Quanto sono reali i chakra?

Traduzione e commento all’articolo di Daniel Simpson

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Una delle discussioni a cui ho più volte dato il mio contributo su questo blog, ruota sempre intorno a questa domanda: “quanto sono reali i chakra?”. Ho sempre cercato fonti attendibili e credibili nell’affrontare questo argomento, che tanto stimola la fantasia degli Yogi contemporanei. Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare, in una classe di Yoga, la frase “apriamo il chakra del cuore”! Ma quanto è reale questa affermazione? Cosa intendevano per chakra i primi Yogi, e a cosa si riferisce veramente questo termine sanscrito? Per arricchire la risposta a questa domanda, da me già trattata più volte, ho pensato di tradurre per voi questo interessante articolo tratto da The Luminescent, che spero porterà un po’ di luce su questi controversi simboli dello Yoga. Lascio spazio quindi alla voce di Daniel Simpson, che nel suo libro The Truth of Yoga, di recentissima pubblicazione, ci fornisce spiegazioni utili e fondate.

“Quanto segue è un estratto del mio libro, pubblicato a gennaio 2021, The Truth of Yoga. Il sottotitolo recita: ‘Una guida completa a storia, testi, filosofie e pratiche Yoga’. Il libro attinge all’abbondanza delle recenti ricerche sul tema, che hanno rivelato al grande pubblico conoscenze finora riservate solo agli accademici. Il mio scopo è fare chiarezza, in modo accessibile, senza però scadere nell’eccessiva semplificazione.

Durgā in un chakra con Gaṇeśa e un leone.
Inchiostro e acquarello su carta, Pahari, forse Guler, seconda metà del 18esimo secolo.
© Victoria and Albert Museum, London.

Questo è inevitabilmente un obiettivo ambizioso, ma che ritengo sia bene perseguire. Come spiego nell’introduzione, ho deciso di scrivere un libro perché gli studenti spesso mi chiedono quale testo consultare per avere una visione d’insieme del panorama storico-filosofico dello Yoga. E se esistono molti lavori di alto livello su argomenti specifici, molti dei titoli rivolti ai praticanti sono spesso fuorvianti. I testi dello Yoga sono spesso reinterpretati per risultare più piacevoli, o per creare una sorta di legame con le pratiche contemporanee.

L’esempio che vi porto è lampante. Esplora l’evoluzione degli insegnamenti sui chakra, che nei corsi di formazione per insegnanti e ‘ ormai lontana anni luce da quanto esposto nei testi tradizionali. I Chakra si sono trasformati in una sorta di sintesi dell’anatomia sottile, i cui meccanismi mistici trascendono le distinzioni tra mente e corpo.

Uno dei maggiori contributi del Tantra allo Yoga fisico è il metodo per risvegliare questa dimensione interiore, e richiamarne il potenziale trasformativo. Una visione eccessivamente materialista rischia di oscurare questa modalità. Anche se i chakra non esistono oggettivamente nel corpo fisico, si attivano attraverso la visualizzazione. Come conseguenza, possono avere effetti molto potenti, ma non nel senso che gli viene solitamente attribuito nei moderni seminari che pretendono di “ripulirli”.

[Estratto da The Truth of Yoga.]

I chakra immaginari

D. Simpson

Le parti più note del corpo yogico sono spesso quelle più fraintese. I Chakra sono ruote sottili poste lungo la colonna, originariamente utilizzate come punti di concentrazione. Esistono solo se li immaginiamo. Alcune tradizioni li ignorano completamente.
Esistono molte sistematizzazioni dei chakra, che li elencano e li collocano in modo diverso. Il modello predominante oggi, ovvero sei lungo la colonna e uno sulla sommità del capo, è frutto di un mix tra tradizione e invenzione. Il primo riferimento a questo sistema deriva dal Kubjikamata Tantra (11.34–35) del decimo secolo, che descrive l’ano come adhara, una “base” o “sostegno,” a cui viene successivamente aggiunto il prefisso mula, o “radice”. Svadhishthana viene posizionato sopra di esso, all’altezza del pene, manipuraka (o manipura) all’ombelico, e anahata nel cuore. Vishuddhi si trova nella gola, e ajna tra gli occhi.
Generalmente, i chakra sono delle sagome da utilizzare durante la visualizzazione. Vengono presentati nei Tantra come uno dei metodi per trasformare il corpo del praticante, installandovi simboli collegati agli dei. Alcuni testi ne elencano più di una dozzina, altri meno di cinque. A volte sono chiamati adhara, o “sostegni” per la meditazione—o alternativamente padma, o “fiori di loto,” per i petali che caratterizzano le loro raffigurazioni pittoriche. In ogni caso, sono considerati snodi in una rete di canali dell’energia vitale, e concentrarsi sulla loro posizione acuisce la capacità di percezione.
Un’altra fonte li elenca con nomi diversi: nadi, maya, yogi, bhedana, dipti, e shanta. “Ora vi narrerò dell’eccellente, suprema, sottile meditazione attraverso la visualizzazione”, recita il Netra Tantra (7.1–2), quando descrive il corpo che comprende “sei chakra, le vocali di sostegno, i tre oggetti e i cinque vuoti, i dodici nodi, i tre poteri, il cammino delle tre dimore, e i tre canali”. Questo sconcertante assortimento di collocazioni è comune nei Tantra, le cui mappe dei regni interiori appaiono spesso contraddittorie.
Qualche secolo dopo, si afferma la versione dei sette chakra. In questa visione troviamo sahasrara—una ruota “dai mille raggi”, o un loto “dai mille petali”—posto alla sommità del capo (o, a volte, al di sopra della testa, come nel Shiva Samhita). Un altro testo yogico elenca gli stessi sette punti senza menzionare però i chakra: “Il pene, l’ano, l’ombelico, il cuore e sopra di esso il luogo dell’ugola, lo spazio tra le sopracciglia e l’apertura verso lo spazio: questi, si dice, sono i luoghi della meditazione dello Yogi” (Viveka Martanda 154–55). Comunque vengano definiti, questi punti svolgono la funzione di segnavia per elevare la consapevolezza.

Il trionfo di questo modello si trova nel lavoro di Sir John Woodroffe, un giudice britannico dell’India coloniale, conosciuto anche sotto lo pseudonimo di Arthur Avalon. Nel 1919, scrisse il libro The Serpent Power (La Kundalini e l’Energia del Profondo, ed. Adelphi) che includeva una traduzione del Shat Chakra Nirupana del sedicesimo secolo, o “Descrizione dei sei Chakra.” Altri scrittori occidentali condivisero l’attenzione di Avalon ai Tantra. Anche l’occultista Charles Leadbeater dedicò alcuni scritti ai chakra negli anni ’20. I libri di questi due autori restano autorevoli, come le teorie di Carl Gustav Jung, che incorporò i chakra nel suo sistema di simboli.
Gli autori della New Age hanno sfumato la distinzione tra creazioni mentali e fatti fisici, presentando i chakra come se fossero oggetti reali, invece che visualizzazioni. Li descrivono spesso con i colori dell’arcobaleno, che non si trovano in alcuna fonte originale sanscrita. Gli attribuiscono anche legami con pietre, pianeti, cure, ghiandole endocrine, carte dei Tarocchi e arcangeli della tradizione cristiana, oltre ad altre amenità.

Anche alcune menzioni ai mantra traggono in errore. I rituali tantrici li collegano agli elementi raffigurati nei chakra, non ai chakra stessi. Quindi recitare un bijamantra legato all’elemento aria difficilmente potrà servire ad aprire il cuore, se non in forma di effetto placebo. Tuttavia, portare l’attenzione a cose simili può renderle reali, almeno nell’ambito dell’esperienza soggettiva. E poiché i Tantra ci insegnano che è in questo modo che si convocano le divinità, forse l’uso che i praticanti moderni fanno dei chakra non è poi così diverso dal l’originale.

The Truth of Yoga di Daniel Simpson è stato pubblicato il 5 gennaio 2021 da Farrar, Straus and Giroux. Per maggiori informazioni, consultate il sitotruthofyoga.com.

Online: una sfida per lo Yoga

Come orientarsi per crescere nello Yoga… anche online

Online: una sfida o un inevitabile futuro per lo Yoga? Il 2020, con le restrizioni che siamo stati costretti a subire, ha visto una crescita esponenziale dell’offerta online in qualunque settore, e lo Yoga non ha fatto eccezione. Esistono già da diversi anni molte proposte esclusivamente online anche per la nostra disciplina, ma è innegabile che la chiusura forzata delle Yoga Shala di quasi tutto il mondo abbia provocato un’impennata nell’offerta di lezioni, seminari e corsi di formazione. Si è creato un “mare magnum” in cui è diventato molto difficile orientarsi, con nomi più o meno famosi che si sono lanciati nell’etere per sopperire alle (ingenti) perdite causate dall’impossibilità di ricevere i praticanti in presenza. Io stessa ho offerto (anche se in modo molto limitato) lezioni online ai miei praticanti.

Lasciando da parte il mio personale punto di vista (lo riassumo brevemente: non amo trasmettere questa disciplina online, perché ritengo, soprattutto nel caso dell’Ashtanga Yoga, che le lezioni in presenza siano insostituibili, e cerco di limitare al minimo la mia presenza sul web per questa ragione), qualcosa di buono ovviamente c’è. In primo luogo, molti insegnanti di grandissimo valore sono diventati più accessibili anche dalle mura di casa, senza la necessità di spendere grosse cifre (voli, vitto, alloggio, iscrizione etc. etc.). In secondo luogo, i praticanti hanno avuto modo di continuare a seguire e sostenere le shala di riferimento, partecipando alle lezioni che, anche se in misura ridotta, consentono a chi gestisce uno spazio di coprirne le spese in attesa della riapertura.

Ma al di là di questo, cosa possiamo scegliere online per mantenere viva la motivazione a salire sul tappetino? E ci sono percorsi di crescita o di formazione che, anche online, possono darci qualcosa? In questi mesi ho cercato e studiato l’offerta sul web, e ho fatto una piccola selezione che, a mio parere, può essere di aiuto a tutti coloro che stanno cercando una “guida” o che desiderano portare la loro pratica ad un livello superiore, avvalendosi di questo strumento che non tutti amano ma che, purtroppo, al momento è l’unico disponibile. Ve la presento qui, in attesa come sempre di ricevere il vostro feedback.

Lezioni, seminari e videocorsi: una selezione personale
Martina e Chiara Cova, fotografate da Alessandro Sigismondi

Tengo a sottolineare che, per chi vive quotidianamente lo yoga in una shala locale, non c’è cosa migliore che continuare a seguire il proprio insegnante. Solo chi ci segue da tempo può davvero sapere come indirizzarci nei progressi della pratica. E’ anche vero, però, che se siamo praticanti intermedi/avanzati, in condizioni normali parteciperemmo a qualche workshop nel corso dell’anno, e se siamo insegnanti, sicuramente farebbe parte del nostro percorso iscriversi ad un intensivo. Il primo nome che desidero farvi non sarà una sorpresa. Si tratta di una insegnante con cui lavoro da tempo, e di cui ho moltissima stima: Martina Cova. Martina è una delle praticanti di Ashtanga Yoga più avanzate in Italia, ed è fisioterapista con già molti anni di esperienza sul campo. La sua specializzazione è il trattamento di chi pratica Yoga. Queste due qualità, unite alla sua capacità di trasmettere con un linguaggio semplice e diretto il complesso universo dell’anatomia, rendono i suoi seminari davvero preziosi. Proprio all’alba del primo lockdown, Martina ha sviluppato un videocorso davvero innovativo, Physioyoga Project. Il corso è un work in progress (si è completato il primo trimestre, e sta per partire il secondo modulo), ed ha la meravigliosa caratteristica di non essere live. Si tratta infatti di lezioni registrate, acquistabili e disponibili a vita, in modo tale da consentire al fruitore di poter studiare approfonditamente i diversi argomenti presentati. Le lezioni sono teorico/pratiche, e sono corredate da video aggiuntivi e email informative gratuite su ogni singolo argomento. Dall’articolazione della spalla a quella del ginocchio, dagli inarcamenti alle posizioni di apertura delle anche, Martina ci accompagna nell’approfondimento di ogni singolo distretto anatomico offrendoci spunti teorici e pratici di grandissima utilità. Un percorso che io consiglio vivamente a tutti gli insegnanti, per perfezionare le proprie conoscenze ed avere a disposizione una biblioteca virtuale di grandissimo valore.

