L’Illusione dei social media: il pensiero di Ty Landrum

foto di Marco Pantani

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bellissimo post sullo Yoga e sull’illusione dei social media, scritto da Ty Landrum. Ty è stato scelto dal leggendario Richard Freeman per sostituirlo alla direzione del suo celeberrimo centro in Colorado. La sua preparazione è davvero molto profonda, e i suoi scritti sempre molto interessanti. Il punto di vista di Ty, che esprime la relazione tra social media e narcisismo, e soprattutto la possibilità di guardare al lato oscuro della nostra umanità da una diversa prospettiva è espresso in modo così limpido e privo di giudizi da meritare di essere divulgato il più possibile. Gli ho quindi chiesto di poterlo tradurre per il mio blog e con il suo permesso, lo riporto per voi sulle mie pagine. Buona lettura e buona riflessione…

” I Social Media possono far pensare che lo yoga sia un’arte scenica. E non c’è dubbio che quanto appare sui social media sia esattamente questo. Quando una persona flessibile si fa fotografare in una posizione impegnativa, in un contesto spettacolare, si sta impegnando in una performance estetica iconoclastica e decisamente moderna. Le immagini che ne risultano ispirano ammirazione per il corpo umano e stupore per le sue capacità di contorcersi, sfidando gli standard di bellezza tradizionali, ma giocando sul nostro innato senso della linea, della simmetria, dell’equilibrio e della forma.

Inoltre, le immagini in questione contribuiscono alla conversazione di più ampia portata sul significato di “personificazione”, una conversazione in cui tutti siamo coinvolti, consciamente o no. Queste immagini – come le stesse posizioni yoga – sono simboli di qualcosa che desideriamo toccare, da cui siamo profondamente estraniati e che sogniamo di riscoprire ai confini del mondo. Ci ricordano che tutti personifichiamo questo enigmatico “qualcosa”, sebbene cerchiamo di raggiungerlo senza sosta.

Questa è una delle strane realtà della condizione umana: troviamo difficile toccare ciò che abbiamo vicino, anche se pulsa proprio sotto la superficie della nostra pelle.

Il lato oscuro di qualsiasi arte scenica è il narcisismo. E con l’ubiquità dei social media, le forze narcisistiche sono più che mai diffuse. I Social Media ci mettono in mano il potere di dare forma alla nostra immagine pubblica, attraverso parole e immagini attentamente selezionate. Con la diffusione massificata di questo potere, sperimentiamo un curioso slittamento della sede del nostro io. Mai come ora, ci vediamo come gli altri ci vedono. Ma ora abbiamo il potere di manipolare come gli altri ci vedono, grazie alle immagini della nostra esistenza che esponiamo solo dopo averle accuratamente modificate a nostro piacimento.

Questo slittamento ci coinvolge tutti, indipendentemente dal nostro livello di attività sui Social Media, perché crea una situazione in cui guardiamo i Social Media per farci un’idea l’uno dell’altro, e anche se resistiamo a questa forza, la non-partecipazione ha un significato che tiene comunque conto di quella impressione, suggerendo un’alleanza con l’innata mancanza di chiarezza della mente umana. I Social Media hanno assunto caratteristiche fortemente confessionali, che fanno inorridire e imbarazzano i più riservati.

Il carattere confessionale dei Social Media crea un’illusoria trasparenza che sembra far collassare la personalità su cui posa la psiche, sollevando ed esponendo cose che molti preferirebbero tenere nascoste, sia perché le considerano imbarazzanti, frivole o troppo sacre per il pubblico ludibrio.

I Social Media possono distorcere in modo negativo l’impressione che abbiamo l’uno dell’altro, creando un falso senso di trasparenza. Ma è al tempo stesso innegabile che i social media siano una finestra aperta sulla nostra coscienza collettiva. Ciò che passa attraverso questi media a volte sguaiati è un riflesso lucido e rivelatore delle forze nascoste che danno forma alla mente colletiva. Il narcisismo che troviamo sui social media è il nostro narcisismo. La vanità che vediamo è la nostra vanità. Tutto ciò che appare attraverso questa finestra ci espone, mostrandoci ciò che giace sul fondo del pozzo della psiche.

Ty Landrum by A. Sigismondi

E tutto dipende dalla nostra reazione. Se reagiamo con sdegno e risentimento alla vanità altrui, allora diventiamo noi stessi sdegno e risentimento. Nel momento in cui personifichiamo queste emozioni acute e spinose, lasciamo che esse ci definiscano, e diamo loro sempre maggior potere, riflettendo le immagini del nostro sdegno e risentimento all’interno del profondo pozzo della psiche collettiva; queste immagini brillano attraverso lo specchio dei social media. Le loro correnti quindi scorrono ancora più rapide sotto la superficie, acquistano forza e minacciano di trovare una fessura da cui erompere.

Se invece diamo a queste immagini un’attenzione amorevole, rilasciamo un po’ della tensione nascosta sotto le nostre tendenze reattive. Rilasciamo la pressione dell’ego, che tende alle reazioni sdegnate e risentite verso ciò che minaccia la santità e la solidità delle nostre identificazioni. Quando le immagini dello yoga appaiono sui social media, la minaccia può essere molto forte – specialmente per chi ha sviluppato disgusto nei confronti dell’esternazione dello yoga attraverso immagini di contorsionismo. L’ego che si identifica con “il vero yoga” è ansioso di separare il concetto che abbiamo di ciò che non è autentico, e si infiamma quando i social media sfumano le linee tra la pratica yoga contemplativa e l’arte scenica sociale.

Ma lo yoga autentico è sempre nel momento presente. E quando ci infiammiamo per ciò che vediamo come un’adulterazione o una perversione di qualcosa che ci è caro, e siamo conseguentemente pronti a reazioni di sdegno nei confronti di altri che sono sul nostro stesso cammino, ne perdiamo il filo. Non che lo yoga richieda di non avere discernimento – al contrario, il discernimento è uno dei veicoli della nostra evoluzione. Ma finché restiamo intrappolati in emozioni spinose, non possiamo raggiungere la chiarezza da cui questo discernimento dipende. Queste emozioni distorcono le nostre impressioni della realtà, e quindi non possiamo apprezzare la reale intelligenza e meraviglia di ciò che appare ai nostri occhi. All’ombra di queste emozioni, perdiamo le tracce del sublime che ci passa davanti. E queste tracce possono essere ovunque, anche sui social media.

In noi c’è sempre qualcosa che cerca naturalmente di venire alla luce. E sebbene possa essere oscurato dalle incessanti recite dell’ego, solo l’ego può liberarlo. L’ego è maya, il velo dell’illusione del mondo fenomenico. Questo mondo crea la falsa convinzione che siamo tutti isolati e separati. L’ego sostiene l’apparenza di questo mondo, imbevendo ognuno di noi di un falso senso di importanza individuale. E il narcisismo è solo uno dei modi per far fronte a questo senso di isolamento, coltivando l’ego agli estremi.

Quindi maya è l’illusione che ci isola, forzandoci ad identificarci troppo con il nostro ego. Ma maya è anche lo specchio in cui ci osserviamo, e diventa consapevole di ciò che siamo realmente. Come avviene per la forza della creazione, maya porta la nostra essenza sottile in una forma corporea. E’ il fulgore della natura che ci permette di diventare consapevoli di noi stessi, dandoci oggetti da esperire. Senza maya, non ci sarebbero pensieri, sensazioni o intimità. Non ci sarebbe altro che puro e abissale vuoto, da cui il mondo si spiega. Quindi maya non è solo il velo dell’llusione naturale, il velo che nasconde la nostra vera natura; maya è anche il potere della coscienza di apparire a se stessa, di diventare consapevole di se stessa,  come il vuoto che sostiene il mondo della forma.

