Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

Ashtanga Yoga: una guida per imparare ad amare

l’Ashtanga Yoga può aiutarci ad imparare di nuovo ad amare? Leggevo in questi giorni un interessantissimo post sul sito Conscious Reminder, in cui l’autore affrontava una tematica scottante: l’incapacità di costruire relazioni umane solide e durature, caratteristica che accomuna ormai diverse generazioni. E’ un tema che già Bauman, nella sua descrizione della società liquida, aveva anticipato anni fa. Ne sintetizzo i contenuti:

“La nostra società è sempre più trascinata dal vortice della gratificazione instantanea, ben rappresentata dai “like” di Facebook e Instagram. Invece che stabilire connessioni profonde, in cui la nostra umanità può essere appagata pienamente, ci si accontenta di contatti sporadici ed effimeri, ci si trova rapidamente e altrettanto rapidamente ci si abbandona, alla ricerca di qualcosa di “meglio” o di “nuovo”. Perché non riusciamo più a stabilire relazioni durature? Perché ci infiammiamo così velocemente e di continuo, e non siamo più capaci di fare sacrifici, di andare incontro all’altro, di comprenderlo, di lavorare sulla relazione, sia essa amicale o sentimentale? Vogliamo che tutto sia facile e immediato, un ostacolo è tutto ciò che ci serve per mollare gli ormeggi e andare alla ricerca della prossima situazione. Non cerchiamo più affetto o amore ma eccitazione e brivido. Vogliamo tutto subito, dimenticando che per costruire emozioni profonde e autentica complicità è necessario tempo, impegno, concentrazione. Preferiamo passare un’ora a chattare con dieci persone diverse, che dedicare attenzione autentica ad una persona per volta, dandole l’opportunità di mostrarci chi è veramente. Siamo terrorizzati dall’idea della stabilità: professiamo il nostro desiderio di amare, eppure quando siamo vicini alla sua realizzazione, fuggiamo perché “non ce la facciamo”. Abbiamo paura di esporci per ciò che siamo realmente, di mostrare la nostra sensibilità, e preferiamo continuare a recitare il nostro personaggio “sociale” con attori continuamente diversi.”

Davanti a questo, l’Ashtanga Yoga può essere una pratica fisica che diventa metafora, una disciplina che ci insegna nuovamente ad amare. Quando scegliamo la pratica dell’Ashtanga Yoga, proprio come quando incontriamo qualcuno, ci è richiesto un atto di fiducia o di fede. Dobbiamo “credere” alla pratica esattamente come crediamo in una relazione. Attraverso la pratica quotidiana e costante di sequenze prestabilite, siamo costretti ad imparare la pazienza, l’impegno, la costanza. Ripetendo ogni giorno gli Asana e i Vinyasa della nostra pratica, torniamo a scoprire che è solo attraverso una relazione stabile che possiamo raggiungere risultati autentici, che possiamo splendere nella bellezza unica di essere noi stessi, e vedere l’altro nella sua bellezza, quali che siano i suoi e i nostri limiti. Solo provando, cadendo, rialzandoci e tornando a provare, ogni giorno sul tappetino rappresentiamo la vita. Non è una prova generale quella che stiamo facendo. Sono i giorni che il destino ci ha dato a disposizione e ognuno di essi è unico. Quando vinciamo la nostra paura di restare, la nostra paura di fidarci di noi stessi e di una relazione (inclusa quella con la pratica), proprio come una pianta possiamo fiorire. La pratica ci riporta verso l’autenticità del desiderio: ci fa riscoprire la differenza tra la gratificazione istantanea, e il raggiungimento di ciò che vogliamo davvero. Che poi altro non è che la differenza tra la quantità (quanti asana posso fare? Quante persone posso conquistare?) e la qualità (riesco ad eseguire correttamente “questo” asana? Riesco a capire ed amare davvero “questa” persona?).

Praticando Ashtanga Yoga in questo modo, gli Asana diventano simboli della nostra solidità spirituale. E una semplice sequenza di posture diventa una preghiera che coinvolge il nostro corpo e, soprattutto, il nostro cuore.

Photo by Marco Pantani

L’Illusione dei social media: il pensiero di Ty Landrum

foto di Marco Pantani

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bellissimo post sullo Yoga e sull’illusione dei social media, scritto da Ty Landrum. Ty è stato scelto dal leggendario Richard Freeman per sostituirlo alla direzione del suo celeberrimo centro in Colorado. La sua preparazione è davvero molto profonda, e i suoi scritti sempre molto interessanti. Il punto di vista di Ty, che esprime la relazione tra social media e narcisismo, e soprattutto la possibilità di guardare al lato oscuro della nostra umanità da una diversa prospettiva è espresso in modo così limpido e privo di giudizi da meritare di essere divulgato il più possibile. Gli ho quindi chiesto di poterlo tradurre per il mio blog e con il suo permesso, lo riporto per voi sulle mie pagine. Buona lettura e buona riflessione…

” I Social Media possono far pensare che lo yoga sia un’arte scenica. E non c’è dubbio che quanto appare sui social media sia esattamente questo. Quando una persona flessibile si fa fotografare in una posizione impegnativa, in un contesto spettacolare, si sta impegnando in una performance estetica iconoclastica e decisamente moderna. Le immagini che ne risultano ispirano ammirazione per il corpo umano e stupore per le sue capacità di contorcersi, sfidando gli standard di bellezza tradizionali, ma giocando sul nostro innato senso della linea, della simmetria, dell’equilibrio e della forma.

Inoltre, le immagini in questione contribuiscono alla conversazione di più ampia portata sul significato di “personificazione”, una conversazione in cui tutti siamo coinvolti, consciamente o no. Queste immagini – come le stesse posizioni yoga – sono simboli di qualcosa che desideriamo toccare, da cui siamo profondamente estraniati e che sogniamo di riscoprire ai confini del mondo. Ci ricordano che tutti personifichiamo questo enigmatico “qualcosa”, sebbene cerchiamo di raggiungerlo senza sosta.

Questa è una delle strane realtà della condizione umana: troviamo difficile toccare ciò che abbiamo vicino, anche se pulsa proprio sotto la superficie della nostra pelle.