Il mio secondo suggerimento riguarda ancora Martina Cova. Insieme alla gemella Chiara, Martina ha all’attivo un altro progetto di formazione molto ricco e interessante: la scholarship Twindharma. Se Martina vanta una preparazione tecnico-anatomica insuperabile, Chiara, insegnante di altrettanto talento e antropologa, ha una conoscenza delle radici e della filosofia dello Yoga molto profonda, non solo grazie alla sua laurea e all’argomento della sua tesi, ma anche grazie ai suoi numerosissimi viaggi in India. La scholarship delle sorelle Cova offre moduli che coprono entrambe queste aree, offrendo ai praticanti strumenti indispensabili all’insegnamento. Una parte dell’offerta si è trasferita, vista la situazione attuale, anche online, e avendo io stessa partecipato a molti dei loro seminari, posso garantire personalmente sulla qualità di quanto viene proposto. Non aspettatevi diplomi o pezzi di carta: a parte il fatto che non sono necessari a decretare un buon insegnante, qui ci si rivolge a chi insegna già, ma si è accorto dopo il solito Teacher’s Training da 200 ore, di sapere poco o nulla.

Il team dell’Hatha Yoga Project: da sin, Daniela Bevilacqua, Jim Mallinson, Jason Birch e Mark Singleton

Per il mio terzo suggerimento è necessaria la conoscenza della lingua inglese. Non di soli asana è fatto lo Yoga, come ben sappiamo, e negli ultimi dieci anni sono davvero moltissime le scoperte che hanno arricchito la conoscenza delle origini della pratica. L’Hatha Yoga Project della SOAS con base a Londra è sicuramente il progetto più interessante e autorevole. Si è concluso nel 2020, e ha dato vita a moltissime pubblicazioni (che, come sapete, sto in parte traducendo e riassumendo per voi) e ad eventi e seminari online di grandissimo rilievo. Tra questi, quelli organizzati da The Luminescent, il blog creato dal ricercatore Jason Birch e sua moglie Jaqueline Hargreaves sono di grande rilevanza per chi fosse interessato ad approfondire la storia di questa disciplina. Argomento utilissimo, tra l’altro, a contestualizzare la pratica e a distinguerla dai “pasticci” o misto fritto new age di cui purtroppo abbonda il web.

Seth Powell, fondatore di Yogic Studies

Un ulteriore strumento (quarto e ultimo suggerimento per ora) per comprendere la filosofia che sottende la nostra pratica è quello che ci viene offerto da Yogic Studies, un altro sito con collegamenti stretti alla SOAS inglese. L’offerta di corsi è davvero ricchissima, e si divide tra lezioni live e lezioni registrate che restano poi a disposizione dell’utente. I corsi offrono anche credits per chi avesse la necessità di mantenere viva la propria certificazione con Yoga Alliance. Ciò che più mi piace di questa offerta è la presenza di studiosi di chiara fama, a partire dal fondatore Seth Powell, dalla mentalità aperta e innovativa. Non solo storia e tradizione, ma anche e soprattutto visione aperta verso il futuro dello Yoga. I costi sono veramente contenuti, e la serietà e preparazione di questi accademici rendono questa spesa un investimento veramente valido – soprattutto se messo a confronto con la superficialità della maggior parte delle formazioni per insegnanti disponibili sul mercato. Seth ha collaborato, finché è stato possibile, anche con Mark Robberds, che lo ha ospitato durante i suoi intensivi. Yogic Studies è a mio parere un progetto da seguire con grande attenzione, soprattutto per la qualità degli insegnanti che mette a disposizione degli studenti.

Sharath Jois

E per quanto riguarda le lezioni online? Come vivere il quotidiano, in un momento in cui la riapertura dei centri Yoga sembra ancora lontana? Non posso che continuare a suggerirvi di continuare a frequentare il vostro insegnante di riferimento, per sostenere la vostra shala locale. Sarà quello il luogo che vi accoglierà quando potremo finalmente tornare a praticare in presenza. Sarà lì che troverete non solo la vostra community, ma anche gli insegnanti famosi che la vostra shala inviterà, per offrirvi spunti nuovi per la pratica. Senza questi luoghi, non avreste incontrato la pratica, e non avreste scoperto i suoi immensi benefici. Continuate a sostenerli. E se praticate Ashtanga Yoga, non perdete l’occasione di praticare sotto la guida di Sharath Jois, che periodicamente, grazie ad alcuni degli insegnanti certificati a lui più vicini, offre una bellissima Led Class seguita da una conferenza. Non lasciatevi intimidire, non è necessario essere acrobati per seguire il conteggio dei Vinyasa di Sharath. E’ sufficiente srotolare il tappetino, e seguire le sue precise indicazioni. Per qualche ora, vi sentirete a Mysore.

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L’Haṭhābhyāsapaddhati di Kapālakuruṇṭaka

Ricostruzione della sequenza di Āsana
Riflessioni di Philippa Asher

Traduzione di Francesca d’Errico

NdT: In questi ultimi giorni avete trovato sul mio blog alcune traduzioni tratte da The Luminescent, il sito di Jacqueline Hargreaves dedicato all’Hatha Yoga Project della Oxford University. La descrizione degli asana e le istruzioni sulla loro esecuzione vi saranno senz’altro sembrate molto diverse da quelle che incontriamo in una classe di Yoga contemporanea. Anche se alcuni tra noi praticano Ashtanga, una tradizione considerata abbastanza solida, il sadhana del 18esimo secolo sicuramente mostracaratteristiche ben diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati. Ma cosa si prova a ricostruire praticamente una delle sequenze tratte da questi testi così antichi? Ci ha mai provato qualcuno? Ebbene la risposta è sì. Lo ha fatto Philippa Asher, insegnante di Ashtanga Yoga certificata da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois, una delle praticanti più avanzate nella pratica di questo metodo, che ha lavorato insieme a Jason Birch e Jaqueline Hargreaves alla ricostruzione di una sequenza di asana tratta da quello che molti pensano possa essere il famoso Yoga Kurunta, il testo segreto studiato da Krishnamacharya e da lui trasmesso al suo discepolo Pattabhi Jois. Il risultato è in un film, ma anche in questo articolo scritto da Philippa, che traduco per voi. Vi lascio in compagnia di Philippa e della sua incredibile esperienza.

L’immagine a lato raffigura tāṇḍavāsana (la posizione della danza di Śiva) ed è tratta dal film ‘Haṭhābhyāsapaddhati: A Precursor of Modern Yoga
Praticante: Philippa Asher Regia: Jacqueline Hargreaves © 2018

“ekena pādena sthātavyam utthātavyaṃ tāṇḍavāsanaṃ bhavati”
[Lo yogi] sarà in equilibrio su una gamba, e solleverà [l’altra. Questa] è Tāṇḍava, la posizione della danza [di Śiva’s].

Haṭhābhyāsapaddhati , descrizione dell’āsana numero 80
(traduzione di Jason Birch del 2013), pubblicata in ‘The Proliferation of Āsana-s in Late Mediaeval Yoga Texts’ (2018)

L’ Haṭhābhyāsapaddhati è uno dei dieci testi in Sanscrito studiati e tradotti nell’ambito dell’ Haṭha Yoga Project presso SOAS, University of London. Guidato dal Dr Jim Mallinson, con Dr Mark Singleton, Dr Jason Birch (e altri) tra il 2015 e il 2020, l’ Haṭha Yoga Project mappa la storia della pratica fisica dello yoga, utilizzando la filologia e l’etnografia.

E’ stato un grande onore essere coinvolta nella ricostruzione e nelle riprese cinematografiche degli āsanas tratti dall’ Haṭhābhyāsapaddhati, che (oltre a fornire istruzioni sugli altri aspetti della pratica dell’haṭha yoga) descrive 112 posture divise in sei gruppi, forse da intendersi come sequenze:

Supine (da 1 a 22)
esercizi di cultura fisica e yoga āsana in cui petto, fianchi, spalle o volto sono generalmente rivolti verso l’alto, e spesso con parte della schiena appoggiata al suolo

Prone (da 23 a 47)
movimenti e posizioni che richiamano la natura, in cui i fianchi, l’addome e lo sguardo sono generalmente rivolti verso il basso

Statiche (da 48 a 74)
Asana familiari e ricercate (molte delle quali piuttosto complicate) solitamente tenute sul posto

Erette (da 75 a 93)
movimenti danzati, oscuri gesti di cultura fisica e āsana complessi generalmente eseguiti in posizione eretta

Posizioni con le corde (da 94 a 103)
Metodi elaborati per arrampicarsi, salire e mantenere l’equilibrio su una corda

Posture che Trafiggono il Sole e la Luna (da 104 a 112)
yoga āsana avanzati e riconoscibili nella pratica moderna dello Yoga posturale.


L’esperienza della pratica delle posture dell’ Haṭhābhyāsapddhati
Praticare una selezione di āsana così atipica e muoversi in un modo completamente nuovo, è stato molto divertente oltre che una vera sfida: avevo solo otto settimane per studiare e sperimentare oltre cento posizioni, tratte dalla traslitterazione e dalla successiva traduzione di un manoscritto Sanscrito del 18esimo secolo. Considerate che la mia pratica quotidiana (che eseguo fin dai tardi anni ’90) è il metodo dell’Ashtanga vinyāsa. Mi ci sono voluti 15 anni per apprendere e perfezionare la Prima, la Seconda e le Serie Advanced A e B, che ho appreso direttamente dai miei maestri in India (parliamo di circa 200 āsana). Ho perfezionato ogni postura prima di apprendere la successiva – quindi il processo di apprendimento in questo caso era completamente diverso. Va anche detto che lo specifico nome in sanscrito degli āsana non rappresenta necessariamente le stesse posture in tutte le tradizioni di haṭha yoga. Nomenclatura e āsana possono variare considerevolmente.

Ovviamente, in assenza di una pratica di āsana quotidiana e stabile, e anni di esperienza con tali posizioni a livello profondo, sarebbe complicato esplorare gli āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati, figuriamoci eseguirle. Alcune sono molto complesse, altre sono semplicemente movimenti che non ho mai avuto bisogno di eseguire precedentemente, e alcune sono influenzate dalla cultura fisica, dalla ginnastica, dalle arti marziali e dalla danza. Avere una comprensione più sofisticata degli āsana, di come eseguirli ed esprimerli in sequenze logiche serve a rendere più accurato e credibile il lavoro intellettuale di ricostruzione da una pagina.

Sperimentare la varietà di posizioni descritte nel testo e osservare somiglianze e differenze tra ciò che consideriamo essere oggi un āsana, è un lavoro affascinante. Alcune delle posture dell’Haṭhābhyāsapaddhati si concentrano sulla forza, altre sulla flessibilità o sull’equilibrio, e infine se ne incontrano altre, piuttosto oscure, come la posizione del chiurlo (103) che io ho interpretato in questo modo: in squat, tenere un peso di pietra con i denti, passare le braccia intorno ai polpacci e stringere la parte esterna delle tibie con gli avambracci, sistemare una corda in ogni pugno e quindi arrampicarsi su queste corde. La posizione della stella polare (89), nella sequenza delle posture erette, potrebbe ben inserirsi in una performance parigina di can-can del 1830. E’ stato incoraggiante scoprire che molte delle posizioni descritte nel testo si sono evolute nelle posture che fanno parte delle sequenze dell’Ashtanga odierno, sia della Prima serie, che della Seconda, e infine delle serie Advanced A, B e C (e probabilmente di altre scuole di yoga posturale).

