Le fasi e la longevità della pratica Yoga

Fasi e longevità della pratica Yoga nel tempo: domande sempre più ricorrenti ora che lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa o Jivamukti) sta diventando il più praticato al mondo.

Parsvakonasana (foto di M. Pantani)

Salgo sul tappetino da oltre vent’anni e non ho iniziato da ragazzina, ho scelto da subito l’Ashtanga Yoga, con incursioni Jivamukti che tuttora mantengo. Certo ho un passato di ginnasta e ballerina, e questo forse può sembrare un vantaggio inizialmente. In realtà con lo Yoga ho dovuto reimpostare tutto ciò che avevo appreso nelle discipline precedenti, imparando ad approcciare ogni posizione non tanto con l’esito estetico in mente, quanto con l’obiettivo di farne un luogo per il respiro. Gli inarcamenti di una ginnasta, ad esempio, sono molto diversi da quelli di uno Yogi, anche se in apparenza possono sembrare simili. Nelle attività fisiche in senso lato l’approccio alla posizione è per lo più muscolare, articolare, fisiologico. Negli asana entra in gioco l’aspetto energetico, guidato dal respiro, ed è per questo che anche chi inizia a praticare in età avanzata può comunque migliorare e trarre giovamento da questa disciplina. Non è mai troppo tardi per coltivare la longevità!

Sicuramente negli anni la mia pratica è cambiata. Sebbene ancora adesso io pratichi tutti i giorni Ashtanga o Vinyasa Yoga, non mi prefiggo come obiettivo la terza o la quarta serie dell’Ashtanga, quanto la longevità di una pratica dinamica. Per chi ha superato una “certa” età, e anche per chi magari non è ancora entrato negli “anta” ma ha un corpo segnato da molti anni di attività sportiva agonistica, forse può essere interessante la mia personale esperienza di praticante e insegnante.

Innanzi tutto, una premessa. Spiritualmente siamo tutti creature sacre, ma fisicamente ognuno di noi è unico. Al di là della conformazione muscolo-scheletrica, ognuno di noi reagisce a traumi fisici e psichici e alle emozioni in modo unico e irripetibile. Traumi ed emozioni non vivono solo nella nostra mente ma anche nel nostro corpo. Siamo su questo piano di esistenza per vivere con tutto il nostro essere, e non è possibile disconnettere la mente dal corpo. Quando cerchiamo di farlo, l’una/o si vendica sull’altro/a. Questo è vero sia nel breve che nel lungo termine. Ci abituiamo a dare per scontate posizioni e transizioni che magari hanno fatto parte del nostro percorso per dieci anni e più, e improvvisamente un mattino Marichyasana D non ne vuole sapere di chiudersi. E questo senza spiegazioni fisiologiche apparenti. Fino a ieri i nostri jump back erano leggeri come piume, e oggi improvvisamente ci sentiamo di piombo. In questo la pratica è una continua verifica del nostro piano esistenziale, di ciò che accade in noi e attorno a noi e di come reagiamo alle diverse sfide del quotidiano. Se affrontiamo la pratica come una sfida (“la mia mente decide cosa deve fare il corpo”) siamo molto probabilmente destinati a non durare a lungo sul tappetino. Se invece accogliamo la pratica come un messaggio della parte migliore di noi, allora ogni giorno è una scoperta, e non resteremo mai delusi. Longevità, nel mio vocabolario, non significa invecchiamento, ma lunga giovinezza della pratica, che significa poi un corpo ed una mente giovani per tutta la durata della nostra vita.

Per quanto mi riguarda, salgo ogni giorno sul tappetino cercando di capire di cosa ho bisogno. In primo luogo mi assicuro che sia sempre il respiro a dare inizio al movimento, e non viceversa. Se prestiamo attenzione a questo aspetto, ci rendiamo conto di quante volte, senza volerlo, ci muoviamo prima di iniziare a respirare. E’ un po’ come parlare prima di pensare: di solito non ne viene fuori niente di buono! Quindi verifichiamo sempre che sia il respiro a guidarci.

Prima di praticare, eseguo alcuni movimenti spinali che mi sono stati insegnati da Simon Borg-Olivier. In questi movimenti, comincio a connettermi con il centro del mio corpo, da cui attingo per trovare equilibrio sia nelle posizioni in piedi che nei bilanciamenti sulle braccia. Se mi sento molto carica di energia, rispondo dando maggiore enfasi alle transizioni dinamiche, con una pratica ricca di vinyasa. Se mi sento “svuotata”, cerco di lavorare in direzione di una “peak pose”, ovvero preparando il corpo ad una posizione particolarmente impegnativa riducendo le transizioni o rendendole più leggere. In questo, prendo spunto dai vinyasa alternativi di due grandi maestri di Yoga, Matthew Sweeney e Godfrey Devereux, di cui vi suggerisco l’approfondimento (basta cliccare sui loro nomi per raggiungere i loro siti). Se mi sento sbilanciata, lavoro sui core muscles (i muscoli profondi del tronco), privilegiando Navasana, Chaturanga e le loro tante varianti al centro della pratica. Le transizioni sono estremamente divertenti, ma penso sia poco realistico ed energeticamente troppo demanding praticare sei giorni su sette inserendo una verticale sulle mani ad ogni cambio di posizione.

Le inversioni fanno sempre parte della mia pratica, anche e soprattutto per i loro benefici effetti sui flussi ormonali del corpo: un particolare che le donne non dovrebbero mai trascurare, soprattutto dopo i 40-45 anni.  Dopo le inversioni (soprattutto se eseguo Salamba Sarvangana dopo Sirsasana, suggerito ad esempio nel metodo Jivamukti) resto almeno una decina di respiri in Savasana, per dar modo ai fluidi corporei di tornare alla normalità. Un altro elemento imprescindibile è il rilassamento profondo al termine della pratica, che dà modo al corpo di assorbire l’energia sviluppata durante asana e vinyasa, e ne evita la dispersione immediata.

Come si traduce tutto questo sul tappetino? Potete vederlo voi stessi seguendo una delle mie sequenze vinyasa. Insieme a Tessa Gelisio ho sviluppato cinque moduli di pratica che possono essere utilizzati singolarmente, o messi in sequenza a seconda della disponibilità di tempo e del livello di pratica. Comprendono posizioni della prima, della seconda e della terza serie dell’Ashtanga Yoga, collegate tra loro da transizioni classiche o alternative. L’obiettivo delle mie sequenze è la longevità di una pratica dinamica. Perché l’amore per questo tipo di Yoga non passa con gli anni. Anzi! Mantenere a lungo nel tempo una pratica dinamica è un investimento per la salute di mente e corpo. Trovate tutti i video nella sezione practice di questo sito. Qui vi lascio con quello dedicato all’inizio della pratica: movimenti spinali, asana preparatori e saluti al sole a&b, adatti davvero a tutti i livelli di pratica. Spero che i miei suggerimenti vi siano utili soprattutto per far sì che la pratica diventi non solo una fase della vostra vita, ma la compagna fedele di ogni giorno, il più a lungo possibile.

Buona pratica!

Volete saperne di più, o praticare online live insieme a me? Compilate questo modulo, e conosciamoci meglio!

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Jivamukti FOTM, maggio 2017: Essere il Cambiamento

“Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”

Da tre anni ormai è diventata una consuetudine per me tradurre il Focus Of The Month di Jivamukti Yoga. Che sia o meno il metodo che abbiamo scelto di praticare, Jivamukti ha una componente bhakti (devozionale) che si applica a qualsiasi Yogi contemporaneo. Il Focus Of The Month è una lettura, scritta da Sharon Gannon, David Life o altri senior teacher del metodo (in questo caso April Dechagas) da custodire come meditazione personale o da portare nelle proprie lezioni come spunto di riflessione. E quella di maggio è particolarmente intensa. Eccola a voi.

“yad-yad ācarati śreṣṭhas / tad-tadevetaro janaḥ / sa yat pramāṇaḿ kurute / lokas-tad-anuvartate Un grande uomo sa condurre al cambiamento con il suo esempio, stabilendo criteri che tutti gli altri uomini seguiranno.