Lo Yoga della relazione inizia quando riconosciamo la duplice natura di maya, il suo modo di nascondere e rivelare contemporaneamente. Comincia quando abbandoniamo i nostri impulsi reattivi nei confronti degli altri esseri umani, sospendiamo i nostri preconcetti su di loro, e lasciamo che ci invadano con i loro eccessi e le loro assurdità, specialmente quelle che sembrano minacciare il nostro senso di noi stessi, isolante e narcisistico. La pratica consiste nel far loro spazio, anche se offendono il nostro senso estetico e la nostra sensibilità filosofica, finché non percepiamo la rottura dei confini dei nostri giudizi sulla loro presunta superficialità, e lasciamo che si mostrino nella loro assoluta unicità.

La dignità inviolabile dell’essere umano dipende dal fatto che ognuno di noi rifrange in modo unico la luce della coscienza, e contribuisce con qualcosa di altrettanto unico al dispiego sublime della consapevolezza collettiva. Per quanto imperfetta possa essere la nostra ricerca, ognuno di noi è animato dallo stesso desiderio di sperimentare l’abbandono dei condizionamenti, il desiderio di superare il senso di isolamento, per godere dell’amorevole essenza della nostra umanità. Se guardiamo gli altri in questo modo, come esseri animati, anche se in modo imperfetto, dallo stesso desiderio di libertà, la chiarezza emerge spontaneamente.

Quando abbandoniamo le nostre difese, e rinunciamo all’impulso di protestare contro chi ci ricorda il nostro desiderio di limitare e sopprimere, le posture che troviamo sui social media, anche se altamente artistiche e raramente in grado di catturare un’autentica trasformazione spirituale, ci appaiono come una estensione di quello che quasi tutti consideriamo yoga “autentico” e “tradizionale”. Una goffa ritualizzazione del nostro desiderio di una lucida e amorevole connessione con tutti gli altri esseri umani. Le correnti di narcisismo e vanità continueranno a scorrere nei canali dei social media, semplicemente perché fanno parte della funzione mentale che compone la nostra umanità. Ma se osserviamo con occhi aperti, possiamo trovare qualcosa di più di narcisismo e vanità. Troviamo una straordinaria celebrazione del corpo, che lo onora come mezzo per l’illuminazione e che aspira con fremente passione a scoprirne i segreti, per toccarne intimamente l’essenza.

Quando arriviamo a vedere le cose in questo modo, ci accorgiamo che maya, attraverso i social media, è fortemente rivelatrice, e ciò che rivela è la bellezza dell’intricato lavorìo della mente umana. La vera illusione dei social media – la vera idea sbagliata – è tale perché a causa della nostra vanità e del nostro indomabile desiderio di riconoscimento,  l’ego impedisce alla luce della consapevolezza di emergere e di risplendere. Ma la luce della consapevolezza non può essere oscurata. Anche quando il narcisismo entra in scena, espone la profondità del nostro desiderio di connessione, e un raggio luminoso perfora lo schermo dei nostri computer.

Ty Landrum

Vita da Yogi: alimentazione e pratica

Sono da sempre molto cauta nel dare suggerimenti relativi all’alimentazione da seguire per chi pratica intensamente. Tuttavia è innegabile che la qualità e la quantità di ciò che mangiamo influenza non sono la nostra pratica, ma la nostra salute sotto ogni profilo.

Non sono mai stata un asso in cucina, e proprio per questa ragione la mia dieta (vegetariana) è molto semplice, con metodi di cottura delicati – anche se frutta e verdura crude sono la mia passione. Ho però una grande fortuna: una mamma (la mitica Lilli) che in cucina meriterebbe qualche stella Michelin, e che armata di grandissima fantasia, mi prepara da sempre ricette vegetariane deliziose. Negli anni, si è abituata a questa figlia che ha rinunciato a carne e pesce e si è ingegnata inventandosi piatti che rispettano gli animali, utilizzando ingredienti di origine controllata (per uova, latte e derivati, solo provenienti da allevamenti locali e rigorosamente non intensivi; per la verdura e la frutta… in gran parte direttamente dall’orto di casa, privo di qualsiasi sostanza chimica).

Ho pensato che a molti di voi – soprattutto a chi si avvicina ora alla cucina vegetariana – potrebbe far piacere sperimentare qualcuna delle sue fantastiche ricette. E quindi inizio oggi con la sua più recente invenzione: gli involtini di verza “A Modo Mio”. Assaggiati personalmente oggi, è un piatto che richiama il sapore e i colori di questo autunno appena iniziato.

La verza è inoltre ricca di proprietà benefiche: è considerata un ottimo analgesico e antinfiammatorio, è utile nel combattere artrite, artrosi e stipsi, contiene vitamina A, C e K, quest’ultima di grande importanza nel regolare la coagulazione del sangue.

Non resta che mettersi a tavola… Buon appetito!

Ingredienti per tre persone:

Una verza media, un uovo, grana macinato, pecorino di media stagionatura, pane integrale vecchio, sale, pepe, funghi secchi ammorbiditi nell’acqua, qualche pomodoro fresco, olio extra vergine d’oliva.

Preparazione:

Lessate le foglie esterne di una verza di medie dimensioni. A parte frullate la parte interna della verza con un uovo, una manciata di grana macinato, un po’ di pecorino, il pane vecchio bagnato e strizzato, sale, pepe e un pugnetto di funghi secchi precedentemente ammorbiti. Arrotolate le foglie lessate ponendo al loro interno l’impasto, mettete il tutto in una teglia da forno anti aderente, circondando gli involtini con i funghi avanzati e con i pomodori freschi tagliati a pezzetti e irrorati di olio. Infornate per una ventina di minuti… e servite!

L’alimentazione è di fondamentale importanza non solo per chi pratica. L’alimentazione vegetariana negli anni è stata quella che mi ha permesso di mantenere una pratica intensa e una vita dinamica e attiva. Ritengo sia davvero importantissimo verificare con attenzione la provenienza degli ingredienti che utilizziamo per i nostri pasti, soprattutto se consumiamo alimenti di origine animale, come uova, latte e derivati. Il rispetto per le creature che ci offrono la possibilità di nutrirci è fondamentale – è un piccolo sforzo in più nel fare la spesa, ma ci ripaga in modo immenso. Non solo perché rispettiamo gli animali, ma perché ci prendiamo cura del pianeta, evitando i danni colossali degli allevamenti intensivi, e favorendo le piccole imprese locali che hanno scelto con coraggio di lavorare eticamente.

Chi pratica Yoga non invecchia mai?

E’ vero che chi pratica Yoga non invecchia?

La nostra società è sempre più ossessionata dall’età anagrafica. Una delle prime domande che ci si pone quando ci si conosce è “quanti anni hai?”, come se inserire una persona in una cornice temporale potesse darci un’idea della sua personalità. Moltissime professioni e molti titoli di studio ancora oggi sono vincolati da limiti di età. Sembra che, superati i 40, gli esseri umani siano condannati ad un inevitabile declino, sotto ogni profilo. Ma come è possibile? Non solo l’aspettativa di vita si è progressivamente alzata nei secoli: a detta degli scienziati, il nostro corpo è programmato per vivere almeno 120 anni. Possibile che 80 di questi debbano trascorrere sul viale del tramonto?