Ho studiato antropologia della danza, storia e arti dello spettacolo all’Università, e ho trovato intrigante l’elemento eclettico delle sequenze. Poiché alcune descrizioni suggeriscono movimenti che non sembrano affatto āsana, si pone la domanda: quando un movimento diventa un āsana? Per me, questo avviene quando c’è sincronia perfetta tra respiro, movimento e sguardo, quando l’allineamento è agevole (e consente al prāṇā di fluire liberamente), e la mente è quieta. Con questa idea in mente, e avendo incontrato molti adolescenti agili in India che avrebbero potuto dimostrare con facilità le forme descritte nell’Haṭhābhyāsapaddhati , mi sono chiesta se eseguire una postura quando la concentrazione, il respiro, la tecnica e lo stato mentale sono meno stabili possa ancora essere considerato haṭhā yoga, piuttosto che un esercizio.

Approccio all’apprendimento delle posture dell’Haṭhābhyāsapddhati
Ho trascorso molto tempo a studiare le traduzioni scritte delle descrizioni degli āsana, quindi ho pensato a come potessero essere trasferite al corpo fisico. Ho cercato di non farmi influenzare dalle illustrazioni del Śrītattvanidhi, poiché in questi disegni ci sono molte licenze artistiche (che hanno forse operato delle mutazioni per aderire a riquadri con parti del corpo assai sproporzionate). Alcune raffigurazioni sfidano le leggi di gravità e dislocano le articolazioni, e nessuna delle illustrazioni mostra dove si trovi il pavimento. Non sono certa che siano di grande aiuto, ma dal punto di vista artistico sono meravigliosamente avvincenti.

Mi sono messa all’opera con ciascun āsana per ogni sezione (uno alla volta) e quindi li ho eseguiti in forma di sequenza dinamica. Dopo aver lavorato su tutte le sezioni, le ho praticate dall’inizio alla fine (come descritto nel testo): supine, prone, statiche, erette (non dispongo di una fune), e quelle che trafiggono il sole e la luna.

Eseguire tutte le sequenze consecutivamente è stato molto impegnativo (principalmente perché stavo lavorando in modo nuovo, e avevo solo otto settimane prima delle riprese). Nel sistema Ashtanga, si perfeziona ogni āsana prima di apprendere il successivo, e solo quando questo è in sincronia con il tristhāna, il vinyāsa e un allineamento fisico sicuro. In questo modo si arriva ad una pratica che diventa una meditazione in movimento. Ci vogliono decenni per arrivare a questa esperienza. Per questa ragione ho ritenuto fondamentale apprendere, memorizzare e praticare tutte le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati molte volte, in ordine, per sentire la progressione e il fluire di ogni sezione (e anche per sperimentare le contro-posizioni e capire come le posizioni lavorano dinamicamente ed energeticamente sul corpo, sulla mente e sul respiro). Sfortunatamente senza avere una fune appesa al soffito a portata di mano, non ho potuto sperimentare la sequenza con la fune, e ho riprodotto le posture al suolo. Sospetto che queste derivino dai movimenti di uno sport Indiano, il Mallakhamba, e possano essere stati utili per arrampicarsi sugli alberi (o scalare le mura durante la colonizzazione Britannica).

L’intero processo è stato per me come creare una coreografia da un foglio musicale Benesh (un pentagramma con barre, su cui si annota ogni movimento) … ma senza il coreografo, quindi con molto spazio per l’interpretazione personale. Penso che se le descrizioni degli āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati a sei diversi praticanti esperti, vedremmo sei diverse espressioni di ogni posizione.

Prendiamo ad esempio Matsyendrapīṭhaṁ (105); la traduzione dal Sascrito è curiosa, poiché dice che il tallone sinistro è all’ombelico, mentre il piede destro è sulla coscia sinistra. Ma il piede destro dovrebbe anche essere sotto il ginocchio sinistro (!), e si dovrebbe afferrare il ginocchio destro con la mano sinistra e tenere le dita del piede sinistro:

“Con il tallone sinistro all’ombelico [e] l’altro piede sulla coscia [opposta], si afferri l’esterno del ginocchio destro con la mano sinistra e si tengano le dita del [piede destro, che si trovano] sotto il ginocchio sinistro. [Lo Yogi] deve restare in [questa posizione. Questa] è la posizione di Matsyendra.”

Trovo più sensato: “Con il tallone sinistro all’ombelico [e] l’altro piede all’esterno della coscia [opposta], si afferri la parte esterna del ginocchio destro e con la mano sinistra si tengano le dita del [piede destro, che si trovano] sotto il ginocchio sinistro. [Lo Yogi] deve restare in [questa posizione. Questa] è la posizione di Matsyendra.”

Ho eseguito pūrṇa matsyendrāsana come nella Serie Advanced A dell’Ashtanga, con il piede sinistro all’ombelico, il piede destro a terra all’esterno della gamba sinistra, la mia mano sinistra che tiene il piede destro, e la mano destra sulla coscia sinistra. Jason l’ha ottimizzata, così la mia mano destra era a terra dietro di me (come nella illustrazione del Śrītattvanidhi ).

Un altro esempio è tānāsana (112), che io ho interpretato come samakonāsana (la spaccata laterale nella Serie Advanced B dell’Ashtanga), ma Jason ha ritenuto che fosse semplicemente un allungamento delle gambe (come quando ci si sveglia) dalla posizione precedente (śavāsana). L’interpretazione di Jason ha senso se la postura segue direttamente śavāsana, ma la frase ‘dopo aver aperto entrambe le gambe’ a me fa pensare ad altro. In ogni caso, se questa fosse la versione corretta, perché dovrebbe far seguito a śavāsana? Non potrebbe essere che ‘la posa delle gambe divaricate’ venga prima di śukyāsanaṁ (110) ‘posa dell’ostrica’? Da praticante che esegue con continuità la ‘posa dell’ostrica’, o kandapīḍāsana come è nota nella Serie Advanced C dell’Ashtanga, posso condividere che le anche devono essere incredibilmente aperte (cosa che si conquista quando si padroneggiano le spaccate laterali). Nel sistema di āsana dell’Ashtanga, samakonāsana viene praticata due āsanas prima di kandapīḍāsana.

Solo una delle tante domande che sono sorte da questa ricostruzione…

Sfide e differenze con la mia pratica quotidiana di āsana
Dal punto di vista pratico, sono una donna occidentale che ha superato i 40 anni, e che cerca di trovare un senso alla traslitterazione e traduzione di un testo, probabilmente realizzato da un uomo indiano circa duecento anni fa, in un contesto e in una cultura molto diversi dai miei. Ho inoltre avuto modo di notare, nei vent’anni di vita che ho trascorso nel sud dell’India apprendendo lo yoga dai guru del posto, che il loro modo di esprimersi nel loro linguaggio è molto diverso dal mio. Quindi nell’estrarre un āsana da un testo indiano, mi sento di dire che prendere ogni parola in senso letterale e tradurla esattamente per ciò che è, potrebbe non rappresentare l’intenzione che l’autore/insegnante/praticante cerca di trasmettere. Forse ci sono sfide particolari nell’utilizzare il vocabolario sanscrito per descrivere il movimento? Un ulteriore esempio è la descrizione/traduzione di krauñcāsana (103): ‘dopo aver passato i pugni attraverso le cosce e le ginocchia’ – è chiaramente impossibile seguire alla lettera queste istruzioni.

Il testo offre informazioni molto limitate sulle posture, che sollevano (almeno per me) le seguenti domande:
* Il testo è veramente stato scritto dal precursore delle sequenze, o da un esperto praticante āsana?
* La numerazione all’interno delle sequenze/l’ordine degli āsanas sono affidabili?
* Le descrizioni su come eseguire ogni singolo āsana sono accurate?
* Una cosa è essere in grado di dimostrare perfettamente un āsana, ma essere in grado di riassumerla e spiegare come eseguirla, usando i vocaboli adatti, è tutt’altro talento.
* Perché non ci sono indicazioni sul dṛṣṭi?
* Per quanto tempo vanno tenute le posture?
* Alcuni degli āsanas vanno eseguiti da entrambi i lati?
* E’ necessario padroneggiare una postura prima di passare a quella successiva?
* Modalità della pratica: una sessione separata ogni giorno per sei giorni, l’intera opera quotidianamente, o le sezioni sono destinate a praticanti diversi? Sei si, per chi e perché?
* Le donne eseguivano queste posture? Avevano accesso all’insegnante?
* Il praticante doveva continuare con queste sequenze nelle diverse fasi della sua vita, o erano usate in modo personalizzato, a seconda della sua età?
* Come può una postura ‘trafiggere il sole e la luna’? A cosa ci si riferisce?
* Si trattava di una pratica solitaria?

La mia esperienza nella pratica della sequenza di āsana dell’Haṭhābhyāsapddhati
La pratica delle sequenze nella loro interezza è divertente, e collettivamente invitano a livelli equilibrati di forza, flessibilità, equilibrio, stamina e concentrazione. Tuttavia non sono così raffinate ed eleganti come quelle del sistema di āsana dell’Ashtanga che pratico quotidianamente (e che Pattabhi Jois impiegò 50 anni a perfezionare). Avrei bisogno di praticare le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati per lungo tempo per capire se hanno lo stesso effetto mentale, fisico ed energetico dell’Ashtanga; per vedere se anche in questo caso è possibile raggiungere il risultato di una meditazione in movimento. Inoltre, senza poter andare indietro nel tempo per sperimentare di prima mano come venivano insegnate e apprese le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati, non potremo davvero sapere come venivano praticate.

Naturalmente è una esperienza meravigliosa avere accesso ad un testo storico che descrive una vastità di āsana in una sequenza potenzialmente dinamica, che include molte delle posture che appaiono nel libro di Krishnamacharya Yoga Makaranda (Il Nettare dello Yoga, Astrolabio, NdT) così come molte altre che ora fanno parte del sistema dell’Ashtanga sviluppato da Pattabhi Jois (e presenti in altre scuole di haṭha yoga contemporaneo).

E’ verosimile pensare che se Krishnamacharya ha avuto la possibilità di consultare l’Haṭhābhyāsapaddhati, il Śrītattvanidhi ed altre opere sul movimento, ne sia stato ispirato. Queste opere così affascinanti avrebbero, in questo caso, dato forma a molte delle pratiche di yoga posturale contemporaneo.

© 2020 Philippa Asher

Philippa Asher è una delle poche donne al mondo (e l’unica in UK) Certificate all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga secondo il metodo trasmesso da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois. E’ una delle praticanti più avanzate al mondo, avendo completato la Prima, la Seconda e le Serie Advanced A e B di questo metodo. Trasmette questo metodo insegnando in India, dove vive da vent’anni, e all’estero nei suoi apprezzatissimi workshops.

Philippa Asher in Ganda Bherundasana

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I Bandha: mito o realtà?

Chi di voi non ha in qualche modo sentito le proprie certezze scuotersi quando una famosa insegnante di Ashtanga Yoga ha dichiarato “i bandha non esistono?”

Beh, io qualche domanda me la sono fatta, e nella mia esperienza ventennale devo dire che i bandha, seppur ineffabili, mi sono sempre sembrati molto reali. Certo, non sono l’elemento chiave per eseguire una verticale perfetta, ma senza i famigerati bandha la mia pratica risulta decisamente più pesante e faticosa. Mi sono dedicata quindi ad una ricerca approfondita e ho trovato un utilissimo articolo di David Keil, esperto insegnante di Yoga e bodyworker, nonché per anni braccio destro di John Scott durante i suoi teachers’ trainings.  Ve lo traduco sperando come sempre di esservi utile! E vi raccomando di seguire il sito di David, YogaAnatomy, per essere sempre aggiornati sull’interazione tra anatomia classica e Yoga.

“Ciao David, ho appena letto il commento di una insegnante di Yoga che afferma che i bandha sono un mito, e che attivare i muscoli perineali alla base della pelvi non è di alcun aiuto nell’esecuzione di jump back e through. Cosa ne pensi?” 

