Yoga e lockdown

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Yoga e lockdown. Un binomio non proprio ideale! E’ passato più di un anno ormai dalla chiusura forzata di tutte le attività collegate al benessere psicofisico – palestre, centri yoga, scuole di danza… you name it. Non voglio entrare nel merito della tragicità di questa situazione sotto mille punti di vista – il benessere psicofisico dei fruitori di questi servizi, in primis; o i risvolti economici, che ormai sono drammatici per moltissimi titolari e professionisti del settore. Oggi voglio raccontarvi la mia personale esperienza con la pratica in questo anno di lockdown (più o meno stringente). E non è un racconto fatto di frasi new age, cuoricini e nuvolette rosa.

Eka Pada Koundinyasana

Ci abbiamo provato tutti a stare online. E moltissimi colleghi, che peraltro stimo davvero tanto, riescono a tenere duro con questa modalità che sembra andare contro a tutti i principi della pratica. Manca il gruppo, la possibilità di guardare la sala a colpo d’occhio e individuare il praticante che è rimasto indietro, manca il tocco degli assists, manca l’energia del chanting e l’atmosfera della meditazione e del rilassamento finale, in cui veramente, lo sa bene chi ha praticato anche una sola volta, ci si sente trasportati in una dimensione di profondo benessere. Magari dura solo qualche minuto, ma i suoi effetti si fanno sentire tutta la giornata.

Personalmente, online ho pochissima resistenza. E dire che sono una fruitrice del web, gestisco un blog, sono attiva sui social, essendo una “ancienne combattante” sono stata tra le prime a scoprire i video e i DVD degli insegnanti più noti. Ma quando è toccato a me cercare di trasmettere la pratica online, lo confesso: mi sono sentita un pesce fuor d’acqua. Innanzi tutto, sebbene dotata di un bellissimo Mac, non riuscivo a vedere nei quadretti di Zoom cosa diavolo facessero i miei praticanti. Dovevo continuamente muovermi dal tappetino allo schermo, mettere e togliere gli occhiali, urlare per farmi sentire (niente, il microfono non funzionava). Alla fine della lezione di Yoga non mi restava più nulla, e al termine ero semplicemente distrutta, con la cervicale che urlava vendetta, gli occhi che lacrimavano e la raucedine.

Ho provato anche a partecipare da praticante a lezioni altrui. Anche qui, lezioni tenute da maestri che stimo tanto – lezioni dal vivo e lezioni registrate. Nonostante io abbia una stanza dedicata alla pratica a casa, mettermi davanti ad un computer e dover continuamente alzare e abbassare la testa per guardare cosa stesse succedendo, o sentirmi io stessa uno di quei quadratini poco visibili su Zoom, non mi aiutava a ricreare la motivazione alla pratica che sentivo in Shala. E siamo tutti d’accordo, è una situazione d’emergenza, altro non si può fare, e invito chi ci riesce a continuare, soprattutto per sostenere le proprie Shala di riferimento (che sono a un passo dal collasso). Ma per me lo Yoga online non è abbastanza. Passino i primi mesi dello scorso anno, in cui davvero speravamo tutti che ne saremmo usciti a breve: ma ora, niet, nisba, nada. Non ce la faccio (fateci riaprire, che non ne possiamo più!).

Non credevo che il gruppo mi sarebbe mancato così tanto. Non credevo che avrei sentito la mancanza della Mysore room affollata, con i vetri appannati dal vapore, i tappetini scivolosi per il sudore. Avendo praticato per lunghissimi periodi da sola, pensavo che non avrei avuto grandi difficoltà a continuare. Ma quest’inverno, la situazione mi è improvvisamente arrivata in faccia come un tir a tutta velocità. Alcuni giorni salivo sul tappetino, e mi trascinavo lungo la pratica facendo una fatica immensa. Altre volte, dopo i saluti al sole volevo solo scappare. Lo sforzo di praticare era tale, che ho cominciato a chiedermi se non fosse giunto il momento di lasciare l’Ashtanga Yoga. Un interrogativo che, non ve lo nascondo, mi ha scosso non poco. Dopo 25 anni, la pratica diventa tutt’uno con ciò che si è. Io sono la mia pratica, in poche parole. E immaginare le mie giornate senza quel rituale, privo di quell’ora e mezza di profonda comunione tra mente e corpo, era semplicemente impensabile.

Momenti di pratica quotidiana

Ho cominciato a chiedermi cosa mi avesse portato a quel punto. Le difficoltà della pandemia (non me ne vogliano i lettori che non vogliono neanche sentir nominare questa parola, nel nome delle “energie negative” tanto care alla new age) non potevano essere la sola ragione. E’ vero, avevo perso la mia Shala (un anno di affitto e bollette pagate a vuoto senza prospettive di riapertura mi hanno costretto a lasciarla). Un carico emotivo non indifferente. Aggiungiamoci l’aver traslocato e rimesso a nuovo una casa insieme al mio compagno. Mettiamoci anche l’aver adottato un cane, molto impegnativo perché “salvato” da un canile, che ha aggiunto alla mia routine due ore di camminata ogni giorno – in salita, vivendo in collina (ma insomma, non ero forse una persona allenata?). E infine, dulcis in fundo, la necessità di dover seguire molto da vicino una persona cara in un momento di grande preoccupazione. Possibile che queste “novità” avessero inciso tanto sulla mia pratica? E, domanda delle domande: non sarò mica INVECCHIATA?!