Come Yogini, ho smesso di interessarmi all’età e al trascorrere del tempo quando ho iniziato a praticare. La pratica costante, almeno nella mia opinione, è un elisir di giovinezza, non solo sul piano fisico ma anche e soprattutto sul piano intellettuale e spirituale. Basta osservare le immagini di grandi maestri come BKS Iyengar e Vanda Scaravelli, che tra gli 80 e i 90 anni ancora dimostravano asana avanzati nei loro corpi asciutti e tonici. Soprattutto, basta affidarsi alla pratica per riscontrarne gli effetti a lungo termine.

Alla ricerca di un articolo che confermasse le mie opinioni, ho trovato sulla pagina di Simon Borg-Olivier un pezzo pieno di spunti interessanti. Si tratta dell’esperienza di vita di Collyn Rivers, insegnante australiano di Iyengar Yoga, oggi ottantasettenne. Ancora più interessante se pensiamo che Collyn ha iniziato a praticare a 52 anni… Ecco la traduzione di questo articolo, pubblicato da Eve, collega di Collyn.

Cosa vuol dire “troppo vecchio”?

“Lo Yoga aiuta davvero a contrastare gli effetti dell’invecchiamento? Cercavo una risposta a questa domanda ed ho pensato di rivolgerla al mio amico ottantenne Collyn Rivers, chiedendogli di scrivere un post per il mio sito.  Collyn ha co-diretto insieme a me il Sydney Yoga Centre, quindi molti di voi ricorderanno le sue bellissime lezioni. Siamo entrambi convinti praticanti di uno yoga dinamico e forte, ormai da decenni. Una direzione che molti della nostra età non vogliono prendere. Molti “anziani” preferiscono ritirarsi ad una vita sedentaria… ma Collyn non è uno tra questi”.

A photo of Collyn doing a standing yoga pose.

Collyn Rivers, 87 anni, in Parsvakonasana

Un aspetto perversamente curioso su come praticare”yoga per anziani” è che a consigliare quale pratica adottare sono spesso persone molto più giovani. Inoltre, l’età viene sempre considerata dalla prospettiva cronologica. A quasi tutti sfugge il fatto che uno yogi ottantenne è in grado di fare cose che la maggior parte dei cinquantenni non si sognerebbe neanche. Purtroppo sono pochi gli autori che, dopo i 70 anni, scrivono libri sullo Yoga.

Ci sono però delle illustri eccezioni: Vanda Scaravelli scrisse il suo ‘Awakening the Spine’ quando aveva 83 anni, dimostrando personalmente le posizioni più avanzate. BKS Iyengar praticava come sempre anche poco prima della sua morte (a 95 anni). Ci sono insegnanti di Yoga americani che hanno superato i 100 anni in grado di eseguire verticali sulle mani.

Non sono mai stato una persona interessata ai luoghi comuni, e ho iniziato a praticare a 52 anni. Mi sono certificato come insegnante di Iyengar Yoga a 58, e ho insegnato fin oltre i 70.

Il mio approccio di base è: leggere i consigli dedicati alle persone della mia età. E fare esattamente il contrario.

Tra i consigli per gli “anziani”, c’è quello di trasferirsi in una casa senza scale. Perciò ne ho presa una a tre piani, con un vialetto di accesso molto ripido. Così io e mia moglie (che ha vent’anni meno di me) siamo costretti a fare parecchie scale in una giornata.

A partire dagli 82 anni, ho dedicato buona parte della mia pratica allo sviluppo della forza muscolare profonda. Oggi, a 87 anni, posso ancora praticare le stesse posizioni che eseguivo a 52. Sono meno forte, ma flessibile come quando avevo 60 anni.

Ho qualche problema ai polsi, quindi evito le verticali sulle mani, ma pratico quella sulla testa andando su e giù almeno venti volte di seguito.

Prendo molto sul serio lo sviluppo della forza, ed eseguo un numero di ripetizioni più elevato di un 30/40enne. Questo mi aiuta a costruire una sorta di riserva, perché inevitabilmente perderò forza con il tempo.

E mi sa che essere nato sotto il segno del Leone mi rende particolarmente testardo.

Eseguo ancora le sequenze di Iyengar, e partecipo una volta alla settimana alle lezioni di  Jo Longhurst’s a Mona Vale.

Faccio un check up medico ogni anno – soprattutto perché fin dalla nascita ho sofferto di seri problemi alla schiena. Da quando ho iniziato a praticare, però, non mi hanno più dato pensieri. La mia pressione sanguigna è 70/110 e il mio battito a riposo è tra i 50 e i 55 battiti al minuto. Ho un’ottima memoria, e lavoro ancora a tempo pieno: scrivo e pubblico complessi libri tecnici.

Non suggerirei questo tipo di approccio a chi non ha un solido background nella pratica Yoga, ma a chi legge suggerisco di pensare bene se dare ascolto e/o seguire i consigli di chi è molto più giovane di voi. 

Mi incoraggiano molto le recenti scoperte che parlano di un arresto dell’invecchiamento una volta superati i 91 anni. Lo studio, riportato su 2016 New Scientist da Michael Rose, professore di biologia evolutiva, afferma che se siamo abbastanza fortunati da vivere così a lungo, sperimentiamo un arresto dell’invecchiamento.

In poche parole, per scherzarci sopra, se ce la fate ad arrivare a 99 anni, avete le stesse possibilità di morire in qualsiasi momento di una persona di 93. Le cose cambiano forse quando si raggiungono i 110: se così fosse, vi terrò informati!”

*Collyn Rivers è insegnante certificato di Iyengar Yoga. Insieme alla moglie Maarit è considerato uno dei più illustri insegnanti australiani. Oggi non insegna più, ma afferma che non andrà mai in pensione e continuerà a lavorare fino ai 100 anni (gliene mancano 13). Si occupa della sua attività  Caravan and Motorhome Books, come scrittore ed editore.

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Uno Yoga senza estremisti

Photo: Marco Pantani

Spesso i praticanti di Ashtanga Yoga vengono “accusati” di essere in qualche modo “estremisti”. Certo sarà capitato a tutti di incontrare uno yogi particolarmente zelante ed entusiasta del metodo praticato. “Solo il mio metodo funziona”, sembra esprimere con ogni suo gesto e atteggiamento. Eppure nulla è più lontano dallo Yoga di simili affermazioni, almeno se vogliamo appellarci al primo testo al mondo che, circa 6000 anni fa, Patanjali compose a proposito di questa pratica. Negli Yoga Sutra infatti, un verso in particolare rimette tutto in prospettiva:

Yoga Sutra 1,12:

“Le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione”

Leggevo proprio oggi sul blog di Gregor Maehle, Chintamani Yoga, una bella interpretazione di questo Sutra. Ho pensato di tradurla per voi, per stimolare una riflessione: siamo capaci di praticare la disidentificazione (“vairagya”, più spesso tradotto come non attaccamento) sul tappetino e nella vita? E soprattutto, quando l’attaccamento (o l’identificazione) diventa un ostacolo non solo alla meditazione, ma allo svolgersi sereno della nostra esistenza? Mi è piaciuta molto la traduzione di Gregor del termine “vairagya” in “disidentificazione”. Il suo opposto, l’identificazione, è proprio quello che spesso vedo capitare ad alcuni yogi soprattutto all’inizio del loro percorso: il sentire di avere raggiunto un obiettivo spirituale solo attraverso l’identificazione con una determinata pratica. Vediamo come affronta questo tema Gregor.