L’Hatha Yoga Pradipika, uno dei principali testi dedicati alla pratica degli asana e del pranayama, descrive uddiyana e mula bandha come pratiche che coinvolgono mente e corpo nel direzionare la nostra energia (nel testo ovviamente non si fa menzione di jump back e through). Ma allora, i bandha si attivano a livello muscolare o energetico? Direi che il concetto di bandha copre diverse aree: corporea, energetica, e anche metaforica. Sebbene la parola bandha venga tradotta abitualmente come “chiusura”, “blocco”, o “lucchetto”, se dovessi definire il concetto in modo più generico direi che i bandha sono “consapevolezza interiore concentrata, con una direzione”.

Quando facciamo riferimento ai bandha, solitamente parliamo di Uddiyana e Mula Bandha. L’Hatha Yoga Pradipika descrive così uddiyana bandha:
“Il portare all’indietro l’addome al di sopra e al di sotto dell’ombelico, è chiamato uddiyana-bandha.” (Ch.3: Vs.57 – Mohan translation)

E parla così di mula bandha:
“Premere il perineo con il tallone, contrarre il perineo e dirigire apana verso l’alto. Questa azione è chiamata mula-bandha.”
(Ch. 3: Vs.:61 – Mohan translation)

Corporeo

No, il jump back non è lo scopo della contrazione muscolare e della concentrazione mentale che nell’Hatha Yoga Pradipika descrivono mula e uddiyana bandha. Il testo parla invece di una sottile pratica interna che sostiene lo stato meditativo. Tuttavia, quelle stesse contrazioni muscolari, eseguite con attenzione possono influenzare anche la nostra attività corporea. Contrarre questi muscoli può quindi avere un effetto sul controllo dei nostri movimenti? Assolutamente sì. Chiunque abbia assistito ad una performance di balletto o ginnastica artistica sa quali effetti abbia questo sottile controllo sui movimenti del corpo.

Cerchiamo di comprendere la corporeità dei bandha. Fisicamente, la descrizione di  mula bandha nell’Hatha Yoga Pradipika si traduce nel dirigere la nostra attenzione nell’area che circonda il perineo. Il principale gruppo di muscoli che troviamo in quel punto è il gruppo dei muscoli pubococcigei (PCM). L’azione di questi muscoli, quando si contraggono, è di sollevare il pavimento pelvico, e nel far ciò fornire supporto muscolare agli organi viscerali situati in quell’area. Indirettamente, i PCM sostengono e stabilizzano la colonna, perché la pelvi sostiene la colonna vertebrale.

Per quanto riguarda uddiyana bandha l’Hatha Yoga Pradipika lo definisce come il dirigere la nostra attenzione verso gli strati profondi della muscolatura addominale. Se ci spingiamo un po’ più in profondità rispetto al  muscolo retto addominale, troviamo il trasverso e l’ileopsoas. La principale azione del trasverso è comprimere l’addome e stabilizzare il tronco. L’azione primaria della contrazione dell’ileopsoas, invece, è di flettere l’articolazione dell’anca. Lo Psoas major, parte dell’ileopsoas, è il muscolo che da’ inizio all’atto di camminare.

Potete immaginare che se combiniamo tutta questa azione muscolare per stabilizzare la colonna vertebrale a livello degli strati più profondi del corpo, e poi utilizziamo un muscolo potente come l’ileopsoas per dare inizio al movimento, l’impatto che ne risulta in termini di leggerezza e stabilità in movimenti come il jump back e through è di notevole importanza. Ovviamente i bandha non rappresentano la soluzione istantanea al jump back. E’ l’interazione tra l’impiego di tutti i gruppi muscolari coinvolti, della forza necessaria e della tecnica appresa nel tempo che ci portano all’esecuzione di un jump back. I bandha influenzano quindi la sensazione e l’aspetto dei nostri jump back. Come diamo inizio ad un movimento, e i muscoli da cui partiamo per muoverci, sicuramente ne influenzano la leggerezza e l’armonia.

Energetico

Ora proviamo ad esplorare l’idea dei bandha come un modo per dirigere la nostra energia. Se riteniamo che lo Yoga non sia solo asana, ma che sia un percorso verso una maggiore concentrazione e quindi verso uno stato di meditazione, allora abbiamo bisogno di strumenti che costituiscano un ponte per connetterci da un punto all’altro. Potremmo scegliere di iniziare il nostro percorso con gli asana, perché il corpo è qualcosa verso cui è facile dirigere la nostra attenzione. Mantenere questa attenzione, tuttavia, può essere difficile; alla mente piace vagare qua e là. Utilizzare uno strumento più sottile come il respiro può approfondire la nostra attenzione rilassando il nostro sistema nervoso, sostenendo il nostro livello di attenzione. E i bandha fanno parte del respiro.

Usiamo la contrazione muscolare per gestire il respiro durante la pratica degli asana. Il respiro invia informazioni al sistema nervoso, e viceversa. Il controllo muscolare del respiro che deriva dal concetto di bandha influenza la velocità e la qualità della respirazione. In altre parole, dando una diversa forma o tensione al contenitore addominale ha un effetto su come tale contenitore si muove, cosa che a sua volta influenza la sensazione del nostro respiro. Il modo in cui gestiamo il nostro respiro influenza il sistema nervoso, e in tal modo influenza la nostra esperienza a livello energetico.

Se guardiamo un film del terrore, cosa ci accade a livello muscolare e respiratorio nel momento in cui il killer appare improvvisamente da dietro la porta? Molto probabilmente i nostri muscoli si contraggono e il nostro respiro si fa più rapido. L’esperienza di quel particolare momento è proprio di… terrore! Per contro, immaginiamo di essere sulla spiaggia e di osservare un bel tramonto. In questo caso i nostri muscoli sono rilassati e il nostro respiro è più lento. La qualità della nostra esperienza è completamente diversa. Possiamo dunque utilizzare l’intenzione per contrarre sottilmente determinati muscoli, in modo tale da influenzare il nostro sistema nervoso, per creare un particolare tipo di esperienza.

Oggetto di meditazione

Un altro modo per concettualizzare i bandha è definirli “oggetto di meditazione”, invece che un trucchetto magico per eseguire un bel jump back. Se l’esplorazione dei bandha mantiene la nostra attenzione verso un’unica direzione, allora siamo sulla strada giusta, la strada dello Yoga, perché stiamo cercando di dirigere la nostra attenzione verso un unico oggetto. In questo caso, i bandha diventano il nostro “oggetto di meditazione”.

Metaforico

Mi auguro che la pratica dello Yoga ci aiuti a raggiungere un maggiore equilibrio nella nostra vita. E’ certamente uno dei benefici che viene maggiormente citato da chi lo pratica. L’idea di un bandha della “radice” e di un bandha che ci “eleva” può diventare un modo per descrivere la nostra esplorazione dell’equilibrio. Ma equilibrio tra cosa, esattamente? Suggerirei un equilibrio tra sforzo e agio, o stabilità e leggerezza, o radicamento ed elevazione. In senso più pratico o mondano, potremmo definirlo un equilibrio tra un’eccitante avventura e una stabile dimora. E’ prana e apana, Yin e Yang, o qualunque altra definizione utilizzata per descrivere energie apparentemente opposte.

In conclusione…

… I bandha sono un concetto dalle molte facce, che possiamo utilizzare in diversi aspetti della nostra pratica; dai jump back alla meditazione. Non esiste una sola, semplice risposta che possa definire l’idea o gli effetti del lavoro sui bandha. L’evoluzione e la crescita della nostra pratica determinano la nostra esperienza dei bandha.

David Keil 

(traduzione di Francesca d’Errico)

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Sono pronto per la Seconda Serie? Le riflessioni di Ty Landrum

Alzi la mano chi non si è mai chiesto, dopo qualche anno di Prima Serie: “Sono pronto per la Seconda Serie?”. Io me lo sono chiesta mille volte, negli anni, e quando ho iniziato a praticarla devo dire che tutto avevo considerato tranne che gli aspetti psicodinamici che la sequenza di posizioni della Seconda Serie spalanca davanti al praticante. Quando ho letto il blogpost di Ty Landrum, ieri, mi si è aperto un nuovo universo di comprensione sulle esperienze degli ultimi anni, e ho pensato di condividere le riflessioni di Ty con tutti voi, traducendo il suo meraviglioso articolo. Eccolo in italiano, un vero must per tutti i praticanti che si affacciano a questa impegnativa sequenza.

“La curva di apprendimento della Prima Serie è ripida. Mentre ci trasciniamo sui faticosi declivi della pratica, incontriamo una serie infinita di false vette. Ogni volta che ci illudiamo di aver raggiunto la cima, ne appare un’altra, che appare ancora più irraggiungibile all’orizzonte. Se proseguiamo il nostro duro cammino attraverso queste esperienze, ci accorgiamo gradualmente che le cime sono infinite. C’è sempre un livello superiore, un altro modo per eseguire la sequenza in modo più elegante, più vibrante, con maggior concentrazione e consapevolezza. Non completiamo mai davvero la Prima Serie, piuttosto continuiamo a riscoprirla, e a riscoprire noi stessi in questo processo.  Questa è forse la cosa più importante da tenere a mente quando arriviamo a porci la fatidica domanda che ogni praticante di Ashtanga si ritrova ad affrontare: Sono pronto per la Seconda Serie?

Ty Landrum in Kapotasana (by Alessandro Sigismondi)

Non c’è una risposta facile a questa domanda, né un’unità di misura che possiamo utilizzare per decidere con sicurezza. Nella comunità Ashtanga, esistono alcuni standard posturali, che hanno senso in alcuni contesti, ma che sono troppo rigidi e superficiali per essere realmente applicabili. Funzionano per un piccolo gruppo di persone che rappresentano questi standard, ma impediscono agli altri, che per altri aspetti sono pronti per questa esperienza, di abbracciare il potenziale della pratica nel suo insieme. Alcuni corpi non riusciranno mai a flettersi nelle migliori forme della Prima Serie, ma ciò non significa che non siano pronti ad avanzare sia fisicamente che mentalmente nella pratica.

Tuttavia c’è una buona ragione se la Prima Serie è, appunto, prima nella lista delle sequenze Ashtanga. A livello psichico e fisico, la Prima Serie comprende le fondamenta su cui costruire le sequenze successive. E se queste fondamenta non sono solide, l’intero edificio sarà traballante e costantemente in pericolo di collassare.

Per capire se si è pronti per la Seconda Serie, è necessario comprendere alcuni aspetti psicodinamici della pratica. Il primo è che la Prima Serie è stata sviluppata specificatamente per rafforzare apana, la forza discendente e dissolvente che rimuove gli eccessi fisici e mentali. Apana è la forza che ci consente di lasciar andare pensieri, emozioni e ricordi di cui non abbiamo più bisogno, così da poter andare avanti nelle nostre vite e continuare ad evolverci. Tutto quel flettersi, strizzarsi, torcersi e arrotolarsi che caratterizza la Prima Serie ha lo scopo di consolidare e amplificare la forza apanica, con l’obiettivo di creare più concentrazione, stabilità e resilienza mentale.

La Seconda Serie, d’altro canto, è disegnata per esumare i sedimenti delle esperienze passate, rimuovere dai nostri recessi corporei frammenti di pensieri, sensazioni e ricordi non elaborati rilasciandoli nello spazio aperto della consapevolezza. Se la forza apanica è forte, dissolverà questi sedimenti e noi esperiremo il processo come una sorta di liberazione fisica. La forza creativa confinata all’interno di quei frammenti mentali sarà riassorbita dal corpo sottile, che in risposta si illuminerà, risplendendo di una rinnovata carica creativa.  In termini di psicologia yogica, questo momento di assorbimento è chiamato hatha-paka, o assimilazione improvvisa, che è uno dei più cruciali processi di liberazione della mente condizionata.

Questo processo non avviene se la forza apanica della mente non è sufficientemente forte. E questo è il motivo per cui il sistema dell’Ashtanga Yoga enfatizza l’elaborazione della forza apanica fin dall’inizio. Se questa forza non è sufficiente, la mente conscia viene esposta inaspettatamente a ricordi latenti e non elaborati, il risultato può essere abbastanza traumatico. Incapace di distaccarsene e di restare solidamente ancorata, la mente si impiglia tra i ricordi e le storie drammatiche ad essi collegate. E per questa ragione, rischia di infiammarsi, se non addirittura di perdersi.