Bhagavad Gita III.21

Le strade di Calcutta erano sporche e pericolose. In migliaia soffrivano di lebbra, colera e altre malattie contagiose. Negli ospedali sovraffollati, gli infermieri erano costretti ad allontanare i pazienti terminali rimettendoli sulle vie infestate da scarafaggi. Un gruppo di attivisti, capeggiati da Madre Teresa, rischiava la salute per assistere i poveri e i malati, anche se la maggior parte di loro era destinata a morte certa. Perché Madre Teresa aveva scelto di dedicare la sua vita a lavorare nelle condizioni più pericolose, per gente che non aveva nulla da dare? La sua risposta era: “Vedo Dio in ogni essere umano. Quando lavo la ferita di un lebbroso, mi sembra di aver cura di Dio in persona. Non è forse un’esperienza meravigliosa?”.

I grandi leader mondiali  – Madre Teresa, Martin Luther King Jr., Mahatma Gandhi, Rosa Parks, il Dalai Lama, Malala Yousafzai – condividono alcune caratteristiche. Sono ottimi comunicatori e al tempo stesso hanno una grande capacità di ascoltare. Possiedono solide fondamenta che riflettono un incrollabile impegno nella causa che hanno scelto. Sanno ispirare al cambiamento e dare forza. Sono sicuri, onesti e saggi. E hanno tutti un’altra eccezionale qualità, forse la più importante: l’umiltà.

Il filosofo dell’economia Jim Rohn afferma: “Umiltà è quasi una parola divina. Suscita grande ammirazione e stupore, è l’affermazione dell’animo e dello spirito umano. L’umiltà è la consapevolezza della distanza tra noi e le stelle, e insieme la sensazione di essere parte di esse”. In altre parole, l’umiltà è vedere se stessi negli altri; vedere la sacralità di ogni vita.

La parola umiltà deriva dal latino humilis, che può essere tradotto come “radicato” o “appartenente alla Terra”. Le Chandogya Upanishad ci insegnano tat twam asi o “tu sei quello.” Questo mahavakya, o grande detto, si collega all’idea che tutto è Brahman, che il sé supremo e il sé individuale sono la stessa cosa. Se tu sei Brahman, e l’albero è Brahman, allora tu e l’albero siete una cosa sola. Lo Yogi ha l’umiltà di comprendere che tutto ciò che esiste al mondo partecipa della stessa natura. Le risorse naturali sostengono la vita, quindi è nostra responsabilità sostenere allo stesso modo la Terra che ci ospita.

Secondo le scritture Vediche, ci troviamo attualmente in Kali Yuga – un’era di conflitto e sofferenza. In questa epoca difficile, c’è un gran bisogno di leader eccezionali. Se vogliamo il cambiamento, se vogliamo vedere pace e felicità nel mondo, dobbiamo vivere la vita che vogliamo vedere. C’è stata un’era in cui l’umanità viveva in armonia con la natura. Prendevamo dalla Terra solo il necessario per sopravvivere. Ora, ogni anno, gli esseri umani uccidono miliardi di animali e distruggono milioni di acri di terra. Combattiamo guerre per accaparrarci le risorse naturali, e la Terra non è più in grado di sostenerci. Un tempo chiamavamo “progresso” il prendere dalla Terra tutte le risorse che volevamo. In realtà siamo regrediti, causando l’infelicità di miliardi di umani, animali e persino piante.

Un grande Yogi offre la sua forza agli altri, così che possano imparare ad essere a loro volta forti e felici. L’umiltà consente allo Yogi di essere il cambiamento che vuole vedere nel mondo. Possiamo considerare una diversa forma di progresso: un progresso che ci aiuti a riscoprire la nostra più elevata consapevolezza, riconoscendo in noi la stessa natura delle stelle. Possiamo condurre al cambiamento con l’esempio, stabilendo criteri che tutti gli altri vorranno seguire.

April Dechagas

Spunti per l’insegnamento:
  • La pratica degli asana esprime umiltà. Quando ad esempio eseguiamo Hanumānāsana, assumiamo le qualità del grande condottiero Hanuman. Nella sua totale devozione a Rama, egli è esempio di virtù, forza, potere, umiltà e coraggio.
  • Le posizioni in piedi – e in particolare i “guerrieri” – trasmettono le qualità di un grande leader: fondamenta solide e forti, sguardo fiero e intenzioni incrollabili.
  • Insegnante l’allineamento in tadāsana/samasthiti. Spiegate come l’allineamento di questo āsana diventi una componente di tutte le altre posizioni. La montagna, o Terra, rappresenta la connessione con tutte le altre forme che assumeremo: umane (le posizioni di guerrieri, saggi e santi), animali (cani, rane, scimmie etc.), insetti (locusta), piante (albero) e persino oggetti inanimati che derivano dagli strumenti per lavorare la terra (aratro, barca, compasso).
  • Chiedete ai vostri praticanti di mantenere gli asana più a lungo dei consueti 5 respiri, eseguendo il pranayama ujjayi con un senso di pace e umiltà.”

Traduzione di Francesca d’Errico

Aprite quella porta: il Focus del Mese Jivamukti

David Life e Sharon Gannon

Oggi riflettevo sull’importanza che ha, al giorno d’oggi, capire davvero la distinzione tra semplice attività fisica e Asana Yoga. Cercavo un modo per spiegare come, attraverso la pratica, non ci limitiamo ad assumere complesse posizioni e come, addirittura, non sia necessario farlo per godere i benefici della pratica. Per quanto sia gradevole e di sicura soddisfazione riuscire ad entrare in Omkrasana, o bilanciarsi sulle mani, e per quanto sia vero che, se il nostro corpo è allenato e in salute, una pratica troppo semplice possa sembrare poco produttiva, lo Yoga va ben oltre il regno fisico. Poi mi sono ricordata che è il primo aprile, e che sicuramente David Life aveva pubblicato il Focus del Mese. E come spesso avviene per la meravigliosa sincronicità che caratterizza il mondo interiore di chi pratica, il suo scritto mi è sembrato il modo più bello per descrivere il concetto che stavo cercando di elaborare. Eccolo quindi a voi, tradotto in italiano. Buona lettura!

“Non sono le azioni a mettere in moto la Natura (Prakti). Esse si limitano a rimuovere gli ostacoli, come un contadino rimuove le barriere che impediscono all’acqua di fluire nei campi. Quando rimuoviamo gli ostacoli con l’azione, la Natura penetra liberamente”.“Nimittam aprayojakam prakrtinam varana-bedhas tu tatah ksetrikavat” – YS IV.3

Molti pensano che praticare Yoga significhi acquisire qualcosa, come la capacità di eseguire un asana. Ciò che facciamo praticando, in realtà, è semplicemente rimuovere l’ostacolo che ci impedisce di arrivare all’obiettivo. Ci liberiamo da tutti gli eccessi. Ad impedire il flusso dell’energia o prana, è il pensiero restrittivo, che limita le nostre possibilità. Dobbiamo invece aprire le porte del pensiero. Lo Yogi si interroga dunque sul perché queste porte sono state chiuse.

Molto spesso la pratica degli asana è associata al corpo fisico, che in sanscrito si chiama Anamaya Kosha, il corpo del nutrimento. Kosha significa strato o copertura. Ma cosa muove il corpo? Potremmo pensare “beh, sono io a muoverlo”. In realtà, è la nostra vitalità a farlo. Pranamaya Kosha è il corpo vitale in cui fluisce il prana, attraverso canali energetici chiamati nadi. Non sono visibili, ma esistono e possono essere percepiti. Ci accorgiamo infatti di quando siamo pieni di energia, e quando invece ne siamo privi. I Kosha sono strati che coprono la nostra vera essenza. Chiamiamola come ci pare – spirito, creazione divina, apparenza magica, libera, felice, senza limiti. E’ questa la nostra vera natura.

