Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

L’Illusione dei social media: il pensiero di Ty Landrum

foto di Marco Pantani

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bellissimo post sullo Yoga e sull’illusione dei social media, scritto da Ty Landrum. Ty è stato scelto dal leggendario Richard Freeman per sostituirlo alla direzione del suo celeberrimo centro in Colorado. La sua preparazione è davvero molto profonda, e i suoi scritti sempre molto interessanti. Il punto di vista di Ty, che esprime la relazione tra social media e narcisismo, e soprattutto la possibilità di guardare al lato oscuro della nostra umanità da una diversa prospettiva è espresso in modo così limpido e privo di giudizi da meritare di essere divulgato il più possibile. Gli ho quindi chiesto di poterlo tradurre per il mio blog e con il suo permesso, lo riporto per voi sulle mie pagine. Buona lettura e buona riflessione…

” I Social Media possono far pensare che lo yoga sia un’arte scenica. E non c’è dubbio che quanto appare sui social media sia esattamente questo. Quando una persona flessibile si fa fotografare in una posizione impegnativa, in un contesto spettacolare, si sta impegnando in una performance estetica iconoclastica e decisamente moderna. Le immagini che ne risultano ispirano ammirazione per il corpo umano e stupore per le sue capacità di contorcersi, sfidando gli standard di bellezza tradizionali, ma giocando sul nostro innato senso della linea, della simmetria, dell’equilibrio e della forma.

Inoltre, le immagini in questione contribuiscono alla conversazione di più ampia portata sul significato di “personificazione”, una conversazione in cui tutti siamo coinvolti, consciamente o no. Queste immagini – come le stesse posizioni yoga – sono simboli di qualcosa che desideriamo toccare, da cui siamo profondamente estraniati e che sogniamo di riscoprire ai confini del mondo. Ci ricordano che tutti personifichiamo questo enigmatico “qualcosa”, sebbene cerchiamo di raggiungerlo senza sosta.

Questa è una delle strane realtà della condizione umana: troviamo difficile toccare ciò che abbiamo vicino, anche se pulsa proprio sotto la superficie della nostra pelle.

Il lato oscuro di qualsiasi arte scenica è il narcisismo. E con l’ubiquità dei social media, le forze narcisistiche sono più che mai diffuse. I Social Media ci mettono in mano il potere di dare forma alla nostra immagine pubblica, attraverso parole e immagini attentamente selezionate. Con la diffusione massificata di questo potere, sperimentiamo un curioso slittamento della sede del nostro io. Mai come ora, ci vediamo come gli altri ci vedono. Ma ora abbiamo il potere di manipolare come gli altri ci vedono, grazie alle immagini della nostra esistenza che esponiamo solo dopo averle accuratamente modificate a nostro piacimento.

Questo slittamento ci coinvolge tutti, indipendentemente dal nostro livello di attività sui Social Media, perché crea una situazione in cui guardiamo i Social Media per farci un’idea l’uno dell’altro, e anche se resistiamo a questa forza, la non-partecipazione ha un significato che tiene comunque conto di quella impressione, suggerendo un’alleanza con l’innata mancanza di chiarezza della mente umana. I Social Media hanno assunto caratteristiche fortemente confessionali, che fanno inorridire e imbarazzano i più riservati.

Il carattere confessionale dei Social Media crea un’illusoria trasparenza che sembra far collassare la personalità su cui posa la psiche, sollevando ed esponendo cose che molti preferirebbero tenere nascoste, sia perché le considerano imbarazzanti, frivole o troppo sacre per il pubblico ludibrio.

I Social Media possono distorcere in modo negativo l’impressione che abbiamo l’uno dell’altro, creando un falso senso di trasparenza. Ma è al tempo stesso innegabile che i social media siano una finestra aperta sulla nostra coscienza collettiva. Ciò che passa attraverso questi media a volte sguaiati è un riflesso lucido e rivelatore delle forze nascoste che danno forma alla mente colletiva. Il narcisismo che troviamo sui social media è il nostro narcisismo. La vanità che vediamo è la nostra vanità. Tutto ciò che appare attraverso questa finestra ci espone, mostrandoci ciò che giace sul fondo del pozzo della psiche.

Ty Landrum by A. Sigismondi

E tutto dipende dalla nostra reazione. Se reagiamo con sdegno e risentimento alla vanità altrui, allora diventiamo noi stessi sdegno e risentimento. Nel momento in cui personifichiamo queste emozioni acute e spinose, lasciamo che esse ci definiscano, e diamo loro sempre maggior potere, riflettendo le immagini del nostro sdegno e risentimento all’interno del profondo pozzo della psiche collettiva; queste immagini brillano attraverso lo specchio dei social media. Le loro correnti quindi scorrono ancora più rapide sotto la superficie, acquistano forza e minacciano di trovare una fessura da cui erompere.

Se invece diamo a queste immagini un’attenzione amorevole, rilasciamo un po’ della tensione nascosta sotto le nostre tendenze reattive. Rilasciamo la pressione dell’ego, che tende alle reazioni sdegnate e risentite verso ciò che minaccia la santità e la solidità delle nostre identificazioni. Quando le immagini dello yoga appaiono sui social media, la minaccia può essere molto forte – specialmente per chi ha sviluppato disgusto nei confronti dell’esternazione dello yoga attraverso immagini di contorsionismo. L’ego che si identifica con “il vero yoga” è ansioso di separare il concetto che abbiamo di ciò che non è autentico, e si infiamma quando i social media sfumano le linee tra la pratica yoga contemplativa e l’arte scenica sociale.

Ma lo yoga autentico è sempre nel momento presente. E quando ci infiammiamo per ciò che vediamo come un’adulterazione o una perversione di qualcosa che ci è caro, e siamo conseguentemente pronti a reazioni di sdegno nei confronti di altri che sono sul nostro stesso cammino, ne perdiamo il filo. Non che lo yoga richieda di non avere discernimento – al contrario, il discernimento è uno dei veicoli della nostra evoluzione. Ma finché restiamo intrappolati in emozioni spinose, non possiamo raggiungere la chiarezza da cui questo discernimento dipende. Queste emozioni distorcono le nostre impressioni della realtà, e quindi non possiamo apprezzare la reale intelligenza e meraviglia di ciò che appare ai nostri occhi. All’ombra di queste emozioni, perdiamo le tracce del sublime che ci passa davanti. E queste tracce possono essere ovunque, anche sui social media.

In noi c’è sempre qualcosa che cerca naturalmente di venire alla luce. E sebbene possa essere oscurato dalle incessanti recite dell’ego, solo l’ego può liberarlo. L’ego è maya, il velo dell’illusione del mondo fenomenico. Questo mondo crea la falsa convinzione che siamo tutti isolati e separati. L’ego sostiene l’apparenza di questo mondo, imbevendo ognuno di noi di un falso senso di importanza individuale. E il narcisismo è solo uno dei modi per far fronte a questo senso di isolamento, coltivando l’ego agli estremi.