Il rilascio improvviso di ricordi non elaborati non è da prendersi alla leggera. Eppure la leggerezza – unita ad un senso di distacco e temperata dalla meraviglia – è precisamente il metodo dell’hatha-paka. Per praticare questo metodo è necessaria una forza apanica notevole. E’ importante essere ben radicati nel proprio corpo, e questo è proprio l’obiettivo della Prima Serie.

Ovviamente c’è chi è ben radicato nel proprio corpo pur non avendo completato le difficili forme della Prima Serie. Alcuni corpi non riusciranno mai ad assumere queste forme, per quanto la loro forza apanica sia evidente. Quindi l’abilità tecnica nell’esecuzione della Prima Serie è un modo alquanto superficiale per giudicare l’eventuale prontezza ad avanzare nella Seconda Serie. Piuttosto una notevole forza apanica, in grado di sostenere improvvisi ricordi e memorie latenti, è un metodo più pertinente per verificare se siamo in grado di muoverci verso la Seconda Serie. Ma anche questa unità di misura non è sufficiente da sola.

Esistono persone che hanno una forte consapevolezza corporea anche prima di iniziare a praticare Ashtanga Yoga. Magari arrivano da altre pratiche fisiche, o hanno un carattere solido per natura. Tuttavia anche per loro potrebbe non essere prudente affacciarsi subito alla Seconda Serie, perché in questa sequenza, se eseguita in modo tradizionale, sono presenti sfide fisiche importanti. E a meno che non sia stata sviluppata l’integrità fisica che deriva dalla pratica della Prima Serie per un sufficiente periodo di tempo, la Seconda Serie può esporci ad un notevole rischio di infortuni. Quindi neanche avere una notevole forza apanica può essere un sufficiente metro di giudizio per intraprendere la Seconda Serie. E’ necessario anche avere una base forte a livello di sostegno posturale, aspetto che deriva da una pratica costante della Prima Serie.

Eppure ci sono moltissime posture e molti movimenti della Seconda Serie che possono essere di grande beneficio se adattati al corpo e alle condizioni anche del praticante meno esperto. Nessuna regola di prodezza posturale dovrebbe impedire a questi praticanti di trarre beneficio da queste posizioni che hanno un incredibile potenziale terapeutico. Quindi la prontezza nell’apprendere alcune posizioni della Seconda Serie non può essere soggetta a valutazioni che combinano forza apanica e supporto posturale.

E c’è un predominante motivo psicodinamico per cui i più seri praticanti di Ashtanga iniziano a sperimentare alcune versioni adattate della Seconda Serie dopo due o tre anni, indipendentemente dal livello raggiunto nella Prima Serie. E questo motivo è l’equilibrio. Con la sua pronunciata enfasi sulla forza apanica, la Prima Serie non è una pratica bilanciata. Al contrario è un intelligente elemento di base nello sviluppo di una pratica bilanciata. Se praticata sufficientemente, la Prima Serie raccoglie e consolida le nostre energie fisiche, incoraggia la concentrazione, la stabilità e la resilienza mentale. Ma se eseguita all’esasperazione, o troppo a lungo, può incoraggiare una eccessiva introversione, rigidità mentale e persino dogmatismo.

E nemmeno questa è una prerogativa esclusiva della Prima Serie. Qualsiasi pratica fortemente apanica, se portata all’esasperazione, può portare a squilibri mentali. Lo si evince in chi diventa eccessivamente chiuso, introverso, distante e fortemente radicato nelle proprie idee e percezioni. All’estremo, lo squilibrio di tipo apanico si manifesta in estremismo, che è uno degli ostacoli più seri nello Yoga. Quindi, anche se non abbiamo grandi ambizioni nel collezionare molte posture, è un bene considerare di praticare una Seconda Serie modificata, semplicemente per invitare una maggiore apertura e ricettività nella pratica. In altre parole, è bene considerare di bilanciare la pratica apanica della Prima Serie con una sequenza che incoraggi il flusso del prana, la corrente ascendente che guida la nostra immaginazione, ispirazione, creatività e l’abilità di vedere le cose da diversi punti di vista.

Per i praticanti di Ashtanga, questo si traduce nell’aggiungere alcune versioni delle posture praniche che appaiono all’inizio della Seconda Serie, adattate intelligentemente alle proprie abilità. Si tratta di posizioni che interessano una maggiore apertura, maggiore allungamento ed estensione delle anche e della colonna, l’esatto opposto delle flessioni e delle chiusure della Prima Serie. Incoraggiano una maggiore attenzione al movimento verso l’alto e verso l’esterno, e stimolano correnti sensorie più lunghe e profonde nel corpo. Se combinate intelligentemente con la sequenza della Prima Serie, queste posizioni ci aiutano a trovare maggiore equilibrio all’interno della pratica.

La Prima Serie è invece una pratica fondamentale per coloro che hanno bisogno di governare le proprie correnti psichiche, trovando maggiore solidità nel corpo, preparandosi fisicamente e mentalmente per la pratica profonda e faticosa della Seconda Serie.

In realtà, ci sono motivi psicodinamici che sostengono l’inserimento intelligente di alcune accessibili versioni delle posture praniche della Seconda Serie fin dall’inizio della pratica. Può trattarsi dell’urgente necessità di rompere strati di stagnazione mentale, di sollevare il morale o rivolgere l’attenzione all’esterno. Come abbiamo visto, potrebbero esserci necessità di confrontare problemi apparentemente solo fisici, come il dolore cronico o la tensione nelle spalle e nelle anche. C’è più di una ragione, quindi, per inserire anche precocemente alcune posizioni della Seconda Serie nella pratica dell’Ashtanga Yoga.

Per concludere, non esiste un semplice criterio, che possiamo descrivere in termini di prodezza posturale, per determinare la nostra prontezza ad entrare nella Seconda Serie. Ci sono molte buone ragioni per inserire posizioni della Seconda Serie nella nostra pratica prima di aver raggiunto i canoni convenzionali della prodezza tecnica. Un insegnante esperto può aiutarci a decidere ma dobbiamo sempre ricordare che nessuno può prendere questa decisione al nostro posto. Naturalmente sarebbe sciocco ignorare la tradizione, e sarebbe da arroganti ignorare il consiglio di chi è più esperto di noi. Ma ciò che più conta è che sarebbe scandaloso arrendersi al giudizio delle convenzioni, e affidare ad altri la propria evoluzione fisica e psichica.

Per camminare sulla strada dello Yoga, senza finire fuori pista, dobbiamo sviluppare il potere del discernimento, viveka-khyati, così da inanellare una sequenza intelligente di azione e reazione. Diversamente, saremmo vittime dei raggiri della nostra mente, che non si stanca mai di imporre regole e costrutti sulle nostre esperienze, e che sarà lieta di impedirci di sperimentare nuove aperture di spirito. Per immergerci in questo spirito – che è lo spirito più autentico dello yoga – dobbiamo continuare ad abbandonare le nostre idee e i nostri preconcetti, insieme a quelli altrui, e guardare nuovamente, senza paura e senza inganno, nel centro luminoso della nostra esperienza, continuando ad avere illimitata e pura fiducia in ciò che siamo.

Quindi se avete trascorso un po’ di tempo insieme alla Prima Serie, e vi state chiedendo se siete pronti ad andare avanti, abbandonate regole e precetti. Invece che imporre un criterio esterno, che considera solo l’aspetto fisico e posturale, pensate all’impatto che la Seconda Serie potrebbe avere sulla vostra mente. Sappiate che non potrete predire o controllare tale impatto. E sappiate che, nel praticare la Seconda Serie, vi esporrete all’ignoto, e sentirete nuove dimensioni del vostro corpo e della vostra psiche. Siete pronti a confrontare i demoni che vi aspettano nell’ombra? Siete pronti ad abbracciarli con compassione, ad accettarli come parte di voi, senza restare impigliati nei drammi che potrebbero evocare?  Con queste domande in mente, potete finalmente chiedervi: Sono pronto per la Seconda Serie?”

Ty Landrum, direttore di The Yoga Workshop, Boulder 

Ty Landrum sarà in Italia e in Europa nel 2019 per una serie di workshops. Sul suo sito trovate tutti i dettagli.

(traduzione di Francesca d’Errico)

Lo Yoga è vivo e sta benone

Lo Yoga è vivo e sta benone. Questo articolo nasce dalla lettura di un pezzo molto negativo sullo Yoga, apparso recentemente su facebook. Ebbene la mia opinione è agli antipodi (e ancora una volta, per aver espresso con cortesia un’idea diversa, sono stata bannata dall’autrice del pezzo… un gesto che si commenta da sé).

Se cerchiamo lo Yoga al di fuori di noi, se non abbiamo la perseveranza di confrontarci con la pratica ogni giorno, rimarremo sempre delusi. Se dallo Yoga ci aspettiamo il miracolo del risultato senza il lavoro necessario per arrivarci, non troveremo le risposte alle nostre domande. Se non abbiamo la perseveranza di seguire una scuola, una tradizione, per un tempo sufficientemente lungo (e parlo di anni, non di pochi mesi), non riusciremo mai a carpirne l’essenza. Se pensiamo che lo Yoga sia circo, festival, leggings colorati (che peraltro a me piacciono moltissimo), e ci meravigliamo che la pace dei sensi possa trovarsi lì, decisamente ne avremo una percezione distorta.

Sono stata fortunata: ho sempre avuto una propensione per la disciplina. Quando ho iniziato a praticare venivo da un passato sportivo (come ginnasta) e sapevo che, senza applicazione costante, non avrei ottenuto alcun risultato. Sapevo anche che, pur mettendo nella pratica tutta la mia passione e dedizione, il risultato avrebbe potuto essere diverso da quello che mi aspettavo (e certo non mi riferisco solo agli asana!). Credo che in molti, ultimamente, si avvicinino allo Yoga sperando nel “miracolo” della soluzione immediata ai propri problemi fisici e/o esistenziali e, con queste elevate aspettative in testa, ne restino altrettanto rapidamente delusi. Lo Yoga dà molto, è vero, ma solo se si è disposti a dargli altrettanto. Solo attraverso la disciplina e la volontà di andare avanti, affrontando sul percorso gli inevitabili ostacoli (incluse le tante delusioni), riusciremo nel tempo a comprenderne il valore.

Ho incontrato tanti maestri. Alcuni meravigliosi (e sono quelli che mi hanno dato la forza di continuare il percorso), altri forse discutibili. Ma se comprendiamo che ognuno di noi segue il proprio dharma, e che ogni essere vivente su questa terra sta facendo del suo meglio con gli strumenti che gli  sono stati affidati, riusciremo sempre a trarre da ogni incontro una lezione importante. Su come vorremmo (e come non vorremo mai) essere. Su come possiamo fare di più, su come possiamo stare (e far stare) meglio. Su quali energie desideriamo attrarre, e da quali vogliamo tenerci a distanza.

Forse quel maestro ci ha deluso. Quel festival ci è sembrato una buffonata. Instagram ci sembra una parata di acrobati (ma ricordiamo che anche migliaia di anni fa artisti sconosciuti raffiguravano gli Yogi nelle loro complesse posizioni in statue e sulle mura dei templi…). Non smettiamo di cercare. Magari nella shala di quel maestro incontreremo qualcuno che ci suggerirà una scuola dove ci sentiremo a casa. A quel festival troveremo un libro di filosofia indiana che ci aprirà una nuova visione. Su Instagram troveremo una foto che ci ispirerà a seguire una tradizione.

E soprattutto, pratichiamo. Tutti i giorni, in ascolto. Senza guardare cosa fanno gli altri, a quale posizione sono arrivati, se riescono a fare una verticale o kapotasana. Pratichiamo e sentiamo cosa ci trasmette quello che riusciamo a fare. Ascoltiamo il corpo negli asana e controlliamo la mente con il respiro, con i mantra, con la meditazione. Seguiamo un maestro con rispetto, permettiamogli di conoscerci (e di conoscerlo) frequentandolo con continuità. Tutto il resto, come diceva Sri K. Pattabhi Jois, è circo.

