Gli Yama e i Niyama: i tre cardini

di Jason Birch e Jacqueline Hargreaves – The Luminescent
Traduzione e commento – Francesca d’Errico

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In questo secondo post dedicato agli Yama e ai Niyama, affrontiamo l’evoluzione dei tre principi fondamentali che dovrebbero guidare la condotta degli yogin – Ahimsa, Bramacharya e Tapas. Questi concetti hanno subito molte evoluzioni interpretative nel corso dei secoli, adattandosi ai costumi delle diverse epoche e dei sempre più numerosi praticanti occidentali di questa disciplina. Vediamo come, dall’India medievale ad oggi, esista un filo conduttore che dovrebbe sottendere le intenzioni di chi approccia lo Yoga, rendendolo non solo una pratica fisica, ma una via spirituale destinata non solo agli asceti, ma a tutti coloro che, direbbe qualcuno, “sono dotati di buona volontà”. E vediamo anche come l’assenza di una eccessiva rigidità nell’esprimere queste ‘regole’ si sia rivelata una strategia vincente nel consentire a milioni di persone di approcciare questa disciplina.

Asceta in meditazione, dipinto del 1820 (Andra Pradesh), British Museum
Ahiṃsā

Nei compendi dedicati allo Yoga, come quello di Godāvaramiśra, risulta evidente come Ahiṃsā, Brahmacarya e Tapas siano stati reinterpretati nel periodo medievale. Godāvaramiśra inizia la sua discussione su Ahiṃsā citando i Sūtra di Patañjali sugli Yamas. Quindi, cita parola per parola la definizione di Bhojadeva:

Nel [contesto degli ] Yama, si definisce violenza [un atto] che intende eliminare la vita. Questa è la causa di ogni male. L’assenza di [violenza] è non violenza.

Per un Brahmino ortodosso che, tuttavia, era a conoscenza dei sacrifici animali previsti nei rituali vedici, questa definizione non poteva essere accettata senza maggiori specificazioni. Perciò Godāvaramiśra si premura di aggiungere:

La violenza è [un atto] che intende eliminare la vita, ad eccezione dei casi previsti [dai Veda]. Questa è la causa di ogni male. L’assenza di [violenza] è non violenza.

Per sostenere la sua definizione modificata di Ahiṃsā, Godāvaramiśra cita la discussione del Liṅgapurāṇa’ sugli Yama. Questo Śaiva Purāṇa, che incorporava mantra vedici, contiene una esposizione dell’Aṣṭāṅgayoga fortemente influenzata dai Pātañjalayogaśāstra. Tuttavia, in merito ad Ahiṃsā, cita:

Qualunque violenza [sia prescritta] dai precetti [vedici], questa è considerata [secondo la nostra tradizione] non violenza.

Nel ventesimo secolo, i guru hanno espresso simili specifiche osservazioni su Ahiṃsā. In una lettera di Sri Aurobindo (1872-1950), in cui si discute lo Yoga Integrale, il maestro suggerisce che la violenza possa essere giustificata dalle circostanze:

C’è una verità in Ahimsa, e allo stesso modo una verità risiede nella distruzione. Non vi insegno che il vostro dharma spirituale sia quello di uccidere ogni giorno. Dico che la distruzione può essere contemplata, quando è parte dell’opera divina ordinata dal Divino.

Gli insegnanti di yoga contemporanei hanno trovato strade per discutere in termini positivi il concetto di Ahiṃsā. T. K. V. Desikachar (1938), ad esempio, la definisce come ‘gentilezza’ e ‘considerazione rispettosa delle persone e delle cose’. Tuttavia, specifica:

Ciò non significa necessariamente che non dobbiamo cibarci di carne, o pescare, o combattere […]. Se siamo vegetariani, dovremmo lasciarci morire di fame, o mangiare ciò che abbiamo a disposizione? In nessun caso dovremmo causare danno a noi stessi […]. Infine, ahiṃsā è condizionata ai nostri doveri. Dobbiamo adempiere ai nostri doveri. Ciò significa che, se le nostre vite sono in pericolo, sarebbe nostro dovere combattere.

Brahmacarya

In contrasto alla visione ascetica di Patañjali, che considerava Brahmacarya come assoluta castità, il passaggio del Liṅgapurāṇa, citato da Godāvaramiśra, presenta due definizioni di questo Yama. Il primo è riservato agli asceti, e il secondo ai capofamiglia (anche questo termine, oggi, sarebbe sostituito da ‘persone comuni’, per evitare connotazioni sessiste, n.d.T.):

In questo sistema, astenersi dal sesso mentalmente, verbalmente e fisicamente è il Brahmacarya insegnato agli asceti casti, e agli eremiti delle foreste che non hanno moglie. Il Brahmacharya che vi insegnerò è rivolto ai capofamiglia che hanno moglie. Dopo aver consumato atti sessuali con la propria moglie secondo le prescrizioni [del Dharmaśāstra], ci si dovrebbe astenere, in ogni altro momento, dal farlo mentalmente, verbalmente e fisicamente. [Questo] è ciò che consideriamo [secondo la nostra tradizione] come Brahmacarya. Una moglie pura dovrebbe lavarsi dopo i rapporti sessuali. Un capofamiglia che segue questa disciplina è senza alcun dubbio un Brahmacari.

Il Liṅgapuraṇa consente a un Brahmino di vivere sia come uno yogin che come capofamiglia. Da un lato, può praticare gli otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga previsti da questo Purāṇa, per lo più identico all’Aṣṭāṅgayoga di Patañjali. Nel far ciò, assolve lo Yama del Brahmacarya astenendosi dal sesso nei periodi mensili prescritti dal Dharmaśāstra. D’altro canto, può soddisfare le sue responsabilità Brahminiche di padre di famiglia, consumando il suo matrimonio nei periodi previsti dalle scritture.

L’Haṭhayoga medievale incorporava altre opzioni per chi non poteva seguire una stretta interpretazione del Brahmacarya. Ad esempio la pratica di Vajrolī Mudrā, che consentiva ad uno yogin di riassorbire il suo seme attraverso l’uretra dopo il sesso, preservandolo come se fosse in castità. La ritenzione del seme (bindudhāraṇa) era considerata essenziale per la longevità, e per mantenere la stabilità mentale necessaria alla meditazione. Lo rivelano alcuni testi yogici, come l’Amṛtasiddhi:

Finché il seme è instabile nel corpo, la mente è instabile.