Quindi maya è l’illusione che ci isola, forzandoci ad identificarci troppo con il nostro ego. Ma maya è anche lo specchio in cui ci osserviamo, e diventa consapevole di ciò che siamo realmente. Come avviene per la forza della creazione, maya porta la nostra essenza sottile in una forma corporea. E’ il fulgore della natura che ci permette di diventare consapevoli di noi stessi, dandoci oggetti da esperire. Senza maya, non ci sarebbero pensieri, sensazioni o intimità. Non ci sarebbe altro che puro e abissale vuoto, da cui il mondo si spiega. Quindi maya non è solo il velo dell’llusione naturale, il velo che nasconde la nostra vera natura; maya è anche il potere della coscienza di apparire a se stessa, di diventare consapevole di se stessa,  come il vuoto che sostiene il mondo della forma.

Lo Yoga della relazione inizia quando riconosciamo la duplice natura di maya, il suo modo di nascondere e rivelare contemporaneamente. Comincia quando abbandoniamo i nostri impulsi reattivi nei confronti degli altri esseri umani, sospendiamo i nostri preconcetti su di loro, e lasciamo che ci invadano con i loro eccessi e le loro assurdità, specialmente quelle che sembrano minacciare il nostro senso di noi stessi, isolante e narcisistico. La pratica consiste nel far loro spazio, anche se offendono il nostro senso estetico e la nostra sensibilità filosofica, finché non percepiamo la rottura dei confini dei nostri giudizi sulla loro presunta superficialità, e lasciamo che si mostrino nella loro assoluta unicità.

La dignità inviolabile dell’essere umano dipende dal fatto che ognuno di noi rifrange in modo unico la luce della coscienza, e contribuisce con qualcosa di altrettanto unico al dispiego sublime della consapevolezza collettiva. Per quanto imperfetta possa essere la nostra ricerca, ognuno di noi è animato dallo stesso desiderio di sperimentare l’abbandono dei condizionamenti, il desiderio di superare il senso di isolamento, per godere dell’amorevole essenza della nostra umanità. Se guardiamo gli altri in questo modo, come esseri animati, anche se in modo imperfetto, dallo stesso desiderio di libertà, la chiarezza emerge spontaneamente.

Quando abbandoniamo le nostre difese, e rinunciamo all’impulso di protestare contro chi ci ricorda il nostro desiderio di limitare e sopprimere, le posture che troviamo sui social media, anche se altamente artistiche e raramente in grado di catturare un’autentica trasformazione spirituale, ci appaiono come una estensione di quello che quasi tutti consideriamo yoga “autentico” e “tradizionale”. Una goffa ritualizzazione del nostro desiderio di una lucida e amorevole connessione con tutti gli altri esseri umani. Le correnti di narcisismo e vanità continueranno a scorrere nei canali dei social media, semplicemente perché fanno parte della funzione mentale che compone la nostra umanità. Ma se osserviamo con occhi aperti, possiamo trovare qualcosa di più di narcisismo e vanità. Troviamo una straordinaria celebrazione del corpo, che lo onora come mezzo per l’illuminazione e che aspira con fremente passione a scoprirne i segreti, per toccarne intimamente l’essenza.

Quando arriviamo a vedere le cose in questo modo, ci accorgiamo che maya, attraverso i social media, è fortemente rivelatrice, e ciò che rivela è la bellezza dell’intricato lavorìo della mente umana. La vera illusione dei social media – la vera idea sbagliata – è tale perché a causa della nostra vanità e del nostro indomabile desiderio di riconoscimento,  l’ego impedisce alla luce della consapevolezza di emergere e di risplendere. Ma la luce della consapevolezza non può essere oscurata. Anche quando il narcisismo entra in scena, espone la profondità del nostro desiderio di connessione, e un raggio luminoso perfora lo schermo dei nostri computer.

Ty Landrum

Alzati e pratica

pic by Marco Pantani

Penso che chiunque si dedichi alla pratica Yoga seriamente – e soprattutto all’Ashtanga Yoga – si sia fatto questa domanda molte volte. “Mi alzo e pratico, o resto a dormire ancora un po’?”. Non è facile scegliere di praticare ogni giorno, anzi a dire la verità è una lotta quotidiana, un impegno che si rinnova ad ogni alba, e a lungo andare a volte si tende a dimenticare il perché abbiamo scelto di farlo. A tutti coloro che mi chiedono perché dedicarsi alla pratica quotidiana, dedico la traduzione di questo bellissimo post pubblicato su Ashtanga Yoga Project e scritto da Shanna Small. Indipendentemente dall’orario scelto e dal luogo in cui ritenete opportuno farlo… Alzatevi e praticate!

“Apro gli occhi e guardo la sveglia. Sono le 4:30. E’ ora di alzarsi e andare a praticare. E qui comincia la solita storia. “Questa settimana hai lavorato tanto. Ti meriti di dormire un po’ di più”. “Ieri hai avuto mal di testa. Dovresti riposarti”. “Perché lo fai? E’ da stupidi!”. “E se fosse tutto una gran cavolata?”

Poi penso.

La definizione di Yoga, negli Yoga Sutra di Patanjali è: “Lo Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente”. O come diceva Pattabhi Jois, “Lo Yoga è il controllo della mente”. 

Alzarsi presto e mettersi sul tappetino è il primo passo per controllare la mente. E’ la mia prima opportunità di fare la scelta tra lasciare che i miei pensieri mi controllino, o essere io a controllare i miei pensieri. Questa semplice azione può decidere lo stile, l’intenzione e lo scopo di tutta la mia giornata. 

Come voglio che vada la mia giornata? Voglio passarla cedendo a qualsiasi preoccupazione e pensiero negativo? Voglio passarla lasciando il timone senza controllo, diventando facile preda della negatività che mi circonda? Voglio attraversare le difficoltà quotidiane senza consapevolezza, o voglio essere padrone delle mie azioni? 

E se alzarsi la mattina per praticare fosse tutto ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire davvero a controllare la nostra mente? 

Gli Yoga Sutras di Patanjali (2:1), recitano: “lo Yoga dell’azione consiste di azione disciplinata (tapas), studio di sé (svadyaya) e arrendevolezza (isvara pranidhana)”. Alzarsi al mattino per praticare è un supremo atto di disciplina, studio di sé e arrendevolezza. 

Perché qualcosa possa essere definito tapas, deve essere un’azione che richieda sforzo. Alzarsi presto e praticare non è certo facile. Svadyaya è non solo studio di libri e insegnamenti spirituali, ma anche recitazione di ciò che si è appreso. L’atto di recitare lo Yoga Sutra 1:2 e l’insegnamento di  Pattabhi Jois sul controllo della mente, quando fatico ad alzarmi, è una forma di Svadyaya.  E’ un modo per riportare alla mente la voce dei miei insegnanti e le loro raccomandazioni sull’importanza della pratica. Arrendersi a questi insegnamenti è un modo per praticare Isvara Pranidhana. 

Il primo verso, nel secondo libro degli Yoga Sutra – che è il libro fondamentale per la nostra pratica – ci dice di eseguire queste tre azioni. Quante volte dimentichiamo questo primo, importante passo nello Yoga? 

Questa semplice azione mette in atto 3 dei 5 doveri ed osservanze dello Yogi, i Niyama.

Nell’Ashtanga, si ritiene che se possiamo osservare e praticare i primi 4 rami, i successivi 4 sono automatici. E tutto inizia qui.

Alle 4:50AM, mi alzo.”

