impaziente e agitato. A chi sta affrontando un infortunio, e stranamente questo gruppo comprende la maggior parte delle persone che conosco, voglio dare questi consigli:

1- Muovetevi lentamente e localizzate i bandha.

2- Ricominciate a praticare in stile Mysore. Se volete una guidata, provate prima a casa e vedete come va.

3- Lavorate sempre con il respiro sul lato dell’infortunio, tenendo la posizione un po’ più a lungo (10 respiri o più) ed esplorando il vostro limite.

4- Siate diligenti nel rafforzare le parti del corpo non interessate dall’infortunio. Vi aiuterà.

5- Siate felici di voi stessi, gioite per gli altri, e proponetevi di essere di aiuto.

6- Inerzia – continuate a muovervi: la mente tende a fissarsi sulle parti del corpo doloranti.

7- Studiate

8- Ricordate come vi sentivate prima, e pensate a come state ora; coltivate una memoria tattile soprattutto negli asana in cui il tatto è coinvolto (il ricordo delle dita che toccano una parte del corpo, del piede che tocca la testa etc.)

9- Siamo esseri in continuo cambiamento; gli infortuni non sono eterni, cercate di dimenticare intenzionalmente le abitudini posturali che hanno provocato l’infortunio.

10- Praticate sentendovi super flessibili, ma senza preoccuparvi di come apparite (io, ad esempio, penso ai miei amici più flessibili e nei giorni migliori cerco di coltivare questa sensazione nella mia pratica).

Francesca d’Errico: Gli infortuni da usura, in tutte le attività fisiche, derivano dalla continua ripetizione degli stessi movimenti. Ti sembra che questo concetto sia in contraddizione con la pratica tradizionale dell’Ashtanga Yoga, in cui la maggior parte degli studenti è ferma per anni alla prima serie? Che consiglio daresti a questi praticanti? 

John Bultman: Si tratta di infortuni che possono accadere in qualsiasi attività, e direi che questa pratica è una tra le più complete attività fisiche. Detto questo, è anche uno strumento molto potente, e se usato in modo errato può sicuramente fare danni al corpo e alla mente. Le sequenze della seconda serie e delle serie più avanzate si radicano profondamente nella prima serie; quando pensiamo di avere “bisogno” degli asana delle serie avanzate, dobbiamo tornare agli asana della prima serie e studiarli con più attenzione. Nel tempo, ogni volta che ho pensato di aver capito qualcosa della prima serie (addirittura dei saluti al sole), studiando con più profondità e con insegnanti preparati ne ho scoperto aspetti sconosciuti. Il mio consiglio è di approfondire sempre, alla scoperta degli aspetti più sottili. C’è sempre qualcosa che non ci è stato ancora rivelato.

ENGLISH VERSION:
This is the first interview of a series dedicated to Yoga and injuries, a project I had in mind for a long time. Through the experience of famous and qualified teachers, we can learn how to maximize recovery and learn the profound lesson of injuries on and off the mat. 
John had a very serious bike accident in Mysore last year, and Alessandro Sigismondi filmed his story. Here, he tells us how he dealt with his recovery, and gives us his advice.

FDE: You went very public with your accident and recovery story, and I personally think this is a very brave step, extremely helpful to the community. There is always this feeling that injuries should be kept hidden, because they could damage the image of Yoga. People tend to think yoga is a “cure all” therapy/discipline. What is your view on this concept?

JB: Yes, we practitioners sometimes we do keep injuries hidden. This particular injury was public from the beginning and I would not say I made too much effort to make it public as there were so many friends around when it happened that luckily I could not escape as much of me wanted to. Alessandro asked me to do a video and I thought it would be a nice idea to share the story so others hopefully feel like their injuries won’t necessarily hold them back but that they may be opportunities to learn a bit deeper aspect of ourselves. Injuries that happen on the mat are a bit different and many of us do I think feel we need to keep them hidden more or perhaps merely just forget to mention them. Regarding the ‘cure all’ aspects, After this injury I was grateful to have a very kind physical therapist teacher come and help me every day. I was open to the process and she was helpful, however, secretly I did think that once I could get back on the mat everything would come back and would take care of everything. After 4 months things were going well, but some leg balancing poses were still weak and I was having a hard time climbing stairs and taking big steps. I went again to a physical therapist (PT) back home (US) and they helped me both with trigger point therapy as well as by giving me exercises. These exercises I could have perhaps incorporated into my practice from the beginning but until I had another perspective I was skipping over weaker portions of my practice unintentionally.