Il lato oscuro di qualsiasi arte scenica è il narcisismo. E con l’ubiquità dei social media, le forze narcisistiche sono più che mai diffuse. I Social Media ci mettono in mano il potere di dare forma alla nostra immagine pubblica, attraverso parole e immagini attentamente selezionate. Con la diffusione massificata di questo potere, sperimentiamo un curioso slittamento della sede del nostro io. Mai come ora, ci vediamo come gli altri ci vedono. Ma ora abbiamo il potere di manipolare come gli altri ci vedono, grazie alle immagini della nostra esistenza che esponiamo solo dopo averle accuratamente modificate a nostro piacimento.

Questo slittamento ci coinvolge tutti, indipendentemente dal nostro livello di attività sui Social Media, perché crea una situazione in cui guardiamo i Social Media per farci un’idea l’uno dell’altro, e anche se resistiamo a questa forza, la non-partecipazione ha un significato che tiene comunque conto di quella impressione, suggerendo un’alleanza con l’innata mancanza di chiarezza della mente umana. I Social Media hanno assunto caratteristiche fortemente confessionali, che fanno inorridire e imbarazzano i più riservati.

Il carattere confessionale dei Social Media crea un’illusoria trasparenza che sembra far collassare la personalità su cui posa la psiche, sollevando ed esponendo cose che molti preferirebbero tenere nascoste, sia perché le considerano imbarazzanti, frivole o troppo sacre per il pubblico ludibrio.

I Social Media possono distorcere in modo negativo l’impressione che abbiamo l’uno dell’altro, creando un falso senso di trasparenza. Ma è al tempo stesso innegabile che i social media siano una finestra aperta sulla nostra coscienza collettiva. Ciò che passa attraverso questi media a volte sguaiati è un riflesso lucido e rivelatore delle forze nascoste che danno forma alla mente colletiva. Il narcisismo che troviamo sui social media è il nostro narcisismo. La vanità che vediamo è la nostra vanità. Tutto ciò che appare attraverso questa finestra ci espone, mostrandoci ciò che giace sul fondo del pozzo della psiche.

Ty Landrum by A. Sigismondi

E tutto dipende dalla nostra reazione. Se reagiamo con sdegno e risentimento alla vanità altrui, allora diventiamo noi stessi sdegno e risentimento. Nel momento in cui personifichiamo queste emozioni acute e spinose, lasciamo che esse ci definiscano, e diamo loro sempre maggior potere, riflettendo le immagini del nostro sdegno e risentimento all’interno del profondo pozzo della psiche collettiva; queste immagini brillano attraverso lo specchio dei social media. Le loro correnti quindi scorrono ancora più rapide sotto la superficie, acquistano forza e minacciano di trovare una fessura da cui erompere.

Se invece diamo a queste immagini un’attenzione amorevole, rilasciamo un po’ della tensione nascosta sotto le nostre tendenze reattive. Rilasciamo la pressione dell’ego, che tende alle reazioni sdegnate e risentite verso ciò che minaccia la santità e la solidità delle nostre identificazioni. Quando le immagini dello yoga appaiono sui social media, la minaccia può essere molto forte – specialmente per chi ha sviluppato disgusto nei confronti dell’esternazione dello yoga attraverso immagini di contorsionismo. L’ego che si identifica con “il vero yoga” è ansioso di separare il concetto che abbiamo di ciò che non è autentico, e si infiamma quando i social media sfumano le linee tra la pratica yoga contemplativa e l’arte scenica sociale.

Ma lo yoga autentico è sempre nel momento presente. E quando ci infiammiamo per ciò che vediamo come un’adulterazione o una perversione di qualcosa che ci è caro, e siamo conseguentemente pronti a reazioni di sdegno nei confronti di altri che sono sul nostro stesso cammino, ne perdiamo il filo. Non che lo yoga richieda di non avere discernimento – al contrario, il discernimento è uno dei veicoli della nostra evoluzione. Ma finché restiamo intrappolati in emozioni spinose, non possiamo raggiungere la chiarezza da cui questo discernimento dipende. Queste emozioni distorcono le nostre impressioni della realtà, e quindi non possiamo apprezzare la reale intelligenza e meraviglia di ciò che appare ai nostri occhi. All’ombra di queste emozioni, perdiamo le tracce del sublime che ci passa davanti. E queste tracce possono essere ovunque, anche sui social media.

In noi c’è sempre qualcosa che cerca naturalmente di venire alla luce. E sebbene possa essere oscurato dalle incessanti recite dell’ego, solo l’ego può liberarlo. L’ego è maya, il velo dell’illusione del mondo fenomenico. Questo mondo crea la falsa convinzione che siamo tutti isolati e separati. L’ego sostiene l’apparenza di questo mondo, imbevendo ognuno di noi di un falso senso di importanza individuale. E il narcisismo è solo uno dei modi per far fronte a questo senso di isolamento, coltivando l’ego agli estremi.

Quindi maya è l’illusione che ci isola, forzandoci ad identificarci troppo con il nostro ego. Ma maya è anche lo specchio in cui ci osserviamo, e diventa consapevole di ciò che siamo realmente. Come avviene per la forza della creazione, maya porta la nostra essenza sottile in una forma corporea. E’ il fulgore della natura che ci permette di diventare consapevoli di noi stessi, dandoci oggetti da esperire. Senza maya, non ci sarebbero pensieri, sensazioni o intimità. Non ci sarebbe altro che puro e abissale vuoto, da cui il mondo si spiega. Quindi maya non è solo il velo dell’llusione naturale, il velo che nasconde la nostra vera natura; maya è anche il potere della coscienza di apparire a se stessa, di diventare consapevole di se stessa,  come il vuoto che sostiene il mondo della forma.

Lo Yoga della relazione inizia quando riconosciamo la duplice natura di maya, il suo modo di nascondere e rivelare contemporaneamente. Comincia quando abbandoniamo i nostri impulsi reattivi nei confronti degli altri esseri umani, sospendiamo i nostri preconcetti su di loro, e lasciamo che ci invadano con i loro eccessi e le loro assurdità, specialmente quelle che sembrano minacciare il nostro senso di noi stessi, isolante e narcisistico. La pratica consiste nel far loro spazio, anche se offendono il nostro senso estetico e la nostra sensibilità filosofica, finché non percepiamo la rottura dei confini dei nostri giudizi sulla loro presunta superficialità, e lasciamo che si mostrino nella loro assoluta unicità.

