C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Lo Yoga degli imprevisti

A quest’ora, un mese fa, stavo facendo la valigia per il viaggio che ogni anno mi porta in India. Ero a una settimana dalla partenza, avevo già sistemato yoga pants, tappetini, infradito. Avevo già stampato il biglietto elettronico e la lettera di ammissione a KPJAYI (Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute, la scuola del fondatore del metodo). Diciamo pure che questa partenza era qualcosa che sognavo da mesi, perché per ogni insegnante di Yoga, il viaggio annuale in India è un rito che regala l’energia necessaria per riprendere il proprio lavoro con rinnovato entusiasmo.

Ma non sempre le cose vanno come vorremmo… il giorno della partenza, l’influenza più pesante che mi sia mai capitata mi ha colpito come un treno in corsa. Quasi due settimane di febbre alta mi hanno letteralmente inchiodato a letto. Impossibile muoversi, figurarsi viaggiare. Ho spostato ben due volte il biglietto augurandomi di poter partire almeno due settimane dopo. Ma niente da fare. Insomma la faccio breve e vi dico che sto riemergendo ora, e con acciacchi vari. Probabilmente ero arrivata un po’ al limite delle forze, un trasloco, un cambiamento di vita, la stesura e l’uscita del mio libro, insomma tante emozioni e incontri non sempre positivi, mi avevano un po’ provato, e l’influenza ha trovato un terreno fertile per farsi un bel giro. Quindi eccomi. Alle prese come sempre con la mia pratica, lontana da maestri e punti di riferimento. Non lo nego, anche un po’ arrabbiata per i soldi persi, in parte non recuperabili.

Con questo stato d’animo sono di nuovo qui, in Maremma. Terra che amo profondamente ma da cui avevo davvero bisogno di staccarmi un po’, per digerire persone ed esperienze. Il mio corpo è smagrito e indebolito da questa botta inaspettata, e anche la pratica ne risente. I primi giorni di convalescenza sono stati i più duri, perché la tosse rendeva difficile mantenere un ritmo con il respiro. Lentamente cerco di recuperare e mi dico che comunque sarebbe stato davvero impossibile partire in queste condizioni.

Resta però una sorta di delusione nei confronti di me stessa, per non avercela fatta, per non essere riuscita, nonostante i tanti anni di pratica, a reagire a questa maledetta influenza – e soprattutto alle situazioni che l’hanno provocata. In che modo lo Yoga può aiutarmi a combattere questa sgradevole sensazione di fallimento, e la debolezza fisica che accompagna la convalescenza? E soprattutto in che modo posso fare dello Yoga lo strumento per non ricadere in circostanze che mettano esageratamente sotto stress il mio sistema corpo-mente?

Semplicemente, accettando e portando questi sentimenti sul tappetino. Rabbia, frustrazione, debolezza, delusione. Che si trasformano in motivazione, pazienza, arrendevolezza e accettazione. In modo pratico, la motivazione (rabbia) mi porta sul tappetino. La pazienza (frustrazione) mi aiuta ad esplorare di nuovo le posizioni più semplici, a mantenerle più a lungo, a trasformarle in strumenti di guarigione. L’arrendevolezza (debolezza) mi suggerisce di cedere alla posizione, di restare, di ascoltare. E infine l’accettazione (delusione) mi dice che va bene così. Che non sempre si può essere al top. Che ci sono situazioni che a volte hanno la meglio, anche se siamo abituati ad essere reattivi. Ogni anno il corpo richiede una sorta di “tagliando”, ci invita a capire cosa è cambiato in noi, nella nostra pratica. Per quanto lo Yoga ci aiuti a restare in salute e limiti il processo di invecchiamento, ci sono sempre emozioni e circostanze che hanno la meglio su di noi, che ci ricordano la nostra umanità imperfetta. A quel punto torniamo sul tappetino sia come principianti che come insegnanti. Il nostro corpo indebolito assomiglia a quello di un principiante che si avvicina allo yoga per la prima volta. Ma dentro, abbiamo gli anni di pratica e di studio che ci hanno portato fin qui. Torniamo ad insegnare a noi stessi. Con la pazienza e la fermezza che rivolgiamo ai nostri studenti. E offriamoci la possibilità di imparare da ogni momento di difficoltà, senza pretendere che in virtù della nostra esperienza yogica tutto debba essere superato in un attimo. Non è così. Alcune esperienze, alcune persone ci segnano profondamente e richiedono tempo per essere digerite e per trasformarsi nella lezione che ora ci sfugge.

Torniamo ogni mattina sul nostro tappetino con tutto ciò che abbiamo. E’ già moltissimo di cui essere grati. Pratichiamo con i nostri limiti fisici e spirituali. Non importa se proviamo rabbia invece che serenità. Se non siamo ancora pronti a perdonare. Praticare Yoga non significa essere perfetti. Significa provare ad essere migliori.

Il mio libro è su Amazon! Cliccate qui per acquistarlo: Tracce di Yoga

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

Ashtanga Yoga: una guida per imparare ad amare

l’Ashtanga Yoga può aiutarci ad imparare di nuovo ad amare? Leggevo in questi giorni un interessantissimo post sul sito Conscious Reminder, in cui l’autore affrontava una tematica scottante: l’incapacità di costruire relazioni umane solide e durature, caratteristica che accomuna ormai diverse generazioni. E’ un tema che già Bauman, nella sua descrizione della società liquida, aveva anticipato anni fa. Ne sintetizzo i contenuti:

