Il benessere nella pratica Yoga

Simon Borg-Olivier a Follonica (ph. Fausto Ferrara)

Ebbene sì. Esistono ancora Maestri che con la loro presenza, la loro onestà intellettuale, il loro instancabile lavoro, la loro umanità trasparente possono ispirarci nel cammino dello Yoga. Ashtanga Yoga Follonica ha avuto il grande onore di ospitarne uno, Simon Borg-Olivier, lo scorso agosto. E’ quindi un piacere per me tornare a tradurre i suoi post sempre interessantissimi.

Questo in particolare ha colpito la mia attenzione, non solo perché ormai pratico da oltre vent’anni, ma anche perché sono oramai negli “anta” e desidero che la mia pratica sia longeva il più possibile. Desidero che la mia pratica sia un momento di piacere e di incontro con il mio corpo, e non una guerra per costringerlo a raggiungere obiettivi inutili. La domanda che Simon ci pone è: quanto è sostenibile la vostra pratica?

“In ognuna delle nostre attività quotidiane, inclusa la nostra scelta nel campo dell’esercizio fisico (postura, movimento, respirazione e controllo mentale) dobbiamo considerare gli effetti delle nostre azioni su tre livelli. Dobbiamo analizzare quali sono gli effetti della nostra scelta su:
1. Benessere personale,
2. Benessere temporale e
3. Benessere ambientale (e sociale).

Ritengo importante riflettere sul Benessere Temporale:
Possiamo definire benessere temporale l’effetto di qualsiasi attività (volontaria e involontaria) all’interno di un arco temporale. Ciò include:
*** Come ci sentiamo durante l’attività (presente),
*** Come ci sentiamo dopo aver completato l’attività (futuro) e
*** Come ciò che abbiamo fatto (passato) già incide su come ci sentiamo ora e come ci sentiremo in futuro.

Il benessere temporale è un fattore importante per praticare “in the zone” (come molti sportivi, atleti e ballerini definiscono la sensazione che provano nell’eseguire la loro passione in uno stato di concentrazione sostenibile, priva di sforzo e/o meditativa).

Il benessere temporale è altrettanto importante nella pratica dello yoga e della meditazione più autentici. Infatti praticare “in the zone”, lo yoga e la meditazione possono essere considerati la stessa cosa sotto molti aspetti.

La meditazione ha dimostrato di avere molti effetti positivi sul corpo, tra cui l’aumento della lunghezza dei telomeri, che si traduce in maggiore longevità e può addirittura, secondo le teorie dell’epigenetica, diventare caratteristica ereditaria.
La meditazione non avviene necessariamente solo quando siamo seduti e immobili. E’ possibile meditare in qualsiasi posizione e anche durante il movimento. Possiamo anzi definire la meditazione come uno stato di unione tra corpo, mente e ambiente sostenuto per un determinato periodo di tempo.

Molti studi scientifici suggeriscono che essere in uno stato meditativo è rivelato da questi segnali concreti:
1. Onde cerebrali coerenti e sincronizzate, associate all’essere positivamente connessi a ciò che ci circonda nel momento presente.
2. Ipoventilazione, ovvero la necessità di respirare molto meno della maggior parte delle persone che svolgono la stessa attività.
3. Battito cardiaco ridotto rispetto alla maggior parte delle persone che svolgono la stessa attività.
4. Circolazione sanguigna migliore con conseguente maggiore tolleranza al caldo e al freddo.
5. Equilibrio del sistema nervoso con dominanza del parasimpatico (risposta rilassamento-ringiovanimento-rigenerazione) rispetto al simpatico (risposta attacco o fuga).

Un metodo per valutare il proprio benessere temporale in qualsiasi attività (incluso quindi l’esercizio fisico e la pratica yoga), è chiedersi:

. Quanto siamo condizionati in senso negativo da ciò che è accaduto in passato;
. Quanto siamo condizionati in positivo da ciò che è accaduto in passato;
. Quanto stiamo apprezzando, o non apprezzando, l’attività che stiamo svolgendo nel momento presente (se non ci piace ciò che stiamo facendo, difficilmente avremo voglia di ripetere l’esperienza in futuro, senza soffrirne effetti mentali negativi);
. Come ci sentiamo subito dopo aver terminato la nostra pratica;
. Come ci sentiamo il giorno e i giorni immediatamente successivi;
. E infine come ci sentiremo se continuiamo a praticare allo stesso modo, su base regolare, per i prossimi decenni.

Vediamo spesso video di sequenze molto avanzate (alcune praticate anche da me) che fanno parte di molte pratiche yoga contemporanee. Per me sono divertenti e praticabili, ho iniziato da giovanissimo e praticato per decenni, ma per molti queste sequenze sarebbero solo stressanti e spesso inaccessibili, costituendo un tipo di lavoro esageratamente duro sotto moltissimi aspetti. Nella maggior parte delle persone, queste pratiche non produrrebbero gli effetti positivi della meditazione e non condurrebbero ad uno stato di benessere a lungo termine. Quindi è raro che io scelga di insegnare questo tipo di posizioni combinate a transizioni e tecniche di respirazione. E’ più facile che io preferisca insegnare posizioni semplici con movimenti fluidi che partono dalla muscolatura del tronco, accompagnate a respiro naturale; una tecnica efficace sotto molti aspetti e molto più accessibile a tutti. Sono in molti ad avere limitazioni di movimento e una pratica eccessiva potrebbe peggiorare il loro stato di stress fisico, fisiologico e mentale se protratta a lungo nel tempo. E’ solo con una pratica semplice, sicura, accessibile e meditativa, nutriente sotto tutti gli aspetti che possiamo tornare all’essenza autentica di una pratica meditativa che ci sostenga per una vita lunga, piena di salute e felicità” (Simon Borg-Olivier).

Devo dire che applico io stessa questi principi nella mia pratica. Cerco innanzi tutto di muovermi sempre a partire dai muscoli del tronco, entrando in ogni postura in modo fluido e senza forzature. Ho sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti degli asana e delle transizioni che mi fanno stare bene, e altrettanto nei confronti di quelli che mi mettono in stato di stress. Ritengo che sia importante vincere paure immotivate nei confronti di alcune posizioni, ma ritengo altrettanto che, se una postura ci provoca ripetutamente stress e dolore fisico, sia importante trovare una alternativa, una variante, e interrogarsi sul perché ci ostiniamo a volerla “conquistare”. Penso che con questi presupposti la pratica diventa non solo meditativa, ma anche metafora del nostro atteggiamento nei confronti della vita: quanto siamo schiavi del nostro desiderio di “controllare”, a partire da noi stessi? Quanto siamo “manipolatori”, a partire da noi stessi? Ogni giorno di più, con il passare del tempo, queste domande mi portano a investigare verso nuovi orizzonti della pratica fisica che, per me, è e deve restare “meditazione in movimento”. Nel momento stesso in cui la paura, il dolore, lo sforzo eccessivo entrano in gioco, la pratica smette di essere meditazione e diventa ulteriore fonte di stress. Sono convinta che, praticando in uno stato di rilassamento mentale, molti limiti fisici spariscano. Ma è importante che questi limiti, appunto, “spariscano”, e non che vengano forzatamente e forzosamente “eliminati”.