La dignità inviolabile dell’essere umano dipende dal fatto che ognuno di noi rifrange in modo unico la luce della coscienza, e contribuisce con qualcosa di altrettanto unico al dispiego sublime della consapevolezza collettiva. Per quanto imperfetta possa essere la nostra ricerca, ognuno di noi è animato dallo stesso desiderio di sperimentare l’abbandono dei condizionamenti, il desiderio di superare il senso di isolamento, per godere dell’amorevole essenza della nostra umanità. Se guardiamo gli altri in questo modo, come esseri animati, anche se in modo imperfetto, dallo stesso desiderio di libertà, la chiarezza emerge spontaneamente.

Quando abbandoniamo le nostre difese, e rinunciamo all’impulso di protestare contro chi ci ricorda il nostro desiderio di limitare e sopprimere, le posture che troviamo sui social media, anche se altamente artistiche e raramente in grado di catturare un’autentica trasformazione spirituale, ci appaiono come una estensione di quello che quasi tutti consideriamo yoga “autentico” e “tradizionale”. Una goffa ritualizzazione del nostro desiderio di una lucida e amorevole connessione con tutti gli altri esseri umani. Le correnti di narcisismo e vanità continueranno a scorrere nei canali dei social media, semplicemente perché fanno parte della funzione mentale che compone la nostra umanità. Ma se osserviamo con occhi aperti, possiamo trovare qualcosa di più di narcisismo e vanità. Troviamo una straordinaria celebrazione del corpo, che lo onora come mezzo per l’illuminazione e che aspira con fremente passione a scoprirne i segreti, per toccarne intimamente l’essenza.

Quando arriviamo a vedere le cose in questo modo, ci accorgiamo che maya, attraverso i social media, è fortemente rivelatrice, e ciò che rivela è la bellezza dell’intricato lavorìo della mente umana. La vera illusione dei social media – la vera idea sbagliata – è tale perché a causa della nostra vanità e del nostro indomabile desiderio di riconoscimento,  l’ego impedisce alla luce della consapevolezza di emergere e di risplendere. Ma la luce della consapevolezza non può essere oscurata. Anche quando il narcisismo entra in scena, espone la profondità del nostro desiderio di connessione, e un raggio luminoso perfora lo schermo dei nostri computer.

Ty Landrum

Vita da Yogi: alimentazione e pratica

Sono da sempre molto cauta nel dare suggerimenti relativi all’alimentazione da seguire per chi pratica intensamente. Tuttavia è innegabile che la qualità e la quantità di ciò che mangiamo influenza non sono la nostra pratica, ma la nostra salute sotto ogni profilo.

Non sono mai stata un asso in cucina, e proprio per questa ragione la mia dieta (vegetariana) è molto semplice, con metodi di cottura delicati – anche se frutta e verdura crude sono la mia passione. Ho però una grande fortuna: una mamma (la mitica Lilli) che in cucina meriterebbe qualche stella Michelin, e che armata di grandissima fantasia, mi prepara da sempre ricette vegetariane deliziose. Negli anni, si è abituata a questa figlia che ha rinunciato a carne e pesce e si è ingegnata inventandosi piatti che rispettano gli animali, utilizzando ingredienti di origine controllata (per uova, latte e derivati, solo provenienti da allevamenti locali e rigorosamente non intensivi; per la verdura e la frutta… in gran parte direttamente dall’orto di casa, privo di qualsiasi sostanza chimica).

Ho pensato che a molti di voi – soprattutto a chi si avvicina ora alla cucina vegetariana – potrebbe far piacere sperimentare qualcuna delle sue fantastiche ricette. E quindi inizio oggi con la sua più recente invenzione: gli involtini di verza “A Modo Mio”. Assaggiati personalmente oggi, è un piatto che richiama il sapore e i colori di questo autunno appena iniziato.

La verza è inoltre ricca di proprietà benefiche: è considerata un ottimo analgesico e antinfiammatorio, è utile nel combattere artrite, artrosi e stipsi, contiene vitamina A, C e K, quest’ultima di grande importanza nel regolare la coagulazione del sangue.

Non resta che mettersi a tavola… Buon appetito!

Ingredienti per tre persone:

Una verza media, un uovo, grana macinato, pecorino di media stagionatura, pane integrale vecchio, sale, pepe, funghi secchi ammorbiditi nell’acqua, qualche pomodoro fresco, olio extra vergine d’oliva.

Preparazione:

Lessate le foglie esterne di una verza di medie dimensioni. A parte frullate la parte interna della verza con un uovo, una manciata di grana macinato, un po’ di pecorino, il pane vecchio bagnato e strizzato, sale, pepe e un pugnetto di funghi secchi precedentemente ammorbiti. Arrotolate le foglie lessate ponendo al loro interno l’impasto, mettete il tutto in una teglia da forno anti aderente, circondando gli involtini con i funghi avanzati e con i pomodori freschi tagliati a pezzetti e irrorati di olio. Infornate per una ventina di minuti… e servite!

L’alimentazione è di fondamentale importanza non solo per chi pratica. L’alimentazione vegetariana negli anni è stata quella che mi ha permesso di mantenere una pratica intensa e una vita dinamica e attiva. Ritengo sia davvero importantissimo verificare con attenzione la provenienza degli ingredienti che utilizziamo per i nostri pasti, soprattutto se consumiamo alimenti di origine animale, come uova, latte e derivati. Il rispetto per le creature che ci offrono la possibilità di nutrirci è fondamentale – è un piccolo sforzo in più nel fare la spesa, ma ci ripaga in modo immenso. Non solo perché rispettiamo gli animali, ma perché ci prendiamo cura del pianeta, evitando i danni colossali degli allevamenti intensivi, e favorendo le piccole imprese locali che hanno scelto con coraggio di lavorare eticamente.

Chi pratica Yoga non invecchia mai?

E’ vero che chi pratica Yoga non invecchia?

La nostra società è sempre più ossessionata dall’età anagrafica. Una delle prime domande che ci si pone quando ci si conosce è “quanti anni hai?”, come se inserire una persona in una cornice temporale potesse darci un’idea della sua personalità. Moltissime professioni e molti titoli di studio ancora oggi sono vincolati da limiti di età. Sembra che, superati i 40, gli esseri umani siano condannati ad un inevitabile declino, sotto ogni profilo. Ma come è possibile? Non solo l’aspettativa di vita si è progressivamente alzata nei secoli: a detta degli scienziati, il nostro corpo è programmato per vivere almeno 120 anni. Possibile che 80 di questi debbano trascorrere sul viale del tramonto?

