Tutto quello che avreste voluto (e dovreste) sapere sui Chakra

“Nella tradizione Tantrica, i chakra (cakra in sanscrito) sono punti focali per la meditazione posti all’interno del corpo, visualizzabili come strutture energetiche simili a cerchi o fiori verso cui convergono le nadi o meridiani. Sono strutture concettuali ma con un fondamento fenomenologico, poiché tendono ad essere localizzati in aree corporee in cui l’essere umano esperisce energie emotive e/o spirituali, ed è per questo che la forma con cui sono visualizzati riflette l’esperienza visionaria di chi medita” (Christopher Wallis)

Qualche giorno fa un’insegnante di Ashtanga Yoga che stimo molto, Susanna Finocchi, ha condiviso su facebook un interessantissimo link su un tema davvero molto abusato: i Chakra. Aprite un qualsiasi sito sullo Yoga e troverete sicuramente un articolo sui chakra, che ne spiega il significato in modo più o meno suggestivo. Ciò che evidentemente salta all’occhio di chi studia attentamente queste materie è che la maggior parte delle spiegazioni si rifà ad interpretazioni di stampo chiaramente occidentale, con riferimenti molto evidenti all’analisi junghiana, all’esoterismo occidentale, o ad elementi “new age”. Non solo: molte delle istruzioni più importanti relative ai Chakra ci sono state insegnate da persone che non hanno una preparazione in sanscrito, e che hanno appreso ciò che sanno da altre persone, che a loro volta non conoscono questa lingua né le scritture fondamentali su cui i Chakra sono comparsi per la prima volta. L’articolo in questione per diversi aspetti lascerà sorpresi molti di voi: il mio consiglio è di leggerlo con grande attenzione, perché quando trattiamo di pratiche esoteriche o sciamaniche è sempre importante sapere bene sia da dove originano, che come approcciare l’elemento su cui vogliamo lavorare. Per evitare di far danni, se pure animati dalle migliori intenzioni, ma soprattutto per trarne un vero beneficio. Come sempre vi rimando all’articolo originale, scritto da uno studioso di sanscrito: ma per chi con l’inglese ha qualche difficoltà, ecco la mia traduzione. Vorrei solo aggiungere una nota: sebbene, come riferisce l’articolo, il concetto di chakra attualmente utilizzato in occidente si discosti ormai notevolmente da quello originale indiano, dobbiamo anche valutare quali “contaminazioni” occidentali siano o meno degne di nota. L’interpretazione di stampo junghiano, ad esempio, ha indubbiamente una sua validità (sarebbe del resto un po’ arrogante svalutare il lavoro di Jung e il suo impegno nell’incorporare le filosofie orientali al pensiero occidentale). Ed è anche importante aggiungere che, come tutte le discipline, anche lo yoga è in continua evoluzione e soggetto ad innovazione. Si tratta solo di valutare con spirito critico quali innovazioni siano effettivamente fondate su basi solide, e quali invece siano frutto di voli pindarici un po’ troppo fantasiosi.

I CHAKRA, QUESTI SCONOSCIUTI – di Christopher Wallis

“Negli ultimi cento anni e più, il concetto di Chakra, o centri energetici sottili all’interno del corpo, ha catturato l’immaginazione occidentale più di qualsiasi altro insegnamento yogico. Eppure, come avviene per molti concetti che derivano dal Sanscrito, l’occidente (ad eccezione di pochissimi studiosi) ha fallito in pieno nell’afferrare l’autentico significato dei chakra, il loro contesto, e come utilizzarli nella pratica.

Christopher “Hareesh” Wallis

Chiariamo innanzi tutto che per “occidente” non parlo solo di cultura europea o Americana, ma anche di quegli aspetti della cultura Indiana più influenzati dalla matrice culturale occidentale. Ma per tagliare corto, vi dico subito che lo yoga “occidentale” non ha capito praticamente niente dell’idea autentica alla base dei Chakra. Se leggete libri come “Le Ruote della Vita” di Anodea Judith, ad esempio, sappiate che non state leggendo un lavoro sulla filosofia yoga ma sull’occultismo occidentale, basato su tre fonti principali: 1) opere precedenti di occultismo occidentale che hanno utilizzato termini in sanscrito senza conoscerne il reale significato (come “I Chakra” di C.W. Leadbeater, del 1927) 2) la traduzione piena di errori di John Woodroffe, del 1918, di un testo sui Chakra scritto in sanscrito nel 1577; e 3) i libri sui guru dello yoga indiano del 20esimo secolo, che a loro volta si basano sulle fonti di cui al punto 1) e 2). I libri sui Chakra elaborati su una comprensione solida delle fonti originali in sanscrito sono a disposizione solo nel mondo accademico. “E’ così importante?”, mi chiedono i praticanti di Yoga. “Sono libri che mi hanno fatto tanto bene, non portarmeli via!”. Certo che no. Se avete tratto dei benefici da qualsiasi fonte, vi credo sulla parola. Ma mi permetto di dirvi due cose: prima di tutto, che gli autori occidentali che scrivono di chakra asserendo di presentare insegnamenti antichi, stanno mentendo – anche se non sanno di farlo, perché non sono in grado di provare la validità delle loro fonti, non conoscendo il sanscrito. E in secondo luogo, per chi fosse interessato, sono qui a dirvi qualcosa sul concetto originale dei chakra, grazie al fatto che sono uno studioso di sanscrito che preferisce verificare le fonti leggendole in lingua originale. A questo punto scegliete voi quale metodo applicare. Non voglio dirvi che il più antico sia a tutti i costi il migliore, né voglio togliere valore all’occultismo occidentale. Cerco semplicemente di consegnarvi la versione originale in un linguaggio semplice e comprensibile, elencandovi sei fatti sui chakra di cui probabilmente ancora non eravate a conoscenza.

  1. nella tradizione autentica non esiste un solo sistema di chakra, ma molti.

Moltissimi! La teoria del corpo sottile e dei suoi centri energetici chiamati cakras (o padmas, ādhāras, lakyas, etc.) deriva dalla tradizione dello Yoga Tantrico, Tantrik Yoga, che fiorì tra il 600 e il 1300, e che è ancora oggi molto viva. Nello Yoga Tantrico successivo al 900, ciascuno dei rami della tradizione articolava uno (o più) sistema chakra diverso. In alcuni i chakra erano 5, in altri 6, 9, 10, 15, 21, 28 o più, a seconda dei testi (n.d.t.: lo stesso Krishnamacharya, in Yoga Makaranda, si riferisce al sistema di 10 chakra). I sette chakra (o tecnicamente 6 + 1) con cui lo yogi occidentale ha familiarizzato è solo uno dei molti sistemi, ed è diventato dominante a partire dal 16esimo secolo (vedi più avanti al punto 4). Vi starete ora chiedendo quale sia il sistema “corretto”, e quanti siano in realtà questi chakra. E qui arriviamo al primo grande fraintendimento. I chakra non sono come gli organi del corpo fisico, non sono fatti che possiamo studiare come i dottori studiano i gangli nervosi. Il corpo energetico è una realtà estremamente fluida, come è giusto aspettarsi da qualsiasi cosa vada al di là della materia organica. Il corpo energetico può presentare, sul piano esperienziale, un numero diverso di centri energetici, a seconda della persona e della pratica yogica che questa sta eseguendo. Ciò detto, alcuni di questi centri sono rilevabili in tutti i sistemi. Nello specifico, i chakra che si trovano nella parte bassa dell’addome, nel cuore e nella corona della testa, poiché queste sono aree del corpo in cui tutti gli esseri umani al mondo sperimentano fenomeni emotivi e spirituali. A parte questi tre, la varietà dei sistemi chakra è immensa nella letteratura originale. Non ce n’è uno più corretto di un altro, a meno che non ci riferiamo ad una pratica specifica. Ad esempio, se stiamo eseguendo una pratica basata sui cinque elementi, stiamo utilizzando un sistema di cinque chakra (vedi al punto 6). Se stiamo interiorizzando l’energia di sei diverse divinità, stiamo utilizzando un sistema di sei chakra. Peccato che queste informazioni non siano ancora arrivate agli yogi occidentali. Siamo solo all’ingresso del buco del coniglio di Alice. Volete saperne di più?

  1. I sistemi dei chakra sono prescrittivi, non descrittivi. 

Questo è forse uno dei punti più importanti. Le fonti inglesi presentano il sistema chakra come un fatto esistenziale, utilizzando un linguaggio descrittivo (come “muladhara chakra si trova alla base della colonna, ha quattro petali”, etc.). Ma nelle fonti originali in sanscrito, non veniamo istruiti sulla forma delle cose, bensì su una pratica yogica specifica: ci viene chiesto di visualizzare un oggetto sottile fatto di luce colorata, a forma di loto o di ruota, in un punto specifico del corpo, attivando contemporaneamente un mantra, per uno scopo specifico. Quando in sanscrito leggiamo letteralmente “loto a quattro petali alla base della colonna”, si intende “lo yogi deve visualizzare un loto a quattro petali…” (leggete il punto 5 per saperne di più).

  1. gli stati psicologici associati ai chakra sono di origine moderna e occidentale.

Su un numero infinito di siti e di libri eggiamo che muladhara chakra è associato alla sopravvivenza e al senso di sicurezza, che manipura chakra è associato alla volontà e all’autostima, etc. Lo yogi consapevole deve sapere che tutte le associazioni dei chakra agli stati psicologici sono un’innovazione moderna e occidentale che ha avuto origine con l’opera di Carl Gustav Jung. Forse queste associazioni hanno un senso per alcuni praticanti, ma sicuramente non sono presenti nelle scritture originali in sanscrito. L’unica eccezione di cui sono a conoscenza è il sistema dei 10 chakra per lo yoga della musica, a cui ho dedicato un post. 10-chakra system for yogi-musicians . Ma in quel sistema del 13esimo secolo non troviamo un chakra associato ad una specifica emozione o stato psichico. Bensì, ogni petalo di ogni chakra è associato ad una emozione o stato, e non si parla di un sistema in grado di collegare un chakra intero ad una specifica emozione/stato mentale.

Ma non è tutto. Praticamente tutte le associazioni citate nel libro di Anodea Judith “Le Route della Vita” non hanno alcun riferimento a fonti originali indiane. Ogni chakra, ci dice la Judith, è associato ad una ghiandola endocrina, a disfunzioni organiche, a determinati alimenti, metalli, minerali, erbe, pianeti, percorsi yogici, arcangeli di origine cristiana, simboli del misticismo ebraico. Nessuna di queste associazioni è di origine indiana. Sono percezioni create dalla Judith o dai suoi maestri su presunte similitudini. E lo stesso vale per qualsiasi libro in cui si associno ai chakra oli essenziali, cristalli etc. (Vorrei tuttavia sottolineare che la Judith riferisce anche informazioni derivanti da una fonte originale in sanscrito, e che i miei commenti non hanno nulla di personale: lei è effettivamente una persona deliziosa che ha fatto del bene a molte persone).

Quanto detto non significa che mettere un cristallo sul vostro ombelico visualizzando manipura chakra non abbia ripercussioni sulla vostra autostima. Magari vi farà stare meglio, è un fatto soggettivo. Ma è importante dire che non si tratta di una pratica tradizionale indiana e che non è stata testata da generazioni (che è poi il punto fondamentale di qualsiasi tradizione). Detto questo, tutto è possibile; ma per come la vedo io, è importante che le persone sappiano quando una pratica ha un pedigree di qualche decennio, e quando sia antica di secoli. Se la pratica ha un valore intrinseco, non è necessario falsificarne la provenienza.

  1. il sistema dei sette chakra oggi così famoso non deriva da una scrittura, ma da un trattato del 1577.

Il sistema dei sette chakra seguito dagli yogi occidentali deriva da un testo sanscrito scritto da Purnananda Yati. Il trattato, anzi il sesto capitolo di un più vasto lavoro, noto come “Spiegazione dei sei chakra”, fu completato nel 1577. In una versione precedente di questo post, ho descritto il sistema dei sette chakra come “di tarda origine e in un certo senso atipico”. Ma dopo qualche giorno mi sono accorto che era un errore: una versione più semplice di questo sistema è riscontrabile in un testo postscritturale del 13esimo secolo, chiamato Śāradā-tilaka (‘Sarasvatī’s Ornament’). Molti yogi, tuttavia (sia indiani che occidentali) conoscono il sistema dei 7 chakra solo grazie all’opera di Purnananda, o piuttosto grazie alla sua traduzione – un po’ confusa e incoerente – autografata da John Woodroffe nel 1918. Il testo è tuttavia di grande importanza per molte tradizioni in India, al giorno d’oggi. Lo sarebbe stato, senza la traduzione di Woodroffe? Credo di no, perché nell’India moderna sono in pochi a leggere in scioltezza il sanscrito.

Ciò che importa, comunque, è il fatto che la tradizione stessa considera i testi scritturali infallibili e gli autori fallibili, quindi è ironico che gli yogi moderni trattino il sistema dei 7 chakra di Purnananda come un metodo rivelato in modo trascendente. Personalmente ritengo che niente di scritto possa essere considerato infallibile, ma se volete riverire un testo yogico come una rivelazione divina, penso sia più logico farlo nei confronti di un testo che afferma di essere tale – come le scritture tantriche originali (composte prima del 1300). Naturalmente Purnananda basa la sua opera su fonti più antiche – ma questo non significa che le avesse comprese perfettamente (vedi al punto 6). Riassumendo il sistema dei sette chakra che conosciamo oggi si basa su una sommaria traduzione di una fonte non scritturale. Ciò non ne sminuisce il valore, ma problematizza la sua egemonia. Notate inoltre che il Buddismo Tantrico (tipico del Tibet) spesso preserva forme più antiche, e in quella tradizione il sistema dominante è quello dei cinque chakra. Maggiori riferimenti a questa tradizione sono disponibili nel mio libro, Tantra Illuminated.