“Body is not stiff: Mind is stiff” (Il corpo non è rigido: è la mente ad esserlo) – Sri K. Pattabhi Jois

Scopri come integrare questi principi nella tua pratica di Ashtanga Vinyasa Yoga partecipando ai miei corsi, da lunedì a giovedì presso YOGA STUDIO ASD a Follonica, in Via Del Fonditore 113 (zona Industriale). Se sei un neofita, i corsi per principianti partono venerdì 5 ottobre, sempre alle 13:30. Ti aspetto!

Let go: la pratica del distacco

Yoga Studio ASD

Ci risiamo, dopo un’intensa estate sul tappetino sono seduta al computer a preparare orari, eventi, locandine e volantini per la nuova stagione di corsi che sta per aprirsi a Yoga Studio ASD, a Follonica.

E’ passato un anno e mezzo dal mio arrivo in Maremma con l’intenzione di mettere radici. Proprio come avviene quando si coltiva qualcosa, si getta il seme o si pianta, si annaffia, si cerca di dare la massima cura a ciò che vogliamo fare crescere. Non basta la perizia, ci vuole il cuore, soprattutto in “professioni” come quella dell’insegnante di Yoga. E sinceramente penso di averlo messo tutto, mai come prima, in questo posto bellissimo e circondato dalla Natura, in questa Shala realizzata dal mio collega Stefano Berti con le intenzioni più belle, secondo i principi del Vastu Shastra fin nei minimi dettagli.

Insegnare non significa solamente impartire sequenze o asana. Non significa solo seguire anatomicamente gli studenti, avendo la cura di individuare le posture e le varianti più adatte ad ogni corpo. Non è soltanto spiegare come respirare, come muoversi in sicurezza, come adattare la pratica alle diverse energie di ogni giornata. Insegnare è un po’ come essere genitori. Il praticante ripone in noi la massima fiducia, affidandoci con l’ingenuità del neofita il suo benessere psicofisico. Noi come insegnanti lo aiutiamo a muovere i primi passi, prima tenendolo per mano, poi osservandone i progressi, motivandolo a diventare sempre più indipendente nella pratica, perché lo Yoga non deve mai essere un rapporto di possesso, ma il dono della libertà consapevole. Quella che un genitore cerca di trasmettere al figlio, affinché possa muoversi nel mondo in modo responsabile e libero.

In questo anno e mezzo le persone che hanno praticato con me sono state particolarmente importanti. Sono diventate un gruppo, una community, una famiglia. Le ore trascorse insieme sul tappetino hanno creato rapporti umani autentici e grande condivisione. Attraverso la pratica quotidiana abbiamo imparato a conoscerci nel profondo. Attraverso il movimento abbiamo respirato le nostre energie, a volte donando a volte prendendo, in uno scambio ininterrotto di comprensione reciproca. Ognuno di voi mi ha reso una persona migliore e mi ha fatto capire quanto la mia scelta di insegnare, in ultima analisi, sia l’esperienza più bella della mia vita.

Adjustment in Trikonasana

Ognuno di voi è un tassello importante nel puzzle della mia esistenza. E’ difficile lasciarvi andare. Mentre preparo la mia nuova locandina, ancora non so se i nuovi orari andranno bene a tutti. Qualcuno di voi forse cambierà lavoro, qualcuno si trasferirà, qualcuno dovrà forse fare i conti con nuovi impegni, nuovi imprevisti. Persone nuove arriveranno e occuperanno lo spazio del vostro tappetino, quello da cui una faccia familiare sorrideva alle mie battute, o lasciava scorrere una lacrima in Shavasana. Ma nessuno occuperà mai il vostro spazio nel mio cuore, quel cuore che in questo anno e mezzo avete reso più grande con la vostra costanza, la vostra presenza, la vostra dedizione.

Mentre preparo la locandina con i nuovi orari, penso ad ognuno di voi. Rivedo i vostri progressi, il vostro sorriso ad ogni nuova posizione raggiunta, il vostro stupore davanti alle potenzialità che vi si rivelano giorno dopo giorno. E spero di rivedervi tutti insieme, ancora, per continuare questo percorso meraviglioso che si chiama Yoga.
La pratica del distacco, ancora oggi, è la sfida più difficile.

Francesca d’Errico

(I corsi di Ashtanga Vinyasa Yoga continuano da lunedì a giovedì alle 13:30. Il ciclo di 5 lezioni dedicate ai principianti inizia venerdì 5 ottobre, sempre alle 13:30. Cinque step per inserirsi nelle lezioni continuative. Vi aspetto!)

YOGA STUDIO ASD a Follonica, via del Fonditore 113/A, zona industriale.

Ashtanga Yoga Follonica: eventi d’autunno

Ashtanga Yoga Follonica è diventata in questo ultimo anno e mezzo la casa di tanti praticanti, Maremmani doc e di passaggio. Insieme, stiamo continuando a vivere lo Yoga animati dallo spirito di ricerca che ha spinto gli Yogi di tutto il mondo ad intraprendere questo cammino. Fedeli alle tradizioni, ma con la voglia di renderle attuali, arricchendole delle conoscenze dei maestri che ci ispirano con il loro lavoro. In meno di un anno e mezzo dal mio “sbarco” in Maremma, quanta strada abbiamo fatto insieme! Il merito è di voi praticanti, e di Yoga Studio ASD, che ha creduto nelle mie intenzioni e mi ha supportato in questo percorso che diventa ogni giorno più intenso e pieno di soddisfazioni. Abbiamo trascorso mesi estivi bellissimi, e molto lavoro ci aspetta questo autunno. Con ospiti eccezionali! Eccovi una veloce panoramica: vi aspettiamo sul tappetino!

Simon Borg-Olivier by F. Ferrara

La nostra estate è stata illuminata dall’incontro con un Maestro d’eccezione, Simon Borg-Olivier. Simon è stato tra i primi occidentali a praticare con Sri K. Pattabhi Jois e B.K.S. Iyengar. E’ un esperto fisioterapista che dedica tutto il suo tempo alla ricerca sul movimento e sullo Yoga terapico (e vi consigliamo i suoi corsi online!). Il seminario che ha condotto presso la nostra Shala è stato un momento di grandissima condivisione, che ha toccato tutti i partecipanti nel profondo. E per noi di Ashtanga Yoga Follonica, che ci auguriamo di rivederlo prestissimo, per approfondire il lavoro iniziato, è stato il “la”  che ci ha spinti a volere una serie di eventi che renderanno il nostro autunno una stagione davvero speciale.

Tite Togni

Il primo appuntamento sarà con Tite Togni, fondatrice di Yoga X Runners, insegnante certificata Iyengar e tra le prime in Italia ad aver conseguito il Teacher Training di Simon Borg-Olivier. Con lei approfondiremo i movimenti spinali e impareremo ad integrarli negli asana che compongono la prima serie dell’Ashtanga Yoga. Con Tite ci vedremo il 14/09 per una masterclass di due ore che inizierà alle 13:30. Il giorno successivo, Tite ci accompagnerà, insieme alla Guida Alpina Federico Santini, documentarista e praticante fedele di Ashtanga Yoga Follonica, in un percorso tra trekking e Yoga nello splendido scenario del Parco dell’Uccellina. Tutti i dettagli sono sull’evento facebook.

