Sono pronto per la Seconda Serie? Le riflessioni di Ty Landrum

Alzi la mano chi non si è mai chiesto, dopo qualche anno di Prima Serie: “Sono pronto per la Seconda Serie?”. Io me lo sono chiesta mille volte, negli anni, e quando ho iniziato a praticarla devo dire che tutto avevo considerato tranne che gli aspetti psicodinamici che la sequenza di posizioni della Seconda Serie spalanca davanti al praticante. Quando ho letto il blogpost di Ty Landrum, ieri, mi si è aperto un nuovo universo di comprensione sulle esperienze degli ultimi anni, e ho pensato di condividere le riflessioni di Ty con tutti voi, traducendo il suo meraviglioso articolo. Eccolo in italiano, un vero must per tutti i praticanti che si affacciano a questa impegnativa sequenza.

“La curva di apprendimento della Prima Serie è ripida. Mentre ci trasciniamo sui faticosi declivi della pratica, incontriamo una serie infinita di false vette. Ogni volta che ci illudiamo di aver raggiunto la cima, ne appare un’altra, che appare ancora più irraggiungibile all’orizzonte. Se proseguiamo il nostro duro cammino attraverso queste esperienze, ci accorgiamo gradualmente che le cime sono infinite. C’è sempre un livello superiore, un altro modo per eseguire la sequenza in modo più elegante, più vibrante, con maggior concentrazione e consapevolezza. Non completiamo mai davvero la Prima Serie, piuttosto continuiamo a riscoprirla, e a riscoprire noi stessi in questo processo.  Questa è forse la cosa più importante da tenere a mente quando arriviamo a porci la fatidica domanda che ogni praticante di Ashtanga si ritrova ad affrontare: Sono pronto per la Seconda Serie?

Ty Landrum in Kapotasana (by Alessandro Sigismondi)

Non c’è una risposta facile a questa domanda, né un’unità di misura che possiamo utilizzare per decidere con sicurezza. Nella comunità Ashtanga, esistono alcuni standard posturali, che hanno senso in alcuni contesti, ma che sono troppo rigidi e superficiali per essere realmente applicabili. Funzionano per un piccolo gruppo di persone che rappresentano questi standard, ma impediscono agli altri, che per altri aspetti sono pronti per questa esperienza, di abbracciare il potenziale della pratica nel suo insieme. Alcuni corpi non riusciranno mai a flettersi nelle migliori forme della Prima Serie, ma ciò non significa che non siano pronti ad avanzare sia fisicamente che mentalmente nella pratica.

Tuttavia c’è una buona ragione se la Prima Serie è, appunto, prima nella lista delle sequenze Ashtanga. A livello psichico e fisico, la Prima Serie comprende le fondamenta su cui costruire le sequenze successive. E se queste fondamenta non sono solide, l’intero edificio sarà traballante e costantemente in pericolo di collassare.

Per capire se si è pronti per la Seconda Serie, è necessario comprendere alcuni aspetti psicodinamici della pratica. Il primo è che la Prima Serie è stata sviluppata specificatamente per rafforzare apana, la forza discendente e dissolvente che rimuove gli eccessi fisici e mentali. Apana è la forza che ci consente di lasciar andare pensieri, emozioni e ricordi di cui non abbiamo più bisogno, così da poter andare avanti nelle nostre vite e continuare ad evolverci. Tutto quel flettersi, strizzarsi, torcersi e arrotolarsi che caratterizza la Prima Serie ha lo scopo di consolidare e amplificare la forza apanica, con l’obiettivo di creare più concentrazione, stabilità e resilienza mentale.

La Seconda Serie, d’altro canto, è disegnata per esumare i sedimenti delle esperienze passate, rimuovere dai nostri recessi corporei frammenti di pensieri, sensazioni e ricordi non elaborati rilasciandoli nello spazio aperto della consapevolezza. Se la forza apanica è forte, dissolverà questi sedimenti e noi esperiremo il processo come una sorta di liberazione fisica. La forza creativa confinata all’interno di quei frammenti mentali sarà riassorbita dal corpo sottile, che in risposta si illuminerà, risplendendo di una rinnovata carica creativa.  In termini di psicologia yogica, questo momento di assorbimento è chiamato hatha-paka, o assimilazione improvvisa, che è uno dei più cruciali processi di liberazione della mente condizionata.