Siamo dotati di cinque Kosha, o corpi. Anch’essi possono essere invisibili agli occhi, eppure interagiscono tra loro. Nella pratica degli asana, possiamo avvertire emozioni, pensieri, sensazioni piacevoli e sicuramente sensazioni fisiche. Ma alla fine, stiamo cercando attraverso queste posture di influenzare la nostra vitalità, il nostro flusso energetico. Vogliamo rimuovere le barriere che impediscono all’energia di muoversi dentro di noi in modo benefico.

Ksetrika significa contadino in sanscrito. In India, il riso viene coltivato nelle risaie. Funziona così: il contadino costruisce un piccolo cumulo di terra attorno alla risaia per proteggerla dall’acqua corrente. Un contadino esperto sa esattamente quando rimuovere il cumulo per consentire all’acqua di inondare la risaia al momento giusto. Sa per quanto tempo la risaia debba restare piena d’acqua, e quando è necessario fermare il flusso. Il solo fatto di avere un buon terreno, dei buoni semi e acqua a disposizione, non significa che riusciremo ad ottenere un buon raccolto. E’ necessario applicare l’intelligenza per capire di cosa ha bisogno il riso per crescere. Occorre la saggezza per scegliere il momento giusto della stagione, e così via. Tutti questi elementi lavorano insieme per sostenere la crescita. E’ di questo che parla Patanjali negli Yoga Sutra.

Ciò che acquisiamo attraverso la pratica Yoga è una speciale intelligenza che ci permette di aprire la porta e lasciare che il prana fluisca laddove è necessario. Questa intelligenza arriva quando sentiamo i nostri limiti e cerchiamo di articolare il corpo fisico attraverso la nostra energia. Vogliamo eseguire un asana, ma per qualche ragione non riusciamo a portare l’energia di cui abbiamo bisogno, ad esempio, lungo la nostra gamba. Le ginocchia tremano e i piedi non sono stabili. Ma con la pratica e la costanza, gradualmente impariamo a dirigere l’energia in modo che fluisca liberamente dove è necessario. Impariamo ad aprire e chiudere le porte, come il buon contadino.

Più che assumere una posizione fisica, il nostro compito è sentirci liberi all’interno di essa. Se studiamo il linguaggio del corpo, possiamo riconoscere nei nostri gesti l’arroganza, la diffidenza o la paura. Siamo preoccupati per noi stessi e i nostri asana? Ci siamo dimenticati perché li stiamo praticando? Una bassa autostima si esprime nell’incapacità del corpo di muoversi liberamente, con gioia. E’ il risultato dei pensieri che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, delle azioni egoistiche commesse in passato. E’ questo a chiudere le porte al prana che promuove la nostra crescita. Se le azioni prive di compassione chiudono le porte della nostra esistenza, dobbiamo cercare di compierne altre, compassionevoli e virtuose.

Non abbiamo niente da perdere se decidiamo di regalare agli altri la nostra gentilezza. Anzi, farlo ci riempirà di vitalità. A tutti è capitato di sentirsi privi di energia, di sentire di non avere più nulla da dare, eppure proprio in quell momento qualcuno a noi vicino chiede la nostra comprensione: ha davvero bisogno del nostro supporto, e noi lo amiamo così tanto che la nostra stanchezza scompare. Siamo lì per lui, ci identifichiamo in lui, lo amiamo. Vogliamo quella libertà completa che, dovunque siamo, ci fa sentire vivi: una libertà che nella sua estrema semplicità sorprende gli altri.

–        David Life, 2017

Spunti per l’insegnamento:

  • Spiegate come il pranayama sia in grado di limitare e/o liberare la forza vitale.
  • Descrivete le differenze del flusso energetico percepibili quando manteniamo un asana, e quando ne usciamo.
  • Il modello dei Kosha aiuta lo yogi a comprendere la connessione tra cuore e mente, energia e pensiero, pensiero e movimento, tristezza e malattia, e viceversa.
  • Spiegate come sia possibile controllare il flusso del prana attraverso i bandha o con la respirazione sama vritti a narici alternate.

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: Matsyendranath, Il Pesce

una rappresentazione di Matsyendranath

Il Focus del Mese di Jivamukti Yoga riprende un concetto che a me piace moltissimo, ovvero l’analisi mitologica e spirituale degli Asana. Il simbolismo legato alle singole posture ci consente di andare oltre la loro espressione fisica, arricchendo la nostra pratica di un significato più profondo. Cosa significa “persona”, per noi? Sharon Gannon ci invita alla riflessione e come sempre, a portare lo yoga oltre il tappetino.

Traduco oggi per voi il Focus del Mese di Marzo, scritto proprio dalla co-fondatrice del metodo, Sharon Gannon. E vi invito a visualizzare, durante la vostra pratica, Matsyendranath, per ricordare che l’origine di Tutto è Uno. Buona lettura!
 
hānan eṣāṁ kleśavad uktam
 
L’ostacolo principale alla pratica dello Yoga è il nostro pregiudizio, basato sulle nostre preferenze.
PYS IV. 28
“Un giorno, tanto tempo fa, il forte, saggio, onnipotente Dio della Trasformazione, Shiva, raccontò alla sua compagna, la Dea Parvati, la sua più recente scoperta: lo Yoga. Le parlò a lungo, senza accorgersi che Parvati si stava annoiando. Dopo tutto, era stata proprio lei a creare l’intero sistema dello yoga, e certo non aveva bisogno di essere indottrinata. Mentre Shiva si dilungava, Parvati allungò la mano verso l’acqua e cominciò ad accarezzarla, creando piccoli vortici che si trasformarono in onde. Un pesce si accorse che sulla riva stava accadendo qualcosa di interessante e si staccò dal branco per andare a dare un’occhiata. Quel pesce, di nome Matsya, cominciò rapito ad ascoltare gli insegnamenti di Shiva. Quando Matsya gli chiese di ripetere tutto dall’inizio, Shiva accettò di slancio, senza mostrare alcuna sorpresa per il fatto che Matsya fosse un pesce. Shiva dedica infatti ad ogni anima lo stesso rispetto. Determina il valore di un essere vivente considerando il suo sincero desiderio di conoscere la verità, e non in base ad età, fede, genere o specie di appartenenza.
Shiva diede un nuovo nome a Matsya, Matsyendranath o “Signore dei Pesci” (Matsya significa infatti pesce in sanscrito, mentre indra significa signore). Gli disse di andare ad insegnare agli altri il metodo dell’Hatha Yoga. Funziona proprio così anche oggi: il maestro insegna allo studente, e il ruolo dello studente è diventare a sua volta maestro. Matsya fu dunque il primo studente a diventare maestro, e a trasmettere ad altri i suoi insegnamenti. Lo yoga è trasmesso da un maestro ad uno studente in una linea ininterrotta che vive fino ai giorni nostri. Chiunque oggi si consideri un maestro di Hatha Yoga, discende da quel pesce, Matsya.
Nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, l’autore, Swatmarama, riconosce la sua discendenza da Adinath (Shiva) a Matsyendranath. Tuttavia oggi sono in molti a dubitare che il primo studente di yoga fosse un pesce. Come è possibile? Un pesce non può certo eseguire eka pada shirshasana e tanto meno padmasana! L’assunzione automatica dei più è che Matsya fosse un uomo. Forse aveva occhi, scaglie o altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un pesce. In India, Matsyendranath è spesso raffigurato come un uomo forte, con folti capelli e lunga barba, e con due gambe al posto della pinna.
Perché riteniamo inconcepibile che un pesce possa aver ricevuto direttamente da Dio degli insegnamenti, diventando quindi un guru? Semplicemente a causa dei nostri radicati pregiudizi. Gli esseri umani ritengono arrogantemente di essere l’unica specie del pianeta dotata di consapevolezza, intelligenza, linguaggio e anima. Pensiamo che sia sempre stato cos’, mentre in realtà tutti gli esseri viventi possiedono queste caratteristiche. Gli scienziati oggi concordano nel dire che la vita sul nostro pianeta era presente ben prima del nostro arrivo. C’è stata un’epoca in cui gli esseri acquatici erano ben più numerosi di qualsiasi altra forma di vita terrena. I Veda parlano delle dieci incarnazioni di Vishnu, e la prima è proprio quella di un pesce.
Tempo fa ascoltai qualcuno raccontare la storia di Matsyendranath e cercare di collegarla

