Il gesto sacro del Vinyasa

Vinyāsa ( विन्यास in Sanscrito) è un termine sanscrito spesso utilizzato in relazione a certi tipi di yoga. Si riferisce alla transizione tra due differenti posizioni.[1]Vinyāsa ha molti significati: nyasa (stare) e vi (in modo particolare/speciale). Il termine Vinyāsa può essere anche utilizzato in riferimento ad uno specifico stile di yoga praticato come un solo respiro, legato a un solo movimento, (Wikipedia)

Mudra (devanagari: मुद्रा, IASTmudrā) è un gesto simbolico che in varie religioni viene usato per ottenere benefici sul piano fisico, energetico e/o spirituale. (Wikipedia)

Vinyasa e Mudra sono la stessa cosa?

Il Vinyasa è un gesto sacro? Qualche giorno fa, chiacchierando con Manuela e Stefania di Yogapodcast21100 mi è stata rivolta una interessante domanda. “Possiamo considerare il Vinyasa come una Mudra?”.

Prendiamo in considerazione la definizione di Mudra, ovvero “gesto sacro”, o simbolico. Come riporta in modo molto sintetico Wikipedia, le mudra sono gesti – in alcune tradizioni spesso associate agli asana – che si ritiene abbiano benefici particolari su corpo e mente. E il Vinyasa, tra tutti, non è forse un gesto dai benefici incredibili?

Siamo abituati a pensare che le mudra siano eseguite esclusivamente con le mani. In realtà, sappiamo che sia negli Hatha Yoga Pradipika che nei testi di Krishnamacharya, alcuni asana sono considerati vere e proprie mudra – solo che per eseguirle abbiamo bisogno di tutto il corpo. Un esempio classico è Yogamudrasana, considerato un vero e proprio “sigillo” di salute e longevità, nonché uno degli asana più efficaci per risvegliare la kundalini. Un’altra mudra molto famosa è Maha Mudra, che nell’esecuzione somiglia a Janu Sirsasana, ma eseguita con un controllo particolare sui bandha e sulla ritenzione del respiro.

Il Vinyasa, però, non è un asana o un gesto statico: è un movimento che avviene all’interno del respiro, dunque dinamico. Eppure, anche all’interno di questa dinamicità, nella radice stessa della parola (nyasa, “stare” e vi “in modo particolare”) troviamo una forte assonanza con il significato del termine mudra. Il Vinyasa è, soprattutto all’interno di alcune tradizioni, il collante tra una sequenza di posture: e al tempo stesso all’interno di ogni postura troviamo un susseguirsi di microscopici vinyasa, poiché ad ogni respiro, anche nella fase di stasi dell’asana, il nostro corpo continua a muoversi, seppure di pochi millimetri a volte, approfondendo la posizione.

Il Vinyasa, elemento fondamentale della pratica

Dunque il Vinyasa è, soprattutto nell’Ashtanga, non solo una transizione tra posture, ma un gesto di fondamentale importanza: fin dal primo respiro associato al movimento (il famoso “ekam inhale”), è un simbolo del risveglio della nostra consapevolezza. Il respiro non è più solo un avvenimento “automatico” del nostro corpo, ma diventa un atto conscio, che ha il compito di guidare il movimento e la sua durata. Sempre nell’Ashtanga, ma anche nel Vinyasa Krama, ogni singolo movimento è associato ad un respiro.

I Vinyasa non sono dunque soltanto “i passaggi” tra un asana e l’altro (anche se nell’accezione comune in occidente questo è il significato che viene associato al termine), ma ogni singolo movimento di ingresso, stasi ed uscita da un asana. In questo senso è più facile comprenderne la sacralità, o anche più prosaicamente il simbolismo: ekam (il primo vinyasa di surya namaskar, inspiro, braccia verso l’alto) rappresenta il risveglio, la rinascita, l’apertura. Dve, il secondo vinyasa, espiro, mi piego in avanti e verso terra, rappresenta il lasciar andare, il tornare a se stessi, verso l’interno, nelle profondità del se. E così via, per ogni singolo movimento della pratica.

Ecco perché spesso, quando mi si dice che l’Ashtanga Yoga è una pratica prettamente fisica, sorrido. Personalmente, ritengo che l’Ashtanga Yoga sia una delle pratiche più spirituali al mondo, perché vede nella sincronia tra movimento e respiro non un semplice atto fisico, ma una rappresentazione (anzi, un’azione) del corpo come custode dello spirito, come “porta” di accesso allo spirito. Proprio tramite il Vinyasa, che diventa, almeno per me, la mudra più significativa e, al tempo stesso, più accessibile.

Se limitiamo la nostra curiosità nei confronti dello Yoga ai suoi aspetti più materiali, rischiamo di perdere il grande messaggio di questa pratica, che passa certamente attraverso il corpo, ma solo per curarlo prima, e trascenderlo poi.

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Età e Ashtanga Yoga: crescere nella pratica

Età e Ashtanga Yoga: invecchiare, o crescere nella pratica? L’Ashtanga Yoga è ormai una pratica molto diffusa nel nostro emisfero, e sono davvero moltissimi i praticanti “senior” (tra cui annovero anche me stessa). Questa pratica dalla connotazione fisica così evidente, comporta rischi per chi è ormai over 50? Potrei rispondere con un sorriso e raccontarvi la mia esperienza (anche se ormai tanti la conoscono già, e sanno che per me il termine “invecchiare” va sostituito con “crescere”). Ma preferisco oggi offrirvi il punto di vista di David Keil, esperto insegnante di kinesiologia, collaboratore di John Scott per molti anni e a sua volta praticante di lungo corso. Traduco quindi volentieri il suo articolo per tutti voi.

“Qualche tempo fa sono stato interrogato su come praticare Ashtanga Yoga dopo i 50 anni. Ovviamente non esiste una sola risposta a un simile quesito, ma posso dire con certezza che, a qualsiasi età si inizi a praticare, se manteniamo con costanza la pratica per diversi anni, la nostra esperienza della pratica tende a modificarsi. Il modo in cui avvengono questi cambiamenti dipendono ovviamente dalla storia personale di ognuno di noi, ma il cambiamento è inevitabile. Parliamo quindi degli stadi comuni della pratica, quelli che ogni studente attraversa negli anni, e di come la pratica possa mutare con l’età.

I cambiamenti associati all’età

“I nostri corpi cambiano con l’età, e questa è una certezza. Come e quando, però, sono variabili molto individuali. Alcuni aspetti da considerare quando parliamo di età e che possono influenzare la nostra pratica sono:

  • Perdita di massa ossea
  • Disidratazione delle articolazioni e del tessuto connettivo
  • Anni di patterns ripetitivi con cui fare i conti
  • Un sistema nervoso meno reattivo nell’acquisire nuovi patterns.

Molto probabilmente i cambiamenti sopra elencati hanno un impatto sulla nostra pratica. Ma non devono allontanarci da essa. Possono semplicemente guidarci verso le modalità di esecuzione della pratica. Sostengo da sempre che la pratica deve adattarsi alla nostra vita. L’età e gli stadi della nostra esistenza sono solo due dei tanti aspetti che compongono questa affermazione. Esistono infatti molti altri fattori d’influenza sulla pratica. Per esempio, a che punto siamo nel nostro rapporto con l’Ashtanga Yoga, fatto che non ha tanto a che fare con la nostra età, ma prevalentemente con gli anni di pratica che abbiamo alle spalle. Quando ci avviciniamo all’Ashtanga, a seconda della nostra età e di una serie infinita di circostanze, attraversiamo inevitabilmente delle “fasi”.