“Patanjali afferma in questo Sutra che le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione. La parola chiave qui è semplicemente “e”. Infatti, l’applicazione di uno solo di questi due concetti porta la mente verso i suoi estremi. Se pratichiamo e basta, tendiamo a sviluppare affermazioni come “la mia pratica è l’unica che funziona”, “solo l’Ashtanga è il modo corretto di praticare Yoga”, “solo lo stile Mysore è il modo corretto di condurre una lezione di Yoga”. Arriviamo in breve a convinzioni peggiori, “solo il mio Dio è il vero Dio”, “solo il capitalismo è la forma corretta di economia” e “solo la democrazia è il modo corretto di fare politica”.

Tutte queste affermazioni hanno in comune la convinzione che esista una sola verità, ad esclusione di tutte le altre. Nello yoga, un simile atteggiamento viene definito “solare”. E’ dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico solare (pingala), che parte dalla narice destra. Possiamo definirla una tendenza al fondamentalismo. Ci rende impossibile riconoscere che una posizione diversa dalla nostra possa essere altrettanto valida. E’ una trappola della mente, che si illude di aver identificato la realtà, imponendo su di essa una visione estrema, simile ad un tunnel.

Cadiamo tuttavia nella trappola opposta se ci appelliamo solo alla disidentificazione, escludendo la pratica. In questo caso, tendiamo a sviluppare affermazioni come “Tutte le strade portano allo stesso risultato”, “Tutto è Yoga”, “Tutto è sacro”, “Ognuno deve vivere secondo la sua verità”, “Ognuno deve fare ciò che crede meglio”. E arriviamo a convinzioni più generalizzate, come “Tutte le affermazioni, le filosofie e le religioni sono valide”. Queste affermazioni hanno tutte in comune la convinzione che esistano molte verità, in grado di cancellare la verità assoluta. Nello Yoga, un simile atteggiamento viene definito lunare: diventa dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico lunare, che parte dalla narice sinistra. Un atteggiamento lunare ci porta a rinunciare prima ancora di iniziare, rendendoci incapaci di cambiare. Secondo questo atteggiamento, è inutile cambiare, perché vado già bene così: anzi, tutti vanno bene così come sono. L’estremo lunare ci rende impossibile riconoscere le opinioni sbagliate, e ci impedisce di rifiutare visioni e valori che, sebbene accettabili in generale, non sono quelli giusti per noi.

Se tutti stanno bene così come stanno, perché il 50% dell’umanità vive in povertà? Perché da millenni viviamo in uno stato permanente di guerra? Perché le nostre prigioni e i manicomi sono pieni e perché il pianeta cerca di ribellarsi ai torti che noi umani gli infliggiamo? Possiamo dire che l’atteggiamento lunare è, in pratica, relativismo. Dato che tutto è vero, a seconda dell’angolazione da cui lo osserviamo, non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il relativismo è una trappola della mente, che ritiene di definire la realtà attraverso una visione estrema. La realtà, secondo lo Yoga, non si trova negli estremi della mente. Essa riposa nel centro, al riparo dagli estremismi – e dagli estremisti.

Il “centro” ha, nello yoga, molti nomi: Brahman, purusha e hrdaya, il cuore. Tra questi nomi troviamo anche sushumna, il canale energetico centrale. Quando il prana fluisce attraverso questo canale, la mente è libera dagli estremismi solari e lunari. E’ in questo momento che le fluttuazioni della mente cessano. Per raggiungere questo stato, Patanjali suggerisce di combinare l’azione della pratica e della disidentificazione. Si tratta di un paradosso, perché questi due estremi sono agli opposti. E devono esserlo, altrimenti la mente non potrebbe capire cosa sta succedendo, e questa sarebbe un’ulteriore simulazione della realtà, e non la verità.

Nel mio commento agli Yoga Sutra del 2006 parlavo di non attaccamento. Oggi preferisco tradurre ‘vairagya’ come “disidentificazione”. Devo questa revisione all’affermazione di  T. Krishnamacharya, secondo cui il non attaccamento non si adatta ai grhastha, alle persone che hanno una famiglia, ovvero la maggior parte di noi. Krishnamacharya affermava che per chi ha una famiglia non è giusto provare non attaccamento per il proprio coniuge, i propri figli, per i doveri verso la società e verso il Divino”.

E devo dire che anche io sono d’accordo.

Gregor Maehle

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Il segreto dei Vinyasa

Photo: Marco Pantani

Vinyasa, jump back e jump through: croce e delizia di tutti i praticanti di Ashtanga Yoga! Personalmente, ritengo che questi due fondamentali passaggi siano non solo l’elemento che differenzia la nostra pratica da tutti gli altri metodi, ma anche e soprattutto il modo per costruire una forza che non si limita ad assisterci nella pratica, bensì estende i suoi benefici oltre il tappetino. Muscoli addominali profondi, pavimento pelvico, spalle e braccia: tutto il corpo e gli organi interni traggono profondo vantaggio dall’esecuzione corretta di questi movimenti. Nella mia opinione, è fondamentale che questi passaggi vengano insegnati correttamente fin dall’inizio. Sono proprio questi due movimenti, infatti, a costruire la forza necessaria per proseguire stabilmente nella pratica. Monica Gauci, compagna di Gregor Maehle, ne spiega l’esecuzione in questo post molto utile tratto dal blog Chintamani Yoga, che traduco per voi.

“Il segreto per eseguire il “jump through” (salto attraverso le braccia) durante i vinyasa non risiede nell’abilità di saltare, ma in quella di frenare! Chiunque può saltare. Infatti, tendiamo a trattenerci dal saltare se non possediamo la forza di frenare il nostro salto. Il nostro corpo conosce istintivamente se abbiamo o no questa forza, e sovrascrive i nostri tentativi consci di saltare per proteggerci. Che fortuna! E’ incredibile, vero?

Essere in grado di frenare significa avere sufficiente forza nella parte superiore del corpo, per controllare lo slancio e la potenza del peso del nostro corpo che viene “lanciato” attraverso le braccia. Inoltre, è necessario possedere una notevole forza per controllare la transizione della discesa del corpo verso il pavimento. Queste stesse forze entrano in gioco quando eseguiamo un drop back (scendendo in un ponte da posizione eretta). Supponiamo di avere la flessibilità che ci occorre per inarcarci in un drop back che, teoricamente, è semplice avendo la forza di gravità che ci supporta. Ma è proprio questo il problema! Abbiamo bisogno di controllare la nostra discesa contro la forza di gravità, per frenare la nostra caduta. I muscoli anteriori delle gambe e del tronco si impegnano per frenare la nostra discesa: quindi il drop back è un esercizio di “frenata”. E allo stesso modo, quando saltiamo a sedere in un vinyasa, la forza richiesta è quella necessaria alla frenata che ci evita di cadere. Saltiamo, e dobbiamo controllare la nostra discesa contro la forza di gravità. Esercizio che richiede un notevole sforzo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Di cosa abbiamo bisogno, quindi, per frenare e controllare la nostra transizione in un vinyasa? Per un movimento così complesso isolare i muscoli è di scarsa utilità.  Quando saltiamo, ad esempio, mentre cerchiamo di allontanare da noi il pavimento (per non prendere una facciata), estendiamo l’articolazione della spalla per sollevarci nel salto. Per frenare, dobbiamo mutare questo movimento dell’articolazione della spalla in una flessione, e contemporaneamente lavorare eccentricamente i muscoli estensori per atterrare. Certo è un’informazione utile ma non è a questo che rivolgiamo la nostra attenzione durante la transizione. E’ più importante comprendere di cosa abbiamo bisogno e praticare i movimenti integrati che ci aiutano ad ottenere forza e controllo.