Il secondo attesissimo appuntamento sarà con la leggendaria Susanna Finocchi, insegnante autorizzata KPJAYI Level 2, tra le primissime europee ad avere scoperto l’Ashtanga Yoga (il suo primo viaggio a Mysore risale al 1993) e fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen. Susanna ha un patrimonio immenso di profonda conoscenza del metodo Ashtanga, della sua tradizione, delle sue origini. Ci guiderà, dal 30/11 al 2/12, in un classico seminario caratterizzato da una classe guidata in Sanscrito, venerdì 30/11 alle 18:30, per proseguire con due classi Mysore Style (sabato e domenica mattina) e un approfondimento teorico-pratico il sabato pomeriggio, con un’introduzione al chanting. Preparatevi ad immergervi nelle atmosfere di Gokulam, il quartiere di Mysore dove ha sede la storica “main Shala” del metodo che ha conquistato milioni di praticanti in tutto il mondo! Anche in questo caso vi rimando all’evento facebook su cui potete trovare tutti i dettagli.

Susanna Finocchi e Sharath Jois

In entrambi i casi, Ashtanga Yoga Follonica desidera mantenere l’intenzione di proporre eventi in cui l’interazione individuale tra insegnante e praticante sia massima. Dunque anche questa volta il numero di partecipanti è chiuso (massimo 25 persone): affrettatevi! Vi ricordo che per confermare la partecipazione è necessario scrivermi in privato, alla mail: fmderrico@gmail.com.

Abbiamo pensato ai praticanti che desiderano raggiungere la Maremma e pernottare vicino al mare, creando una convenzione con l’Hotel Giardino, centralissimo a Follonica e molto vicino alla Shala. L’Hotel Giardino dispone inoltre della spiaggia più bella del Golfo che, per l’evento di settembre, è ancora attrezzata! E’ sufficiente prenotare al numero 0566 41547 menzionando “Francesca Yoga” per usufruire delle tariffe speciali che ci sono state riservate.

Noi vi aspettiamo come sempre in Shala, in Via del Fonditore 113/A per praticare Ashtanga Yoga, da lunedì a giovedì, a partire dalle 13:15. Vi ricordo che la Shala offre anche corsi di Hatha Yoga (guidati da Stefano Berti) e di Iyengar Yoga (Giusi Termini).

F. d’Errico

Yoga Synergy a Follonica, by F. Ferrara

Lo Yoga degli imprevisti

A quest’ora, un mese fa, stavo facendo la valigia per il viaggio che ogni anno mi porta in India. Ero a una settimana dalla partenza, avevo già sistemato yoga pants, tappetini, infradito. Avevo già stampato il biglietto elettronico e la lettera di ammissione a KPJAYI (Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute, la scuola del fondatore del metodo). Diciamo pure che questa partenza era qualcosa che sognavo da mesi, perché per ogni insegnante di Yoga, il viaggio annuale in India è un rito che regala l’energia necessaria per riprendere il proprio lavoro con rinnovato entusiasmo.

Ma non sempre le cose vanno come vorremmo… il giorno della partenza, l’influenza più pesante che mi sia mai capitata mi ha colpito come un treno in corsa. Quasi due settimane di febbre alta mi hanno letteralmente inchiodato a letto. Impossibile muoversi, figurarsi viaggiare. Ho spostato ben due volte il biglietto augurandomi di poter partire almeno due settimane dopo. Ma niente da fare. Insomma la faccio breve e vi dico che sto riemergendo ora, e con acciacchi vari. Probabilmente ero arrivata un po’ al limite delle forze, un trasloco, un cambiamento di vita, la stesura e l’uscita del mio libro, insomma tante emozioni e incontri non sempre positivi, mi avevano un po’ provato, e l’influenza ha trovato un terreno fertile per farsi un bel giro. Quindi eccomi. Alle prese come sempre con la mia pratica, lontana da maestri e punti di riferimento. Non lo nego, anche un po’ arrabbiata per i soldi persi, in parte non recuperabili.

Con questo stato d’animo sono di nuovo qui, in Maremma. Terra che amo profondamente ma da cui avevo davvero bisogno di staccarmi un po’, per digerire persone ed esperienze. Il mio corpo è smagrito e indebolito da questa botta inaspettata, e anche la pratica ne risente. I primi giorni di convalescenza sono stati i più duri, perché la tosse rendeva difficile mantenere un ritmo con il respiro. Lentamente cerco di recuperare e mi dico che comunque sarebbe stato davvero impossibile partire in queste condizioni.

Resta però una sorta di delusione nei confronti di me stessa, per non avercela fatta, per non essere riuscita, nonostante i tanti anni di pratica, a reagire a questa maledetta influenza – e soprattutto alle situazioni che l’hanno provocata. In che modo lo Yoga può aiutarmi a combattere questa sgradevole sensazione di fallimento, e la debolezza fisica che accompagna la convalescenza? E soprattutto in che modo posso fare dello Yoga lo strumento per non ricadere in circostanze che mettano esageratamente sotto stress il mio sistema corpo-mente?

Semplicemente, accettando e portando questi sentimenti sul tappetino. Rabbia, frustrazione, debolezza, delusione. Che si trasformano in motivazione, pazienza, arrendevolezza e accettazione. In modo pratico, la motivazione (rabbia) mi porta sul tappetino. La pazienza (frustrazione) mi aiuta ad esplorare di nuovo le posizioni più semplici, a mantenerle più a lungo, a trasformarle in strumenti di guarigione. L’arrendevolezza (debolezza) mi suggerisce di cedere alla posizione, di restare, di ascoltare. E infine l’accettazione (delusione) mi dice che va bene così. Che non sempre si può essere al top. Che ci sono situazioni che a volte hanno la meglio, anche se siamo abituati ad essere reattivi. Ogni anno il corpo richiede una sorta di “tagliando”, ci invita a capire cosa è cambiato in noi, nella nostra pratica. Per quanto lo Yoga ci aiuti a restare in salute e limiti il processo di invecchiamento, ci sono sempre emozioni e circostanze che hanno la meglio su di noi, che ci ricordano la nostra umanità imperfetta. A quel punto torniamo sul tappetino sia come principianti che come insegnanti. Il nostro corpo indebolito assomiglia a quello di un principiante che si avvicina allo yoga per la prima volta. Ma dentro, abbiamo gli anni di pratica e di studio che ci hanno portato fin qui. Torniamo ad insegnare a noi stessi. Con la pazienza e la fermezza che rivolgiamo ai nostri studenti. E offriamoci la possibilità di imparare da ogni momento di difficoltà, senza pretendere che in virtù della nostra esperienza yogica tutto debba essere superato in un attimo. Non è così. Alcune esperienze, alcune persone ci segnano profondamente e richiedono tempo per essere digerite e per trasformarsi nella lezione che ora ci sfugge.

