Età e Ashtanga Yoga: crescere nella pratica

Età e Ashtanga Yoga: invecchiare, o crescere nella pratica? L’Ashtanga Yoga è ormai una pratica molto diffusa nel nostro emisfero, e sono davvero moltissimi i praticanti “senior” (tra cui annovero anche me stessa). Questa pratica dalla connotazione fisica così evidente, comporta rischi per chi è ormai over 50? Potrei rispondere con un sorriso e raccontarvi la mia esperienza (anche se ormai tanti la conoscono già, e sanno che per me il termine “invecchiare” va sostituito con “crescere”). Ma preferisco oggi offrirvi il punto di vista di David Keil, esperto insegnante di kinesiologia, collaboratore di John Scott per molti anni e a sua volta praticante di lungo corso. Traduco quindi volentieri il suo articolo per tutti voi.

“Qualche tempo fa sono stato interrogato su come praticare Ashtanga Yoga dopo i 50 anni. Ovviamente non esiste una sola risposta a un simile quesito, ma posso dire con certezza che, a qualsiasi età si inizi a praticare, se manteniamo con costanza la pratica per diversi anni, la nostra esperienza della pratica tende a modificarsi. Il modo in cui avvengono questi cambiamenti dipendono ovviamente dalla storia personale di ognuno di noi, ma il cambiamento è inevitabile. Parliamo quindi degli stadi comuni della pratica, quelli che ogni studente attraversa negli anni, e di come la pratica possa mutare con l’età.

I cambiamenti associati all’età

“I nostri corpi cambiano con l’età, e questa è una certezza. Come e quando, però, sono variabili molto individuali. Alcuni aspetti da considerare quando parliamo di età e che possono influenzare la nostra pratica sono:

  • Perdita di massa ossea
  • Disidratazione delle articolazioni e del tessuto connettivo
  • Anni di patterns ripetitivi con cui fare i conti
  • Un sistema nervoso meno reattivo nell’acquisire nuovi patterns.

Molto probabilmente i cambiamenti sopra elencati hanno un impatto sulla nostra pratica. Ma non devono allontanarci da essa. Possono semplicemente guidarci verso le modalità di esecuzione della pratica. Sostengo da sempre che la pratica deve adattarsi alla nostra vita. L’età e gli stadi della nostra esistenza sono solo due dei tanti aspetti che compongono questa affermazione. Esistono infatti molti altri fattori d’influenza sulla pratica. Per esempio, a che punto siamo nel nostro rapporto con l’Ashtanga Yoga, fatto che non ha tanto a che fare con la nostra età, ma prevalentemente con gli anni di pratica che abbiamo alle spalle. Quando ci avviciniamo all’Ashtanga, a seconda della nostra età e di una serie infinita di circostanze, attraversiamo inevitabilmente delle “fasi”.

Le possibili “fasi” del nostro rapporto con la pratica

“Sono molte le fasi che attraversiamo in relazione alla pratica dell’Ashtanga Yoga. L’invecchiamento fisico è solo uno degli aspetti che possono influenzare la nostra pratica:

  • L’innamoramento
  • In questa fase leggiamo tutto ciò che possiamo trovare sulla pratica, non saltiamo mai una pratica mattutina, e annoiamo chiunque con lunghissimi monologhi su come l’Ashtanga sia la cosa migliore che abbiamo mai incontrato [N.d.T.: dopo 25 anni di pratica, io ci sono ancora dentro fino al collo: e voi?]
  • Il primo plateau
    • Arriviamo al punto in cui l’ultimo asana che ci è stato assegnato sembra non andare da nessuna parte. Ci abbiamo lavorato per settimane, eppure non riusciamo ancora a chiudere Marichyasana D, a portare una gamba dietro la testa o a mantenere l’equilibrio in bhujapidasana. A questo punto, o diventiamo curiosi e impariamo ad essere pazienti, o sentiamo crescere la frustrazione e abbandoniamo.
  • Inizio della serie intermedia
    • Se abbiamo scelto di attraversa i plateau della prima serie, ad un certo punto inizieremo a lavorare sulla serie intermedia. Improvvisamente, la pratica torna ad essere eccitante: voliamo attraverso una nuova sequenza di asana, cogliamo l’esaltazione degli inarcamenti complessi… e poi ci imbattiamo in kapotasana (o qualunque postura rappresenti il nostro personale plateau). Nuovamente, a questo punto, o diventiamo curiosi e impariamo ad essere pazienti, o sentiamo crescere la frustrazione e abbandoniamo.
  • Una pratica molto, molto lunga
    • Se abbiamo appreso la seconda serie aggiungendo, nella nostra pratica quotidiana degli asana della prima serie, ad una ad una le nuove posture, una volta arrivati a eka pada sirsasana avvertiamo un senso di lunghezza interminabile della pratica. Siamo costretti a costruire resistenza, che solitamente significa imparare a respirare (se non sappiamo già farlo) e ad usare meno la forza a favore dell’efficienza. Questa fase richiede forza di volontà. Dobbiamo aver voglia di fare questo tipo di lavoro. Non è facile. E qui molte persone, nuovamente, abbandonano.
  • Diventare un praticante maturo
    • Se siamo arrivati fino a questo punto, abbiamo sicuramente incontrato molti ostacoli lungo la strada. Non ho quindi bisogno di dirvi come praticare invecchiando, perché avete già capito come praticare quando il lavoro o la famiglia richiedono tutta la vostra energia, o come praticare quando la vostra forza di volontà è vicina allo zero, o quando vi siete fatti male (sia facendo altro, che forzando troppo la mano nella pratica).
    • Ho incontrato molti studenti nel corso degli anni, e ho osservato il loro rapporto con l’Ashtanga Yoga, e l’evoluzione della loro pratica nel tempo. E naturalmente, ho vissuto in prima persona l’avanzare dell’età, e i cambiamenti della mia pratica. Se c’è un tratto comune a tutti i praticanti senior, è che hanno imparato a prendere la loro pratica con leggerezza. Hanno lasciato andare l’idea che la pratica debba essere di una certa lunghezza, che ci sia un numero “giusto” di asana da eseguire, che sia necessario farla ad una certa ora, e soprattutto che conquistare un asana vada di pari passo con l’illuminazione spirituale. Hanno imparato a vedere l’Ashtanga come uno strumento sfaccettato, che può essere utilizzato per molti scopi, a seconda delle esigenze del momento.