Questo processo non avviene se la forza apanica della mente non è sufficientemente forte. E questo è il motivo per cui il sistema dell’Ashtanga Yoga enfatizza l’elaborazione della forza apanica fin dall’inizio. Se questa forza non è sufficiente, la mente conscia viene esposta inaspettatamente a ricordi latenti e non elaborati, il risultato può essere abbastanza traumatico. Incapace di distaccarsene e di restare solidamente ancorata, la mente si impiglia tra i ricordi e le storie drammatiche ad essi collegate. E per questa ragione, rischia di infiammarsi, se non addirittura di perdersi.

Il rilascio improvviso di ricordi non elaborati non è da prendersi alla leggera. Eppure la leggerezza – unita ad un senso di distacco e temperata dalla meraviglia – è precisamente il metodo dell’hatha-paka. Per praticare questo metodo è necessaria una forza apanica notevole. E’ importante essere ben radicati nel proprio corpo, e questo è proprio l’obiettivo della Prima Serie.

Ovviamente c’è chi è ben radicato nel proprio corpo pur non avendo completato le difficili forme della Prima Serie. Alcuni corpi non riusciranno mai ad assumere queste forme, per quanto la loro forza apanica sia evidente. Quindi l’abilità tecnica nell’esecuzione della Prima Serie è un modo alquanto superficiale per giudicare l’eventuale prontezza ad avanzare nella Seconda Serie. Piuttosto una notevole forza apanica, in grado di sostenere improvvisi ricordi e memorie latenti, è un metodo più pertinente per verificare se siamo in grado di muoverci verso la Seconda Serie. Ma anche questa unità di misura non è sufficiente da sola.

Esistono persone che hanno una forte consapevolezza corporea anche prima di iniziare a praticare Ashtanga Yoga. Magari arrivano da altre pratiche fisiche, o hanno un carattere solido per natura. Tuttavia anche per loro potrebbe non essere prudente affacciarsi subito alla Seconda Serie, perché in questa sequenza, se eseguita in modo tradizionale, sono presenti sfide fisiche importanti. E a meno che non sia stata sviluppata l’integrità fisica che deriva dalla pratica della Prima Serie per un sufficiente periodo di tempo, la Seconda Serie può esporci ad un notevole rischio di infortuni. Quindi neanche avere una notevole forza apanica può essere un sufficiente metro di giudizio per intraprendere la Seconda Serie. E’ necessario anche avere una base forte a livello di sostegno posturale, aspetto che deriva da una pratica costante della Prima Serie.

Eppure ci sono moltissime posture e molti movimenti della Seconda Serie che possono essere di grande beneficio se adattati al corpo e alle condizioni anche del praticante meno esperto. Nessuna regola di prodezza posturale dovrebbe impedire a questi praticanti di trarre beneficio da queste posizioni che hanno un incredibile potenziale terapeutico. Quindi la prontezza nell’apprendere alcune posizioni della Seconda Serie non può essere soggetta a valutazioni che combinano forza apanica e supporto posturale.

E c’è un predominante motivo psicodinamico per cui i più seri praticanti di Ashtanga iniziano a sperimentare alcune versioni adattate della Seconda Serie dopo due o tre anni, indipendentemente dal livello raggiunto nella Prima Serie. E questo motivo è l’equilibrio. Con la sua pronunciata enfasi sulla forza apanica, la Prima Serie non è una pratica bilanciata. Al contrario è un intelligente elemento di base nello sviluppo di una pratica bilanciata. Se praticata sufficientemente, la Prima Serie raccoglie e consolida le nostre energie fisiche, incoraggia la concentrazione, la stabilità e la resilienza mentale. Ma se eseguita all’esasperazione, o troppo a lungo, può incoraggiare una eccessiva introversione, rigidità mentale e persino dogmatismo.

E nemmeno questa è una prerogativa esclusiva della Prima Serie. Qualsiasi pratica fortemente apanica, se portata all’esasperazione, può portare a squilibri mentali. Lo si evince in chi diventa eccessivamente chiuso, introverso, distante e fortemente radicato nelle proprie idee e percezioni. All’estremo, lo squilibrio di tipo apanico si manifesta in estremismo, che è uno degli ostacoli più seri nello Yoga. Quindi, anche se non abbiamo grandi ambizioni nel collezionare molte posture, è un bene considerare di praticare una Seconda Serie modificata, semplicemente per invitare una maggiore apertura e ricettività nella pratica. In altre parole, è bene considerare di bilanciare la pratica apanica della Prima Serie con una sequenza che incoraggi il flusso del prana, la corrente ascendente che guida la nostra immaginazione, ispirazione, creatività e l’abilità di vedere le cose da diversi punti di vista.