Torniamo ogni mattina sul nostro tappetino con tutto ciò che abbiamo. E’ già moltissimo di cui essere grati. Pratichiamo con i nostri limiti fisici e spirituali. Non importa se proviamo rabbia invece che serenità. Se non siamo ancora pronti a perdonare. Praticare Yoga non significa essere perfetti. Significa provare ad essere migliori.

Il mio libro è su Amazon! Cliccate qui per acquistarlo: Tracce di Yoga

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

Il segreto dei Vinyasa

Photo: Marco Pantani

Vinyasa, jump back e jump through: croce e delizia di tutti i praticanti di Ashtanga Yoga! Personalmente, ritengo che questi due fondamentali passaggi siano non solo l’elemento che differenzia la nostra pratica da tutti gli altri metodi, ma anche e soprattutto il modo per costruire una forza che non si limita ad assisterci nella pratica, bensì estende i suoi benefici oltre il tappetino. Muscoli addominali profondi, pavimento pelvico, spalle e braccia: tutto il corpo e gli organi interni traggono profondo vantaggio dall’esecuzione corretta di questi movimenti. Nella mia opinione, è fondamentale che questi passaggi vengano insegnati correttamente fin dall’inizio. Sono proprio questi due movimenti, infatti, a costruire la forza necessaria per proseguire stabilmente nella pratica. Monica Gauci, compagna di Gregor Maehle, ne spiega l’esecuzione in questo post molto utile tratto dal blog Chintamani Yoga, che traduco per voi.

“Il segreto per eseguire il “jump through” (salto attraverso le braccia) durante i vinyasa non risiede nell’abilità di saltare, ma in quella di frenare! Chiunque può saltare. Infatti, tendiamo a trattenerci dal saltare se non possediamo la forza di frenare il nostro salto. Il nostro corpo conosce istintivamente se abbiamo o no questa forza, e sovrascrive i nostri tentativi consci di saltare per proteggerci. Che fortuna! E’ incredibile, vero?

Essere in grado di frenare significa avere sufficiente forza nella parte superiore del corpo, per controllare lo slancio e la potenza del peso del nostro corpo che viene “lanciato” attraverso le braccia. Inoltre, è necessario possedere una notevole forza per controllare la transizione della discesa del corpo verso il pavimento. Queste stesse forze entrano in gioco quando eseguiamo un drop back (scendendo in un ponte da posizione eretta). Supponiamo di avere la flessibilità che ci occorre per inarcarci in un drop back che, teoricamente, è semplice avendo la forza di gravità che ci supporta. Ma è proprio questo il problema! Abbiamo bisogno di controllare la nostra discesa contro la forza di gravità, per frenare la nostra caduta. I muscoli anteriori delle gambe e del tronco si impegnano per frenare la nostra discesa: quindi il drop back è un esercizio di “frenata”. E allo stesso modo, quando saltiamo a sedere in un vinyasa, la forza richiesta è quella necessaria alla frenata che ci evita di cadere. Saltiamo, e dobbiamo controllare la nostra discesa contro la forza di gravità. Esercizio che richiede un notevole sforzo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Di cosa abbiamo bisogno, quindi, per frenare e controllare la nostra transizione in un vinyasa? Per un movimento così complesso isolare i muscoli è di scarsa utilità.  Quando saltiamo, ad esempio, mentre cerchiamo di allontanare da noi il pavimento (per non prendere una facciata), estendiamo l’articolazione della spalla per sollevarci nel salto. Per frenare, dobbiamo mutare questo movimento dell’articolazione della spalla in una flessione, e contemporaneamente lavorare eccentricamente i muscoli estensori per atterrare. Certo è un’informazione utile ma non è a questo che rivolgiamo la nostra attenzione durante la transizione. E’ più importante comprendere di cosa abbiamo bisogno e praticare i movimenti integrati che ci aiutano ad ottenere forza e controllo.

Per frenare nel salto da Adho Mukha Svanasana abbiamo bisogno di una parte superiore del corpo tonica e forte. Ho insegnato Yoga a molti gruppi di principianti: nella prima esecuzione di un vinyasa, invariabilmente gli uomini hanno maggiore facilità rispetto alle donne. Gli uomini hanno infatti solitamente una parte superiore del corpo più forte rispetto alle donne, a meno che queste non siano particolarmente allenate da nuoto, arrampicata, ginnastica artistica etc. Queste attività sviluppano tutte i muscoli del tronco principalmente coinvolti nei vinyasa: il latissimus dorsi, i pettorali e il serrato anteriore, oltre ad insegnarci come integrare il lavoro degli arti superiori con quello del tronco e degli addominali profondi.

Arrotoliamoci come palle!

Un altro aspetto importante del vinyasa è la capacità di flettere il tronco per arrotolarci come palle. Funzionalmente, i nostri muscoli addominali tendono a lavorare in porzioni: superiore e inferiore. Quando pieghiamo il nostro corpo in avanti verso gli arti, come nei sit-up, facciamo lavorare prevalentemente gli addominali “alti”. Quando solleviamo le gambe verso il tronco, gli addominali “bassi” stabilizzano la pelvi permettendo ai muscoli flessori dell’anca di lavorare correttamente. I vinyasa hanno bisogno del lavoro congiunto e sincronico di addominali alti e bassi, per rendere concavo il tronco e sollevare le gambe. Naturalmente i flessori dell’anca devono lavorare altrettanto sodo per mantenere le gambe raccolte al petto.

Il percorso

Forse meno ovvio è il percorso necessario nel salto a sedere. Notate nel collage come Gregor salta sollevando le anche verso l’alto, nella prima foto. Dovete immaginare di saltare in una mezza verticale sulle mani. Se saltate troppo bassi, le anche restano troppo vicine al suolo e diventa impossibile contrastare la gravità.

Il salto indietro da seduti, seconda parte del vinyasa, rivelerà il grado di forza e di integrazione che avete, o non avete ancora, sviluppato.

Gregor Maehle esegue un jump through

Uniamo i puntini…

Non è sufficiente avere tronco, addominali e flessori dell’anca forti e allenati. La massima importanza va data all’integrazione degli arti con i muscoli profondi dell’addome, e al lavoro coeso di tutto il nostro corpo.

Un modo semplice per sviluppare la forza nella parte superiore del corpo e connettere le braccia alla colonna e ai muscoli profondi dell’addome è appendersi per le mani. Questa azione esalta l’impiego del gran dorsale e del basso trapezio, ed è un’azione impossibile da replicare durante la pratica degli asana. La connessione alla colonna e alla fascia toraco-lombare unisce le braccia ai muscoli profondi dell’addome. Anche se non avete la forza di sollevare il vostro corpo in questa posizione, coinvolgete gli arti superiore nel tentativo di farlo. Per incorporare gli addominali e i flessori dell’anca, sollevate le ginocchia e i piedi verso le mani. Questo potente esercizio migliorerà molto l’esecuzione dei vostri vinyasa!

Sollevare il corpo in Lolasana (la foto centrale di Gregor) è un’altro esercizio di preparazione molto efficace per superare l’ostacolo del pavimento durante i vinyasa. Fate attenzione a non arrotondare le spalle e utilizzate i pettorali invece del serrato anteriore. Se non riuscite a sollevarvi, provate ad usare due blocchi, almeno all’inizio. Vi servirà a capire quali muscoli dovete mettere al lavoro. Praticate il “pendolo” passando dalla posizione seduta a Chaturanga.