Per frenare nel salto da Adho Mukha Svanasana abbiamo bisogno di una parte superiore del corpo tonica e forte. Ho insegnato Yoga a molti gruppi di principianti: nella prima esecuzione di un vinyasa, invariabilmente gli uomini hanno maggiore facilità rispetto alle donne. Gli uomini hanno infatti solitamente una parte superiore del corpo più forte rispetto alle donne, a meno che queste non siano particolarmente allenate da nuoto, arrampicata, ginnastica artistica etc. Queste attività sviluppano tutte i muscoli del tronco principalmente coinvolti nei vinyasa: il latissimus dorsi, i pettorali e il serrato anteriore, oltre ad insegnarci come integrare il lavoro degli arti superiori con quello del tronco e degli addominali profondi.

Arrotoliamoci come palle!

Un altro aspetto importante del vinyasa è la capacità di flettere il tronco per arrotolarci come palle. Funzionalmente, i nostri muscoli addominali tendono a lavorare in porzioni: superiore e inferiore. Quando pieghiamo il nostro corpo in avanti verso gli arti, come nei sit-up, facciamo lavorare prevalentemente gli addominali “alti”. Quando solleviamo le gambe verso il tronco, gli addominali “bassi” stabilizzano la pelvi permettendo ai muscoli flessori dell’anca di lavorare correttamente. I vinyasa hanno bisogno del lavoro congiunto e sincronico di addominali alti e bassi, per rendere concavo il tronco e sollevare le gambe. Naturalmente i flessori dell’anca devono lavorare altrettanto sodo per mantenere le gambe raccolte al petto.

Il percorso

Forse meno ovvio è il percorso necessario nel salto a sedere. Notate nel collage come Gregor salta sollevando le anche verso l’alto, nella prima foto. Dovete immaginare di saltare in una mezza verticale sulle mani. Se saltate troppo bassi, le anche restano troppo vicine al suolo e diventa impossibile contrastare la gravità.

Il salto indietro da seduti, seconda parte del vinyasa, rivelerà il grado di forza e di integrazione che avete, o non avete ancora, sviluppato.

Gregor Maehle esegue un jump through

Uniamo i puntini…

Non è sufficiente avere tronco, addominali e flessori dell’anca forti e allenati. La massima importanza va data all’integrazione degli arti con i muscoli profondi dell’addome, e al lavoro coeso di tutto il nostro corpo.

Un modo semplice per sviluppare la forza nella parte superiore del corpo e connettere le braccia alla colonna e ai muscoli profondi dell’addome è appendersi per le mani. Questa azione esalta l’impiego del gran dorsale e del basso trapezio, ed è un’azione impossibile da replicare durante la pratica degli asana. La connessione alla colonna e alla fascia toraco-lombare unisce le braccia ai muscoli profondi dell’addome. Anche se non avete la forza di sollevare il vostro corpo in questa posizione, coinvolgete gli arti superiore nel tentativo di farlo. Per incorporare gli addominali e i flessori dell’anca, sollevate le ginocchia e i piedi verso le mani. Questo potente esercizio migliorerà molto l’esecuzione dei vostri vinyasa!

Sollevare il corpo in Lolasana (la foto centrale di Gregor) è un’altro esercizio di preparazione molto efficace per superare l’ostacolo del pavimento durante i vinyasa. Fate attenzione a non arrotondare le spalle e utilizzate i pettorali invece del serrato anteriore. Se non riuscite a sollevarvi, provate ad usare due blocchi, almeno all’inizio. Vi servirà a capire quali muscoli dovete mettere al lavoro. Praticate il “pendolo” passando dalla posizione seduta a Chaturanga.

Il segreto dei vinyasa è… che non c’è un segreto. Nessun trucco magico. I vinyasa richiedono molta forza e un po’ di coordinazione. Forse vi è difficile credere che molti studenti hanno paura ad iscriversi ai nostri corsi perché temono di non saper eseguire un “buon” vinyasa. Mi dispiace perché significa che gli studenti tendono ad equiparare la prodezza fisica alla competenza yogica. Invece, semplicemente, alcuni sono più portati di altri, che devono lavorare più duro per arrivare agli stessi risultati. Ma un cuore sincero e una mente aperta restano i requisiti più importanti nel percorso dello Yoga: non dimentichiamolo!”

Dr. Monica Gauci

 

Il corpo in Kali Yuga

Photo: Marco Pantani

“Uomini e donne si uniranno solo per attrazione superficiale, e il successo professionale dipenderà dall’abilità nel mentire. Femminilità e virilità saranno giudicate solo in base alla capacità di seduzione del corpo, e per essere definito brahmana, sarà sufficiente indossarne le vesti”. 

Srimad Bhagavatam 12.2.3

Uno scenario che suona familiare? Questa è solo una delle tante predizioni relative a Kali Yuga, la nostra attuale era secondo la tradizione induista, nell’ultimo canto delle Baghavata Purana. Versi scritti 5000 anni fa che sembrano descrivere in dettaglio la nostra epoca…
Oggi riflettevo su come sia importante, proprio nella nostra era, puntare su una pratica spirituale che attraversi anche il nostro corpo, il nostro veicolo in questo viaggio terreno, per consentirci di apprezzarne fino in fondo le sue potenzialità, che vanno ben oltre la soddisfazione di impulsi momentanei creati da stimoli esterni superficiali.

Intendiamoci: sono assolutamente convinta che abbiamo ricevuto in dono il nostro corpo per apprezzare tutti i piaceri della vita. Penso però che in Kali Yuga, era in cui “la tecnologia materiale è contrapposta ad una forte regressione spirituale”, si stia distorcendo in modo sempre più drammatico il senso autentico della parola “piacere”. La sensorialità del nostro corpo è sempre più slegata dai sentimenti e dai moti dell’anima. L’emozione del momento, fluttuante e instabile, diventa il motore che muove l’essere umano, sempre più in balia di stimoli esterni e superficiali, sempre più “connesso” con la volubilità degli algoritmi del web, e sempre più disconnesso dalla sua natura animale (parola che ha la stessa radice di anima), autentica, che nasce all’interno di sé.