Susanna Finocchi

Ashtanga Yoga Follonica ha ospitato recentemente Susanna Finocchi, KPJAYI Level 2, co-fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen per un meraviglioso seminario. Sono state giornate intense di pratica, filosofia, chanting. Un gruppo di splendidi yogi, animati dal desiderio di affrontare se stessi sul tappetino e fuori, ha portato un’energia bellissima a testimonianza della vitalità dello Yoga contemporaneo. Ma soprattutto una grande maestra, che da decenni vive quotidianamente la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ci ha trasmesso insegnamenti resi attuali dalla sua esperienza diretta e continua con la fonte. E questo per me è Yoga autentico, l’unico che mi interessa.

Susanna tornerà da noi ad agosto, per una intera settimana Mysore. Abbiamo condiviso con lei sudore e risate, e non vediamo l’ora di tornare a praticare sotto la sua guida esperta, paziente, profonda e autentica. Con lei, lo Yoga è veramente vivo e sta benone.

Ancora più importante, Ashtanga Yoga Copenhagen ospiterà una delle tappe europee di Sharath Jois. Una ragione in più per avvicinarsi alla fonte di questa meravigliosa disciplina.

(nella foto sopra: Susanna Finocchi in Galavasana. Stay tuned per le sue nuove date a Follonica!)

Le fasi e la longevità della pratica Yoga

Fasi e longevità della pratica Yoga nel tempo: domande sempre più ricorrenti ora che lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa o Jivamukti) sta diventando il più praticato al mondo.

Parsvakonasana (foto di M. Pantani)

Salgo sul tappetino da oltre vent’anni e non ho iniziato da ragazzina, ho scelto da subito l’Ashtanga Yoga, con incursioni Jivamukti che tuttora mantengo. Certo ho un passato di ginnasta e ballerina, e questo forse può sembrare un vantaggio inizialmente. In realtà con lo Yoga ho dovuto reimpostare tutto ciò che avevo appreso nelle discipline precedenti, imparando ad approcciare ogni posizione non tanto con l’esito estetico in mente, quanto con l’obiettivo di farne un luogo per il respiro. Gli inarcamenti di una ginnasta, ad esempio, sono molto diversi da quelli di uno Yogi, anche se in apparenza possono sembrare simili. Nelle attività fisiche in senso lato l’approccio alla posizione è per lo più muscolare, articolare, fisiologico. Negli asana entra in gioco l’aspetto energetico, guidato dal respiro, ed è per questo che anche chi inizia a praticare in età avanzata può comunque migliorare e trarre giovamento da questa disciplina. Non è mai troppo tardi per coltivare la longevità!

Sicuramente negli anni la mia pratica è cambiata. Sebbene ancora adesso io pratichi tutti i giorni Ashtanga o Vinyasa Yoga, non mi prefiggo come obiettivo la terza o la quarta serie dell’Ashtanga, quanto la longevità di una pratica dinamica. Per chi ha superato una “certa” età, e anche per chi magari non è ancora entrato negli “anta” ma ha un corpo segnato da molti anni di attività sportiva agonistica, forse può essere interessante la mia personale esperienza di praticante e insegnante.

Innanzi tutto, una premessa. Spiritualmente siamo tutti creature sacre, ma fisicamente ognuno di noi è unico. Al di là della conformazione muscolo-scheletrica, ognuno di noi reagisce a traumi fisici e psichici e alle emozioni in modo unico e irripetibile. Traumi ed emozioni non vivono solo nella nostra mente ma anche nel nostro corpo. Siamo su questo piano di esistenza per vivere con tutto il nostro essere, e non è possibile disconnettere la mente dal corpo. Quando cerchiamo di farlo, l’una/o si vendica sull’altro/a. Questo è vero sia nel breve che nel lungo termine. Ci abituiamo a dare per scontate posizioni e transizioni che magari hanno fatto parte del nostro percorso per dieci anni e più, e improvvisamente un mattino Marichyasana D non ne vuole sapere di chiudersi. E questo senza spiegazioni fisiologiche apparenti. Fino a ieri i nostri jump back erano leggeri come piume, e oggi improvvisamente ci sentiamo di piombo. In questo la pratica è una continua verifica del nostro piano esistenziale, di ciò che accade in noi e attorno a noi e di come reagiamo alle diverse sfide del quotidiano. Se affrontiamo la pratica come una sfida (“la mia mente decide cosa deve fare il corpo”) siamo molto probabilmente destinati a non durare a lungo sul tappetino. Se invece accogliamo la pratica come un messaggio della parte migliore di noi, allora ogni giorno è una scoperta, e non resteremo mai delusi. Longevità, nel mio vocabolario, non significa invecchiamento, ma lunga giovinezza della pratica, che significa poi un corpo ed una mente giovani per tutta la durata della nostra vita.

Per quanto mi riguarda, salgo ogni giorno sul tappetino cercando di capire di cosa ho bisogno. In primo luogo mi assicuro che sia sempre il respiro a dare inizio al movimento, e non viceversa. Se prestiamo attenzione a questo aspetto, ci rendiamo conto di quante volte, senza volerlo, ci muoviamo prima di iniziare a respirare. E’ un po’ come parlare prima di pensare: di solito non ne viene fuori niente di buono! Quindi verifichiamo sempre che sia il respiro a guidarci.

Prima di praticare, eseguo alcuni movimenti spinali che mi sono stati insegnati da Simon Borg-Olivier. In questi movimenti, comincio a connettermi con il centro del mio corpo, da cui attingo per trovare equilibrio sia nelle posizioni in piedi che nei bilanciamenti sulle braccia. Se mi sento molto carica di energia, rispondo dando maggiore enfasi alle transizioni dinamiche, con una pratica ricca di vinyasa. Se mi sento “svuotata”, cerco di lavorare in direzione di una “peak pose”, ovvero preparando il corpo ad una posizione particolarmente impegnativa riducendo le transizioni o rendendole più leggere. In questo, prendo spunto dai vinyasa alternativi di due grandi maestri di Yoga, Matthew Sweeney e Godfrey Devereux, di cui vi suggerisco l’approfondimento (basta cliccare sui loro nomi per raggiungere i loro siti). Se mi sento sbilanciata, lavoro sui core muscles (i muscoli profondi del tronco), privilegiando Navasana, Chaturanga e le loro tante varianti al centro della pratica. Le transizioni sono estremamente divertenti, ma penso sia poco realistico ed energeticamente troppo demanding praticare sei giorni su sette inserendo una verticale sulle mani ad ogni cambio di posizione.

Le inversioni fanno sempre parte della mia pratica, anche e soprattutto per i loro benefici effetti sui flussi ormonali del corpo: un particolare che le donne non dovrebbero mai trascurare, soprattutto dopo i 40-45 anni.  Dopo le inversioni (soprattutto se eseguo Salamba Sarvangana dopo Sirsasana, suggerito ad esempio nel metodo Jivamukti) resto almeno una decina di respiri in Savasana, per dar modo ai fluidi corporei di tornare alla normalità. Un altro elemento imprescindibile è il rilassamento profondo al termine della pratica, che dà modo al corpo di assorbire l’energia sviluppata durante asana e vinyasa, e ne evita la dispersione immediata.

Come si traduce tutto questo sul tappetino? Potete vederlo voi stessi seguendo una delle mie sequenze vinyasa. Insieme a Tessa Gelisio ho sviluppato cinque moduli di pratica che possono essere utilizzati singolarmente, o messi in sequenza a seconda della disponibilità di tempo e del livello di pratica. Comprendono posizioni della prima, della seconda e della terza serie dell’Ashtanga Yoga, collegate tra loro da transizioni classiche o alternative. L’obiettivo delle mie sequenze è la longevità di una pratica dinamica. Perché l’amore per questo tipo di Yoga non passa con gli anni. Anzi! Mantenere a lungo nel tempo una pratica dinamica è un investimento per la salute di mente e corpo. Trovate tutti i video nella sezione practice di questo sito. Qui vi lascio con quello dedicato all’inizio della pratica: movimenti spinali, asana preparatori e saluti al sole a&b, adatti davvero a tutti i livelli di pratica. Spero che i miei suggerimenti vi siano utili soprattutto per far sì che la pratica diventi non solo una fase della vostra vita, ma la compagna fedele di ogni giorno, il più a lungo possibile.

Buona pratica!

Volete saperne di più, o praticare online live insieme a me? Compilate questo modulo, e conosciamoci meglio!

Alo Yoga vs Kino e Dana: corporations vs Yama e Niyama?

Alo Yoga: chi non ha sentito parlare della più famosa azienda produttrice di capi pensati per la pratica, indossati da bellissime e magrissime modelle, sempre fotografate in pose plastiche sulle spiagge più lussuose del mondo? E dall’altra parte Kino MacGregor, famosissima e super certificata insegnante di Ashtanga Yoga, nonché fondatrice di uno dei centri dedicati a questa pratica più noti al mondo (Miami Life Centre), star di Instagram con oltre un milione di followers, ideatrice di uno dei più seguiti online channel dedicati allo Yoga (Omstars), autrice di numerosi libri e da sempre portavoce di chi con l’accettazione del suo corpo ha dovuto invece lottare un bel po’, perché non esattamente magrissima, non esattamente altissima, insomma non la tipica eterea figurina che i social media ci hanno abituato ad associare allo Yoga. Infine Dana Falsetti, praticante e insegnante di Yoga 24enne, decisamente oversize e paladina delle donne curvilinee su Instagram. In queste ultime settimane infuria la bufera su questi nomi, che negli anni sono diventati familiari a tutti i praticanti del mondo. Anche se siamo tutti d’accordo che un costosissimo completino stia allo Yoga tanto quanto una bistecca sta ad un menu vegetariano, sono davvero moltissime le praticanti (soprattutto le giovanissime, e quelle che si avvicinano alla pratica perché “fa moda”) che si illudono che indossando un leggings da sirena saranno un po’ più vicine al Samadhi. Lo so, fa sorridere, ma guardate qualche account instagram caratterizzato dall’hashtag #aloyoga per farvi un’idea della portata del fenomeno. Siamo nell’ordine dei milioni.

Kino MacGregor

Avevo espresso in un post su Facebook la mia opinione su quanto sta accadendo. Non sono incline a pensare che Kino MacGregor sia un’ingenua vittima perché stimo troppo le sue capacità di business woman per attribuirle una pecca così banale. Pur stimando le sue immense capacità professionali, sono spesso stata in disaccordo con lei e l’ho espresso pubblicamente. Tuttavia ho pensato di cancellare il mio post per documentarmi con perizia, ed ho chiesto direttamente e personalmente a Kino se ritenesse utile una traduzione in italiano della sua prima lettera, pubblicata da Elephant Journal, ad Alo Yoga. Lei si è detta d’accordo, e con poche battute e qualche messaggio via Instagram mi ha affidato il compito di tradurre questo lungo articolo in italiano per voi. Molto è stato scritto in seguito, e potete trovare tutti i link del caso sull’originale in inglese. Trovo più corretto esporre i fatti perché ognuno si formi un’opinione personale sull’accaduto. Personalmente non sono sempre d’accordo con i metodi usati da Kino per comunicare, ma a questo punto sono troppi i dettagli che rendono Alo Yoga (brand da cui io non ho mai acquistato nemmeno un capo) davvero una corporation priva di scrupoli nell’utilizzo di una parola, “Yoga”, che ultimamente viene bistrattata in ogni modo e privata di qualsiasi significato. Non ultimo, il CEO di Alo Yoga è stato più volte accusato di molestie più o meno esplicite alle sue dipendenti, e di aver dichiarato di non volere, tra le sue “ambassadors”, altro che donne bianche, molto magre, e sotto i trent’anni. Fino a che punto la parola Yoga può essere sfruttata a fini commerciali? E’ davvero possibile fare business in modo etico? E cosa è successo veramente tra Kino, Dana Falsetti e Alo Yoga? Credo che in questa lunga lettera ci sia tutto ciò che dobbiamo sapere, e vi chiedo di leggerla con attenzione fino in fondo, perché anche in Italia sono già attive grosse aziende che tentano di sfruttare lo Yoga a fini meramente commerciali, promuovendone un’immagine falsa e distorta.