Le possibili “fasi” del nostro rapporto con la pratica

“Sono molte le fasi che attraversiamo in relazione alla pratica dell’Ashtanga Yoga. L’invecchiamento fisico è solo uno degli aspetti che possono influenzare la nostra pratica:

  • L’innamoramento
  • In questa fase leggiamo tutto ciò che possiamo trovare sulla pratica, non saltiamo mai una pratica mattutina, e annoiamo chiunque con lunghissimi monologhi su come l’Ashtanga sia la cosa migliore che abbiamo mai incontrato [N.d.T.: dopo 25 anni di pratica, io ci sono ancora dentro fino al collo: e voi?]
  • Il primo plateau
    • Arriviamo al punto in cui l’ultimo asana che ci è stato assegnato sembra non andare da nessuna parte. Ci abbiamo lavorato per settimane, eppure non riusciamo ancora a chiudere Marichyasana D, a portare una gamba dietro la testa o a mantenere l’equilibrio in bhujapidasana. A questo punto, o diventiamo curiosi e impariamo ad essere pazienti, o sentiamo crescere la frustrazione e abbandoniamo.
  • Inizio della serie intermedia
    • Se abbiamo scelto di attraversa i plateau della prima serie, ad un certo punto inizieremo a lavorare sulla serie intermedia. Improvvisamente, la pratica torna ad essere eccitante: voliamo attraverso una nuova sequenza di asana, cogliamo l’esaltazione degli inarcamenti complessi… e poi ci imbattiamo in kapotasana (o qualunque postura rappresenti il nostro personale plateau). Nuovamente, a questo punto, o diventiamo curiosi e impariamo ad essere pazienti, o sentiamo crescere la frustrazione e abbandoniamo.
  • Una pratica molto, molto lunga
    • Se abbiamo appreso la seconda serie aggiungendo, nella nostra pratica quotidiana degli asana della prima serie, ad una ad una le nuove posture, una volta arrivati a eka pada sirsasana avvertiamo un senso di lunghezza interminabile della pratica. Siamo costretti a costruire resistenza, che solitamente significa imparare a respirare (se non sappiamo già farlo) e ad usare meno la forza a favore dell’efficienza. Questa fase richiede forza di volontà. Dobbiamo aver voglia di fare questo tipo di lavoro. Non è facile. E qui molte persone, nuovamente, abbandonano.
  • Diventare un praticante maturo
    • Se siamo arrivati fino a questo punto, abbiamo sicuramente incontrato molti ostacoli lungo la strada. Non ho quindi bisogno di dirvi come praticare invecchiando, perché avete già capito come praticare quando il lavoro o la famiglia richiedono tutta la vostra energia, o come praticare quando la vostra forza di volontà è vicina allo zero, o quando vi siete fatti male (sia facendo altro, che forzando troppo la mano nella pratica).
    • Ho incontrato molti studenti nel corso degli anni, e ho osservato il loro rapporto con l’Ashtanga Yoga, e l’evoluzione della loro pratica nel tempo. E naturalmente, ho vissuto in prima persona l’avanzare dell’età, e i cambiamenti della mia pratica. Se c’è un tratto comune a tutti i praticanti senior, è che hanno imparato a prendere la loro pratica con leggerezza. Hanno lasciato andare l’idea che la pratica debba essere di una certa lunghezza, che ci sia un numero “giusto” di asana da eseguire, che sia necessario farla ad una certa ora, e soprattutto che conquistare un asana vada di pari passo con l’illuminazione spirituale. Hanno imparato a vedere l’Ashtanga come uno strumento sfaccettato, che può essere utilizzato per molti scopi, a seconda delle esigenze del momento.

La verità è che ognuno di noi sa già come praticare. Abbiamo da sempre questa capacità. Dobbiamo solo fidarci, e credere alla nostra esperienza. Se volete che qualcuno vi dia il permesso, ve lo do’ io: potete fare meno. Potete eseguire una pratica più breve quando ne sentite la necessità. Potete eseguire gli asana che hanno un senso per voi. Prendere un giorno off se ne avete bisogno. Potete modificare, sostituire e in generale eseguire gli asana in qualsiasi modo riteniate sia più adatto a voi in questo momento. Le sequenze sono una guida; non sono rigidi pilastri di cemento. Dopo averle apprese coscienziosamente per anni, potete ora usarle nel modo che vi sembra più adatto a voi.

Nella mia esperienza personale, direi che negli anni sono cambiate le mie motivazioni verso la pratica, mentre molti praticanti attraversano una “luna di miele” con la pratica, periodo in cui sono motivati a “conquistare” nuovi asana, e che si interrompe non appena raggiungono il primo plateau fisico. Quando l’aspetto fisico degli asana resta al palo per un bel po’ di tempo, dobbiamo per forza trovare qualcos’altro a cui rivolgere la nostra attenzione: ad esempio il modo in cui respiriamo mentre pratichiamo, o l’attivazione dei bandha e del drishti, per mantenere viva la concentrazione. Questi aspetti della pratica sono già a nostra disposizione, indipendentemente dall’asana che stiamo eseguendo. Anche se tuttora apprezzo molto il movimento che caratterizza la nostra pratica, con il passare degli anni trovo sempre più interessanti il respiro e la concentrazione all’interno della pratica.

Insomma, la vostra pratica cambierà con l’età? Come sarà a 50, 60 o 70 anni? Posso dirvi certamente che cambierà. Come, non lo so. So però che se investirete tempo e attenzione sulla respirazione e sulla concentrazione, avrete di che esplorare per questa vita e per la prossima. Perché sono questi gli aspetti della pratica a cui avremo sempre accesso, con cui potremo coltivare una relazione anche quando la pratica meramente fisica sarà meno accessibile.

Se praticherete per molti anni, noterete che il “perché” praticate subirà un cambiamento. Se molti iniziano a praticare alla ricerca dei benefici fisici, di maggiore flessibilità e forza, o anche semplicemente per combattere il mal di schiena, negli anni gli effetti mentali ed emozionali della pratica diventano sempre più importanti ed evidenti. Qualunque sia la serie raggiunta – la prima, o la quarta.

Ci auguriamo che con l’età sopraggiunga anche la maturità. Con gli anni, siamo meno interessati al risultato della pratica, e più consapevoli del processo che la guida. E questo significa, spero, che abbiamo imparato ad essere più gentili con noi stessi e con gli altri. La gentilezza può riflettersi in pratica in quali asana scegliamo di eseguire, o in come decidiamo di eseguirli. Le opportunità di esplorazione della pratica sono infinite, e quelle più interessanti – respiro e concentrazioni – sono sempre a nostra disposizione, indipendentemente dalla quantità di asana o da quale serie decidiamo – o possiamo – praticare”.

In conclusione

“Non posso dirvi cosa, nello specifico, potete o non potete praticare a 50, 60 o 70 anni. Sono troppe le variabili individuali in gioco. Ciò che è appropriato per un cinquantenne, potrebbe essere troppo o troppo poco per un altro. Ciò che posso incoraggiarvi a fare è prestare attenzione agli anni di pratica che avete alle spalle, ascoltarvi e adattare la pratica dove e quando ne sentite la necessità. Ma questa, molto probabilmente, è un’arte che state già imparando, indipendentemente dalla vostra età”.

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Home Practice is the new black

Home practice is the new black, potremmo dire parafrasando il linguaggio della Moda. Mai come in questo periodo, praticare a casa più che una scelta è diventata una vera necessità.