I think often the practice can serve to maximize our health and mind however, if we don’t have all the lights turned on in all the rooms it is often too dark to find the light switch and so a teacher (which I did not have back home) can help us find it. The practice holds many of the secrets to get better but we often don’t/don’t want to see certain parts.

I do like to think big and I like to believe The practice could be the most powerful 1.5 hours we spend if we are masters of efficiency, that we could gain so much health, strength and flexibility, and could perhaps we could become kinder more resilient human beings. That we could even perhaps in one lifetime get liberated from suffering. But this big thinking involves a bigger scale that involves a daily practice that may move microns…if we are lucky enough to have the bigger forces on our side.

FDE: What are the injuries you faced in your yogic experience, both personally and with students? And what are the main causes?

JB: Injuries may last seconds, days, years, or perhaps lifetimes. It is these longer term painful experiences that really challenge us and are often where the yoga practice may happen. Yoga happens when we look into these patterns and don’t run from or get angry at them. It is important to care for these injuries as we would a child, nurture and listen to them, but still to practice and have patience with them.

It is also kind of fun to look a bit deeper particularly at the longer sustained injuries into the ‘cause’ of the injury which seems to stem from some mental patterning. It is also fun to trace the location of the injury through time. Does it move moment to moment, day to day, year to year? Then to ponder if they aren’t fixed things is there possibly something I may do to expedite their movement or help prevent (Yoga Sutras II 16) future pain (Yoga Suturas II 35).

When I look a bit deeper into injuries that may have happened while I was practicing on my mat (i.e. hamstring tear, broken toe, popped out rib, knee pain, neck pain, pinched back, wrists….etc, etc.) it seems Most of my injuries on the mat were from previous accidents or habituated patterning of thought that was in in place before yoga and resurfaced on the mat. For example, when I first started yoga practice I realized many of my maladies and perhaps the reason my right side was so different was because I spent 20 years wrecking my body skateboarding in an asymmetrical activity that inherently off centered my body. Another thought though is that perhaps part of the reason I chose skateboarding for so long with a particular stance was because of previous patterning of thought.  It is my thinking that most activities/sports and even perhaps some ‘yoga’ styles (i.e. if you are good at arm balances how is your backbend and vice versa?) develop asymmetries in the body and mind. The minute I think my backbends are going well I have to do an arm balance or deep forward fold. Where I am at now it Ashtanga vinyasa yoga as taught by my teachers, seems less likely to foster these asymmetries and my teachers have been patient enough to know when is the right time for me to move deeper and for that I am grateful.

FDE: With age, our body change, even if we practice every day. Has your approach to Ashtanga changed in any way through the years? And do you think that aging makes us more prone to yoga injuries? If yes, what would you suggest to the experienced practitioners who are now entering their 50s and 60s?

JB: Oh wow. I would like to think I have changed and am more careful and patient but I am still a mess honestly. My yoga students range in age from 19-89. I went to my first yoga class when I was 19 and was in a completely different somewhat immature headspace. I think aging certainly makes the suppleness of mind and body a bit more difficult. As Espalier or spalliera(training trees to grow up walls or in patterns) is likely done with young saplings as older limbs might tend to be more brittle. I think the axioms and dendrites are a little less malleable when one ages but potential for change is still there, it just may take a bit longer than when you are younger.

Then of course we need to reconcile that with why we are practicing which in my view is not to be more bendy (there are contortionists that will likely be able to out posture anyone). I think how we learn to address stressful situations on the mat is an opportunity for how we behave off the mat and perhaps even one day how we might react for our very own death. In this way older practitioners that practice regularly and stick to it for a few years seem to get this (abhyasa vairagya) a bit better than younger students. Older students because they have experienced a bit more of life are also better equipped to understand the subtle parts of the practice (pranaayama, mudra, etc) and are less focused on only what can be seen. In this way we can look forward to our aging as we drop our attachment to asana and gain insight into the subtle underpinnings of how the mind works and linking with the breath.

FDE: How do you react to injury in your practice? What would be your advice to a student that is facing an injury?