Ecco per voi la traduzione della lettera di Kino a Elephant Journal:

“Sono un’insegnante di Yoga, da vent’anni impegnata in questo percorso. E questo da ben prima che i brand iniziassero ad elargire ingenti somme di denaro per sponsorizzare insegnanti e modelle, e da ben prima che lo yoga assumesse un ruolo chiave nel mercato dell’abbigliamento sportivo.

 Ora mi trovo nella posizione di dover difendere il cuore spirituale dello Yoga. E spero che vorrete unirvi a me. Lo Yoga raccoglie artisti e anime spirituali di ogni genere. Non siamo, solitamente, il tipo di persone che amano dibattere questioni finanziarie e di principio.

Se uno yogi inizia a fare business, o cerca di guadagnare attraverso lo yoga, la pratica dovrebbe sempre avere il primo posto. Qualsiasi brand (o proprietario d’azienda) che desideri convincere un autentico yogi, dovrebbe avere a cuore gli standard etici e morali che caratterizzano questa disciplina. In qualità di Yogi, facciamo del nostro meglio per innalzare le nostre capacità di onesta introspezione e riflessione; dobbiamo attraversare i veli che bloccano la visione della verità. A volte lo yoga è un business deludente, ma è sempre una disciplina eccellente. E’ dunque all’interno di questo paradigma che oggi scrivo, esponendomi probabilmente al pubblico scrutinio e a possibili minacce, allo scopo di portare alla luce alcune delle pratiche oscure nel mondo del “grande business dello Yoga”.

Sono spaventata – al punto che ho scritto e riscritto questo articolo molte volte.

Dana Falsetti

Ho esplorato ogni altra opzione e ho deciso di raccontare questa storia nella speranza che possa favorire una maggiore comprensione e riportare un po’ di yoga all’interno del business che vi ruota intorno. E’ una questione per me troppo importante per mantenere ancora il silenzio.

Vi racconto la storia di David e Golia. 

Forse avrete già capito chi è il nostro David: Dana Falsetti.

Dana è una opinion leader, insegnante di yoga, scrittrice e oratrice. Si impegna nell’incoraggiare le persone a resistere contro gli stereotipi legati all0immagine corporea, a conoscere se stesse e abbracciare le proprie potenzialità, a mettere tutto in discussione per vivere autenticamente.

E avrete capito chi è il nostro Golia: Alo Yoga.

In collaborazione con Cody Inc., Dana ha pubblicato il bellissimo video “I Am Worthy” e ha sviluppato corsi di yoga online, tra cui un corso di “Yoga in poltrona” dedicato a persone con necessità particolari. Dopo un po’ di tempo, Cody Inc. ha informato Dana che i suoi video, le sue classi online e tutti i suoi contenuti appartenevano ora ad Alo Yoga, in seguito ad business deal tra Cody Inc. e Alo Yoga.

E ora arriviamo alla loro battaglia, che va avanti dal dicembre scorso.

Dana si è opposta all’acquisizione dei suoi contenuti da parte di Alo Yoga. Il motivo della sua opposizione è dato sia dalla massiccia presenza pubblicitaria di Alo, improntata sempre su modelle molto magre e atletiche, sia dal modus operandi di questa azienda. Dana ritiene che le modalità di Alo Yoga siano esclusiviste. Vuole la libertà di perseguire i propri obiettivi, in linea con i suoi valori di accessibilità, inclusione, e di autentica partecipazione societaria. Una partecipazione che non abbia come unico obiettivo quello di fare profitto; ma soprattutto di riflettere identici valori. Il suo primo atto di resistenza è stato esprimere pubblicamente la sua opinione attraverso una Instagram “story.” E Alo Yoga ha risposto denunciandola.

Alo ha dichiarato che i contenuti di questa storia, che è ovviamente scaduta da tempo ma è ancora visibile nella documentazione legale del caso, erano diffamatori e ha denunciato Dana in due stati americani. Probabilmente volevano inviare a tutte le Dana del mondo un messaggio: FERMATEVI. Fermatevi, perché non potete permettervi di parlare. La maggior parte degli americani non può permettersi di difendersi in un solo caso, perché i costi legali superano facilmente i 100.000 dollari. Le grosse aziende, invece, generano profitti che possono schierare un battaglione di avvocati – ed è una minaccia molto pesante. E quando ti arrivano addosso, fa paura. Dana vive con questa paura, in questa battaglia contro il suo Golia da dicembre. Ma è arrivata alla fine delle sue possibilità di lottare da sola. Ha esaurito le sue risorse.

Dana, NON FERMARTI.

Al contrario, lascia che questa comunità diventi la tua roccia. Perché tu rappresenti i nostri stessi valori.

Se questa storia vi ha convinto, visitate GoFundMe page e donate quello che potete per aiutare Dana a difendersi. Condividete. Partecipate. Diciamolo tutti insieme: NON CONTINUIAMO A STARE ZITTI. L’unico modo per fermare il bullismo è opporsi tutti insieme. 
Per favore, contribuite e unitevi a noi in questa battaglia per il cuore e l’anima dello Yoga. 

Tutto questo purtroppo non mi sorprende, perché ho avuto anche io una spiacevole esperienza con Alo Yoga. Quattro anni fa, Alo Yoga mi chiese di sponsorizzare alcune Yoga Challenges che avevo realizzato insieme ad un’amica. Non conoscevo bene il brand, ma parlai con il proprietario, che mi infarcì una storia sulle meraviglie della sua azienda e su quanto desiderasse contribuire alla diffusione dello Yoga. Abboccai in pieno, e io e la mia amica accettammo. Non appena firmammo l’accordo, la storia prese tutta un’altra direzione. Pensavo che l’azienda avrebbe prodotto una capsule collection dei nostri capi (short da spiaggia), invece ci venne chiesto di indossare i loro famosi Goddess leggings nelle torride temperature estive della Florida. Quando ci rifiutammo, venimmo minacciate di denuncia, sebbene non avessimo mai acconsentito ad indossare i leggings. Parlammo con il co-fondatore di Alo, Danny Harris, che si mostrò molto aggressivo, utilizzando spesso una terminologia degradante (“piccola”, “bambina”). Il messaggio era chiaro: stai zitta ed esegui. Data la loro potenza sul piano legale, unita a quel tono di voce e alla scelta delle parole, mi sentii aggredita verbalmente. Mi diede il voltastomaco e la conversazione mi lasciò traumatizzata. Non ho mai parlato per timore di subire una denuncia. Proponemmo una soluzione e trovammo il modo di separarci in modo civile. La mia amica mise un post sul suo profilo Instagram e taggò Danny. Il giorno successivo ricevemmo una lettera del loro avvocato che ci chiedeva di cancellare il post e che scioglieva il nostro contratto. Rimasi scioccata nel vedere che l’unico modo per raggiungere un’azienda di quel calibro fosse postare qualcosa pubblicamente su Instagram. Spesso mi sfogo sui social media, ma solitamente preferisco gestire le mie emozioni in privato, con gli amici e la mia famiglia.

Kino MacGregor

Non ho nulla di personale contro Alo Yoga. I loro capi sono di qualità e sono molti gli insegnanti di valore che collaborano piacevolmente con questa azienda. Alo Yoga consente a queste persone di praticare e guadagnare attraverso la loro pratica, e questo è senz’altro un bene. Ma non mi trovo in accordo con la visione di Alo Yoga e preferisco che la mia reputazione non sia collegata a questo brand. Ritengo che sia ragionevole che una persona sia, ad un certo punto, libera di abbandonare un rapporto di affari – soprattutto se il marchio in questione prende una direzione opposta ai propri valori. Ma anche semplicemente perché abbiamo il diritto di esercitare la nostra libera volontà.  Pensavo che il capitolo fosse chiuso, ma non lo era. Come Dana, anche io avevo filmato dei video per Cody App.

Paul Javid, il titolare, è una persona deliziosa. Le sue intenzioni sono buone, e gli ho dato fiducia affidandogli il mio bene più prezioso: i miei insegnamenti. Per molti anni abbiamo avuto un rapporto reciprocamente profittevole. Ma quando ho scelto di creare un canale dedicato allo Yoga che offrisse qualcosa in più delle solite classi, mi hanno detto no. Ci siamo lasciati senza strappi, ho preso la mia strada e ho fondato OMstars. E’ stata una bella esperienza per cui esprimo ancora gratitudine. Ancora una volta pensavo che il capitolo fosse chiuso e che fossimo entrambi liberi di scegliere le nostre strade. Ma Paul improvvisamente (e ben dopo che i giochi fossero ormai chiusi) mi ha informata che Alo Yoga aveva acquisito Cody App. La cosa mi ha mortificata (perché le mie classi erano disponibili su Cody App), spaventata (a causa delle mie precedenti esperienze con Alo Yoga e i suoi fondatori). Non sapevo cosa fare.  Dopo una serie di discussioni ho iniziato la mia battaglia. Personalmente ero in un momento molto difficile (mio padre era appena morto, avevo perso anche il mio gatto e subito una grave scottatura). Per molto tempo non sono riuscita nemmeno a pensarci. Ma ora sto affrontando la cosa. Ho tolto il velo, e ho scoperto che il mondo del business orientato esclusivamente al profitto è ancora più brutto di quello che pensavo. Quando Cody ha rilanciato la sua offerta in qualità di servizio a pagamento per Alo Yoga, i miei termini contrattuali sono stati cambiati unilateralmente. Alcuni insegnanti ne sono stati felici e hanno firmato senza problemi. Io no. Invece che chiudere i rapporti, hanno continuato ad utilizzare il mio nome, i miei insegnamenti e la mia immagine per promuovere il loro brand, anche se io non ho alcun accordo con Alo Yoga. Proprio come nel caso di Dana, neanche io desidero che i miei insegnamenti vengano attribuiti al servizio a pagamento di Alo Yoga/Cody App. I miei video sono sul loro canale in seguito ad un contratto precedente all’attuale costituzione di Cody App. E oggi, nonostante le mie ripetute richieste di rimozione dei contenuti e di chiusura amichevole, lo sono ancora e contro il mio volere. Così come numerosi e aggressivi annunci pubblicitari che sfruttano il mio nome e la mia immagine. Sono moltissimi gli studenti che continuano a chiedermi perché.

Come ho già spiegato, Alo Yoga potrebbe denunciarmi per le mie parole.