Matsyendrasana

alla vicenda biblica di Jonah e della balena, nel tentativo di razionalizzare la presenza di questo “pesce”.  “Jonah,” diceva l’insegnante, “era un uomo che fu inghiottito da una balena. Era un saggio che viveva all’interno di una balena. Matsyendranath era come Jonah – un uomo nel corpo di un pesce. Quando trovate il nome di Matsyendranath nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, non dovete pensare che si parli di un vero pesce”. L’insegnante era irremovibile nella sua convinzione. Quando sentii la sua veemenza, mi chiesi: non è forse vero che all’interno di ogni pesce si trova, in realtà, una persona? Non sono forse persone tutti gli esseri viventi? Se definiamo persona un essere dotato di anima – un essere che può sentire, pensare, che ama la sua vita, che si prende cura dei suoi piccoli, dei suoi genitori – allora dobbiamo dire che certamente anche un pesce è una persona.
I Veda ci insegnano che tutto è Brahman—nell’universo non esiste nulla che non sia Dio. Dio risiede in ogni essere vivente nascosto dalla sua forma esteriore. La natura essenziale di tutte le anime è divina. La forma esteriore di qualsiasi essere o cosa non è l’identità eterna. Penso che un insegnante che non voglia farci credere che Matsyendranath fosse un vero pesce, non sia preparato a sposare questo concetto (n.d.t: Jivamukti Yoga non vuole “umanizzare” gli animali ma, al contrario, riconoscerne la loro dignità in quanto tali, in quanto esseri viventi dotati di coscienza). Il pregiudizio basato sulla specie di appartenenza può impedirci di comprendere questa idea. Spero che presto verrà il giorno in cui non considereremo gli animali inferiori a noi, e che, in qualità di insegnanti, non ci vergogneremo di insegnare il fatto che i grandi Maestri, a volte, possono apparire in forma diversa da quella umana.”
~ Sharon Gannon
Spunti per l’insegnamento:
  • Descrivete in che modo matsyendrasana ed altre torsioni purifichino manipura chakra liberandoci di avidya. Possiamo comprendere l’interconnesione tra tutti gli esseri viventi, quale che sia la loro specie di appartenenza.
  • Insegnate asana presenti nell’Hatha Yoga Pradipika.
  • Spiegate come una dieta ed uno stile di vita vegani possano essere di aiuto nella purificazione del corpo e della mente, rendendo più leggera la pratica Yoga.
  • Spiegate come l’obiettivo dello Yoga sia eliminare il nostro attaccamento alle preferenze soggettive. Ad esempio, durante la pratica fisica:
    • Nelle inversioni, saltate sempre utilizzando lo stesso piede?
    • Preferite praticare in un particolare punto della stanza, in un particolare momento della giornata? Provate a modificare luogo e orario della vostra pratica.
    • Preferite alcuni asana ad altri? Preferite dedicarvi all’apertura delle anche o agli inarcamenti? Interrogatevi sulle vostre preferenze e provate a lasciarle andare.

Traduzione di Francesca d’Errico

Pratyahara, il ramo dimenticato dello Yoga

Da tempo non trovavo un articolo interessante da tradurre a beneficio della comunità yogica italiana. Si sprecano ovunque i post dedicati agli asana e alla parte fisica della nostra pratica, ma negli ultimi anni è difficile trovare approfondimenti interessanti sui rami più spirituali dello Yoga. Questo ramo, in particolare, è il mio preferito. A cavallo tra i rami “esterni” e quelli “interni” della pratica, Pratyahara è la “porta” da oltrepassare per cogliere i benefici più profondi dello Yoga. Questo post, di David Frowley (uno tra i più importanti studiosi contemporanei dei testi Vedici), è disponibile nella versione in lingua originale sul suo blog “Sanskriti”. Buona lettura e buona pratica!
Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi
“Lo yoga è un immenso sistema di pratiche spirituali dedicate alla crescita interiore. A questo scopo, lo yoga classico incorpora otto rami: di questi, forse il meno conosciuto è Pratyahara. Quanti praticanti o insegnanti sono in grado di dare una definizione di Pratyahara? Qualcuno di voi ha mai fatto un corso o letto un libro di Pratyahara? Siete in grado di elencare qualche pratica di Pratyahara? Il Pratyahara fa parte della vostra pratica? Eppure, se non comprendiamo questo ramo, rischiamo di perdere un tassello importante senza il quale la nostra intera pratica perde in completezza.
Pratyahara è il quinto ramo, la sua posizione è dunque centrale, tra i rami più esterni e quelli più interni, tant’è che alcuni yogi lo incorporano tra questi. Entrambe le classificazioni sono corrette, poiché Pratyahara è la chiave che apre la porta agli aspetti più interiorizzati della pratica.
Non è possibile passare automaticamente dagli asana alla meditazione: per farlo, dovremmo saltare dal corpo alla mente, dimenticando tutti ciò che si frappone tra loro. Per effettuare questo passaggio dobbiamo imparare a controllare e sviluppare il respiro e i sensi, che collegano il corpo alla mente. E’ proprio qui che entrano in gioco Pranayama e Pratyahara. Con il primo impariamo a controllare e dirigere l’energia vitale, con il secondo impariamo a controllare e dirigere i nostri sensi; entrambi requisiti fondamentali ad una buona pratica di meditazione.
Come possiamo definire Pratyahara? Il termine si compone di due parole sanscrite, Prati e Ahara. Prati è una preposizione che significa “contro” o “lontano”. Ahara è un sostantivo che significa “nutrimento”, o meglio “ciò che portiamo dentro di noi”. Pratyahara significa quindi “controllo di ahara”, ovvero “conquista sulle influenze esterne”. E’ paragonabile ad una tartaruga che ritira le sue membra nel suo guscio, dove il guscio rappresenta la mente, e le membra rappresentano i nostri sensi. Il termine viene comunemente tradotto come “ritiro dai sensi”, ma implica molto più di questo.
Nel pensiero yogico esistono tre livelli di “ahara”, o nutrimento. Il primo è il nutrimento fisico che ci consente di ingerire i cinque elementi fondamentali per il nostro corpo. Il secondo sono le impressioni, che portano in noi le sostanze sottili necessarie al nutrimento della mente, ovvero le sensazioni che percepiamo attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Il terzo sono le nostre associazioni, coloro che sul piano del cuore nutrono la nostra anima e ci influenzano attraverso i guna, sattva, rajas e tamas. Pratyahara è a doppio senso: da un lato ci porta ad evitare cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni sbagliate, e dall’altro ci invita ad aprirci a cibo, impressioni, sensazioni ed associazioni positive. Non possiamo controllare la nostra mente senza una dieta e relazioni appropriate, ma soprattutto, Pratyahara ci invita a controllare le impressioni sensoriali che rendono la mente libera di rivolgersi all’interno. Distogliendo la nostra attenzione dalle impressioni negative, Pratyahara rafforza il “sistema immunitario” della nostra mente. Proprio come un corpo sano è in grado di difendersi dagli agenti patogeni che potrebbero minare la sua salute, una mente sana è in grado di allontanare da sé le influenze negative che potrebbero danneggiarla. Se i rumori e l’agitazione del quotidiano vi provocano disagio, praticare Pratyahara vi aiuterà; senza questa pratica vi sarà impossibile arrivare alla meditazione.
Pratyahara si manifesta in quattro forme: indriya-pratyahara (controllo dei sensi), prana-pratyahara (controllo del prana), karma-pratyahara (controllo delle azioni) e mano-pratyahara (ritiro della mente dai sensi). A ciascuna forma corrisponde un metodo.
Indriya-pratyahara, il controllo dei sensi, è la forma più importante di Pratyahara, e sicuramente quella più difficile da affinare considerato il bombardamento mediatico che ci invita costantemente a fare il contrario. La maggior parte di noi soffre di sovraccarichi sensoriali, risultato dei costanti bombardamenti mediatici (attraverso televisione, internet, radio, giornali, libri, notiziari, etc.). Alla base del funzionamento della nostra società commerciale sta la stimolazione del nostro interesse attraverso i nostri sensi. Veniamo esposti continuamente a colori vividi, situazioni emotivamente forti, rumori di ogni genere. Veniamo cresciuti nell’indulgenza sensoriale, che rappresenta la forma primaria di intrattenimento nella nostra società. Ma i sensi, come bambini non educati, hanno una loro volontà, che è primariamente istintiva. Sono loro a dire alla mente cosa fare: se non li educhiamo, ci domineranno con le loro continue richieste. Siamo talmente abituati alla continua attività sensoriale, che non siamo in grado di acquietare la nostra mente. Siamo ostaggio del mondo sensoriale e delle sue fascinazioni. Ci affanniamo a rincorrere la soddisfazione dei sensi dimenticando gli scopi esistenziali più elevati. Per questa ragione, Pratyahara è oggi forse il ramo dello yoga di cui abbiamo maggiore necessità.
Il vecchio proverbio “lo spirito è forte ma la carne è debole” ben si adatta a chi non sa controllare i propri sensi. Indriya-pratyahara ci dà gli strumenti di cui abbiamo bisogno per rafforzare il nostro spirito e ridurre la sua dipendenza dal corpo. Per controllo, non intendiamo la soppressione dei sensi (che porterebbe a sua volta alla rivolta) ma la loro appropriata motivazione e coordinazione”.
Traduzione di Francesca d’Errico