JB: I often say postures or injuries are like people in the world. Some of them you like right from the start, some you are indifferent towards and some you don’t like. Without practice for a long time one may never get to see that the backbend they hated for years they now love. I would like to say that I am kind and patient with my injuries in my practice, but I still get impatient and agitated. For those that have an injury which strangely enough seems to be most people that I know here are a few things that may help:

  • Move slowly to and find bandhas
  • Start in mysore (self-practice) setting if you want a counted led class try to do at home first and see how it goes
  • Work with the breath on injured parts holding perhaps a little longer (~10 breaths) to explore limits
  • Be diligent about strengthening non injured parts they will help out
  • Rejoice in self and others and set intention to help
  • Inertia – keep moving something as a stuck mind will tend to fixate on the hurt parts
  • Study
  • Remember the way it felt before as well as how it feels now and cultivate some tactile sweet memory (i.e. the feeling of fingers to toes or feet to head…etc) particularly where touching is involved
  • As you are a changing thing the injuries may not be fixed forever so try to Intentionally forget those injured patterns of movement
  • Practice to feel like the bendier folk but not necessarily look like them (i.e. I always think of the way my friend looks in backbends and on a good day try to cultivate that feeling in my practice)

FDE: Wear-and-tear injuries in any physical activity come from continuous repetition of the same moves. Do you feel this is in contradiction with the traditional Ashtanga practice, where only few students can practice more than one sequence? The majority are stuck in Primary for many years. What would be your advice to them?

JB: Wear-and-tear injuries can happen in any activity and I would argue that this yoga practice as I said before is a more comprehensive body technique most other activities. That said, in some ways it is like a power tool and if used incorrectly or in the wrong hands may damage the body and mind.

Intermediate and Advanced postures have their roots in primary series and so anything that someone feels they may ‘need’ from another series is mostly in primary series if primary is investigated more thoroughly. Time and time again when I think I ‘had’ or understood something in primary series (or even sun salutations) deeper insight continues to be elucidated from a good teacher or through my own investigations.

My advise is to always look deeper and keep digging more and more subtle. There could be something we are missing.

Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: Matsyendranath, Il Pesce

una rappresentazione di Matsyendranath

Il Focus del Mese di Jivamukti Yoga riprende un concetto che a me piace moltissimo, ovvero l’analisi mitologica e spirituale degli Asana. Il simbolismo legato alle singole posture ci consente di andare oltre la loro espressione fisica, arricchendo la nostra pratica di un significato più profondo. Cosa significa “persona”, per noi? Sharon Gannon ci invita alla riflessione e come sempre, a portare lo yoga oltre il tappetino.

Traduco oggi per voi il Focus del Mese di Marzo, scritto proprio dalla co-fondatrice del metodo, Sharon Gannon. E vi invito a visualizzare, durante la vostra pratica, Matsyendranath, per ricordare che l’origine di Tutto è Uno. Buona lettura!
 
hānan eṣāṁ kleśavad uktam
 
L’ostacolo principale alla pratica dello Yoga è il nostro pregiudizio, basato sulle nostre preferenze.
PYS IV. 28
“Un giorno, tanto tempo fa, il forte, saggio, onnipotente Dio della Trasformazione, Shiva, raccontò alla sua compagna, la Dea Parvati, la sua più recente scoperta: lo Yoga. Le parlò a lungo, senza accorgersi che Parvati si stava annoiando. Dopo tutto, era stata proprio lei a creare l’intero sistema dello yoga, e certo non aveva bisogno di essere indottrinata. Mentre Shiva si dilungava, Parvati allungò la mano verso l’acqua e cominciò ad accarezzarla, creando piccoli vortici che si trasformarono in onde. Un pesce si accorse che sulla riva stava accadendo qualcosa di interessante e si staccò dal branco per andare a dare un’occhiata. Quel pesce, di nome Matsya, cominciò rapito ad ascoltare gli insegnamenti di Shiva. Quando Matsya gli chiese di ripetere tutto dall’inizio, Shiva accettò di slancio, senza mostrare alcuna sorpresa per il fatto che Matsya fosse un pesce. Shiva dedica infatti ad ogni anima lo stesso rispetto. Determina il valore di un essere vivente considerando il suo sincero desiderio di conoscere la verità, e non in base ad età, fede, genere o specie di appartenenza.
Shiva diede un nuovo nome a Matsya, Matsyendranath o “Signore dei Pesci” (Matsya significa infatti pesce in sanscrito, mentre indra significa signore). Gli disse di andare ad insegnare agli altri il metodo dell’Hatha Yoga. Funziona proprio così anche oggi: il maestro insegna allo studente, e il ruolo dello studente è diventare a sua volta maestro. Matsya fu dunque il primo studente a diventare maestro, e a trasmettere ad altri i suoi insegnamenti. Lo yoga è trasmesso da un maestro ad uno studente in una linea ininterrotta che vive fino ai giorni nostri. Chiunque oggi si consideri un maestro di Hatha Yoga, discende da quel pesce, Matsya.
Nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, l’autore, Swatmarama, riconosce la sua discendenza da Adinath (Shiva) a Matsyendranath. Tuttavia oggi sono in molti a dubitare che il primo studente di yoga fosse un pesce. Come è possibile? Un pesce non può certo eseguire eka pada shirshasana e tanto meno padmasana! L’assunzione automatica dei più è che Matsya fosse un uomo. Forse aveva occhi, scaglie o altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un pesce. In India, Matsyendranath è spesso raffigurato come un uomo forte, con folti capelli e lunga barba, e con due gambe al posto della pinna.
Perché riteniamo inconcepibile che un pesce possa aver ricevuto direttamente da Dio degli insegnamenti, diventando quindi un guru? Semplicemente a causa dei nostri radicati pregiudizi. Gli esseri umani ritengono arrogantemente di essere l’unica specie del pianeta dotata di consapevolezza, intelligenza, linguaggio e anima. Pensiamo che sia sempre stato cos’, mentre in realtà tutti gli esseri viventi possiedono queste caratteristiche. Gli scienziati oggi concordano nel dire che la vita sul nostro pianeta era presente ben prima del nostro arrivo. C’è stata un’epoca in cui gli esseri acquatici erano ben più numerosi di qualsiasi altra forma di vita terrena. I Veda parlano delle dieci incarnazioni di Vishnu, e la prima è proprio quella di un pesce.
Tempo fa ascoltai qualcuno raccontare la storia di Matsyendranath e cercare di collegarla

