Affrontare la paura – abhinivesha

Il Sutra 2.9 di Patanjali identifica abhinivesha come uno dei cinque klesha, le “afflizioni” o “veleni” della mente che creano sofferenza. Spesso tradotto come “istinto di sopravvivenza”, abhinivesha può essere definito come “paura della morte”, ma forse più correttamente è il nostro attaccamento alla vita, dalle radici profonde e particolarmente forti nella nostra cultura. Pur essendo considerato, dagli interpreti di Patanjali, come un ostacolo alla realizzazione del se’, nel quotidiano abhinivesha è anche quella misteriosa capacità che troviamo dentro di noi per tornare alla vita quando tutto sembra perduto, come avviene in alcune miracolose guarigioni da incidenti fatali o da malattie incurabili.

Ho spesso riflettuto su abhinivesha in questi ormai quasi due anni di pandemia. E’ sicuramente questo istinto di sopravvivenza che ha spinto una parte di noi a scegliere di affidarsi al vaccino, così come altri invece hanno identificato in questo strumento scientifico un ulteriore, possibile rischio. Ma al di là delle nostre scelte personali, che non sono in discussione in questo post, in che modo il Covid19 ha cambiato il nostro rapporto con la pratica dello Yoga? In che modo “abhinivesha” ha influenzato le nostre relazioni?

Yoga e “nuova normalità”

Le Shala di tutto il mondo si sono dovute adeguare, dopo un lungo periodo di chiusura, ad una “nuova normalità”, ad ospitare i loro praticanti con nuove e ferree regole che hanno sicuramente stravolto le abitudini degli Yogi moderni. Niente più sale affollate e tappetini attaccati l’uno all’altro. Niente più aggiustamenti senza mascherine e mani costantemente disinfettate. Accesso alle lezioni solo se muniti di Green Pass, distanziamento, prenotazione obbligatoria, registro delle presenze. Insomma, sembra un po’ perduta la spontaneità. Senza considerare che molti si sono definitivamente (o almeno per ora) trasferiti online, e la modalità “ibrida” (classi in presenza ma trasmesse contemporaneamente anche su Zoom) sembra andare per la maggiore.

Tutti questi cambiamenti sono senz’altro dettati dalla necessità di tutelare se stessi e gli altri, in un periodo di grande incertezza, per evitare ulteriori chiusure che penalizzino in modo ancora più pesante un settore (quello del fitness, dello Yoga, della danza, insomma del wellness in generale) già duramente colpito. Ma sarebbe ipocrita non dire che questa tutela ha avuto, ha, avrà ancora per un bel po’, una notevole incidenza su professioni che, fino al 2019, erano fiorenti. Su un mercato che sembrava in crescita inarrestabile.

Ecco, tutto questo mi fa pensare che le paure da affrontare siano davvero molte. Per gli insegnanti e per i praticanti. Per chi insegna, sicuramente c’è la paura di perdere risultati – anche economici, non c’è da negarlo – guadagnati duramente, con anni di sacrifici e investimenti. Per chi pratica, c’è la paura di stare di nuovo a contatto con persone che non rientrano nella nostra cerchia familiare più stretta, che “chissà se sono appena tornate da un viaggio, chi frequentano, se sono vaccinate o no, insomma, ma vale la pena tornare in presenza?”

La mia risposta è, ovviamente, sì. Con tutte le dovute precauzioni, credo sia importante tornare anche alla socialità di una lezione di Yoga. Ad un momento di condivisione, anche se con regole che sembrano un po’ stravolgere il nostro vissuto. Credo sia fondamentale ricominciare e continuare a vedersi, a confrontarsi guardandosi negli occhi, e non solo attraverso uno schermo. Schermo che può senz’altro tornare ad essere utile, nella malaugurata ipotesi di una quarantena, o nella impossibilità di trovare una shala nelle vicinanze. Ma che, a mio parere, deve essere uno strumento di “riserva”, e non la modalità principale delle nostre interazioni.

Come affrontare il ritorno in presenza?

Scegliamo la formula che in questo momento riteniamo più adatta a noi. Classi a numero limitato, magari partecipando ad un gruppo coeso, in modo da avere un minimo di continuità. Oppure organizziamoci con lezioni private, se vogliamo ripartire con gradualità. Se scegliamo di tornare in un centro yoga, aiutiamo l’insegnante nella gestione dei nuovi oneri – rispettando le regole di disinfezione, e anche le paure altrui, mantenendo il distanziamento, avendo un po’ di pazienza se l’accesso e l’uscita dalla sala richiedono un pochino più del previsto. Torniamo a sorridere col vicino di tappetino, quando il conteggio di navasana sembra infinito. Perché oggi qualche arma in più per fronteggiare la pandemia finalmente c’è, e se tutti facciamo la nostra parte, questo inverno lo supereremo con il morale più alto, e con meno preoccupazioni. Lo Yoga è e resta uno strumento importante nel mantenere il nostro corpo e la nostra mente nelle sue condizioni migliori, ora più che mai. Con questa certezza, continuiamo a rispettare tutte le regole necessarie a mantenere le nostre shala aperte, e saliamo sul tappetino insieme.

Io vi aspetto presso l’ASD Nippon BU-DO a Bagno di Gavorrano, e i miei colleghi nelle loro shala di tutta Italia.