Il segreto dei vinyasa è… che non c’è un segreto. Nessun trucco magico. I vinyasa richiedono molta forza e un po’ di coordinazione. Forse vi è difficile credere che molti studenti hanno paura ad iscriversi ai nostri corsi perché temono di non saper eseguire un “buon” vinyasa. Mi dispiace perché significa che gli studenti tendono ad equiparare la prodezza fisica alla competenza yogica. Invece, semplicemente, alcuni sono più portati di altri, che devono lavorare più duro per arrivare agli stessi risultati. Ma un cuore sincero e una mente aperta restano i requisiti più importanti nel percorso dello Yoga: non dimentichiamolo!”

Dr. Monica Gauci

 

Alzati e pratica

pic by Marco Pantani

Penso che chiunque si dedichi alla pratica Yoga seriamente – e soprattutto all’Ashtanga Yoga – si sia fatto questa domanda molte volte. “Mi alzo e pratico, o resto a dormire ancora un po’?”. Non è facile scegliere di praticare ogni giorno, anzi a dire la verità è una lotta quotidiana, un impegno che si rinnova ad ogni alba, e a lungo andare a volte si tende a dimenticare il perché abbiamo scelto di farlo. A tutti coloro che mi chiedono perché dedicarsi alla pratica quotidiana, dedico la traduzione di questo bellissimo post pubblicato su Ashtanga Yoga Project e scritto da Shanna Small. Indipendentemente dall’orario scelto e dal luogo in cui ritenete opportuno farlo… Alzatevi e praticate!

“Apro gli occhi e guardo la sveglia. Sono le 4:30. E’ ora di alzarsi e andare a praticare. E qui comincia la solita storia. “Questa settimana hai lavorato tanto. Ti meriti di dormire un po’ di più”. “Ieri hai avuto mal di testa. Dovresti riposarti”. “Perché lo fai? E’ da stupidi!”. “E se fosse tutto una gran cavolata?”

Poi penso.

La definizione di Yoga, negli Yoga Sutra di Patanjali è: “Lo Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente”. O come diceva Pattabhi Jois, “Lo Yoga è il controllo della mente”. 

Alzarsi presto e mettersi sul tappetino è il primo passo per controllare la mente. E’ la mia prima opportunità di fare la scelta tra lasciare che i miei pensieri mi controllino, o essere io a controllare i miei pensieri. Questa semplice azione può decidere lo stile, l’intenzione e lo scopo di tutta la mia giornata. 

Come voglio che vada la mia giornata? Voglio passarla cedendo a qualsiasi preoccupazione e pensiero negativo? Voglio passarla lasciando il timone senza controllo, diventando facile preda della negatività che mi circonda? Voglio attraversare le difficoltà quotidiane senza consapevolezza, o voglio essere padrone delle mie azioni? 

E se alzarsi la mattina per praticare fosse tutto ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire davvero a controllare la nostra mente? 

Gli Yoga Sutras di Patanjali (2:1), recitano: “lo Yoga dell’azione consiste di azione disciplinata (tapas), studio di sé (svadyaya) e arrendevolezza (isvara pranidhana)”. Alzarsi al mattino per praticare è un supremo atto di disciplina, studio di sé e arrendevolezza. 

Perché qualcosa possa essere definito tapas, deve essere un’azione che richieda sforzo. Alzarsi presto e praticare non è certo facile. Svadyaya è non solo studio di libri e insegnamenti spirituali, ma anche recitazione di ciò che si è appreso. L’atto di recitare lo Yoga Sutra 1:2 e l’insegnamento di  Pattabhi Jois sul controllo della mente, quando fatico ad alzarmi, è una forma di Svadyaya.  E’ un modo per riportare alla mente la voce dei miei insegnanti e le loro raccomandazioni sull’importanza della pratica. Arrendersi a questi insegnamenti è un modo per praticare Isvara Pranidhana. 

Il primo verso, nel secondo libro degli Yoga Sutra – che è il libro fondamentale per la nostra pratica – ci dice di eseguire queste tre azioni. Quante volte dimentichiamo questo primo, importante passo nello Yoga? 

Questa semplice azione mette in atto 3 dei 5 doveri ed osservanze dello Yogi, i Niyama.

Nell’Ashtanga, si ritiene che se possiamo osservare e praticare i primi 4 rami, i successivi 4 sono automatici. E tutto inizia qui.

Alle 4:50AM, mi alzo.”

Shanna Small

Shanna Small

Il conteggio dei Vinyasa: tra mantra e terapia (part 2)

A. Grim Hall durante la pratica

Prosegue con questo post il lavoro dedicato al conteggio dei Vinyasa durante la pratica dell’Ashtanga. A proposito, ci avete provato? Personalmente, la mia pratica ha avuto un incredibile salto di qualità da quando ho introdotto il conteggio durante l’esecuzione degli asana. Soprattutto per i praticanti di lungo corso, l’introduzione di tanto in tanto di un elemento di concentrazione diverso aiuta a ritrovare la dimensione meditativa, togliendo quell’automatismo che può sorgere dalla ripetizione delle serie. E come giustamente faceva notare John Scott, la recitazione dei numeri diventa un mantra da portare con sé durante la pratica, con l’evidente risultato di una mente davvero sgombra e pronta alla meditazione. Anthony Grim Hall nel suo approccio al conteggio dei Vinyasa ci porta anche ad integrare questa pratica con quella del Drishti (la direzione dello sguardo durante gli asana) e del respiro. Leggiamo come…

Una nota sul Drishti

“Pattabhi Jois non parla molto del Drishti in ‘Yoga Mala’, né lo fa Krishnamacharya; le indicazioni riguardano prevalentemente nasagra drishti [lo sguardo rivolto alla punta del naso] o  broomadhya drishti [lo sguardo rivolto al punto tra le due sopracciglia]. Tuttavia, Pattabhi Jois fa un’affermazione relativa al settimo Vinyasa di Suryanamaskara B che è un caposaldo di tutto il metodo. Manju Jois dice che nasagra drishti è una sorta di ‘drishti di default’, ma aggiunge che siamo liberi anche di chiudere gli occhi.