Photo: Marco Pantani

Siamo abituati a “strumentalizzare” il nostro corpo, a controllarlo, a dirigerlo verso la soddisfazione immediata. Invece che ascoltarne i segnali, lo utilizziamo per rincorrere stimoli esterni, finte necessità, obiettivi che non ci appartengono. In un’epoca in cui il corpo viene trasformato chirurgicamente a piacimento, una disciplina antica come lo Yoga, che trasforma dall’interno verso l’esterno, è una riscoperta necessaria, che può regalarci una soddisfazione che non vive lo spazio di un attimo, ma resta con noi in ogni istante della nostra esistenza. Chi pratica da molti anni, con costanza, sa che lo Yoga – e in particolare l’Ashtanga Yoga – è una pratica profondamente trasformativa. Gli asana sembrano inizialmente plasmare solo l’apparenza del nostro corpo. Nei primi tempi, riscopriamo forza e flessibilità muscolare. Ma se proseguiamo nel viaggio abbastanza a lungo, il cambiamento diventa ben più profondo. La connessione tra respiro e movimento (vinyasa) ci regala un’energia che credevamo dimenticata. Se pratichiamo quotidianamente, con regolarità, ci scopriamo in sintonia con l’alternarsi del giorno e della notte, di luce e oscurità. Col tempo, gli asana cominciano ad agire in profondità, purificando i nostri organi interni, rinvigorendo le nostre articolazioni, fermando il processo di invecchiamento in modo naturale. Il ritmo del respiro diventa regolare in ogni momento della nostra giornata, con incredibili vantaggi sulla salute, sullo stato della nostra mente, sulla gestione delle emozioni causate da agenti esterni, e sulle conseguenze degli inevitabili fatti della vita. Il recupero dagli infortuni diventa più veloce, cediamo meno ai malanni stagionali, reagiamo in modo proattivo di fronte alle difficoltà. Quando la pratica diventa parte di noi, il cambiamento si estende a tutto il nostro stile di vita, all’alimentazione, al rapporto con gli altri, alla nozione stessa di “piacere”. Piacere diventa essere in sintonia con la natura, rispettare se stessi e gli altri, ascoltare il proprio cuore, essere compassionevoli con tutti, ma al tempo stesso decisi e forti con chi vuole imporci meccanismi che non condividiamo.

Ricordiamoci però che in Kali Yuga, “per essere definito brahmana, sarà sufficiente indossarne le vesti”. Scegliamo con attenzione chi ci accompagnerà alla scoperta dello Yoga autentico. Non è sufficiente indossare le vesti di insegnante di Yoga per esserlo. Solo chi pratica da anni con autentica dedizione può trasmetterci – anche se solo in minima parte, perché questa scienza antica è un immenso universo che stupisce anche gli esperti di fisica quantistica – la scintilla necessaria ad illuminare il nostro potenziale. Il resto tocca a ognuno di noi, sul tappetino, un giorno dopo l’altro. Nel viaggio più incredibile che possiamo fare: quello dentro noi stessi, verso la nostra anima, attraverso il nostro corpo.

La pratica Yoga: l’antidoto al dolore

David Garrigues

Esiste un antidoto al dolore, sia esso fisico, psichico o emotivo? Stiamo davvero utilizzando la nostra pratica al meglio del suo potenziale? Siamo consapevoli della trasformazione che lo Yoga è in grado di produrre a livello fisico, mentale ed energetico? Personalmente negli anni ho avuto modo di verificare gli effetti di una pratica costante sotto mille profili. Dal recupero da un infortunio, alla ripresa delle forze dopo un intervento, all’affrontare il dolore per la perdita di una persona amata o un momento particolarmente difficile dell’esistenza. L’ho visto su me stessa, e su chi ha praticato con me. Riflettevo oggi su quanto lo Yoga sia in grado di fare per chi lo accosta con serietà, e mi ha colpito un’affermazione di David Garrigues:

“Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza”

Questa frase fa parte di un suo post, che traduco per voi.

“Qual è il primo momento di risveglio che ricordate nella vostra esistenza? Io mi ricordo che, a tre anni, sono rimasto chiuso in un armadio privo di luce. Ero intrappolato, e gridavo aiuto. Se dovessi fare questa domanda ad un gruppo eterogeneo di persone, scommetto che anche per la maggior parte di loro la risposta riguarderebbe un momento di sofferenza. Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza. Lo Yoga è una risposta al nostro dolore. Un’autentica lezione di Yoga ci prepara ad affrontare i nostri momenti di sofferenza.

Quanto spesso ci accorgiamo che stiamo soffrendo? In realtà, non abbastanza spesso. Ma è ora di iniziare a farlo, perché è così che inizia la nostra autentica preparazione. Dobbiamo rivolgere più frequentemente la nostra attenzione dentro di noi, chiederci cosa ci sta succedendo. COSA STIAMO PROVANDO? Acuire la percezione dei nostri sentimenti è uno dei principi dello Yoga. Diventare consapevoli del nostro mondo interiore ci rende più forti. Diventiamo il nostro principale alleato. Quando riconosciamo la nostra sofferenza e ci riconciliamo con essa, invece che proiettarla sul mondo esterno, la rendiamo più facile da gestire.

Tuttavia, essere consapevoli delle nostre sofferenze e del dolore che a volte infliggiamo agli altri non è una passeggiata. A tutti noi capita di comportarci male, di essere ambigui ed egoisti, quindi il perdono è la chiave di volta in questo processo di preparazione. Dobbiamo imparare a perdonare i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la mancanza di rispetto e le debolezze del nostro carattere. Le energie universali si muovono sempre in modo sensato, e quando attacchiamo qualcuno e ci comportiamo incoscientemente, paghiamo il conto con il dolore fisico, con problematiche emotive o relazionali. Diventando consapevoli della nostra sofferenza e perdonandoci, iniziamo a creare un terreno interiore sicuro, un contenitore psichico in grado di contenere sia il dolore che la sua guarigione. Attraverso questa consapevolezza investiamo in modo proattivo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno. Un atteggiamento molto diverso rispetto a fingere che la sofferenza non esista, e doverne poi affrontare inevitabilmente le conseguenze “dopo”.

Attraverso la pratica, possiamo rallentare se non addirittura smettere del tutto di accumulare debiti di salute fisica, emotiva o relazionale e riempire noi stessi di amore, gioia, di connessione autentica e sacra con noi stessi, gli altri, e con l’abitante segreto del nostro cuore: l’anima.”

David Garrigues

Photo: Marco Pantani

Alzati e pratica

pic by Marco Pantani

Penso che chiunque si dedichi alla pratica Yoga seriamente – e soprattutto all’Ashtanga Yoga – si sia fatto questa domanda molte volte. “Mi alzo e pratico, o resto a dormire ancora un po’?”. Non è facile scegliere di praticare ogni giorno, anzi a dire la verità è una lotta quotidiana, un impegno che si rinnova ad ogni alba, e a lungo andare a volte si tende a dimenticare il perché abbiamo scelto di farlo. A tutti coloro che mi chiedono perché dedicarsi alla pratica quotidiana, dedico la traduzione di questo bellissimo post pubblicato su Ashtanga Yoga Project e scritto da Shanna Small. Indipendentemente dall’orario scelto e dal luogo in cui ritenete opportuno farlo… Alzatevi e praticate!

“Apro gli occhi e guardo la sveglia. Sono le 4:30. E’ ora di alzarsi e andare a praticare. E qui comincia la solita storia. “Questa settimana hai lavorato tanto. Ti meriti di dormire un po’ di più”. “Ieri hai avuto mal di testa. Dovresti riposarti”. “Perché lo fai? E’ da stupidi!”. “E se fosse tutto una gran cavolata?”

Poi penso.

La definizione di Yoga, negli Yoga Sutra di Patanjali è: “Lo Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente”. O come diceva Pattabhi Jois, “Lo Yoga è il controllo della mente”. 

Alzarsi presto e mettersi sul tappetino è il primo passo per controllare la mente. E’ la mia prima opportunità di fare la scelta tra lasciare che i miei pensieri mi controllino, o essere io a controllare i miei pensieri. Questa semplice azione può decidere lo stile, l’intenzione e lo scopo di tutta la mia giornata. 