“La nostra società è sempre più trascinata dal vortice della gratificazione instantanea, ben rappresentata dai “like” di Facebook e Instagram. Invece che stabilire connessioni profonde, in cui la nostra umanità può essere appagata pienamente, ci si accontenta di contatti sporadici ed effimeri, ci si trova rapidamente e altrettanto rapidamente ci si abbandona, alla ricerca di qualcosa di “meglio” o di “nuovo”. Perché non riusciamo più a stabilire relazioni durature? Perché ci infiammiamo così velocemente e di continuo, e non siamo più capaci di fare sacrifici, di andare incontro all’altro, di comprenderlo, di lavorare sulla relazione, sia essa amicale o sentimentale? Vogliamo che tutto sia facile e immediato, un ostacolo è tutto ciò che ci serve per mollare gli ormeggi e andare alla ricerca della prossima situazione. Non cerchiamo più affetto o amore ma eccitazione e brivido. Vogliamo tutto subito, dimenticando che per costruire emozioni profonde e autentica complicità è necessario tempo, impegno, concentrazione. Preferiamo passare un’ora a chattare con dieci persone diverse, che dedicare attenzione autentica ad una persona per volta, dandole l’opportunità di mostrarci chi è veramente. Siamo terrorizzati dall’idea della stabilità: professiamo il nostro desiderio di amare, eppure quando siamo vicini alla sua realizzazione, fuggiamo perché “non ce la facciamo”. Abbiamo paura di esporci per ciò che siamo realmente, di mostrare la nostra sensibilità, e preferiamo continuare a recitare il nostro personaggio “sociale” con attori continuamente diversi.”

Davanti a questo, l’Ashtanga Yoga può essere una pratica fisica che diventa metafora, una disciplina che ci insegna nuovamente ad amare. Quando scegliamo la pratica dell’Ashtanga Yoga, proprio come quando incontriamo qualcuno, ci è richiesto un atto di fiducia o di fede. Dobbiamo “credere” alla pratica esattamente come crediamo in una relazione. Attraverso la pratica quotidiana e costante di sequenze prestabilite, siamo costretti ad imparare la pazienza, l’impegno, la costanza. Ripetendo ogni giorno gli Asana e i Vinyasa della nostra pratica, torniamo a scoprire che è solo attraverso una relazione stabile che possiamo raggiungere risultati autentici, che possiamo splendere nella bellezza unica di essere noi stessi, e vedere l’altro nella sua bellezza, quali che siano i suoi e i nostri limiti. Solo provando, cadendo, rialzandoci e tornando a provare, ogni giorno sul tappetino rappresentiamo la vita. Non è una prova generale quella che stiamo facendo. Sono i giorni che il destino ci ha dato a disposizione e ognuno di essi è unico. Quando vinciamo la nostra paura di restare, la nostra paura di fidarci di noi stessi e di una relazione (inclusa quella con la pratica), proprio come una pianta possiamo fiorire. La pratica ci riporta verso l’autenticità del desiderio: ci fa riscoprire la differenza tra la gratificazione istantanea, e il raggiungimento di ciò che vogliamo davvero. Che poi altro non è che la differenza tra la quantità (quanti asana posso fare? Quante persone posso conquistare?) e la qualità (riesco ad eseguire correttamente “questo” asana? Riesco a capire ed amare davvero “questa” persona?).

Praticando Ashtanga Yoga in questo modo, gli Asana diventano simboli della nostra solidità spirituale. E una semplice sequenza di posture diventa una preghiera che coinvolge il nostro corpo e, soprattutto, il nostro cuore.

Photo by Marco Pantani

L’Illusione dei social media: il pensiero di Ty Landrum

foto di Marco Pantani

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bellissimo post sullo Yoga e sull’illusione dei social media, scritto da Ty Landrum. Ty è stato scelto dal leggendario Richard Freeman per sostituirlo alla direzione del suo celeberrimo centro in Colorado. La sua preparazione è davvero molto profonda, e i suoi scritti sempre molto interessanti. Il punto di vista di Ty, che esprime la relazione tra social media e narcisismo, e soprattutto la possibilità di guardare al lato oscuro della nostra umanità da una diversa prospettiva è espresso in modo così limpido e privo di giudizi da meritare di essere divulgato il più possibile. Gli ho quindi chiesto di poterlo tradurre per il mio blog e con il suo permesso, lo riporto per voi sulle mie pagine. Buona lettura e buona riflessione…

” I Social Media possono far pensare che lo yoga sia un’arte scenica. E non c’è dubbio che quanto appare sui social media sia esattamente questo. Quando una persona flessibile si fa fotografare in una posizione impegnativa, in un contesto spettacolare, si sta impegnando in una performance estetica iconoclastica e decisamente moderna. Le immagini che ne risultano ispirano ammirazione per il corpo umano e stupore per le sue capacità di contorcersi, sfidando gli standard di bellezza tradizionali, ma giocando sul nostro innato senso della linea, della simmetria, dell’equilibrio e della forma.

Inoltre, le immagini in questione contribuiscono alla conversazione di più ampia portata sul significato di “personificazione”, una conversazione in cui tutti siamo coinvolti, consciamente o no. Queste immagini – come le stesse posizioni yoga – sono simboli di qualcosa che desideriamo toccare, da cui siamo profondamente estraniati e che sogniamo di riscoprire ai confini del mondo. Ci ricordano che tutti personifichiamo questo enigmatico “qualcosa”, sebbene cerchiamo di raggiungerlo senza sosta.

Questa è una delle strane realtà della condizione umana: troviamo difficile toccare ciò che abbiamo vicino, anche se pulsa proprio sotto la superficie della nostra pelle.

Il lato oscuro di qualsiasi arte scenica è il narcisismo. E con l’ubiquità dei social media, le forze narcisistiche sono più che mai diffuse. I Social Media ci mettono in mano il potere di dare forma alla nostra immagine pubblica, attraverso parole e immagini attentamente selezionate. Con la diffusione massificata di questo potere, sperimentiamo un curioso slittamento della sede del nostro io. Mai come ora, ci vediamo come gli altri ci vedono. Ma ora abbiamo il potere di manipolare come gli altri ci vedono, grazie alle immagini della nostra esistenza che esponiamo solo dopo averle accuratamente modificate a nostro piacimento.