Poiché la maggior parte dei guru che hanno trasmesso lo Yoga agli Occidentali nel tardo 19esimo-20esimo secolo erano Brahmini, non c’è da sorprendersi se la visione di Brahmacharya riservata ai capofamiglia (ovvero, sesso con moderazione) è quella più largamente conosciuta.

Nel suo libro intitolato ‘Practice of Brahmacharya’ (‘Pratica del Brahmacharya’, pubblicato nel 1934), Swami Sivananda di Rishikesh (1887 – 1963) definisce così il Brahmacarya per i capofamiglia (ovvero, per coloro che si trovano nell’età del ‘grihasthashrama’):

Il Brahmacharya nel Grihasthashrama è assoluta moderazione nei rapporti sessuali. I capofamiglia possono far visita alle mogli una volta al mese, al momento giusto, e senza pensare al divertimento, ma solo per procreare. Questo è Brahmacharya Vrata. Ed essi sono Brahmachari.

Pattabhi Jois (1915 – 2009), che trasmise il metodo dell’Aṣṭāṅgavinyāsa in Occidente, conosceva la visione Brahminica medievale del Brahmacarya prevista dal Liṅgapurāṇa. Definisce il Brahmacarya come ‘diventare tutt’uno con il divino Brahman’, fa riferimento agli ‘esperti delle scritture’ del passato e rifiuta una stretta interpretazione di Brahmacarya, nel suo libro Yoga Mala:

[…] poiché gli esperti delle scritture ci informano che un capofamiglia che segue le prescrizioni e le regole può essere considerato un brahmachari, anche un padre di famiglia può a buon diritto intraprendere la pratica dello yoga, grazie alla sua capacità di osservare il suo brahmacharya. Brahmacharya, quindi, non significa trattanere la vitalità [seme, n.d.T.], sebbene non vi sia spazio per la sua dissipazione.

Un eremita delle foreste riceve la visita di Shiva
Tapas

L’ascesa dell’Haṭhayoga e delle sue tecniche fisiche all’inizio del secondo millennio, coincide con la reinterpretazione della visione ascetica di Patañjali (tapas) su linee molto più moderate. I primi testi di Haṭhayoga (12esimo – 15esimo secolo), che non erano stati scritti da Brahmini eruditi influenzati dallo yoga di Patañjali, insegnavano tecniche fisiche che derivavano da tradizioni ascetiche molto più antiche. E’ perciò quasi ironico che la maggior parte dei primi testi sull’Haṭha non facciano quasi menzione del concetto di Tapas. Questo è dovuto in parte al fatto che non adottano il formato dell’Aṣṭāṅgayoga e quindi gli Yama e i Niyama sono del tutto assenti (come abbiamo visto nella prima parte, vedi post precedente, n.d.T.).

I più interessanti, tra i primi testi di Haṭha che adottano il formato degli otto rami sono i Vasiṣṭhasaṃhitā e gli Yogayājñavalkya. Nel definire Tapas, questi testi enfatizzano il digiuno e non menzionano le più severe pratiche dell’ascetismo, come quelle incluse nei sutra di Patañjali (ad esempio, osservare il silenzio assoluto). Il Vasiṣṭhasaṃhitā recita:

[Gli Yogi] rivelano che il Tapas più efficace sia la purificazione del corpo attraverso [pratiche] come [il digiuno chiamato] Kṛcchra, Cāndrāyaṇa e così via, come insegnano le prescrizioni [vediche].

Una visione così moderata (se non addirittura l’assenza) di Tapas, ci fa pensare che questi testi yogici erano stati scritti per i padri di famiglia. I capofamiglia erano probabilmente ben disposti a praticare gli intensi Prāṇāyāma dell’Haṭhayoga, abbinati alle attivazioni dei muscoli profondi dell’addome (bandha), alle Mudrā che prevedevano di inserire la lingua nella cavità nasofaringea, e alle inversione. Pochi capofamiglia però sarebbero stati in grado di svolgere le loro mansioni eseguendo rituali ascetici più estremi, come sedersi sui chiodi, restare in piedi per dodici anni, tenere un braccio sollevato sopra la testa finché non avvizzisce, e così via.

L’Hathayoga, inoltre, incorporava tecniche che riscaldano e purificano mente e corpo. Nessuna di queste, tuttavia, era chiamata Tapas nei primi testi di Haṭha. Sembra quindi che che le tecniche di yoga fisico dell’Haṭhayoga rendessero i Tapas tradizional dei Pātañjalayogaśāstra praticamente ridondanti. Inoltre, l’assenza di Tapas agevolava i capofamiglia senza escludere gli asceti, che potevano tranquillamente abbinare l’Haṭhayoga con atti più estremi. In pratica, l’enfasi sullo yoga fisico dell’Haṭhayoga spiega perché la maggior parte dei primi testi ad esso dedicati tace su Tapas, o lo menziona solo brevemente.

Tuttavia, lo scambio di concetti e pratiche tra queste tradizioni è fluido e complesso. Molti testi yogici composti dopo il 15esimo secolo contengono definizioni di Tapas. Molti di questi testi sono più opere accademiche che testi di Haṭha e Rājayoga, e i loro autori favoriscono il formato dell’Aṣṭāṅgayoga. Molti citano o riconoscono implicitamente i Pātañjalayogaśāstra. Infatti, in termini generali, il sistema ad otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga è diventato il paradigma predominante nella maggioranza dei testi yogici composti dopo il 15esimo secolo e chiaramente il tema e la definizione di Tapas riappaiono nella discussione dei Niyama.

Lo si riscontra ad esempio nell’Yuktabhavadeva, composto da un Brahmino di Mithila, di nome Bhavadevamiśra, ai primi del 17eseimo secolo. Dopo aver citato i Sūtra di Patañjali su Yama e Niyama, procede così:

Tapas significa [pratiche] come [il digiuno chiamato] Kṛcchra, etc. Attraverso tapas, vengono rimosse le impurità e si ottiene la purificazione del corpo e dei sensi.

In ben 1742 versi, questo è tutto ciò che Bhavadeva ha da dire su Tapas, con l’eccezione di un commento in un capitolo successivo, “non c’è miglior tapas del Prāṇāyāma”. Altri testi di questo periodo diluiscono ulteriormente il concetto di Tapas. Nell’Haṭhābhyāsapaddhati ad esempio lo si definisce semplicemente come ‘compiere i propri doveri religiosi’.

