I Bandha: mito o realtà?

Chi di voi non ha in qualche modo sentito le proprie certezze scuotersi quando una famosa insegnante di Ashtanga Yoga ha dichiarato “i bandha non esistono?”

Beh, io qualche domanda me la sono fatta, e nella mia esperienza ventennale devo dire che i bandha, seppur ineffabili, mi sono sempre sembrati molto reali. Certo, non sono l’elemento chiave per eseguire una verticale perfetta, ma senza i famigerati bandha la mia pratica risulta decisamente più pesante e faticosa. Mi sono dedicata quindi ad una ricerca approfondita e ho trovato un utilissimo articolo di David Keil, esperto insegnante di Yoga e bodyworker, nonché per anni braccio destro di John Scott durante i suoi teachers’ trainings.  Ve lo traduco sperando come sempre di esservi utile! E vi raccomando di seguire il sito di David, YogaAnatomy, per essere sempre aggiornati sull’interazione tra anatomia classica e Yoga.

“Ciao David, ho appena letto il commento di una insegnante di Yoga che afferma che i bandha sono un mito, e che attivare i muscoli perineali alla base della pelvi non è di alcun aiuto nell’esecuzione di jump back e through. Cosa ne pensi?” 

L’Hatha Yoga Pradipika, uno dei principali testi dedicati alla pratica degli asana e del pranayama, descrive uddiyana e mula bandha come pratiche che coinvolgono mente e corpo nel direzionare la nostra energia (nel testo ovviamente non si fa menzione di jump back e through). Ma allora, i bandha si attivano a livello muscolare o energetico? Direi che il concetto di bandha copre diverse aree: corporea, energetica, e anche metaforica. Sebbene la parola bandha venga tradotta abitualmente come “chiusura”, “blocco”, o “lucchetto”, se dovessi definire il concetto in modo più generico direi che i bandha sono “consapevolezza interiore concentrata, con una direzione”.

Quando facciamo riferimento ai bandha, solitamente parliamo di Uddiyana e Mula Bandha. L’Hatha Yoga Pradipika descrive così uddiyana bandha:
“Il portare all’indietro l’addome al di sopra e al di sotto dell’ombelico, è chiamato uddiyana-bandha.” (Ch.3: Vs.57 – Mohan translation)

E parla così di mula bandha:
“Premere il perineo con il tallone, contrarre il perineo e dirigire apana verso l’alto. Questa azione è chiamata mula-bandha.”
(Ch. 3: Vs.:61 – Mohan translation)

Corporeo

No, il jump back non è lo scopo della contrazione muscolare e della concentrazione mentale che nell’Hatha Yoga Pradipika descrivono mula e uddiyana bandha. Il testo parla invece di una sottile pratica interna che sostiene lo stato meditativo. Tuttavia, quelle stesse contrazioni muscolari, eseguite con attenzione possono influenzare anche la nostra attività corporea. Contrarre questi muscoli può quindi avere un effetto sul controllo dei nostri movimenti? Assolutamente sì. Chiunque abbia assistito ad una performance di balletto o ginnastica artistica sa quali effetti abbia questo sottile controllo sui movimenti del corpo.

Cerchiamo di comprendere la corporeità dei bandha. Fisicamente, la descrizione di  mula bandha nell’Hatha Yoga Pradipika si traduce nel dirigere la nostra attenzione nell’area che circonda il perineo. Il principale gruppo di muscoli che troviamo in quel punto è il gruppo dei muscoli pubococcigei (PCM). L’azione di questi muscoli, quando si contraggono, è di sollevare il pavimento pelvico, e nel far ciò fornire supporto muscolare agli organi viscerali situati in quell’area. Indirettamente, i PCM sostengono e stabilizzano la colonna, perché la pelvi sostiene la colonna vertebrale.

Per quanto riguarda uddiyana bandha l’Hatha Yoga Pradipika lo definisce come il dirigere la nostra attenzione verso gli strati profondi della muscolatura addominale. Se ci spingiamo un po’ più in profondità rispetto al  muscolo retto addominale, troviamo il trasverso e l’ileopsoas. La principale azione del trasverso è comprimere l’addome e stabilizzare il tronco. L’azione primaria della contrazione dell’ileopsoas, invece, è di flettere l’articolazione dell’anca. Lo Psoas major, parte dell’ileopsoas, è il muscolo che da’ inizio all’atto di camminare.

Potete immaginare che se combiniamo tutta questa azione muscolare per stabilizzare la colonna vertebrale a livello degli strati più profondi del corpo, e poi utilizziamo un muscolo potente come l’ileopsoas per dare inizio al movimento, l’impatto che ne risulta in termini di leggerezza e stabilità in movimenti come il jump back e through è di notevole importanza. Ovviamente i bandha non rappresentano la soluzione istantanea al jump back. E’ l’interazione tra l’impiego di tutti i gruppi muscolari coinvolti, della forza necessaria e della tecnica appresa nel tempo che ci portano all’esecuzione di un jump back. I bandha influenzano quindi la sensazione e l’aspetto dei nostri jump back. Come diamo inizio ad un movimento, e i muscoli da cui partiamo per muoverci, sicuramente ne influenzano la leggerezza e l’armonia.

Energetico

Ora proviamo ad esplorare l’idea dei bandha come un modo per dirigere la nostra energia. Se riteniamo che lo Yoga non sia solo asana, ma che sia un percorso verso una maggiore concentrazione e quindi verso uno stato di meditazione, allora abbiamo bisogno di strumenti che costituiscano un ponte per connetterci da un punto all’altro. Potremmo scegliere di iniziare il nostro percorso con gli asana, perché il corpo è qualcosa verso cui è facile dirigere la nostra attenzione. Mantenere questa attenzione, tuttavia, può essere difficile; alla mente piace vagare qua e là. Utilizzare uno strumento più sottile come il respiro può approfondire la nostra attenzione rilassando il nostro sistema nervoso, sostenendo il nostro livello di attenzione. E i bandha fanno parte del respiro.

Usiamo la contrazione muscolare per gestire il respiro durante la pratica degli asana. Il respiro invia informazioni al sistema nervoso, e viceversa. Il controllo muscolare del respiro che deriva dal concetto di bandha influenza la velocità e la qualità della respirazione. In altre parole, dando una diversa forma o tensione al contenitore addominale ha un effetto su come tale contenitore si muove, cosa che a sua volta influenza la sensazione del nostro respiro. Il modo in cui gestiamo il nostro respiro influenza il sistema nervoso, e in tal modo influenza la nostra esperienza a livello energetico.