Shanna Small

Shanna Small

Il debito degli asana

David Garrigues

Mi capita spesso, ultimamente, di leggere post di colleghi insegnanti “vittime” di infortuni. Sebbene spesso questi incidenti di percorso non siano necessariamente legati alla pratica, è indubbio che chi “frequenta” con assiduità posture avanzate, dimenticando di ascoltare con attenzione i messaggi che corpo e mente ci mandano ogni giorno, sia in qualche modo a rischio. Noi Yogi tendiamo frequentemente a lasciarci trasportare dall’entusiasmo e dall’ego, e ad identificarci con gli asana piuttosto che con la pratica in senso lato. Cosa accade quando questo atteggiamento diventa abitudinario? Ce ne parla in un breve scritto David Garrigues, coniando l’espressione “debito di asana”, che trovo quanto mai appropriata…

“Pensateci bene: se c’è un debito che non volete contrarre, è quello con gli asana. Cos’è un debito di asana? E’ il prezzo da pagare lungo il percorso, negli anni, per aver spinto troppo ora. Contrarre questo debito è automatico quando l’ego comincia a prendere il timone dei nostri sforzi. Ci ritroviamo a spingere troppo, a fare il passo più lungo della gamba, a cercare posizioni per cui non siamo tecnicamente pronti. E soprattutto a preoccuparci troppo di raggiungere un obiettivo che non è realistico rispetto ai nostri limiti e alla nostra capacità di comprensione. Scivoliamo nell’auto compensazione, e cominciamo ad accumulare un debito di asana. 

Cosa significa compensare all’interno di una pratica di asana? La compensazione di un asana comincia quando ci convinciamo che la chiave per diventare una persona più amabile e realizzata sia misurabile in base a quanto siamo bravi in relazione agli altri, e quando cominciamo a dare i voti alla nostra performance, automaticamente ci sembra di non essere poi tanto bravi. Quindi, cerchiamo ogni volta di dare il massimo. Ci imponiamo di essere disciplinati e devoti alla pratica a tutti i costi. Ci obblighiamo a creare una catarsi fisica ogni volta che pratichiamo. Ma in realtà, non c’è nessun bisogno di compensare o di creare alcuna catarsi. 

Anzi, cerchiamo piuttosto di assumere un atteggiamento distaccato rispetto alla pratica. Quando pratichiamo, lasciamo che i contenuti psichici fluiscano liberamente in noi, evitiamo di forzare, resistere, manipolare, desiderare o provare paura. Invece che contrarre un debito di asana, paghiamo il giusto prezzo ad ogni pratica. Invece di impegnarci alla ricerca di un’esperienza sublime e catartica, concentriamoci ogni volta diligentemente sul puzzle da comporre. Scegliendo questa strada, la nostra attenzione andrà alle radici, alla base, alle fondamenta di ogni asana e nel far ciò, trasformeremo himsa (violenza) in ahimsa (non violenza). Neutralizzeremo il veleno. Ci ritroveremo con un corpo che ci ringrazierà, invece che maledirci. E oltre a ciò, nello scegliere la strada di ahimsa, godremo, anno dopo anno, di una salute migliore”. – David Garrigues

Mi permetto di aggiungere che nel momento in cui scegliamo la strada del flusso spontaneo, automaticamente diventiamo meno esigenti nei confronti di noi stessi e degli altri. Ahimsa si trasferisce dal nostro tappetino nella vita di tutti i giorni, agevolando non solo il nostro rapporto con noi stessi, ma anche e soprattutto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

Francesca d’Errico

Eka Pada Koundinyasana – Pic by Marco Pantani

Praticare in Italia: Barbara Travanini, una famiglia di Ashtangi a Brescia

Barbara Travanini e il figlio Andrea, intenti nella pratica

Ho incontrato Barbara Travanini lo scorso anno al workshop di Mark Robberds a Torino. Il suo tappetino era davanti al mio, e ricordo di aver ammirato la sua forza e determinazione nella pratica. Siamo poi entrate in contatto su facebook, e tuttora ci sentiamo spesso per condividere opinioni e suggerimenti sulla pratica. Barbara mi ha colpito anche per il modo in cui è riuscita ad unire pratica e gestione familiare: suo figlio è diventato a sua volta insegnante di Ashtanga e l’affianca nella shala di Brescia, dove insieme portano avanti la tradizione, invitando spesso grandi maestri (Kristina Karitinou e Gabriele Severini, ad esempio). Consiglio a chiunque abiti a Brescia o in zona di andare a praticare con lei: un suo input è bastato a farmi salire in verticale sulle mani in meno di un minuto! Non solo: ascoltate i suoi consigli su come affrontare le delicate età della donna. Decisamente interessanti, eccoli per voi…

FDE: Non solo insegnante di Ashtanga, ma anche madre di un insegnante: raccontami come sei riuscita a far appassionare tuo figlio a questa disciplina, e cosa vuol dire gestire la Shala di Brescia insieme a lui, vivere lo yoga a 360 gradi in famiglia.

Barbara in Pincha Mayurasana

BT: La mia scelta di insegnare Ashtanga a Brescia, secondo la tradizione di Pattabhi Jois scaturisce da una evoluzione maturata nel corso del tempo. L’ho praticato e studiato a fondo in modo da poterlo trasmettere autenticamente, e lo reputo estremamente completo. In famiglia non ho mai imposto la pratica, ho sempre lasciato la massima libertà di scelta; d’altra parte lo yoga costituisce la nostra vita quotidiana. Andrea, mio figlio, che gestisce con me la nostra Shala, ha iniziato molti anni fa a frequentare le mie classi, fino a seguirmi insieme al resto della famiglia nei ritiri dedicati alla pratica. Ha sviluppato nel corso del tempo una pratica autonoma e quotidiana; dotato di un forte spirito di determinazione, mi ha molto aiutato e spronato nella gestione sia della Shala che delle nostre stesse pratiche, tant’è che da diverso tempo pratichiamo quasi tutti i giorni alle 4:30 del mattino, in modo da iniziare al meglio le classi Mysore dalle 6:30. Insieme riusciamo a creare armonia durante le lezioni e sicuramente non mancano fra di noi momenti di accesi confronto, sempre però costruttivi. Siamo molto fieri ed entusiasti di diffondere l’Ashtanga a Brescia e siamo anche naturalmente molto grati a tutti nostri studenti, che ci offrono l’occasione di crescere insieme.

FDE: in un tuo commento ad un mio recente post, hai affrontato un argomento “tabù” nello yoga, di cui invece vorrei si parlasse di più: praticare Ashtanga avvicinandosi alla menopausa. In che modo la pratica ti aiuta ad affrontare questo momento?