Alcuni Brahmini, guru contemporanei, hanno interpretato in modo simile il concetto di Tapas nel rivolgersi ai loro studenti. Ad esempio, BKS Iyengar, che semplifica per il praticante moderno la nozione di Tapas:

Tapas nasce dalla radice ‘tap’, ovvero ardere, bruciare, splendere, soffrire o consumare attraverso il calore. Significa quindi un fervente sforzo, quali che siano le circostanze, per raggiungere un obiettivo nella vita […]. L’intera scienza della costruzione del carattere può essere considerata come una pratica di Tapas.

La visione di Iyengar implica che costruire una casa con ‘fervente sforzo’ possa essere considerata un atto di Tapas. Iyengar ha compreso che gli atti di ascetismo tradizionale richiedono una immensa determinazione per essere compiuti. Suggerisce dunque che l’ingrediente essenziale, per il praticante, sia la forma mentis, piuttosto che il perseguire forme di ascetismo tradizionale.

Sebbene Patañjali avesse stipulato che gli Yama non potevano essere modificati, nel corso della lunga e complessa storia dello yoga questi codici comportamentali sono stati reinterpretati e modificati più volte, passando dalla visione senza compromessi tipica degli asceti, ad una più ‘casalinga’ e adatta ai Brahmini con famiglia. Il fatto che la discussione su Yama e Niyama resista nei secoli, fa capire come lo stile di vita del praticante sia fondamentale al raggiungimento di uno ‘stato’ di yoga. Le reinterpretazioni degli Yama e dei Niyama hanno fatto sì che popoli Indiani appartenenti a fedi diverse fossero in grado di praticarli. E questa discussione è ancora molto vivace nel 21esimo secolo. E dobbiamo anche ricordare che la neutralità morale delle tecniche di yoga posturale lo hanno reso accessibile ad un numero enorme di praticanti. La strategia di non stipulare un codice morale può quindi aver contribuito significativamente al successo delle prime tradizioni di Haṭha e Rājayoga.

La mia personale conclusione è che, ovviamente, accademici e storici possono fornirci strumenti di comprensione e riflessione ma, come ben sappiamo, lo yoga è un’esperienza più che una semplice dottrina. Come tale, ognuno ne trae la propria individuale visione, o forse sarebbe meglio dire sensazione. Gli Yama e Niyama sono parte di questa profonda esperienza personale, e solo vivendoli possiamo comprenderne l’importanza e valutarne l’influenza sulla nostra pratica e, soprattutto, sulla nostra vita.

Gli Yama e i Niyama: dal medioevo a oggi

Parte I – di Jason Birch e Jaqueline Hargreaves, The Luminescent

Traduzione e commento di Francesca d’Errico

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Tra i primi concetti che ci vengono trasmessi quando iniziamo a praticare Yoga, troviamo gli Yama e Niyama, i cosiddetti “codici di comportamento” dello Yogi nei confronti di se stesso e degli altri. Ma cosa è cambiato nell’interpretazione di questi precetti morali dalla loro prima apparizione ad oggi? E sono veramente presenti in tutti i testi che trattano di Yoga? Per scoprirlo, mi sono rivolta come sempre ai ricercatori della SOAS University, ideatori e realizzatori del famoso Hatha Yoga Project di cui ultimamente sto traducendo per voi una selezione di articoli. Così, sfogliando tra i tanti, interessantissimi documenti a disposizione, ho trovato questo articolo, pubblicato dallo Yoga Scotland Magazine e in seguito online su The Luminescent, in cui Jason Birch e Jacqueline Hargreaves cercano di mettere un po’ di ordine in un percorso non sempre ovvio e lineare. Ho diviso per praticità il post. La seconda parte, nei prossimi giorni, affronterà i principali Yama e Niyama in dettaglio. Ma ora dedichiamoci all’introduzione storica, che riserva come sempre molte sorprese…

Yama e Niyama – la visione medievale (immagine di The Luminescent)

In questo articolo esamineremo come gli Yama e i Niyama siano stati interpretati in testi di diverse tradizioni medievali e moderne. In alcuni casi, queste linee guida comportamentali sono state adattate in base al pubblico a cui erano dirette e, in altri casi, sono state reinterpretate a seconda delle visioni dottrinali di una determinata tradizione. Dovremo inoltre considerare per quale motivo alcuni metodi, come il Ṣaḍaṅgayoga dello Śaivism, e le prime tipologie di Haṭhayoga, abbiano omesso gli Yama e i Niyama. Infine, discuteremo della continua influenza dei Pātañjalayogaśāstra nell’India medievale ed esamineremo (nella seconda parte di prossima pubblicazione, n.d.T.) come sono stati reinterpretati i concetti di Ahiṃsā, Brahmacarya e Tapas.

La diversa numerazione di Yama e Niyama

Nel periodo medievale indiano (tra il sesto e il diciottesimo secolo), i principali sistemi di Aṣṭāṅgayoga contenevano più dei dieci Yama e Niyama dei Pātañjalayogaśāstra. Molti ne presentavano venti, e alcuni addirittura trenta. Un esempio tipico si trova nel Śāradātilaka, del dodicesimo secolo, un Tantra di Orissa, che contiene un capitolo sullo yoga alquanto eclettico:

I dieci Yama sono non violenza, sincerità, non rubare, celibato, gentilezza (kṛpā), sincerità (ārjava), pazienza (kṣamā), serenità (dhṛti), alimentazione moderata (mitā- hāra) e pulizia (śauca). I dieci Niyama, insegnati da chi conosce le scritture dello yoga, sono ascetismo, contentezza, fede [nell’esistenza di un mondo superiore] (āstikya), [donazioni religiose] (dāna), adorazione di Dio (devasya pūjana), ascolto degli insegnamenti dottrinali (siddhāntaśra- vaṇa), compunzione (hrī), contemplazione (mati), ripetizione di un mantra (japa) e presentazione di offerte (huta).

Molti, se non tutti, gli Yama e i Niyama di Patañjali furono mantenuti nelle tradizioni successive. Tuttavia, in alcuni casi, fu abbandonata la visione di Yama e Niyama come rami di sostegno. Troviamo un buon esempio in un testo Advaitavedānta precedente al 14esimo secolo, l’Aparokṣānubhūti, che trasmette un sistema di Rājayoga con quindici rami (aṅga). In questo testo, gli Yama e i Niyama sono definiti così:

Con la consapevolezza che ‘Tutto è Brahma’, si ha la moderazione di tutti i sensi. Questo è chiamato Yama e dovrebbe essere praticato costantemente. Niyama è un corso di azione susseguente, coerente con questa consapevolezza e con il rifiuto delle azioni che ad essa non si confanno. Il saggio genera supreme benedizioni grazie al Niyama.