  1. LO SCOPO DEL SISTEMA DEI CHAKRA è DI FUNZIONARE COME MODELLO PER IL NYĀSA

Se ci rivolgiamo agli autori originali, lo scopo principale di qualsiasi sistema di chakra è essere un modello per il nyāsa, ovvero l’installazione di mantra ed energie divine in punti specifici del corpo sottile. Quindi, sebbene milioni di persone oggi siano affascinate dai chakra, quasi nessuno li utilizza per il loro scopo originale. Non voglio dire che stiano sbagliando, ma desidero correggere l’informazione, per chi è interessato.

Le caratteristiche più interessanti del sistema chakra nella fonte originale sono due: 1) che i suoni mistici dell’alfabeto sanscrito sono distribuiti attraverso i petali di tutti i chakra di un dato sistema, e 2) che ogni chakra è associato ad una divinità Hindu. E questo perché il sistema dei chakra è, come ho detto, principalmente un modello per il nyāsa. Nel nyāsa, visualizziamo una sillaba mantrica in un’area specifica all’interno di un chakra specifico, all’interno del corpo energetico, intonandone silenziosamente il suono. Chiaramente, questa pratica è intrisa di uno specifico contesto culturale, in cui il Sanscrito è visto come un linguaggio dalle vibrazioni potentissime, in grado di formare una parte effettiva di una pratica mistica, il cui scopo è la liberazione spirituale o benefici mondani attraverso mezzi magici. Invocare l’immagine e l’energia di una specifica divinità all’interno di uno specifico chakra è decisamente legato ad una cultura. Se gli Yogi occidentali comprendessero il significato di ciascuna di queste divinità, la pratica potrebbe rivestire anche per loro un significato profondo, sebbene meno coinvolgente di quello esperibile da chi è cresciuto con queste divinità fortemente radicate nel contesto sociale e nel suo subconscio. Le divinità causali (karana-devatās) sono largamente presenti in qualsiasi sistema di chakra. Sono divinità che formano una sequenza fissa. Dal chakra più basso al più alto, esse sono Indra, Brahmā, Vishnu, Rudra, Īśvara, Sadāśiva, and Bhairava, anche se la prima e l’ultima divinità spesso non appaiono, a seconda del numero di chakra del sistema analizzato. L’ultima divinità causale non è mai l’ultima divinità di quel sistema, poiché quella divinità risiede nel sahasrāra, sulla o al di sopra della corona della testa (che tecnicamente non è un chakra, poiché i chakra per definizione vengono perforati dalla Kuṇḍalinī ascendente, e sahasrāra ne è la destinazione). Quindi, Bhairava (la forma più esoterica di Shiva) è inclusa nella lista delle divinità causali solo quando è trascesa dalla Dea.

  1. i bija mantra comunemente associati ai chakra sono in realtà collegati agli elementi da essi contenuti. 

Questo è più semplice di come sembra. Vi è stato detto che il mantra di una sillaba (il cosiddetto bija mantra) di mūlādhāra chakra è LAM. Non è così. Non secondo alcuna fonte sanscrita, e tantomeno Purnananda ne ha mai parlato. E vale anche per gli altri bija mantra. Semplice: LAM è il bija mantra dell’elemento Terra, che nella maggior parte delle pratiche di visualizzazione è sito in mūlādhāra. VAM è il bija mantra dell’elemento acqua, sito in svadhistana (ovviamente nel sistema dei sette chakra con cui abbiamo familiarità). E così via: RAM è l’elemento Fuoco, YAM Aria, HAM Etere.

Quindi il punto focale è che i mantra fondamentali associati ai primi cinque chakra su qualsiasi sito di yoga in realtà non appartengono a questi chakra, ma ai cinque elementi siti nei chakra. E’ importante comprendere questo punto, se si desidera portare uno qualsiasi di questi elementi in un’altra area. Sì, lo potete fare. Non vi siete mai chiesti che effetto possa avere continuare a portare l’elemento Aria nel centro energetico del cuore? (Ricordate: YAM è il mantra dell’elemento Aria, non di anāhata chakra). Vi siete forse accorti che gli yogi moderni hanno spesso relazioni sentimentali instabili? Che ci sia una correlazione con la continua invocazione dell’elemento Aria a livello del cuore? Forse è il caso di portare un po’ di Terra in questo chakra, perché la stabilità può solo fargli del bene. In questo caso, sarà meglio sapere che LAM è il mantra dell’elemento Terra, e non di mūlādhāra-chakra. (Notate che tradizionalmente, sebbene gli elementi possano essere portati in diverse parti del corpo, non possono cambiare la loro sequenza prestabilita. Ovvero, possono andare su o giù a seconda di una data pratica, ma la Terra è sempre l’elemento più basso, seguito dall’Acqua, etc.). Inoltre, alcune delle figure geometriche associate ai chakra oggi appartengono in realtà agli elementi sopra citati. La Terra è tradizionalmente rappresentata da un quadrato giallo, l’Acqua da una mezzaluna argentea, il Fuoco da un triangolo rosso con la punta rivolta in basso, l’Aria da un esagramma o da una stella a sei punte, e l’Etere da un cerchio. Quindi, quando vedete queste figure iscritte nelle illustrazioni dei chakra, sappiate che esse rappresentano in realtà gli Elementi, e non una geometria inerente al chakra stesso.

E questo mi porta all’ultimo punto di discussione. Anche una fonte sanscrita può essere confusa. Per esempio, nel testo del 16esimo secolo di Purnananda, si trova la base del modello dei chakra più popolare, in cui i cinque elementi sono situati nei primi cinque chakra del sistema a sette chakra. Ma non funziona proprio così, perché in tutti i sistemi classici, l’Etere è sito sulla corona della testa, poiché è lì che lo Yogi esperisce l’espansione verso l’infinito. L’Etere è l’elemento che si fonde con l’infinito, e deve quindi trovarsi alla corona.

Insomma, ho appena scalfito la superficie di questo argomento. Sul serio. E’ davvero un tema complesso, come potete vedere da soli consultando la letteratura accademica al riguardo, come le opere di Dory Heilijgers-Seelen o di Gudrun Bühnemann. Ci vuole immensa pazienza per leggere simili opere, figuriamoci per produrle. Ecco insomma la morale di questo post: un po’ di umiltà. Lanciamoci un po’ meno in dichiarazioni autoritarie quando trattiamo di materie esoteriche. Non sbandieriamo concetti incerti sui chakra durante le nostre lezioni di yoga. Io, dopo 12 anni di studio del sanscrito, mi sento ancora umilissimo davanti alla complessità delle fonti originali. Ci troviamo ancora in territori vastamente inesplorati. Perciò, quando parlate di chakra, non affermate di sapere tutto. Spiegate ai vostri studenti che tutti i libri sui chakra presentano, per la maggior parte, un solo modello. Nessun testo in inglese ha realmente autorità in materia di yoga. Quindi perché non cerchiamo di essere più morbidi sulle nozioni che abbiamo appreso, ricordandoci che stiamo ancora imparando? Ammettiamo che ancora non comprendiamo appieno queste antiche pratiche yogiche: e invece di cercare di essere un’autorità nella loro versione super semplificata, invitiamo noi stessi e i nostri studenti a guardare con attenzione, onestà, chiarezza e umiltà la nostra personale esperienza.”

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Lo Yoga del cibo: parla Simon Borg Olivier

Ci sono maestri che in un semplice post su facebook sono in grado di offrire informazioni preziose. E’ un privilegio di pochi, ma quando ci si chiama Simon Borg Olivier, il fatto che un semplice post possa essere spunto di riflessione diventa la normalità.

Ho già intervistato Simon su queste pagine per parlare di Yoga e infortuni, e il suo messaggio sull’alimentazione mi ha fatto riflettere su come il cibo stesso possa essere un incredibile supporto alla pratica (oltre che, naturalmente, ad una vita felice). I suoi consigli fanno parte di un seminario a cui è possibile partecipare di persona, o acquistabile online (vedi link in calce all’articolo). A questo proposito, devo dire che i corsi online di Simon sono davvero eccezionali, e mi hanno fatto ricredere sul valore delle lezioni impartite via internet. Sto in questo momento partecipando al suo corso in Yoga Therapy, uno dei tanti interessantissimi corsi che Simon propone sul suo sito, e posso anticiparvi che, oltre ad essere estremamente dettagliato, frequentarlo è piacevolissimo. Il corso prevede ovviamente anche testi che possono essere scaricati, ed un esame finale. La collaborazione di Simon con un istituto universitario rende i contenuti incredibilmente ricchi di informazioni testate nei suoi lunghi anni di esperienza. Ma vi darò maggiori dettagli una volta terminato il corso!

Nel frattempo, torniamo all’argomento cibo. Sarà capitato a tutti voi, soprattutto se praticate da tempo, di notare in che modo l’alimentazione influenzi la nostra pratica. Anzi, proprio notando come determinati alimenti influenzino i nostri movimenti sul tappetino, a qualcuno sarà suonata una piccola sveglia interiore: “ehi, ma se mangiare troppo/male rende la mia pratica più difficile, ora mi spiego come mai mangiare troppo/male influenza la mia energia in tutti gli ambiti del quotidiano…”

E’ davvero così. Non è compito di un insegnante di yoga offrire consigli nutrizionali ai propri studenti, e come sempre se ci si trova in condizioni di salute particolari è importante rivolgersi ad un nutrizionista esperto. Nemmeno è corretto imporre a tutti una dieta vegetariana o vegana, sebbene ormai sia scientificamente provato come questo tipo di alimentazione, oltre ad avere un immenso valore etico, combatta i mali più gravi che affliggono l’umanità. Tuttavia, i consigli di Simon sono di estremo buon senso e soprattutto offrono spunti praticabili a tutti, vegetariani, vegani e non. Eccoli tradotti per voi.

“La mia dieta è semplice: mangio quello che voglio, quando voglio, e quanto voglio. Ma poiché controllo la mia postura, il mio modo di muovermi e di respirare, gli alimenti di cui mi nutro principalmente sono frutta, insalate e vegetali.

Nel seminario di tre ore che terrò a Sydney il 27 maggio 2017, spiegherò in termini semplici:
* Che ciò che mangiamo influenza direttamente come respiriamo
* Che se impariamo a respirare meno del normale (attraverso il pranayama), ci sarà più facile mangiare meno del normale
* Che la sola dieta scientificamente testata in grado di aumentare l’aspettativa di vita è quella che prevede una riduzione calorica, quindi “mangiare meno”
* Che mangiare meno significa ingerire un volume o una concentrazione inferiore di cibi
* Mangiare meno è possibile solo quando eliminiamo dal cibo valenze negative legate a stati psicologici ed emotivi, e questo è possibile con semplici tecniche yogiche.
* Che bilanciare la nostra dieta con esercizi di respirazione migliora la circolazione, aumenta la mobilità e l’energia, aiuta a calmare i nervi, riduce l’asma e l’artrite, migliora la concentrazione e aiuta a pensare più chiaramente
* Che i pericoli di ingerire molti dei cibi più comuni vanno di pari passo con i benefici del nutrirsi di cibi relativamente poco noti, e che esistono metodi di cottura dimenticati eppure molto salutari
* Che rendere la propria dieta più alcalina (quindi mangiare più frutta e verdura) migliora la nostra respirazione (aiutandoci a respirare meno, come fanno gli atleti) e la nostra capacità di praticare, rilassarci e meditare.

Ed ecco alcuni dei miei consigli nutrizionali:
* Prima di soddisfare il vostro appetito con cibi soliti, saziatevi con liquidi salutari.

* Aspettate di essere affamati prima di fare colazione, anche se questo significa fare colazione alle 6 del pomeriggio.

* Arricchite la vostra dieta di fibre, per consentire un buon movimento intestinale quotidiano.

* Includete nella vostra alimentazione i “superfood”, come grano organico, alghe, bacche di goji e acai.

* Includere alghe nella vostra dieta garantisce un livello di iodio necessario a combattere le radiazioni.

* Respirate principalmente nel vostro addome e muovete la vostra schiena sia nelle vostre azioni quotidiane che quando praticate, per migliorare le capacità di digerire e assorbire il cibo.

* Ingerite meno calorie per vivere più a lungo.

* Respirate meno, vi aiuterà a sentire meno la fame.

* Cucinate semplicemente, limitando i passaggi necessari alla preparazione del cibo.

* Create una salsa “cruda”, con avocado, pomodori, erbe aromatiche e sale grosso, con cui condire le vostre verdure.

*** Ammorbidite in acqua e utilizzate noci, semi, germogli e chicchi per favorire la digestione e assorbirne tutti i nutrienti.

* Includete cibi altamente fermentati come sauerkraut, kim chi, kefir e tempeh.

* Evitate qualsiasi cibo prodotto industrialmente e tutti gli alimenti che vi provocano fastidio.

* Mangiate frutta fresca e matura (idealmente organica e prodotta localmente) tutti i giorni, perché contiene vitamine, minerali, enzimi e le fibre necessarie alla salute intestinale.

* Tirate l’insalata fuori dal frigo un po’ prima di mangiarla, e d’inverno lasciatela anche riposare in acqua tiepida o calda per qualche minuto, in modo che il cibo sia alla stessa temperatura del corpo e sia più digeribile, evitando di raffreddarvi.

* Bevete un succo di verdure fresco al giorno, per assorbirne i nutrienti e idratarvi in modo appropriato.

* Preparate da soli il vostro latte di noci (le mandorle sono perfette) da usare con il caffè, il tè o i succedanei del caffè. Ammorbidite le mandorle in acqua per una notte, quindi sciacquatele, aggiungete acqua e con un blender manuale realizzate il vostro latte.

* Al posto dello zucchero o di dolcificanti industriali, usate la stevia. E non usate mai l’aspartame.

* Preparate frullati contenenti verdure a foglia verde, che forniscono energia ed hanno un potere ringiovanente.”