Gli ultimi dodici mesi hanno cambiato drasticamente le nostre abitudini, e tra queste dobbiamo includere anche il modo in cui pratichiamo Yoga. Dalla Shala affollata e calda, con l’insegnante che ci accompagna passo passo nella pratica, ci siamo ritrovati a dover mettere alla prova la nostra capacità di mantenere l’impegno preso con lo Yoga anche nelle nostre case.

Impresa tutt’altro che facile per chi in questi mesi ha dovuto imparare a giostrarsi tra smart working, figli a casa alle prese con la DAD, coniugi costretti a condividere spazi spesso ristretti.

Eppure per chi ha saputo cogliere l’opportunità che come sempre si nasconde in ogni momento di crisi, il 2020 per molti (per me, almeno) si è rivelato un anno speciale in termini di crescita personale.

L’online, che noi insegnanti abbiamo quasi sempre considerato la causa di tutti i mali dello Yoga occidentale, ha mostrato il suo volto migliore, creando coesione e offrendo strumenti per mantenere i contatti con i nostri insegnanti, quando non addirittura incontrare maestri con cui sognavamo da tempo di praticare.

E’ evidente che praticare a casa comporti una serie di difficoltà, prima fra tutte la condivisione di spazi con altri membri della famiglia. Non tutti dispongono di stanze ad hoc, in cui creare l’ambiente adatto alla pratica. Tuttavia, where there’s a will there’s a way, si dice a Londra, e alcuni piccoli suggerimenti per portare avanti l’impegno quotidiano con il tappetino possono essere d’aiuto. Ecco la mia piccola lista, che spero vi sarà di ispirazione.

  1. Creare uno spazio per la pratica. Che sia una stanza dedicata, o un angolo in una stanza condivisa, preparate i vostri “strumenti” e lasciateli sempre nello stesso posto. Un piccolo reminder quotidiano della vostra shala personale. Il tappetino, un piccolo asciugamano, una coperta per il rilassamento. Per chi coltiva l’aspetto devozionale della pratica, una effige della divinità di riferimento, un piccolo altare può essere d’aiuto.
  2. Scegliere un orario. Scegliete un momento della giornata in cui realisticamente sapete di poter dedicare almeno un’ora a voi stessi. Non necessariamente un’ora di pratica intensa, ma 60 minuti tondi in cui potersi ritirare in uno spazio spirituale interiore, lontano da distrazioni (familiari e/o tecnologiche: spegnete i devices!). Quando si pratica tra le mura domestiche, ciò che conta maggiormente è la tranquillità; quindi non preoccupiamoci troppo di mantenere a tutti i costi l’orario delle lezioni in shala, se per noi è impraticabile.
  3. Eliminate le distrazioni. Per un’ora, il mondo può andare avanti senza di noi. A meno che non siamo medici in prima linea, o stiamo svolgendo funzioni di carattere emergenziale, il mondo può sopravvivere senza di noi per un’ora. Spegniamo i cellulari, il computer e la TV.
  4. Recuperiamo la motivazione. Non è facile praticare da soli, soprattutto se il nostro percorso nello Yoga è iniziato da poco. Per fortuna la maggior parte degli insegnanti si è attrezzata per continuare a sostenere i propri praticanti anche nella loro home practice, con una vasta offerta di lezioni su Zoom e altre piattaforme. Continuate a frequentarli, anche se solo virtualmente. Aiuterete loro a mantenere aperti i luoghi che vi accoglieranno di nuovo quando tutto questo sarà finito, e voi stessi a non perdere il meraviglioso strumento della pratica. Se progredire solo attraverso le lezioni online ci è impossibile, possiamo quantomeno mantenere ciò che abbiamo guadagnato con il nostro impegno. La mia formula? Almeno una lezione a settimana con il proprio insegnante di riferimento, almeno una Led Class a settimana live o a scelta tra quelle registrate e proposte su YouTube da grandissimi maestri, da Sharath a John Scott. Una volta a settimana, un webinar di approfondimento (avete già provato quelli di Martina Cova?) E gli altri giorni, self practice!
  5. Resistere all’autoindulgenza. Molte volte nello Yoga sentiamo la frase “accetta ciò che senti”, “lascia andare”. Ma siamo certi che stiamo davvero accettando ciò che sentiamo, o stiamo semplicemente assecondando l’ennesimo inganno della nostra mente? Nel dubbio, saliamo sul tappetino e proviamo almeno a fare qualche saluto al sole. Di solito, quando inizio così la mia home practice, mi ritrovo a metà della seconda serie senza neanche accorgermene.

Perché è così importante mantenere una home practice attiva in questi mesi? Al di là degli ovvi benefici sul sistema mente-corpo, la pratica è un modo per restare in contatto con la nostra community, il nostro “sangha”. Per non isolarsi e cadere ancora di più nell’individualismo che sta caratterizzando in modo poco edificante questa nostra era. Per dare un senso alle nostre giornate, scandendole con un sankalpa, un’intenzione, che si elevi dai piani meramente materiali dell’esistenza.

Se volete qualche consiglio in più sulla gestione della pratica casalinga, scrivetemi. In 25 anni di pratica, e con decine di traslochi nei luoghi più disparati del pianeta, ricreare e ritrovare la mia Shala personale mi ha aiutata più di ogni altra cosa a mantenere l’equilibrio e ad affrontare le difficoltà. Sono qui per voi, se avete bisogno di una spinta!

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Back on the mat

È stata un’estate diversa da tutte le altre, ma a The Yoga Club le novità sono state come sempre bellissime! Sono venute a trovarci Martina Cova e Susanna Finocchi, siamo riusciti a praticare tutti i giorni, pur nel rispetto delle regole stringenti, e abbiamo consolidato il nostro percorso nell’Ashtanga Yoga rispettando la tradizione e arricchendolo con le conoscenze che negli ultimi anni hanno contribuito a rendere la nostra pratica più sicura ed efficace.

A The Yoga Club crediamo moltissimo in questo approccio, che combina la pratica tradizionale agli strumenti della fisioterapia e dell’allenamento a corpo libero. Per questo la nostra collaborazione con Susanna Finocchi, Martina Cova e Mattia Beltrame sta diventando sempre più solida. Tre nomi che non hanno più bisogno di presentazioni e con cui ci formiamo costantemente per offrire ai nostri praticanti un metodo progressivo dai risultati eccezionali sul corpo e sulla mente.

La nuova stagione è alle porte, e già siamo pronti ad accogliervi con nuovi orari, un nuovo corso dedicato a chi inizia, classi Mysore e guidate e naturalmente seminari di approfondimento per tutti i livelli di pratica. Vi aspettiamo per cominciare l’autunno con il piede giusto, quello che sale sul tappetino!

Per info, programmazione corsi e costi, whatsapp 333 7865734 o mail: fmderrico@gmail.com

Non dimenticate di seguirci su Facebook (Francesca Yoga Blog) e Instagram (@francescayogablog) per essere sempre aggiornati su tutte le novità della nuova stagione!.

Approfondire per progredire: la mission di The Yoga Club

Approfondire per progredire: questa è la mission con cui nasce The Yoga Club, il primo centro interamente dedicato allo Yoga contemporaneo nel cuore di Follonica, a pochi passi dal centro e dal mare.

The Yoga Club è più di una semplice sala dove praticare. E’ una community, dove praticanti di Ashtanga e Vinyasa Yoga di qualsiasi livello possono trovare le lezioni più adatte, tutte pensate con un unico scopo: praticare in modo accessibile, progressivo, efficace, e autentico. Per questo motivo a The Yoga Club le occasioni non si esauriscono nella semplice pratica quotidiana: ogni mese, nei weekend, il calendario si arricchisce di eventi, masterclass, workshop finalizzati all’approfondimento dei tanti aspetti che compongono questa disciplina antichissima che continua ad evolversi.