Altri testi riconoscono implicitamente l’esistenza di altri Yama e Niyama, ma insegnano selettivamente solo quelli che considerano più importanti. Lo si vede ad esempio nell’Aṣṭāṅgayoga del Netratantra Aṣṭāṅgayoga (750-850 CE), che li considera come uno dei tre metodi per eludere la morte (kāla- vañcana):

Lo Yama migliore è l’astensione costante (virati) dalla vita mondana (saṃsāra), ed il miglior Niyama è la meditazione costante (bhāvanā) sul più elevato livello di realtà (tattva).

Il Netratantra fa parte di una minoranza dei Tantra di Śaiva che adottavano la formula a otto rami dell’Aṣṭāṅgayoga nel loro sistema Yogico. Nello Shivaismo tantrico era prevalente la formula a sei rami (ṣaḍaṅga) che ometteva Yama e Niyama. Sebbene sia molto difficile parlare di Tantra in termini generici a causa delle grandi diversità delle sue tradizioni e dei corrispondenti insegnamenti, sarebbe un errore concludere che l’omissione degli Yama e dei Niyama nel Ṣaḍaṅgayoga voglia indicare l’abbandono di una condotta morale. Al contrario, molti Tantra contengono passaggi relativi alla condotta morale degli iniziati, e se consideriamo questo aspetto accompagnandolo alla lettura del Ṣaḍaṅgayoga, gli Yama e i Niyama diventano in questo contesto quasi superflui.

L’omissione di Yama e Niyama
Nath yogi

Molte tradizioni primitive di Haṭha e Rājayoga (12esimo-15esimo secolo) omettevano gli Yama e i Niyama dai loro insegnamenti. Un esempio lampante è nell’Haṭhapradīpikā, del 15esimo secolo, il cui manoscritto non contiene versi relativi alle linee guida comportamentali. La loro omissione impone una domanda: quali erano i codici morali dei primi praticanti di Haṭha e Rājayoga? Una risposta possibile è che questi praticanti seguissero i codici morali della loro tradizione religiosa. Alcuni testi indicano che l’Haṭha e il Rājayoga erano conosciuti da una pletora di praticanti. Ad esempio, nella sezione dedicata all’Haṭhayoga, Dattātreyayogaśāstra del 12esimo secolo cita:

Che sia un Brahmmino, un asceta, un Buddista, un Jainista, un portatore di teschi (kāpālika) o un materialista; il saggio che ha fiducia [negli insegnamenti dell’Haṭha e del Rājayoga] ed è devoto alla pratica dello yoga, otterrà il successo in qualsiasi impresa.

In una simile situazione, sembra plausibile pensare che i Brahmini seguissero il codice di condotta Brahminico, i Buddisti il loro, e così via. Si potrebbe pensare che i portatori di teschi, i Kāpālika, che di notte sul suolo delle cremazioni adoravano una terrificante versione di Śiva chiamato Rudra, avessero poco a che fare con linee guida comportamentali di qualsiasi tipo. Godevano di una dubbia reputazione, con i loro riti trasgressivi che comprendevano anche il consumo di carne umana. Alcune delle loro scritture sono sopravvissute, ma un commento agli Pāśupātasūtra di Kauṇḍinya (quinto-sesto secolo CE) contiene una discussione piuttosto vasta sugli Yama e i Niyama di questi asceti. Kauṇḍinya li elenca:

Non violenza, celibato, sincerità, astensione dal commercio e non rubare sono gli Yama. Non cedere alla rabbia, ascoltare il guru, essere lindi, cibarsi con moderazione ed essere vigili sono i Niyama.

In termini generali, questi spaventosi asceti di Śaiva seguivano strette interpretazioni dei loro Yama e Niyama. Ad esempio, il commento rivela che dovevano mangiare solo cibo preparato da altri, per non incorrere nel peccato di Hiṃsā (violenza) inerente alla preparazione del cibo, come accendere un fuoco (azione che poteva causare la morte di creature minuscole).

Poiché i testi di Rāja e Haṭhayoga non menzionano la necessità, per i praticanti, di sottostare a riti di iniziazione (dīkṣā), probabilmente queste tipologie di yoga erano praticate da persone che continuavano a seguire le regole comportamentali della tradizione di appartenenza. In questo senso, l’Haṭha e il Rājayoga possono essere considerati moralmente neutri, perché si basano sui codici morali di altre tradizioni.

In quasi tutte le versioni stampate dell’Haṭhapradīpikā sono inseriti versi sugli Yama e i Niyama, spesso presi a prestito dai commenti di Brahmānanda, intitolati Jyotsnā, e scritti nel 19esimo secolo. La struttura originale del manoscritto dello yoga dell’Haṭhapradīpikā è solo a quattro rami (ovvero Āsana, Prāṇāyāma, Mudrā e Samādhi). L’inclusione degli Yama e dei Niyama nelle sue edizioni stampate è forse un tentativo degli editori di rendere più comprensibile questo testo. Questi editori erano probabilmente influenzati dal sistema dell’Aṣṭāṅgayoga, probabilmente a causa della popolarità degli Yogasūtra di Patañjali in seguito all’enorme successo internazionale del libro Raja Yoga di Swami Vivekananda (pubblicato nel 1896).

La continua influenza dei Pātañjalayogaśāstra
Patanjali,
effige medievale

Sebbene i Pātañjalayogaśāstra avessero poca influenza sui metodi primitivi di Haṭha e Rājayoga, restavano comunque un’importante opera sullo yoga per Brahmini eruditi e filosofi dell’India medievale, come è largamente dimostrato dagli autori medievali che composero i loro commenti a quest’opera: da Śaṅkara, Vācaspatimiśra, a Vijñānabhikṣu, ma anche ai meno conosciuti Bhāvagaṇeśa, Bhavadevamiśra, Nārāyaṇatīrtha e così via.

Tutti questi autori erano filosofi colti, e nelle loro spesso scarne biografie si nota la loro affiliazione ad altre tradizioni filosofiche dell’epoca, come l’Advaitavedānta. In altre parole, questi commenti non erano frutto di un lignaggio filosofico che si identificava nei Sāṅkhyans o negli yogin.

