Il debito degli asana

David Garrigues

Mi capita spesso, ultimamente, di leggere post di colleghi insegnanti “vittime” di infortuni. Sebbene spesso questi incidenti di percorso non siano necessariamente legati alla pratica, è indubbio che chi “frequenta” con assiduità posture avanzate, dimenticando di ascoltare con attenzione i messaggi che corpo e mente ci mandano ogni giorno, sia in qualche modo a rischio. Noi Yogi tendiamo frequentemente a lasciarci trasportare dall’entusiasmo e dall’ego, e ad identificarci con gli asana piuttosto che con la pratica in senso lato. Cosa accade quando questo atteggiamento diventa abitudinario? Ce ne parla in un breve scritto David Garrigues, coniando l’espressione “debito di asana”, che trovo quanto mai appropriata…

“Pensateci bene: se c’è un debito che non volete contrarre, è quello con gli asana. Cos’è un debito di asana? E’ il prezzo da pagare lungo il percorso, negli anni, per aver spinto troppo ora. Contrarre questo debito è automatico quando l’ego comincia a prendere il timone dei nostri sforzi. Ci ritroviamo a spingere troppo, a fare il passo più lungo della gamba, a cercare posizioni per cui non siamo tecnicamente pronti. E soprattutto a preoccuparci troppo di raggiungere un obiettivo che non è realistico rispetto ai nostri limiti e alla nostra capacità di comprensione. Scivoliamo nell’auto compensazione, e cominciamo ad accumulare un debito di asana. 

Cosa significa compensare all’interno di una pratica di asana? La compensazione di un asana comincia quando ci convinciamo che la chiave per diventare una persona più amabile e realizzata sia misurabile in base a quanto siamo bravi in relazione agli altri, e quando cominciamo a dare i voti alla nostra performance, automaticamente ci sembra di non essere poi tanto bravi. Quindi, cerchiamo ogni volta di dare il massimo. Ci imponiamo di essere disciplinati e devoti alla pratica a tutti i costi. Ci obblighiamo a creare una catarsi fisica ogni volta che pratichiamo. Ma in realtà, non c’è nessun bisogno di compensare o di creare alcuna catarsi. 

Anzi, cerchiamo piuttosto di assumere un atteggiamento distaccato rispetto alla pratica. Quando pratichiamo, lasciamo che i contenuti psichici fluiscano liberamente in noi, evitiamo di forzare, resistere, manipolare, desiderare o provare paura. Invece che contrarre un debito di asana, paghiamo il giusto prezzo ad ogni pratica. Invece di impegnarci alla ricerca di un’esperienza sublime e catartica, concentriamoci ogni volta diligentemente sul puzzle da comporre. Scegliendo questa strada, la nostra attenzione andrà alle radici, alla base, alle fondamenta di ogni asana e nel far ciò, trasformeremo himsa (violenza) in ahimsa (non violenza). Neutralizzeremo il veleno. Ci ritroveremo con un corpo che ci ringrazierà, invece che maledirci. E oltre a ciò, nello scegliere la strada di ahimsa, godremo, anno dopo anno, di una salute migliore”. – David Garrigues

Mi permetto di aggiungere che nel momento in cui scegliamo la strada del flusso spontaneo, automaticamente diventiamo meno esigenti nei confronti di noi stessi e degli altri. Ahimsa si trasferisce dal nostro tappetino nella vita di tutti i giorni, agevolando non solo il nostro rapporto con noi stessi, ma anche e soprattutto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

Francesca d’Errico

Eka Pada Koundinyasana – Pic by Marco Pantani

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