Se guardiamo un film del terrore, cosa ci accade a livello muscolare e respiratorio nel momento in cui il killer appare improvvisamente da dietro la porta? Molto probabilmente i nostri muscoli si contraggono e il nostro respiro si fa più rapido. L’esperienza di quel particolare momento è proprio di… terrore! Per contro, immaginiamo di essere sulla spiaggia e di osservare un bel tramonto. In questo caso i nostri muscoli sono rilassati e il nostro respiro è più lento. La qualità della nostra esperienza è completamente diversa. Possiamo dunque utilizzare l’intenzione per contrarre sottilmente determinati muscoli, in modo tale da influenzare il nostro sistema nervoso, per creare un particolare tipo di esperienza.

Oggetto di meditazione

Un altro modo per concettualizzare i bandha è definirli “oggetto di meditazione”, invece che un trucchetto magico per eseguire un bel jump back. Se l’esplorazione dei bandha mantiene la nostra attenzione verso un’unica direzione, allora siamo sulla strada giusta, la strada dello Yoga, perché stiamo cercando di dirigere la nostra attenzione verso un unico oggetto. In questo caso, i bandha diventano il nostro “oggetto di meditazione”.

Metaforico

Mi auguro che la pratica dello Yoga ci aiuti a raggiungere un maggiore equilibrio nella nostra vita. E’ certamente uno dei benefici che viene maggiormente citato da chi lo pratica. L’idea di un bandha della “radice” e di un bandha che ci “eleva” può diventare un modo per descrivere la nostra esplorazione dell’equilibrio. Ma equilibrio tra cosa, esattamente? Suggerirei un equilibrio tra sforzo e agio, o stabilità e leggerezza, o radicamento ed elevazione. In senso più pratico o mondano, potremmo definirlo un equilibrio tra un’eccitante avventura e una stabile dimora. E’ prana e apana, Yin e Yang, o qualunque altra definizione utilizzata per descrivere energie apparentemente opposte.

In conclusione…

… I bandha sono un concetto dalle molte facce, che possiamo utilizzare in diversi aspetti della nostra pratica; dai jump back alla meditazione. Non esiste una sola, semplice risposta che possa definire l’idea o gli effetti del lavoro sui bandha. L’evoluzione e la crescita della nostra pratica determinano la nostra esperienza dei bandha.

David Keil 

(traduzione di Francesca d’Errico)

Bandhas for Dummies – i Bandha secondo Paige

I bandha spiegati online? Chi mi conosce sa che agli insegnamenti online preferisco sempre e di gran lunga l’esposizione ad un maestro dal vivo. E per fortuna Paige Elizabeth Warthon, insegnante di Ashtanga Yoga di grande talento e incredibile praticante (date un’occhiata al video girato da Alessandro Sigismondi per farvi un’idea) è stata così gentile da venire a trovarci ad Ashtanga Yoga Follonica pochi giorni fa, per un seminario che ci ha letteralmente fatto volare sul tappetino. Tuttavia Paige, instancabile professionista, ha realizzato anche una serie di videocorsi disponibili a tutti sul suo sito The Dharmic Path.

Il videocorso di cui voglio parlarvi oggi è quello dedicato ai bandha (Bandhas for Dummies). In tanti anni, tra astruse dissertazioni esoteriche o, al contrario, meramente fisiologiche, non mi era mai capitato di ascoltare una spiegazione così semplice ed efficace dei bandha, immediatamente accessibile anche ai meno esperti. Seguendo il corso di Paige, anche un principiante è in grado di capire come attivare i bandha e quindi l’aspetto energetico della pratica, invece che cercare di inseguirli per anni cercando di tradurre concetti complicati e non immediatamente accessibili intuitivamente. Non solo: attraverso il suo video, sarà più semplice capire come integrarli all’interno degli asana che compongono la nostra pratica, mantenendoli attivi dall’inizio alla fine.

Paige Elizabeth Warthon ad Ashtanga Yoga Follonica

Personalmente, ho trovato questo videocorso illuminante soprattutto per chi insegna. Non è facile spiegare ad uno studente, soprattutto se all’inizio del suo percorso nello Yoga, come attivare questi centri energetici per spostare la pratica da semplice esercizio fisico a vera e propria esperienza del corpo energetico. Il ripasso, lo confesso, è stato molto utile anche e soprattutto per la mia pratica, che negli ultimi due anni, seguendo il trend che vede l’integrazione dello Yoga con altre discipline più fisiche (come il calistenico), si era un po’ spostata in una direzione più fisica. Ritrovare i bandha nella pratica significa alleggerirla, spostarla dal piano fisico, molto più “denso” a quello più sottile e leggero del corpo energetico. E indovinate un po’: si torna a volare sul tappetino, e sorpresa sorpresa, si impara ad usare Jalandhara Bandha come elemento essenziale al contenimento dell’energia e al suo utilizzo per fluire da un asana all’altro.

Fatevi un giro sul sito di Paige, ascoltate le sue lezioni online e mettete in pratica i suoi consigli. La vostra pratica ne guadagnerà sotto ogni aspetto. PS: il secondo videocorso che vi consiglio è quello dedicato ai Saluti al Sole. Sono pronta a scommettere che anche i vostri Surya Namaskar non saranno più gli stessi e diventeranno realmente la base su cui costruire tutta la vostra pratica. Una nota personale: ogni volta che incontro un maestro, rivisito la mia pratica dalle basi, e scopro un aspetto che avevo trascurato e che la rende di colpo nuova (facendomi sentire di nuovo principiante!). Per chi pratica da tanti anni, questo è ciò che riesce a mantenere viva la dedizione quotidiana a salire sul tappetino. Non smettete mai di essere studenti!

Paige Elizabeth Warthon tornerà ad Ashtanga Yoga Follonica… stay tuned!

Nel frattempo, frequentate i suoi video corsi su The Dharmic Path.

Francesca d’Errico

Il prossimo appuntamento ad Ashtanga Yoga Follonica è con un’altra incredibile insegnante: Susanna Finocchi, che sarà nostra ospite dal 30/11 al 2/12. Tutti i dettagli sul post dedicato e sull’evento facebook. Ancora 3 posti disponibili!

Ashtanga Yoga Follonica: eventi d’autunno

Ashtanga Yoga Follonica è diventata in questo ultimo anno e mezzo la casa di tanti praticanti, Maremmani doc e di passaggio. Insieme, stiamo continuando a vivere lo Yoga animati dallo spirito di ricerca che ha spinto gli Yogi di tutto il mondo ad intraprendere questo cammino. Fedeli alle tradizioni, ma con la voglia di renderle attuali, arricchendole delle conoscenze dei maestri che ci ispirano con il loro lavoro. In meno di un anno e mezzo dal mio “sbarco” in Maremma, quanta strada abbiamo fatto insieme! Il merito è di voi praticanti, e di Yoga Studio ASD, che ha creduto nelle mie intenzioni e mi ha supportato in questo percorso che diventa ogni giorno più intenso e pieno di soddisfazioni. Abbiamo trascorso mesi estivi bellissimi, e molto lavoro ci aspetta questo autunno. Con ospiti eccezionali! Eccovi una veloce panoramica: vi aspettiamo sul tappetino!