Simon Borg Olivier

Simon Borg Olivier

Il seminario annuale di 3 ore spiegherà come rovesciare miti e fraintendimenti comuni su nutrizione, dieta ed esercizio fisico. Simon spiegherà come gli yogi riescano a saziarsi con quantità di cibo inferiori, riducendo la sensazione di fame e il desiderio di cibi dannosi, allungando la propria aspettativa di vita e migliorando la propria salute.
E’ un seminario adatto a praticanti e insegnanti, e a chiunque sia interessato a vivere una vita più lunga e più felice.
Potete prenotare il seminario di Simon cliccando qui: https://goo.gl/F6Oxgj

O potete acquistare la versione online: https://goo.gl/M2GcFG

Il seminario fa parte di un corso più completo in anatomia applicata e fisiologia dello yoga, disponibile su: www.yogasynergy.com

Traduzione e commenti di Francesca d’Errico

Praticare in Italia: Ashtanga Yoga Napoli, la tradizione sotto il Vesuvio

Prosegue il mio personale giro d’Italia nello Yoga con una città a cui sono particolarmente affezionata, perché la mia famiglia affonda le sue radici proprio lì: la meravigliosa Napoli, cuore appassionato del nostro Paese, città dall’anima ospitale e calda, dove la tradizione dell’Ashtanga è portata avanti con amore da Valerio Pandolfi e Cristiana Signorelli. Dall’austero mondo della giustizia (erano entrambi avvocati) sono arrivati allo Yoga guidati da maestri davvero eccezionali. Ecco la loro storia, e tutte le informazioni per raggiungerli e per partecipare a workshops davvero importanti, in calendario nei prossimi mesi.

Valerio Pandolfi e Cristiana Signorelli fotografati da Alessandro Sigismondi

FDE: Come nasce Ashtanga Yoga Napoli? Chi sono Valerio Pandolfi e Cristiana Signorelli, e come è nata la passione per lo Yoga e per il suo insegnamento?

VP: Mi sono avvicinato all’Ashtanga Yoga per curiosità, grazie al libro di David Swenson, ma la mia prima maestra in assoluto è stata Nancy Gilgoff. E’ bastata una sola classe nella sua shala a Maui, Hawaii, per decidere che avrei trascorso più tempo possibile in quel luogo, per apprendere da Nancy l’Ashtanga Yoga tradizionale, così come insegnatole, in maniera intima e personale, da Sri K Pattabhi Jois all’inizio degli anni Settanta. Dopo un primo periodo di due mesi, ho continuato, anno dopo anno, a recarmi alle Hawaii per lunghi cicli di studio con Nancy. Intanto, stanco del lavoro di avvocato, che stava assorbendo gran parte delle mie energie, non perdevo occasione per seguire, in Italia ed Europa, workshops e corsi di formazione per insegnanti, soprattutto con David Swenson e Manju Pattabhi Jois, figlio primogenito di Sri K Pattabhi Jois, il padre dell’Ashtanga Yoga. Non avevo intenzione di insegnare, volevo semplicemente ricaricarmi, perfezionare la tecnica ed apprendere l’arte dello Yoga da questi grandi Maestri. Un incidente in moto ha rischiato di interrompere bruscamente il mio percorso. A causa di una seria ernia cervicale, tutto il lato sinistro del corpo si era indebolito. Giunto al punto di non riuscire a reggere un bicchiere d’acqua, decisi di tornare da Nancy, alle Hawaii e dedicarmi completamente all’Ashtanga Yoga Therapy. Sapevo che lo Yoga si sarebbe preso cura di me. Avrei rincontrato anche Manju Jois, che sarebbe rimasto a Maui per un lungo periodo. Un giorno, durante il suo workshop, in una shala gremita di yogi esperti ed entusiasti, mi sono ritrovato “mat to mat” accanto a David Williams, l’uomo che, insieme a Nancy Gilgoff, ha presentato Sri K Pattabhi Jois e suo figlio Manju all’Occidente, negli anni Settanta. David Williams, venuto a salutare Manju, ha praticato insieme a noi e dopo la pratica ci siamo conosciuti e gli ho parlato del mio problema al collo. David mi ha invitato a nuotare con lui quello stesso pomeriggio, per mostrarmi alcuni movimenti in acqua che, accompagnati dalla pratica yoga quotidiana, mi avrebbero dato enorme sollievo. Abbiamo passato il pomeriggio insieme ed il feeling è stato immediato. Così, ho trascorso i successivi sei mesi studiando con Nancy di mattina e con David di pomeriggio: un’autentica full immersion! In quei mesi, David Williams mi ha insegnato il Pranayama, completo e tradizionale, così come insegnatogli da Sri K Pattabhi Jois nel 1973. Il Pranayama è diventato subito parte integrante della mia pratica quotidiana e sarò sempre grato a David per questo dono. Al termine di quella esperienza, ero guarito. A dire il vero, non mi ero mai sentito così bene e decisi di dedicarmi a tempo pieno alla condivisione di quanto appreso, con la benedizione di Nancy Gilgoff, David Williams e Manju Pattabhi Jois. Lo stesso Manju, dopo anni di studio e verificata la serietà delle mie intenzioni, mi ha autorizzato ufficialmente ad insegnare la Prima Serie e la Serie Intermedia dell’Ashtanga Yoga, nel rispetto del metodo di suo padre.

Ashtanga Yoga Napoli nasce dall’intreccio di questa storia con quella della mia compagna, Cristiana Signorelli.

CS: Pratico yoga da circa vent’anni. Mi resi conto che lo sport eccessivo, praticato fino ad allora, mi logorava il corpo e non mi calmava la mente. Approcciai diversi tipi di Yoga, ma nessuno, come l’Ashtanga, mi ha dato l’equilibrio e la consapevolezza di me stessa. Ho cambiato molti insegnanti di asana, ma i veri Maestri li ho incontrati alle Hawaii, dopo quindici anni di pratica: Nancy Gilgoff e David Williams. Sono stati loro a farmi davvero comprendere la magia dell’Ashtanga Yoga. Anche io facevo l’avvocato, ma per passione insegno ormai da quindici anni e mi gratifica sapere che alcuni dei miei ex alunni sono ora dediti all’insegnamento.

Ashtanga Yoga Napoli nasce dal desiderio di contribuire, nel nostro piccolo, a mantenere in vita gli insegnamenti di Krishnamacharya e Sri K Pattabhi Jois. Da cinquemila anni, l’Ashtanga Yoga ha dimostrato la sua efficacia e per questo motivo riteniamo essenziale restare fedeli alla tradizione e divulgare il metodo che ha portato enormi benefici alla nostra vita.

FDE: Avete studiato a lungo con Manju Jois, Nancy Gilgoff e David Williams. Ospiterete Nancy e David a breve. Cosa vi hanno trasmesso questi tre insegnanti? Il primo, figlio di Sri K. Pattabhi Jois; la seconda, una tra le prime occidentali ad incontrare Guruji nel lontano 1973…, il terzo, quasi una leggenda vivente…

VP: Manju Jois è una persona straordinaria: semplice, umile e sempre disponibile, ci ha trasmesso la leggerezza e la gioia della pratica. Inoltre, il suo immenso bagaglio gli consente di dispensare asana, come medicine, per ogni tipo di patologia, così come insegnatogli dal padre. Nancy Gilgoff ci ha trasmesso la tecnica, la disciplina e l’integrità dell’Ashtanga, oltre all’importanza della concentrazione, durante  tutta la pratica, sul flusso energetico. Il motto di David Williams è “if it hurts, you’re doing it wrong”. Lo Yoga serve ad aumentare il prana, l’energia vitale e niente riduce il prana più del dolore. Nel momento in cui inizia il dolore, finisce lo Yoga.

FDE: Napoli è una città piena di contraddizioni, anche frenetica e caotica. Qual è il profilo del praticante del vostro centro? E quale approccio suggerite a chi si avvicina allo Yoga per la prima volta?

CS: I Napoletani hanno un’energia vulcanica, che in molti casi non sanno incanalare: noi gli insegniamo a farlo attraverso il respiro, che li aiuta a riconnettersi con la loro parte più intima. Non smettiamo mai di ricordare, ai nostri allievi, l’importanza del respiro. La mente viaggia alla stessa velocità del respiro. Se il respiro si calma, la mente si calma ed il corpo si scioglie. Come ripeteva spesso Sri K Pattabhi Jois: “Body is not stiff, mind is stiff”.

FDE: Quale lettura Yogica ritenete indispensabile per il praticante moderno? E qual è il vostro insegnante di riferimento, oggi?

CS e VP: Il testo che consigliamo è “Pranayama, la dinamica del respiro” di Andre Van Lysebeth. I maestri di riferimento, con i quali continueremo a studiare, sono Manju Pattabhi Jois, Nancy Gilgoff, David Williams. Stimiamo molto anche David Swenson, altro grandissimo Maestro e fonte di grande ispirazione.

FDE: Quali sono o prossimi eventi organizzati da Ashtanga Yoga Napoli?

CS e VP: Il 19 e 20 luglio, David Williams, per la prima volta a Napoli, sarà con noi per un workshop di due giorni. Il 12-15  ottobre, dopo la bella esperienza dello scorso anno, Nancy Gilgoff tornerà a trovarci a Napoli per un Practitioners Clinic di quattro giorni per sole venti persone. L’11 e 12 novembre sarà la volta di Manju Pattabhi Jois.

Per info ed iscrizioni: http://www.ashtangayoganapoli.it/workshop/

Sito web: www.ashtangayoganapoli.it

Valerio insieme ai suoi tre maestri: da sinistra, David Williams, Valerio, Manju Jois e Nancy Gilgoff

Yoga Alliance: quali standard per gli insegnanti?

Esiste uno standard per l’insegnamento dello Yoga?

Chi insegna all’insegnante? Un quesito non da poco quando parliamo di Yoga. Tempo fa, rispondendo alla mail di un neofita che mi chiedeva come scegliere un insegnante di Yoga, feci un paragone. “Se dovessi scegliere un medico, sceglieresti un medico con esperienza decennale, che ha frequentato un lungo corso universitario e fatto un lungo tirocinio, o un medico che si è diplomato con un corso lampo di 200 ore?”. Il principiante afferrò al volo il concetto. Quando parliamo di Yoga, mettiamo nelle mani dell’insegnante non solo il nostro apparato muscolo-scheletrico, ma anche i nostri organi interni, la nostra mente, il nostro corpo energetico. Se parliamo di Yoga autentico, stiamo entrando in una materia vastissima, che un corso di 200 ore può a malapena scalfire. Ho già scritto su queste pagine molte volte quanto consideri seria la scelta di insegnare Yoga, e come sia necessario riconsiderare il sistema che forma gli insegnanti, ricordando anche, ad esempio, il valore dell’apprendistato, lavorando come assistente di un insegnante più esperto, come nel modello indiano antico. Ma più di tutto al momento mi sembra che la questione fondamentale riguardi proprio l’organismo internazionale che in qualche modo pone il “sigillo di qualità” sui nuovi insegnanti: la Yoga Alliance. Quasi tutti noi insegnanti siamo certificati anche o solamente con questo ente, anche se alcune scuole importanti, come Jivamukti Yoga, non ne riconoscono l’autorità. La Yoga Alliance è stata la prima organizzazione a intravedere la necessità di creare degli standard qualitativi, ma se l’intenzione era buona, lo stato attuale riflette effettivamente questa mission? Ho letto qualche giorno fa l’articolo di James Brown, titolare di American Yoga School e autore di un popolare blog. Le questioni da lui affrontate già tre anni fa, mi sono sembrate quanto mai attuali, e ve le ripropongo oggi. In Italia forse non siamo ancora arrivati a problemi di questa portata, ma una riflessione mi sembra dovuta. Buona lettura!

– La Yoga Alliance sta rovinando lo Yoga? (di James Brown) –

“Quando ho iniziato a praticare yoga non avrei mai pensato che sarebbe diventata una disciplina così popolare. E neanche avrei mai immaginato che la maggior parte delle lezioni di yoga sarebbe diventata una serie di esercizi rischiosi condotti da insegnanti con una preparazione minima, al ritmo di accattivanti colonne sonore.

E sebbene sia comunque un bene muoversi in modo intelligente attraverso una sequenza vinyasa, se lo facciamo senza alcuna base stiamo semplicemente nutrendo la nevrosi della nostra cultura: cavalcare l’ultimo trend.

La pratica dello yoga produce benefici profondi, ma anche molti infortuni: come dimostra uno studio del New York Times condotto dal vincitore del Premio Pulitzer William Broad, e riportato nel suo libro, The Science of Yoga, “Un numero crescente di prove scientifiche sostiene il fatto che, per molti, un buon numero di posizioni yoga insegnate comunemente oggi hanno un alto fattore di rischio. I problemi variano da infortuni leggeri a disabilità permanenti. Ricerche condotte dalla Commissione dei Consumatori dimostrano che, in America, il numero di interventi di pronto soccorso causati dallo yoga è in rapida crescita”.

Mi fa piacere che l’opinione pubblica si sia svegliata grazie alle pagine del New York Times, ma personalmente non avevo bisogno di leggere i dati di Broad per avere consapevolezza del problema. Ne sento parlare ormai da anni: e recentemente a Washington un principiante mi ha confidato di essere caduto dalla sua prima inversione perché l’unica istruzione che aveva ricevuto a lezione era stata: “se volete entrare in sirsasana, avete a disposizione qualche minuto a partire da ora”. Si era guardato attorno nella sala e aveva cercato di imitare gli altri praticanti. Una volta entrato in posizione, aveva sentito una forte fitta al collo. Per fortuna, il danno si era tradotto solo in qualche giorno di torcicollo, ma l’incidente avrebbe potuto essere molto più serio. Sirsasana e le inversioni in generale possono essere posizioni di grande beneficio, ma sono anche tremendamente rischiose. E difficili da insegnare bene.  Per essere in grado di farlo, sono necessari anni di pratica e molto studio. Ma “fate un’inversione se volete” è spesso l’unica istruzione che viene data oggi in una lezione.

Ma non sono solo le inversioni a richiedere istruzioni precise da parte di un insegnante. I nostri studenti, per la maggior parte, sono persone che vivono sedute a una scrivania quasi tutto il giorno, e che raramente sollevano qualcosa di più pesante di un iPad. Poi si lanciano in una lezione di yoga dove, per un’ora o più, passano velocemente da una posizione all’altra, sollevando in modo poco comune un peso notevole su polsi, schiene e ginocchia. Ed è un peccato che queste posture, che possono davvero produrre grandi benefici a mente e corpo, finiscano per far male a queste articolazioni troppo deboli oltre che nutrire la nevrosi che ci spinge a cavalcare il nuovo trend – proprio la malattia da cui lo yoga dovrebbe liberarci.  Ognuna di queste posizioni, infatti, necessita di una comprensione che deriva da studi approfonditi e una lunga pratica personale.