SURYA NAMASKARA B, SETTIMO VINYASA
“Questo è il metodo per il primo Surya Namaskara, che viene spesso praticato cantando i mantra. Per questo, la meditazione è di fondamentale importanza, così come lo sono i drishti, o direzioni dello sguardo, che includono: nasaga drishti (la punta del naso) per samasthiti; broomadhya drishti (il punto tra le due sopracciglia) per il primo vinyasa; nasagra drishti per il secondo vinyasa; broomadhya drishti per il terzo vinyasa – in altre parole, per i vinyasa dispari, lo sguardo va rivolto al punto tra le due sopracciglia; e per i vinyasa pari, lo sgurado va rivolto alla punta del naso. Oltre a ciò, nei vinyasa pari, andrebbe praticato rechaka e, per i dispari, puraka. Nell’insieme, il metodo per la pratica di rechaka e puraka è lo stesso per tutti i vinyasa e per tutti gli asana a venire. Il sadhaka [apprendista spirituale] dovrebbe apprendere questo metodo con pazienza”. 
Sri K. Pattabhi Jois, Yoga Mala, 1999 p46

Una nota sul respiro

Il respiro deve essere lungo, pieno e lento, “… come quando si versa l’olio”.  Cerchiamo di sentire il respiro nella parte posteriore della gola, mantenendo una leggera costrizione, sufficiente a creare il classico suono dell’onda. Alcuni lo descrivono come respirazione Ujjayi, altri (Sharath in particolare) sostengono che non si tratti di respiro ujjayi perché questo pranayama impica i kumbhaka (la ritenzione del respiro). Si dice che non vi siano kumbhaka nel metodo di Sri K. Pattabhi Jois, quindi ci si riferisce a questa respirazione come “respiro sonoro”. Krishnamacharya (maestro di Sri K. Pattabhi Jois), tuttavia, utilizzava i kumbhaka appropriati in molti asana, e potremmo sostenere che un’apnea accennata è sempre presente tra inspirazione ed espirazione, una sottile pausa nei cicli respiratori, così come quando lanciamo in aria una pallina da tennis e osserviamo un istante in cui sembra restare sospesa, prima di tornare verso terra. In entrambi i casi, il respiro deve essere lungo, lento e pieno.

Ardha Baddha Pashimottanasana, foto di Marco Pantani

Nel conteggio all’interno dell’asana, il respiro è libero; Krishnamacharya lo descriveva come inspirazioni ed espirazioni lunghe, piene e lente. In molti asana da seduti l’insegnante, durante le classi guidati, tenderà a contare fino a 5 (un tempo era probabilmente 10, quindi 8, infine 5). Potete effettuare cinque brevi respiri a seconda della velocità del conteggio o, come faccio io, tre respiri lunghi, lenti e pieni.

 

Di seguito, una tabella che vi aiuterà a memorizzare i nomi degli asana della prima serie in sanscrito, spiegandone il significato.

Un aiuto ai praticanti: memorizzare gli asana in Sanscrito
Sūryanamaskāra 
sūrya = sole
namaskāra = saluto
Pādāngusthāsana 
pādāngusth = alluce
āsana = posizione
Pāda Hastāsana 
pāda = piede
hasta = mano
Uthitta Trikoṇāsana
uthitta = esteso
tri = tre
koṇa = angolo
Uthitta Pārśvakonāsana 
uthitta = esteso
pārśva = laterale
kona = angolo
Prasārita Pādottānāsana
prasārita = divaricato
pāda = piede
uttānā = intenso allungamento
Pārśvottānāsana
pārśva = laterale
Utthita Hasta Pādāṅguṣṭhāsana
utthita = esteso
hasta = mano
pādāṅguṣṭha = alluce
Ardha Baddha Padmottānāsana
ardha = metà
baddha = legato
padma = loto
Utkatāsana – Vīrabhdrāsana
utkata = fiero, potente
vīra = eroe
Paścimattānāsana
paścima = ovest
Purvottānāsana
purva = est / frontale
Ardha Baddha Padma Paścimattānāsana
ardha = metà
baddha = legato
padma = loto
paścima = ovest
uttāna = intenso
Tiryañgmukha Ekapāda Paścimattānāsana 
tiriañg = trasversale
mukha = faccia
ekapāda = un piede/gamba
paścima = ovest
uttāna = intenso
Jānuśīrṣāsana
jānu = ginocchio
śīrṣa = testa
Marīcāsana 
marīchy = saggio Marichy, figlio di Brahma
Nāvāsana
nāva = barca
Bhujapīḍāsana
bhuja = braccio/spalla
pīḍa = pressione
Kūrmāsana, 
kūrma = tartaruga
Supta = addormentata/sdraiata
Garbha Piṇḍāsana
garbha = utero
piṇḍa = feto

Kukkutasana
kukka = gallo
Baddha Konāsana
baddha = legato
kona = angolo
Upaviṣṭha Konāsana
upaviṣṭha = seduto
kona = angolo
Supta Konāsana
supta = addormentato/sdraiato
kona = angolo
Supta Pādāñguṣṭhāsana
supta = sdraiato
pādāñguṣṭha = alluce
Ubhyaya Pādāñguṣṭhāsana
ubhyaya = addormentato/sdraiato
pādāñguṣṭha = alluce
ūrdhva Mukha Paścimattānāsana
ūrdhva = verso l’alto
mukha = faccia
paścima = ovest
uttāna = intenso
Setu Bandhāsana
setu = ponte
bandha = lucchetto / sigillo / completamento
ūrdhva Dhanurāsana
ūrdhva = verso l’alto
dhanurasana = arco
Salaṁbā Sarvāṅgāsana 
salaṁbā = sostenuto
sarvāṅga = tutti gli arti
Halāsana
hala = aratro
Karṇapīḍāsana
karṇa = orecchio
pīḍa = pressione
ūrdhva Padmāsana
ūrdhva = verso l’alto
padma = loto

Piṇḍāsana
piṇḍa = utero
Matsyāsana
matsy = pesce
Uttāna Pādāsana
uttāna = intenso
pādā = piedi
śīrṣāsana
śīrṣa = testa
Baddha Padmāsana
baddha = legato
padma = loto
Uth Pluthi 
pluthi = saltare / sollevare
NOTA: Per quanto ne sappiamo, Krishnamacharya sviluppò il conteggio dei vinyasa, probabilmente per gestire le affollate classi di giovani uomini, o forse perché ereditò questo metodo dal suo maestro, o ancora forse da un testo antico. Forse non lo sapremo mai. Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, abbandonò il conteggio, anche se Ramaswami mi ha riferito che Krishnamacharya collegava sempre tra loro le posizioni. Se insegnava una posizione isolata, allora iniziava e terminava sempre in samasthiti, come se il conteggio fosse implicito.
Non credo che il conteggio distragga dal respiro: con il tempo, il conteggio sparisce in sottofondo, perdendosi all’orizzonte del respiro”.
Anthony Grim Hall
Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Il conteggio dei Vinyasa: tra mantra e terapia (part 1)

Anthony Grim Hall in Pasasana. Autoritratto

Di tutti gli aspetti dell’Ashtanga Yoga, il conteggio dei Vinyasa è forse quello che mi affascina di più, da sempre. A metà strada tra mantra (contare è, in fondo, un po’ come pregare) e terapia (attenersi al conteggio dei Vinyasa favorisce i processi metabolici messi in atto dalla respirazione ritmica), è anche uno dei principi del metodo che lo rende diverso da qualsiasi altro. Alla ricerca di maggiori informazioni in vista del mio prossimo workshop, ho trovato un post del sempre ottimo Anthony Grim Hall che fa luce, almeno in parte, su questa affascinante teoria. Dico almeno in parte perché il conteggio dei Vinyasa, un po’ come il controllo dei Bandha, è uno di quegli aspetti che un giorno ci sembra di afferrare, e l’altro di aver perso chissà dove. E forse, in un certo senso, è bene che sia così: solo qualcosa che ci sfugge continuamente, in fondo, ci spinge a continuare a cercare.