Simon Borg-Olivier by F. Ferrara

La nostra estate è stata illuminata dall’incontro con un Maestro d’eccezione, Simon Borg-Olivier. Simon è stato tra i primi occidentali a praticare con Sri K. Pattabhi Jois e B.K.S. Iyengar. E’ un esperto fisioterapista che dedica tutto il suo tempo alla ricerca sul movimento e sullo Yoga terapico (e vi consigliamo i suoi corsi online!). Il seminario che ha condotto presso la nostra Shala è stato un momento di grandissima condivisione, che ha toccato tutti i partecipanti nel profondo. E per noi di Ashtanga Yoga Follonica, che ci auguriamo di rivederlo prestissimo, per approfondire il lavoro iniziato, è stato il “la”  che ci ha spinti a volere una serie di eventi che renderanno il nostro autunno una stagione davvero speciale.

Paige Elizabeth Warthon

Il primo appuntamento sarà con Paige Elizabeth Warthon, fondatrice di The Dharmic Path, insegnante di Ashtanga Yoga con al suo attivo la quarta serie, che solo pochissimi praticanti sono in grado di sostenere con la sua grazia. Guardate il video realizzato da Alessandro Sigismondi per vedere di cosa è capace! Con Paige ci vedremo il 15/10 per una masterclass di due ore che inizierà alle 13:30. Affronteremo con lei i jump back, esploreremo insieme ogni singolo aspetto di questa transizione fondamentale per l’Ashtanga Yoga, grazie alla sua indiscussa capacità di trasmettere il concetto dei bandha e come applicarli nella pratica.

Il secondo attesissimo appuntamento sarà con la leggendaria Susanna Finocchi, insegnante autorizzata KPJAYI Level 2, tra le primissime europee ad avere scoperto l’Ashtanga Yoga (il suo primo viaggio a Mysore risale al 1993) e fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen. Susanna ha un patrimonio immenso di profonda conoscenza del metodo Ashtanga, della sua tradizione, delle sue origini. Ci guiderà, dal 30/11 al 2/12, in un classico seminario caratterizzato da una classe guidata in Sanscrito, venerdì 30/11 alle 18:30, per proseguire con due classi Mysore Style (sabato e domenica mattina) e un approfondimento teorico-pratico il sabato pomeriggio, con un’introduzione al chanting. Preparatevi ad immergervi nelle atmosfere di Gokulam, il quartiere di Mysore dove ha sede la storica “main Shala” del metodo che ha conquistato milioni di praticanti in tutto il mondo! Anche in questo caso vi rimando all’evento facebook su cui potete trovare tutti i dettagli.

Susanna Finocchi e Sharath Jois

In entrambi i casi, Ashtanga Yoga Follonica desidera mantenere l’intenzione di proporre eventi in cui l’interazione individuale tra insegnante e praticante sia massima. Dunque anche questa volta il numero di partecipanti è chiuso (massimo 25 persone): affrettatevi! Vi ricordo che per confermare la partecipazione è necessario scrivermi in privato, alla mail: fmderrico@gmail.com.

Abbiamo pensato ai praticanti che desiderano raggiungere la Maremma e pernottare vicino al mare, creando una convenzione con l’Hotel Giardino, centralissimo a Follonica e molto vicino alla Shala. L’Hotel Giardino dispone inoltre della spiaggia più bella del Golfo che, per l’evento di settembre, è ancora attrezzata! E’ sufficiente prenotare al numero 0566 41547 menzionando “Francesca Yoga” per usufruire delle tariffe speciali che ci sono state riservate.

Noi vi aspettiamo come sempre in Shala, in Via del Fonditore 113/A per praticare Ashtanga Yoga, da lunedì a giovedì, a partire dalle 13:15. Vi ricordo che la Shala offre anche corsi di Hatha Yoga (guidati da Stefano Berti) e di Iyengar Yoga (Giusi Termini).

F. d’Errico

Yoga Synergy a Follonica, by F. Ferrara

In Maremma, un grande Maestro: Simon Borg-Olivier

In questo ultimo anno mi sono molto concentrata sull’insegnamento nel luogo che ora posso chiamare Casa (sì, con la C maiuscola): la Maremma. Ho scelto di trasferirmi nell’area geografica italiana con la minore densità di popolazione rispetto al territorio. La natura qui è dominante, il traffico inesistente, le strade lunghe e circondate da un verde lussureggiante, e da ogni angolo il mare è raggiungibile in pochi minuti. Ho scelto di vivere a contatto con la natura, in un paesino medievale che conta meno di 1000 abitanti, a dieci minuti da Follonica, dove ho la fortuna di condividere con altri due bravissimi insegnanti, Stefano Berti e Giusy Termini, uno spazio dedicato interamente allo Yoga, Yoga Studio ASD. Proponiamo Ashtanga Vinyasa Yoga (e tengo al termine Vinyasa, perché legato al Vinyasa Krama di Krishnamacharya, l’arte di creare sequenze), Hatha Yoga e Iyengar Yoga. E il nostro comun denominatore è la costante ricerca, perché nella mia esperienza personale lo Yoga è, soprattutto, continua e incessante ricerca.

Come i miei lettori sanno ormai fino alla nausea, ho iniziato a praticare Ashtanga Vinyasa Yoga vent’anni fa, quando a Mysore ancora la scuola fondata da Sri K. Pattabhi Jois si chiamava Ashtanga Yoga Research Institute. E la parola Research mi è particolarmente cara, perché rappresenta la totale assenza di dogma, l’apertura verso tutto ciò che può rendere la pratica migliore, più completa, adatta a seguire il praticante nelle diverse fasi della sua vita. Tra i tanti maestri che negli ultimi anni hanno catturato la mia attenzione, come testimoniano i tanti articoli che gli ho dedicato sul mio blog, c’è Simon Borg-Olivier, maestro, tra gli altri, di Mark Robberds, che oltre ad essere insegnante di Yoga tra i più innovativi in Occidente, è anche un esperto fisioterapista. La sua immensa conoscenza dei meccanismi che regolano il corpo e la mente umana rendono i suoi insegnamenti di grandissimo valore non solo per chi pratica ma anche e soprattutto per chi insegna.

Da tempo desideravo proporre un seminario intensivo dedicato a pochi studenti, per poter garantire a tutti i partecipanti la massima interazione individuale con il maestro. Ho percepito ultimamente da parte di moltissimi praticanti e insegnanti di Ashtanga la necessità di integrare la pratica “tradizionale” con qualcosa che possa renderla adatta a tutti gli stadi dell’esistenza, lontana dai dogmi, sicura, in grado di nutrire il corpo e la mente, rendendo il praticante una persona in salute, calma, concentrata. Troppo spesso ho percepito in molte Shala un senso di aperta competizione (con se stessi e con gli altri), un accanimento verso la postura più difficile senza gli interrogativi che dovrebbero precederla, ovvero: ne ho bisogno? Mi serve, e a cosa esattamente? Sono davvero pronto per questa posizione? Il mio corpo è adatto ad eseguirla? E così via.