Broad scrive: “L’esplosiva popolarità dello Yoga — il numero di Americani praticanti è salito a 4 milioni nel 2001 a 20 milioni nel 2011 – si traduce oggi nell’esistenza di moltissimi centri in cui gli insegnanti non hanno la profonda preparazione necessaria a capire quando uno studente è a rischio di infortunio”.

In una tipica lezione di vinyasa oggi le istruzioni sono al minimo. Spesso a condurre troviamo un insegnante carismatico che ha composto una compilation trascinante. Un simile evento non rappresenta in alcun modo il vasto potenziale dello yoga, ma è una imbarazzante parata che assomiglia in modo molto vago a qualcosa di simile allo yoga visto sulle pagine di un libro. Non è però colpa dell’insegnante. L’insegnante fa semplicemente ciò che gli è stato insegnato.

Quasi tutti questi nuovi insegnanti di yoga sono stati formati secondo lo standard minimo riconosciuto universalmente da chi poi li assume. Come mai allora non sono in grado di insegnare una pratica autentica e sicura? Il problema giace proprio all’interno dell’organizzazione che stabilisce gli standard per la preparazione degli insegnanti. Ovvero la Yoga Alliance, l’albo più vasto al mondo per insegnanti e scuole di yoga.

Fin dal 1999, gli standard minimi dei corsi per insegnanti sono stati siglati dalla Yoga Alliance. A quanto dice Pam Weber, che è stata Direttore dell’Ente, la Yoga Alliance riconosce 40.000 insegnanti e 3000 scuole di yoga accreditate secondo i loro standard. In assoluto, l’organizzazione più grande del settore in tutto il mondo. Agli occhi del neofita, sembrerebbe proprio il massimo: ma la verità è ben lontana. E i risultati si vedono in numero di infortuni, o studenti che si allontanano dallo yoga con grande delusione.

Chi si avvicina allo yoga e la maggior parte dei manager dei centri fitness che assumono insegnanti di yoga, hanno qualcosa in comune: non praticano yoga. Perciò, quando vedono che un insegnante di yoga ha lo stampo di approvazione della Yoga Alliance, sapendo che la Yoga Alliance è l’albo più vasto a livello mondiale per insegnanti e scuole di yoga, si aspettano che l’educazione ricevuta dall’insegnante sia stata rigorosa. Sarebbe scioccati se sapessero che la Yoga Alliance non richiede un curriculum specifico per l’insegnamento, né un esame reale delle tecniche acquisite dall’insegnante. Mai. E non c’è nemmeno l’intenzione di provvedere a questa mancanza. Anzi, la Yoga Alliance continua ad incoraggiare una formazione aspecifica e priva di verifiche oggettive.

Invece che proporre un programma di studi a chi forma gli insegnanti, la Yoga Alliance si limita a richiedere che gli studenti si applichino per un certo numero di ore su cinque aree di studio, senza specificare in che modo queste ore vengano impiegate. Come viene spiegato sul loro  website, la formazione da 200 ore (quella che caratterizza l’85% degli insegnanti “sul mercato”), comprende 100 ore di pratica, 25 ore di metodologia dell’insegnamento, 20 ore di anatomia, 30 ore di filosofia e etica, e 10 ore di pratica dell’insegnamento. Ma il contenuto di queste ore e di queste aree di studio è lasciato al libero arbitrio della singola scuola. Come spiega la Weber: “Come potremmo monitorare popolazioni così diverse? I nostri standard si concentrano sulle categorie di formazione e sul numero di ore per categoria. Ma non ne approfondiamo il contenuto”.
E, in risposta alla continua espansione dello Yoga, con la conseguente crescita delle organizzazioni affiliate, la Yoga Alliance ha rivisto il processo di applicazione ma non ha fornito ulteriori dettagli su cosa sia necessario insegnare. La Weber continua: “Abbiamo cambiato le richieste relative all’applicazione, ma non gli standard”.

E perché no? In pratica, la Weber risponde che “al momento questa non è la nostra priorità”. Afferma che stanno lavorando sulla trasparenza e sulla coerenza, e “sulla creazione di un sistema di credenziali a graduatoria”.

Invece di creare standard sui contenuti che caratterizzano le scuole affiliate, la Yoga Alliance sta introducendo una sorta di “affiliazione sociale”. Sul loro sito spiegano: “I post graduati forniscono una graduatoria e commenti relativi alla loro esperienza, visibili sul nostro registro pubblico”. “Diamo ad insegnanti e scuole la possibilità di creare gli standard, senza imporli”, spiega la Weber: “la graduatoria ‘social’ è la nostra soluzione alla ricerca di un maggior rigore”.

Questa sarebbe quindi la risposta della Yoga Alliance al disastro che è stato fatto ai danni dello Yoga negli ultimi anni. Un’enorme delusione per insegnanti come me, che hanno assistito ad un declino incredibile della qualità delle lezioni negli ultimi 20 anni. La graduatoria social non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò di cui ci sarebbe bisogno (n.d.t.: senza contare che commenti e graduatorie senza alcuna mediazione non hanno alcuna rilevanza qualitativa…).

Ciò di cui ci sarebbe bisogno è un lungo elenco di obiettivi specifici da raggiungere all’interno di un corso per insegnanti, come avviene per qualsiasi altro corso di studi. Poiché lo yoga può essere praticato secondo metodi diversi con enfasi su aspetti diversi, è indubbio che la creazione di simili standard, rigorosi e responsabili, sia un lavoraccio. Eppure esistono associazioni di rilievo che sono riuscite a farlo, come la International Association of Yoga Therapists. Questo ente ha rivelato nel 2012 i propri “Educational Standards for the Training of Yoga Therapists“, in 19 pagine che coprono, in dovizia di dettagli, i requisiti di formazione per ottenere la loro approvazione, nonché l’esame da sostenere per i terapisti che vogliono apparire sul loro albo.

Per quanto sia un compito difficile, con 40.000 insegnanti che ogni anno pagano la loro quota associativa, possibile che la Yoga Alliance non riesca ad arrivarci? Lo yoga è esploso, e così i loro proventi. Secondo i dati pubblicati sul loro stesso sito, il loro giro d’affari è cresciuto del 500% dal 2005 al 2012, e il loro attivo è aumentato del 1000% nello stesso periodo.

Eppure questi incredibili risultati non hanno spinto l’associazione a migliorare i propri standard curriculari. La Weber dichiara: “Sappiamo che in molti dubitano che 200 ore siano sufficienti a preparare all’insegnamento. Tuttavia, questo punto non è al momento in cima ai nostri pensieri per quest’anno. In tutta onestà, gli standard qualitativi per la certificazione non sono stati revisionati. Ce ne occuperemo il prossimo anno.” (n.d.t.: l’intervista è stata rilasciata nel settembre 2013, siamo quasi a maggio del 2017).

James Brown, titolare di American Yoga School

Ci sono molti bravi insegnanti al mondo. Ma sono bravi nonostante la Yoga Alliance, e non grazie ad essa. Sono insegnanti che si mettono in discussione e autonomamente decidono di andare oltre i minimi requisiti richiesti dalla Yoga Alliance. Abbiamo bisogno di un ente che veramente assicuri che tutti gli insegnanti di yoga sul mercato siano competenti e preparati. La Yoga Alliance sta forse cercando onestamente di migliorare, per ora ha fatto poco, ma non è troppo tardi. Se vogliamo che il cambiamento avvenga, tocca anche a noi farci sentire e dichiarare che non siamo d’accordo”.

James Brown

Traduzione e commenti: Francesca d’Errico

Tradizione contro innovazione, o tradizione innovativa?

Andrew Eppler e Sri K. Pattabhi Jois. Tradizione e innovazione. Sono due concetti che si elidono a vicenda, e che produrranno sempre conflitti e dibattiti? O possono coesistere pacificamente? In questo post Andrew Eppler spiega come e perché questi due concetti possono collaborare in modo produttivo.

Tradizione e innovazione: due concetti in lotta, o una possibile armonia? Traduco oggi il post pubblicato da Andrew Eppler e Sabine Nunius di Ashtangayogainfo, non solo insegnanti di Yoga ma anime del progetto documentaristico Mysore Yoga Traditions, che si prefigge di fare luce sulla lunga tradizione yogica di Mysore, al di là della sola pratica fisica. Il loro articolo mi sembra di grande interesse proprio in un momento storico in cui molti praticanti si sentono confusi davanti alla pratica “tradizionale”. A volte sentiamo il bisogno di “rompere le righe”, ma abbiamo paura di sbagliare. Quando il cambiamento può essere positivo, e soprattutto, è giusto “innovare” la tradizione? Ancora una volta grazie ad Anthony Grim Hall per aver portato questo post alla mia (e vostra) attenzione.

Tradizione – la base della nostra pratica

Se affrontiamo la questione “tradizione vs innovazione” – o piuttosto, tradizione “e” innovazione – dobbiamo innanzi tutto parlare di tradizione. E questo ci porta, per quanto possa sembrare banale, alla domanda: “Cosa intendiamo per tradizione? E qual è la definizione di una ‘tradizione yogica’? Per tradizione, intendiamo solo una sequenza di posizioni, possibilmente databile nella notte dei tempi? E dobbiamo giudicare la validità di una tradizione semplicemente basandoci sull’età di questa particolare sequenza?

Personalmente ritengo che una tradizione yogica non si componga solo di posizioni. Molti di noi hanno iniziato a praticare grazie agli asana, quindi è normale che questo sia l’argomento che per primo cattura la nostra attenzione. Tutti noi tendiamo a interessarci alle cose che catturano la nostra attenzione, e che confermano ciò che già conosciamo. Ai miei occhi, questo è anche un fenomeno caratteristico delle culture occidentali: l’idea occidentale dello yoga tende a focalizzarsi sulle sequenze di posizioni e sulla loro origine temporale. Cerchiamo di stabilire cosa sia più autentico, determinandone l’età.

Per contro, c’è una tradizione yogica molto forte a Mysore e in molte altre parti dell’India, che differisce notevolmente dall’approccio occidentale. Questa tradizione non si concentra sulla pratica delle posizioni, come potremmo essere portati a credere. Tuttavia, è una tradizione bellissima e vivace.

Mi concentrerò sullo yoga che è arrivato a noi da Mysore. Le statistiche ci rivelano che la metà di tutti gli stili praticati oggi nel mondo sono stati influenzati direttamente da Sri Tirumalai Krishnamacharya e dai suoi discepoli. Gli anni più importanti per Sri Krishnamacharya furono i 25 anni che trascorse insegnando a Mysore, a cavallo tra gli anni ’30 e ’50. Quindi quale tradizione yogica appartiene a Mysore? Se guardiamo oltre gli asana, e entriamo in una gamma più vasta di pratiche e filosofie nella comunità di Mysore, notiamo che questa città vanta una tradizione yogica molto antica.

La tradizione di Mysore: oltre gli asana

Il Maharaja di Mysore, dal 1894 fino al 1940: Krishnaraja Wadiyar IV

Le tradizioni yogiche indiane non sono mai state legate solo agli asana. A Mysore possiamo trovare una cultura spirituale che copre esercizi respiratori, concentrazione, meditazione, canti, devozione: ed è una cultura almeno millenaria, tracciabile fino al tempo di Ramanuja. Quando il Re di Mysore convinse Krishnamacharya ad insegnare proprio nella sua città, il Sanskrit College era una realtà già molto conosciuta, con una biblioteca immensa dedicata alla filosofia indiana. Lo Yoga è una delle sei principali filosofie indiane, ed è sempre stata presente a Mysore.

Krishnamacharya apprese l’Ashtanga Vinyasa Yoga in Nepal, o come dicono alcuni in Tibet, e mise una forte enfasi sugli asana e sull’hatha yoga. Era un grande studioso, e le sue argomentazioni a favore della pratica degli asana convinsero la comunità intellettuale di Mysore. Sappiamo che Krishnamacharya portò con sé nuove tecniche e nuove idee, ma sappiamo anche che a Mysore lo yoga era già praticato, in senso più vasto, come filosofia.

Tutte le pratiche posturali dello yoga, prima di Krishnamacharya, erano solitamente un fatto molto privato, quasi segreto. Alcuni dei più anziani eruditi di Mysore affermano di avere appreso gli asana con il conteggio dei respiri, e i Saluti al Sole dalle loro famiglie, che praticavano yoga da generazioni, ben prima che si fossero mai sentiti i nomi di Krishnamacharya e del Vinyasa. Lo Yoga è una forma d’arte molto integrata e non è veramente possibile affermare quanto sia antica, o da dove provenga. Per come la vedo io, l’Ashtanga Vinyasa Yoga è un sistema coerente, ben costruito, che deriva da una tradizione culturale molto innovativa. L’innovazione fa parte della tradizione! E questo Yoga “Mysoriano” è fortemente radicato nella cultura e nella filosofia indiane. I nomi degli asana parlano di saggi, divinità, animali e icone culturali che fanno parte della filosofia della comunità di Mysore. Tutto questo sembra evidenziare l’esistenza di una cultura ricca, bella e antica.

Le radici dello Yoga – oltre 5000 anni fa

E’ vero che lo Yoga è stato “inventato” più di 5000 anni fa? Personalmente, penso che questa affermazione sia più o meno autentica. Dipende da cosa intendiamo per Yoga. Danny Paradise dice per esempio che lo yoga è connesso a tutte le tradizioni shamaniche e indigene, e che è nato insieme all’umanità stessa. Io sono d’accordo. Probabilmente, ogni civiltà che è andata oltre lo stadio primitivo può vantare pratiche fisiche e psichiche affini allo yoga. Se parliamo di Yoga indiano, possiamo dire datare la sua origine a 5000 anni fa, o 4500 anni fa se vogliamo esprimere una stima più conservativa. Quando parliamo invece degli asana che pratichiamo ancora oggi, i primi riferimenti testuali sono nelle Upanishad minori e nei testi del Tantra. L’Hatha Yoga Pradipika (databile al 1500 AD) entra in maggiori dettagli. Ma se vogliamo discutere le esatte sequenze Ashtanga Vinyasa Yoga, possiamo affermare che furono sviluppate da by Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois. Parliamo quindi di un centinaio di anni, forse meno.

