Il respiro durante la pratica

I consigli di Simon Borg-Olivier per un corretto respiro durante la pratica

Simon Borg-Olivier

Quante volte lo abbiamo sentito ripetere: senza un corretto respiro, non è Yoga. Eppure la corretta tecnica respiratoria durante la pratica Yoga sembra la cosa più difficile da apprendere e da insegnare. Ombelico rivolto verso la colonna, o no? Bandha attivi, o respirazione rilassata? Ujjayi o equal breathing? Insomma tra mille diverse istruzioni, a volte il respiro diventa forzato, clavicolare, e rende la pratica inutilmente faticosa. Senza contare il fatto che, senza un respiro fluido e regolare, il rischio di perdere concentrazione e di farsi male diventa più alto.

Negli ultimi mesi devo dire che ho affrontato diverse difficoltà fisiche. Come ormai chi mi legge sa fino alla noia, soffro di protrusioni discali fin da ragazzina, per il mio passato di ginnasta e ballerina. Grazie ad una innata flessibilità e a un paziente lavoro di costruzione della forza, riesco quasi sempre a tenerle a bada e ad eseguire asana anche molto complesse. Tuttavia capita che, spesso in circostanze banalissime (passare l’aspirapolvere è un buon esempio) i miei dischi intervertebrali decidano di slittare lateralmente e attivare la radice del nervo sciatico o del nervo crurale, creandomi periodi di dolore anche intenso. La pratica è l’unica attività che mi consente di riportare la mia schiena in una condizione di normalità e di eliminare progressivamente il dolore, ma per essere efficace la chiave è sempre il respiro. Quindi per me la ricerca sulla corretta respirazione durante la pratica è un percorso obbligato: diversamente, non potrei eseguire inarcamenti complessi o torsioni avanzate. Ultimamente, ho esplorato percorsi alternativi al tradizionale respiro Ujjayi e, come sempre, Simon Borg-Olivier mi è stato di ispirazione. Il suo pensiero è sintetizzato nel post che ha pubblicato qualche giorno fa, e che mi è sembrato utilissimo e illuminante. Lo traduco per voi.

Foto di Marco Pantani

“Abbiamo bisogno di una respirazione speciale per far sì che la pratica sia trasformativa? Molti insegnanti lo suggeriscono. Nell’usare il termine ‘trasformativo’ potremmo essere portati a pensare che una respirazione speciale possa provocare una trasformazione sulla nostra salute fisica, fisiologica (energetica) e mentale.
Più precisamente, pensiamo che una respirazione speciale possa migliorare la circolazione di energia e di informazioni all’interno del sistema cardiopolmonare (che include i vasi sanguigni) e del sistema nervoso (che comprende i nervi, il cervello e i neurotrasmettitori), nonché creare una più elevata connessione e maggiore benessere nel corpo. La pratica delle tecniche di respiro (il pranayama) può, infatti, essere trasformativa in modo positivo a tutti i livelli, ma questo avviene solitamente per i praticanti molto avanzati.
Quando uno studente di livello medio esegue la sua pratica, spesso osserviamo che il suo respiro è eccessivamente teso o tendente all’iperventilazione. Un respiro eccessivamente approfondito può avere alcuni benefici, come l’aumento di sensazioni positive e addirittura il miglioramento degli stati depressivi. Tuttavia, questi effetti positivi sono spesso minimi rispetto a quelli negativi, che vanno dall’attivazione di uno stato di stress (la famosa risposta ‘attacco o fuga’, tipica della stimolazione del sistema nervoso simpatico), all’esperire emozioni negative, fino alla riduzione del flusso sanguigno diretto al cervello; riduzione dell’ossigeno diretto dai polmoni al sangue, e dal sangue alle cellule; riduzione del flusso sanguigno dalla parte razionale del nostro cervello; riduzione delle funzioni degli organi preposti alla risposta immunitaria, alla digestione e alla riproduzione. Per la maggior parte delle persone, una respirazione naturale, abbinata alla concentrazione sull’allungamento del corpo e sul mantenimento di uno stato di rilassamento, e al movimento di tronco, scapole e pelvi, consente al corpo di ‘respirare per noi’ eliminando tensioni eccessive e iperventilazione. In questo modo possiamo mantenere la calma e la concentrazione necessarie alla pratica, incoraggiando la circolazione sanguigna e garantendo un corretto apporto di ossigeno alle nostre cellule.
Tuttavia la maggior parte delle persone non muove la parte superiore del corpo in modo naturale. Spesso oggi, nelle lezioni di yoga, le persone praticano utilizzando un paradigma superato e obsoleto che comprende concetti confusi e ambigui come ‘mantenete il vostro core fermo e stabile’, ‘portate l’ombelico verso la zona lombare’, ‘mantenete una colonna neutrale’, ‘aprite il cuore’, ‘flettetevi in avanti dalle anche’ e ‘portate le spalle indietro e verso il basso’. Se ci muoviamo nella pratica utilizzando un paradigma che si è dimostrato generalmente inefficace a livello fisioterapico, il corpo non potrà respirare meglio di quando siamo seduti al computer per tutto il giorno.
Per respirare in modo naturale e salutare quando pratichiamo yoga – ma vale anche per qualsiasi altra forma di esercizio fisico, per la danza, la corsa e addirittura il nuoto – è importante muoversi lungo tutta la colonna vertebrale, le spalle e le anche, ed è importante che l’addome non sia bloccato in un’unica posizione. Quando riusciamo a respirare in questo modo, il corpo può veicolare il sangue più facilmente al suo interno, e la comunicazione intracellulare avviene in modo spontaneo.
La trasformazione avviene in modo positivo quando il corpo riesce a comunicare con l’energia del sistema nervoso parasimpatico. Sebbene questa comunicazione sia accessibile attraverso tecniche di respirazione specifiche, è molto più semplice ottenere lo stesso effetto respirando in e muovendo il corpo in modo naturale, mantenendo la concentrazione sulle sensazioni di allungamento, di rilassamento e, soprattutto, di assenza di dolore”.

Simon Borg-Olivier è un insegnante di Yoga e fisioterapista di fama internazionale con una lunghissima esperienza. I suoi corsi sono disponibili anche online sul sito Yoga Sinergy.

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