Come Yogini, ho smesso di interessarmi all’età e al trascorrere del tempo quando ho iniziato a praticare. La pratica costante, almeno nella mia opinione, è un elisir di giovinezza, non solo sul piano fisico ma anche e soprattutto sul piano intellettuale e spirituale. Basta osservare le immagini di grandi maestri come BKS Iyengar e Vanda Scaravelli, che tra gli 80 e i 90 anni ancora dimostravano asana avanzati nei loro corpi asciutti e tonici. Soprattutto, basta affidarsi alla pratica per riscontrarne gli effetti a lungo termine.

Alla ricerca di un articolo che confermasse le mie opinioni, ho trovato sulla pagina di Simon Borg-Olivier un pezzo pieno di spunti interessanti. Si tratta dell’esperienza di vita di Collyn Rivers, insegnante australiano di Iyengar Yoga, oggi ottantasettenne. Ancora più interessante se pensiamo che Collyn ha iniziato a praticare a 52 anni… Ecco la traduzione di questo articolo, pubblicato da Eve, collega di Collyn.

Cosa vuol dire “troppo vecchio”?

“Lo Yoga aiuta davvero a contrastare gli effetti dell’invecchiamento? Cercavo una risposta a questa domanda ed ho pensato di rivolgerla al mio amico ottantenne Collyn Rivers, chiedendogli di scrivere un post per il mio sito.  Collyn ha co-diretto insieme a me il Sydney Yoga Centre, quindi molti di voi ricorderanno le sue bellissime lezioni. Siamo entrambi convinti praticanti di uno yoga dinamico e forte, ormai da decenni. Una direzione che molti della nostra età non vogliono prendere. Molti “anziani” preferiscono ritirarsi ad una vita sedentaria… ma Collyn non è uno tra questi”.

A photo of Collyn doing a standing yoga pose.

Collyn Rivers, 87 anni, in Parsvakonasana

Un aspetto perversamente curioso su come praticare”yoga per anziani” è che a consigliare quale pratica adottare sono spesso persone molto più giovani. Inoltre, l’età viene sempre considerata dalla prospettiva cronologica. A quasi tutti sfugge il fatto che uno yogi ottantenne è in grado di fare cose che la maggior parte dei cinquantenni non si sognerebbe neanche. Purtroppo sono pochi gli autori che, dopo i 70 anni, scrivono libri sullo Yoga.

Ci sono però delle illustri eccezioni: Vanda Scaravelli scrisse il suo ‘Awakening the Spine’ quando aveva 83 anni, dimostrando personalmente le posizioni più avanzate. BKS Iyengar praticava come sempre anche poco prima della sua morte (a 95 anni). Ci sono insegnanti di Yoga americani che hanno superato i 100 anni in grado di eseguire verticali sulle mani.

Non sono mai stato una persona interessata ai luoghi comuni, e ho iniziato a praticare a 52 anni. Mi sono certificato come insegnante di Iyengar Yoga a 58, e ho insegnato fin oltre i 70.

Il mio approccio di base è: leggere i consigli dedicati alle persone della mia età. E fare esattamente il contrario.

Tra i consigli per gli “anziani”, c’è quello di trasferirsi in una casa senza scale. Perciò ne ho presa una a tre piani, con un vialetto di accesso molto ripido. Così io e mia moglie (che ha vent’anni meno di me) siamo costretti a fare parecchie scale in una giornata.

A partire dagli 82 anni, ho dedicato buona parte della mia pratica allo sviluppo della forza muscolare profonda. Oggi, a 87 anni, posso ancora praticare le stesse posizioni che eseguivo a 52. Sono meno forte, ma flessibile come quando avevo 60 anni.

Ho qualche problema ai polsi, quindi evito le verticali sulle mani, ma pratico quella sulla testa andando su e giù almeno venti volte di seguito.

Prendo molto sul serio lo sviluppo della forza, ed eseguo un numero di ripetizioni più elevato di un 30/40enne. Questo mi aiuta a costruire una sorta di riserva, perché inevitabilmente perderò forza con il tempo.

E mi sa che essere nato sotto il segno del Leone mi rende particolarmente testardo.

Eseguo ancora le sequenze di Iyengar, e partecipo una volta alla settimana alle lezioni di  Jo Longhurst’s a Mona Vale.

Faccio un check up medico ogni anno – soprattutto perché fin dalla nascita ho sofferto di seri problemi alla schiena. Da quando ho iniziato a praticare, però, non mi hanno più dato pensieri. La mia pressione sanguigna è 70/110 e il mio battito a riposo è tra i 50 e i 55 battiti al minuto. Ho un’ottima memoria, e lavoro ancora a tempo pieno: scrivo e pubblico complessi libri tecnici.

Non suggerirei questo tipo di approccio a chi non ha un solido background nella pratica Yoga, ma a chi legge suggerisco di pensare bene se dare ascolto e/o seguire i consigli di chi è molto più giovane di voi. 

Mi incoraggiano molto le recenti scoperte che parlano di un arresto dell’invecchiamento una volta superati i 91 anni. Lo studio, riportato su 2016 New Scientist da Michael Rose, professore di biologia evolutiva, afferma che se siamo abbastanza fortunati da vivere così a lungo, sperimentiamo un arresto dell’invecchiamento.

In poche parole, per scherzarci sopra, se ce la fate ad arrivare a 99 anni, avete le stesse possibilità di morire in qualsiasi momento di una persona di 93. Le cose cambiano forse quando si raggiungono i 110: se così fosse, vi terrò informati!”

*Collyn Rivers è insegnante certificato di Iyengar Yoga. Insieme alla moglie Maarit è considerato uno dei più illustri insegnanti australiani. Oggi non insegna più, ma afferma che non andrà mai in pensione e continuerà a lavorare fino ai 100 anni (gliene mancano 13). Si occupa della sua attività  Caravan and Motorhome Books, come scrittore ed editore.