Come voglio che vada la mia giornata? Voglio passarla cedendo a qualsiasi preoccupazione e pensiero negativo? Voglio passarla lasciando il timone senza controllo, diventando facile preda della negatività che mi circonda? Voglio attraversare le difficoltà quotidiane senza consapevolezza, o voglio essere padrone delle mie azioni? 

E se alzarsi la mattina per praticare fosse tutto ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire davvero a controllare la nostra mente? 

Gli Yoga Sutras di Patanjali (2:1), recitano: “lo Yoga dell’azione consiste di azione disciplinata (tapas), studio di sé (svadyaya) e arrendevolezza (isvara pranidhana)”. Alzarsi al mattino per praticare è un supremo atto di disciplina, studio di sé e arrendevolezza. 

Perché qualcosa possa essere definito tapas, deve essere un’azione che richieda sforzo. Alzarsi presto e praticare non è certo facile. Svadyaya è non solo studio di libri e insegnamenti spirituali, ma anche recitazione di ciò che si è appreso. L’atto di recitare lo Yoga Sutra 1:2 e l’insegnamento di  Pattabhi Jois sul controllo della mente, quando fatico ad alzarmi, è una forma di Svadyaya.  E’ un modo per riportare alla mente la voce dei miei insegnanti e le loro raccomandazioni sull’importanza della pratica. Arrendersi a questi insegnamenti è un modo per praticare Isvara Pranidhana. 

Il primo verso, nel secondo libro degli Yoga Sutra – che è il libro fondamentale per la nostra pratica – ci dice di eseguire queste tre azioni. Quante volte dimentichiamo questo primo, importante passo nello Yoga? 

Questa semplice azione mette in atto 3 dei 5 doveri ed osservanze dello Yogi, i Niyama.

Nell’Ashtanga, si ritiene che se possiamo osservare e praticare i primi 4 rami, i successivi 4 sono automatici. E tutto inizia qui.

Alle 4:50AM, mi alzo.”

Shanna Small

Shanna Small

Il debito degli asana

David Garrigues

Mi capita spesso, ultimamente, di leggere post di colleghi insegnanti “vittime” di infortuni. Sebbene spesso questi incidenti di percorso non siano necessariamente legati alla pratica, è indubbio che chi “frequenta” con assiduità posture avanzate, dimenticando di ascoltare con attenzione i messaggi che corpo e mente ci mandano ogni giorno, sia in qualche modo a rischio. Noi Yogi tendiamo frequentemente a lasciarci trasportare dall’entusiasmo e dall’ego, e ad identificarci con gli asana piuttosto che con la pratica in senso lato. Cosa accade quando questo atteggiamento diventa abitudinario? Ce ne parla in un breve scritto David Garrigues, coniando l’espressione “debito di asana”, che trovo quanto mai appropriata…

“Pensateci bene: se c’è un debito che non volete contrarre, è quello con gli asana. Cos’è un debito di asana? E’ il prezzo da pagare lungo il percorso, negli anni, per aver spinto troppo ora. Contrarre questo debito è automatico quando l’ego comincia a prendere il timone dei nostri sforzi. Ci ritroviamo a spingere troppo, a fare il passo più lungo della gamba, a cercare posizioni per cui non siamo tecnicamente pronti. E soprattutto a preoccuparci troppo di raggiungere un obiettivo che non è realistico rispetto ai nostri limiti e alla nostra capacità di comprensione. Scivoliamo nell’auto compensazione, e cominciamo ad accumulare un debito di asana. 

Cosa significa compensare all’interno di una pratica di asana? La compensazione di un asana comincia quando ci convinciamo che la chiave per diventare una persona più amabile e realizzata sia misurabile in base a quanto siamo bravi in relazione agli altri, e quando cominciamo a dare i voti alla nostra performance, automaticamente ci sembra di non essere poi tanto bravi. Quindi, cerchiamo ogni volta di dare il massimo. Ci imponiamo di essere disciplinati e devoti alla pratica a tutti i costi. Ci obblighiamo a creare una catarsi fisica ogni volta che pratichiamo. Ma in realtà, non c’è nessun bisogno di compensare o di creare alcuna catarsi. 

Anzi, cerchiamo piuttosto di assumere un atteggiamento distaccato rispetto alla pratica. Quando pratichiamo, lasciamo che i contenuti psichici fluiscano liberamente in noi, evitiamo di forzare, resistere, manipolare, desiderare o provare paura. Invece che contrarre un debito di asana, paghiamo il giusto prezzo ad ogni pratica. Invece di impegnarci alla ricerca di un’esperienza sublime e catartica, concentriamoci ogni volta diligentemente sul puzzle da comporre. Scegliendo questa strada, la nostra attenzione andrà alle radici, alla base, alle fondamenta di ogni asana e nel far ciò, trasformeremo himsa (violenza) in ahimsa (non violenza). Neutralizzeremo il veleno. Ci ritroveremo con un corpo che ci ringrazierà, invece che maledirci. E oltre a ciò, nello scegliere la strada di ahimsa, godremo, anno dopo anno, di una salute migliore”. – David Garrigues

Mi permetto di aggiungere che nel momento in cui scegliamo la strada del flusso spontaneo, automaticamente diventiamo meno esigenti nei confronti di noi stessi e degli altri. Ahimsa si trasferisce dal nostro tappetino nella vita di tutti i giorni, agevolando non solo il nostro rapporto con noi stessi, ma anche e soprattutto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

Francesca d’Errico

Eka Pada Koundinyasana – Pic by Marco Pantani

Inarcamenti complessi: il metodo sicuro di Simon Borg-Olivier

Ustrasana – pic by Marco Pantani

Torniamo a parlare di inarcamenti della schiena insieme a Simon Borg-Olivier, che in uno dei suoi post ci spiega come accedere a posture complesse in modo sicuro ed efficace.  E’ un argomento che mi interessa molto: con un passato di ginnasta e ballerina, gli inarcamenti sono sempre stati semplici per me, finché, come spesso avviene, la mia zona lombare ha iniziato a soffrire dell’usura classica di chi pratica sport e attività intensi a livello agonistico. Già a 25 anni avevo due protrusioni discali. Le ho sempre tenute a bada con lo yoga, tuttavia è innegabile che con il tempo posture come Kapotasana e drop back sono diventate “sfide” da conquistare con l’intelligenza e con il respiro, e non più con l’arroganza di chi pensa di poter fare ciò che vuole con il proprio corpo. I consigli di Simon sono perfetti non solo per chi soffre di problemi alla schiena, ma anche per chi si avvicina a queste posture per la prima volta e vuole farlo in modo sicuro, per poterle “frequentare” a lungo negli anni. Il post completo, corredato di video, si trova sul suo blog e raccomando a tutti di prenderne visione per osservare i movimenti spiegati di seguito. Simon è come sempre generosissimo nel fornirci spiegazioni dettagliate. Posso solo dirvi che io sto utilizzando queste indicazioni da alcune settimane, e il mio mal di schiena in area lombare è praticamente sparito. Vi consiglio quindi di fare un piccolo sforzo e provare! Ecco la traduzione del testo che accompagna il post che trovate a questo link. Buona lettura

“La maggior parte dei corpi “moderni” presenta forti tensioni e compressioni a livello lombare, quindi, in sintesi, la pratica sicura ed efficace degli inarcamenti dovrebbe:

* Creare allungamento e rilassamento nella muscolatura e nell’articolazione lombo-sacrale; 

* Mantenere l’allungamento della colonna durante l’inarcamento; 

* Inarcare attraverso l’allungamento della parte frontale del corpo e non la sua contrazione; 

* Attivare i muscoli flessori spinali (come il retto addominale) che reciprocamente rilassa gli estensori spinali (ovvero i muscoli lombari, solitamente molto tesi), rafforzando contemporaneamente l’addome.