Il mese di gennaio si presenta già ricco di opportunità. Eccole per voi:

Sabato 18/01 alle ore 11:30 (sold out), GUEST TEACHER MARTINA COVA

Martina Cova è una delle praticanti di Ashtanga Yoga più avanzate in Italia, e vanta nel suo curriculum una laurea in fisioterapia e l’assistenza a Mark Robberds (certificato KPJAYI e tra i più noti maestri al mondo) nei suoi intensivi all’estero. Durante questa masterclass Martina ci guiderà attraverso la prima serie, e al termine offrirà le sue competenze fisioterapiche per individuare modifiche e varianti agli asana, a seconda della diversa morfologia dei partecipanti, durante una esaustiva Q&A session.

L’evento è sold out, disponibile solo lista d’attesa: inviate whatsapp a 333 7865734.

Sabato 25/01 e domenica 26/01 (ancora posti disponibili) ASHTANGA & VINYASA ABC con FRANCESCA E GAIA

Perfette per chi muove i primi passi nello Yoga di Krishnamacharya, utilissime per chi già frequenta e vuole perfezionare le basi di queste pratiche, indispensabili per chi insegna e vuole arricchire il proprio lessico teorico-pratico. Ecco il programma:

Sabato 25/01 ore 11:30
Francesca vi guiderà alla scoperta degli elementi di base dell’Ashtanga Yoga: respiro, bandha (attivazione dei centri energetici che sostengono il movimento) e drishti (direzione dello sguardo) le tre componenti che rendono gli Asana e le transizioni dinamiche stabili e che trasformano questa pratica in una vera e propria meditazione in movimento.

Domenica 26/01 ore 11:30
Gaia vi accompagnerà nella fluida dimensione del Vinyasa: pranayama (tecniche di respirazione) sinergia tra movimento e e respiro, allineamento corporeo e uso dei props per facilitare e adattare gli Asana alla propria conformazione fisica, rendendo la pratica accessibile ed efficace.

Entrambe le Masterclass avranno durata di circa due ore e prevedono teoria e pratica. Portate tappetino e un piccolo asciugamano.

Sede: The Yoga Club, via Buozzi 66, Follonica

Contributo richiesto:
Per chi è già iscritto ai corsi: 15€ per ogni Masterclass
Per gli esterni: 25€ per ogni Masterclass
Per chi vuole partecipare ad entrambi gli eventi: iscritti 25€, esterni 40€.

È richiesta la prenotazione:
Whatsapp Francesca cell. 333 7865734 o messenger.

La Shala di The Yoga Club a Follonica

The Yoga Club is open!

E finalmente ieri, 7 gennaio 2020, The Yoga Club ha aperto le porte in via Buozzi 66 a Follonica.

Un centro interamente dedicato allo Yoga contemporaneo, ispirato agli insegnamenti di Sri T. Krishnamacharya: Ashtanga e Vinyasa Yoga, con lezioni tutti i giorni e tanti workshops in programma sia per chi inizia ora a praticare, che per praticanti esperti ed insegnanti.

La nuova casa dello Yoga a Follonica ha registrato subito una magnifica affluenza di Yogis maremmani, che ieri hanno condiviso la pratica inaugurale con gioia e impegno. Mi auguro che tanti possano trovare a The Yoga Club tanti spunti per approfondire il proprio viaggio nello Yoga!

Insieme a me, insegnerà a The Yoga Club con tre classi settimanai anche Gaia Ceccarelli, insegnante esperta con una storia molto simile alla mia, una preparazione internazionale e tanti viaggi alla fonte di questa disciplina. Vi aspetto per scoprire i tanti orari per praticare, a pochi passi dal mare e in pieno centro!

I Bandha: mito o realtà?

Chi di voi non ha in qualche modo sentito le proprie certezze scuotersi quando una famosa insegnante di Ashtanga Yoga ha dichiarato “i bandha non esistono?”

Beh, io qualche domanda me la sono fatta, e nella mia esperienza ventennale devo dire che i bandha, seppur ineffabili, mi sono sempre sembrati molto reali. Certo, non sono l’elemento chiave per eseguire una verticale perfetta, ma senza i famigerati bandha la mia pratica risulta decisamente più pesante e faticosa. Mi sono dedicata quindi ad una ricerca approfondita e ho trovato un utilissimo articolo di David Keil, esperto insegnante di Yoga e bodyworker, nonché per anni braccio destro di John Scott durante i suoi teachers’ trainings.  Ve lo traduco sperando come sempre di esservi utile! E vi raccomando di seguire il sito di David, YogaAnatomy, per essere sempre aggiornati sull’interazione tra anatomia classica e Yoga.

“Ciao David, ho appena letto il commento di una insegnante di Yoga che afferma che i bandha sono un mito, e che attivare i muscoli perineali alla base della pelvi non è di alcun aiuto nell’esecuzione di jump back e through. Cosa ne pensi?” 

L’Hatha Yoga Pradipika, uno dei principali testi dedicati alla pratica degli asana e del pranayama, descrive uddiyana e mula bandha come pratiche che coinvolgono mente e corpo nel direzionare la nostra energia (nel testo ovviamente non si fa menzione di jump back e through). Ma allora, i bandha si attivano a livello muscolare o energetico? Direi che il concetto di bandha copre diverse aree: corporea, energetica, e anche metaforica. Sebbene la parola bandha venga tradotta abitualmente come “chiusura”, “blocco”, o “lucchetto”, se dovessi definire il concetto in modo più generico direi che i bandha sono “consapevolezza interiore concentrata, con una direzione”.

Quando facciamo riferimento ai bandha, solitamente parliamo di Uddiyana e Mula Bandha. L’Hatha Yoga Pradipika descrive così uddiyana bandha:
“Il portare all’indietro l’addome al di sopra e al di sotto dell’ombelico, è chiamato uddiyana-bandha.” (Ch.3: Vs.57 – Mohan translation)

E parla così di mula bandha:
“Premere il perineo con il tallone, contrarre il perineo e dirigire apana verso l’alto. Questa azione è chiamata mula-bandha.”
(Ch. 3: Vs.:61 – Mohan translation)

Corporeo

No, il jump back non è lo scopo della contrazione muscolare e della concentrazione mentale che nell’Hatha Yoga Pradipika descrivono mula e uddiyana bandha. Il testo parla invece di una sottile pratica interna che sostiene lo stato meditativo. Tuttavia, quelle stesse contrazioni muscolari, eseguite con attenzione possono influenzare anche la nostra attività corporea. Contrarre questi muscoli può quindi avere un effetto sul controllo dei nostri movimenti? Assolutamente sì. Chiunque abbia assistito ad una performance di balletto o ginnastica artistica sa quali effetti abbia questo sottile controllo sui movimenti del corpo.

Cerchiamo di comprendere la corporeità dei bandha. Fisicamente, la descrizione di  mula bandha nell’Hatha Yoga Pradipika si traduce nel dirigere la nostra attenzione nell’area che circonda il perineo. Il principale gruppo di muscoli che troviamo in quel punto è il gruppo dei muscoli pubococcigei (PCM). L’azione di questi muscoli, quando si contraggono, è di sollevare il pavimento pelvico, e nel far ciò fornire supporto muscolare agli organi viscerali situati in quell’area. Indirettamente, i PCM sostengono e stabilizzano la colonna, perché la pelvi sostiene la colonna vertebrale.