Ho suddiviso questo lungo post in diversi articoli, per favorire la memorizzazione del conteggio e anche perché Anthony ha approfondito l’argomento soffermandosi anche sul Drishti di ogni conteggio. In questo modo, potete concentrarvi su ogni aspetto con calma.
Buona lettura!

John Scott consiglia di imparare il conteggio dei Vinyasa; non solo se siamo insegnanti, ma anche se siamo semplici praticanti perché secondo lui il conteggio è come un mantra, e contribuisce in modo sensibile alla concentrazione.

“Come si è arrivati a comprendere il conteggio dei Vinyasa?”

In pratica è andata così. Nei primi anni di pratica presso la Shala di Lakshmipuram (agli albori dello stile Mysore), non sapevamo cosa Guruji volesse dire quando ci ordinava: “Catvari!”. Pensavamo che “Catvari” significasse “saltate indietro”, perché Guruji diceva appunto: “catvari – jump back”. Quindi avevamo tradotto questa parola con “saltate indietro”, “Panca” con Cane a Testa in Su, “Sat” come Cane a Testa in Giù, “Sapta” con “saltate avanti”. Pensavamo che “Sapta” volesse dire saltate in avanti! Alla fine ci svegliammo, cominciammo ad ascoltare davvero, e ci rendemmo conto che Guruji stava contando in sanscrito: 4,5,6,7. E ci mettemmo a cercare cosa significasse davvero la parola “vinyasa”.
Guruji diceva che Vinyasa significava “Counted Method”.

Quando il mio caro amico Lino Miele, in Francia, osservò Guruji contare durante una lezione, ebbe un’illuminazione e cominciò ad occuparsi della documentazione dei Vinyasa. Lucy ed io partecipammo al progetto di Lino, che divenne un libro. Da quel momento in poi, decisi che avrei dovuto concentrarmi ed imparare al meglio il conteggio dei Vinyasa di Guruji. 

In ‘Yoga Mala’, il libro di Guruji, il Maestro si riferisce alla pratica come ad un mala, una ghirlanda di posizioni. Ogni posizione ha un suo “stato”, ed ogni stato o Asana ha un numero specifico di  vinyasa contati in entrata e in uscita, ed ognuno di essi è in sintonia con il Respiro. I Vinyasa sono come i grani di un rosario, movimenti coreografati da respiro e movimento; ognuno di essi va contato e su ognuno di essi è opportuno meditare, ed è necessario che il praticante impari questo conteggio come un mantra per la sua pratica personale”.
John Scott, Winter, 2013 Stillpointyoga London

Una nota sul mantenere il conteggio durante la pratica. Rispettare il conteggio dei vinyasa non significa che dobbiamo affrettarci per entrare o uscire da una posizione, soprattutto se stiamo entrando, ad esempio, in Marichiyasana D, per essere al passo con gli altri praticanti presenti alla lezione. Il conteggio non significa contare ogni singolo respiro: sono presenti respiri “extra” per così dire “ufficiali”, proprio per consentirci di entrare correttamente in una postura difficile. Ciò che conta è riuscire a rientrare nel vinyasa corretto al momento giusto.

Un esempio. In Marichiyasana B saltiamo avanti sul “SUPTA inspiro” e dovremmo chiudere la postura prima di “ASTAU espiro”, restando per 5 respiri.  Ma non trovo nessun motivo per cui non si debba camminare in avanti invece che saltare, fare un paio di respiri in più per chiudere la posizione e quindi, quando siamo pronti, espirare una volta entrati nell’asana contando mentalmente “astau”. Se ciò significa che siamo in ritardo rispetto al resto dei praticanti, possiamo comunque restare all’interno dell’asana solo un respiro, ed uscirne insieme a tutti gli altri. A casa o durante la self practice possiamo invece attardarci una volta entrati nell’asana per tutti e cinque i respiri previsti.

Un approccio per imparare il conteggio dei Vinyasa 
Il conteggio qui presentato si basa sui libri di John Scott e Lino Miele. Lino elenca il conteggio in modo semplice e chiaro, ma John entra ancora più in dettaglio in merito ad ogni Vinyasa e alle inspirazioni ed espirazioni “extra”. Il “Full Vinyasa” (n.d.T., la pratica in cui tra una postura e l’altra si esegue un vinyasa completo, partendo e tornando a Samasthiti) è una pratica meravigliosa, io non la trovo più stancante del tradizionale mezzo vinyasa, e se ho problemi di tempo pratico la prima metà della serie un giorno, e la seconda metà il giorno seguente. Esistono differenze nei conteggi tra gli insegnanti più esperti, da Manju a Sharath fino ad arrivare ai più famosi tra i certificati KPJAYI. Sono differenze che dovrebbero suscitare interesse e non polemica. Personalmente, mi piace esplorare le variazioni dei conteggi di  Krishnamacharya, Pattabhi Jois, Manju Jois Lino Miele/John Scott e Sharath.

1. Iniziamo imparando a contare fino a 30 in sanscrito (utilizzate le tabelle qui sotto). Anzi, è sufficiente per la maggior parte dei vinyasa arrivare a 22. E partiamo contando da 1 a 9, conteggio che vi permetterà di praticare correttamente Surynamaskara A.

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
 

2. Praticate alcuni saluti al sole cantando mentalmente il conteggio (tralasciando i 5 respiri di Ardho Mukha Svanasana così non dimenticate dove siete arrivati). Quindi, per una settimana, contate tutti i Saluti al Sole A e B.

Notate come si tende ad andare verso l’alto durante l’inspirazione, e verso il basso durante l’espirazione. Può sembrare ovvio ma è una osservazione che può esserci di aiuto nel localizzare il nostro conteggio, una sorta di GPS interiore. Inoltre, tendiamo a inspirare sui numeri dispari ed espirare sui pari.

ekam  – Inspiro, le braccia vanno verso l’ALTO
dve  – Espiro, il corpo scende verso il BASSO 
trīṇi –  Inspiro, schiena piatta mentre torniamo verso l’ALTO 
catvāri  – Espiro, saltiamo in Chatauranga ( in pratica, verso il BASSO)
pañca  – Inspiro, torniamo verso l’ALTO 
ṣaṭ   –  Espiro, la parte posteriore del corpo va verso l’alto mentre la parte superiore si china e rivolgiamo lo sguardo all’ombelico (BASSO) 
sapta  – Saltiamo con i piedi verso le mani e inspiriamo appiattendo la schiena come in dve, quindi verso l’ALTO 
aṣṭau  – Espirando ci flettiamo verso il BASSO 
nava  – Inspiriamo portando le braccia verso l’ALTO 

Al termine dei vinyasa, rilasciamo le braccia lungo il corpo in Samasthiti, che non viene conteggiata (n.d.T. una sorta di “zero” da cui partiamo e a cui torniamo). 

3. Impariamo il numero di vinyasa per ogni postura, e per lo stato effettivo dell’asana (vedi tabella più sotto); spesso sono la stessa cosa.

Ad es. da Ardha Baddha Padmottānāsana a Marichiyasana C tutti gli asana hanno 22 Vinyasa, e lo stato dell’asana cade all’8 e al 15 (che rappresentano i due lati dell’asana). 