Barbara in Kapotasana

BT: La menopausa è un momento naturale nella vita di una donna e la pratica dell’Ashtanga aiuta tantissimo, direi che è addirittura fondamentale in questo periodo. Personalmente mi sono ritrovata in menopausa senza accorgermene, praticando. Proprio nel momento in cui mi ci approssimavo, iniziavo ad a affrontare anche la terza serie (advanced A); E’ stata quindi una fase cruciale per me, sia come yogini che come donna. Menopausa è solitamente sinonimo di una fase di “declino”, mentre la terza serie, essendo appunto “advanced”, richiede grande intensità e vigore; ho avuto quindi il timore di cedere alle convenzioni su questa fase della vita e ho creduto fosse per me inarrivabile. Anni addietro, tuttavia, un’insegnante che già aveva affrontato questo momento, mi aveva insistentemente consigliato di non cedere all’età e di continuare sempre con la pratica. Queste parole agirono come un mantra in questa fase e di conseguenza non mi arresi, tant’è che praticavo e pratico tutt’ora quotidianamente la seconda e la terza serie insieme. Advanced A è denominata anche “Sthira Bhaga”, ossia “sublime serenità”, parole pregnanti e azzeccatissime. Col tempo, infatti ho sentito davvero una sublimità nel mio animo e la mia pratica ha fatto un salto di qualità. Per quanto riguarda anche la mia esperienza come insegnante, da diversi anni abbiamo molte allieve che hanno cominciato quando erano già entrate in menopausa; abbiamo constatato quanto sia efficace la pratica quotidiana, non solo riguardo alle serie avanzate, ma anche semplicemente la prima serie, che apporta vantaggi indiscutibili su tu i piani, ringiovanendo mente e corpo ed eludendo i pericoli di una senilità precoce, che si sviluppa molto spesso prima nella mente e successivamente nel corpo. A mio avviso la menopausa non è semplicemente una fine, ma è anche un momento di forte rinascita e di riscoperta di sé. Molte donne si lasciano spesso condizionare e smettono di vivere credendo sentendosi ormai anziane o quant’altro, perdendo così tanto tempo; lo yoga ci insegna a dire sì alla vita, e credo sia sempre attuale l’affermazione di Seneca, secondo cui non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo tanto! Nessuno è esentato dalla pratica dello yoga e non ci sono scuse valide per non farlo, lo si comprende solo mettendolo in pratica.

FDE: Donne e serie avanzate dell’Ashtanga. Ci sono molti pregiudizi al riguardo, eppure nella mia esperienza personale, alcune delle posizioni più avanzate sono di grande aiuto alle donne, proprio perché sviluppano la forza di cui abbiamo bisogno in questo momento sociale. Cosa ne pensi? E quali sono gli asana a tuo parere più utili alle donne?

BT: Come già accennato sopra, mi ritrovo a praticare la serie avanzata a 50 anni inoltrati, e ho da poco concluso un intensive, dove per quindici giorni ho praticato la seconda e terza serie in full vinyasa, seguite dalla led primary series, pranayama e tecniche di adjustments fino a tarda ora, per un totale di dieci ore al giorno. Ne sono uscita estremamente fortificata, sia fisicamente che mentalmente, e lo stesso è stato confermato dagli esiti dei controlli medici (ormonali inclusi) effettuati prima e dopo il corso. Non consiglierei degli asana in particolare, perché ritengo che l’essenza di queste sequenze e di conseguenza tutti i benefici ad esse correla , non siano soltanto nelle singole posture, ma in quella consequenzialità che caratterizza il vinyasa, la struttura della pratica degli asana, da cui si produce una vera e propria meditazione in movimento. Quindi consiglio di enfatizzare non tanto il singolo, ma il tutto della pratica, in quanto ritengo che l’Ashtanga sia un metodo completo, includendo ad esempio l’importanza delle posizioni sulle mani e perché no dei salti per sviluppare e mantenere una certa forza e stamina, ma anche delle aperture delle anche per lavorare sul centro energetico del bacino eliminando quindi tensioni profonde in genere nella bassa schiena e le aperture del petto e quindi del centro energetico del cuore. In generale questa pratica tende a regolare l’equilibrio ormonale, riducendo gli eccessi del nostro elemento predominante. Reputo inoltre molto rilevante per noi donne in questa fase ossigenarci nel modo più consono ed efficace, incrementando le sedute di pranayama.

Barbara Travanini

Barbara è nata a Brescia nel 1966. Incontra lo yoga durante l’adolescenza con Annalise Christensen prima e Dona Holleman poi, fra le prime e maggiori insegnanti al mondo. Si certifica con lei all’insegnamento, dopo un lungo e intenso percorso di formazione. Nel 2005 trova l’Ashtanga yoga secondo la tradizione di Pattabhi Jois, e partecipa a numerosi workshops con Elena De martin, Kino Macgregor, Eddie Stern, Mark e Joanne Darby, Manju Jois, Mark Robberds. Frequenta il teacher training di Manju Jois e conosce Sharath Jois durante il suo tour annuale. Da questo incontro decide di dedicarsi esclusivamente alla pratica Ashtanga. Nel 2010 conosce Kristina Karitinou-Ireland. Si reca annualmente in ritiro da lei a Creta e sotto la sua guida chiude la seconda e la terza serie. Di notevole rilevanza per il suo percorso formativo è anche Gabriele Severini, che incontra nel 2011 e segue periodicamente affinando la pratica. Per quanto riguarda il suo insegnamento, rimane salda ai principi dell’Ashtanga, che le ha permesso di evolversi e sbocciare definitivamente come yogini.

Per i prossimi eventi in programma ad Ashtanga Yoga Brescia, cliccate qui!

Mark Robberds: hungry to learn (ENG/ITA)

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Mark Robberds by Alessandro Sigismondi

Lately, I have been researching a lot into the Ashtanga Yoga practice and other forms of movement – the input come from my recent wear-and-tear injury to the sacro-iliac ligament, that caused me several difficulties with hip opening on the left side. I have been asking myself how to approach the practice in a way that could be really beneficial, with no intent to take shortcuts but to truly enjoy and make the most out of the practice. Needless saying, I have been following Mark Robberds‘ posts since they are always full of useful information. Mark is world famous to be one of the most influential Ashtanga Yoga teacher, and also is a wonderful person. I had the great opportunity to meet him in Mysore two years ago, then in Turin, and in Goa last winter. He strikes me with his down to earth approach and his lovely manners. He is a great teacher who truly enjoys sharing his knowledge. I asked him for an interview, and despite his incredibly busy schedule, he found the time to chat about his approach to the practice and movement in general. Mark’s answers to my questions are so helpful, I am confident all of you will benefit from reading!

FDE: Mark, you are not only one of the very few KPJAYI Certified Teacher, but also one of the most followed Ashtanga Yoga teachers on social networks. Your impact on the Ashtanga community is huge and growing. Personally I find your posts always very useful, full of practical hints on how to approach asanas. You are also a handstand lover and a lover of movement in general. How did you start exploring movement outside the traditional Ashtanga Yoga method, and how these practices help your yoga sadhana?

MR: I have been an athlete, or let’s say into sports since I was in diapers. I grew up playing rugby, cricket, tennis, swimming, running, biking, and in my teens I got into skateboarding, mountain biking, rock climbing, martial arts, surfing and going to the gym. So I have always been very physical.

Then I started practicing Yoga in 1997 and in 1998 I got Dengue Fever. I became very sick and my immune system was very weak and I was not able to do any more sports. I recovered through restorative yoga and I realised the incredible benefits of it, which then drew me into the Yoga practice and in particular Ashtanga. Everything else, besides surfing, dropped away and I went through a very intense phase of only focusing on the Ashtanga practice. However I always had my eye on other forms of movement like capoeira, breakdancing, modern dance, even salsa and I dabbled a little bit over the years with them. I had an intention that in my 40’s, after reaching a high level of proficiency in Ashtanga, I would devote more time to learning other skills and this is what is happening. 

The yoga practice has been an amazing mind-body discipline that I can connect now with any other form of movement. Likewise I can take whatever I learn from my explorations and investigation into other modalities and bring it back into my Yoga sadhana to make it even better. 