Questo slittamento ci coinvolge tutti, indipendentemente dal nostro livello di attività sui Social Media, perché crea una situazione in cui guardiamo i Social Media per farci un’idea l’uno dell’altro, e anche se resistiamo a questa forza, la non-partecipazione ha un significato che tiene comunque conto di quella impressione, suggerendo un’alleanza con l’innata mancanza di chiarezza della mente umana. I Social Media hanno assunto caratteristiche fortemente confessionali, che fanno inorridire e imbarazzano i più riservati.

Il carattere confessionale dei Social Media crea un’illusoria trasparenza che sembra far collassare la personalità su cui posa la psiche, sollevando ed esponendo cose che molti preferirebbero tenere nascoste, sia perché le considerano imbarazzanti, frivole o troppo sacre per il pubblico ludibrio.

I Social Media possono distorcere in modo negativo l’impressione che abbiamo l’uno dell’altro, creando un falso senso di trasparenza. Ma è al tempo stesso innegabile che i social media siano una finestra aperta sulla nostra coscienza collettiva. Ciò che passa attraverso questi media a volte sguaiati è un riflesso lucido e rivelatore delle forze nascoste che danno forma alla mente colletiva. Il narcisismo che troviamo sui social media è il nostro narcisismo. La vanità che vediamo è la nostra vanità. Tutto ciò che appare attraverso questa finestra ci espone, mostrandoci ciò che giace sul fondo del pozzo della psiche.

Ty Landrum by A. Sigismondi

E tutto dipende dalla nostra reazione. Se reagiamo con sdegno e risentimento alla vanità altrui, allora diventiamo noi stessi sdegno e risentimento. Nel momento in cui personifichiamo queste emozioni acute e spinose, lasciamo che esse ci definiscano, e diamo loro sempre maggior potere, riflettendo le immagini del nostro sdegno e risentimento all’interno del profondo pozzo della psiche collettiva; queste immagini brillano attraverso lo specchio dei social media. Le loro correnti quindi scorrono ancora più rapide sotto la superficie, acquistano forza e minacciano di trovare una fessura da cui erompere.

Se invece diamo a queste immagini un’attenzione amorevole, rilasciamo un po’ della tensione nascosta sotto le nostre tendenze reattive. Rilasciamo la pressione dell’ego, che tende alle reazioni sdegnate e risentite verso ciò che minaccia la santità e la solidità delle nostre identificazioni. Quando le immagini dello yoga appaiono sui social media, la minaccia può essere molto forte – specialmente per chi ha sviluppato disgusto nei confronti dell’esternazione dello yoga attraverso immagini di contorsionismo. L’ego che si identifica con “il vero yoga” è ansioso di separare il concetto che abbiamo di ciò che non è autentico, e si infiamma quando i social media sfumano le linee tra la pratica yoga contemplativa e l’arte scenica sociale.

Ma lo yoga autentico è sempre nel momento presente. E quando ci infiammiamo per ciò che vediamo come un’adulterazione o una perversione di qualcosa che ci è caro, e siamo conseguentemente pronti a reazioni di sdegno nei confronti di altri che sono sul nostro stesso cammino, ne perdiamo il filo. Non che lo yoga richieda di non avere discernimento – al contrario, il discernimento è uno dei veicoli della nostra evoluzione. Ma finché restiamo intrappolati in emozioni spinose, non possiamo raggiungere la chiarezza da cui questo discernimento dipende. Queste emozioni distorcono le nostre impressioni della realtà, e quindi non possiamo apprezzare la reale intelligenza e meraviglia di ciò che appare ai nostri occhi. All’ombra di queste emozioni, perdiamo le tracce del sublime che ci passa davanti. E queste tracce possono essere ovunque, anche sui social media.

In noi c’è sempre qualcosa che cerca naturalmente di venire alla luce. E sebbene possa essere oscurato dalle incessanti recite dell’ego, solo l’ego può liberarlo. L’ego è maya, il velo dell’illusione del mondo fenomenico. Questo mondo crea la falsa convinzione che siamo tutti isolati e separati. L’ego sostiene l’apparenza di questo mondo, imbevendo ognuno di noi di un falso senso di importanza individuale. E il narcisismo è solo uno dei modi per far fronte a questo senso di isolamento, coltivando l’ego agli estremi.

Quindi maya è l’illusione che ci isola, forzandoci ad identificarci troppo con il nostro ego. Ma maya è anche lo specchio in cui ci osserviamo, e diventa consapevole di ciò che siamo realmente. Come avviene per la forza della creazione, maya porta la nostra essenza sottile in una forma corporea. E’ il fulgore della natura che ci permette di diventare consapevoli di noi stessi, dandoci oggetti da esperire. Senza maya, non ci sarebbero pensieri, sensazioni o intimità. Non ci sarebbe altro che puro e abissale vuoto, da cui il mondo si spiega. Quindi maya non è solo il velo dell’llusione naturale, il velo che nasconde la nostra vera natura; maya è anche il potere della coscienza di apparire a se stessa, di diventare consapevole di se stessa,  come il vuoto che sostiene il mondo della forma.

Lo Yoga della relazione inizia quando riconosciamo la duplice natura di maya, il suo modo di nascondere e rivelare contemporaneamente. Comincia quando abbandoniamo i nostri impulsi reattivi nei confronti degli altri esseri umani, sospendiamo i nostri preconcetti su di loro, e lasciamo che ci invadano con i loro eccessi e le loro assurdità, specialmente quelle che sembrano minacciare il nostro senso di noi stessi, isolante e narcisistico. La pratica consiste nel far loro spazio, anche se offendono il nostro senso estetico e la nostra sensibilità filosofica, finché non percepiamo la rottura dei confini dei nostri giudizi sulla loro presunta superficialità, e lasciamo che si mostrino nella loro assoluta unicità.