Yoga e Social Media, part 1

Era da un po’ che non trovavo l’ispirazione a postare una riflessione sul mio blog. Il motivo? Diciamo che nell’era della sovraesposizione mediatica, in cui chiunque può diventare famoso, troppo famoso, semplicemente perché posta continuamente foto/immagini/post, non volevo pubblicare un articolo fine a se stesso, considerazioni vuote e di nessuna utilità per chi pratica o si avvicina alla pratica.
In fondo, il mio blog è nato per essere una sorta di “servizio” per i vagabondi del dharma, un luogo dove i post di insegnanti e autori internazionali vengono tradotti a beneficio del pubblico italiano, che con l’inglese a volte è un po’ pigro.
Oggi finalmente l’occhio è caduto su un post molto interessante, pubblicato sul blog di The Yoga Space . Il titolo, tradotto, suona più o meno così: “Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga”. Beh, devo dire che quest’anno, ho considerato anche io seriamente di smettere. E proprio per le stesse ragioni esposte in questo articolo… social media overdose. Premessa obbligatoria: riconosco la mia buona dose di vanità, e sono una regular su facebook e instagram. A mia discolpa, cerco di fare poco circo, di postare me stessa più che i miei “asana achievements”, e di rispettare la spiritualità della disciplina che ho scelto. Trovo inoltre che ci siano, là fuori, insegnanti che genuinamente cercano, attraverso i social, di dare un contributo autentico a chi pratica, attraverso consigli tecnici spesso utilissimi. Nonché fotografi e videomakers che hanno saputo toccare la poesia della pratica con il loro meraviglioso lavoro. Eppure sempre più mi accorgo che postare sta diventando una sorta di “obbligo” per dimostrare di esistere su quello che, da pratica spirituale, sta diventando un vero e proprio “mercato”.
Ma leggiamo cosa scrive questa insegnante australiana. Come sempre lasciando a voi ogni considerazione.
“Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga.
Non perché non ami il nutrimento che ricevo dalla mia pratica, o il privilegio di insegnarla ad altri. Ma per ciò che lo yoga è diventato oggi, per l’atteggiamento di molti insegnanti, e per come lo yoga viene “commercializzato”. Soffro, insomma, di “burn out” yogico.
Pratico da 21 anni, e insegno da molto tempo. A 19 anni, lo yoga mi sembrava qualcosa di profondo, di reale: un rifugio, una pratica spirituale. E’ sempre stato così per me, lo yoga è una pratica meditativa attraverso la quale torno a casa, dentro me stessa. Il mio credo e le miei idee si sono evolute nel tempo, ma l’essenza dello yoga, per me, è coltivare l’amore ed entrare in una profonda relazione con se stessi e con il mondo che ci circonda.
Ma qualcosa è cambiato nella percezione e nella visione dello yoga.
E credo che abbia molto a che fare con l’avvento dei social media. I social media hanno contribuito alla trasformazione di una pratica spirituale in un settore di mercato. Si applaude la prodezza fisica, si incoraggiano le “sfide a colpi di asana”, prolifera il product placement, e l’eccessiva presenza di donne bianche, benestanti e senza figli, con una bassa percentuale di grasso corporeo è chiaramente imperante nell’arena del web.
Lo yoga è diventato principalmente un fatto corporeo. O quantomeno, questo è quello che vogliono farci credere attraverso i social media molti tra gli insegnanti più famosi. O forse dovrei dire che per molti lo yoga è sempre stato solo un fatto corporeo, e i social media, semplicemente, ce lo stanno facendo notare? In un mondo basato sull’apparenza fisica e su ciò che indossiamo, rischiamo di perdere l’esperienza di intere generazioni di insegnanti, perché non possono competere e non fanno parte della nuova yoga #tribe o #community in cui l’artificio è indissolubilmente legato all’età, al colore della pelle, al peso e all’abilità fisica.
Lo Yoga è oggi il circo che, nelle speranze di Pattabhi Jois, non avrebbe mai dovuto diventare. Non solo metaforicamente ma proprio letteralmente – gli insta yogis si rivolgono nella vita reale ad allenatori circensi per raffinare i loro asana (non fraintendetemi: se avessi soldi e tempo, mi divertirei anche io ad assumere un allenatore circense ma… non lo definerei yoga).
I social media hanno inoltre dato voce alla “falsa” comunità che si accompagna allo yoga. Lo yoga è una pratica emotiva, profondamente personale e idiosincratica. Può creare uno zelo nei praticanti che rende difficile vedere ciò che è esterno alla loro comprensione della pratica, dell’insegnamento ricevuto, della tradizione seguita. Le persone diventano iper protettive nei confronti della loro scuola, dei “loro” studenti, del loro “brand”. Spesso, nella loro inesperienza come insegnanti novelli, questi “maestri” non capiscono che gli studenti vanno e vengono, le scuole si evolvono e cambiano nel tempo, e che essenzialmente, nello yoga, ognuno è il proprio “brand” – ed è per questo che l’etica personale (yama e niyama) è così importante. Le comunità basate sullo zelo eccessivo alla fine crollano, si consumano, perché le crisi di potere e gli scontri egoici, in cui diventa impossibile piegarsi all’umile compromesso, sono inevitabili.
Esistono ovviamente comunità genuine, ma sembra che il pettegolezzo e le pugnalate alla schiena non siano assenti nel mondo dello yoga, proprio come avviene in ogni sport competitivo. Quest’anno, dopo aver letto il mio nome accanto alla definizione “narcisista yogica”, più che ferita mi sono sentita scioccata per la volgarità e la totale mancanza di gentilezza del commento. Per me, questo episodio riassume ciò che lo yoga è diventato per alcuni: un luogo privo di etica e in cui il contenimento e l’introspezione non esistono. Ultimamente, tutto sembra essere concesso nello yoga, nel parlare di yoga o nel parlare di chi fa yoga. Un atteggiamento che francamente non mi piace.
Nel riconsiderare il mio rapporto con l’essere una “insegnante di Yoga”, ho pensato di limitare l’uso del mio profilo facebook. Principalmente perché non voglio parlare di Yoga o ascoltare le opinioni altrui sullo Yoga. Perché?
Perché lo yoga è privato.
Per me lo yoga è sempre stato un rituale privato, una pratica quotidiana di igiene e reset mentale. E’ ciò che mi aiuta ad essere me stessa in modo più autentico: ad essere più aperta, più amorevole, meno preoccupata. Sembra un paradosso ma essenzialmente, l’intensità dell’impegno di una pratica quotidiana mi ha dato maggiore libertà.
Al tempo stesso, sento la presa dell’attuale rappresentazione dello Yoga. Ogni tanto, mentre mi arrabatto tra gli impegni del quotidiano, la stanchezza e gli infortuni fisici, sento il mio giudice interno redarguirmi su come dovrebbe “apparire” la mia pratica. Nonostante ventun anni di pratica, non sono ancora immune dall’impatto delle (errate) rappresentazioni dello yoga di oggi.
E’ strano, perché questo sguardo esterno non ha fatto parte della mia pratica nei primi dieci anni sul tappetino. Ma ora, superati abbondantemente i 40 anni, non tanto spesso, ma pur sempre a volte, avverto i semi del dubbio spuntare nella mia mente, mentre cerco di accettare i cambiamenti del mio corpo. Pratico da molti anni, forse da più anni di tante “yogalebrity”, ma il mio corpo risponde in modo diverso. Gli asana non conoscono la meritocrazia, e saremmo sciocchi a pensarla diversamente.
Mi solleva constatare che questi pensieri non sono costanti, e che questo sguardo esterno non si è interiorizzato. Mi sento spesso felice e in pace, durante la mia pratica. Al di là delle sofferenze personali che l’internalizzazione di un simile sguardo potrebbe creare, mi si spezzerebbe il cuore se i miei insegnamenti perpetuassero una versione così limitata e corporea dello Yoga. Ciò che ho capito nel considerare di abbandonare l’insegnamento, è che insegnare yoga è qualcosa che AMO.
In realtà, io VOGLIO insegnare yoga. Non voglio insegnare lo yoga che vediamo sui social, non sono una insegnante incattivita, che vuole far mostra delle sue conoscenze anatomiche e raffinare severamente le tecniche di jump back dei suoi studenti (ma sono felice di aiutarli se me lo chiedono). Nella mia mente, lo yoga per molti versi non può essere insegnato: possiamo solo offrire il contesto e gli strumenti perché i praticanti lo scoprano da soli. Sembra un luogo comune ma lo yoga è un viaggio, e come insegnante desidero solo condividere questo cammino con gli altri, essere testimone dei loro cambiamenti, e aiutarli ad abbracciarli. Lo Yoga, per me, è entrare in una relazione d’amore e gentilezza che inizia da se stessi e arriva al mondo intero. E’ essenziale che questa relazione non sia mediata da internet o da altri. E’ di scarso aiuto riempirsi la testa delle idee altrui sullo yoga. Per molti anni ho fatto io stessa i conti con la voce di un insegnante troppo severo, che mi diceva cosa dovevo fare e cosa no – facendomi sentire, di fatto, inadeguata.
Oggi nella mia testa mentre pratico non c’è nessuno, a parte la presenza cosmica di Guruji Sharath e Saraswathi, un calore e un sostegno che non mi mettono con le spalle al muro né mi spingono a fare/dare sempre di più. Oggi so che essere sul tappetino è già abbastanza. La mia pratica è già abbastanza; il mio modo di insegnare è già abbastanza. E se non è abbastanza per qualcuno, troveranno un insegnante che darà loro ciò di cui hanno bisogno in questo momento della loro esistenza.
Nel contemplare la possibilità di smettere di insegnare, ho capito che, oltre ad essere qualcosa che amo, il mio modo di insegnare può essere una alternativa a ciò che ci viene propinato dai social. Voglio che altri insegnanti con decenni di esperienza restino attivi, e per questo motivo continuo a comunicare l’esistenza della mia scuola. La mia speranza è che finché mi sarà possibile navigare le acque della rappresentazione moderna dello yoga con la mia esperienza, potrò contribuire a mantenere viva la tradizione di una Mysore room in cui ci sia spazio per la rivelazione e la guarigione.”
 