Per quanto riguarda uddiyana bandha l’Hatha Yoga Pradipika lo definisce come il dirigere la nostra attenzione verso gli strati profondi della muscolatura addominale. Se ci spingiamo un po’ più in profondità rispetto al  muscolo retto addominale, troviamo il trasverso e l’ileopsoas. La principale azione del trasverso è comprimere l’addome e stabilizzare il tronco. L’azione primaria della contrazione dell’ileopsoas, invece, è di flettere l’articolazione dell’anca. Lo Psoas major, parte dell’ileopsoas, è il muscolo che da’ inizio all’atto di camminare.

Potete immaginare che se combiniamo tutta questa azione muscolare per stabilizzare la colonna vertebrale a livello degli strati più profondi del corpo, e poi utilizziamo un muscolo potente come l’ileopsoas per dare inizio al movimento, l’impatto che ne risulta in termini di leggerezza e stabilità in movimenti come il jump back e through è di notevole importanza. Ovviamente i bandha non rappresentano la soluzione istantanea al jump back. E’ l’interazione tra l’impiego di tutti i gruppi muscolari coinvolti, della forza necessaria e della tecnica appresa nel tempo che ci portano all’esecuzione di un jump back. I bandha influenzano quindi la sensazione e l’aspetto dei nostri jump back. Come diamo inizio ad un movimento, e i muscoli da cui partiamo per muoverci, sicuramente ne influenzano la leggerezza e l’armonia.

Energetico

Ora proviamo ad esplorare l’idea dei bandha come un modo per dirigere la nostra energia. Se riteniamo che lo Yoga non sia solo asana, ma che sia un percorso verso una maggiore concentrazione e quindi verso uno stato di meditazione, allora abbiamo bisogno di strumenti che costituiscano un ponte per connetterci da un punto all’altro. Potremmo scegliere di iniziare il nostro percorso con gli asana, perché il corpo è qualcosa verso cui è facile dirigere la nostra attenzione. Mantenere questa attenzione, tuttavia, può essere difficile; alla mente piace vagare qua e là. Utilizzare uno strumento più sottile come il respiro può approfondire la nostra attenzione rilassando il nostro sistema nervoso, sostenendo il nostro livello di attenzione. E i bandha fanno parte del respiro.

Usiamo la contrazione muscolare per gestire il respiro durante la pratica degli asana. Il respiro invia informazioni al sistema nervoso, e viceversa. Il controllo muscolare del respiro che deriva dal concetto di bandha influenza la velocità e la qualità della respirazione. In altre parole, dando una diversa forma o tensione al contenitore addominale ha un effetto su come tale contenitore si muove, cosa che a sua volta influenza la sensazione del nostro respiro. Il modo in cui gestiamo il nostro respiro influenza il sistema nervoso, e in tal modo influenza la nostra esperienza a livello energetico.

Se guardiamo un film del terrore, cosa ci accade a livello muscolare e respiratorio nel momento in cui il killer appare improvvisamente da dietro la porta? Molto probabilmente i nostri muscoli si contraggono e il nostro respiro si fa più rapido. L’esperienza di quel particolare momento è proprio di… terrore! Per contro, immaginiamo di essere sulla spiaggia e di osservare un bel tramonto. In questo caso i nostri muscoli sono rilassati e il nostro respiro è più lento. La qualità della nostra esperienza è completamente diversa. Possiamo dunque utilizzare l’intenzione per contrarre sottilmente determinati muscoli, in modo tale da influenzare il nostro sistema nervoso, per creare un particolare tipo di esperienza.

Oggetto di meditazione

Un altro modo per concettualizzare i bandha è definirli “oggetto di meditazione”, invece che un trucchetto magico per eseguire un bel jump back. Se l’esplorazione dei bandha mantiene la nostra attenzione verso un’unica direzione, allora siamo sulla strada giusta, la strada dello Yoga, perché stiamo cercando di dirigere la nostra attenzione verso un unico oggetto. In questo caso, i bandha diventano il nostro “oggetto di meditazione”.

Metaforico

Mi auguro che la pratica dello Yoga ci aiuti a raggiungere un maggiore equilibrio nella nostra vita. E’ certamente uno dei benefici che viene maggiormente citato da chi lo pratica. L’idea di un bandha della “radice” e di un bandha che ci “eleva” può diventare un modo per descrivere la nostra esplorazione dell’equilibrio. Ma equilibrio tra cosa, esattamente? Suggerirei un equilibrio tra sforzo e agio, o stabilità e leggerezza, o radicamento ed elevazione. In senso più pratico o mondano, potremmo definirlo un equilibrio tra un’eccitante avventura e una stabile dimora. E’ prana e apana, Yin e Yang, o qualunque altra definizione utilizzata per descrivere energie apparentemente opposte.

In conclusione…

… I bandha sono un concetto dalle molte facce, che possiamo utilizzare in diversi aspetti della nostra pratica; dai jump back alla meditazione. Non esiste una sola, semplice risposta che possa definire l’idea o gli effetti del lavoro sui bandha. L’evoluzione e la crescita della nostra pratica determinano la nostra esperienza dei bandha.

David Keil 

(traduzione di Francesca d’Errico)

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Sono pronto per la Seconda Serie? Le riflessioni di Ty Landrum

Alzi la mano chi non si è mai chiesto, dopo qualche anno di Prima Serie: “Sono pronto per la Seconda Serie?”. Io me lo sono chiesta mille volte, negli anni, e quando ho iniziato a praticarla devo dire che tutto avevo considerato tranne che gli aspetti psicodinamici che la sequenza di posizioni della Seconda Serie spalanca davanti al praticante. Quando ho letto il blogpost di Ty Landrum, ieri, mi si è aperto un nuovo universo di comprensione sulle esperienze degli ultimi anni, e ho pensato di condividere le riflessioni di Ty con tutti voi, traducendo il suo meraviglioso articolo. Eccolo in italiano, un vero must per tutti i praticanti che si affacciano a questa impegnativa sequenza.

“La curva di apprendimento della Prima Serie è ripida. Mentre ci trasciniamo sui faticosi declivi della pratica, incontriamo una serie infinita di false vette. Ogni volta che ci illudiamo di aver raggiunto la cima, ne appare un’altra, che appare ancora più irraggiungibile all’orizzonte. Se proseguiamo il nostro duro cammino attraverso queste esperienze, ci accorgiamo gradualmente che le cime sono infinite. C’è sempre un livello superiore, un altro modo per eseguire la sequenza in modo più elegante, più vibrante, con maggior concentrazione e consapevolezza. Non completiamo mai davvero la Prima Serie, piuttosto continuiamo a riscoprirla, e a riscoprire noi stessi in questo processo.  Questa è forse la cosa più importante da tenere a mente quando arriviamo a porci la fatidica domanda che ogni praticante di Ashtanga si ritrova ad affrontare: Sono pronto per la Seconda Serie?

Ty Landrum in Kapotasana (by Alessandro Sigismondi)

Non c’è una risposta facile a questa domanda, né un’unità di misura che possiamo utilizzare per decidere con sicurezza. Nella comunità Ashtanga, esistono alcuni standard posturali, che hanno senso in alcuni contesti, ma che sono troppo rigidi e superficiali per essere realmente applicabili. Funzionano per un piccolo gruppo di persone che rappresentano questi standard, ma impediscono agli altri, che per altri aspetti sono pronti per questa esperienza, di abbracciare il potenziale della pratica nel suo insieme. Alcuni corpi non riusciranno mai a flettersi nelle migliori forme della Prima Serie, ma ciò non significa che non siano pronti ad avanzare sia fisicamente che mentalmente nella pratica.