La verità è che ognuno di noi sa già come praticare. Abbiamo da sempre questa capacità. Dobbiamo solo fidarci, e credere alla nostra esperienza. Se volete che qualcuno vi dia il permesso, ve lo do’ io: potete fare meno. Potete eseguire una pratica più breve quando ne sentite la necessità. Potete eseguire gli asana che hanno un senso per voi. Prendere un giorno off se ne avete bisogno. Potete modificare, sostituire e in generale eseguire gli asana in qualsiasi modo riteniate sia più adatto a voi in questo momento. Le sequenze sono una guida; non sono rigidi pilastri di cemento. Dopo averle apprese coscienziosamente per anni, potete ora usarle nel modo che vi sembra più adatto a voi.

Nella mia esperienza personale, direi che negli anni sono cambiate le mie motivazioni verso la pratica, mentre molti praticanti attraversano una “luna di miele” con la pratica, periodo in cui sono motivati a “conquistare” nuovi asana, e che si interrompe non appena raggiungono il primo plateau fisico. Quando l’aspetto fisico degli asana resta al palo per un bel po’ di tempo, dobbiamo per forza trovare qualcos’altro a cui rivolgere la nostra attenzione: ad esempio il modo in cui respiriamo mentre pratichiamo, o l’attivazione dei bandha e del drishti, per mantenere viva la concentrazione. Questi aspetti della pratica sono già a nostra disposizione, indipendentemente dall’asana che stiamo eseguendo. Anche se tuttora apprezzo molto il movimento che caratterizza la nostra pratica, con il passare degli anni trovo sempre più interessanti il respiro e la concentrazione all’interno della pratica.

Insomma, la vostra pratica cambierà con l’età? Come sarà a 50, 60 o 70 anni? Posso dirvi certamente che cambierà. Come, non lo so. So però che se investirete tempo e attenzione sulla respirazione e sulla concentrazione, avrete di che esplorare per questa vita e per la prossima. Perché sono questi gli aspetti della pratica a cui avremo sempre accesso, con cui potremo coltivare una relazione anche quando la pratica meramente fisica sarà meno accessibile.

Se praticherete per molti anni, noterete che il “perché” praticate subirà un cambiamento. Se molti iniziano a praticare alla ricerca dei benefici fisici, di maggiore flessibilità e forza, o anche semplicemente per combattere il mal di schiena, negli anni gli effetti mentali ed emozionali della pratica diventano sempre più importanti ed evidenti. Qualunque sia la serie raggiunta – la prima, o la quarta.

Ci auguriamo che con l’età sopraggiunga anche la maturità. Con gli anni, siamo meno interessati al risultato della pratica, e più consapevoli del processo che la guida. E questo significa, spero, che abbiamo imparato ad essere più gentili con noi stessi e con gli altri. La gentilezza può riflettersi in pratica in quali asana scegliamo di eseguire, o in come decidiamo di eseguirli. Le opportunità di esplorazione della pratica sono infinite, e quelle più interessanti – respiro e concentrazioni – sono sempre a nostra disposizione, indipendentemente dalla quantità di asana o da quale serie decidiamo – o possiamo – praticare”.

In conclusione

“Non posso dirvi cosa, nello specifico, potete o non potete praticare a 50, 60 o 70 anni. Sono troppe le variabili individuali in gioco. Ciò che è appropriato per un cinquantenne, potrebbe essere troppo o troppo poco per un altro. Ciò che posso incoraggiarvi a fare è prestare attenzione agli anni di pratica che avete alle spalle, ascoltarvi e adattare la pratica dove e quando ne sentite la necessità. Ma questa, molto probabilmente, è un’arte che state già imparando, indipendentemente dalla vostra età”.

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