Sri K. Pattabhi Jois: l’Asthanga arriva in Occidente

Sri K. Pattabhi Jois fu certamente il maestro che trasmise l’Ashtanga Vinyasa Yoga all’Occidente. Con il suo inglese incerto, riuscì a creare enorme entusiasmo e devozione nei suoi discepoli. Lo ritengo un autentico genio creativo. Sistematizzò gli asana in modo da dar loro un senso, rendendoli memorizzabili e praticabili. Ad oggi, il suo modo di creare sequenze e il suo approccio hanno un’immensa influenza sulle forme di yoga praticate nel mondo. Il suo modo di insegnare ha fatto di alcuni praticanti delle autentiche icone, e ha realmente infuocato gli animi di intere folle. E con grande coerenza verso la sua cultura, come tutti i veri maestri indiani fanno Sri K. Pattabhi Jois ha dato il credito di tutti i suoi successi al suo insegnante e alla tradizione da cui derivava. Non ha mai fatto parola del suo personale contributo.

Ed è a questo punto che comincia la confusione. Pattabhi Jois insisteva nel dire che lo yoga è antico, che lui insegnava un buon metodo, e che i suoi studenti dovevano dedicarsi a quel metodo. Che c’è di male? Queste affermazioni esprimono umiltà e devozione, sono adorabili. Soprattutto sulla scena attuale dello yoga, dove tutti sembrano cercare in ogni modo di dare un tocco di novità. Appena qualcuno pensa di aver avuto una buona idea, immediatamente cerca il modo di brandizzarla, metterci il copyright e monetizzarla. Oggi abbiamo tutti i tipi di yoga possibili. Siamo così condizionati dall’aspetto materiale della pratica, che ci sta sfuggendo di vista il suo vero significato. Litighiamo sulle sequenze, che sono un aspetto molto moderno alla luce della storia dello yoga, e dimentichiamo di vedere la civiltà e la cultura che ce lo hanno consegnato.

Mai cambiato una virgola: perché gli insegnanti insistono così tanto sull’aver ricevuto una sequenza precisa dal loro maestro (e il loro maestro dal maestro precedente, e così via)?

Non lo fanno tutti gli insegnanti. Il mio maestro, Sri BNS Iyengar, che ha appena compiuto 90 anni, insegna una sequenza leggermente diversa dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Sa essere molto innovativo quando lavora con praticanti avanzati. Infatti, non esistono al mondo due insegnanti che trasmettano esattamente lo stesso metodo. Non importa quanto ci proviamo, è semplicemente impossibile. Penso che le sequenze fisse abbiano una buona ragione per esistere. Avere una struttura di base in comune è un’idea brillante, ed ha un impatto molto positivo sullo yoga, secondo me. Le sequenze fisse sono come le scale per un musicista. Chiunque abbia studiato le sequenze dell’Ashtanga con Sri K. Pattabhi Jois o Sri BNS Iyengar ha una grazia e una competenza che derivano dalla ripetizione dei movimenti. Penso che Sri K. Pattabhi Jois in questo abbia dato un contributo superiore a quello di qualunque altro maestro. Quando le sequenze sono fisse, la pratica diventa molto più concentrata, elevando esponenzialmente gli standard. Quindi secondo me, gli asana che pratichiamo derivano effettivamente da una lunga tradizione. E la comunità in cui sono nati è davvero molto antica. La loro “formattazione”, però, è un po’ più recente di quello che ci piacerebbe pensare. Lo Yoga esiste da sempre, e ha assunto nel tempo diverse forme.

L’approccio Indiano vs l’approccio Occidentale: amore per la tradizione vs opposizione alla vecchia scuola?

La mia opinione è che tra i due approcci esistano enormi differenze. Noi occidentali ci annoiamo in fretta. Ogni insegnante ha lo stesso problema. Come fare per mantenere vivo l’interesse dei nostri studenti, motivandoli a studiare Yoga in modo sincero? Non esistono metodi giusti o sbagliati. Tutti noi osserviamo le cose attraverso le lenti della nostra mente, e spesso trasferiamo le nostre idee nello yoga, come facciamo con qualsiasi altra cosa. Ecco qual è la differenza principale: un approccio più tradizionale presuppone il rinunciare ai nostri “perché?”, e limitarsi a praticare. Quando la mente si calma, riusciamo a vedere il significato profondo oltre la pratica. Come dice David Williams, “prima della pratica la teoria è inutile, dopo la pratica, la teoria è ovvia”.

“O mio Dio – la mia pratica non è così antica come credevo. E ora che faccio?”

Fate un bel respiro, e superate questo trauma! Noi insegnanti occidentali abbiamo la tendenza a dare valore alle cose in base alla loro antichità. Ci piace sentirci legati a tradizioni e lignaggi d’altri tempi. Storicamente, il Guru Parampara non si è mai basato semplicemente solo sul seguire una particolare sequenza di posizioni. Il contesto e la pratica degli asana sono relativamente moderni, ma la filosofia da cui sono scaturiti è molto antica. Dobbiamo solo identificare quali parti dello yoga siano realmente antiche. L’idea di poter ricavare stabilità emotiva e mentale attraverso la meditazione è molto antica. Gli asana sono un passo necessario alla preparazione della meditazione. L’idea di salutare la divinità del sole attraverso il movimento deriva dai Veda. Siamo in errore solo quando cerchiamo di dire che una particolare sequenza di asana sia antica. Non mi sembra che ci sia poi un grande problema!

Lo Yoga si è evoluto per migliaia di anni e continuerà ad evolversi. Ciò che è immutato nei tempi è il grande esperimento che lo Yoga compie sulla coscienza e sulla libertà dell’uomo. Lo Yoga è una scienza che ha come scopo il raggiungimento del più alto potenziale individuale. I metodi sono mutati molte volte nella storia, a seconda delle circostanze, ma le idee fondamentali sono sempre state coerenti. Gli esercizi fisici sono moderni, ma lo yoga è antico. Anche se lo yoga è diventato esercizio fisico, ancora mantiene parte delle sue antiche radici ed è in grado di creare uno stato mentale di calma e chiarezza, che porta alla meditazione e agli aspetti più interiori dello yoga, per chi decide di esplorarli.

Gli approcci alla tradizione nella comunità Ashtanga

C’è una differenza nell’approccio ai fatti descritti da parte delle scuole di Ashtanga che si sono sviluppate nel tempo, solitamente in relazione a uno specifico insegnante? Io non vedo grandi differenze. Possiamo attaccarci alle fantasie se ci fa piacere, ma i fatti relativi alle sequenze sono abbastanza chiari a questo punto.

Andrew Eppler

Penso sia interessante osservare il background filosofico e l’eredità di Sri  Krishnamacharya in merito agli asana. Per quanto riguarda la parte filosofica, Sri Krishnamacharya era un Iyengar. Apparteneva ai Vaishnavas e praticavano il Bhakti. Seguivano gli insegnamenti di Ramauja e Vishishta Advaita. In quella tradizione, lo Yoga era sempre stato una parte importante. Nell’era attuale, la questione è se un insegnante vuole concentrarsi principalmente sull’insegnamento dei soli asana, o se vuole insegnare filosofia yoga insieme agli asana.

Tutti i filosofi di Mysore si riferiscono ai Bhagavad Gita e agli Yoga Sutra di Patanjali, oltre ad altri testi. Sono testi che appartengono alla tradizione in tutta l’India. E’ importante comprendere che il dibattito filosofico fa parte della tradizione indiana, e che le discussioni filosofiche durano da migliaia di anni. Ma i principali testi a cui si riferiscono e i concetti di base sono gli stessi un po’ ovunque sul territorio.

Quanta innovazione è lecita, e chi decide quando un cambiamento è “buono” o “cattivo”?

I metodi classici e testati nel tempo sono sicuri ed efficaci se insegnati correttamente. Non tutte le nuove, folli e divertenti idee si rivelano utili. Penso che lo yoga si stia evolvendo in modo rapido a livello fisico in occidente, e che gli standard si stiano elevando progressivamente da questo punto di vista. Lo yoga fisico è persino diventato una scienza, sia in India che in Occidente, ed effettivamente può curare una serie di disturbi fisici. E’ diventato più facile da approcciare, e più facile da trovare. E questa è una cosa bellissima. Per costruire una pratica intensa, sostenuta, stabile nel tempo, continuo a pensare che l’Ashtanga Vinyasa sia un metodo imbattibile.

Sabine Nunius

Quindi chi decide quando un cambiamento è “buono”? Semplice: voi. Tutti noi. Ma la noia non è una buona ragione per cambiare cose che sono state messe insieme con cura e attenzione. Dobbiamo diventare tutti autonomi nella nostra pratica. L’intenzione è tutto. Quando andiamo da un insegnante, siamo “obbligati” a seguire il suo insegnamento. Quando siamo soli, facciamo quello che ci pare. Il risultato racconta la storia delle nostre intenzioni e ci rivela se il nostro approccio è corretto. Personalmente ritengo che i praticanti più seri siano attratti dalle sequenze fisse, che li portano più facilmente ad uno stato meditativo. Lo Yoga diventa sacro e devozionale attraverso la ripetizione.

L’Ashtanga Vinyasa Yoga è una pratica molto precisa. Possiamo alterarla, ma ciò che conta sono le ragioni che ci spingono a farlo. Lo facciamo a causa dei nostri limiti fisici? O semplicemente per renderla più accessibile e per guarire parti del corpo che, diversamente, potremmo danneggiare? O lo facciamo per renderla graficamente più bella, per attirare gli sguardi di chi ci osserva? Sono le intenzioni a fare la differenza. Quando gli asana sono troppo difficili per noi, ci affidiamo alla nostra saggezza e alla tecnica del nostro insegnante per affrontare la problematica. Senza un interesse sincero, non esiste lo yoga, ma non dobbiamo dimenticare il buon senso! Se crediamo in un metodo al punto da praticarlo ogni giorno per anni, allora probabilmente quel metodo contiene qualcosa di valido. Ma se siamo ossessionati dalla nostra apparenza e dall’approvazione degli altri, stiamo facendo una digressione, ed esprimiamo vanità e instabilità.

Direi che il Vinyasa Flow è oggi la forma di yoga più popolare al mondo. E’ molto più difficile insegnare yoga senza una struttura da seguire. Nelle mani di un insegnante capace, con una profonda conoscenza fisiologica e l’esperienza necessaria a mettere insieme le cose in modo intelligente e accessibile, può essere una pratica assolutamente eccezionale. Quando osservo le persone che praticano in una shala, sono evidenti i praticanti che hanno raffinato la tecnica fino ad integrarla alla perfezione con il funzionamento del sistema nervoso. Questo è il tratto distintivo della tecnica dell’Ashtanga Vinyasa. Quel livello di perfezione non può essere raggiunto solo giocando con gli asana, per quanto si sia in possesso di doti atletiche.

Il cambiamento oltre la sequenza degli asana. Perché non praticare con la musica?

In questo ambito non c’è giusto o sbagliato. La musica ha una connessione antica con lo yoga. Krishnamacharya vantava un legame con Nathamuni, che era un Nada Yogi. Nada è lo yoga del suono. Ho sperimentato lezioni di yoga in cui la musica selezionata era in grado di condurre alla concentrazione, oltre che essere in perfetta sincronia con il flusso di asana. Personalmente, preferisco interludi di silenzio che rendono l’intervento della musica più potente. D’altro canto, trovo che la musica pop sia un elemento di distrazione. E’ un genere musicale che preferisco ascoltare in altri momenti. Mi piace il suono del mio respiro. Non penso ci sia nulla di sbagliato nel praticare con la musica, dipende come sempre dalle intenzioni. Quando sono solo, preferisco il silenzio. Detto questo, ascoltare della musica leggera può essere un modo per entrare in contatto più facilmente con le sensazioni che lo yoga può produrre nel nostro corpo. Se invece preferiamo acquietare le nostre menti e sintonizzarci sul respiro, è meglio usare una sequenza fissa. E al momento non ho trovato una struttura migliore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Se ne avessi trovata una, avrei già iniziato a praticarla!

La mia pratica personale: un esperimento libero, o un’esperienza radicata nella tradizione?

Siamo noi a decidere quanta libertà esercitare nel nostro spazio. Direi che chiunque pratichi qualsiasi tipo di yoga, animato da motivazioni mentali e/o emotive o dal desiderio di aumentare la propria capacità di concentrazione, sta praticando in modo autentico. Questo include anche motivazioni di benessere e salute, ma se essere in forma è il nostro unico obiettivo, allora stiamo solo facendo esercizio fisico.

E’ giusto innovare? Tuti noi siamo costretti all’innovazione all’interno delle sequenze, semplicemente perché gli asana sono difficili e spesso non riusciamo ad eseguirli. Le innovazioni che funzionano per una persona possono non funzionare per qualcun altro. Ed è qui che entra in campo la capacità di insegnare. Vedo le sequenze fisse come qualcosa di positivo. Creano un terreno comune e una base su cui lavorare.

I problemi nascono solo quando diventiamo ossessivi e superstiziosi in merito a queste sequenze. Nella mia personale opinione, pensare che queste sequenze di asana siano un’antica via per l’illuminazione, e che cambiarle significhi mancare di rispetto a qualcuno, è un pensiero folle. Queste sequenze non sono più antiche di Sri K. Pattabhi Jois, per quanto la mia ricerca abbia avuto modo di verificare. A Mysore mi è stato detto che le quattro serie originali tramandate a Sri K. Pattabhi Jois derivavano dal sillabario del suo corso quadriennale di Yoga al Sanskrit College del Maharaja. Provenivano da una tradizione innovativa e da un corpo di pratiche di asana molto più vasto. Le sequenze evolutive di asana hanno il nome di Vinyasa Krama. Le serie dell’Ashtanga sono molto dinamiche, e racchiudono una intensa esplorazione della pratica degli asana. Ecco il motivo per cui Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua scuola Ashtanga Yoga RESEARCH Institute!