La dignità inviolabile dell’essere umano dipende dal fatto che ognuno di noi rifrange in modo unico la luce della coscienza, e contribuisce con qualcosa di altrettanto unico al dispiego sublime della consapevolezza collettiva. Per quanto imperfetta possa essere la nostra ricerca, ognuno di noi è animato dallo stesso desiderio di sperimentare l’abbandono dei condizionamenti, il desiderio di superare il senso di isolamento, per godere dell’amorevole essenza della nostra umanità. Se guardiamo gli altri in questo modo, come esseri animati, anche se in modo imperfetto, dallo stesso desiderio di libertà, la chiarezza emerge spontaneamente.

Quando abbandoniamo le nostre difese, e rinunciamo all’impulso di protestare contro chi ci ricorda il nostro desiderio di limitare e sopprimere, le posture che troviamo sui social media, anche se altamente artistiche e raramente in grado di catturare un’autentica trasformazione spirituale, ci appaiono come una estensione di quello che quasi tutti consideriamo yoga “autentico” e “tradizionale”. Una goffa ritualizzazione del nostro desiderio di una lucida e amorevole connessione con tutti gli altri esseri umani. Le correnti di narcisismo e vanità continueranno a scorrere nei canali dei social media, semplicemente perché fanno parte della funzione mentale che compone la nostra umanità. Ma se osserviamo con occhi aperti, possiamo trovare qualcosa di più di narcisismo e vanità. Troviamo una straordinaria celebrazione del corpo, che lo onora come mezzo per l’illuminazione e che aspira con fremente passione a scoprirne i segreti, per toccarne intimamente l’essenza.

Quando arriviamo a vedere le cose in questo modo, ci accorgiamo che maya, attraverso i social media, è fortemente rivelatrice, e ciò che rivela è la bellezza dell’intricato lavorìo della mente umana. La vera illusione dei social media – la vera idea sbagliata – è tale perché a causa della nostra vanità e del nostro indomabile desiderio di riconoscimento,  l’ego impedisce alla luce della consapevolezza di emergere e di risplendere. Ma la luce della consapevolezza non può essere oscurata. Anche quando il narcisismo entra in scena, espone la profondità del nostro desiderio di connessione, e un raggio luminoso perfora lo schermo dei nostri computer.

Ty Landrum

Uno Yoga senza estremisti

Photo: Marco Pantani

Spesso i praticanti di Ashtanga Yoga vengono “accusati” di essere in qualche modo “estremisti”. Certo sarà capitato a tutti di incontrare uno yogi particolarmente zelante ed entusiasta del metodo praticato. “Solo il mio metodo funziona”, sembra esprimere con ogni suo gesto e atteggiamento. Eppure nulla è più lontano dallo Yoga di simili affermazioni, almeno se vogliamo appellarci al primo testo al mondo che, circa 6000 anni fa, Patanjali compose a proposito di questa pratica. Negli Yoga Sutra infatti, un verso in particolare rimette tutto in prospettiva:

Yoga Sutra 1,12:

“Le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione”

Leggevo proprio oggi sul blog di Gregor Maehle, Chintamani Yoga, una bella interpretazione di questo Sutra. Ho pensato di tradurla per voi, per stimolare una riflessione: siamo capaci di praticare la disidentificazione (“vairagya”, più spesso tradotto come non attaccamento) sul tappetino e nella vita? E soprattutto, quando l’attaccamento (o l’identificazione) diventa un ostacolo non solo alla meditazione, ma allo svolgersi sereno della nostra esistenza? Mi è piaciuta molto la traduzione di Gregor del termine “vairagya” in “disidentificazione”. Il suo opposto, l’identificazione, è proprio quello che spesso vedo capitare ad alcuni yogi soprattutto all’inizio del loro percorso: il sentire di avere raggiunto un obiettivo spirituale solo attraverso l’identificazione con una determinata pratica. Vediamo come affronta questo tema Gregor.

“Patanjali afferma in questo Sutra che le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione. La parola chiave qui è semplicemente “e”. Infatti, l’applicazione di uno solo di questi due concetti porta la mente verso i suoi estremi. Se pratichiamo e basta, tendiamo a sviluppare affermazioni come “la mia pratica è l’unica che funziona”, “solo l’Ashtanga è il modo corretto di praticare Yoga”, “solo lo stile Mysore è il modo corretto di condurre una lezione di Yoga”. Arriviamo in breve a convinzioni peggiori, “solo il mio Dio è il vero Dio”, “solo il capitalismo è la forma corretta di economia” e “solo la democrazia è il modo corretto di fare politica”.

Tutte queste affermazioni hanno in comune la convinzione che esista una sola verità, ad esclusione di tutte le altre. Nello yoga, un simile atteggiamento viene definito “solare”. E’ dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico solare (pingala), che parte dalla narice destra. Possiamo definirla una tendenza al fondamentalismo. Ci rende impossibile riconoscere che una posizione diversa dalla nostra possa essere altrettanto valida. E’ una trappola della mente, che si illude di aver identificato la realtà, imponendo su di essa una visione estrema, simile ad un tunnel.