4. Immaginando di aver imparato a contare in sanscrito, ora dobbiamo solo sapere su quale numero cade lo “stato” dell’asana.

Sappiamo come contare durante i vinyasa, avendo praticato in Surya Namaskara, e sappiamo su quale numero cade lo stato dell’asana che vogliamo eseguire: se vi sono discrepanze, significa che abbiamo avuto bisogno di inserire o togliere un respiro.

Ad es. nell’esecuzione dei quattro Prasarita, vogliamo trovarci nell’asana a TRINI. Quindi EKAM (inspiro) corrisponde all’apertura delle gambe, ma se ci piegassimo immediatamente, ci troveremmo nell’asana a DVE e non a TRINI. Questo significa che ci deve essere un vinyasa extra. DVE (espiro) corrisponde alla flessione in avanti e al poggiare le mani a terra. Non possiamo fletterci durante l’espirazione dunque deve esserci una inspirazione extra, che non è conteggiata, guardiamo verso l’alto, appiattiamo la schiena e in TRINI (espiro) portiamo la testa sul tappetino per i nostri 5 respiri. 

HALF VINYASA: Qui sotto trovate il conteggio del full vinyasa, half vinyasa è in pratica una versione più breve della pratica, ma implica comunque il conteggio completo. Se scegliamo di praticare half vinyasa non torniamo a samastithi dopo ogni posizione da seduti, ma solo ad Adho mukha svanasana (cane a testa in giù). Nonostante questo, inizieremo comunque il conteggio a SUPTA quando eseguiamo il jump through per la postura successiva, esattamente come se fossimo arrivati a Samasthiti e ritorno. Imparare su quale numero “cade” l’asana ci aiuta a capire in che modo è stata abbreviata la pratica attuale degli half vinyasa.

5. Lavorate su gruppi di asana, quindi imparate i vinyasa della sequenza in piedi per una settimana, quindi la settimana successiva aggiungete gli asana fino a Navasana, la terza settimana  terminate il conteggio di tutta la sequenza della prima serie, e infine aggiungete la sequenza di chiusura.

6. Esplorate un paio di vinyasa complessi al di fuori della vostra pratica quotidiana, semplicemente ripetendone il conteggio, magari alla sera, per non costringervi ad interruzioni durante la pratica regolare.

I libri possono essere di aiuto. Il libro di John Scott è probabilmente il migliore per delineare i vinyasa, oltre che essere esaustivo nella spiegazione senza essere prolisso. Anche il libro di Sharath è eccellente a questo scopo. Yoga Mala di Sri K. Pattabhi Jois completerà il vostro lavoro di studio al di fuori del tappetino.

Un’altra eccellente risorsa relativa al conteggio dei vinyasa è quella di Dr. Ronal Steneir e del suo team, a questo link:  http://www.ashtangayoga.info/practice/

7. Praticate qualche guidata seguendo un CD o un DVD. E’ senz’altro un aiuto anche se dovrete comunque lavorarci da soli. La nuova app di John Scott è praticissima a questo scopo. Anche il CD di Sharath, con il solo conteggio e i nomi degli asana è ottimo, e il DVD di Manju dove durante una guidata tutti ripetono il conteggio.

Contare in Sanscrito 

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
10  = daśa 
11  = ekādaśa 
12  = dvādaśa 
13  = trayodaśa
14  = caturdaśa 
15  = pañcadaśa 
16  = ṣoḍaśa 
17  = saptadaśa 
18  = aṣṭadaśa 
19  = ekonavimśatiḥ 
20  = vimśatiḥ 
21  = ekāvimśatiḥ
22  = dvāvimśatiḥ 
23  = trayovimśatiḥ 
24  = caturvimśatiḥ 
25  = pañcavimśatiḥ 
26  = ṣoḍavimśatiḥ; 
27  = saptavimśatiḥ 
28  = aṣṭovimśatiḥ

Il Conteggio della Prima Serie dell’Ashtanga Vinyasa

Legenda:
Il primo numero seguito da * è il numero dei vinyasa
I numeri dopo l’asterisco sono lo “stato” dell’asana
Quindi  Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15  rappresenta tutte le tre versioni di Jānuśīrṣāsana, che hanno ognuna 22 vinyasa e in cui lo stato dell’asana (per ciascun lato) cade su 8 e 15.
Ho raggruppato gli asana che hanno lo stesso vinyasa/stato per aiutare la memorizzazione:
POSTURE IN PIEDI
Sūryanamaskāra A = 9 vinyasa  B = 17 vinyasa 
 
———————————————————————————
Pādāngusthāsana 3 * 2
Pāda Hastāsana    3 * 2
——————————————————–
Uthitta Trikoṇāsana A and B         5 * 2 , 4
Uthitta Pārśvakonāsana A and B   5 * 2 , 4                
——————————————————–
Prasārita Pādottānāsana A to D      5 * 3           

——————————————————–

Pārśvottānāsana     5 * 2 , 4 
Utthita Hasta Pādāṅguṣṭhāsana    14 * 2 , 4 , 7 & 9, 11 , 14 
Ardha Baddha Padmottānāsana     9 * 2 + 7       
 
Utkatāsana 13 * 7

Vīrabhdrāsana  16 * 7 , 8 , 9 , 10


PRIMA SERIE – POSIZIONI DA SEDUTI
Paścimattānāsana  16 * 9  
 
Purvottānāsana 15 * 8   
———————————————–
Ardha Baddha Padma Paścimattānāsana  22 *  8 , 15
 
Tiryañgmukha Ekapāda Paścimattānāsana  22 * 8 , 15 
 
Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15 
 
Marīcāsana A and B        22 *  8 , 15
—————————————————
 
Marīcāsana C and D  18 * 7 , 12  
Nāvāsana  13 * 7 
 
Bhujapīḍāsana 15 * 7 ,  8 
 
Kūrmāsana 16 * 7 
Supta Kūrmāsana  16 * 8 
 
Garbha Piṇḍāsana  15 * 8 
 
Kukkutasana   15 * 9 
Baddha Konāsana     15 * 8 
 
Upaviṣṭha Konāsana      15 * 8 , 9 
 
Supta Konāsana        16 * 8   
 
Supta Pādāñguṣṭhāsana     28 * 9 , 11 , 17 , 19 
Ubhyaya Pādāñguṣṭhāsana    15 * 9  
 
ūrdhva Mukha Paścimattānāsana         16  * 10  
 
Setu Bandhāsana     15 * 9    
 
SEQUENZA DI CHIUSURA
ūrdhva Dhanurāsana      15 * 9  
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Salaṁbā Sarvāṅgāsana      13 * 8 
 
Halāsana         13 * 8   
 
Karṇapīḍāsana          13 * 8 
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ūrdhva Padmāsana              13 * 9 
 
Piṇḍāsana                 13 * 9
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Matsyāsana          14 * 8  
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Uttāna Pādāsana       13 * 8 
śīrṣāsana          13 * 8 
Baddha Padmāsana        13 * 8   
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Yoga mudra          14 * 9  
Padmasana             13 * 8    
Uth Pluthi            14 * 8 

(continua)

di Anthony Grim Hall

traduzione e commenti di Francesca d’Errico