Per i praticanti di Ashtanga, questo si traduce nell’aggiungere alcune versioni delle posture praniche che appaiono all’inizio della Seconda Serie, adattate intelligentemente alle proprie abilità. Si tratta di posizioni che interessano una maggiore apertura, maggiore allungamento ed estensione delle anche e della colonna, l’esatto opposto delle flessioni e delle chiusure della Prima Serie. Incoraggiano una maggiore attenzione al movimento verso l’alto e verso l’esterno, e stimolano correnti sensorie più lunghe e profonde nel corpo. Se combinate intelligentemente con la sequenza della Prima Serie, queste posizioni ci aiutano a trovare maggiore equilibrio all’interno della pratica.

La Prima Serie è invece una pratica fondamentale per coloro che hanno bisogno di governare le proprie correnti psichiche, trovando maggiore solidità nel corpo, preparandosi fisicamente e mentalmente per la pratica profonda e faticosa della Seconda Serie.

In realtà, ci sono motivi psicodinamici che sostengono l’inserimento intelligente di alcune accessibili versioni delle posture praniche della Seconda Serie fin dall’inizio della pratica. Può trattarsi dell’urgente necessità di rompere strati di stagnazione mentale, di sollevare il morale o rivolgere l’attenzione all’esterno. Come abbiamo visto, potrebbero esserci necessità di confrontare problemi apparentemente solo fisici, come il dolore cronico o la tensione nelle spalle e nelle anche. C’è più di una ragione, quindi, per inserire anche precocemente alcune posizioni della Seconda Serie nella pratica dell’Ashtanga Yoga.

Per concludere, non esiste un semplice criterio, che possiamo descrivere in termini di prodezza posturale, per determinare la nostra prontezza ad entrare nella Seconda Serie. Ci sono molte buone ragioni per inserire posizioni della Seconda Serie nella nostra pratica prima di aver raggiunto i canoni convenzionali della prodezza tecnica. Un insegnante esperto può aiutarci a decidere ma dobbiamo sempre ricordare che nessuno può prendere questa decisione al nostro posto. Naturalmente sarebbe sciocco ignorare la tradizione, e sarebbe da arroganti ignorare il consiglio di chi è più esperto di noi. Ma ciò che più conta è che sarebbe scandaloso arrendersi al giudizio delle convenzioni, e affidare ad altri la propria evoluzione fisica e psichica.

Per camminare sulla strada dello Yoga, senza finire fuori pista, dobbiamo sviluppare il potere del discernimento, viveka-khyati, così da inanellare una sequenza intelligente di azione e reazione. Diversamente, saremmo vittime dei raggiri della nostra mente, che non si stanca mai di imporre regole e costrutti sulle nostre esperienze, e che sarà lieta di impedirci di sperimentare nuove aperture di spirito. Per immergerci in questo spirito – che è lo spirito più autentico dello yoga – dobbiamo continuare ad abbandonare le nostre idee e i nostri preconcetti, insieme a quelli altrui, e guardare nuovamente, senza paura e senza inganno, nel centro luminoso della nostra esperienza, continuando ad avere illimitata e pura fiducia in ciò che siamo.

Quindi se avete trascorso un po’ di tempo insieme alla Prima Serie, e vi state chiedendo se siete pronti ad andare avanti, abbandonate regole e precetti. Invece che imporre un criterio esterno, che considera solo l’aspetto fisico e posturale, pensate all’impatto che la Seconda Serie potrebbe avere sulla vostra mente. Sappiate che non potrete predire o controllare tale impatto. E sappiate che, nel praticare la Seconda Serie, vi esporrete all’ignoto, e sentirete nuove dimensioni del vostro corpo e della vostra psiche. Siete pronti a confrontare i demoni che vi aspettano nell’ombra? Siete pronti ad abbracciarli con compassione, ad accettarli come parte di voi, senza restare impigliati nei drammi che potrebbero evocare?  Con queste domande in mente, potete finalmente chiedervi: Sono pronto per la Seconda Serie?”

Ty Landrum, direttore di The Yoga Workshop, Boulder 

Ty Landrum sarà in Italia e in Europa nel 2019 per una serie di workshops. Sul suo sito trovate tutti i dettagli.

(traduzione di Francesca d’Errico)

Lo Yoga è vivo e sta benone

Lo Yoga è vivo e sta benone. Questo articolo nasce dalla lettura di un pezzo molto negativo sullo Yoga, apparso recentemente su facebook. Ebbene la mia opinione è agli antipodi (e ancora una volta, per aver espresso con cortesia un’idea diversa, sono stata bannata dall’autrice del pezzo… un gesto che si commenta da sé).