Cadiamo tuttavia nella trappola opposta se ci appelliamo solo alla disidentificazione, escludendo la pratica. In questo caso, tendiamo a sviluppare affermazioni come “Tutte le strade portano allo stesso risultato”, “Tutto è Yoga”, “Tutto è sacro”, “Ognuno deve vivere secondo la sua verità”, “Ognuno deve fare ciò che crede meglio”. E arriviamo a convinzioni più generalizzate, come “Tutte le affermazioni, le filosofie e le religioni sono valide”. Queste affermazioni hanno tutte in comune la convinzione che esistano molte verità, in grado di cancellare la verità assoluta. Nello Yoga, un simile atteggiamento viene definito lunare: diventa dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico lunare, che parte dalla narice sinistra. Un atteggiamento lunare ci porta a rinunciare prima ancora di iniziare, rendendoci incapaci di cambiare. Secondo questo atteggiamento, è inutile cambiare, perché vado già bene così: anzi, tutti vanno bene così come sono. L’estremo lunare ci rende impossibile riconoscere le opinioni sbagliate, e ci impedisce di rifiutare visioni e valori che, sebbene accettabili in generale, non sono quelli giusti per noi.

Se tutti stanno bene così come stanno, perché il 50% dell’umanità vive in povertà? Perché da millenni viviamo in uno stato permanente di guerra? Perché le nostre prigioni e i manicomi sono pieni e perché il pianeta cerca di ribellarsi ai torti che noi umani gli infliggiamo? Possiamo dire che l’atteggiamento lunare è, in pratica, relativismo. Dato che tutto è vero, a seconda dell’angolazione da cui lo osserviamo, non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il relativismo è una trappola della mente, che ritiene di definire la realtà attraverso una visione estrema. La realtà, secondo lo Yoga, non si trova negli estremi della mente. Essa riposa nel centro, al riparo dagli estremismi – e dagli estremisti.

Il “centro” ha, nello yoga, molti nomi: Brahman, purusha e hrdaya, il cuore. Tra questi nomi troviamo anche sushumna, il canale energetico centrale. Quando il prana fluisce attraverso questo canale, la mente è libera dagli estremismi solari e lunari. E’ in questo momento che le fluttuazioni della mente cessano. Per raggiungere questo stato, Patanjali suggerisce di combinare l’azione della pratica e della disidentificazione. Si tratta di un paradosso, perché questi due estremi sono agli opposti. E devono esserlo, altrimenti la mente non potrebbe capire cosa sta succedendo, e questa sarebbe un’ulteriore simulazione della realtà, e non la verità.

Nel mio commento agli Yoga Sutra del 2006 parlavo di non attaccamento. Oggi preferisco tradurre ‘vairagya’ come “disidentificazione”. Devo questa revisione all’affermazione di  T. Krishnamacharya, secondo cui il non attaccamento non si adatta ai grhastha, alle persone che hanno una famiglia, ovvero la maggior parte di noi. Krishnamacharya affermava che per chi ha una famiglia non è giusto provare non attaccamento per il proprio coniuge, i propri figli, per i doveri verso la società e verso il Divino”.

E devo dire che anche io sono d’accordo.

Gregor Maehle

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Il corpo in Kali Yuga

Photo: Marco Pantani

“Uomini e donne si uniranno solo per attrazione superficiale, e il successo professionale dipenderà dall’abilità nel mentire. Femminilità e virilità saranno giudicate solo in base alla capacità di seduzione del corpo, e per essere definito brahmana, sarà sufficiente indossarne le vesti”. 

Srimad Bhagavatam 12.2.3

Uno scenario che suona familiare? Questa è solo una delle tante predizioni relative a Kali Yuga, la nostra attuale era secondo la tradizione induista, nell’ultimo canto delle Baghavata Purana. Versi scritti 5000 anni fa che sembrano descrivere in dettaglio la nostra epoca…
Oggi riflettevo su come sia importante, proprio nella nostra era, puntare su una pratica spirituale che attraversi anche il nostro corpo, il nostro veicolo in questo viaggio terreno, per consentirci di apprezzarne fino in fondo le sue potenzialità, che vanno ben oltre la soddisfazione di impulsi momentanei creati da stimoli esterni superficiali.

Intendiamoci: sono assolutamente convinta che abbiamo ricevuto in dono il nostro corpo per apprezzare tutti i piaceri della vita. Penso però che in Kali Yuga, era in cui “la tecnologia materiale è contrapposta ad una forte regressione spirituale”, si stia distorcendo in modo sempre più drammatico il senso autentico della parola “piacere”. La sensorialità del nostro corpo è sempre più slegata dai sentimenti e dai moti dell’anima. L’emozione del momento, fluttuante e instabile, diventa il motore che muove l’essere umano, sempre più in balia di stimoli esterni e superficiali, sempre più “connesso” con la volubilità degli algoritmi del web, e sempre più disconnesso dalla sua natura animale (parola che ha la stessa radice di anima), autentica, che nasce all’interno di sé.