Ho studiato a lungo i testi di Krishnamacharya, le chart originali della pratica, ho sperimentato su me stessa le integrazioni proposte da chi ne sa più di me, e ho introdotto nella mia pratica asana e movimenti che, nel tempo, si sono dimostrati non solo utili, ma di grande beneficio. Desideravo confrontarmi con un insegnante che sapesse darmi qualcosa di più di quanto appreso tradizionalmente, negli anni, e di quanto sperimentato nella mia pratica personale.

Simon Borg-Olivier by A. Sigismondi

Simon Borg-Olivier ha accettato di venire a trovarci a Follonica, per un intensivo di due giorni in cui esploreremo metodi rivoluzionari per lavorare su postura, movimento e respiro, e per accedere al sistema nervoso in modo tale da diventare davvero padroni del nostro corpo fisico ed energetico. I metodi di Simon sono terapeutici e possono essere di grande aiuto nell’alleviare tensioni fisiche e mentali. Le sessioni includeranno istruzioni dettagliate sulla postura, sul movimento e sul respiro, seguite da una pratica vinyasa priva di istruzioni verbali e guidata dalla musica, in cui seguiremo Simon in uno stato meditativo. Impareremo a sviluppare una pratica personale che ponga al centro il benessere fisico e mentale, rendendoci in grado di reagire con più prontezza anche ad eventuali future problematiche muscolo-scheletriche.

Durante questo intensivo scopriremo i movimenti spinali che rinforzano i muscoli del “core” promuovendo la salute dei nostri organi interni. Scopriremo come attivare la forza del nostro corpo fisico mantenendo una colonna vertebrale priva di dolore. Capiremo cos’è l’energia interiore, in che modo possiamo aiutare il nostro sistema immunitario, come respirare per migliorare la circolazione sanguigna e ridurre lo stress. E infine, sperimenteremo la meditazione in movimento e nell’immobilità del corpo.

 

Non potremmo desiderare niente di più! Siamo quasi al completo, sono ammessi al massimo 24 partecipanti, e restano solo due posti disponibili. Un’occasione unica e irripetibile. Tuffi, tramonti spettacolari immersi nel verde delle pinete maremmane sono ovviamente inclusi.

Tutte le informazioni sono a disposizione sull’evento facebook: per iscriversi, inviatemi subito una mail: fmderrico@gmail.com.

Vi aspetto sul tappetino insieme al grande Simon.

Il respiro durante la pratica – Simon Borg-Olivier, part 2

Simon Borg-Olivier by A. Sigismondi

Sono davvero felice di continuare il lavoro di traduzione degli interessantissimi post di Simon Borg-Olivier sul respiro durante la pratica. Più passano gli anni, più mi rendo conto di come il respiro sia probabilmente l’aspetto più importante della nostra pratica, l’elemento che ci consente non solo di affrontare in sicurezza le posizioni più complesse, ma anche e soprattutto di esercitare un controllo sulle fluttuazioni della mente, rendendo gli asana una vera e propria meditazione in movimento. Come sempre, il pensiero di Simon attira moltissimi lettori e i suoi approfondimenti sono davvero un tesoro di grande valore per chi pratica. Ecco quindi i suggerimenti di Simon per l’esecuzione di una corretta respirazione yogica anche in italiano.
“Mi è stato chiesto consiglio su come eseguire correttamente una lenta respirazione yogica completa. Ecco la mia risposta.
*** La respirazione yogica completa ha molti benefici fisici e fisiologici, se eseguita correttamente. Fisicamente aiuta a mobilizzare la colonna e le costole e a massaggiare gli organi interni. Fisiologicamente può calmare il sistema nervoso, aumentare la temperatura corporea e la circolazione sanguigna, ridurre l’appetito e migliorare drammaticamente i livelli di energia individuali. Tuttavia, non è cosa semplice da eseguire e se effettuata in modo errato può invece provocare giramenti di testa, catarsi emotive, eccessiva tensione della colonna vertebrale, perdita di energia e fame eccessiva.

*** Nella sua forma più semplice, un respiro yogico completo ci fa ‘sentire’ di aver immesso aria sia nella parte inferiore del tronco (compresi addome e zona lombare) che nella sua parte superiore (inclusi torace e parte superiore della colonna). Tre semplici opzioni per i diversi tipi di respiro completo sono:
(i) riempire prima la porzione inferiore del tronco e poi quella superiore;
(ii) riempire prima la porzione superiore del tronco e poi quella inferiore;
(iii) riempire in modo organico sia la parte superiore che quella inferiore del tronco.

*** Per diverse ragioni è solitamente meglio imparare prima a (i) riempire la porzione inferiore del tronco e poi quella superiore. Per molti, la sfida è riuscire ad espandere la parte superiore del tronco (spalle e torace) dopo aver riempito addome e zona lombare senza perderne l’espansione e senza inibire il diaframma. Inizialmente è più semplice praticare questo tipo di respirazione completa sdraiati sulla schiena, magari con un supporto sotto il corpo. Con la pratica possiamo poi anche eseguirla da seduti, mantenendo la schiena eretta e il tronco rilassato, ma dovendo in questo caso lavorare contro la forza di gravità, la posizione seduta è solitamente più difficile per molti.

*** Circa il 90% delle cause di stress e di altri problemi fisiologici negli individui adulti è da attribuirsi ad una incapacità di respirare, che porta a riempire il torace dopo aver attivato i muscoli obliqui addominali in modo tale da inibire il diaframma. Inoltre, se il ciclo respiratorio è persistentemente superiore ad un respiro pieno al minuto a riposo, possiamo parlare di iperventilazione, un problema che può provocare effetti negativi a lungo termine, come stress eccessivo, catarsi emotiva e riduzione del livello di energia.

*** Il respiro completo consiste inizialmente di una semplice inspirazione ed espirazione. Con la pratica e il tempo, le apnee successive ad inspirazione ed espirazione possono essere introdotte gradualmente. All’inizio è consigliabile praticare sia una lenta e profonda inspirazione o una lenta e profonda espirazione, ma non entrambe contemporaneamente. E’ inoltre utile, durante le fasi di apprendimento, eseguire qualche breve respiro naturale tra i cicli di respirazione profonda.