Creare una pratica individuale

Ognuno di noi può fare – e farà – ciò che meglio crede. Penso che il consiglio migliore sia semplicemente trovare un insegnante che ci piace e con cui siamo in sintonia. Dobbiamo ascoltare il nostro corpo ed evitare azioni che possano provocare dolore, indipendentemente da qualsiasi cosa ci dicano. Dobbiamo sperimentare, osservare cosa ci fa stare bene e ci porta buoni risultati. Dobbiamo fidarci della nostra saggezza interiore e sviluppare una pratica personale. Disciplina, devozione e una pratica personale sono i requisiti necessari per l’esplorazione dello Yoga. Possiamo girarci intorno per un po’, ma alla fine dobbiamo trovare stabilità in un metodo e praticare seriamente se vogliamo ottenere qualcosa di autentico.

Alla fine, possiamo abitare la tradizione e innovare al suo interno, come hanno sempre fatto tutti gli insegnanti di Yoga. Non andiamo in confusione e soprattutto non accusiamoci l’un altro per piccoli cambiamenti o differenze nell’esecuzione degli asana. Non dimentichiamo quella ramo dello Yoga che ci invita ad essere delle brave persone. Non importa quale approccio scegliamo, solo il tempo ci dirà se abbiamo avuto ragione. Abbiamo bisogno di lavorare sodo e intelligentemente per arrivare alla nostra mèta. Chi s’innamora dello Yoga solitamente gli resta fedele. Ma è anche difficile amare qualcosa se ci fa del male… l’innovazione è inevitabile.

backstage dal documentario “Mysore Yoga Traditions”

Molte delle opinioni espresse in questo post, soprattutto quelle relative alla tradizione Yoga di Mysore, derivano da conversazioni dirette con studiosi, anziani, yogi e leader spirituali di Mysore. “Mysore Yoga Traditions” diventerà un documentario dedicato alla comunità intellettuale di Mysore. Ci stiamo lavorando con la massima velocità e speriamo di potervelo consegnare entro la primavera del 2017. Continuate a seguirci!

Andrew Eppler e Sabine Nunius

Traduzione e commenti di Francesca d’Errico

Praticare in Italia, Torino part 2: Lorenzo De Palo

Torino, città magica per eccellenza, ospita un altro insegnante di Yoga che desidero farvi conoscere. Si tratta di Lorenzo De Palo, che ho conosciuto quando vivevo a Milano e frequentavo La Yoga Shala, diretta da Elena de Martin, a cui ho dedicato un lungo post tempo fa. Lorenzo insegna oggi a Torino, e da subito mi ha colpito per la sua dedizione e la sua umiltà. This is Life, il centro polifunzionale dove si svolgono le sue lezioni, si trova in via Roasio 22. Ma facciamo due chiacchiere con Lorenzo, e ascoltiamo la sua storia…

FDE Quando, con chi e come hai iniziato a praticare Yoga?

 LDP: Molto spesso ci si avvicina allo yoga perché si ha un problema, o perché si ha voglia di svoltare una situazione lavorativa faticosa e piena di stress (io lavoravo in una agenzia di pubblicità) o perché l’ansia ha iniziato a non farci dormire più la notte e affidiamo al corso di yoga il grande compito di “farci rilassare”. Io, ho iniziato a praticare perché ho avuto due pneumotorace — tecnicamente, il collasso del polmone — sempre lo stesso, quello di sinistra, vicino al cuore.  Ho scoperto l’Ashtanga Yoga nel 2011 grazie ad Alessandro Sigismondi (allora mio vice-direttore creativo, oggi autorizzato KPJAYI)  e ho deciso di avvicinarmi a questa pratica con Gianrenato Marchisio (Autorizzato KPJAYI) e Stefania Valbusa con i quali studio e pratico regolarmente ancora oggi. Da subito ho compreso come l’aspetto ‘fisico’ della sequenza fosse solo la punta dell’iceberg di un processo di cambiamento e come lo yoga stesse già iniziando a cambiare la mia vita. In questo contesto ho conosciuto Elena De Martin  (Autorizzata Liv. II KPJAYI). Un incontro importante con un’insegnante che è diventata per me fonte di ispirazione e determinazione nell’approfondimento della pratica nella tradizione di Mysore. Negli anni successivi ho proseguito gli studi anche con il contributo di Kristina Karitinou (2013-2015-2017) e con grandi maestri come Eddie Stern (2014 e 2016), Chuck Miller (2014), Gabriele Severini (2012 e 2015), R. Sharat Jois (2015) e recentemente ho studiato con David Swenson, con il quale ho approfondito le tecniche di insegnamento e di correzione delle posture.  Nella continua ricerca del/nel Dharma ho iniziato gli studi presso il centro Buddista Tibetano Milarepa qui a Torino e ricevo insegnamenti e iniziazioni nella tradizione Karma Kagyu dal Lama Shartul Rinpoche.

Lorenzo De Palo in Marichyasana D

FDE: Cosa significa oggi per te praticare? In che modo ha influenzato la tua vita?

LDP: Praticare per me rappresenta la quotidianità, la continua connessione e il continuo feedback tra la rappresentazione di me e la manifestazione di me. Semplicemente io avevo, forse ho ancora, un caratteraccio e l’Ashtanga mi ha insegnato come non esserne più schiavo, mi ha insegnato ad andare oltre al ‘sono fatto così’, a superare i miei rigidi schemi e mi ha insegnato la voglia di cambiare idea e di sentirmi in definitiva, meno stupido. Scegliere e prendere delle decisioni lontani dai nostri condizionamenti (la nostra storia) essere liberi di trasformare un giorno qualsiasi in un giorno nuovo per davvero: questo è quello che la pratica mi insegna ogni giorno. E cosa è cambiato dal 2011? Tutto.

FDE: Come ti sei avvicinato all’insegnamento, e quali sono i metodi che trasmetti ai tuoi studenti? Seguendoti, ho visto che hai introdotto anche lo Yin Yoga…

LDP:Insegnare non era un progetto e se lo fosse stato non mi sarei mai sentito pronto probabilmente. Ho iniziato lo scorso giugno  presso il centro This is Life a Torino con due lezioni guidate di introduzione all’Ashtanga Yoga. Il focus di queste lezioni è sempre e solo il respiro: non mi interessa in questo contesto l’esecuzione delle Asana quanto invece la costruzione del flusso in cui il movimento si compie, e questo può solo avvenire per mezzo del respiro elemento fondamentale per innescare quello che chiamo – “il processo”. In queste lezioni cerco di dare molte indicazioni a livello fisico/anatomico affinché le persone possano iniziare a sentire e attivare il proprio corpo in maniera più profonda. Spesso mi chiedono cosa c’entra tutto questo con lo Yoga? Non parlo mai di cielo, stelle e chakra. Beh io sono convinto del fatto che il cambiamento arrivi tramite l’esperienza diretta, l’esperienza diretta la si matura con la presenza, la presenza la si costruisce con il respiro: quindi dobbiamo imparare a respirare e come? Cercando di creare spazio, allineamento e allungamento nel nostro corpo, affinché il respiro possa compiersi e avvenire in maniera fluida. L’asana? L’espressione di questo processo. Lo Yin Yoga? Una vera scoperta penso sia una pratica complementare e assolutamente essenziale per chi fa uno ‘yoga dinamico’, lo Yin è come se mettesse a posto, desse un senso a quanto costruito dinamicamente, come se mettesse ordine. È anche però un ‘esercizio’ molto complesso sia a livello mentale, che fisico, le Asana da tenere non sono poi così semplici.

FDE: Cosa suggerisci ad un neofita che vuole muovere i suoi primi passi nello Yoga? Quali classi offri a chi inizia questo percorso?

LDP: Più che un consiglio, cosa dico a chi inizia? NON ABBIATE PAURA questa pratica è davvero per tutti ne sono convinto (credo di esserne un esempio), e che ognuno trovi per iniziare un po’ l’approccio che vuole, ma che a questo non manchi mai il perseverare e il rimanere in ascolto. Queste a mio avviso sono le condizioni sulla base delle quasi può succedere ‘qualcosa’. L’Ashtanga Yoga in questo si rivela una pratica meravigliosa nel giro di pochi mesi il corpo inizia a cambiare e le persone che hanno iniziato con me in questi mesi mi stupiscono di lezione in lezione.

FDE: Parlami della tua yoga shala: cosa propone oggi This is Life a Torino?

LDP: Come dicevo per quel riguarda l’Ashtanga Yoga nella Shala di This is Life offro proprio due lezioni dedicate a chi vuole iniziare questa pratica e, via via che il gruppo cresce, si consolida (ad oggi una trentina di iscritti) e, parallelamente, continua la mia formazione ed esperienza, conto di aprire un Mysore program nei prossimi mesi magari già dal prossimo settembre.

Potete seguire Lorenzo sulla sua pagina facebook: https://m.facebook.com/ashtangatorino/

Lorenzo De Palo in Trikonasana

Una pratica insieme: Vinyasa Krama a Follonica

Vinyasa Krama Special Class: Venerdì 28 Aprile, alle 18:30, presso Yoga Studio ASD in via del Fonditore 113/A a Follonica

Collaboro da tempo con Yoga Studio ASD a Follonica e con Stefano Berti, direttore del centro, con cui ho da sempre grande affinità di vedute e identico spirito di ricerca. Negli ultimi tempi abbiamo spesso parlato degli albori dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, e di come Krishnamacharya trasmettesse i suoi insegnamenti. Come avrete avuto modo di leggere sulle mie pagine, è un approccio che mi interessa moltissimo, soprattutto perché approfondisce un ramo fondamentale dello Yoga: il Pranayama.

Nell’Ashtanga e in generale nello Yoga dinamico che viene insegnato in occidente da qualche decennio, il Pranayama ha un ruolo marginale nella grande maggioranza delle lezioni. I testi di Krishnamacharya, invece, lo vedono protagonista della pratica insieme agli Asana, sia quando questi sono praticati tradizionalmente, che quando vengono reinterpretati come Mudra. Negli ultimi mesi ho iniziato ad introdurre nella pratica queste indicazioni, ispirata soprattutto dal lavoro di Anthony Grim Hall. I risultati mi hanno sorpreso: mi sono trovata davanti ad una pratica molto intensa, seppur in modo radicalmente diverso rispetto all’Ashtanga tradizionale. La sequenza, che inizia dopo alcuni Asana preparatori e i consueti Saluti al Sole, prevede un numero inferiore di Asana (in alcuni casi sostituiti da Mudra), selezionati tra quelli della Prima e della Seconda serie, che vengono mantenuti per cicli di respirazione prolungati e arricchiti dai kumbhaka (trattenimento del respiro dopo l’inspirazione e/o l’espirazione), e da un’attivazione dei bandha molto profonda. Allo stesso tempo, la pratica mantiene ritmo e dinamicità grazie all’inserimento dei Vinyasa completi tra una posizione e l’altra. Le posizioni invertite (con varianti adatte a qualsiasi livello di pratica) sono eseguite per alcuni minuti e precedute da un’adeguata preparazione e da un Mudra. Al termine, un ciclo di Pranayama e la meditazione danno modo a mente e corpo di stabilizzarsi ulteriormente, fino al raggiungimento di una calma interiore che dura a lungo nel corso della giornata. Altra nota molto positiva, una o due pratiche di Vinyasa Krama alla settimana hanno la piacevole conseguenza (almeno per me) di regalare una rinnovata flessibilità quando torniamo a praticare in modo più “tradizionale” (anche se, a questo punto, mi chiedo se sia più tradizionale l’uno o l’altro metodo…).

I benefici psicofisici di questo modo di praticare mi hanno convinta a condividere l’esperienza con gli altri. Per questo, appena tornata in Toscana, ne ho parlato con Stefano. Insieme abbiamo pensato di proporre una special class, venerdì 28 aprile alle 18:30, presso la bellissima shala di Yoga Studio ASD, in via del Fonditore 113/A a Follonica. Spero mi raggiungerete numerosi: da questa classe partirà poi un ciclo di lezioni in cui impareremo a creare una sequenza personalizzata da praticare in autonomia, in stile Mysore. La classe è adatta a tutti i livelli di pratica. Se siete di passaggio in Maremma per il ponte del 25 aprile – 1 maggio, o meglio ancora se abitate in zona, prenotate il vostro spazio e pratichiamo insieme!

Per iscrizioni: fmderrico@gmail.com

Praticare in Italia, Torino part 1: Yoga Sutra Studio

A volte scegliere un percorso nello Yoga non è semplice. Sono moltissimi i centri che offrono corsi di Yoga, soprattutto nelle grandi città, e per chi inizia non è semplice capire se ci si è rivolti ad un insegnante preparato, con una solida pratica personale e autentico spirito di ricerca. Su queste pagine quindi mi piace proporre ogni tanto una scuola che conosco personalmente, un maestro che mi ha colpito per la sua preparazione e dedizione.

Gian Renato Marchisio è un’altra conoscenza che mi ha regalato Mysore. Una persona preparatissima, disponibile al dialogo, animata da una grande passione per la pratica, qualità che Sharath gli ha riconosciuto nel 2015 con l’autorizzazione KPJAYI all’insegnamento. Ho incontrato sua moglie Stefania, dolcissima e altrettanto cordiale e preparata, a Torino, durante il workshop di Mark Robberds che la coppia aveva organizzato lo scorso ottobre.

Insieme, conducono Yoga Sutra Studio, una Shala nel cuore del centro storico di Torino, che spesso ospita maestri internazionali e che offre corsi e classi in stile Mysore con continuità e impegno. Se siete a Torino, e avete intenzione di iniziare un percorso nello Yoga, Gian Renato e Stefania sono le guide di cui avete bisogno. Ecco una breve intervista in cui raccontano come sono arrivati allo Yoga, e quali difficoltà hanno superato grazie a questa disciplina che tanto amiamo.

FDE: Quando, con chi e come avete iniziato a praticare Yoga?