Photo: Marco Pantani

Siamo abituati a “strumentalizzare” il nostro corpo, a controllarlo, a dirigerlo verso la soddisfazione immediata. Invece che ascoltarne i segnali, lo utilizziamo per rincorrere stimoli esterni, finte necessità, obiettivi che non ci appartengono. In un’epoca in cui il corpo viene trasformato chirurgicamente a piacimento, una disciplina antica come lo Yoga, che trasforma dall’interno verso l’esterno, è una riscoperta necessaria, che può regalarci una soddisfazione che non vive lo spazio di un attimo, ma resta con noi in ogni istante della nostra esistenza. Chi pratica da molti anni, con costanza, sa che lo Yoga – e in particolare l’Ashtanga Yoga – è una pratica profondamente trasformativa. Gli asana sembrano inizialmente plasmare solo l’apparenza del nostro corpo. Nei primi tempi, riscopriamo forza e flessibilità muscolare. Ma se proseguiamo nel viaggio abbastanza a lungo, il cambiamento diventa ben più profondo. La connessione tra respiro e movimento (vinyasa) ci regala un’energia che credevamo dimenticata. Se pratichiamo quotidianamente, con regolarità, ci scopriamo in sintonia con l’alternarsi del giorno e della notte, di luce e oscurità. Col tempo, gli asana cominciano ad agire in profondità, purificando i nostri organi interni, rinvigorendo le nostre articolazioni, fermando il processo di invecchiamento in modo naturale. Il ritmo del respiro diventa regolare in ogni momento della nostra giornata, con incredibili vantaggi sulla salute, sullo stato della nostra mente, sulla gestione delle emozioni causate da agenti esterni, e sulle conseguenze degli inevitabili fatti della vita. Il recupero dagli infortuni diventa più veloce, cediamo meno ai malanni stagionali, reagiamo in modo proattivo di fronte alle difficoltà. Quando la pratica diventa parte di noi, il cambiamento si estende a tutto il nostro stile di vita, all’alimentazione, al rapporto con gli altri, alla nozione stessa di “piacere”. Piacere diventa essere in sintonia con la natura, rispettare se stessi e gli altri, ascoltare il proprio cuore, essere compassionevoli con tutti, ma al tempo stesso decisi e forti con chi vuole imporci meccanismi che non condividiamo.

Ricordiamoci però che in Kali Yuga, “per essere definito brahmana, sarà sufficiente indossarne le vesti”. Scegliamo con attenzione chi ci accompagnerà alla scoperta dello Yoga autentico. Non è sufficiente indossare le vesti di insegnante di Yoga per esserlo. Solo chi pratica da anni con autentica dedizione può trasmetterci – anche se solo in minima parte, perché questa scienza antica è un immenso universo che stupisce anche gli esperti di fisica quantistica – la scintilla necessaria ad illuminare il nostro potenziale. Il resto tocca a ognuno di noi, sul tappetino, un giorno dopo l’altro. Nel viaggio più incredibile che possiamo fare: quello dentro noi stessi, verso la nostra anima, attraverso il nostro corpo.

La pratica Yoga: l’antidoto al dolore

David Garrigues

Esiste un antidoto al dolore, sia esso fisico, psichico o emotivo? Stiamo davvero utilizzando la nostra pratica al meglio del suo potenziale? Siamo consapevoli della trasformazione che lo Yoga è in grado di produrre a livello fisico, mentale ed energetico? Personalmente negli anni ho avuto modo di verificare gli effetti di una pratica costante sotto mille profili. Dal recupero da un infortunio, alla ripresa delle forze dopo un intervento, all’affrontare il dolore per la perdita di una persona amata o un momento particolarmente difficile dell’esistenza. L’ho visto su me stessa, e su chi ha praticato con me. Riflettevo oggi su quanto lo Yoga sia in grado di fare per chi lo accosta con serietà, e mi ha colpito un’affermazione di David Garrigues:

“Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza”

Questa frase fa parte di un suo post, che traduco per voi.

“Qual è il primo momento di risveglio che ricordate nella vostra esistenza? Io mi ricordo che, a tre anni, sono rimasto chiuso in un armadio privo di luce. Ero intrappolato, e gridavo aiuto. Se dovessi fare questa domanda ad un gruppo eterogeneo di persone, scommetto che anche per la maggior parte di loro la risposta riguarderebbe un momento di sofferenza. Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza. Lo Yoga è una risposta al nostro dolore. Un’autentica lezione di Yoga ci prepara ad affrontare i nostri momenti di sofferenza.

Quanto spesso ci accorgiamo che stiamo soffrendo? In realtà, non abbastanza spesso. Ma è ora di iniziare a farlo, perché è così che inizia la nostra autentica preparazione. Dobbiamo rivolgere più frequentemente la nostra attenzione dentro di noi, chiederci cosa ci sta succedendo. COSA STIAMO PROVANDO? Acuire la percezione dei nostri sentimenti è uno dei principi dello Yoga. Diventare consapevoli del nostro mondo interiore ci rende più forti. Diventiamo il nostro principale alleato. Quando riconosciamo la nostra sofferenza e ci riconciliamo con essa, invece che proiettarla sul mondo esterno, la rendiamo più facile da gestire.

Tuttavia, essere consapevoli delle nostre sofferenze e del dolore che a volte infliggiamo agli altri non è una passeggiata. A tutti noi capita di comportarci male, di essere ambigui ed egoisti, quindi il perdono è la chiave di volta in questo processo di preparazione. Dobbiamo imparare a perdonare i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la mancanza di rispetto e le debolezze del nostro carattere. Le energie universali si muovono sempre in modo sensato, e quando attacchiamo qualcuno e ci comportiamo incoscientemente, paghiamo il conto con il dolore fisico, con problematiche emotive o relazionali. Diventando consapevoli della nostra sofferenza e perdonandoci, iniziamo a creare un terreno interiore sicuro, un contenitore psichico in grado di contenere sia il dolore che la sua guarigione. Attraverso questa consapevolezza investiamo in modo proattivo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno. Un atteggiamento molto diverso rispetto a fingere che la sofferenza non esista, e doverne poi affrontare inevitabilmente le conseguenze “dopo”.

Attraverso la pratica, possiamo rallentare se non addirittura smettere del tutto di accumulare debiti di salute fisica, emotiva o relazionale e riempire noi stessi di amore, gioia, di connessione autentica e sacra con noi stessi, gli altri, e con l’abitante segreto del nostro cuore: l’anima.”

David Garrigues

Photo: Marco Pantani

Trataka meditation and Tarot symbolism ITA/ENG

Quando si pratica da tanti anni, come nel mio caso, avviene che alcune facoltà mentali risultino acuite, grazie all’intenso lavoro di apertura dei chakra (centri energetici) attraverso asana e pranayama. L’intuizione si raffina, come la capacità di comprendere chi abbiamo davanti attraverso il linguaggio corporeo, e quella di captare le energie di un luogo – anche di una Shala.