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Uno Yoga senza estremisti

Photo: Marco Pantani

Spesso i praticanti di Ashtanga Yoga vengono “accusati” di essere in qualche modo “estremisti”. Certo sarà capitato a tutti di incontrare uno yogi particolarmente zelante ed entusiasta del metodo praticato. “Solo il mio metodo funziona”, sembra esprimere con ogni suo gesto e atteggiamento. Eppure nulla è più lontano dallo Yoga di simili affermazioni, almeno se vogliamo appellarci al primo testo al mondo che, circa 6000 anni fa, Patanjali compose a proposito di questa pratica. Negli Yoga Sutra infatti, un verso in particolare rimette tutto in prospettiva:

Yoga Sutra 1,12:

“Le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione”

Leggevo proprio oggi sul blog di Gregor Maehle, Chintamani Yoga, una bella interpretazione di questo Sutra. Ho pensato di tradurla per voi, per stimolare una riflessione: siamo capaci di praticare la disidentificazione (“vairagya”, più spesso tradotto come non attaccamento) sul tappetino e nella vita? E soprattutto, quando l’attaccamento (o l’identificazione) diventa un ostacolo non solo alla meditazione, ma allo svolgersi sereno della nostra esistenza? Mi è piaciuta molto la traduzione di Gregor del termine “vairagya” in “disidentificazione”. Il suo opposto, l’identificazione, è proprio quello che spesso vedo capitare ad alcuni yogi soprattutto all’inizio del loro percorso: il sentire di avere raggiunto un obiettivo spirituale solo attraverso l’identificazione con una determinata pratica. Vediamo come affronta questo tema Gregor.

“Patanjali afferma in questo Sutra che le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione. La parola chiave qui è semplicemente “e”. Infatti, l’applicazione di uno solo di questi due concetti porta la mente verso i suoi estremi. Se pratichiamo e basta, tendiamo a sviluppare affermazioni come “la mia pratica è l’unica che funziona”, “solo l’Ashtanga è il modo corretto di praticare Yoga”, “solo lo stile Mysore è il modo corretto di condurre una lezione di Yoga”. Arriviamo in breve a convinzioni peggiori, “solo il mio Dio è il vero Dio”, “solo il capitalismo è la forma corretta di economia” e “solo la democrazia è il modo corretto di fare politica”.

Tutte queste affermazioni hanno in comune la convinzione che esista una sola verità, ad esclusione di tutte le altre. Nello yoga, un simile atteggiamento viene definito “solare”. E’ dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico solare (pingala), che parte dalla narice destra. Possiamo definirla una tendenza al fondamentalismo. Ci rende impossibile riconoscere che una posizione diversa dalla nostra possa essere altrettanto valida. E’ una trappola della mente, che si illude di aver identificato la realtà, imponendo su di essa una visione estrema, simile ad un tunnel.

Cadiamo tuttavia nella trappola opposta se ci appelliamo solo alla disidentificazione, escludendo la pratica. In questo caso, tendiamo a sviluppare affermazioni come “Tutte le strade portano allo stesso risultato”, “Tutto è Yoga”, “Tutto è sacro”, “Ognuno deve vivere secondo la sua verità”, “Ognuno deve fare ciò che crede meglio”. E arriviamo a convinzioni più generalizzate, come “Tutte le affermazioni, le filosofie e le religioni sono valide”. Queste affermazioni hanno tutte in comune la convinzione che esistano molte verità, in grado di cancellare la verità assoluta. Nello Yoga, un simile atteggiamento viene definito lunare: diventa dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico lunare, che parte dalla narice sinistra. Un atteggiamento lunare ci porta a rinunciare prima ancora di iniziare, rendendoci incapaci di cambiare. Secondo questo atteggiamento, è inutile cambiare, perché vado già bene così: anzi, tutti vanno bene così come sono. L’estremo lunare ci rende impossibile riconoscere le opinioni sbagliate, e ci impedisce di rifiutare visioni e valori che, sebbene accettabili in generale, non sono quelli giusti per noi.

Se tutti stanno bene così come stanno, perché il 50% dell’umanità vive in povertà? Perché da millenni viviamo in uno stato permanente di guerra? Perché le nostre prigioni e i manicomi sono pieni e perché il pianeta cerca di ribellarsi ai torti che noi umani gli infliggiamo? Possiamo dire che l’atteggiamento lunare è, in pratica, relativismo. Dato che tutto è vero, a seconda dell’angolazione da cui lo osserviamo, non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il relativismo è una trappola della mente, che ritiene di definire la realtà attraverso una visione estrema. La realtà, secondo lo Yoga, non si trova negli estremi della mente. Essa riposa nel centro, al riparo dagli estremismi – e dagli estremisti.

Il “centro” ha, nello yoga, molti nomi: Brahman, purusha e hrdaya, il cuore. Tra questi nomi troviamo anche sushumna, il canale energetico centrale. Quando il prana fluisce attraverso questo canale, la mente è libera dagli estremismi solari e lunari. E’ in questo momento che le fluttuazioni della mente cessano. Per raggiungere questo stato, Patanjali suggerisce di combinare l’azione della pratica e della disidentificazione. Si tratta di un paradosso, perché questi due estremi sono agli opposti. E devono esserlo, altrimenti la mente non potrebbe capire cosa sta succedendo, e questa sarebbe un’ulteriore simulazione della realtà, e non la verità.

Nel mio commento agli Yoga Sutra del 2006 parlavo di non attaccamento. Oggi preferisco tradurre ‘vairagya’ come “disidentificazione”. Devo questa revisione all’affermazione di  T. Krishnamacharya, secondo cui il non attaccamento non si adatta ai grhastha, alle persone che hanno una famiglia, ovvero la maggior parte di noi. Krishnamacharya affermava che per chi ha una famiglia non è giusto provare non attaccamento per il proprio coniuge, i propri figli, per i doveri verso la società e verso il Divino”.

E devo dire che anche io sono d’accordo.

Gregor Maehle

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Il segreto dei Vinyasa

Photo: Marco Pantani

Vinyasa, jump back e jump through: croce e delizia di tutti i praticanti di Ashtanga Yoga! Personalmente, ritengo che questi due fondamentali passaggi siano non solo l’elemento che differenzia la nostra pratica da tutti gli altri metodi, ma anche e soprattutto il modo per costruire una forza che non si limita ad assisterci nella pratica, bensì estende i suoi benefici oltre il tappetino. Muscoli addominali profondi, pavimento pelvico, spalle e braccia: tutto il corpo e gli organi interni traggono profondo vantaggio dall’esecuzione corretta di questi movimenti. Nella mia opinione, è fondamentale che questi passaggi vengano insegnati correttamente fin dall’inizio. Sono proprio questi due movimenti, infatti, a costruire la forza necessaria per proseguire stabilmente nella pratica. Monica Gauci, compagna di Gregor Maehle, ne spiega l’esecuzione in questo post molto utile tratto dal blog Chintamani Yoga, che traduco per voi.