Infatti, l’influenza di Patañjali nel periodo medievale si evince con più facilità nella letteratura Brahminica. E’ come se molti eruditi Brahmini avessero i Pātañjalayogaśāstra nella loro collezione di manoscritti, e li estraessero dai loro scaffali quando avevano bisogno di riferimenti in materia di yoga. Ad esempio, quando il commentatore Kashmiro Rājānaka Alaka, vissuto poco dopo il 12esimo secolo, si trova a commentare il termine amanaskayoga (letteralmente, ‘lo yoga senza mente’) in un capitolo dell’inno a Śiva Haravijaya, ci si aspetterebbe un riferimento ad un altro testa Śaiva su questo argomento, come l’Amanaska del 12esimo secolo. Ma sembra che Rājānaka Alaka avesse più familiarità con lo yoga di Patañjali che con l’Amanaska, che insegnava un sistema yogico noto come Rājayoga per il raggiungimento dello ‘stato di Yoga senza mente’ (amanaska). Egli spiega quindi amanaskayoga con i termini che Patañjali usa per definire il più alto livello di Samādhi, l’Asaṃprajñātasamādhi:

[Questo] stato di yoga (yogadaśā) è privo di mente (amanaskā), [ovvero, è una] forma di Asaṃprajñātasamādhi, [che è] priva dell’attività della mente, [la cui] natura è il pensiero discorsivo.

Fu solo dopo il sedicesimo secolo che gli accademici eruditi iniziarono a interessarsi seriamente ai testi di Haṭha e Rājayoga .

Un ulteriore esempio di Brahmino erudito, la cui visione sullo yoga fu largamente influenzata dai Pātañjalayogaśāstra, è Godāvaramiśra. Fu il precettore (rājaguru) del sedicesimo Re di Orissa, Pratāparudradeva. Il suo compendio sullo Yoga, lo Yogacintāmaṇi, si fonda principalmente su passaggi selezionati dei Pātañjalayogaśāstra, sui commenti di Vācaspatimiśra e di Bhojadeva e sui passaggi relativi allo yoga di altri testi yogici considerati accettabili dai Brahmini ortodossi, come i Purāṇa e i Dharmaśāstra.

-continua

Quanto sono reali i chakra?

Traduzione e commento all’articolo di Daniel Simpson

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Una delle discussioni a cui ho più volte dato il mio contributo su questo blog, ruota sempre intorno a questa domanda: “quanto sono reali i chakra?”. Ho sempre cercato fonti attendibili e credibili nell’affrontare questo argomento, che tanto stimola la fantasia degli Yogi contemporanei. Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare, in una classe di Yoga, la frase “apriamo il chakra del cuore”! Ma quanto è reale questa affermazione? Cosa intendevano per chakra i primi Yogi, e a cosa si riferisce veramente questo termine sanscrito? Per arricchire la risposta a questa domanda, da me già trattata più volte, ho pensato di tradurre per voi questo interessante articolo tratto da The Luminescent, che spero porterà un po’ di luce su questi controversi simboli dello Yoga. Lascio spazio quindi alla voce di Daniel Simpson, che nel suo libro The Truth of Yoga, di recentissima pubblicazione, ci fornisce spiegazioni utili e fondate.

“Quanto segue è un estratto del mio libro, pubblicato a gennaio 2021, The Truth of Yoga. Il sottotitolo recita: ‘Una guida completa a storia, testi, filosofie e pratiche Yoga’. Il libro attinge all’abbondanza delle recenti ricerche sul tema, che hanno rivelato al grande pubblico conoscenze finora riservate solo agli accademici. Il mio scopo è fare chiarezza, in modo accessibile, senza però scadere nell’eccessiva semplificazione.

Durgā in un chakra con Gaṇeśa e un leone.
Inchiostro e acquarello su carta, Pahari, forse Guler, seconda metà del 18esimo secolo.
© Victoria and Albert Museum, London.

Questo è inevitabilmente un obiettivo ambizioso, ma che ritengo sia bene perseguire. Come spiego nell’introduzione, ho deciso di scrivere un libro perché gli studenti spesso mi chiedono quale testo consultare per avere una visione d’insieme del panorama storico-filosofico dello Yoga. E se esistono molti lavori di alto livello su argomenti specifici, molti dei titoli rivolti ai praticanti sono spesso fuorvianti. I testi dello Yoga sono spesso reinterpretati per risultare più piacevoli, o per creare una sorta di legame con le pratiche contemporanee.

L’esempio che vi porto è lampante. Esplora l’evoluzione degli insegnamenti sui chakra, che nei corsi di formazione per insegnanti e ‘ ormai lontana anni luce da quanto esposto nei testi tradizionali. I Chakra si sono trasformati in una sorta di sintesi dell’anatomia sottile, i cui meccanismi mistici trascendono le distinzioni tra mente e corpo.

Uno dei maggiori contributi del Tantra allo Yoga fisico è il metodo per risvegliare questa dimensione interiore, e richiamarne il potenziale trasformativo. Una visione eccessivamente materialista rischia di oscurare questa modalità. Anche se i chakra non esistono oggettivamente nel corpo fisico, si attivano attraverso la visualizzazione. Come conseguenza, possono avere effetti molto potenti, ma non nel senso che gli viene solitamente attribuito nei moderni seminari che pretendono di “ripulirli”.

[Estratto da The Truth of Yoga.]