Gian Renato, Stefania e la loro bambina a Mysore

GR: Ho iniziato a praticare Iyengar Yoga nel 1998 a Torino con Maria Paola Grilli e sin da subito ho provato un piacere immenso nel sentire il corpo aprirsi nelle posizioni yoga. La dislessia, che mi ha creato imbarazzo nella vita, alla fine mi ha permesso di rapportarmi al corpo in modo più diretto, senza filtri, cogliendo la sincronicità di un movimento rotondo nelle asana, senza gli automatismi legati alla percezione verbale.

SV: Ho iniziato nel 2007 Iyengar Yoga con Gian Renato Marchisio. In quel periodo lavoravo come Project Manager per una casa editrice nel settore della moda e della bellezza, ed ero alla ricerca di una pratica per imparare a gestire i ritmi di lavoro e lo stress. Dal momento in cui ho iniziato la pratica dello yoga è stato come se la mia energia vibrasse ad una lunghezza d’onda diversa e nulla è stato più come prima, nel lavoro e nella vita privata..

FDE: Cosa significa oggi per voi praticare? In che modo ha influenzato la vostra vita?

Gian Renato Marchisio by Alessandro Sigismondi

GR: La pratica è stata una rivelazione. Sin dalla prima volta ho sentito che era la mia strada, quello che volevo fare nella vita. La pratica mi ha aiutato inoltre ad uscire da un percorso segnato da medicinali ed ospedali a causa dell’asma, permettendomi di recuperare in pieno la mia salute. Lo yoga, dal mio punto di vista può trasformare uno svantaggio iniziale in una vera opportunità di crescita. Praticare quotidianamente significa scoprire il rapporto che ho con il mio corpo e con l’ambiente che mi circonda attraverso le meraviglie dei giochi muscolari e della potenza del respiro. Alla fine noi siamo come respiriamo…

SV: Quando ho iniziato a praticare ero molto sotto stress e lo yoga mi ha permesso di vedere con maggior chiarezza, di dare il giusto peso alle cose e imparare a scegliere giorno per giorno cosa voglio diventare. La pratica mi ha letteralmente cambiato la vita accompagnandomi nella scelta radicale di lasciare il mio precedente lavoro e dedicarmi interamente ad essa. E’ iniziato un percorso che mi ha portato a scegliere una vita più piena e felice. La pratica quotidiana mi permette di ascoltarmi, di accogliere le mie debolezze e di lavorare per trasformarle in punti di forza. Di accettare il fluire della vita e le sue trasformazioni.

FDE: Come vi siete avvicinati all’insegnamento, e cosa offre oggi la vostra Shala ai praticanti?

GR: Ho approfondito per sei anni lo studio dell’Iyengar Yoga a Pune e Blacon con Faeq Biria e mi sono diplomato nel 2005 insegnante Iyengar Yoga. Dopo un percorso di altri quattro anni con Dona Holleman sono diventato insegnante secondo il suo metodo, Centered Yoga, ma sin dal 2005 ho cominciato ad interessarmi all’Ashtanga Yoga, affascinato dai giochi sincronici tra movimento e respiro, iniziando a praticare con Lino Miele, Kristina Karitinou Ireland, Mark D’Arby, Chuck Miller, Elena De Martin, Mark Robberds. Nel 2012 sono stato autorizzato all’insegnamento da Manju Pattabhi Jois e ho iniziato a frequentare il KPJAYI di Mysore per studiare con Shri R.Sharath Jois, dal quale ho ricevuto l’autorizzazione ufficiale all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga nel gennaio 2015.

Stefania Valbusa by Alessandro Sigismondi

SV: Innamoratami della pratica, sono presto entrata nel percorso di formazione in Centered Yoga con Dona Holleman al termine del quale sono diventata insegnante del metodo. Nel 2011 ho iniziato a praticare Ashtanga Yoga con Kristina Karitinou e a frequentare il suo percorso di formazione, seguendo inoltre seminari con Lino Miele, Elena De Martin, Chuck Miller, Manju Jois. Dal 2013 studio con Sharath Jois presso il KPJAYI di Mysore.

Organizzata in due sedi vicine nel cuore di Torino, Yoga Sutra Studio offre una vera e propria “casa” per la pratica. A partire dall’apertura alle 6,30 del mattino, abbiamo circa 6 classi al giorno dal lunedì al venerdì tra classi guidate e Mysore Style per l’Ashtanga Yoga, classi di Centered Yoga e Passaggi Armonici, e tre classi il sabato mattina, oltre a cicli di seminari di approfondimento dedicati all’Ashtanga Yoga e al Vinyasa due domeniche al mese. Organizziamo a giugno settimane intensive dedicate all’Ashtanga Yoga e invitiamo insegnanti internazionali (da Chuck Miller a Mark Robberds, Petri Raisanen e molti altri) per contribuire alla diffusione della cultura dell’Ashtanga Yoga.

FDE: Cosa suggerite ad un neofita che vuole muovere i suoi primi passi nello Yoga? Quali classi offrite a chi inizia questo percorso?

GR e SV: Al neofita suggeriamo di scegliere con attenzione una scuola con le giuste referenze per il metodo che desidera seguire, con insegnanti dalla formazione attestata e verificabile. Chi inizia con noi nelle classi guidate ha la possibilità di sviluppare la pratica personale quotidiana e crescere nello studio tecnico delle asana. Impostiamo un lavoro personalizzato che rispetti ogni praticante nella sua unicità, con il suo bagaglio quotidiano di esperienze, vissuto, emozioni scritte sul corpo. Non abbiamo fretta di dare asana su asana bensì calibriamo il lavoro sulla base della maturità fisica, energetica e respiratoria del praticante consolidate dalla pratica costante. Chi lo desidera trova da noi la possibilità di praticare tutti i giorni e sceglie quindi in libertà quanto tempo dedicare alla pratica.

– Francesca d’Errico, 2017

Trini Foundation: Ashtanga as a tool to overcome addictions (ENG/ITA)

“Yoga is for everyone” (Scroll down for Italian)

Taylor Hunt is a KPJAYI L2 Authorized Teacher. Featured in beautiful Yoga videos signed by Alessandro Sigismondi, we are all familiar with his open smile, his enthusiasm for the practice and with his book, “A Way From Darkness”, where he openly speaks about his struggles to overcome addiction and how Ashtanga Yoga helped him in staying sober, building a worldwide reputation as a Yoga teacher and a wonderful family. Recently, he has taken his commitment to Ashtanga and helping others a step further, launching Trini Foundation, with the purpose to bring the light of Yoga to those who need it the most. Sometimes, I think that people turning to drug use are desperately searching relief from their difficult lives in the wrong place and with the wrong tools. Yoga can rectify their search bringing so much happiness and fulfillment. The problem is that Yoga in the West is expensive, and often these people have no means to access it. That’s exactly where Trini Foundation comes in…

FDE: Last year you published your book, “A Way From Darkness”, where you came out on how Ashtanga Yoga literally turned your life upside down, taking you from the hole of addiction to being a respected Yoga teacher worldwide. This book has also been a first step of a much wider project: can you tell us what is Trini Foundation?

TH: Well, the book was very successful and it opened up opportunities to do other things like seriously helping other people. We started the Trini Foundation so that we could be part of solving the ever growing drug addiction problem. Essentially the foundation purpose is to help people achieve sobriety through the tool of yoga. We have basically created a group of yoga studios that are offering classes and scholarships to Ashtanga programs. Addicts don’t have money so we cover the cost of they are willing to be 100% committed to showing up. So far it has been extremely success in its mission.

FDE: How was the response on your project from the Ashtanga Community? Did Sharath take part in it?

TH: Its been received very well from the community. We are offering classes at 30 different yoga schools and at the end of 2016 Sharath decided to be be an honorary director to the foundation. He helps us with raising awareness and also setting up our programs to fight addiction through the Ashtanga Yoga method. This was obviously a big deal for many reasons and a huge honor as well. The foundation is doing good work and people want to be involved.

FDE: Did you already see the first results of Trini Foundation’s mission? What’s next?

TH: Yes, we have seen many results. Many people are practicing as a result of our scholarship programs, they are getting out of addiction and are staying sober, and that’s what we want. Our next project is coming up in September. It’s recovery awareness month and we hope to get 250 yoga places to join us in raising awareness and money to support our programs.

Taylor Hunt fotografato da Alessandro Sigismondi

FDE: Do you think Trini Foundation can expand abroad? Have you ever thought about it?

TH: I think it should expand everywhere. Generally speaking, many people are not satisfied with their lives and turn to drugs and alcohol to cover up their feelings.  This is happening everywhere, not just in the United States. We can play a direct role in helping change people’s lives. It’s really exciting and the best part is that we use the tool of Ashtanga yoga to be the guide for change, because it works.

Taylor Hunt will soon be in Italy, at Ashtanga Yoga Varese. Don’t miss the chance to meet this amazing teacher, and if you are willing to help him expand his project also outside the United States, contact him directly via the Trini Foundation website, where you can learn all details about this wonderful project to overcome addiction through the powerful tool of Yoga.

TRINI FOUNDATION: L’ASHTANGA PER COMBATTERE LE DIPENDENZE

“Lo Yoga è per tutti”

Taylor Hunt è un insegnante di Ashtanga Yoga, Autorizzato KPJAYI L2. Protagonista di bellissimi video firmati da Alessandro Sigismondi, è un volto familiare per chi pratica. Conosciamo tutti il suo sorriso aperto, il suo entusiasmo per la pratica e il suo libro “A Way From Darkness” (presto in italiano), in cui racconta apertamente la sua battaglia contro le dipendenze. L’Ashtanga Yoga è stato per lui uno strumento di grande valore, che nel tempo lo ha aiutato a rimanere sobrio, a costruirsi una reputazione mondiale come insegnante di Yoga, e a crearsi una bellissima famiglia. Recentemente, ha portato il suo impegno nell’Ashtanga ad un livello superiore, unendolo al desiderio di essere utile al prossimo. E ha lanciato il progetto Trini Foundation, che si propone di portare la luce dello Yoga a chi ne ha più bisogno. A volte, penso che chi si rifugia nelle droghe stia disperatamente cercando sollievo alle difficoltà della vita nel posto sbagliato e con il mezzo sbagliato. Lo Yoga può riportare queste persone sulla strada giusta, aiutandole a trovare felicità e realizzazione personale. Purtroppo, lo Yoga in Occidente è costoso, e proprio chi ne ha più bisogno non ha i mezzi per permetterselo. A questo ha pensato Taylor con Trini Foundation…

FDE: Lo scorso anno hai pubblicato il tuo libro, “A Way From Darkness”, in cui hai dichiarato come l’Ashtanga Yoga abbia letteralmente cambiato la tua vita, portandoti dal tunnel della dipendenza a diventare un insegnante di Yoga conosciuto in tutto il mondo. Ma questo libro è stato solo il primo passo di un progetto più vasto: puoi dirci cos’è Trini Foundation?

TH: Il libro è stato un vero successo e mi ha dato l’opportunità di fare qualcosa di autentico per aiutare gli altri. Abbiamo dato vita a Trini Foundation per essere parte attiva della soluzione al crescente problema delle dipendenze da alcol e droga. Il proposito della fondazione è aiutare chi soffre a raggiungere la sobrietà attraverso lo Yoga. Abbiamo, in pratica, creato un gruppo di centri Yoga che offrono classi e borse di studio per accedere a programmi Ashtanga. Chi ha una dipendenza spesso non ha disponibilità economiche, quindi noi copriamo i costi se la persona si impegna al 100% a presenziare alle lezioni. E fino ad ora abbiamo avuto grande successo nella nostra missione. 

FDE: Come è stato ricevuto il tuo progetto dalla comunità Ashtanga? E Sharath Jois ne fa parte? 

TH: La comunità ha accolto bene il progetto. Offriamo lezioni in 30 scuole diverse, e alla fine del 2016 Sharath ha deciso di accettare la nomina di Direttore Onorario della fondazione. Ci ha aiutato a alzare il livello di attenzione, e a creare i programmi attraverso i quali l’Ashtanga diventa un metodo per uscire dal tunnel della droga. E’ emozionante per me, per tanti motivi, ed è anche un grande onore. La fondazione dà i suoi frutti, e la gente desidera farne parte. 

FDE: Trini Foundation vi ha già dato buoni risultati? E cosa avete in programma? 

TH: Si, abbiamo già visto ottimi risultati. Molti ex tossicodipendenti praticano grazie alle nostre borse di studio, riuscendo a combattere la dipendenza e mantenersi sobri, che è quello che volevamo. Il nostro prossimo evento è previsto per settembre. E’ il mese dedicato al Recupero dalle dipendenze, e speriamo di riuscire a coinvolgere 250 scuole di Yoga per alzare la soglia di attenzione e per raccogliere fondi destinati ai progetti della fondazione. 

FDE: Pensi che l’idea di Trini Foundation possa essere esportata all’estero? Ci hai mai pensato?

TH: Penso che l’idea possa funzionare ovunque. In generale, sono in molti oggi a soffrire e a rivolgersi a droghe e alcol per nascondere i propri sentimenti. Succede ovunque, non solo negli Stati Uniti. Possiamo giocare un ruolo fondamentale e diretto nel cambiare il corso delle vite di queste persone. E’ entusiasmante, e la parte migliore è che lo strumento dell’Ashtanga Yoga può essere una guida al cambiamento, perché funziona davvero. 

Taylor Hunt sarà presto in Italia, presso Ashtanga Yoga Varese. Non perdete l’opportunità di incontrare questo fantastico insegnante, e se desiderate aiutarlo e portare il suo progetto anche all’estero, contattatelo direttamente attraverso il sito di Trini Foundation , dove potete conoscere tutti i dettagli di questo splendido programma. Anche la dipendenza può essere vinta attraverso la grande forza dello Yoga.

Ashtanga: La Serie “Rishi” e altre idee per una pratica sostenibile

David Williams, uno dei primi studenti di Guruji

‘Then, once one has mastered all of the asanas, one can practice “the Rishi Series”, the most advanced practice. One does the 10 postures that one intuits will be the most beneficial and appropriate for that day, holding each posture for up to 50 comfortable breaths’. (David Williams)

Negli ultimi mesi, a causa di un fastidioso problema al legamento sacro-iliaco, pur riuscendo a praticare con facilità buona parte della seconda serie, mi sono ritrovata ad esplorare ex-novo alcune delle più semplici posizioni della Prima Serie.