“Il segreto per eseguire il “jump through” (salto attraverso le braccia) durante i vinyasa non risiede nell’abilità di saltare, ma in quella di frenare! Chiunque può saltare. Infatti, tendiamo a trattenerci dal saltare se non possediamo la forza di frenare il nostro salto. Il nostro corpo conosce istintivamente se abbiamo o no questa forza, e sovrascrive i nostri tentativi consci di saltare per proteggerci. Che fortuna! E’ incredibile, vero?

Essere in grado di frenare significa avere sufficiente forza nella parte superiore del corpo, per controllare lo slancio e la potenza del peso del nostro corpo che viene “lanciato” attraverso le braccia. Inoltre, è necessario possedere una notevole forza per controllare la transizione della discesa del corpo verso il pavimento. Queste stesse forze entrano in gioco quando eseguiamo un drop back (scendendo in un ponte da posizione eretta). Supponiamo di avere la flessibilità che ci occorre per inarcarci in un drop back che, teoricamente, è semplice avendo la forza di gravità che ci supporta. Ma è proprio questo il problema! Abbiamo bisogno di controllare la nostra discesa contro la forza di gravità, per frenare la nostra caduta. I muscoli anteriori delle gambe e del tronco si impegnano per frenare la nostra discesa: quindi il drop back è un esercizio di “frenata”. E allo stesso modo, quando saltiamo a sedere in un vinyasa, la forza richiesta è quella necessaria alla frenata che ci evita di cadere. Saltiamo, e dobbiamo controllare la nostra discesa contro la forza di gravità. Esercizio che richiede un notevole sforzo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Di cosa abbiamo bisogno, quindi, per frenare e controllare la nostra transizione in un vinyasa? Per un movimento così complesso isolare i muscoli è di scarsa utilità.  Quando saltiamo, ad esempio, mentre cerchiamo di allontanare da noi il pavimento (per non prendere una facciata), estendiamo l’articolazione della spalla per sollevarci nel salto. Per frenare, dobbiamo mutare questo movimento dell’articolazione della spalla in una flessione, e contemporaneamente lavorare eccentricamente i muscoli estensori per atterrare. Certo è un’informazione utile ma non è a questo che rivolgiamo la nostra attenzione durante la transizione. E’ più importante comprendere di cosa abbiamo bisogno e praticare i movimenti integrati che ci aiutano ad ottenere forza e controllo.

Per frenare nel salto da Adho Mukha Svanasana abbiamo bisogno di una parte superiore del corpo tonica e forte. Ho insegnato Yoga a molti gruppi di principianti: nella prima esecuzione di un vinyasa, invariabilmente gli uomini hanno maggiore facilità rispetto alle donne. Gli uomini hanno infatti solitamente una parte superiore del corpo più forte rispetto alle donne, a meno che queste non siano particolarmente allenate da nuoto, arrampicata, ginnastica artistica etc. Queste attività sviluppano tutte i muscoli del tronco principalmente coinvolti nei vinyasa: il latissimus dorsi, i pettorali e il serrato anteriore, oltre ad insegnarci come integrare il lavoro degli arti superiori con quello del tronco e degli addominali profondi.

Arrotoliamoci come palle!

Un altro aspetto importante del vinyasa è la capacità di flettere il tronco per arrotolarci come palle. Funzionalmente, i nostri muscoli addominali tendono a lavorare in porzioni: superiore e inferiore. Quando pieghiamo il nostro corpo in avanti verso gli arti, come nei sit-up, facciamo lavorare prevalentemente gli addominali “alti”. Quando solleviamo le gambe verso il tronco, gli addominali “bassi” stabilizzano la pelvi permettendo ai muscoli flessori dell’anca di lavorare correttamente. I vinyasa hanno bisogno del lavoro congiunto e sincronico di addominali alti e bassi, per rendere concavo il tronco e sollevare le gambe. Naturalmente i flessori dell’anca devono lavorare altrettanto sodo per mantenere le gambe raccolte al petto.

Il percorso

Forse meno ovvio è il percorso necessario nel salto a sedere. Notate nel collage come Gregor salta sollevando le anche verso l’alto, nella prima foto. Dovete immaginare di saltare in una mezza verticale sulle mani. Se saltate troppo bassi, le anche restano troppo vicine al suolo e diventa impossibile contrastare la gravità.

Il salto indietro da seduti, seconda parte del vinyasa, rivelerà il grado di forza e di integrazione che avete, o non avete ancora, sviluppato.

Gregor Maehle esegue un jump through

Uniamo i puntini…

Non è sufficiente avere tronco, addominali e flessori dell’anca forti e allenati. La massima importanza va data all’integrazione degli arti con i muscoli profondi dell’addome, e al lavoro coeso di tutto il nostro corpo.

Un modo semplice per sviluppare la forza nella parte superiore del corpo e connettere le braccia alla colonna e ai muscoli profondi dell’addome è appendersi per le mani. Questa azione esalta l’impiego del gran dorsale e del basso trapezio, ed è un’azione impossibile da replicare durante la pratica degli asana. La connessione alla colonna e alla fascia toraco-lombare unisce le braccia ai muscoli profondi dell’addome. Anche se non avete la forza di sollevare il vostro corpo in questa posizione, coinvolgete gli arti superiore nel tentativo di farlo. Per incorporare gli addominali e i flessori dell’anca, sollevate le ginocchia e i piedi verso le mani. Questo potente esercizio migliorerà molto l’esecuzione dei vostri vinyasa!

Sollevare il corpo in Lolasana (la foto centrale di Gregor) è un’altro esercizio di preparazione molto efficace per superare l’ostacolo del pavimento durante i vinyasa. Fate attenzione a non arrotondare le spalle e utilizzate i pettorali invece del serrato anteriore. Se non riuscite a sollevarvi, provate ad usare due blocchi, almeno all’inizio. Vi servirà a capire quali muscoli dovete mettere al lavoro. Praticate il “pendolo” passando dalla posizione seduta a Chaturanga.