INSPIRAZIONE:
*** E’ consigliabile imparare dapprima ad inspirare lentamente e profondamente. Per apprendere una inspirazione completa è bene consentire al respiro di entrare nel pavimento pelvico e nell’addome (respirazione diaframmatica), piuttosto che nel torace (respirazione toracica). Ecco il significato di un respiro profondo: il respiro profondo viene ‘sentito’ profondamente nel corpo (ad esempio, nel pavimento pelvico). Eseguire un respiro profondo non significa semplicemente introdurre una maggiore quantità di aria, o espandere di più il torace. Con il tempo possiamo ovviamente anche introdurre più aria e riempire il torace, purché l’addome resti completamente rilassato e con la sensazione di essere ‘pieno’ d’aria. Una inspirazione completa dovrebbe farci sentire il riempimento dei polmoni (quindi la sensazione di riempire il tronco), esattamente come riempiamo un bicchiere di acqua, dalla base verso l’alto, con calma, e in modo rilassato. Per ottenere i migliori effetti fisiologici, l’inspirazione dovrebbe durare tra i 30 e i 60 secondi e oltre, cosa difficile da ottenere senza stress, soprattutto all’inizio. E’ necessario un allenamento costante e dedicato per raggiungere questo obiettivo.

ESPIRAZIONE:
*** Inizialmente, è utile lasciare che l’espirazione sia passiva (rilassata), piuttosto che mettere in azione i muscoli pettorali o addominali. E spesso imparare ad espirare lentamente è una vera sfida per molti. La chiave di volta è il focus sul rilassamento. L’espirazione passiva è, di solito, un’espirazione incompleta, ma questo non rappresenta un problema durante le fasi di apprendimento del respiro. Tuttavia, quando l’espirazione passiva e lenta diventa più facile, possiamo imparare ad espirare completamente, attivando il perineo (al centro del pavimento pelvico) e le porzioni inferiori e successivamente quelle superiori della muscolatura addominale. Si tratta di una attivazione sequenziale (detta ‘rolling’) del muscolo trasverso dell’addome. Sfortunatamente, per il 95% degli adulti è difficilissimo attivare il muscolo trasverso senza attivare contemporaneamente anche gli obliqui. Gli obliqui, quando vengono utilizzati per intensificare l’espirazione, hanno la tendenza a rimanere contratti e ad inibire una successiva intensa inspirazione diaframmatica. Per ottenere i migliori effetti a livello fisiologico, l’espirazione dovrebbe durare dai 30 ai 60 secondi (e più), una sfida notevole almeno all’inizio.

foto di M. Pantani

*** E’ importante non affrettare l’apprendimento della respirazione profonda per evitare di incorrere in effetti negativi. Dopo un pranayama efficace, dovremmo sentirci fisicamente rilassati, carichi di energia, con una mente lucida e una elevata capacità di concentrazione. Non dovremmo sentirci agitati, affamati o ‘stonati’, tutti sintomi di iperventilazione.

*** Una volta appresa correttamente questa respirazione può essere utilizzata in contemporanea all’attività dei muscoli addominali (inclusi i bandha) e in posizioni più complesse, come quella della foto. E’ importante assicurasi sempre che il diaframma sia libero, anche se l’addome è fermo e anche se stiamo respirando nel torace. Un altro aspetto importante è ricordarsi di non iperventilare. Sono due cose difficili da fare per la maggior parte degli adulti, e questa è la ragione per cui spesso suggerisco, durante la pratica, di respirare in modo spontaneo e naturale almeno durante gli asana più semplici. Un suggerimento che, tra l’altro, dava ai praticanti anche Sri BKS Iyengar“.

Simon Borg-Olivier offre moltissime occasioni questa estate per apprendere direttamente da lui i corretti metodi di respirazione durante la pratica. I suoi corsi online sono altrettanto validi e dettagliati, un vero strumento di studio per tutti, praticanti e insegnanti di Yoga.

Il respiro durante la pratica

I consigli di Simon Borg-Olivier per un corretto respiro durante la pratica

Simon Borg-Olivier

Quante volte lo abbiamo sentito ripetere: senza un corretto respiro, non è Yoga. Eppure la corretta tecnica respiratoria durante la pratica Yoga sembra la cosa più difficile da apprendere e da insegnare. Ombelico rivolto verso la colonna, o no? Bandha attivi, o respirazione rilassata? Ujjayi o equal breathing? Insomma tra mille diverse istruzioni, a volte il respiro diventa forzato, clavicolare, e rende la pratica inutilmente faticosa. Senza contare il fatto che, senza un respiro fluido e regolare, il rischio di perdere concentrazione e di farsi male diventa più alto.

Negli ultimi mesi devo dire che ho affrontato diverse difficoltà fisiche. Come ormai chi mi legge sa fino alla noia, soffro di protrusioni discali fin da ragazzina, per il mio passato di ginnasta e ballerina. Grazie ad una innata flessibilità e a un paziente lavoro di costruzione della forza, riesco quasi sempre a tenerle a bada e ad eseguire asana anche molto complesse. Tuttavia capita che, spesso in circostanze banalissime (passare l’aspirapolvere è un buon esempio) i miei dischi intervertebrali decidano di slittare lateralmente e attivare la radice del nervo sciatico o del nervo crurale, creandomi periodi di dolore anche intenso. La pratica è l’unica attività che mi consente di riportare la mia schiena in una condizione di normalità e di eliminare progressivamente il dolore, ma per essere efficace la chiave è sempre il respiro. Quindi per me la ricerca sulla corretta respirazione durante la pratica è un percorso obbligato: diversamente, non potrei eseguire inarcamenti complessi o torsioni avanzate. Ultimamente, ho esplorato percorsi alternativi al tradizionale respiro Ujjayi e, come sempre, Simon Borg-Olivier mi è stato di ispirazione. Il suo pensiero è sintetizzato nel post che ha pubblicato qualche giorno fa, e che mi è sembrato utilissimo e illuminante. Lo traduco per voi.