Tante domande, una risposta

Quest’anno, ad agosto, festeggerò 57 anni. Non ho mai nascosto la mia età, anzi ne vado abbastanza fiera. Forse questo compleanno aveva qualcosa a che fare con il calo di energie? Era davvero giunto il momento di chiedersi se la pratica andasse in qualche modo modificata in base all’età anagrafica? La risposta non era facile, e in linea generale, sono tuttora propensa a dire ni. La flessibilità e la forza si perdono se si smette di allenarle, dunque l’età può non essere il punto. Ma il fattore decisivo, quello che sicuramente cambia, anche a causa dei mutamenti ormonali che, innegabilmente, hanno un ruolo importante a livello energetico, è la resistenza. Ovvero la capacità di dedicare molte ore della propria giornata alla pratica (o più in generale, agli sforzi fisici). Va quindi messa in conto la capacità di programmarsi, di decidere come e quali sforzi fisici affrontare, quali priorità darsi. Ho cominciato perciò ad analizzare come mi sentivo dopo ogni attività fisica. Non volevo che la mia vita ruotasse intorno alla mia pratica, ma non volevo neanche privarmi della pratica, per come l’avevo sempre conosciuta. Qual era dunque la soluzione?

Dopo lunghe riflessioni, e tanta meditazione, ho capito che il peggior nemico della mia pratica e, più in generale, della mia “endurance” era il mio perfezionismo. Volevo essere in grado di praticare le mie serie, di migliorarmi persino, ma anche di occuparmi della casa alla perfezione, del mio lavoro e dei miei animali senza mai cedere un millimetro, senza mai dire a me stessa: “Francesca, per oggi va bene anche se non passi lo straccio” (evitiamo subito considerazioni femministe: io lavo i pavimenti, ma il mio compagno si occupa dell’orto!), o “per oggi, cane e gatti possono accontentarsi di stare in giardino”, o ancora “per oggi, posso insegnare senza dimostrare tutta la pratica ai miei studenti”. Mi sono accorta che le richieste che facevo a me stessa stavano diventando, semplicemente, troppo elevate. Persino in controtendenza con quello che “dovrebbe” essere la norma: ovvero, più anni, meno sforzi (ma sappiamo bene che, in realtà, la vita è sempre piena di sorprese). Mi impegnavo tanto ad “ascoltarmi” sul tappetino, e poi, nel quotidiano, non mi ascoltavo neanche un po’. E proprio in un momento in cui mi ritrovavo carica di impegni e preoccupazioni!

“Mediare” con se stessi
L’età è solo un numero!

Sono riuscita infine ad arrivare ad una “mediazione” con me stessa, decidendo di ascoltarmi in ogni momento della giornata e di accettare sia una pratica meno “completa” del solito, quando è il caso, che un po’ di polvere in più sui mobili ogni tanto, se voglio dedicarmi ad una nuova postura o ad una pratica più intensa. Ho anche scelto di non “obbligarmi” ad un orario fisso per la pratica, ma di seguire i suggerimenti del mio corpo. E poi la scelta più importante e difficile: ovvero prendermi un sabbatico dall’insegnamento, per impegnarmi nella mia pratica con la gioia a cui ero abituata, senza sentirmi sotto pressione o costretta a performance eccessive solo perché “insegnante”. Non potendo permettermi di non lavorare, farò altro per un po’. Tra gli altri accorgimenti che ho preso in questo momento così impegnativo, c’è stato lo studio di quali integratori potessi aggiungere alla mia lista per sostenere l’incremento delle mie attività, in base alla mia età. Ma soprattutto, ho ripreso in mano la pratica fin dalla prima postura. Cercando di capire dove sbagliavo, se era possibile migliorarmi non solo esteticamente, ma anche e soprattutto energeticamente, e posturalmente. Cercando anche e soprattutto di rispettare il metodo, aggiungendo le posture una alla volta, per costruire la forza necessaria alla progressione. E dopo un inverno impegnativo, costellato di molti momenti di scoraggiamento, ho cominciato a rifiorire. Devo molto, in questo percorso, a tre insegnanti che mi sono state molto vicine. Susanna Finocchi, Martina Cova e Elena Bortolazzi. Mi hanno incoraggiata e sostenuta, mi hanno regalato consigli e ascoltata nei momenti “bui”. E mi hanno dimostrato che, anche in assenza di luoghi fisici per incontrarsi, possiamo essere vicini, darci sostegno, praticare “insieme”. Certo, richiede uno sforzo in più, e quello possiamo solo trovarlo dentro di noi. Ma in fondo, come diceva Mae West, “You’re never too old to become younger!” (Non si è mai troppo vecchi per diventare più giovani!)

La mia check-list anti-fatica
  • Elenca su un foglio tutte le attività quotidiane che richiedono sforzi fisici, e programmale con attenzione
  • Cura l’alimentazione, assicurandoti di fornire abbastanza carburante al tuo corpo
  • Seleziona integratori naturali adatti alla tua età (soprattutto se sei donna!)
  • Qualsiasi pratica è meglio di nessuna pratica: non rinunciare al tuo “tempo personale”, anche se dovessi fare solo i saluti al sole e shavasana, onora questo spazio in cui sei sola/o con te stesso
  • Non avere paura di eventuali “setback”. La pratica non è lineare, risente delle tue emozioni, di ciò che accade nella tua vita.
  • Non trascurare mai il tuo riposo. Computer e cellulare prima di andare a dormire non sono l’ideale! Lasciali in un’altra stanza.
  • Un piccolo “trucco” per sciogliersi prima della pratica, soprattutto se al mattino presto: una doccia calda. E nel giorno off, il caro vecchio “bath oil”! Massaggiati a lungo con abbondante olio, meglio se tiepido.

Francesca d’Errico