Sono sempre stata una persona naturalmente flessibile soprattutto a livello delle anche, quindi asana come Janu Sirsasana, Marichyasana in tutte le sue varianti e Baddha Konasana non sono mai state un problema. Inoltre, alternando la Prima e la Seconda Serie dell’Ashtanga ad alcune sequenze Jivamukti, riuscivo ad integrare con altri asana quelli che a mio sentire erano “pezzi mancanti” del mio puzzle personale. Nell’ultimo anno, la pratica della Seconda Serie è stata un grande amore – gli inarcamenti della prima parte della sequenza hanno risvolti energetici davvero eccezionali, ed è facile sentirne subito il bisogno.

Progressivamente, però, ho cominciato a sentire che qualcosa non andava. Contravvenendo a quanto avrei suggerito ad un qualsiasi studente, ho continuato a praticare, ignorando che l’anca sinistra sembrava “chiudersi” rendendo difficili quelle che fino a poco tempo prima erano posizioni davvero semplici per me. Infine, la pressione che l’anca non riusciva a sostenere si è trasferita sul ginocchio, e a quel punto il mio corpo ha emesso un chiaro segnale di stop. Mi sono ritrovata quindi con il mio bagaglio di frustrazione a pensare 1) cosa diavolo avesse causato questa improvvisa ‘chiusura’ 2) come potevo risolvere il problema 3) come potevo sviluppare la mia pratica senza allontanarmi troppo dalle sequenze tradizionali dell’Ashtanga Yoga.

Davanti alla Shala di Sri K. Pattabhi Jois, a Mysore

Dopo un paio di mesi alla ricerca delle cause della ‘ribellione’ della mia anca sinistra, senza esito, e molte visite a fisioterapisti di diverse scuole senza miglioramenti significativi, ho deciso di affrontare il problema là dove si era rivelato, ovvero sul tappetino. Ho sempre avuto una grande fiducia nell’Ashtanga Yoga, eppure così come mi era stato ‘consegnato’ fino ad ora, sembrava non funzionare più. Ero certa che dovevo andare a cercare la soluzione all’origine, ed ho quindi iniziato ad esplorare testi di Krishnamacharya, il Guru di Sri K. Pattabhi Jois, e a consultare insegnanti che avevano studiato con Guruji agli albori dell’Ashtanga Yoga, o con Krishnamacharya. E ho scoperto alcune cose molto interessanti, che vorrei condividere con voi. Inoltre, siamo pronti al lungo weekend Pasquale, e l’occasione è ideale per sperimentare diversi approcci alla pratica, se ne sentiamo la necessità. Ecco i punti che fino ad ora ho esplorato:

1) Le varianti

2) Le ripetizioni o il mantenimento prolungato degli asana problematici

3) Prima e Seconda Serie possono funzionare insieme

4) L’approccio avanzato alla prima serie (di Anthony Grim Hall, già tradotto per voi)

5) La Serie Rishi

Apparentemente, da quanto ho letto, alcuni di questi elementi facevano parte del modo di insegnare di Guruji ai primi studenti occidentali, negli anni ’70-’80, ed erano decisamente un approccio che Krishnamacharya applicava con i suoi studenti. Vi espongo le mie riflessioni, che ovviamente sono suscettibili di evoluzione e cambiamento, dato che il mio problema non è ancora del tutto risolto e che la ricerca attraverso la pratica continua. Una cosa è certa: se non riusciamo a trovare il giusto equilibrio tra agio ed efficacia in qualsiasi asana, il nostro lavoro a livello yogico è vano. Stiamo sicuramente facendo dell’esercizio fisico, ma non stiamo sfruttando appieno i benefici della pratica yoga, dove ogni asana ha un significato che va oltre il funzionamento meccanico del nostro apparato muscolo-scheletrico, coinvolgendo respiro (e prana), organi interni, mente, corpi sottili. E’ quando arriviamo in questi ambiti attraverso l’asana che possiamo dire di praticare. Almeno secondo me.

1) Le varianti

Dalle mie letture, e recentemente nella mia intervista a Kristina Karitinou (probabilmente in considerazione del fatto che negli anni ’70 e ’80 il numero di praticanti a Mysore era molto basso e più facile da seguire con un approccio personalizzato), Guruji utilizzava le varianti degli asana per far progredire i praticanti attraverso le serie, e per evitare che restassero troppo a lungo fermi alla Prima Serie, che enfatizza molto le flessioni in avanti. Per ogni asana esistono varianti in grado di lavorare sui limiti del praticante in modo sicuro, e soprattutto attraverso le varianti il praticante che incontra difficoltà ha modo di sperimentare l’aspetto di “agio ed efficacia” all’interno della posizione. Questo è un approccio che sto cercando di mettere in pratica personalmente per continuare a praticare in sicurezza e riavvicinare gli asana che presentano in questo momento una difficoltà maggiore, invece che evitarli. L’aggiustamento alla posizione, o “assist”  non deve essere necessariamente mirato all’approfondimento di un asana, ma anche e soprattutto all’aiutare chi pratica a trovare l’angolazione giusta per l’ingresso, il mantenimento e l’uscita dalla postura, nel rispetto dell’unicità di ogni corpo e di qualsiasi fase quel corpo stia attraversando.

2) Le ripetizioni o il mantenimento prolungato degli asana problematici

Nancy Gilgoff, una delle prime allieve di Guruji

Questo approccio è ancora attualmente impiegato all’interno delle classi Mysore, è utilizzato da molti insegnanti di provata esperienza (come David Garrigues) ed è un modo intelligente di lavorare sulle posizioni che creano maggiori difficoltà, soprattutto per chi è ai primi step della pratica. Ripetere l’asana, mantenendolo anche qualche respiro in più, permette di esplorare eventuali rigidità, localizzare punti dolenti, mantenere il ritmo della pratica (invece che interromperlo per restare più a lungo in una posizione). Inoltre, come suggerisce lo stesso David, è possibile anche praticare un vinyasa tra una ripetizione e l’altra. Personalmente io preferisco fermarmi più a lungo nell’asana che mi crea difficoltà, approfondendola con calma con l’aumentare del numero dei respiri, o approcciarla come mudra, come suggerisce Anthony Grim Hall. Tuttavia penso che, se non siamo in presenza di infortuni e se la difficoltà è proprio data dalla novità della posizione, le ripetizioni siano uno strumento davvero molto efficace.

3) Prima e Seconda Serie possono funzionare insieme

Anche in questo caso, c’è molta letteratura che mi viene a sostegno. A cominciare da Nancy Gilgoff, che nella sua famosa “lettera aperta sull’Ashtanga Yoga” racconta la sua esperienza con Guruji nel 1973. Per passare a Manju Jois, figlio di Guruji (“non mi ha mai detto ‘fermati qui perché devi prima padroneggiare questa posizione prima di proseguire” – da un’intervista a Manju Jois allo Yoga Journal), Kristina Karitinou etc. – sono moltissimi gli insegnanti che, pur rispettando l’ordine progressivo degli asana, rivelano come Guruji, sia attraverso le varianti che gli aggiustamenti e gli assist, sostenesse un’avanzamento nella pratica e non ritenesse opportuno, almeno fino agli anni ’90, restare “fermi” in una posizione anche per anni prima di progredire nelle serie. Inoltre, sia Tim Miller che Anthony Prem Carlisi affermano che la loro pratica quotidiana è un “mix” tra prima e seconda serie. Questo, a mio modestissimo parere, è molto utile soprattutto quando si pratica da decenni, per evitare gli squilibri che possono verificarsi nell’ambito di una pratica troppo ripetitiva per un lungo periodo di tempo. Come diceva Albert Einstein, “è folle continuare a ripetere la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso”. E’ una frase che mi sembra calzi a pennello con questa idea della pratica.

Se vogliamo andare alla ricerca di riferimenti storici, sicuramente Krishnamacharya, quando sviluppò il metodo insieme a Pattabhi Jois, aveva previsto un ordine diverso per gli asana di Prima e Seconda serie. Dobbiamo inoltre ricordare che la pratica che insegnava nel Palazzo del Maharajah di Mysore era prevalentemente rivolta a persone molto giovani: il suo modo di insegnare agli adulti era molto diverso, molto più simile all’approccio Viniyoga portato poi avanti dal figlio, TKV Desikachar. Lo stesso Guruji, infine, dava praticamente carta bianca al praticante esperto che avesse superato i 50 anni.

Il fatto di non poter praticare in modo più “libero” all’interno di un contesto Mysore è quello che ultimamente mi fa preferire la pratica individuale. Adoro il sistema Mysore, l’idea di poter arrivare, con la propria pratica, in una shala dove si condivide la stessa energia e la stessa dedizione ad un sistema, ad un maestro. Trovo però che la rigidità di molti insegnanti sia a volte un grande deterrente, e un altro è costituito dalle classi guidate. Dopo vent’anni sul tappetino, e con due diplomi all’insegnamento (che pratico da circa 10 anni), per quanto apprendere sia un processo senza fine, penso di conoscere abbastanza il mio corpo e le sue reazioni per riconoscere quali posture devo evitare, in quali devo concentrarmi di più, per quali ho addirittura bisogno di eseguire delle preparazioni. Certo, restando sempre aperta al suggerimento e al sostegno di chi ne sa più di me. Spesso – almeno nella mia esperienza – all’interno della classe Mysore tradizionale non c’è posto per questo tipo di libertà o ricerca. Mi auguro che in futuro nascano classi Mysore dove l’approccio personalizzato sia più importante del numero di studenti.

4) L’approccio avanzato alla Prima Serie di Anthony Grim Hall

Anthony Grim Hall

Su questo argomento trovate quattro post dedicati proprio su queste pagine. Descrivono nei dettagli la pratica che Anthony ha sviluppato partendo dal presupposto che il praticante esperto, e la pratica avanzata, non siano da collegare agli asana più spettacolari ma piuttosto all’approccio agli asana, anche i più semplici, con l’ausilio di mudra, pranayama, concentrazione. Ancora una volta, l’idea parte da Krishnamacharya e dai suoi testi. Ho cominciato a praticare secondo queste indicazioni una o due volte alla settimana, dedicando i giorni in cui sento che le mie energie sono più “volatili” ad una pratica dove sono enfatizzate la stabilità del respiro e delle posizioni rispetto alla velocità di esecuzione della sequenza completa. I risultati non hanno tardato a farsi vedere. Innanzi tutto, con l’approfondimento del respiro all’interno della posizione (respiri più lunghi, e numero maggiore di respiri) riesco ad accedere con la concentrazione alle aree problematiche del mio corpo, portandovi energia. Inoltre, mantenere più a lungo la posizione porta naturalmente la muscolatura a rilassarsi, favorendo le aperture senza doverle forzare.

Infine, eseguire alcuni asana come mudra e dare ampio spazio a pranayama e meditazione hanno un impatto davvero benefico sulla vita di tutti i giorni. Molto spesso, nell’esecuzione tradizionale delle Serie (almeno per me) capita che il pensiero sia concentrato sulla postura o su quella che dovremo affrontare in successione, o ancora su quella che sappiamo già essere il nostro punto debole. Praticare senza alcuna enfasi su progressione degli asana e delle serie è quasi liberatorio.

5) La Serie “Rishi”

Manju Jois, figlio di Sri K. Pattabhi Jois

Ho fatto un po’ di ricerca sui praticanti che hanno avuto la fortuna di praticare con Sri K. Pattabhi Jois per lungo tempo, quando ancora era nel pieno delle sue energie. Ho cercato tra le interviste a Manju Jois, figlio primogenito di Guruji. E ho scoperto che, dopo le serie avanzate (e probabilmente anche con l’avanzare dell’età del praticante), era prevista una pratica soprannominata Serie “Rishi”. Non sono ancora riuscita a trovare sufficienti informazioni che mi aiutino a comprendere come praticarla in modo corretto, ma da quanto ho capito, la Serie Rishi propone, dopo le posizioni in piedi, una selezione di dieci asana, diverse ogni giorno, da mantenere fino a 50 o più respiri ciascuna. Premetto che la sola idea di fare 50 respiri in Kapotasana al momento mi terrorizza: tuttavia per alcuni asana, anche complessi, mi sembra un obiettivo gradualmente raggiungibile, oltre che un modo per esplorare la stabilità e la regolarità del respiro, per approfondire alcuni mudra, per ammorbidire alcune rigidità. E certo per trovare una sorta di stato meditativo nel movimento, anche minimo, che possiamo fare all’interno della posizione.

Graeme Northfield

In altre parole, in questo periodo, anche attraverso le letture che sto approfondendo, tendo a considerare l’Ashtanga Yoga come una struttura, un modo di praticare, al cui interno sono possibili esplorazione, ricerca e libertà. Una visione un po’ diversa da quella che normalmente viene associata a questo metodo. Ripensata in questo modo, e con la rassicurazione che arriva dai primi studenti di Pattabhi Jois già citati e anche da Graeme Northfield, con cui un paio di anni fa ho avuto la fortuna di studiare, da Manju Jois, dagli scritti di Krishnamacharya, la pratica dell’Ashtanga diventa una pratica sostenibile a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Soprattutto, in questo modo mi sembra che la pratica rispecchi lo Yoga più autentico, e sottolinei le sue differenze dalla ginnastica e dal fitness. Sono in contraddizione con la “regola”? E soprattutto, esiste davvero una regola, o si tratta piuttosto solo di una conseguenza data dall’aumento del numero dei praticanti a Mysore e nelle shala di tutto il mondo? Mi metto come sempre in discussione, ma in qualche modo mi rassicura il pensiero di Prem Carlisi, e il suo essere un ribelle per una causa giusta… Di certo sento ancora la necessità di approfondire questo metodo, ogni giorno, ormai da vent’anni. E continuo ad essere grata a Sri K. Pattabhi Jois per avercelo regalato, dandoci l’opportunità di continuare la sua ricerca.

– Francesca d’Errico, 2017