Ho avuto la fortuna, fin da ragazzina, di avere una forte capacità di intuizione, che ho coltivato studiando astrologia e Tarocchi, che mi sono stati tramandati da mia nonna, insieme a guide esperte. In particolar modo, questi ultimi sono stati negli anni per me un valido ausilio alla meditazione, che come ben sappiamo è molto più potente di qualsiasi metodo di divinazione (come diceva Sri K. Pattabhi Jois, che era tra l’altro un grande astrologo vedico, “Quando vediamo Dio, non abbiamo bisogno di conoscere il futuro”). Vediamo come.

Cosa sono i Tarocchi?

I Tarocchi sono un mazzo di carte da gioco, di origine italiana, che si diffuse nel XV secolo. A partire dal XVIII secolo il loro utilizzo passò dal semplice gioco alla divinazione, e le immagini dei 21 Trionfi o Arcani Maggiori cominciarono ad arricchirsi di simboli tratti da diverse tradizioni esoteriche, dalla Cabala ebraica agli occultisti francesi. Sono proprio gli Arcani Maggiori ad essere utilizzati per la divinazione, grazie al loro forte simbolismo. Senza volersi trasformare in improvvisati oracoli, è sufficiente estrarre una semplice carta dal mazzo, prima di eseguire i nostri esercizi di concentrazione e meditazione, per avere qualcosa di concreto su cui meditare. Mi incoraggia sapere che anche il grande Eddie Stern, uno tra i più famosi insegnanti di Yoga al mondo, utilizza con fiducia queste splendide carte ricche di simboli!

Mi è stato insegnato che estrarre alcuni tra i 21 Arcani Maggiori è un modo per interpretare le energie di cui siamo circondati al momento. I Tarocchi possono essere uno strumento simbolico utile a comprendere una situazione in cui ci troviamo, uno stato d’animo, un’emozione. Esattamente come avviene per i sogni, che ci rivelano qualcosa che il nostro io conscio fatica a riconoscere. Non amo parlare di “prevedere il futuro”, perché credo che il futuro sia qualcosa che costruiamo attimo dopo attimo. E anche perché penso che volersi proiettare in un tempo che ancora non c’è sia in contraddizione con le tecniche dello Yoga, che ci insegnano a vivere nel momento presente. Penso però che non sempre riusciamo ad essere lucidi nell’esaminare le circostanze in cui ci troviamo, perché la mente ci indirizza sempre nella stessa direzione. Oppure, a volte, tendiamo a voler sovrapporre la ragione all’istinto, cosa che non sempre si rivela di aiuto. Quindi estrarre una di queste carte, quando la nostra mente è sgombra e pronta alla concentrazione, può offrirci uno spunto per interpretare il nostro momento attuale, all’inizio della nostra meditazione, dopo asana e pranayama. Trovo inoltre che questo esercizio possa essere considerato parte della tecnica del Tatraka esterno (Bahiranga), suggerita anche nell’Hatha Yoga Pradipika e a cavallo tra hatha e raja yoga. Tatraka significa “fissare lo sguardo in un punto”, ed è un ausilio alla meditazione in grado di sviluppare la nostra concentrazione e le nostre capacità mentali.

Il Trataka con i Tarocchi

La tecnica di esecuzione del Trataka è semplice: seduti in meditazione, in un luogo buio, accendiamo una candela e ne fissiamo la fiamma cercando di non chiudere gli occhi. Quando lo sguardo è stanco, abbassiamo le palpebre e manteniamo la concentrazione sull’immagine della fiamma che abbiamo guardato. Riapriamo gli occhi e ripetiamo, per alcuni minuti. La meditazione sui Tarocchi segue lo stesso principio. Seduti in posizione comoda, con la mente rilassata dalla pratica e sgombra da preoccupazioni e pensieri, estraiamo una carta dal mazzo dei 21 Arcani Maggiori. Posizioniamo la carta davanti a noi, e osserviamola senza giudicare. Non esistono infatti carte positive o negative: ogni simbolo rappresenta in questo caso il nostro stato d’animo o una particolare situazione che stiamo vivendo (sto preparando un piccolo manuale in cui analizzo ogni Arcano Maggiore per offrirvi maggiori informazioni, frutto dei miei studi e della mia esperienza con questi simboli).

L’Arcano Maggiore XVII, La Stella

Facciamo un esempio pratico: il Trionfo o Arcano Maggiore estratto questa mattina è “La Stella”, l’arcano XVII.

La carta del mazzo dei Tarocchi raffigura un cielo stellato, al cui centro risplende una grande stella. Una donna nuda, china su uno specchio d’acqua posto al centro di un vasto campo verde, ha in mano due anfore che irrigano il terreno e lo stagno. Sullo sfondo, un uccello si posa sui rami di un albero.

Questo Arcano, preso singolarmente, ha un significato molto favorevole. La Stella rappresenta una luce che ci guida. Può essere una visione, un sogno che stiamo cercando di realizzare, o un progetto che stiamo coltivando, a cui stiamo dedicando attenzione e cura. Il cielo sereno, le Stelle luminose, ci segnalano che possiamo fidarci delle nostre sensazioni e di quello che stiamo facendo, o ci incoraggiano a seguirle, ad agire nella direzione che abbiamo scelto o che sentiamo più vicina alla nostra autentica vocazione. Se siamo preoccupati per la nostra salute o la salute di una persona cara, La Stella ci rassicura, ci incoraggia ad intraprendere un percorso di purificazione, che ci ricompenserà. E’ insomma il momento giusto per occuparci di noi stessi. Se ci sentiamo soli, o abbiamo una preoccupazione relativa alle relazioni interpersonali, La Stella ci invita a guardarci intorno con occhi davvero aperti, perché possiamo facilmente circondarci di persone affini, che ci apriranno nuovi orizzonti.