Foto di Marco Pantani

“Abbiamo bisogno di una respirazione speciale per far sì che la pratica sia trasformativa? Molti insegnanti lo suggeriscono. Nell’usare il termine ‘trasformativo’ potremmo essere portati a pensare che una respirazione speciale possa provocare una trasformazione sulla nostra salute fisica, fisiologica (energetica) e mentale.
Più precisamente, pensiamo che una respirazione speciale possa migliorare la circolazione di energia e di informazioni all’interno del sistema cardiopolmonare (che include i vasi sanguigni) e del sistema nervoso (che comprende i nervi, il cervello e i neurotrasmettitori), nonché creare una più elevata connessione e maggiore benessere nel corpo. La pratica delle tecniche di respiro (il pranayama) può, infatti, essere trasformativa in modo positivo a tutti i livelli, ma questo avviene solitamente per i praticanti molto avanzati.
Quando uno studente di livello medio esegue la sua pratica, spesso osserviamo che il suo respiro è eccessivamente teso o tendente all’iperventilazione. Un respiro eccessivamente approfondito può avere alcuni benefici, come l’aumento di sensazioni positive e addirittura il miglioramento degli stati depressivi. Tuttavia, questi effetti positivi sono spesso minimi rispetto a quelli negativi, che vanno dall’attivazione di uno stato di stress (la famosa risposta ‘attacco o fuga’, tipica della stimolazione del sistema nervoso simpatico), all’esperire emozioni negative, fino alla riduzione del flusso sanguigno diretto al cervello; riduzione dell’ossigeno diretto dai polmoni al sangue, e dal sangue alle cellule; riduzione del flusso sanguigno dalla parte razionale del nostro cervello; riduzione delle funzioni degli organi preposti alla risposta immunitaria, alla digestione e alla riproduzione. Per la maggior parte delle persone, una respirazione naturale, abbinata alla concentrazione sull’allungamento del corpo e sul mantenimento di uno stato di rilassamento, e al movimento di tronco, scapole e pelvi, consente al corpo di ‘respirare per noi’ eliminando tensioni eccessive e iperventilazione. In questo modo possiamo mantenere la calma e la concentrazione necessarie alla pratica, incoraggiando la circolazione sanguigna e garantendo un corretto apporto di ossigeno alle nostre cellule.
Tuttavia la maggior parte delle persone non muove la parte superiore del corpo in modo naturale. Spesso oggi, nelle lezioni di yoga, le persone praticano utilizzando un paradigma superato e obsoleto che comprende concetti confusi e ambigui come ‘mantenete il vostro core fermo e stabile’, ‘portate l’ombelico verso la zona lombare’, ‘mantenete una colonna neutrale’, ‘aprite il cuore’, ‘flettetevi in avanti dalle anche’ e ‘portate le spalle indietro e verso il basso’. Se ci muoviamo nella pratica utilizzando un paradigma che si è dimostrato generalmente inefficace a livello fisioterapico, il corpo non potrà respirare meglio di quando siamo seduti al computer per tutto il giorno.
Per respirare in modo naturale e salutare quando pratichiamo yoga – ma vale anche per qualsiasi altra forma di esercizio fisico, per la danza, la corsa e addirittura il nuoto – è importante muoversi lungo tutta la colonna vertebrale, le spalle e le anche, ed è importante che l’addome non sia bloccato in un’unica posizione. Quando riusciamo a respirare in questo modo, il corpo può veicolare il sangue più facilmente al suo interno, e la comunicazione intracellulare avviene in modo spontaneo.
La trasformazione avviene in modo positivo quando il corpo riesce a comunicare con l’energia del sistema nervoso parasimpatico. Sebbene questa comunicazione sia accessibile attraverso tecniche di respirazione specifiche, è molto più semplice ottenere lo stesso effetto respirando in e muovendo il corpo in modo naturale, mantenendo la concentrazione sulle sensazioni di allungamento, di rilassamento e, soprattutto, di assenza di dolore”.

Simon Borg-Olivier è un insegnante di Yoga e fisioterapista di fama internazionale con una lunghissima esperienza. I suoi corsi sono disponibili anche online sul sito Yoga Sinergy.

C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Vita da Yogi: alimentazione e pratica

Sono da sempre molto cauta nel dare suggerimenti relativi all’alimentazione da seguire per chi pratica intensamente. Tuttavia è innegabile che la qualità e la quantità di ciò che mangiamo influenza non sono la nostra pratica, ma la nostra salute sotto ogni profilo.

Non sono mai stata un asso in cucina, e proprio per questa ragione la mia dieta (vegetariana) è molto semplice, con metodi di cottura delicati – anche se frutta e verdura crude sono la mia passione. Ho però una grande fortuna: una mamma (la mitica Lilli) che in cucina meriterebbe qualche stella Michelin, e che armata di grandissima fantasia, mi prepara da sempre ricette vegetariane deliziose. Negli anni, si è abituata a questa figlia che ha rinunciato a carne e pesce e si è ingegnata inventandosi piatti che rispettano gli animali, utilizzando ingredienti di origine controllata (per uova, latte e derivati, solo provenienti da allevamenti locali e rigorosamente non intensivi; per la verdura e la frutta… in gran parte direttamente dall’orto di casa, privo di qualsiasi sostanza chimica).

Ho pensato che a molti di voi – soprattutto a chi si avvicina ora alla cucina vegetariana – potrebbe far piacere sperimentare qualcuna delle sue fantastiche ricette. E quindi inizio oggi con la sua più recente invenzione: gli involtini di verza “A Modo Mio”. Assaggiati personalmente oggi, è un piatto che richiama il sapore e i colori di questo autunno appena iniziato.

La verza è inoltre ricca di proprietà benefiche: è considerata un ottimo analgesico e antinfiammatorio, è utile nel combattere artrite, artrosi e stipsi, contiene vitamina A, C e K, quest’ultima di grande importanza nel regolare la coagulazione del sangue.

Non resta che mettersi a tavola… Buon appetito!

Ingredienti per tre persone:

Una verza media, un uovo, grana macinato, pecorino di media stagionatura, pane integrale vecchio, sale, pepe, funghi secchi ammorbiditi nell’acqua, qualche pomodoro fresco, olio extra vergine d’oliva.

Preparazione:

Lessate le foglie esterne di una verza di medie dimensioni. A parte frullate la parte interna della verza con un uovo, una manciata di grana macinato, un po’ di pecorino, il pane vecchio bagnato e strizzato, sale, pepe e un pugnetto di funghi secchi precedentemente ammorbiti. Arrotolate le foglie lessate ponendo al loro interno l’impasto, mettete il tutto in una teglia da forno anti aderente, circondando gli involtini con i funghi avanzati e con i pomodori freschi tagliati a pezzetti e irrorati di olio. Infornate per una ventina di minuti… e servite!

L’alimentazione è di fondamentale importanza non solo per chi pratica. L’alimentazione vegetariana negli anni è stata quella che mi ha permesso di mantenere una pratica intensa e una vita dinamica e attiva. Ritengo sia davvero importantissimo verificare con attenzione la provenienza degli ingredienti che utilizziamo per i nostri pasti, soprattutto se consumiamo alimenti di origine animale, come uova, latte e derivati. Il rispetto per le creature che ci offrono la possibilità di nutrirci è fondamentale – è un piccolo sforzo in più nel fare la spesa, ma ci ripaga in modo immenso. Non solo perché rispettiamo gli animali, ma perché ci prendiamo cura del pianeta, evitando i danni colossali degli allevamenti intensivi, e favorendo le piccole imprese locali che hanno scelto con coraggio di lavorare eticamente.

Chi pratica Yoga non invecchia mai?

E’ vero che chi pratica Yoga non invecchia?

La nostra società è sempre più ossessionata dall’età anagrafica. Una delle prime domande che ci si pone quando ci si conosce è “quanti anni hai?”, come se inserire una persona in una cornice temporale potesse darci un’idea della sua personalità. Moltissime professioni e molti titoli di studio ancora oggi sono vincolati da limiti di età. Sembra che, superati i 40, gli esseri umani siano condannati ad un inevitabile declino, sotto ogni profilo. Ma come è possibile? Non solo l’aspettativa di vita si è progressivamente alzata nei secoli: a detta degli scienziati, il nostro corpo è programmato per vivere almeno 120 anni. Possibile che 80 di questi debbano trascorrere sul viale del tramonto?