Firmato: Una Insegnante, The Yoga Space
Traduzione di Francesca d’Errico

Praticare attraverso la sofferenza

Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi

Passiamo la nostra vita cercando di evitare la sofferenza.

Creiamo protezioni e parabordi intorno al nostro cuore nella speranza che nessuno riesca a penetrare le nostre difese, causandoci dolore. Ma la sofferenza fa parte del nostro percorso di esseri umani e, privandocene, evitiamo di crescere, erigiamo mura altissime che ci rendono sempre più egoici ed egoisti, sempre meno sensibili all’altro. Non solo: la sofferenza è inevitabile, e quanto più le resistiamo, tanto più ci colpirà con forza. Questo è vero in ogni area della nostra esistenza. Soffriamo per amore, per le sconfitte professionali, per le delusioni che ci provocano gli amici, i colleghi, per la perdita degli ideali in cui avevamo riposto le nostre aspettative. Già, le aspettative: quelle malsane idee che ci creiamo quando iniziamo una nuova avventura. Una nuova relazione, in cui proiettiamo i nostri sogni. Un nuovo lavoro, su cui costruiamo i castelli delle nostre ambizioni. E così via. Spesso siamo bravissimi ad illudere noi stessi: “io non mi creo aspettative su nulla e su nessuno”. Una deliziosa bugia che ci raccontiamo ad ogni nuovo inizio. Sul tappetino questo nostro atteggiamento si riflette nell’approccio alla pratica. Alzi la mano chi non ha mai desiderato “andare avanti”, affrontare un nuovo asana, una nuova serie. Chi non si è mai posto degli obiettivi o dei traguardi, da sostituire, una volta raggiunti, con il prossimo? Esattamente come facciamo nella vita di tutti i giorni, in un circolo senza fine di desideri che non trovano mai soddisfazione.

La pratica può diventare un grande alleato nel modo in cui affrontiamo il dolore, la sofferenza. Se restiamo attaccati alla sofferenza, il nostro corpo la riflette, irrigidendosi in aree corrispondenti. Quando invece saliamo sul tappetino con un atteggiamento di resa, di offerta, la pratica inaspettatamente ci regala momenti di grande introspezione e di sollievo. Quando cerchiamo di resistere a qualcosa – e la sofferenza non fa eccezione – veniamo investiti da un’onda energetica di portata equivalente alla nostra volontà di resistere. L’impatto a volte crea ancora più danni. Quando invece lasciamo che la sofferenza ci attraversi, quando la accettiamo, la sua potenza si trasforma in un alleato. Non avverrà in poche ore, o in pochi giorni. Ma un giorno saliremo sul tappetino e diremo a noi stessi prima della pratica: “ecco, ti offro la mia sofferenza. Usala per praticare”. E quel giorno la nostra pratica avrà un sapore diverso, una leggerezza diversa. Forse sarà proprio quel giorno che l’asana tanto rincorso avverrà, spontaneamente, senza eccessivo sforzo. O forse no: ma non ce ne accorgeremo, perché la nostra pratica sarà stata comunque splendida e completa.

Non dimentichiamo, alla fine della nostra pratica, di restare in shavasana. Di lasciare che il corpo torni a cedere alla forza di gravità, si faccia accogliere dalla terra, ne diventi parte, ne assorba l’energia. Shavasana è forse uno degli asana più difficili perché richiede al nostro corpo, al nostro io, di fare qualcosa per cui non è programmato: stare immobile. Ma è solo nell’immobilità successiva alla pratica, che possiamo accogliere la rivelazione che stiamo aspettando. Magari la risposta all’origine della nostra personale sofferenza, che poi altro non è se non una declinazione soggettiva della sofferenza di tutti gli esseri umani. L’aspettativa delusa di non essere onnipotenti, di non poter far andare le cose come vogliamo, di dover cedere al fatto che non possiamo controllare molto, in realtà. E forse è proprio da qui che può nascere una nuova forma di felicità, slegata dall’idea di possesso, perché, in fondo, non possediamo davvero nulla. E in questa assenza di possesso, materiale, emotivo, energetico, spirituale, troviamo un dono ancora più prezioso: la libertà dai limitanti desideri dell’ego.