Tuttavia c’è una buona ragione se la Prima Serie è, appunto, prima nella lista delle sequenze Ashtanga. A livello psichico e fisico, la Prima Serie comprende le fondamenta su cui costruire le sequenze successive. E se queste fondamenta non sono solide, l’intero edificio sarà traballante e costantemente in pericolo di collassare.

Per capire se si è pronti per la Seconda Serie, è necessario comprendere alcuni aspetti psicodinamici della pratica. Il primo è che la Prima Serie è stata sviluppata specificatamente per rafforzare apana, la forza discendente e dissolvente che rimuove gli eccessi fisici e mentali. Apana è la forza che ci consente di lasciar andare pensieri, emozioni e ricordi di cui non abbiamo più bisogno, così da poter andare avanti nelle nostre vite e continuare ad evolverci. Tutto quel flettersi, strizzarsi, torcersi e arrotolarsi che caratterizza la Prima Serie ha lo scopo di consolidare e amplificare la forza apanica, con l’obiettivo di creare più concentrazione, stabilità e resilienza mentale.

La Seconda Serie, d’altro canto, è disegnata per esumare i sedimenti delle esperienze passate, rimuovere dai nostri recessi corporei frammenti di pensieri, sensazioni e ricordi non elaborati rilasciandoli nello spazio aperto della consapevolezza. Se la forza apanica è forte, dissolverà questi sedimenti e noi esperiremo il processo come una sorta di liberazione fisica. La forza creativa confinata all’interno di quei frammenti mentali sarà riassorbita dal corpo sottile, che in risposta si illuminerà, risplendendo di una rinnovata carica creativa.  In termini di psicologia yogica, questo momento di assorbimento è chiamato hatha-paka, o assimilazione improvvisa, che è uno dei più cruciali processi di liberazione della mente condizionata.

Questo processo non avviene se la forza apanica della mente non è sufficientemente forte. E questo è il motivo per cui il sistema dell’Ashtanga Yoga enfatizza l’elaborazione della forza apanica fin dall’inizio. Se questa forza non è sufficiente, la mente conscia viene esposta inaspettatamente a ricordi latenti e non elaborati, il risultato può essere abbastanza traumatico. Incapace di distaccarsene e di restare solidamente ancorata, la mente si impiglia tra i ricordi e le storie drammatiche ad essi collegate. E per questa ragione, rischia di infiammarsi, se non addirittura di perdersi.

Il rilascio improvviso di ricordi non elaborati non è da prendersi alla leggera. Eppure la leggerezza – unita ad un senso di distacco e temperata dalla meraviglia – è precisamente il metodo dell’hatha-paka. Per praticare questo metodo è necessaria una forza apanica notevole. E’ importante essere ben radicati nel proprio corpo, e questo è proprio l’obiettivo della Prima Serie.

Ovviamente c’è chi è ben radicato nel proprio corpo pur non avendo completato le difficili forme della Prima Serie. Alcuni corpi non riusciranno mai ad assumere queste forme, per quanto la loro forza apanica sia evidente. Quindi l’abilità tecnica nell’esecuzione della Prima Serie è un modo alquanto superficiale per giudicare l’eventuale prontezza ad avanzare nella Seconda Serie. Piuttosto una notevole forza apanica, in grado di sostenere improvvisi ricordi e memorie latenti, è un metodo più pertinente per verificare se siamo in grado di muoverci verso la Seconda Serie. Ma anche questa unità di misura non è sufficiente da sola.

Esistono persone che hanno una forte consapevolezza corporea anche prima di iniziare a praticare Ashtanga Yoga. Magari arrivano da altre pratiche fisiche, o hanno un carattere solido per natura. Tuttavia anche per loro potrebbe non essere prudente affacciarsi subito alla Seconda Serie, perché in questa sequenza, se eseguita in modo tradizionale, sono presenti sfide fisiche importanti. E a meno che non sia stata sviluppata l’integrità fisica che deriva dalla pratica della Prima Serie per un sufficiente periodo di tempo, la Seconda Serie può esporci ad un notevole rischio di infortuni. Quindi neanche avere una notevole forza apanica può essere un sufficiente metro di giudizio per intraprendere la Seconda Serie. E’ necessario anche avere una base forte a livello di sostegno posturale, aspetto che deriva da una pratica costante della Prima Serie.

Eppure ci sono moltissime posture e molti movimenti della Seconda Serie che possono essere di grande beneficio se adattati al corpo e alle condizioni anche del praticante meno esperto. Nessuna regola di prodezza posturale dovrebbe impedire a questi praticanti di trarre beneficio da queste posizioni che hanno un incredibile potenziale terapeutico. Quindi la prontezza nell’apprendere alcune posizioni della Seconda Serie non può essere soggetta a valutazioni che combinano forza apanica e supporto posturale.

E c’è un predominante motivo psicodinamico per cui i più seri praticanti di Ashtanga iniziano a sperimentare alcune versioni adattate della Seconda Serie dopo due o tre anni, indipendentemente dal livello raggiunto nella Prima Serie. E questo motivo è l’equilibrio. Con la sua pronunciata enfasi sulla forza apanica, la Prima Serie non è una pratica bilanciata. Al contrario è un intelligente elemento di base nello sviluppo di una pratica bilanciata. Se praticata sufficientemente, la Prima Serie raccoglie e consolida le nostre energie fisiche, incoraggia la concentrazione, la stabilità e la resilienza mentale. Ma se eseguita all’esasperazione, o troppo a lungo, può incoraggiare una eccessiva introversione, rigidità mentale e persino dogmatismo.

E nemmeno questa è una prerogativa esclusiva della Prima Serie. Qualsiasi pratica fortemente apanica, se portata all’esasperazione, può portare a squilibri mentali. Lo si evince in chi diventa eccessivamente chiuso, introverso, distante e fortemente radicato nelle proprie idee e percezioni. All’estremo, lo squilibrio di tipo apanico si manifesta in estremismo, che è uno degli ostacoli più seri nello Yoga. Quindi, anche se non abbiamo grandi ambizioni nel collezionare molte posture, è un bene considerare di praticare una Seconda Serie modificata, semplicemente per invitare una maggiore apertura e ricettività nella pratica. In altre parole, è bene considerare di bilanciare la pratica apanica della Prima Serie con una sequenza che incoraggi il flusso del prana, la corrente ascendente che guida la nostra immaginazione, ispirazione, creatività e l’abilità di vedere le cose da diversi punti di vista.

Per i praticanti di Ashtanga, questo si traduce nell’aggiungere alcune versioni delle posture praniche che appaiono all’inizio della Seconda Serie, adattate intelligentemente alle proprie abilità. Si tratta di posizioni che interessano una maggiore apertura, maggiore allungamento ed estensione delle anche e della colonna, l’esatto opposto delle flessioni e delle chiusure della Prima Serie. Incoraggiano una maggiore attenzione al movimento verso l’alto e verso l’esterno, e stimolano correnti sensorie più lunghe e profonde nel corpo. Se combinate intelligentemente con la sequenza della Prima Serie, queste posizioni ci aiutano a trovare maggiore equilibrio all’interno della pratica.

La Prima Serie è invece una pratica fondamentale per coloro che hanno bisogno di governare le proprie correnti psichiche, trovando maggiore solidità nel corpo, preparandosi fisicamente e mentalmente per la pratica profonda e faticosa della Seconda Serie.

In realtà, ci sono motivi psicodinamici che sostengono l’inserimento intelligente di alcune accessibili versioni delle posture praniche della Seconda Serie fin dall’inizio della pratica. Può trattarsi dell’urgente necessità di rompere strati di stagnazione mentale, di sollevare il morale o rivolgere l’attenzione all’esterno. Come abbiamo visto, potrebbero esserci necessità di confrontare problemi apparentemente solo fisici, come il dolore cronico o la tensione nelle spalle e nelle anche. C’è più di una ragione, quindi, per inserire anche precocemente alcune posizioni della Seconda Serie nella pratica dell’Ashtanga Yoga.