I chakra immaginari

D. Simpson

Le parti più note del corpo yogico sono spesso quelle più fraintese. I Chakra sono ruote sottili poste lungo la colonna, originariamente utilizzate come punti di concentrazione. Esistono solo se li immaginiamo. Alcune tradizioni li ignorano completamente.
Esistono molte sistematizzazioni dei chakra, che li elencano e li collocano in modo diverso. Il modello predominante oggi, ovvero sei lungo la colonna e uno sulla sommità del capo, è frutto di un mix tra tradizione e invenzione. Il primo riferimento a questo sistema deriva dal Kubjikamata Tantra (11.34–35) del decimo secolo, che descrive l’ano come adhara, una “base” o “sostegno,” a cui viene successivamente aggiunto il prefisso mula, o “radice”. Svadhishthana viene posizionato sopra di esso, all’altezza del pene, manipuraka (o manipura) all’ombelico, e anahata nel cuore. Vishuddhi si trova nella gola, e ajna tra gli occhi.
Generalmente, i chakra sono delle sagome da utilizzare durante la visualizzazione. Vengono presentati nei Tantra come uno dei metodi per trasformare il corpo del praticante, installandovi simboli collegati agli dei. Alcuni testi ne elencano più di una dozzina, altri meno di cinque. A volte sono chiamati adhara, o “sostegni” per la meditazione—o alternativamente padma, o “fiori di loto,” per i petali che caratterizzano le loro raffigurazioni pittoriche. In ogni caso, sono considerati snodi in una rete di canali dell’energia vitale, e concentrarsi sulla loro posizione acuisce la capacità di percezione.
Un’altra fonte li elenca con nomi diversi: nadi, maya, yogi, bhedana, dipti, e shanta. “Ora vi narrerò dell’eccellente, suprema, sottile meditazione attraverso la visualizzazione”, recita il Netra Tantra (7.1–2), quando descrive il corpo che comprende “sei chakra, le vocali di sostegno, i tre oggetti e i cinque vuoti, i dodici nodi, i tre poteri, il cammino delle tre dimore, e i tre canali”. Questo sconcertante assortimento di collocazioni è comune nei Tantra, le cui mappe dei regni interiori appaiono spesso contraddittorie.
Qualche secolo dopo, si afferma la versione dei sette chakra. In questa visione troviamo sahasrara—una ruota “dai mille raggi”, o un loto “dai mille petali”—posto alla sommità del capo (o, a volte, al di sopra della testa, come nel Shiva Samhita). Un altro testo yogico elenca gli stessi sette punti senza menzionare però i chakra: “Il pene, l’ano, l’ombelico, il cuore e sopra di esso il luogo dell’ugola, lo spazio tra le sopracciglia e l’apertura verso lo spazio: questi, si dice, sono i luoghi della meditazione dello Yogi” (Viveka Martanda 154–55). Comunque vengano definiti, questi punti svolgono la funzione di segnavia per elevare la consapevolezza.

Il trionfo di questo modello si trova nel lavoro di Sir John Woodroffe, un giudice britannico dell’India coloniale, conosciuto anche sotto lo pseudonimo di Arthur Avalon. Nel 1919, scrisse il libro The Serpent Power (La Kundalini e l’Energia del Profondo, ed. Adelphi) che includeva una traduzione del Shat Chakra Nirupana del sedicesimo secolo, o “Descrizione dei sei Chakra.” Altri scrittori occidentali condivisero l’attenzione di Avalon ai Tantra. Anche l’occultista Charles Leadbeater dedicò alcuni scritti ai chakra negli anni ’20. I libri di questi due autori restano autorevoli, come le teorie di Carl Gustav Jung, che incorporò i chakra nel suo sistema di simboli.
Gli autori della New Age hanno sfumato la distinzione tra creazioni mentali e fatti fisici, presentando i chakra come se fossero oggetti reali, invece che visualizzazioni. Li descrivono spesso con i colori dell’arcobaleno, che non si trovano in alcuna fonte originale sanscrita. Gli attribuiscono anche legami con pietre, pianeti, cure, ghiandole endocrine, carte dei Tarocchi e arcangeli della tradizione cristiana, oltre ad altre amenità.

Anche alcune menzioni ai mantra traggono in errore. I rituali tantrici li collegano agli elementi raffigurati nei chakra, non ai chakra stessi. Quindi recitare un bijamantra legato all’elemento aria difficilmente potrà servire ad aprire il cuore, se non in forma di effetto placebo. Tuttavia, portare l’attenzione a cose simili può renderle reali, almeno nell’ambito dell’esperienza soggettiva. E poiché i Tantra ci insegnano che è in questo modo che si convocano le divinità, forse l’uso che i praticanti moderni fanno dei chakra non è poi così diverso dal l’originale.

The Truth of Yoga di Daniel Simpson è stato pubblicato il 5 gennaio 2021 da Farrar, Straus and Giroux. Per maggiori informazioni, consultate il sitotruthofyoga.com.

Sei vie verso il Samadhi

Un manuale di self-help dell’India Medievale

di Jacqueline HargreavesThe Luminescent

Negli ultimi decenni abbiamo visto un fiorire di manuali di self-help: dalle difficoltà sentimentali agli impasse professionali, dalla capacità di affrontare il cambiamento a come perdere dieci kg in dieci giorni, sembra che tutto sia risolvibile attraverso un manuale, dove tra consigli di psicologia spicciola e sperequazioni new age ci viene spiegato come affrontare qualsiasi problematica del quotidiano. Sembra una caratteristica dei nostri tempi… e invece anche in questo campo, sembra che l’uomo non sia cambiato granché nei secoli. Anche i maestri dell’India Medievale offrivano ai loro lettori consigli e regole per raggiungere obiettivi spirituali. Lo scopriamo insieme nella mia traduzione di questo divertente, ma sempre molto arguto articolo tratto da The Luminescent, che ci rivela un inedito aspetto del Gheranda Samhita.

J. Hargreaves

“Ciò che affascina della scrittura dei testi relativi allo Yoga nell’India medievale, è che spesso offrivano metodi gerarchici e sistematici per il raggiungimento di un obiettivo o di una serie di obiettivi. Non diversamente da una breve lista per la crescita individuale, che circolano tanto, di questi tempi, sui social media. Tipo ’10 modi per raggiungere la felicità autentica’, o ‘7 suggerimenti per restare giovani’.

Il Gheraṇḍa Saṃhitā (che risale ai primi anni del 18esimo secolo) ne è un buon esempio. Identifica 7 modi per raggiungere lo ‘Yoga del Corpo (ghaṭasthayoga). Come dice James Mallinson,

“…si riferisce al corpo, o piuttosto alla persona, poiché le tecniche insegnate nel Gheraṇḍa lavorano sia sul corpo che sulla mente.”

Le sette pratiche (saptasādhana) vengono presentate corredate di descrizioni dei metodi e dei risultati raggiungibili attraverso la pratica:

  • 1. La PURIFICAZIONE viene raggiunta attraverso il Ṣaṭkarma (6 tipi di tecniche di purificazione)
  • 2. La FORZA viene attivata attraverso gli Āsana (32 tipi di posizioni)
  • 3. La STABILITA’ può essere ottenuta con le Mudrā (25 tipi di sigilli)
  • 4. La CALMA arriva attraverso il Pratyāhāra (5 tipi di deprivazione sensoriale)
  • 5. La LEGGEREZZA si rivela attraverso il Prāṇāyāmas (10 tipi di esercizi respiratori)
  • 6. La REALIZZAZIONE DEL SE’ avviene con il Dhyāna (3 tipi di meditazione)
  • 7. E alla PERFEZIONE SENZA MACCHIA si arriva attraverso il Samādhi (6 tipi di profonda concentrazione)

Il testo si concentra sulle tecniche fisiche che devono essere praticate per perfezionare il corpo e la mente, e raggiungere l’obiettivo del Rājayoga (un sinonimo di samādhi). Come molti altri metodi di Haṭhayoga, le sette pratiche del Gheraṇḍa Saṃhitā non contengono guide etiche, come gli yama e niyama del Pātañjalayogaśāstra.