FDE: You are in your early 40s and look stronger and healthier than ever. What is your advice for a healthy and lifelong Ashtanga Yoga practice? 

MR: My observation is that most Ashtangis burn out in their early 40’s. There are the few cases of people who start in their 40’s or 50’s and do very well in the practice because they have a natural disposition towards it. Other older people, who start later in life, are usually not ambitious and therefore receive the benefits of the practice in making them healthier, stronger and more flexible.

Mark e sua moglie, Deepika Metha, anche lei insegnante di Ashtanga Yoga

For the rest, though, the burn out comes because of repetitive strain. The same movements are practiced over and over again and it wears out the joint structures of the body over time. This combined with pre-existing conditions and/or improper alignment and movement patterns leads to wear and tear injuries. Practitioners then get discouraged and move on to the next thing. In this regard, then, I feel like it’s important to practice more intelligently. Be sure to take all rest days, moon days, Saturdays, if you’re a women then ‘ladies holidays’, and even men should consider taking more days off. Obviously I’m not speaking to the person who has a problem committing to practicing at all. This is for those people who feel guilty for not practicing and find themselves practicing even when they are in pain or when their intuition is telling them to rest.

Yoga should not create pain or injury. It should be the opposite actually. It should make you injury resistant. If you are finding yourself getting injured then you are doing something wrong. Also, in Ashtanga, there’s no mention of practicing with different levels of intensity. In all other forms of physical movement training, the training is cyclical in nature. There are peak periods, and there are de-load days, for example, where only 40% of the volume is performed. Some athletes will have an easy week once a month, or every 6 weeks. I feel like this approach is needed in Ashtanga, otherwise everyone is practicing at 100% everyday, indefinitely, until they are forced to rest due to injury or sickness. I started making these changes in my late 30’s and it is working really well. I feel better than ever. My body is pain free and I’m learning new skills everyday.

FDE: Can you give us a hint on your daily practice? What is your weekly routine?

MR: My routine varies a lot due to the irregular nature of my work schedule. I tend to work very intensely for a few days then have the rest of the week off, but there will be travel days. Or I’ll be running a retreat for a week, then have some time off. Soon I’ll be running a month long intensive and the work load will be a lot. But then I’m taking 2 months off! So I adapt my practice to whatever is going on in the moment. 

I need to keep researching, keep practicing. This is my life. To be the best teacher I can possibly be, and the most service to my students, I need to stay hungry to learn. So this is the stage I’m in now. At the moment i’m doing 4 days Ashtanga per week – each day a different series, 1st,2nd, 3rd, 4th and this is working out really well. I feel fantastic. Every morning I do my morning ritual of journaling, meditation, pranayama, then some movement research and exploration followed by my practice. On my non-ashtanga days I’m doing some other training. Mostly handstand training but also ring work and weights for leg strengthening. I also surf everyday when possible.

FDE: What is your advice to those who are struggling in a pose, or those who are facing physical limitation (like injuries, body constitution etc.)?

MR: You can choose to see the struggle as a positive or negative. If it is a negative then you have to change your attitude. No one is forcing you to do anything. You always have a choice. Everything can be turned into a positive. There’s always a way to modify the practice so that any body constitution can realize their full potential. Injuries are great teachers and should be viewed from this perspective. What can this teach me? Always keep moving. Rest the injured area but keep the rest of the body moving.

FDE: Mark, all your work on asana could easily be material for an amazing book. Are you planning to write one, or to collect all your post into something more organic? 

MR: I haven’t got any clear vision of how to put that book together, but I am in the process of collecting all my favorite posts and this could actually be a great learning tool and a beautiful coffee table book!

I can only add that I can’t wait to read more from Mark Robberds!

ITALIANO – Mark Robberds: fame di conoscenza

Recentemente, come saprà chi mi segue, ho fatto molta ricerca all’interno della mia pratica di Ashtanga e di altre forme di movimento. L’input è arrivato da un infortunio al legamento sacro-iliaco, che ha reso le aperture dell’anca sinistra piuttosto difficoltose. Mi sono chiesta molte volte come approcciare la pratica in un modo che fosse realmente salutare, senza alcuna intenzione di prendere scorciatoie, ma con il desiderio di trarne gioia e beneficio. Inutile dire che ho seguito e seguo con attenzione i post di Mark Robberds, che sono sempre pieni di utilissime informazioni. Mark è famoso in tutto il mondo ed è uno degli insegnanti di Ashtanga Yoga più influenti, oltre ad essere una bellissima persona. Ho avuto occasione di conoscerlo due anni fa a Mysore, e di incontrarlo nuovamente a Torino e a Goa lo scorso inverno. Mi ha colpito per il suo atteggiamento semplice e gentile: è un grande insegnante, che davvero ama condividere le sue conoscenze. Gli ho chiesto un’intervista, e lui, nonostante i suoi tantissimi impegni, ha trovato il tempo di fare due chiacchiere e di raccontarmi il suo approccio alla pratica e al movimento in generale. Le sue risposte alle mie domande sono così utili, che sono certa che tutti voi ne trarrete grande beneficio! 

FDE: Mark, non sei solo uno dei pochissimi insegnanti certificati KPJAYI, ma anche uno dei più seguiti maestri di Ashtanga Yoga sui social. Il tuo impatto sulla comunità Ashtanga è enorme e in continua crescita. Personalmente, trovo i tuoi post sempre molto utili, pieni di spunti pratici su come affrontare gli asana. Sei anche un amante delle inversioni, e del movimento in generale. Come è nato il tuo interesse per pratiche che non fanno parte del metodo tradizionale dell’Ashtanga, e qual è il contributo di questi approcci al tuo sadhana? 

MR: Sono sempre stato uno sportivo, diciamo da quando ero in fasce. Sono cresciuto giocando a rugby, cricket, tennis, nuotando, correndo, andando in bici. E da teenager mi sono dedicato allo skateboard, alla mountain bike, all’arrampicata sportiva, alle arti marziali, al surf e naturalmente alla palestra. Da sempre vivo il mio corpo in modo completo. 

Poi, nel 1997 ho iniziato a praticare Yoga. Nel 1998 mi sono ammalato di febbre Dengue. Ero davvero debole, il mio sistema immunitario aveva reagito male, e non riuscivo a praticare nessuno dei miei sport. Mi sono ripreso grazie al restorative yoga e mi sono accorto dei suoi incredibili benefici. Da questa pratica sono arrivato allo Yoga e in particolare all’Ashtanga. Tutti gli altri sport, a parte il surf, sono usciti dalla mia vita, e per una fase molto intensa mi sono concentrato solo sulla pratica dell’Ashtanga. Ho sempre tenuto d’occhio, tuttavia, altre forme di movimento, come la capoeira, la breakdance, la danza moderna, persino la salsa, e mi ci sono dedicato sporadicamente negli anni. Avevo intenzione, una volta raggiunti i 40 anni e un buon livello nell’Ashtanga, di dedicarmi ad altre attività ed è quello che sto facendo. 

La pratica dello Yoga è stata per me una disciplina eccezionale, in grado di collegare mente e corpo in un modo che ora posso utilizzare in qualsiasi altra forma di movimento. E al tempo stesso, posso portare tutto ciò che imparo dalle mie esplorazioni del corpo all’interno del mio sadhana, per migliorarlo continuamente.