Come Yogini, ho smesso di interessarmi all’età e al trascorrere del tempo quando ho iniziato a praticare. La pratica costante, almeno nella mia opinione, è un elisir di giovinezza, non solo sul piano fisico ma anche e soprattutto sul piano intellettuale e spirituale. Basta osservare le immagini di grandi maestri come BKS Iyengar e Vanda Scaravelli, che tra gli 80 e i 90 anni ancora dimostravano asana avanzati nei loro corpi asciutti e tonici. Soprattutto, basta affidarsi alla pratica per riscontrarne gli effetti a lungo termine.

Alla ricerca di un articolo che confermasse le mie opinioni, ho trovato sulla pagina di Simon Borg-Olivier un pezzo pieno di spunti interessanti. Si tratta dell’esperienza di vita di Collyn Rivers, insegnante australiano di Iyengar Yoga, oggi ottantasettenne. Ancora più interessante se pensiamo che Collyn ha iniziato a praticare a 52 anni… Ecco la traduzione di questo articolo, pubblicato da Eve, collega di Collyn.

Cosa vuol dire “troppo vecchio”?

“Lo Yoga aiuta davvero a contrastare gli effetti dell’invecchiamento? Cercavo una risposta a questa domanda ed ho pensato di rivolgerla al mio amico ottantenne Collyn Rivers, chiedendogli di scrivere un post per il mio sito.  Collyn ha co-diretto insieme a me il Sydney Yoga Centre, quindi molti di voi ricorderanno le sue bellissime lezioni. Siamo entrambi convinti praticanti di uno yoga dinamico e forte, ormai da decenni. Una direzione che molti della nostra età non vogliono prendere. Molti “anziani” preferiscono ritirarsi ad una vita sedentaria… ma Collyn non è uno tra questi”.

A photo of Collyn doing a standing yoga pose.

Collyn Rivers, 87 anni, in Parsvakonasana

Un aspetto perversamente curioso su come praticare”yoga per anziani” è che a consigliare quale pratica adottare sono spesso persone molto più giovani. Inoltre, l’età viene sempre considerata dalla prospettiva cronologica. A quasi tutti sfugge il fatto che uno yogi ottantenne è in grado di fare cose che la maggior parte dei cinquantenni non si sognerebbe neanche. Purtroppo sono pochi gli autori che, dopo i 70 anni, scrivono libri sullo Yoga.

Ci sono però delle illustri eccezioni: Vanda Scaravelli scrisse il suo ‘Awakening the Spine’ quando aveva 83 anni, dimostrando personalmente le posizioni più avanzate. BKS Iyengar praticava come sempre anche poco prima della sua morte (a 95 anni). Ci sono insegnanti di Yoga americani che hanno superato i 100 anni in grado di eseguire verticali sulle mani.

Non sono mai stato una persona interessata ai luoghi comuni, e ho iniziato a praticare a 52 anni. Mi sono certificato come insegnante di Iyengar Yoga a 58, e ho insegnato fin oltre i 70.

Il mio approccio di base è: leggere i consigli dedicati alle persone della mia età. E fare esattamente il contrario.

Tra i consigli per gli “anziani”, c’è quello di trasferirsi in una casa senza scale. Perciò ne ho presa una a tre piani, con un vialetto di accesso molto ripido. Così io e mia moglie (che ha vent’anni meno di me) siamo costretti a fare parecchie scale in una giornata.

A partire dagli 82 anni, ho dedicato buona parte della mia pratica allo sviluppo della forza muscolare profonda. Oggi, a 87 anni, posso ancora praticare le stesse posizioni che eseguivo a 52. Sono meno forte, ma flessibile come quando avevo 60 anni.

Ho qualche problema ai polsi, quindi evito le verticali sulle mani, ma pratico quella sulla testa andando su e giù almeno venti volte di seguito.

Prendo molto sul serio lo sviluppo della forza, ed eseguo un numero di ripetizioni più elevato di un 30/40enne. Questo mi aiuta a costruire una sorta di riserva, perché inevitabilmente perderò forza con il tempo.

E mi sa che essere nato sotto il segno del Leone mi rende particolarmente testardo.

Eseguo ancora le sequenze di Iyengar, e partecipo una volta alla settimana alle lezioni di  Jo Longhurst’s a Mona Vale.

Faccio un check up medico ogni anno – soprattutto perché fin dalla nascita ho sofferto di seri problemi alla schiena. Da quando ho iniziato a praticare, però, non mi hanno più dato pensieri. La mia pressione sanguigna è 70/110 e il mio battito a riposo è tra i 50 e i 55 battiti al minuto. Ho un’ottima memoria, e lavoro ancora a tempo pieno: scrivo e pubblico complessi libri tecnici.

Non suggerirei questo tipo di approccio a chi non ha un solido background nella pratica Yoga, ma a chi legge suggerisco di pensare bene se dare ascolto e/o seguire i consigli di chi è molto più giovane di voi. 

Mi incoraggiano molto le recenti scoperte che parlano di un arresto dell’invecchiamento una volta superati i 91 anni. Lo studio, riportato su 2016 New Scientist da Michael Rose, professore di biologia evolutiva, afferma che se siamo abbastanza fortunati da vivere così a lungo, sperimentiamo un arresto dell’invecchiamento.

In poche parole, per scherzarci sopra, se ce la fate ad arrivare a 99 anni, avete le stesse possibilità di morire in qualsiasi momento di una persona di 93. Le cose cambiano forse quando si raggiungono i 110: se così fosse, vi terrò informati!”

*Collyn Rivers è insegnante certificato di Iyengar Yoga. Insieme alla moglie Maarit è considerato uno dei più illustri insegnanti australiani. Oggi non insegna più, ma afferma che non andrà mai in pensione e continuerà a lavorare fino ai 100 anni (gliene mancano 13). Si occupa della sua attività  Caravan and Motorhome Books, come scrittore ed editore.

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Il segreto dei Vinyasa

Photo: Marco Pantani

Vinyasa, jump back e jump through: croce e delizia di tutti i praticanti di Ashtanga Yoga! Personalmente, ritengo che questi due fondamentali passaggi siano non solo l’elemento che differenzia la nostra pratica da tutti gli altri metodi, ma anche e soprattutto il modo per costruire una forza che non si limita ad assisterci nella pratica, bensì estende i suoi benefici oltre il tappetino. Muscoli addominali profondi, pavimento pelvico, spalle e braccia: tutto il corpo e gli organi interni traggono profondo vantaggio dall’esecuzione corretta di questi movimenti. Nella mia opinione, è fondamentale che questi passaggi vengano insegnati correttamente fin dall’inizio. Sono proprio questi due movimenti, infatti, a costruire la forza necessaria per proseguire stabilmente nella pratica. Monica Gauci, compagna di Gregor Maehle, ne spiega l’esecuzione in questo post molto utile tratto dal blog Chintamani Yoga, che traduco per voi.