E’ interessante tuttavia notare che il Gheraṇḍa Saṃhitā fornisce un set unico di sei tecniche volte all’ottenimento di particolari tipologie di samādhi, lo stato di profonda concentrazione che porta alla liberazione.

Immagine realizzata dal team di The Luminescent

In molte tradizioni di Haṭha e Rājayoga, tecniche di meditazione come Śāmbhavī e Khecarī Mudrās sono fondamentali per il raggiungimento del samādhi, e queste tecniche compaiono nel Gheraṇḍa Saṃhitā.  Tuttavia, il Gheraṇḍa Saṃhitā include anche Yoni Mudrā, due prāṇāyāma (controllo del respiro) e Bhakti (devozione) nel suo sistema a sei rami di Rājayoga.

Queste sei tecniche non sono uniche, perché presenti anche in tradizioni precedenti, ma il set di sei rappresenta una selezione inusuale, e solleva qualche interrogativo. Ad esempio:

Il Gheraṇḍa Saṃhitā insegna dieci tecniche di prāṇāyāma; perché dunque isola Bhrāmarī e Manomūrccha per includerle nel suo sistema a sei rami di Rājayoga (samādhi)? 

Se si ottiene il successo praticando ognuna delle tecniche di questo sistema a sei rami per ottenere il samādhi, dobbiamo considerare ridondanti le altre tecniche esposte nei capitoli precedenti (il ṣaṭkarmaāsana, etc.)?

Perché Bhakti è incluso come mezzo per il raggiungimento del samādhi mentre è generalmente assente nei sistemi di Haṭha e Rājayoga delle ere precedenti?

Le prime quattro delle sei tecniche di Rājayoga producono specifici tipologie di samādhi, rispettivamente DhyānaRasānanda, Layasiddhi samādhi e Nāda . Perché non sono specificati tipologie diverse di samādhi per le altre due tecniche, Manomūrccha e Bhakti

Nel Pātañjalayogaśāstra sono presenti diversi tipi di samādhi, ma livelli e tipologie di samādhi sono completamente assenti nelle tradizioni di Haṭha e Rājayoga. Questo testo è l’unico, tra gli scritti tardo medievali, a riferirsi a diversi tipi di samādhi

Jim Mallinson, ricercatore della SOAS e parte del team dell’Hatha Yoga Project

Mallinson ha pubblicato una traduzione inglese del Gheraṇḍa Saṃhitā, che comprende una introduzione ricca di informazioni, che fornisce l’importante contesto necessario alla comprensione di alcuni degli insegnamenti contenuti in questo testo”.

A me queste riflessioni fanno venire una gran voglia di acquistare il libro di Mallinson: e dopo averlo letto, sono certa che mi verrà voglia di scrivere un altro articolo su questo testo così importante per lo Yoga contemporaneo!

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Online: una sfida per lo Yoga

Come orientarsi per crescere nello Yoga… anche online

Online: una sfida o un inevitabile futuro per lo Yoga? Il 2020, con le restrizioni che siamo stati costretti a subire, ha visto una crescita esponenziale dell’offerta online in qualunque settore, e lo Yoga non ha fatto eccezione. Esistono già da diversi anni molte proposte esclusivamente online anche per la nostra disciplina, ma è innegabile che la chiusura forzata delle Yoga Shala di quasi tutto il mondo abbia provocato un’impennata nell’offerta di lezioni, seminari e corsi di formazione. Si è creato un “mare magnum” in cui è diventato molto difficile orientarsi, con nomi più o meno famosi che si sono lanciati nell’etere per sopperire alle (ingenti) perdite causate dall’impossibilità di ricevere i praticanti in presenza. Io stessa ho offerto (anche se in modo molto limitato) lezioni online ai miei praticanti.

Lasciando da parte il mio personale punto di vista (lo riassumo brevemente: non amo trasmettere questa disciplina online, perché ritengo, soprattutto nel caso dell’Ashtanga Yoga, che le lezioni in presenza siano insostituibili, e cerco di limitare al minimo la mia presenza sul web per questa ragione), qualcosa di buono ovviamente c’è. In primo luogo, molti insegnanti di grandissimo valore sono diventati più accessibili anche dalle mura di casa, senza la necessità di spendere grosse cifre (voli, vitto, alloggio, iscrizione etc. etc.). In secondo luogo, i praticanti hanno avuto modo di continuare a seguire e sostenere le shala di riferimento, partecipando alle lezioni che, anche se in misura ridotta, consentono a chi gestisce uno spazio di coprirne le spese in attesa della riapertura.

Ma al di là di questo, cosa possiamo scegliere online per mantenere viva la motivazione a salire sul tappetino? E ci sono percorsi di crescita o di formazione che, anche online, possono darci qualcosa? In questi mesi ho cercato e studiato l’offerta sul web, e ho fatto una piccola selezione che, a mio parere, può essere di aiuto a tutti coloro che stanno cercando una “guida” o che desiderano portare la loro pratica ad un livello superiore, avvalendosi di questo strumento che non tutti amano ma che, purtroppo, al momento è l’unico disponibile. Ve la presento qui, in attesa come sempre di ricevere il vostro feedback.