FDE: Mark, hai raggiunto i 40 anni e sei più forte e in forma che mai. Qual è il tuo consiglio per chi vuole mantenere una salutare pratica pratica dell’Ashtanga Yoga per tutta la vita? 

MR: Da ciò che ho visto, la maggior parte di chi pratica Ashtanga raggiunge una sorta di “burn out” intorno ai 40 anni. Ci sono rari casi di persone che iniziano a praticare a 40 o 50 anni, ottenendo ottimi risultati anche grazie ad una naturale predisposizione. Altri, di età anche più avanzata, non hanno eccessive ambizioni nei confronti della pratica e ottengono in ogni caso molti benefici: maggiore forza, flessibilità e salute. 

Il burn out, comunque, arriva dagli sforzi ripetuti. Praticare gli stessi movimenti, continuamente, per anni, a lungo andare logora le strutture articolari. Questo aspetto, in combinazione con situazioni pre-esistenti e/o allineamenti o posture scorrette creano i presupposti per gli infortuni da usura. Il praticante quindi si scoraggia e si dedica ad altre discipline. Proprio per questo, penso sia importante praticare in modo più intelligente. E’ importante rispettare i giorni di riposo, i giorni dedicati alle fasi lunari, e per le donne le famose “ladies holidays”. Ma anche gli uomini dovrebbero cercare di riposare un po’ di più. Naturalmente non mi sto rivolgendo a chi non pratica in modo continuativo, ma a coloro che si sentono in colpa quando non praticano, e vanno avanti nonostante sentano dolore e nonostante il loro intuito gli suggerisca di riposare. 

Lo Yoga non dovrebbe creare dolore o infortuni. Anzi, dovrebbe essere l’opposto: lo Yoga dovrebbe renderci più resistenti agli infortuni. Se ci facciamo male, stiamo facendo qualcosa di sbagliato. Inoltre, nell’Ashtanga, non si parla da nessuna parte di praticare a livelli di intensità diversi. In tutte le altre forme di movimento, l’allenamento è, per sua natura, ciclico. Ci sono periodi di intensità maggiore, e giorni di scarico, in cui si pratica al 40% della capacità. Alcuni atleti si prendono una settimana di riposo al mese, o ogni 6 settimane. Ritengo che anche nell’Ashtanga sia necessario considerare questo tipo di approccio, diversamente il praticante si ritrova a praticare ogni giorno, senza sosta, al 100% delle sue capacità, fino a quando è costretto al riposo forzato per malattia o infortunio. Io ho iniziato ad apportare questi cambiamenti dopo i 35 anni, e mi sento molto in forma. Non ho dolori, e imparo cose nuove ogni giorno. 

FDE: Ci puoi dare un’idea della tua pratica quotidiana e della tua routine settimanale? 

Una bellissima immagine di Mark Robberds

MR: La mia routine varia moltissimo a causa della natura irregolare del mio lavoro. Di solito lavoro con grande intensità per qualche giorno, poi mi prendo il resto della settimana per riposare, ma devo tenere conto dei giorni in cui viaggio. O capita che io debba tenere un ritiro di una settimana, e poi avere un periodo tranquillo. A breve, condurrò un intensivo di un mese, e avrò un notevole carico di lavoro. Ma poi, mi prenderò due mesi per me! Quindi adatto la mia pratica al momento in cui mi trovo. 

Sento sempre il bisogno di fare ricerca e di praticare. E’ la mia vita. L’unico modo per essere l’insegnante che voglio essere, al servizio dei miei studenti, è essere affamato di conoscenza. E mi trovo proprio in questa fase. Al momento pratico Ashtanga Yoga 4 giorni a settimana – ogni giorno una serie diversa, 1st,2nd, 3rd, 4th ed è un sistema che funziona molto bene per me, mi sento benissimo. Ogni mattina mi dedico al mio rituale personale, la scrittura di un diario, alla meditazione, al pranayama, alla ricerca di nuove capacità di movimento e quindi alla mia pratica. Quando non pratico Ashtanga, mi dedico ad altri tipi di allenamento: generalmente inversioni, ma anche anelli, e pesi per rinforzare la muscolatura delle gambe. E naturalmente, faccio surf tutti i  giorni, ogni volta che posso. 

FDE: Cosa consigli a chi è fermo su una posizione da tempo, e a chi deve affrontare limitazioni fisiche, come un infortunio, o la propria costituzione?

MR: Possiamo scegliere di vedere le difficoltà come positive o negative. Se sentiamo negatività, dobbiamo modificare il nostro atteggiamento. Nessuno ci costringe a fare nulla. Abbiamo sempre una scelta. Possiamo sempre modificare la pratica in modo che la nostra costituzione corporea ne tragga il massimo beneficio e sviluppi il suo potenziale. Gli infortuni possono insegnarci molto, e dovremmo osservarli da questa prospettiva. Cosa mi può insegnare questo incidente? E continuate a muovervi. Riposate l’area del corpo che ha subito l’infortunio, ma mantenete il resto in movimento. 

FDE: Mark, tutto il tuo lavoro sugli asana potrebbe diventare un fantastico libro. Stai pensando di scriverne uno, o di raccogliere i tuoi post in modo più organico? 

MR: Non ho ancora una visione chiara sul tipo di libro che potrei creare. Sto però cominciando a raccogliere i miei post preferiti, e questo effettivamente potrebbe diventare materiale didattico, e un bel libro da tenere sul comodino! 

Posso solo aggiungere che non vedo l’ora di leggere i prossimi post di Mark Robberds! E voi?

– intervista raccolta da Francesca d’Errico, maggio 2017

Praticare in Italia: Ashtanga Yoga Napoli, la tradizione sotto il Vesuvio

Prosegue il mio personale giro d’Italia nello Yoga con una città a cui sono particolarmente affezionata, perché la mia famiglia affonda le sue radici proprio lì: la meravigliosa Napoli, cuore appassionato del nostro Paese, città dall’anima ospitale e calda, dove la tradizione dell’Ashtanga è portata avanti con amore da Valerio Pandolfi e Cristiana Signorelli. Dall’austero mondo della giustizia (erano entrambi avvocati) sono arrivati allo Yoga guidati da maestri davvero eccezionali. Ecco la loro storia, e tutte le informazioni per raggiungerli e per partecipare a workshops davvero importanti, in calendario nei prossimi mesi.

Valerio Pandolfi e Cristiana Signorelli fotografati da Alessandro Sigismondi

FDE: Come nasce Ashtanga Yoga Napoli? Chi sono Valerio Pandolfi e Cristiana Signorelli, e come è nata la passione per lo Yoga e per il suo insegnamento?