Il segreto dei vinyasa è… che non c’è un segreto. Nessun trucco magico. I vinyasa richiedono molta forza e un po’ di coordinazione. Forse vi è difficile credere che molti studenti hanno paura ad iscriversi ai nostri corsi perché temono di non saper eseguire un “buon” vinyasa. Mi dispiace perché significa che gli studenti tendono ad equiparare la prodezza fisica alla competenza yogica. Invece, semplicemente, alcuni sono più portati di altri, che devono lavorare più duro per arrivare agli stessi risultati. Ma un cuore sincero e una mente aperta restano i requisiti più importanti nel percorso dello Yoga: non dimentichiamolo!”

Dr. Monica Gauci

 

Il corpo in Kali Yuga

Photo: Marco Pantani

“Uomini e donne si uniranno solo per attrazione superficiale, e il successo professionale dipenderà dall’abilità nel mentire. Femminilità e virilità saranno giudicate solo in base alla capacità di seduzione del corpo, e per essere definito brahmana, sarà sufficiente indossarne le vesti”. 

Srimad Bhagavatam 12.2.3

Uno scenario che suona familiare? Questa è solo una delle tante predizioni relative a Kali Yuga, la nostra attuale era secondo la tradizione induista, nell’ultimo canto delle Baghavata Purana. Versi scritti 5000 anni fa che sembrano descrivere in dettaglio la nostra epoca…
Oggi riflettevo su come sia importante, proprio nella nostra era, puntare su una pratica spirituale che attraversi anche il nostro corpo, il nostro veicolo in questo viaggio terreno, per consentirci di apprezzarne fino in fondo le sue potenzialità, che vanno ben oltre la soddisfazione di impulsi momentanei creati da stimoli esterni superficiali.

Intendiamoci: sono assolutamente convinta che abbiamo ricevuto in dono il nostro corpo per apprezzare tutti i piaceri della vita. Penso però che in Kali Yuga, era in cui “la tecnologia materiale è contrapposta ad una forte regressione spirituale”, si stia distorcendo in modo sempre più drammatico il senso autentico della parola “piacere”. La sensorialità del nostro corpo è sempre più slegata dai sentimenti e dai moti dell’anima. L’emozione del momento, fluttuante e instabile, diventa il motore che muove l’essere umano, sempre più in balia di stimoli esterni e superficiali, sempre più “connesso” con la volubilità degli algoritmi del web, e sempre più disconnesso dalla sua natura animale (parola che ha la stessa radice di anima), autentica, che nasce all’interno di sé.

Photo: Marco Pantani

Siamo abituati a “strumentalizzare” il nostro corpo, a controllarlo, a dirigerlo verso la soddisfazione immediata. Invece che ascoltarne i segnali, lo utilizziamo per rincorrere stimoli esterni, finte necessità, obiettivi che non ci appartengono. In un’epoca in cui il corpo viene trasformato chirurgicamente a piacimento, una disciplina antica come lo Yoga, che trasforma dall’interno verso l’esterno, è una riscoperta necessaria, che può regalarci una soddisfazione che non vive lo spazio di un attimo, ma resta con noi in ogni istante della nostra esistenza. Chi pratica da molti anni, con costanza, sa che lo Yoga – e in particolare l’Ashtanga Yoga – è una pratica profondamente trasformativa. Gli asana sembrano inizialmente plasmare solo l’apparenza del nostro corpo. Nei primi tempi, riscopriamo forza e flessibilità muscolare. Ma se proseguiamo nel viaggio abbastanza a lungo, il cambiamento diventa ben più profondo. La connessione tra respiro e movimento (vinyasa) ci regala un’energia che credevamo dimenticata. Se pratichiamo quotidianamente, con regolarità, ci scopriamo in sintonia con l’alternarsi del giorno e della notte, di luce e oscurità. Col tempo, gli asana cominciano ad agire in profondità, purificando i nostri organi interni, rinvigorendo le nostre articolazioni, fermando il processo di invecchiamento in modo naturale. Il ritmo del respiro diventa regolare in ogni momento della nostra giornata, con incredibili vantaggi sulla salute, sullo stato della nostra mente, sulla gestione delle emozioni causate da agenti esterni, e sulle conseguenze degli inevitabili fatti della vita. Il recupero dagli infortuni diventa più veloce, cediamo meno ai malanni stagionali, reagiamo in modo proattivo di fronte alle difficoltà. Quando la pratica diventa parte di noi, il cambiamento si estende a tutto il nostro stile di vita, all’alimentazione, al rapporto con gli altri, alla nozione stessa di “piacere”. Piacere diventa essere in sintonia con la natura, rispettare se stessi e gli altri, ascoltare il proprio cuore, essere compassionevoli con tutti, ma al tempo stesso decisi e forti con chi vuole imporci meccanismi che non condividiamo.

Ricordiamoci però che in Kali Yuga, “per essere definito brahmana, sarà sufficiente indossarne le vesti”. Scegliamo con attenzione chi ci accompagnerà alla scoperta dello Yoga autentico. Non è sufficiente indossare le vesti di insegnante di Yoga per esserlo. Solo chi pratica da anni con autentica dedizione può trasmetterci – anche se solo in minima parte, perché questa scienza antica è un immenso universo che stupisce anche gli esperti di fisica quantistica – la scintilla necessaria ad illuminare il nostro potenziale. Il resto tocca a ognuno di noi, sul tappetino, un giorno dopo l’altro. Nel viaggio più incredibile che possiamo fare: quello dentro noi stessi, verso la nostra anima, attraverso il nostro corpo.

La pratica Yoga: l’antidoto al dolore

David Garrigues

Esiste un antidoto al dolore, sia esso fisico, psichico o emotivo? Stiamo davvero utilizzando la nostra pratica al meglio del suo potenziale? Siamo consapevoli della trasformazione che lo Yoga è in grado di produrre a livello fisico, mentale ed energetico? Personalmente negli anni ho avuto modo di verificare gli effetti di una pratica costante sotto mille profili. Dal recupero da un infortunio, alla ripresa delle forze dopo un intervento, all’affrontare il dolore per la perdita di una persona amata o un momento particolarmente difficile dell’esistenza. L’ho visto su me stessa, e su chi ha praticato con me. Riflettevo oggi su quanto lo Yoga sia in grado di fare per chi lo accosta con serietà, e mi ha colpito un’affermazione di David Garrigues:

“Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza”

Questa frase fa parte di un suo post, che traduco per voi.