Per concludere, non esiste un semplice criterio, che possiamo descrivere in termini di prodezza posturale, per determinare la nostra prontezza ad entrare nella Seconda Serie. Ci sono molte buone ragioni per inserire posizioni della Seconda Serie nella nostra pratica prima di aver raggiunto i canoni convenzionali della prodezza tecnica. Un insegnante esperto può aiutarci a decidere ma dobbiamo sempre ricordare che nessuno può prendere questa decisione al nostro posto. Naturalmente sarebbe sciocco ignorare la tradizione, e sarebbe da arroganti ignorare il consiglio di chi è più esperto di noi. Ma ciò che più conta è che sarebbe scandaloso arrendersi al giudizio delle convenzioni, e affidare ad altri la propria evoluzione fisica e psichica.

Per camminare sulla strada dello Yoga, senza finire fuori pista, dobbiamo sviluppare il potere del discernimento, viveka-khyati, così da inanellare una sequenza intelligente di azione e reazione. Diversamente, saremmo vittime dei raggiri della nostra mente, che non si stanca mai di imporre regole e costrutti sulle nostre esperienze, e che sarà lieta di impedirci di sperimentare nuove aperture di spirito. Per immergerci in questo spirito – che è lo spirito più autentico dello yoga – dobbiamo continuare ad abbandonare le nostre idee e i nostri preconcetti, insieme a quelli altrui, e guardare nuovamente, senza paura e senza inganno, nel centro luminoso della nostra esperienza, continuando ad avere illimitata e pura fiducia in ciò che siamo.

Quindi se avete trascorso un po’ di tempo insieme alla Prima Serie, e vi state chiedendo se siete pronti ad andare avanti, abbandonate regole e precetti. Invece che imporre un criterio esterno, che considera solo l’aspetto fisico e posturale, pensate all’impatto che la Seconda Serie potrebbe avere sulla vostra mente. Sappiate che non potrete predire o controllare tale impatto. E sappiate che, nel praticare la Seconda Serie, vi esporrete all’ignoto, e sentirete nuove dimensioni del vostro corpo e della vostra psiche. Siete pronti a confrontare i demoni che vi aspettano nell’ombra? Siete pronti ad abbracciarli con compassione, ad accettarli come parte di voi, senza restare impigliati nei drammi che potrebbero evocare?  Con queste domande in mente, potete finalmente chiedervi: Sono pronto per la Seconda Serie?”

Ty Landrum, direttore di The Yoga Workshop, Boulder 

Ty Landrum sarà in Italia e in Europa nel 2019 per una serie di workshops. Sul suo sito trovate tutti i dettagli.

(traduzione di Francesca d’Errico)

Lo Yoga è vivo e sta benone

Lo Yoga è vivo e sta benone. Questo articolo nasce dalla lettura di un pezzo molto negativo sullo Yoga, apparso recentemente su facebook. Ebbene la mia opinione è agli antipodi (e ancora una volta, per aver espresso con cortesia un’idea diversa, sono stata bannata dall’autrice del pezzo… un gesto che si commenta da sé).

Se cerchiamo lo Yoga al di fuori di noi, se non abbiamo la perseveranza di confrontarci con la pratica ogni giorno, rimarremo sempre delusi. Se dallo Yoga ci aspettiamo il miracolo del risultato senza il lavoro necessario per arrivarci, non troveremo le risposte alle nostre domande. Se non abbiamo la perseveranza di seguire una scuola, una tradizione, per un tempo sufficientemente lungo (e parlo di anni, non di pochi mesi), non riusciremo mai a carpirne l’essenza. Se pensiamo che lo Yoga sia circo, festival, leggings colorati (che peraltro a me piacciono moltissimo), e ci meravigliamo che la pace dei sensi possa trovarsi lì, decisamente ne avremo una percezione distorta.

Sono stata fortunata: ho sempre avuto una propensione per la disciplina. Quando ho iniziato a praticare venivo da un passato sportivo (come ginnasta) e sapevo che, senza applicazione costante, non avrei ottenuto alcun risultato. Sapevo anche che, pur mettendo nella pratica tutta la mia passione e dedizione, il risultato avrebbe potuto essere diverso da quello che mi aspettavo (e certo non mi riferisco solo agli asana!). Credo che in molti, ultimamente, si avvicinino allo Yoga sperando nel “miracolo” della soluzione immediata ai propri problemi fisici e/o esistenziali e, con queste elevate aspettative in testa, ne restino altrettanto rapidamente delusi. Lo Yoga dà molto, è vero, ma solo se si è disposti a dargli altrettanto. Solo attraverso la disciplina e la volontà di andare avanti, affrontando sul percorso gli inevitabili ostacoli (incluse le tante delusioni), riusciremo nel tempo a comprenderne il valore.

Ho incontrato tanti maestri. Alcuni meravigliosi (e sono quelli che mi hanno dato la forza di continuare il percorso), altri forse discutibili. Ma se comprendiamo che ognuno di noi segue il proprio dharma, e che ogni essere vivente su questa terra sta facendo del suo meglio con gli strumenti che gli  sono stati affidati, riusciremo sempre a trarre da ogni incontro una lezione importante. Su come vorremmo (e come non vorremo mai) essere. Su come possiamo fare di più, su come possiamo stare (e far stare) meglio. Su quali energie desideriamo attrarre, e da quali vogliamo tenerci a distanza.

Forse quel maestro ci ha deluso. Quel festival ci è sembrato una buffonata. Instagram ci sembra una parata di acrobati (ma ricordiamo che anche migliaia di anni fa artisti sconosciuti raffiguravano gli Yogi nelle loro complesse posizioni in statue e sulle mura dei templi…). Non smettiamo di cercare. Magari nella shala di quel maestro incontreremo qualcuno che ci suggerirà una scuola dove ci sentiremo a casa. A quel festival troveremo un libro di filosofia indiana che ci aprirà una nuova visione. Su Instagram troveremo una foto che ci ispirerà a seguire una tradizione.

E soprattutto, pratichiamo. Tutti i giorni, in ascolto. Senza guardare cosa fanno gli altri, a quale posizione sono arrivati, se riescono a fare una verticale o kapotasana. Pratichiamo e sentiamo cosa ci trasmette quello che riusciamo a fare. Ascoltiamo il corpo negli asana e controlliamo la mente con il respiro, con i mantra, con la meditazione. Seguiamo un maestro con rispetto, permettiamogli di conoscerci (e di conoscerlo) frequentandolo con continuità. Tutto il resto, come diceva Sri K. Pattabhi Jois, è circo.

Susanna Finocchi

Ashtanga Yoga Follonica ha ospitato recentemente Susanna Finocchi, KPJAYI Level 2, co-fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen per un meraviglioso seminario. Sono state giornate intense di pratica, filosofia, chanting. Un gruppo di splendidi yogi, animati dal desiderio di affrontare se stessi sul tappetino e fuori, ha portato un’energia bellissima a testimonianza della vitalità dello Yoga contemporaneo. Ma soprattutto una grande maestra, che da decenni vive quotidianamente la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ci ha trasmesso insegnamenti resi attuali dalla sua esperienza diretta e continua con la fonte. E questo per me è Yoga autentico, l’unico che mi interessa.