Poniamo la carta estratta dal mazzo dei Tarocchi davanti a noi, e concentriamo su di essa il nostro sguardo. Quando gli occhi iniziano a lacrimare o sentiamo la necessità di sbattere le palpebre, chiudiamoli, e continuiamo a visualizzare questa carta, con tutti i simboli che rappresenta, con il nostro sguardo interiore. Quindi, apriamo di nuovo gli occhi, e torniamo a guardare la carta. Cerchiamo di capire il messaggio dell’Arcano Maggiore, di trovare i punti di contatto tra questo simbolo e la realtà che stiamo vivendo. Accettiamo il consiglio che il nostro inconscio ci ha inviato attraverso questo simbolo, e terminata la meditazione, affrontiamo la nostra giornata in sintonia con noi stessi e l’ambiente che ci circonda.

– Francesca d’Errico, 2017

Per una consultazione personale sul proprio Arcano Trataka, e maggiori informazioni su Tarocchi e meditazione, fmderrico@gmail.com

ENGLISH TRANSLATION

If you have been practing for  a few years, as in my case, some mental faculties are enhanced. This comes from an intense work on chakras (energy centres) opening through asanas and pranayama techniques. Intuition is refined, and we become more aware of other people’s mood and even places (like shalas) energy.

I have been very lucky to be gifted with a strong intuition from a very early age. I cultivated this gift studying astrology and Tarot symbolism – two fine arts that have been taught to me by my very first teacher, my grandmother, who introduced me to expert guides. Tarots in particular have been an incredible aid for meditation, which in turn is the most powerful tool we can turn to, rather than relying on divination or clearvoyancy (as Sri K. Pattabhi Jois, a vedic astrologer himself, used to say: “When we see God, we don’t need to know our future”). Let’s see how.

What are Tarot cards?

Tarots are Italian play cards created in the XV century. Since XVIII century they become mainly used for divination purposes, and the 21 Major Arcana or Greater Secrets were enriched with symbols from various exoteric traditions, from the Jewish kabbalah to the French occultists. The Major Arcana are in fact the cards mainly used by clearvoyants thanks to their strong symbolism. But even if we do not want to improvise ourselves as card readers, we can use these symbols as a meditation aid. All we need to do is draw a card from the deck right before our concentration/meditation exercises. I am glad to know that even one of the most famous yoga teacher worldwide,  Eddie Stern, trusts these cards and their symbols! 

I have been taught that drawing some of the 21 Major Arcana out of the deck is a very good way to better understand which energies are surrounding us at the moment. Tarots can be a useful symbolic tool to read our circumstances, our moods, our emotions. It’s just like understanding our dreams as a key to reveal something we fail to see when we are awake. I don’t like talking about “reading the future”, since I truly believe we build our future every minute. Also, I believe that projecting ourselves into a time that has not come yet is a contradiction with Yoga philosophy and its techniques, teaching us to live in the present moment. I do think, however, that we are not always objective in analising a situation, since our mind often sends our thoughts always in the same direction. Or, at times, we tend to favor reason over instinct, and that’s not always a good thing. Therefore drawing a Tarot card when our mind is free and ready for meditation can be a way to read our present moment. We can do this at the beginning of our meditation time, right after asanas and pranayama. Such exercise can very well fit into the external  Tatraka technique called Bahiranga (found in the Hatha and Raja Yoga tradition) as explained in the Hatha Yoga Pradipika. Tatraka means “fixing our gaze to a poin”, and it’s a meditation aid that helps developing our concentration and mental abilities.

Trataka with Tarot cards

The Trataka technique is rather simple: sit in meditation, in a dark room, lit a candle and fix the flame trying not to blink the eyes. When the eyes get tired, we can close them and keep our concentration on the internal image of the flame. We then re-open our eyes and repeat the whole cycle a few times. Meditation on Tarot cards follows the same principle. Sit in a comfortable posture, relaxing and emptying the mind, we draw a card from the 21 Major Arcana deck. We position the card in front of us, observing it with no judgement. There are no positive or negative cards: in this particular instance, every symbol simply represent our mood or our current circumstances (by the way: I am preparing a manual offering more info on Tarots, based on my studies and personal experiences).

A practical example: this morning Tarot is “The Star”, XVII. 

The card picture a star-filled sky. A big star shines right in the middle. A naked woman lean over a pond placed in the middle of green field. She holds two jars, pouring water on the earth and in the pond itself. On the background, a bird stands on a tree.

This card usually heralds very good news. The Star represents a light guiding us through life. It can be a vision, a dream we are trying to turn into reality, or a project we are working on. The sky is clear, full of bright stars: a sign that we can trust our feelings and what we are doing, or an encouragement to follow our vocation. If we are worried about our or somebody else’s health, the Star is very reassuring and tells us that any purification ritual will be favorable. It’s the right time to look after ourselves. If we are or feel lonely, the Star is an invitation to open our eyes and find like-minded people.

Let’s place the Tarot card right in front of us, and let’s fix our gaze on it. When our eyes feel tired, we can close them and keep concentrating on the internal image of the card and its symbols. We can repeat this cycle several times. Let’s try to understand the message of the card, its points of contact with our current experience. Let’s open our mind and our heart to the advice that is coming from deep inside through this symbol. After meditation, let’s go back to our daily chores with renewed energy and trust in ourselves and the energies that are surrounding us.

– Francesca d’Errico, 2017

For a personal consultation on your personal Tarot Card for Trataka meditation, and more info on Tarots and meditation, email me:  fmderrico@gmail.com