Lezioni, seminari e videocorsi: una selezione personale
Martina e Chiara Cova, fotografate da Alessandro Sigismondi

Tengo a sottolineare che, per chi vive quotidianamente lo yoga in una shala locale, non c’è cosa migliore che continuare a seguire il proprio insegnante. Solo chi ci segue da tempo può davvero sapere come indirizzarci nei progressi della pratica. E’ anche vero, però, che se siamo praticanti intermedi/avanzati, in condizioni normali parteciperemmo a qualche workshop nel corso dell’anno, e se siamo insegnanti, sicuramente farebbe parte del nostro percorso iscriversi ad un intensivo. Il primo nome che desidero farvi non sarà una sorpresa. Si tratta di una insegnante con cui lavoro da tempo, e di cui ho moltissima stima: Martina Cova. Martina è una delle praticanti di Ashtanga Yoga più avanzate in Italia, ed è fisioterapista con già molti anni di esperienza sul campo. La sua specializzazione è il trattamento di chi pratica Yoga. Queste due qualità, unite alla sua capacità di trasmettere con un linguaggio semplice e diretto il complesso universo dell’anatomia, rendono i suoi seminari davvero preziosi. Proprio all’alba del primo lockdown, Martina ha sviluppato un videocorso davvero innovativo, Physioyoga Project. Il corso è un work in progress (si è completato il primo trimestre, e sta per partire il secondo modulo), ed ha la meravigliosa caratteristica di non essere live. Si tratta infatti di lezioni registrate, acquistabili e disponibili a vita, in modo tale da consentire al fruitore di poter studiare approfonditamente i diversi argomenti presentati. Le lezioni sono teorico/pratiche, e sono corredate da video aggiuntivi e email informative gratuite su ogni singolo argomento. Dall’articolazione della spalla a quella del ginocchio, dagli inarcamenti alle posizioni di apertura delle anche, Martina ci accompagna nell’approfondimento di ogni singolo distretto anatomico offrendoci spunti teorici e pratici di grandissima utilità. Un percorso che io consiglio vivamente a tutti gli insegnanti, per perfezionare le proprie conoscenze ed avere a disposizione una biblioteca virtuale di grandissimo valore.

Il mio secondo suggerimento riguarda ancora Martina Cova. Insieme alla gemella Chiara, Martina ha all’attivo un altro progetto di formazione molto ricco e interessante: la scholarship Twindharma. Se Martina vanta una preparazione tecnico-anatomica insuperabile, Chiara, insegnante di altrettanto talento e antropologa, ha una conoscenza delle radici e della filosofia dello Yoga molto profonda, non solo grazie alla sua laurea e all’argomento della sua tesi, ma anche grazie ai suoi numerosissimi viaggi in India. La scholarship delle sorelle Cova offre moduli che coprono entrambe queste aree, offrendo ai praticanti strumenti indispensabili all’insegnamento. Una parte dell’offerta si è trasferita, vista la situazione attuale, anche online, e avendo io stessa partecipato a molti dei loro seminari, posso garantire personalmente sulla qualità di quanto viene proposto. Non aspettatevi diplomi o pezzi di carta: a parte il fatto che non sono necessari a decretare un buon insegnante, qui ci si rivolge a chi insegna già, ma si è accorto dopo il solito Teacher’s Training da 200 ore, di sapere poco o nulla.

Il team dell’Hatha Yoga Project: da sin, Daniela Bevilacqua, Jim Mallinson, Jason Birch e Mark Singleton

Per il mio terzo suggerimento è necessaria la conoscenza della lingua inglese. Non di soli asana è fatto lo Yoga, come ben sappiamo, e negli ultimi dieci anni sono davvero moltissime le scoperte che hanno arricchito la conoscenza delle origini della pratica. L’Hatha Yoga Project della SOAS con base a Londra è sicuramente il progetto più interessante e autorevole. Si è concluso nel 2020, e ha dato vita a moltissime pubblicazioni (che, come sapete, sto in parte traducendo e riassumendo per voi) e ad eventi e seminari online di grandissimo rilievo. Tra questi, quelli organizzati da The Luminescent, il blog creato dal ricercatore Jason Birch e sua moglie Jaqueline Hargreaves sono di grande rilevanza per chi fosse interessato ad approfondire la storia di questa disciplina. Argomento utilissimo, tra l’altro, a contestualizzare la pratica e a distinguerla dai “pasticci” o misto fritto new age di cui purtroppo abbonda il web.

Seth Powell, fondatore di Yogic Studies

Un ulteriore strumento (quarto e ultimo suggerimento per ora) per comprendere la filosofia che sottende la nostra pratica è quello che ci viene offerto da Yogic Studies, un altro sito con collegamenti stretti alla SOAS inglese. L’offerta di corsi è davvero ricchissima, e si divide tra lezioni live e lezioni registrate che restano poi a disposizione dell’utente. I corsi offrono anche credits per chi avesse la necessità di mantenere viva la propria certificazione con Yoga Alliance. Ciò che più mi piace di questa offerta è la presenza di studiosi di chiara fama, a partire dal fondatore Seth Powell, dalla mentalità aperta e innovativa. Non solo storia e tradizione, ma anche e soprattutto visione aperta verso il futuro dello Yoga. I costi sono veramente contenuti, e la serietà e preparazione di questi accademici rendono questa spesa un investimento veramente valido – soprattutto se messo a confronto con la superficialità della maggior parte delle formazioni per insegnanti disponibili sul mercato. Seth ha collaborato, finché è stato possibile, anche con Mark Robberds, che lo ha ospitato durante i suoi intensivi. Yogic Studies è a mio parere un progetto da seguire con grande attenzione, soprattutto per la qualità degli insegnanti che mette a disposizione degli studenti.

Sharath Jois

E per quanto riguarda le lezioni online? Come vivere il quotidiano, in un momento in cui la riapertura dei centri Yoga sembra ancora lontana? Non posso che continuare a suggerirvi di continuare a frequentare il vostro insegnante di riferimento, per sostenere la vostra shala locale. Sarà quello il luogo che vi accoglierà quando potremo finalmente tornare a praticare in presenza. Sarà lì che troverete non solo la vostra community, ma anche gli insegnanti famosi che la vostra shala inviterà, per offrirvi spunti nuovi per la pratica. Senza questi luoghi, non avreste incontrato la pratica, e non avreste scoperto i suoi immensi benefici. Continuate a sostenerli. E se praticate Ashtanga Yoga, non perdete l’occasione di praticare sotto la guida di Sharath Jois, che periodicamente, grazie ad alcuni degli insegnanti certificati a lui più vicini, offre una bellissima Led Class seguita da una conferenza. Non lasciatevi intimidire, non è necessario essere acrobati per seguire il conteggio dei Vinyasa di Sharath. E’ sufficiente srotolare il tappetino, e seguire le sue precise indicazioni. Per qualche ora, vi sentirete a Mysore.

Nota: gli articoli tradotti e quelli autografati sono protetti da copyright. Per la riproduzione, scrivere a fmderrico@gmail.com. The Yoga Blog è un sito che offre gratuitamente una selezione di articoli, interviste, traduzioni di grande rilievo per la comunità yogica italiana. Ogni vostra donazione mi aiuta a portare avanti questo progetto, libero da qualsiasi influenza commerciale. Donate usando il pulsante PayPal che trovate in testa ad ogni articolo. Grazie.