Ma ho deciso di rischiare perché non riesco più a sopportare di essere costretta al silenzio da una minaccia legale. E la verità è una difesa assoluta contro la calunnia. Questi sono i fatti, di pubblico dominio, e qui di seguito trovate i dettagli:

Cody era finanziata da venture capitalists. Alo Yoga appartiene a due uomini (Danny Harris e Marco DeGeorge) e cade sotto la loro immensa parent company, Bella Canvas, che chiude ogni anno con profitti miliardari. Harris ha recentemente acquistato una casa del valore di 30 milioni di dollari  a Holmby Hills, Los Angeles. Gli insegnanti di Yoga invece, spesso guadagnano poco o nulla. Un insegnante di Yoga alle prime armi guadagna circa 30 dollari all’ora per una lezione in palestra o in uno studio, al massimo 45 se lo studio è solido. Persino gli insegnanti più esperti guadagnano tra i 50 e i 75 dollari a lezione. Gli insegnanti di Yoga sono liberi professionisti, poco protetti legalmente, senza alcuna copertura assicurativa da parte del datore di lavoro, senza alcun sindacato e con pochissimo sostegno in generale. Alo Yoga sponsorizza circa 70 yogi che indossano i loro capi promuovendo su Instagram le vendite dei prodotti. Se gli Yogi elencati qui sotto sono tra i vostri preferiti, vi prego di scrivergli per invitare Alo a comportarsi in modo più vicino all’etica dello yoga:

 instagram.com/talia_sutra

 instagram.com/seonia

 instagram.com/koyawebb

 instagram.com/sjanaelise

 instagram.com/kevindhofer

 instagram.com/hannahtaha

 instagram.com/aubrymarie

 instagram.com/carsonclaycalhoun

 instagram.com/kristenpro

 instagram.com/meliniseri

 instagram.com/yogoskenz

 instagram.com/laurasykora

 instagram.com/the_southern_yogi

 instagram.com/rebekahletch

 instagram.com/jessicaolie

 instagram.com/yogabeyond

 instagram.com/dylanwerneryoga

 instagram.com/northcarolina_yogagirl

 instagram.com/mackenzieyoga

 instagram.com/yoga_lovely

 instagram.com/rivkayoga

 instagram.com/nwoy

 instagram.com/gabriella.dondero

 instagram.com/michelleweinhofen

 instagram.com/patrickbeach

 instagram.com/calvmonster

 instagram.com/giseleyoga

 instagram.com/joe_lizzzzzz_yoga

 instagram.com/robinmartinyoga

 instagram.com/nayitavp

 instagram.com/alissayoga

 instagram.com/rootedinflowing

 instagram.com/bohemian_heart

 instagram.com/adellbridges

 instagram.com/victoria.arvizu

 instagram.com/bodybysimone

 instagram.com/carlingnicole

 instagram.com/maxandlizacro

 instagram.com/aminahtaha

 instagram.com/martina_sergi

 instagram.com/martina__rando

 instagram.com/ania_75

 instagram.com/neyu_ma

 instagram.com/move_yo_asana

 instagram.com/gypsyon__

 instagram.com/lamise

 instagram.com/kaylala88

 instagram.com/joshkrameryoga

 instagram.com/life_of_fee

 instagram.com/acrowithjon

 instagram.com/summerperez

 instagram.com/yoga_ky

 instagram.com/fitflexjuli

 instagram.com/hollybentley_yoga

 instagram.com/eveinmotion

 instagram.com/chintwins

 instagram.com/bryceyoga

 instagram.com/acrovinyasa

 instagram.com/jadealectra

 instagram.com/caleyalyssa

 instagram.com/ashleygalvinyoga

 instagram.com/gypsetgoddess

Sono pochi gli insegnanti, tra quelli menzionati, ad utilizzare gli hashtag #ad o #sponsored. Sebbene la trasparenza e l’onestà siano fondamentali nella pratica dello Yoga. Guardate chi segue Alo per vedere chi è sponsorizzato dall’azienda (la lista che vi ho fornito è tratta dalla lista Instagram di Alo Yoga). L’azienda afferma di avere sotto la sua ala ben 4000 insegnanti. Pare che le influencer come  Sjana Earl vengano pagate fino a  $15,000 ad annuncio. Alo Yoga possiede una serie di profili inspirazionali su Instagrams ma ne dichiara uno solo. Quando ho pubblicato un articolo chiedendo loro di agire in modo più trasparente, mi hanno inviato una lettera dell’avvocato invitandomi a desistere e minacciando una causa. Da allora hanno ammesso che l’account Instagram “Yoga Inspiration” è di loro proprietà. In molti hanno espresso commenti critici sul comportamento di Alo Yoga sui social. Queste persone sono state bloccate.

Negli ambienti accademici in cui si discute di Yoga e immagine corporea, Alo Yoga viene spesso citato in luce critica come esempio della mancanza di inclusività e diversità in termini di etnia, taglia, forma, età e classe economica.  In un mondo perfetto, lo yoga viene prima e il business dopo. Nel mondo del business, l’obiettivo di una corporation è massimizzare i profitti degli shareholders. Esistono eccezioni, come le B Corp, o le corporation con fini sociali che pongono altri obiettivi oltre alla massimizzazione dei profitti. Ma sono eccezioni. Forse tutte le corporation coinvolte nel mondo dello Yoga dovrebbero cercare di rientrare in questa lista?  Quando un brand che desidera solo fare profitto entra nel mondo dello Yoga, lo Yoga diventa meramente un mezzo per raggiungere benefici economici. Lo Yoga è una pratica interiore, ma viene sempre più venduto come standard materialista di una vita idealizzata.  Ma quali che siano gli sforzi per renderlo merce, lo Yoga non può essere mercificato. Attenzione, perché lo Yoga è oggi mercificato da molti grossi marchi che parlano di Yoga senza sapere nulla di questo percorso.

Considerazione personale. Sono una donna d’affari, conduco un canale online (che ho aperto dopo il rifiuto da parte di Cody). Questa discussione per me è importante sotto molti punti di vista, personali e professionali. 

Non sono contraria al guadagno collegato al mondo dello Yoga. In linea di principio apprezzo che Alo Yoga sponsorizzi Yogi che diversamente non potrebbero praticare la loro arte. Ma sono contraria all’idea che un grosso brand possa comprare un insegnante di Yoga ed impadronirsi della voce dello Yoga. Sono contraria a chiunque decida di esercitare una qualsiasi forma di bullismo per riuscire nei propri intenti. In un mondo ideale, la cui etica sia ispirata ai principi dello Yoga, una grossa azienda non dovrebbe denunciare una persona che si limita ad esprimere la verità. Ai titolari di Alo Yoga e allo staff del vecchio Cody, chiedo di concedere a qualsiasi insegnante l’opzione di uscire dal vostro canale se non ne condividono la nuova gestione. Avete eliminato alcuni insegnanti, lasciate andare anche quelli che desiderano separarsi da voi in pace. Caro Alo, lasciaci andare. Hai tutti gli insegnanti che desideri, insegnanti che condividono la tua visione. Non trattenere me, Dana o chiunque altro contro il nostro volere e senza la nostra approvazione. Praticanti e insegnanti di Yoga, e soprattutto brand ambassadors, fate sentire la vostra voce. Sostenete la pagina crowdfunding page per Dana, così che possa difendersi da questo gigante. Chiedete maggiore trasparenza alle aziende che sostenete con i vostri soldi o affiliando il vostro nome. Fatelo per i valori dello Yoga. Abbiamo bisogno di creare un mondo in cui nessuno possa essere messo a tacere solo perché esprime un pensiero critico.

Non vi sto dicendo di non comprare i capi di Alo o di non guardare Cody App. Alo produce ottimi capi, eleganti e trendy, e Cody App fornisce contenuti di qualità. Se vi piace il loro modo di essere, continuate a sostenerli. Vi sto solo chiedendo di sostenere anche noi, e di chiedere al vostro brand preferito di fare la cosa giusta e di lasciarci andare. Non fatevi zittire. Parlate in privato se rischiate di rimetterci lo stipendio. Se anche gli yogi devono ricorrere alle cause, alle denunce e al bullismo, in cosa ci differenziamo rispetto ad una qualsiasi azienda? Se i leggings che indossiamo rappresentano solo seduzione, giovinezza, magrezza e ricchezza, cosa facciamo sui nostri tappetini? Se la nostra voce di insegnanti è di proprietà dell’azienda che ci sponsorizza, perché insegniamo? Forse non ve ne rendete conto, ma con il silenzio diventiamo complici di un processo contro un’insegnante, sostenendo in modo cieco il brand. Disapprovate i processi bullisti o qualsiasi altra forma di bullismo che costringa un individuo a far parte di una mission corporate da cui vuole prendere le distanze.

Parlate. Partecipate. Fatelo per lo Yoga. Forse non sapevate cosa accade dietro le quinte. Ma ora ne siete a conoscenza. Praticanti, insegnanti, parlate e prendete posizione per difendere il cuore e l’anima dello Yoga! ”

Scritto da Kino MacGregor
Tradotto da Francesca d’Errico, autrice del libro Tracce di Yoga

Francesca d’Errico

C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Lo Yoga degli imprevisti

A quest’ora, un mese fa, stavo facendo la valigia per il viaggio che ogni anno mi porta in India. Ero a una settimana dalla partenza, avevo già sistemato yoga pants, tappetini, infradito. Avevo già stampato il biglietto elettronico e la lettera di ammissione a KPJAYI (Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute, la scuola del fondatore del metodo). Diciamo pure che questa partenza era qualcosa che sognavo da mesi, perché per ogni insegnante di Yoga, il viaggio annuale in India è un rito che regala l’energia necessaria per riprendere il proprio lavoro con rinnovato entusiasmo.

Ma non sempre le cose vanno come vorremmo… il giorno della partenza, l’influenza più pesante che mi sia mai capitata mi ha colpito come un treno in corsa. Quasi due settimane di febbre alta mi hanno letteralmente inchiodato a letto. Impossibile muoversi, figurarsi viaggiare. Ho spostato ben due volte il biglietto augurandomi di poter partire almeno due settimane dopo. Ma niente da fare. Insomma la faccio breve e vi dico che sto riemergendo ora, e con acciacchi vari. Probabilmente ero arrivata un po’ al limite delle forze, un trasloco, un cambiamento di vita, la stesura e l’uscita del mio libro, insomma tante emozioni e incontri non sempre positivi, mi avevano un po’ provato, e l’influenza ha trovato un terreno fertile per farsi un bel giro. Quindi eccomi. Alle prese come sempre con la mia pratica, lontana da maestri e punti di riferimento. Non lo nego, anche un po’ arrabbiata per i soldi persi, in parte non recuperabili.

Con questo stato d’animo sono di nuovo qui, in Maremma. Terra che amo profondamente ma da cui avevo davvero bisogno di staccarmi un po’, per digerire persone ed esperienze. Il mio corpo è smagrito e indebolito da questa botta inaspettata, e anche la pratica ne risente. I primi giorni di convalescenza sono stati i più duri, perché la tosse rendeva difficile mantenere un ritmo con il respiro. Lentamente cerco di recuperare e mi dico che comunque sarebbe stato davvero impossibile partire in queste condizioni.

Resta però una sorta di delusione nei confronti di me stessa, per non avercela fatta, per non essere riuscita, nonostante i tanti anni di pratica, a reagire a questa maledetta influenza – e soprattutto alle situazioni che l’hanno provocata. In che modo lo Yoga può aiutarmi a combattere questa sgradevole sensazione di fallimento, e la debolezza fisica che accompagna la convalescenza? E soprattutto in che modo posso fare dello Yoga lo strumento per non ricadere in circostanze che mettano esageratamente sotto stress il mio sistema corpo-mente?

Semplicemente, accettando e portando questi sentimenti sul tappetino. Rabbia, frustrazione, debolezza, delusione. Che si trasformano in motivazione, pazienza, arrendevolezza e accettazione. In modo pratico, la motivazione (rabbia) mi porta sul tappetino. La pazienza (frustrazione) mi aiuta ad esplorare di nuovo le posizioni più semplici, a mantenerle più a lungo, a trasformarle in strumenti di guarigione. L’arrendevolezza (debolezza) mi suggerisce di cedere alla posizione, di restare, di ascoltare. E infine l’accettazione (delusione) mi dice che va bene così. Che non sempre si può essere al top. Che ci sono situazioni che a volte hanno la meglio, anche se siamo abituati ad essere reattivi. Ogni anno il corpo richiede una sorta di “tagliando”, ci invita a capire cosa è cambiato in noi, nella nostra pratica. Per quanto lo Yoga ci aiuti a restare in salute e limiti il processo di invecchiamento, ci sono sempre emozioni e circostanze che hanno la meglio su di noi, che ci ricordano la nostra umanità imperfetta. A quel punto torniamo sul tappetino sia come principianti che come insegnanti. Il nostro corpo indebolito assomiglia a quello di un principiante che si avvicina allo yoga per la prima volta. Ma dentro, abbiamo gli anni di pratica e di studio che ci hanno portato fin qui. Torniamo ad insegnare a noi stessi. Con la pazienza e la fermezza che rivolgiamo ai nostri studenti. E offriamoci la possibilità di imparare da ogni momento di difficoltà, senza pretendere che in virtù della nostra esperienza yogica tutto debba essere superato in un attimo. Non è così. Alcune esperienze, alcune persone ci segnano profondamente e richiedono tempo per essere digerite e per trasformarsi nella lezione che ora ci sfugge.

Torniamo ogni mattina sul nostro tappetino con tutto ciò che abbiamo. E’ già moltissimo di cui essere grati. Pratichiamo con i nostri limiti fisici e spirituali. Non importa se proviamo rabbia invece che serenità. Se non siamo ancora pronti a perdonare. Praticare Yoga non significa essere perfetti. Significa provare ad essere migliori.

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