“Qual è il primo momento di risveglio che ricordate nella vostra esistenza? Io mi ricordo che, a tre anni, sono rimasto chiuso in un armadio privo di luce. Ero intrappolato, e gridavo aiuto. Se dovessi fare questa domanda ad un gruppo eterogeneo di persone, scommetto che anche per la maggior parte di loro la risposta riguarderebbe un momento di sofferenza. Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza. Lo Yoga è una risposta al nostro dolore. Un’autentica lezione di Yoga ci prepara ad affrontare i nostri momenti di sofferenza.

Quanto spesso ci accorgiamo che stiamo soffrendo? In realtà, non abbastanza spesso. Ma è ora di iniziare a farlo, perché è così che inizia la nostra autentica preparazione. Dobbiamo rivolgere più frequentemente la nostra attenzione dentro di noi, chiederci cosa ci sta succedendo. COSA STIAMO PROVANDO? Acuire la percezione dei nostri sentimenti è uno dei principi dello Yoga. Diventare consapevoli del nostro mondo interiore ci rende più forti. Diventiamo il nostro principale alleato. Quando riconosciamo la nostra sofferenza e ci riconciliamo con essa, invece che proiettarla sul mondo esterno, la rendiamo più facile da gestire.

Tuttavia, essere consapevoli delle nostre sofferenze e del dolore che a volte infliggiamo agli altri non è una passeggiata. A tutti noi capita di comportarci male, di essere ambigui ed egoisti, quindi il perdono è la chiave di volta in questo processo di preparazione. Dobbiamo imparare a perdonare i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la mancanza di rispetto e le debolezze del nostro carattere. Le energie universali si muovono sempre in modo sensato, e quando attacchiamo qualcuno e ci comportiamo incoscientemente, paghiamo il conto con il dolore fisico, con problematiche emotive o relazionali. Diventando consapevoli della nostra sofferenza e perdonandoci, iniziamo a creare un terreno interiore sicuro, un contenitore psichico in grado di contenere sia il dolore che la sua guarigione. Attraverso questa consapevolezza investiamo in modo proattivo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno. Un atteggiamento molto diverso rispetto a fingere che la sofferenza non esista, e doverne poi affrontare inevitabilmente le conseguenze “dopo”.

Attraverso la pratica, possiamo rallentare se non addirittura smettere del tutto di accumulare debiti di salute fisica, emotiva o relazionale e riempire noi stessi di amore, gioia, di connessione autentica e sacra con noi stessi, gli altri, e con l’abitante segreto del nostro cuore: l’anima.”

David Garrigues

Photo: Marco Pantani

Alzati e pratica

pic by Marco Pantani

Penso che chiunque si dedichi alla pratica Yoga seriamente – e soprattutto all’Ashtanga Yoga – si sia fatto questa domanda molte volte. “Mi alzo e pratico, o resto a dormire ancora un po’?”. Non è facile scegliere di praticare ogni giorno, anzi a dire la verità è una lotta quotidiana, un impegno che si rinnova ad ogni alba, e a lungo andare a volte si tende a dimenticare il perché abbiamo scelto di farlo. A tutti coloro che mi chiedono perché dedicarsi alla pratica quotidiana, dedico la traduzione di questo bellissimo post pubblicato su Ashtanga Yoga Project e scritto da Shanna Small. Indipendentemente dall’orario scelto e dal luogo in cui ritenete opportuno farlo… Alzatevi e praticate!

“Apro gli occhi e guardo la sveglia. Sono le 4:30. E’ ora di alzarsi e andare a praticare. E qui comincia la solita storia. “Questa settimana hai lavorato tanto. Ti meriti di dormire un po’ di più”. “Ieri hai avuto mal di testa. Dovresti riposarti”. “Perché lo fai? E’ da stupidi!”. “E se fosse tutto una gran cavolata?”

Poi penso.

La definizione di Yoga, negli Yoga Sutra di Patanjali è: “Lo Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente”. O come diceva Pattabhi Jois, “Lo Yoga è il controllo della mente”. 

Alzarsi presto e mettersi sul tappetino è il primo passo per controllare la mente. E’ la mia prima opportunità di fare la scelta tra lasciare che i miei pensieri mi controllino, o essere io a controllare i miei pensieri. Questa semplice azione può decidere lo stile, l’intenzione e lo scopo di tutta la mia giornata. 

Come voglio che vada la mia giornata? Voglio passarla cedendo a qualsiasi preoccupazione e pensiero negativo? Voglio passarla lasciando il timone senza controllo, diventando facile preda della negatività che mi circonda? Voglio attraversare le difficoltà quotidiane senza consapevolezza, o voglio essere padrone delle mie azioni? 

E se alzarsi la mattina per praticare fosse tutto ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire davvero a controllare la nostra mente? 

Gli Yoga Sutras di Patanjali (2:1), recitano: “lo Yoga dell’azione consiste di azione disciplinata (tapas), studio di sé (svadyaya) e arrendevolezza (isvara pranidhana)”. Alzarsi al mattino per praticare è un supremo atto di disciplina, studio di sé e arrendevolezza. 

Perché qualcosa possa essere definito tapas, deve essere un’azione che richieda sforzo. Alzarsi presto e praticare non è certo facile. Svadyaya è non solo studio di libri e insegnamenti spirituali, ma anche recitazione di ciò che si è appreso. L’atto di recitare lo Yoga Sutra 1:2 e l’insegnamento di  Pattabhi Jois sul controllo della mente, quando fatico ad alzarmi, è una forma di Svadyaya.  E’ un modo per riportare alla mente la voce dei miei insegnanti e le loro raccomandazioni sull’importanza della pratica. Arrendersi a questi insegnamenti è un modo per praticare Isvara Pranidhana. 

Il primo verso, nel secondo libro degli Yoga Sutra – che è il libro fondamentale per la nostra pratica – ci dice di eseguire queste tre azioni. Quante volte dimentichiamo questo primo, importante passo nello Yoga? 

Questa semplice azione mette in atto 3 dei 5 doveri ed osservanze dello Yogi, i Niyama.

Nell’Ashtanga, si ritiene che se possiamo osservare e praticare i primi 4 rami, i successivi 4 sono automatici. E tutto inizia qui.

Alle 4:50AM, mi alzo.”

Shanna Small

Shanna Small