Jivamukti Yoga FOTM: il perché degli Asana

Il Focus del Mese Jivamukti è questa volta scritto di pugno da Sharon Gannon, co-fondatrice del metodo insieme a David Life. E l’argomento è quanto mai attuale: perché pratichiamo gli asana? In un momento in cui l’enfasi sul ramo più fisico dello Yoga sembra prendere il sopravvento, leggiamo l’opinione di questa grande Maestra e riflettiamo sugli aspetti più spirituali della nostra pratica fisica, che puntano alla necessità di ritrovare il senso di Unione con tutto il Creato. Sarà per questo che, dopo quasi due decenni di pratica, sento l’esigenza di vivere sempre più a contatto con la Natura? Buona lettura!

Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga

“Recentemente, uno studente mi ha chiesto come mai in alcune tradizioni Yoga, come il Bhakti, l’enfasi sulla pratica degli asana è così ridotta, mentre nel Jivamukti e in altre discipline Yoga praticate in occidente, gli asana giocano un ruolo predominante. E’ vero che alcune tradizioni, rispetto ad altre, danno maggior rilievo agli asana. Esistono quattro percorsi nello Yoga, e ognuno di essi mira allo stesso obiettivo – l’illuminazione, o la consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza – attraverso mezzi diversi. Nel Bhakti Yoga, il cammino della devozione, ad essere enfatizzati sono il Japa (la ripetizione dei nomi di Dio), il canto e il ritualismo. Nel Bhakti, la pratica mira a sviluppare una relazione personale con Dio per purificare i karma passati. Tra i Bhakti Yogi più noti, ricordiamo Neem Karoli Baba, Shyamdas, Krishna Das, Rumi e Mirabai. Nel Jnana Yoga, il cammino dell’intelletto, l’enfasi è posta sulla meditazione e sullo studio delle Scritture e del Sanscrito. Al centro di questo percorso, troviamo la domanda “Chi sono io?”, e l’analisi di tutte le possibili risposte a tale quesito. Il Jnana Yoga giunge alla consapevolezza che nessuna risposta derivante dal mondo materiale può essere adeguata, e tutto ciò che resta è la natura autentica della realtà. Sri Nisargadatta Maharaj e Ramana Maharshi sono Jnana Yogi. Il Karma Yoga, il cammino del servizio agli altri, enfatizza principalmente l’arrendersi ai risultati delle azioni dedicate a Dio – “Sia fatta la tua volontà, non la mia”. Attraverso il servizio agli altri, vediamo noi stessi – e Dio – nel prossimo, e dissolviamo l’illusione della separazione. Si dice che chi riuscisse ad agire anche una sola volta in modo sinceramente altruista, riceverebbe immediatamente l’illuminazione. Swami Sivananda e Madre Teresa sono Karma Yogi. Il Raja Yoga, il percorso della mente, è il cammino degli otto rami (o Ashtanga Yoga) descritto da Patanjali negli Yoga Sutra. Enfatizza principalmente l’osservazione e l’analisi delle tendenze e delle caratteristiche della mente, e ci prepara a non identificarci con le  sue fluttuazioni, fino al raggiungimento della consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza. Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois sono stati entrambi Raja Yogi.
All’inizio del ventesimo secolo, Sri Aurobindo ci insegnò che i quattro percorsi dello Yoga potevano essere integrati, unendo le pratiche di ognuno non solo per innalzare la coscienza del praticante portandolo all’illuminazione, ma anche e soprattutto per apportare cambiamenti positivi a livello globale. Jivamukti Yoga è una disciplina che appartiene a questa visione integrata dello Yoga.
Gli asana sono una parte della pratica del Raja Yoga, ma gli asana sottendono in realtà tutti i tipi di Yoga. Per praticare Yoga, abbiamo bisogno di essere incarnati – ovvero di vivere in un corpo fisico. Il Bhakta canta con il cuore e la voce, che appartengono al corpo fisico. Lo Jnani siede e medita attraverso il suo corpo; e il Karma Yogi agisce attraverso il suo corpo. Gli asana partecipano della nostra relazione con la Terra e con gli altri esseri viventi attraverso il corpo. La pratica degli asana può portarci direttamente verso l’illuminazione, perché tutto ciò che si frappone tra noi e l’illuminazione è solo la nostra percezione di noi stessi e degli altri. Il karma generato dalle nostre interazioni con gli altri è immagazzinato nei nostri corpi – infatti, il nostro karma è il tessuto stesso del nostro corpo fisico – quindi muovere il corpo attraverso gli asana produce come effetto la purificazione del nostro karma, e ci aiuta a sentirci più a nostro agio nel corpo e nelle relazioni con gli altri, conducendoci infine verso libertà e liberazione.
Osservando la storia dell’umanità, notiamo come la civilizzazione e le religioni organizzate abbiano conquistato potere attraverso il pregiudizio verso gli altri. Due dei pregiudizi più antichi, la misoginia (l’odio per le donne) e lo specismo (l’odio per gli animali), ruotano intorno alla visione negativa del corpo fisico, trattandolo come se rappresentasse una perdita della grazia, qualcosa da domare, degradare o ridurre in forme accettabili. Nel tempo, gli esseri umani si sono disconnessi progressivamente dalla Terra, dal loro stesso corpo fisico e dal loro posto all’interno del regno animale. Tendiamo a considerarci un “caso speciale” e a dissociarci in modo arrogante dalla fisicità animale. Questo atteggiamento ci ha erroneamente portati a pensare che il modo in cui viviamo e come trattiamo la Terra e gli altri esseri viventi non abbia conseguenze negative su noi stessi e sulle altre creature.
Osservando la storia dello Yoga, notiamo che nel tempo le pratiche sono diventate sempre più raffinate e dettagliate, forse per meglio rispondere all’escalation della nostra alienazione rispetto alla vita. I primi scritti relativi alla felicità, alla realizzazione, al vivere in armonia, al conoscere Dio e noi stessi oggi sembrano molto idealistici, filosofici e difficili da mettere in pratica. Il Rig Veda ci insegna: “Chi conosce? Nessuno”. Molti di noi hanno bisogno di direttive più precise. Quindi i Veda sono stati distillati nelle Upanishad, presentandoci storie e parabole. Ma anche questi testi per molti non sono sufficienti. E sono quindi apparsi gli Yoga Sutra e le Bhagavad Gita, in cui riusciamo ad identificarci meglio anche oggi, pur se in parte ancora troppo astratti. Nel medioevo sono nati gli Hatha Yoga Pradipika, con istruzioni dettagliate su 15 asana e molte altre pratiche. Con il passare del tempo, il mistero della vita è diventato sempre più difficile da comprendere, soprattutto ai giorni nostri, l’era del conflitto, Kali Yuga.
Tradizionalmente, il praticante dovrebbe trovare un insegnante che gli consegnerebbe un mantra da recitare con fede nel maestro che glielo ha donato, per arrivare all’illuminazione. Ai nostri giorni, pochi di noi hanno fede in un insegnante o in un mantra. Potremmo quindi dire che i nostri corpi – fisico, energetico, mentale ed emotivo – sono diventati meno ricettivi: abbiamo perso la nostra sensitività, la nostra capacità di percepire in modo sottile. Abbiamo rinunciato a molto per vivere una vita “civilizzata”. La pratica degli asana ha il potere di affinare i nostri sensi e farci recuperare il nostro stato naturale – l’unità con tutto il creato, lo stato perenne ed eterno della gioia.”
– Sharon Gannon

Il Lato Oscuro dello Yoga

Traduco oggi un bellissimo post di Return Yoga , che mi è stato segnalato da un famoso insegnante di Jivamukti Yoga, Dechen Karl Thurman. Parla del “lato oscuro” dello Yoga, delle emozioni non sempre positive che sperimentiamo sul tappetino durante la nostra pratica. Lo Yoga negli ultimi anni si sta trasformando sempre più da disciplina spirituale a “settore commerciale”, in cui “benessere” e “felicità” stanno diventando un pesante obiettivo per chi si avvicina a questa pratica. In questo articolo mi è parso si affronti un tema importante di cui si evita troppo spesso di parlare. Buona lettura!
 