Matsyendrasana

alla vicenda biblica di Jonah e della balena, nel tentativo di razionalizzare la presenza di questo “pesce”.  “Jonah,” diceva l’insegnante, “era un uomo che fu inghiottito da una balena. Era un saggio che viveva all’interno di una balena. Matsyendranath era come Jonah – un uomo nel corpo di un pesce. Quando trovate il nome di Matsyendranath nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, non dovete pensare che si parli di un vero pesce”. L’insegnante era irremovibile nella sua convinzione. Quando sentii la sua veemenza, mi chiesi: non è forse vero che all’interno di ogni pesce si trova, in realtà, una persona? Non sono forse persone tutti gli esseri viventi? Se definiamo persona un essere dotato di anima – un essere che può sentire, pensare, che ama la sua vita, che si prende cura dei suoi piccoli, dei suoi genitori – allora dobbiamo dire che certamente anche un pesce è una persona.
I Veda ci insegnano che tutto è Brahman—nell’universo non esiste nulla che non sia Dio. Dio risiede in ogni essere vivente nascosto dalla sua forma esteriore. La natura essenziale di tutte le anime è divina. La forma esteriore di qualsiasi essere o cosa non è l’identità eterna. Penso che un insegnante che non voglia farci credere che Matsyendranath fosse un vero pesce, non sia preparato a sposare questo concetto (n.d.t: Jivamukti Yoga non vuole “umanizzare” gli animali ma, al contrario, riconoscerne la loro dignità in quanto tali, in quanto esseri viventi dotati di coscienza). Il pregiudizio basato sulla specie di appartenenza può impedirci di comprendere questa idea. Spero che presto verrà il giorno in cui non considereremo gli animali inferiori a noi, e che, in qualità di insegnanti, non ci vergogneremo di insegnare il fatto che i grandi Maestri, a volte, possono apparire in forma diversa da quella umana.”
~ Sharon Gannon
Spunti per l’insegnamento:
  • Descrivete in che modo matsyendrasana ed altre torsioni purifichino manipura chakra liberandoci di avidya. Possiamo comprendere l’interconnesione tra tutti gli esseri viventi, quale che sia la loro specie di appartenenza.
  • Insegnate asana presenti nell’Hatha Yoga Pradipika.
  • Spiegate come una dieta ed uno stile di vita vegani possano essere di aiuto nella purificazione del corpo e della mente, rendendo più leggera la pratica Yoga.
  • Spiegate come l’obiettivo dello Yoga sia eliminare il nostro attaccamento alle preferenze soggettive. Ad esempio, durante la pratica fisica:
    • Nelle inversioni, saltate sempre utilizzando lo stesso piede?
    • Preferite praticare in un particolare punto della stanza, in un particolare momento della giornata? Provate a modificare luogo e orario della vostra pratica.
    • Preferite alcuni asana ad altri? Preferite dedicarvi all’apertura delle anche o agli inarcamenti? Interrogatevi sulle vostre preferenze e provate a lasciarle andare.

Traduzione di Francesca d’Errico