Susanna tornerà da noi ad agosto, per una intera settimana Mysore. Abbiamo condiviso con lei sudore e risate, e non vediamo l’ora di tornare a praticare sotto la sua guida esperta, paziente, profonda e autentica. Con lei, lo Yoga è veramente vivo e sta benone.

Ancora più importante, Ashtanga Yoga Copenhagen ospiterà una delle tappe europee di Sharath Jois. Una ragione in più per avvicinarsi alla fonte di questa meravigliosa disciplina.

(nella foto sopra: Susanna Finocchi in Galavasana. Stay tuned per le sue nuove date a Follonica!)

Le fasi e la longevità della pratica Yoga

Fasi e longevità della pratica Yoga nel tempo: domande sempre più ricorrenti ora che lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa o Jivamukti) sta diventando il più praticato al mondo.

Parsvakonasana (foto di M. Pantani)

Salgo sul tappetino da oltre vent’anni e non ho iniziato da ragazzina, ho scelto da subito l’Ashtanga Yoga, con incursioni Jivamukti che tuttora mantengo. Certo ho un passato di ginnasta e ballerina, e questo forse può sembrare un vantaggio inizialmente. In realtà con lo Yoga ho dovuto reimpostare tutto ciò che avevo appreso nelle discipline precedenti, imparando ad approcciare ogni posizione non tanto con l’esito estetico in mente, quanto con l’obiettivo di farne un luogo per il respiro. Gli inarcamenti di una ginnasta, ad esempio, sono molto diversi da quelli di uno Yogi, anche se in apparenza possono sembrare simili. Nelle attività fisiche in senso lato l’approccio alla posizione è per lo più muscolare, articolare, fisiologico. Negli asana entra in gioco l’aspetto energetico, guidato dal respiro, ed è per questo che anche chi inizia a praticare in età avanzata può comunque migliorare e trarre giovamento da questa disciplina. Non è mai troppo tardi per coltivare la longevità!

Sicuramente negli anni la mia pratica è cambiata. Sebbene ancora adesso io pratichi tutti i giorni Ashtanga o Vinyasa Yoga, non mi prefiggo come obiettivo la terza o la quarta serie dell’Ashtanga, quanto la longevità di una pratica dinamica. Per chi ha superato una “certa” età, e anche per chi magari non è ancora entrato negli “anta” ma ha un corpo segnato da molti anni di attività sportiva agonistica, forse può essere interessante la mia personale esperienza di praticante e insegnante.

Innanzi tutto, una premessa. Spiritualmente siamo tutti creature sacre, ma fisicamente ognuno di noi è unico. Al di là della conformazione muscolo-scheletrica, ognuno di noi reagisce a traumi fisici e psichici e alle emozioni in modo unico e irripetibile. Traumi ed emozioni non vivono solo nella nostra mente ma anche nel nostro corpo. Siamo su questo piano di esistenza per vivere con tutto il nostro essere, e non è possibile disconnettere la mente dal corpo. Quando cerchiamo di farlo, l’una/o si vendica sull’altro/a. Questo è vero sia nel breve che nel lungo termine. Ci abituiamo a dare per scontate posizioni e transizioni che magari hanno fatto parte del nostro percorso per dieci anni e più, e improvvisamente un mattino Marichyasana D non ne vuole sapere di chiudersi. E questo senza spiegazioni fisiologiche apparenti. Fino a ieri i nostri jump back erano leggeri come piume, e oggi improvvisamente ci sentiamo di piombo. In questo la pratica è una continua verifica del nostro piano esistenziale, di ciò che accade in noi e attorno a noi e di come reagiamo alle diverse sfide del quotidiano. Se affrontiamo la pratica come una sfida (“la mia mente decide cosa deve fare il corpo”) siamo molto probabilmente destinati a non durare a lungo sul tappetino. Se invece accogliamo la pratica come un messaggio della parte migliore di noi, allora ogni giorno è una scoperta, e non resteremo mai delusi. Longevità, nel mio vocabolario, non significa invecchiamento, ma lunga giovinezza della pratica, che significa poi un corpo ed una mente giovani per tutta la durata della nostra vita.

Per quanto mi riguarda, salgo ogni giorno sul tappetino cercando di capire di cosa ho bisogno. In primo luogo mi assicuro che sia sempre il respiro a dare inizio al movimento, e non viceversa. Se prestiamo attenzione a questo aspetto, ci rendiamo conto di quante volte, senza volerlo, ci muoviamo prima di iniziare a respirare. E’ un po’ come parlare prima di pensare: di solito non ne viene fuori niente di buono! Quindi verifichiamo sempre che sia il respiro a guidarci.

Prima di praticare, eseguo alcuni movimenti spinali che mi sono stati insegnati da Simon Borg-Olivier. In questi movimenti, comincio a connettermi con il centro del mio corpo, da cui attingo per trovare equilibrio sia nelle posizioni in piedi che nei bilanciamenti sulle braccia. Se mi sento molto carica di energia, rispondo dando maggiore enfasi alle transizioni dinamiche, con una pratica ricca di vinyasa. Se mi sento “svuotata”, cerco di lavorare in direzione di una “peak pose”, ovvero preparando il corpo ad una posizione particolarmente impegnativa riducendo le transizioni o rendendole più leggere. In questo, prendo spunto dai vinyasa alternativi di due grandi maestri di Yoga, Matthew Sweeney e Godfrey Devereux, di cui vi suggerisco l’approfondimento (basta cliccare sui loro nomi per raggiungere i loro siti). Se mi sento sbilanciata, lavoro sui core muscles (i muscoli profondi del tronco), privilegiando Navasana, Chaturanga e le loro tante varianti al centro della pratica. Le transizioni sono estremamente divertenti, ma penso sia poco realistico ed energeticamente troppo demanding praticare sei giorni su sette inserendo una verticale sulle mani ad ogni cambio di posizione.

Le inversioni fanno sempre parte della mia pratica, anche e soprattutto per i loro benefici effetti sui flussi ormonali del corpo: un particolare che le donne non dovrebbero mai trascurare, soprattutto dopo i 40-45 anni.  Dopo le inversioni (soprattutto se eseguo Salamba Sarvangana dopo Sirsasana, suggerito ad esempio nel metodo Jivamukti) resto almeno una decina di respiri in Savasana, per dar modo ai fluidi corporei di tornare alla normalità. Un altro elemento imprescindibile è il rilassamento profondo al termine della pratica, che dà modo al corpo di assorbire l’energia sviluppata durante asana e vinyasa, e ne evita la dispersione immediata.

Come si traduce tutto questo sul tappetino? Potete vederlo voi stessi seguendo una delle mie sequenze vinyasa. Insieme a Tessa Gelisio ho sviluppato cinque moduli di pratica che possono essere utilizzati singolarmente, o messi in sequenza a seconda della disponibilità di tempo e del livello di pratica. Comprendono posizioni della prima, della seconda e della terza serie dell’Ashtanga Yoga, collegate tra loro da transizioni classiche o alternative. L’obiettivo delle mie sequenze è la longevità di una pratica dinamica. Perché l’amore per questo tipo di Yoga non passa con gli anni. Anzi! Mantenere a lungo nel tempo una pratica dinamica è un investimento per la salute di mente e corpo. Trovate tutti i video nella sezione practice di questo sito. Qui vi lascio con quello dedicato all’inizio della pratica: movimenti spinali, asana preparatori e saluti al sole a&b, adatti davvero a tutti i livelli di pratica. Spero che i miei suggerimenti vi siano utili soprattutto per far sì che la pratica diventi non solo una fase della vostra vita, ma la compagna fedele di ogni giorno, il più a lungo possibile.

Buona pratica!

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