VP: Mi sono avvicinato all’Ashtanga Yoga per curiosità, grazie al libro di David Swenson, ma la mia prima maestra in assoluto è stata Nancy Gilgoff. E’ bastata una sola classe nella sua shala a Maui, Hawaii, per decidere che avrei trascorso più tempo possibile in quel luogo, per apprendere da Nancy l’Ashtanga Yoga tradizionale, così come insegnatole, in maniera intima e personale, da Sri K Pattabhi Jois all’inizio degli anni Settanta. Dopo un primo periodo di due mesi, ho continuato, anno dopo anno, a recarmi alle Hawaii per lunghi cicli di studio con Nancy. Intanto, stanco del lavoro di avvocato, che stava assorbendo gran parte delle mie energie, non perdevo occasione per seguire, in Italia ed Europa, workshops e corsi di formazione per insegnanti, soprattutto con David Swenson e Manju Pattabhi Jois, figlio primogenito di Sri K Pattabhi Jois, il padre dell’Ashtanga Yoga. Non avevo intenzione di insegnare, volevo semplicemente ricaricarmi, perfezionare la tecnica ed apprendere l’arte dello Yoga da questi grandi Maestri. Un incidente in moto ha rischiato di interrompere bruscamente il mio percorso. A causa di una seria ernia cervicale, tutto il lato sinistro del corpo si era indebolito. Giunto al punto di non riuscire a reggere un bicchiere d’acqua, decisi di tornare da Nancy, alle Hawaii e dedicarmi completamente all’Ashtanga Yoga Therapy. Sapevo che lo Yoga si sarebbe preso cura di me. Avrei rincontrato anche Manju Jois, che sarebbe rimasto a Maui per un lungo periodo. Un giorno, durante il suo workshop, in una shala gremita di yogi esperti ed entusiasti, mi sono ritrovato “mat to mat” accanto a David Williams, l’uomo che, insieme a Nancy Gilgoff, ha presentato Sri K Pattabhi Jois e suo figlio Manju all’Occidente, negli anni Settanta. David Williams, venuto a salutare Manju, ha praticato insieme a noi e dopo la pratica ci siamo conosciuti e gli ho parlato del mio problema al collo. David mi ha invitato a nuotare con lui quello stesso pomeriggio, per mostrarmi alcuni movimenti in acqua che, accompagnati dalla pratica yoga quotidiana, mi avrebbero dato enorme sollievo. Abbiamo passato il pomeriggio insieme ed il feeling è stato immediato. Così, ho trascorso i successivi sei mesi studiando con Nancy di mattina e con David di pomeriggio: un’autentica full immersion! In quei mesi, David Williams mi ha insegnato il Pranayama, completo e tradizionale, così come insegnatogli da Sri K Pattabhi Jois nel 1973. Il Pranayama è diventato subito parte integrante della mia pratica quotidiana e sarò sempre grato a David per questo dono. Al termine di quella esperienza, ero guarito. A dire il vero, non mi ero mai sentito così bene e decisi di dedicarmi a tempo pieno alla condivisione di quanto appreso, con la benedizione di Nancy Gilgoff, David Williams e Manju Pattabhi Jois. Lo stesso Manju, dopo anni di studio e verificata la serietà delle mie intenzioni, mi ha autorizzato ufficialmente ad insegnare la Prima Serie e la Serie Intermedia dell’Ashtanga Yoga, nel rispetto del metodo di suo padre.

Ashtanga Yoga Napoli nasce dall’intreccio di questa storia con quella della mia compagna, Cristiana Signorelli.

CS: Pratico yoga da circa vent’anni. Mi resi conto che lo sport eccessivo, praticato fino ad allora, mi logorava il corpo e non mi calmava la mente. Approcciai diversi tipi di Yoga, ma nessuno, come l’Ashtanga, mi ha dato l’equilibrio e la consapevolezza di me stessa. Ho cambiato molti insegnanti di asana, ma i veri Maestri li ho incontrati alle Hawaii, dopo quindici anni di pratica: Nancy Gilgoff e David Williams. Sono stati loro a farmi davvero comprendere la magia dell’Ashtanga Yoga. Anche io facevo l’avvocato, ma per passione insegno ormai da quindici anni e mi gratifica sapere che alcuni dei miei ex alunni sono ora dediti all’insegnamento.

Ashtanga Yoga Napoli nasce dal desiderio di contribuire, nel nostro piccolo, a mantenere in vita gli insegnamenti di Krishnamacharya e Sri K Pattabhi Jois. Da cinquemila anni, l’Ashtanga Yoga ha dimostrato la sua efficacia e per questo motivo riteniamo essenziale restare fedeli alla tradizione e divulgare il metodo che ha portato enormi benefici alla nostra vita.

FDE: Avete studiato a lungo con Manju Jois, Nancy Gilgoff e David Williams. Ospiterete Nancy e David a breve. Cosa vi hanno trasmesso questi tre insegnanti? Il primo, figlio di Sri K. Pattabhi Jois; la seconda, una tra le prime occidentali ad incontrare Guruji nel lontano 1973…, il terzo, quasi una leggenda vivente…

VP: Manju Jois è una persona straordinaria: semplice, umile e sempre disponibile, ci ha trasmesso la leggerezza e la gioia della pratica. Inoltre, il suo immenso bagaglio gli consente di dispensare asana, come medicine, per ogni tipo di patologia, così come insegnatogli dal padre. Nancy Gilgoff ci ha trasmesso la tecnica, la disciplina e l’integrità dell’Ashtanga, oltre all’importanza della concentrazione, durante  tutta la pratica, sul flusso energetico. Il motto di David Williams è “if it hurts, you’re doing it wrong”. Lo Yoga serve ad aumentare il prana, l’energia vitale e niente riduce il prana più del dolore. Nel momento in cui inizia il dolore, finisce lo Yoga.

FDE: Napoli è una città piena di contraddizioni, anche frenetica e caotica. Qual è il profilo del praticante del vostro centro? E quale approccio suggerite a chi si avvicina allo Yoga per la prima volta?

CS: I Napoletani hanno un’energia vulcanica, che in molti casi non sanno incanalare: noi gli insegniamo a farlo attraverso il respiro, che li aiuta a riconnettersi con la loro parte più intima. Non smettiamo mai di ricordare, ai nostri allievi, l’importanza del respiro. La mente viaggia alla stessa velocità del respiro. Se il respiro si calma, la mente si calma ed il corpo si scioglie. Come ripeteva spesso Sri K Pattabhi Jois: “Body is not stiff, mind is stiff”.

FDE: Quale lettura Yogica ritenete indispensabile per il praticante moderno? E qual è il vostro insegnante di riferimento, oggi?

CS e VP: Il testo che consigliamo è “Pranayama, la dinamica del respiro” di Andre Van Lysebeth. I maestri di riferimento, con i quali continueremo a studiare, sono Manju Pattabhi Jois, Nancy Gilgoff, David Williams. Stimiamo molto anche David Swenson, altro grandissimo Maestro e fonte di grande ispirazione.

FDE: Quali sono o prossimi eventi organizzati da Ashtanga Yoga Napoli?

CS e VP: Il 19 e 20 luglio, David Williams, per la prima volta a Napoli, sarà con noi per un workshop di due giorni. Il 12-15  ottobre, dopo la bella esperienza dello scorso anno, Nancy Gilgoff tornerà a trovarci a Napoli per un Practitioners Clinic di quattro giorni per sole venti persone. L’11 e 12 novembre sarà la volta di Manju Pattabhi Jois.

Per info ed iscrizioni: http://www.ashtangayoganapoli.it/workshop/

Sito web: www.ashtangayoganapoli.it

Valerio insieme ai suoi tre maestri: da sinistra, David Williams, Valerio, Manju Jois e Nancy Gilgoff

Praticare in Italia, Torino part 1: Yoga Sutra Studio

A volte scegliere un percorso nello Yoga non è semplice. Sono moltissimi i centri che offrono corsi di Yoga, soprattutto nelle grandi città, e per chi inizia non è semplice capire se ci si è rivolti ad un insegnante preparato, con una solida pratica personale e autentico spirito di ricerca. Su queste pagine quindi mi piace proporre ogni tanto una scuola che conosco personalmente, un maestro che mi ha colpito per la sua preparazione e dedizione.