Alt text hereSe concediamo alle nostre paure di manifestarsi, concediamo a noi stessi un’opportunità per guarire.
 
“Le emozioni sono la fonte primaria della coscienza. Non è possibile passare dall’oscurità alla luce, dall’apatia al movimento, senza le emozioni” – Carl Gustav Jung
 
Uno dei miei studenti, tempo fa, cominciò a diventare evasivo. Si presentava alle lezioni con uno sguardo sfuggente. Evitava di guardarmi negli occhi, e sembrava erigere un muro intorno al suo tappetino. Fino a quel momento, era sempre stato tra i più loquaci prima e dopo le lezioni; ora era il primo a lasciare la shala. Alla fine riuscimmo a scambiare due chiacchiere. Mi disse che stava attraversando un momento di grande attività. Mi parlò dei suoi figli. Infine, guardando nel vuoto, mi disse: “lo yoga non funziona più”. A volte, aggiunse: “tutto ciò che provo al termine della pratica è rabbia e delusione”.
La negatività fa parte del percorso
 
Lo Yoga è diventato un mercato costruito su parole che evocano benessere. Ho recentemente ricevuto il messaggio di un terapista che recitava: “lavoriamo entrambi nell’industria del benessere”. La promessa dell’illuminazione ci porta a credere che saremo più spirituali, e questo in qualche modo significa che ci irriteremo meno nei confronti dei nostri figli, delle nostre relazioni, dei nostri problemi economici. C’è una verità in questa affermazione: lo Yoga può mostrarci quanto sia bello essere vivi.
Ma lo Yoga può anche mostrarci con estrema esattezza quanto stiamo male. Di solito, quando emozioni sincere cominciano ad affacciarsi, gli studenti abbandonano. Saltano le lezioni o decidono che lo yoga non è quello che cercavano. Dicono che “non funziona più”. L’emozione stessa li allontana: “non sono dell’umore”, “sono troppo preso”, o “troppo depresso per muovermi”. E credetemi, si sentiranno colpevoli di sentirsi così mentre gli altri sembrano godersi il loro shavasana.
Questo non significa che lo yoga non funziona. Anzi, significa il contrario. La negatività è parte del percorso, è qualcosa che dobbiamo attraversare per riuscire a comprenderne le cause e capire noi stessi. Se non lo facciamo, neghiamo a noi stessi metà dell’esperienza della vita stessa, e probabilmente ci neghiamo l’opportunità di accedere ad una sorgente di forza tra le più potenti a nostra disposizione. Se non lo facciamo, continueremo a eludere, compensare, ripetere. Cercheremo di sostituire l’irritazione con comportamenti compensatori, di sotterrarla, finché non esploderà più avanti sotto forma di rabbia nei confronti di una persona cara, o di noi stessi.
Lo Yoga è onestà, non meraviglia
 
Molti di noi hanno passato la maggior parte dell’esistenza reprimendo e sotterrando sentimenti, cercando di razionalizzarli, o di sublimarli attraverso l’esercizio fisico, il cibo, le sigarette, la televisione, e relazioni squallide. Alle donne si dice di non esprimere rabbia, perché non è “carino”, non è femminile (o troppo femminile, troppo emotivo e fuori controllo). Agli uomini si chiede di esprimere sempre competenza e sicurezza. Nel continuo sforzo di sentirci meglio, molti di noi finiscono per sopprimere gli stati d’animo sostituendoli con affermazioni pseudo-psicologiche o spiritualità spicciola. Si chiama “spiritual bypass”: è un tentativo di evitare i sentimenti dolorosi, le situazioni irrisolte, o le esigenze necessarie ad una autentica evoluzione con frasi tipo “tutto accade per un motivo”, “le vie del Signore sono infinite”, o “scegli la felicità”.
Prima o poi vi capiterà di partecipare a una lezione di yoga, online o nella shala dietro casa, in cui l’insegnante comincerà a cantare. Dirà “espiriamo” con un tono di allusivo piacere. Allusione rivolta al vostro buon cuore, ai vostri bicipiti femorali, o alla vostra luce interiore. Se mi assomigliate un po’, un comportamento simile vi farà venire una stretta ai bandha. Magari un giorno, abbassandovi nella posizione del bambino, la “dolce, ricettiva, sicura” posizione del bambino, avvertirete solo noia, irritabilità e disagio. Continuerete ad alzare la testa dal tappetino cercando l’orologio. Quel giorno, nella vostra testa inizierete ad insultare il vostro gentilissimo insegnante mentre pronuncia frasi vuote a proposito dell’amore che sorge dal vostro quarto chakra.
La verità è semplice. Lo yoga non è meraviglia: è onestà. La spiritualità non è una certezza, ma un desiderio del cuore. L’illuminazione non è “lasciar andare” i sentimenti negativi, ma comprenderli, capire cosa provocano in noi, e come si esprimono nel nostro corpo. La non violenza e il perdono non si traducono in generosità, nell’essere condiscendenti o migliori di qualcun altro, ma si esprimono nel comprendere la difficoltà dell’azione corretta, e nel diventare responsabili di questa difficoltà. Il perdono spesso deriva dal riconoscere l’amarezza e la delusione che proviamo. L’amore non è sempre e solo gioia. A volte, l’amore fa male.
Lo Yoga è una storia d’amore. Non una storia d’amore romanzata e sdolcinata: una storia d’amore autentica. Una di quelle che ti trasforma per sempre.
 
Le emozioni sono una porta verso l’interiorità. L’obiettivo non è esistere senza ombre, diventare così spirituali da non sentirci più grassi, annoiati, gelosi o impazienti. L’obiettivo è ingoiare la pillola amara con la volontà di affrontare l’oscurità.
Attraversare le ombre
 
Poiché lo Yoga ci chiede di lavorare sia con il corpo che con la mente, i risultati saranno inevitabilmente incasinati. Ci saranno momenti in cui il corpo manifesterà rabbia, impazienza, tremore, senza che la mente riesca a capirne il perché. Ci saranno giorni in cui la noia e la solitudine saranno così forti, da provocare dolore fisico. Ci saranno cinquemila modi in cui la mente proverà a dirci che non vale la pena, non funzionerà, che l’amore non è reale.
E tuttavia, lo Yoga in qualche modo già ci ha messo sulla strada giusta. Abbiamo tutti provato sulla nostra pelle che l’amore – romantico, etico, compassionevole – è la sola realtà. Il meglio del nostro essere umani è sottile, misterioso, ed è connesso direttamente alle nostre ombre. La vita è al tempo stesso insopportabilmente crudele e incredibilmente dolce, e spesso contemporaneamente. Le ombre appariranno. Andiamo loro incontro. Apatia, desolazione, disperazione, si muovono se noi le avviciniamo. Non è il passare del tempo a guarirci, ma il passare attraverso le esperienze.
Ci sono centinaia di voci che ci dicono “supera questo momento”, “pensa positivo”, o “lascia andare”. Facciamo attenzione a non lasciarci distrarre o portare fuori strada.
Lo Yoga è la storia d’amore in cui tutto sembra crollare. Dio se ne va, spesso togliendoci il terreno sotto i piedi. Passati i primi mesi di meraviglia, la sensazione di imparare qualcosa di nuovo ad ogni lezione ci abbandona. Se ne va la voglia di praticare tre volte a settimana, la forza nelle spalle, la capacità di mantenere un’alimentazione corretta, il senso di autorealizzazione.
Ma improvvisamente, nel cuore sentiamo qualcosa. E poi qualcos’altro ancora.