“Il segreto per eseguire il “jump through” (salto attraverso le braccia) durante i vinyasa non risiede nell’abilità di saltare, ma in quella di frenare! Chiunque può saltare. Infatti, tendiamo a trattenerci dal saltare se non possediamo la forza di frenare il nostro salto. Il nostro corpo conosce istintivamente se abbiamo o no questa forza, e sovrascrive i nostri tentativi consci di saltare per proteggerci. Che fortuna! E’ incredibile, vero?

Essere in grado di frenare significa avere sufficiente forza nella parte superiore del corpo, per controllare lo slancio e la potenza del peso del nostro corpo che viene “lanciato” attraverso le braccia. Inoltre, è necessario possedere una notevole forza per controllare la transizione della discesa del corpo verso il pavimento. Queste stesse forze entrano in gioco quando eseguiamo un drop back (scendendo in un ponte da posizione eretta). Supponiamo di avere la flessibilità che ci occorre per inarcarci in un drop back che, teoricamente, è semplice avendo la forza di gravità che ci supporta. Ma è proprio questo il problema! Abbiamo bisogno di controllare la nostra discesa contro la forza di gravità, per frenare la nostra caduta. I muscoli anteriori delle gambe e del tronco si impegnano per frenare la nostra discesa: quindi il drop back è un esercizio di “frenata”. E allo stesso modo, quando saltiamo a sedere in un vinyasa, la forza richiesta è quella necessaria alla frenata che ci evita di cadere. Saltiamo, e dobbiamo controllare la nostra discesa contro la forza di gravità. Esercizio che richiede un notevole sforzo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Di cosa abbiamo bisogno, quindi, per frenare e controllare la nostra transizione in un vinyasa? Per un movimento così complesso isolare i muscoli è di scarsa utilità.  Quando saltiamo, ad esempio, mentre cerchiamo di allontanare da noi il pavimento (per non prendere una facciata), estendiamo l’articolazione della spalla per sollevarci nel salto. Per frenare, dobbiamo mutare questo movimento dell’articolazione della spalla in una flessione, e contemporaneamente lavorare eccentricamente i muscoli estensori per atterrare. Certo è un’informazione utile ma non è a questo che rivolgiamo la nostra attenzione durante la transizione. E’ più importante comprendere di cosa abbiamo bisogno e praticare i movimenti integrati che ci aiutano ad ottenere forza e controllo.

Per frenare nel salto da Adho Mukha Svanasana abbiamo bisogno di una parte superiore del corpo tonica e forte. Ho insegnato Yoga a molti gruppi di principianti: nella prima esecuzione di un vinyasa, invariabilmente gli uomini hanno maggiore facilità rispetto alle donne. Gli uomini hanno infatti solitamente una parte superiore del corpo più forte rispetto alle donne, a meno che queste non siano particolarmente allenate da nuoto, arrampicata, ginnastica artistica etc. Queste attività sviluppano tutte i muscoli del tronco principalmente coinvolti nei vinyasa: il latissimus dorsi, i pettorali e il serrato anteriore, oltre ad insegnarci come integrare il lavoro degli arti superiori con quello del tronco e degli addominali profondi.

Arrotoliamoci come palle!

Un altro aspetto importante del vinyasa è la capacità di flettere il tronco per arrotolarci come palle. Funzionalmente, i nostri muscoli addominali tendono a lavorare in porzioni: superiore e inferiore. Quando pieghiamo il nostro corpo in avanti verso gli arti, come nei sit-up, facciamo lavorare prevalentemente gli addominali “alti”. Quando solleviamo le gambe verso il tronco, gli addominali “bassi” stabilizzano la pelvi permettendo ai muscoli flessori dell’anca di lavorare correttamente. I vinyasa hanno bisogno del lavoro congiunto e sincronico di addominali alti e bassi, per rendere concavo il tronco e sollevare le gambe. Naturalmente i flessori dell’anca devono lavorare altrettanto sodo per mantenere le gambe raccolte al petto.

Il percorso

Forse meno ovvio è il percorso necessario nel salto a sedere. Notate nel collage come Gregor salta sollevando le anche verso l’alto, nella prima foto. Dovete immaginare di saltare in una mezza verticale sulle mani. Se saltate troppo bassi, le anche restano troppo vicine al suolo e diventa impossibile contrastare la gravità.

Il salto indietro da seduti, seconda parte del vinyasa, rivelerà il grado di forza e di integrazione che avete, o non avete ancora, sviluppato.

Gregor Maehle esegue un jump through

Uniamo i puntini…

Non è sufficiente avere tronco, addominali e flessori dell’anca forti e allenati. La massima importanza va data all’integrazione degli arti con i muscoli profondi dell’addome, e al lavoro coeso di tutto il nostro corpo.

Un modo semplice per sviluppare la forza nella parte superiore del corpo e connettere le braccia alla colonna e ai muscoli profondi dell’addome è appendersi per le mani. Questa azione esalta l’impiego del gran dorsale e del basso trapezio, ed è un’azione impossibile da replicare durante la pratica degli asana. La connessione alla colonna e alla fascia toraco-lombare unisce le braccia ai muscoli profondi dell’addome. Anche se non avete la forza di sollevare il vostro corpo in questa posizione, coinvolgete gli arti superiore nel tentativo di farlo. Per incorporare gli addominali e i flessori dell’anca, sollevate le ginocchia e i piedi verso le mani. Questo potente esercizio migliorerà molto l’esecuzione dei vostri vinyasa!

Sollevare il corpo in Lolasana (la foto centrale di Gregor) è un’altro esercizio di preparazione molto efficace per superare l’ostacolo del pavimento durante i vinyasa. Fate attenzione a non arrotondare le spalle e utilizzate i pettorali invece del serrato anteriore. Se non riuscite a sollevarvi, provate ad usare due blocchi, almeno all’inizio. Vi servirà a capire quali muscoli dovete mettere al lavoro. Praticate il “pendolo” passando dalla posizione seduta a Chaturanga.

Il segreto dei vinyasa è… che non c’è un segreto. Nessun trucco magico. I vinyasa richiedono molta forza e un po’ di coordinazione. Forse vi è difficile credere che molti studenti hanno paura ad iscriversi ai nostri corsi perché temono di non saper eseguire un “buon” vinyasa. Mi dispiace perché significa che gli studenti tendono ad equiparare la prodezza fisica alla competenza yogica. Invece, semplicemente, alcuni sono più portati di altri, che devono lavorare più duro per arrivare agli stessi risultati. Ma un cuore sincero e una mente aperta restano i requisiti più importanti nel percorso dello Yoga: non dimentichiamolo!”

Dr. Monica Gauci