Gian Renato Marchisio è un’altra conoscenza che mi ha regalato Mysore. Una persona preparatissima, disponibile al dialogo, animata da una grande passione per la pratica, qualità che Sharath gli ha riconosciuto nel 2015 con l’autorizzazione KPJAYI all’insegnamento. Ho incontrato sua moglie Stefania, dolcissima e altrettanto cordiale e preparata, a Torino, durante il workshop di Mark Robberds che la coppia aveva organizzato lo scorso ottobre.

Insieme, conducono Yoga Sutra Studio, una Shala nel cuore del centro storico di Torino, che spesso ospita maestri internazionali e che offre corsi e classi in stile Mysore con continuità e impegno. Se siete a Torino, e avete intenzione di iniziare un percorso nello Yoga, Gian Renato e Stefania sono le guide di cui avete bisogno. Ecco una breve intervista in cui raccontano come sono arrivati allo Yoga, e quali difficoltà hanno superato grazie a questa disciplina che tanto amiamo.

FDE: Quando, con chi e come avete iniziato a praticare Yoga?

Gian Renato, Stefania e la loro bambina a Mysore

GR: Ho iniziato a praticare Iyengar Yoga nel 1998 a Torino con Maria Paola Grilli e sin da subito ho provato un piacere immenso nel sentire il corpo aprirsi nelle posizioni yoga. La dislessia, che mi ha creato imbarazzo nella vita, alla fine mi ha permesso di rapportarmi al corpo in modo più diretto, senza filtri, cogliendo la sincronicità di un movimento rotondo nelle asana, senza gli automatismi legati alla percezione verbale.

SV: Ho iniziato nel 2007 Iyengar Yoga con Gian Renato Marchisio. In quel periodo lavoravo come Project Manager per una casa editrice nel settore della moda e della bellezza, ed ero alla ricerca di una pratica per imparare a gestire i ritmi di lavoro e lo stress. Dal momento in cui ho iniziato la pratica dello yoga è stato come se la mia energia vibrasse ad una lunghezza d’onda diversa e nulla è stato più come prima, nel lavoro e nella vita privata..

FDE: Cosa significa oggi per voi praticare? In che modo ha influenzato la vostra vita?

Gian Renato Marchisio by Alessandro Sigismondi

GR: La pratica è stata una rivelazione. Sin dalla prima volta ho sentito che era la mia strada, quello che volevo fare nella vita. La pratica mi ha aiutato inoltre ad uscire da un percorso segnato da medicinali ed ospedali a causa dell’asma, permettendomi di recuperare in pieno la mia salute. Lo yoga, dal mio punto di vista può trasformare uno svantaggio iniziale in una vera opportunità di crescita. Praticare quotidianamente significa scoprire il rapporto che ho con il mio corpo e con l’ambiente che mi circonda attraverso le meraviglie dei giochi muscolari e della potenza del respiro. Alla fine noi siamo come respiriamo…

SV: Quando ho iniziato a praticare ero molto sotto stress e lo yoga mi ha permesso di vedere con maggior chiarezza, di dare il giusto peso alle cose e imparare a scegliere giorno per giorno cosa voglio diventare. La pratica mi ha letteralmente cambiato la vita accompagnandomi nella scelta radicale di lasciare il mio precedente lavoro e dedicarmi interamente ad essa. E’ iniziato un percorso che mi ha portato a scegliere una vita più piena e felice. La pratica quotidiana mi permette di ascoltarmi, di accogliere le mie debolezze e di lavorare per trasformarle in punti di forza. Di accettare il fluire della vita e le sue trasformazioni.

FDE: Come vi siete avvicinati all’insegnamento, e cosa offre oggi la vostra Shala ai praticanti?

GR: Ho approfondito per sei anni lo studio dell’Iyengar Yoga a Pune e Blacon con Faeq Biria e mi sono diplomato nel 2005 insegnante Iyengar Yoga. Dopo un percorso di altri quattro anni con Dona Holleman sono diventato insegnante secondo il suo metodo, Centered Yoga, ma sin dal 2005 ho cominciato ad interessarmi all’Ashtanga Yoga, affascinato dai giochi sincronici tra movimento e respiro, iniziando a praticare con Lino Miele, Kristina Karitinou Ireland, Mark D’Arby, Chuck Miller, Elena De Martin, Mark Robberds. Nel 2012 sono stato autorizzato all’insegnamento da Manju Pattabhi Jois e ho iniziato a frequentare il KPJAYI di Mysore per studiare con Shri R.Sharath Jois, dal quale ho ricevuto l’autorizzazione ufficiale all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga nel gennaio 2015.

Stefania Valbusa by Alessandro Sigismondi

SV: Innamoratami della pratica, sono presto entrata nel percorso di formazione in Centered Yoga con Dona Holleman al termine del quale sono diventata insegnante del metodo. Nel 2011 ho iniziato a praticare Ashtanga Yoga con Kristina Karitinou e a frequentare il suo percorso di formazione, seguendo inoltre seminari con Lino Miele, Elena De Martin, Chuck Miller, Manju Jois. Dal 2013 studio con Sharath Jois presso il KPJAYI di Mysore.

Organizzata in due sedi vicine nel cuore di Torino, Yoga Sutra Studio offre una vera e propria “casa” per la pratica. A partire dall’apertura alle 6,30 del mattino, abbiamo circa 6 classi al giorno dal lunedì al venerdì tra classi guidate e Mysore Style per l’Ashtanga Yoga, classi di Centered Yoga e Passaggi Armonici, e tre classi il sabato mattina, oltre a cicli di seminari di approfondimento dedicati all’Ashtanga Yoga e al Vinyasa due domeniche al mese. Organizziamo a giugno settimane intensive dedicate all’Ashtanga Yoga e invitiamo insegnanti internazionali (da Chuck Miller a Mark Robberds, Petri Raisanen e molti altri) per contribuire alla diffusione della cultura dell’Ashtanga Yoga.

FDE: Cosa suggerite ad un neofita che vuole muovere i suoi primi passi nello Yoga? Quali classi offrite a chi inizia questo percorso?

GR e SV: Al neofita suggeriamo di scegliere con attenzione una scuola con le giuste referenze per il metodo che desidera seguire, con insegnanti dalla formazione attestata e verificabile. Chi inizia con noi nelle classi guidate ha la possibilità di sviluppare la pratica personale quotidiana e crescere nello studio tecnico delle asana. Impostiamo un lavoro personalizzato che rispetti ogni praticante nella sua unicità, con il suo bagaglio quotidiano di esperienze, vissuto, emozioni scritte sul corpo. Non abbiamo fretta di dare asana su asana bensì calibriamo il lavoro sulla base della maturità fisica, energetica e respiratoria del praticante consolidate dalla pratica costante. Chi lo desidera trova da noi la possibilità di praticare tutti i giorni e sceglie quindi in libertà quanto tempo dedicare alla pratica.

– Francesca d’Errico, 2017