Se cerchiamo lo Yoga al di fuori di noi, se non abbiamo la perseveranza di confrontarci con la pratica ogni giorno, rimarremo sempre delusi. Se dallo Yoga ci aspettiamo il miracolo del risultato senza il lavoro necessario per arrivarci, non troveremo le risposte alle nostre domande. Se non abbiamo la perseveranza di seguire una scuola, una tradizione, per un tempo sufficientemente lungo (e parlo di anni, non di pochi mesi), non riusciremo mai a carpirne l’essenza. Se pensiamo che lo Yoga sia circo, festival, leggings colorati (che peraltro a me piacciono moltissimo), e ci meravigliamo che la pace dei sensi possa trovarsi lì, decisamente ne avremo una percezione distorta.

Sono stata fortunata: ho sempre avuto una propensione per la disciplina. Quando ho iniziato a praticare venivo da un passato sportivo (come ginnasta) e sapevo che, senza applicazione costante, non avrei ottenuto alcun risultato. Sapevo anche che, pur mettendo nella pratica tutta la mia passione e dedizione, il risultato avrebbe potuto essere diverso da quello che mi aspettavo (e certo non mi riferisco solo agli asana!). Credo che in molti, ultimamente, si avvicinino allo Yoga sperando nel “miracolo” della soluzione immediata ai propri problemi fisici e/o esistenziali e, con queste elevate aspettative in testa, ne restino altrettanto rapidamente delusi. Lo Yoga dà molto, è vero, ma solo se si è disposti a dargli altrettanto. Solo attraverso la disciplina e la volontà di andare avanti, affrontando sul percorso gli inevitabili ostacoli (incluse le tante delusioni), riusciremo nel tempo a comprenderne il valore.

Ho incontrato tanti maestri. Alcuni meravigliosi (e sono quelli che mi hanno dato la forza di continuare il percorso), altri forse discutibili. Ma se comprendiamo che ognuno di noi segue il proprio dharma, e che ogni essere vivente su questa terra sta facendo del suo meglio con gli strumenti che gli  sono stati affidati, riusciremo sempre a trarre da ogni incontro una lezione importante. Su come vorremmo (e come non vorremo mai) essere. Su come possiamo fare di più, su come possiamo stare (e far stare) meglio. Su quali energie desideriamo attrarre, e da quali vogliamo tenerci a distanza.

Forse quel maestro ci ha deluso. Quel festival ci è sembrato una buffonata. Instagram ci sembra una parata di acrobati (ma ricordiamo che anche migliaia di anni fa artisti sconosciuti raffiguravano gli Yogi nelle loro complesse posizioni in statue e sulle mura dei templi…). Non smettiamo di cercare. Magari nella shala di quel maestro incontreremo qualcuno che ci suggerirà una scuola dove ci sentiremo a casa. A quel festival troveremo un libro di filosofia indiana che ci aprirà una nuova visione. Su Instagram troveremo una foto che ci ispirerà a seguire una tradizione.

E soprattutto, pratichiamo. Tutti i giorni, in ascolto. Senza guardare cosa fanno gli altri, a quale posizione sono arrivati, se riescono a fare una verticale o kapotasana. Pratichiamo e sentiamo cosa ci trasmette quello che riusciamo a fare. Ascoltiamo il corpo negli asana e controlliamo la mente con il respiro, con i mantra, con la meditazione. Seguiamo un maestro con rispetto, permettiamogli di conoscerci (e di conoscerlo) frequentandolo con continuità. Tutto il resto, come diceva Sri K. Pattabhi Jois, è circo.

Susanna Finocchi

Ashtanga Yoga Follonica ha ospitato recentemente Susanna Finocchi, KPJAYI Level 2, co-fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen per un meraviglioso seminario. Sono state giornate intense di pratica, filosofia, chanting. Un gruppo di splendidi yogi, animati dal desiderio di affrontare se stessi sul tappetino e fuori, ha portato un’energia bellissima a testimonianza della vitalità dello Yoga contemporaneo. Ma soprattutto una grande maestra, che da decenni vive quotidianamente la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ci ha trasmesso insegnamenti resi attuali dalla sua esperienza diretta e continua con la fonte. E questo per me è Yoga autentico, l’unico che mi interessa.

Susanna tornerà da noi ad agosto, per una intera settimana Mysore. Abbiamo condiviso con lei sudore e risate, e non vediamo l’ora di tornare a praticare sotto la sua guida esperta, paziente, profonda e autentica. Con lei, lo Yoga è veramente vivo e sta benone.

Ancora più importante, Ashtanga Yoga Copenhagen ospiterà una delle tappe europee di Sharath Jois. Una ragione in più per avvicinarsi alla fonte di questa meravigliosa disciplina.

(nella foto sopra: Susanna Finocchi in Galavasana. Stay tuned per le sue nuove date a Follonica!)