I fondamenti dello Yoga del coraggio

Io, a Mysore. Foto di Alessandro Sigismondi

David Garrigues sta conducendo online, in questi giorni, una bellissima serie dedicata ai fondamenti degli asana che compongono le serie dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. E’ un progetto davvero interessante soprattutto per chi pratica da molto tempo, e si inserisce nel contesto di ricerca che ultimamente sto affrontando, per apprendere tutti gli strumenti necessari a rendere questa pratica accessibile a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Comprendere fino in fondo gli elementi che compongono ogni asana è un passo funzionale all’accesso delle posture più complesse. Ogni posizione affonda le sue radici nel respiro e nell’attivazione dei bandha, eppure tendiamo, nella fretta di raggiungere l’obiettivo, a dimenticare di mettere in pratica proprio questi due elementi che ci rendono possibile ottenere “sthira sukham asanam“, la posizione stabile e confortevole descritta da Patanjali negli Yoga Sutra.

Tuttavia non sono solo fisiche le basi dello Yoga. Anzi. Le fondamenta psichiche o spirituali (a seconda di come vogliamo approcciare questa disciplina) sono sicuramente quelle a cui dobbiamo guardare più spesso. E ancora una volta, spesso preda di meccanismi egoici e competitivi tipici della nostra cultura, tendiamo a dimenticare cosa ci ha spinto verso lo Yoga, tanti anni fa, quando abbiamo iniziato. Nel mio caso la spinta è arrivata dalla sofferenza. Soffrivo fisicamente nell’eseguire i miei allenamenti (ero ballerina e personal trainer, e mi allenavo quotidianamente in palestra) e soffrivo psicologicamente (ero ad un punto di rottura con il mio impiego in una multinazionale). Dunque alla base del mio approccio allo Yoga c’era il desiderio di superare la sofferenza. Eppure anche per smettere di soffrire occorre avere coraggio: perché siamo esseri abitudinari, e a volte all’essere felici preferiamo la sicura palude dell’infelicità che conosciamo. Ecco perché il post di David Garrigues, oggi, mi è sembrato particolarmente interessante: perché parla dei fondamenti dello Yoga non solo dal punto di vista fisico. Lo traduco per voi. Buona lettura!

La ricompensa arriva quando i nostri sforzi sono indirizzati ad un preciso obiettivo. 

“Lo Yoga nasce come ausilio alla sofferenza. Questo è uno dei più importanti fondamenti dello Yoga. Pratichiamo Yoga perché stiamo soffrendo. All’inesperto, lo yoga può sembrare un modo negativo per rivolgersi alla sofferenza. Lo Yoga oggi viene infatti presentato come esercizio estatico. Quando lo pratichiamo stiamo bene, ed è per questo che lo facciamo. Andiamo a lezione di Yoga perché vogliamo stare bene. In realtà, lo Yoga è una forma di allenamento che ci torna utile quando soffriamo. Proprio così, ecco cos’è lo Yoga. Pensate a come suona meglio, detta così. Non lo pratichiamo per “sentirci bene”. No: lo facciamo perché stiamo soffrendo, ed è la nostra risposta alla sofferenza.

Abbiamo bisogno di un serio allenamento per rispondere in modo efficace e curativo a ciò che ci fa soffrire. Non è un’impresa facile, perché la nostra cultura e la nostra natura umana tendono ad evitare la sofferenza. Evitiamo di soffrire appagando i nostri sensi. Usando i farmaci. Cerchiamo di evitare e di non sentire, di non esperire. In questo senso, utilizziamo in modo il mondo materiale in modo errato. Usiamo il mondo esterno per cercare di alleviare la sofferenza, e fino a un certo punto i beni materiali possono aiutarci. Da ragazzo ho frequentato una scuola “hippy”, dove non esistevano i voti ed era possibile creare da soli il proprio programma scolastico. Avevo un insegnante che adoravo, entrava in classe e diceva: “quando sono giù, mangio una fetta di dolce fatto da mamma”, e lo mangiava davanti a noi. Quindi certo, possiamo usare le cose materiali, come un dolce, per non sentire la sofferenza.  Non sto dicendo che sia un male. Il punto è che lo facciamo troppo spesso, e purtroppo c’è un limite al sostegno che questi beni possono darci nell’alleviare il nostro dolore. Lo Yoga invece ci offre una preparazione, un mezzo interiore, indipendente, qualcosa a cui possiamo attingere autonomamente, e questa è la sua base, il suo fondamento. 

dal sito di David, il corso dedicato ai fondamenti della pratica

Spesso abbiamo bisogno di un evento traumatico per riconoscere la nostra sofferenza, ma in sintesi, tutti noi passiamo una parte della nostra giornata soffrendo, preoccupandoci, provando paura, o desideri distorti, incontrando persone che ci causano problemi – eppure, non vogliamo parlarne e tantomeno pensarci. Dobbiamo invece riconoscere e guardare il momento stesso in cui proviamo sofferenza. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’interno, e notare cosa avviene: cosa proviamo?   Questo è il nostro allenamento yogico: essere autentici e ricettivi rispetto ai nostri sentimenti. E questo, in sé, ci rende più forti. Diventiamo alleati di noi stessi. Quando sappiamo che stiamo soffrendo, e guardiamo in faccia questa sofferenza invece che proiettarla altrove, qualcosa avviene dentro di noi. E’ qualcosa che rende questa sofferenza meno intensa, quantomeno più gestibile. La vita non ci butta addosso situazioni che non possiamo gestire, se decidiamo di abbracciare e sottoporci a questo allenamento. Se comprendiamo questo elemento fondamentale, praticare sarà più facile, perché incontreremo la nostra sofferenza in modo più organico.  E’ un’arma importante nel nostro arsenale; anche il dolce della mamma lo è, certo, ma ancora di più lo è il nostro respiro, ed eseguire una posizione yoga. 

Questo porta la tecnica di esecuzione degli asana nel contesto corretto. Credo che il modo in cui eseguiamo, ad esempio, gli inarcamenti, sia importante. Ma lo è altrettanto costruire, nella nostra pratica, un luogo di perdono, compassione e cura di noi stessi. Sembrano concetti ovvi, ma non è così. La cura di sé non è automatica: molto spesso non ci prendiamo cura di noi. Ci comportiamo in modo aggressivo, egoista, evasivo. E il perdono è la chiave. Perdono per i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la nostra mancanza d’amore, i nostri difetti caratteriali. E’ una sfida. Ecco perché lo yoga è un allenamento ed ecco perché è così difficile: perché ci costringe a guardarci in faccia, e a guardare come combattiamo contro noi stessi. E questa è la ragione per cui lo yoga è una pratica spirituale, e anche una pratica molto dura. Non è una regola fisica: nessuno è obbligato a seguirla. Possiamo benissimo vivere senza praticare. Praticare Yoga è una scelta importante. L’uomo consapevole è un uomo dannato, la consapevolezza è una croce pesante da portare. E’ molto più facile rimanere nell’ignoranza. Quando cominciamo a guardare, spesso vediamo cose che ci fanno paura. Guardarsi dentro richiede coraggio.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

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