Lavorare in questo modo anche negli inarcamenti più semplici è la base per superare i dolori lombari, mobilizzare la colonna, massaggiare gli organi interni e trarre una incredibile energia grazie al miglioramento della circolazione sanguigna intorno alla colonna. 

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La soluzione per inarcarsi in sicurezza sta nel controllare (e imparare ad usare correttamente) una combinazione di muscoli di fondamentale importanza:

* Lo psoas major – flette in avanti le anche (attività di flessione dell’anca) e inarca la colonna (attività di estensione spinale). Se lo psoas è eccessivamente teso o in fase di spasmo, può causare dolore nella zona lombare perché costringe le vertebre L5-S1 ad inarcarsi (estensione spinale). 

* Il retto addominale – il muscolo della famosa “tartaruga” può contenere le costole ed è il muscolo principalmente coinvolto nelle flessioni in avanti, che una volta attivato aiuta a rilassare i muscoli dorsali, che sono spesso eccessivamente in tensione. 

* Il diaframma – il muscolo principalmente coinvolto nella respirazione, che se attivato ci aiuta a rilassarci e ci consente di “sentire” il respiro nell’addome.

* Gli estensori dell’anca (tra cui i glutei e gli ischiocrurali) – questi muscoli ci aiutano a impedire all’anca di flettersi in avanti e prevengono l’iperestensione dello psoas a livello L5-S1, la causa del dolore nella zona lombare. 

E’ possibile, in qualsiasi inarcamento, utilizzare una combinazione di muscoli per impedire alle anche di flettersi in avanti, azione che previene l’inarcamento delle già deboli aree che circondano le vertebre L5-S1. Le istruzioni più semplici per ottenere questo risultato? Muovere in avanti (verso l’ombelico) gli ischi, muovere indietro la parte superiore delle anche, e spingere in avanti l’ombelico. 

Per spingere in avanti l’ombelico, possiamo utilizzare la combinazione di diaframma e/o retto addominale. Questa azione tende a tirare leggermente in avanti la vertebra L5, evitando la compressione a livello lombare. Possiamo allenarci in piedi, praticando una inspirazione addominale (diaframmatica) inarcandoci leggermente e con attenzione, come quando stiamo per effettuare un drop back in Urdhva Dhanurasana, un’azione che quasi tutti possono fare in sicurezza. Se vogliamo imparare ad eseguire in sicurezza il drop back, la postura più semplice da praticare è Ustrasana (il Cammello), che potete osservare meglio nei miei video. Tuttavia, è importante notare che non è automatico per tutti potersi toccare le caviglie in Ustrasana e in altre posizioni simili. 

Una volta in grado di immobilizzare le anche in estensione (quindi di allungare la parte frontale dell’anca) e respirare nell’addome, specialmente se il retto addominale è attivo, mantenendo le costole verso l’interno, cominceremo solitamente a percepire l’inarcamento della parte mediana della colonna (spesso un autentico risveglio, per la prima volta da quando eravamo bambini), eliminando qualsiasi compressione nell’area L5-S1. Questo avviene principalmente per due ragioni: 

1. Il fatto che lo psoas effettivamente si inserisce nei processi trasversi delle vertebre T12-L5 attivando l’inarcamento della schiena a questo livello. Queste vertebre, se attivate, non consentono alla regione compresa tra L5 e S1 di inarcarsi. 

2. Il fatto che il diaframma è un muscolo a forma di cupola, che si unisce allo psoas e, attivandosi (durante la contrazione necessaria ad inspirare nell’addome), “tira” lo psoas costringendolo all’azione (attraverso il riflesso di allungamento), e provocando l’inarcamento della regione compresa tra T12 e L5. 

Questi principi sono applicabili in qualsiasi inarcamento o posizione di estensione spinale (anche semplicemente nel mantenere una corretta stazione eretta). 

Mentre entriamo lentamente in Ustrasana o Kapotasana, nel momento precedente a quello in cui le mani toccano le caviglie, il retto addominale è costretto ad attivarsi, e le costole non possono sporgere. Il trucco è mantenere volontariamente questa azione mentre tocchiamo le caviglie con le mani. Quando sentiamo che le costole tendono a sporgere durante gli inarcamenti, possiamo avere la certezza che stiamo compromettendo la regione lombare (L5-S1). Questo è ciò che avviene alla maggior parte dei praticanti quando toccano terra durante un inarcamento, o mentre afferrano le caviglie durante Ustrasana e Kapotasana. In realtà siamo meno a rischio di infortunio mentre eseguiamo un drop back che non mentre ci solleviamo da terra in Urdhva Dhanurasana. E’ naturalmente un’azione difficile da controllare ed è più facile in realtà seguire queste indicazioni durante Ustrasana e perfino Kapotasana. La vera “arte” sta nel mantenere attivo il retto addominale anche negli stadi finali di questi inarcamenti. 

*

Supta Vira Uddiyan Pranayama: Questa è una delle mie attività mattutine preferite. Mi sdraio con le anche tra i talloni in Supta Virasana, una postura eccezionale per la stimolazione dei meridiani dello stomaco e per la tensione del nervo femorale. Quindi inspiro completamente e trattengo il respiro. Successivamente applico una pressione positiva del mento (ha-jalandhara bandha) per evitare sbalzi di pressione cerebrale. Di seguito, trattenendo il respiro, applico una pressione muscolare di co-attivazione nell’area del torace e dell’addome, simile ad una espirazione (ma senza espirare; ha uddiyana bandha e ha mula bandha). Questo crea un effetto simile alla manovra di Valsalva, che crea effetti positivi simili alla terapia all’ossigeno iperbarico, oltre a rilasciare qualsiasi tensione a livello della colonna. A questo punto espiro completamente e trattengo il respiro a polmoni vuoti. Ora espando il torace come se stessi inspirando (ma senza inspirare: tha uddiyana bandha), azione che risucchia i miei organi interni verso il torace, prevenendo qualsiasi forma di prolasso e stimolando i sistemi digestivo, immunitario e riproduttivo in modo davvero eccezionale.

*

Supta Bhekasana: (la posizione della rana rovesciata): Uno dei miei movimenti preferiti nella sequenza acquatica avanzata di Yoga Synergy, di cui questo video è un estratto. 

E’ davvero divertente passare da Supta Virasana a Supta Bhekasana. Dovete contorcervi e rigirarvi (autentico lessico yogico!) per portare le mani sotto i piedi. Mantenete il collo in sicurezza attivando tha-jalandhara bandha (gola in avanti, e testa sollevata), allungate la parte anteriore delle anche muovendo gli ischi in avanti e verso l’alto, e la parte superiore delle anche verso il basso per allungare la regione lombare. Quindi respirate diaframmaticamente per espandere la parte frontale del corpo, rilassare la colonna lombare, stimolare lo psoas e i reni, e far affluire il sangue al sistema digestivo. Iyengar diceva che queste posizioni sono un’autentica terapia se abbiamo mangiato troppo. Consigliava di mantenere queste posture per venti minuti, e poi, se ne avevamo voglia, potevamo tornare a mangiare! Che senso dell’umorismo aveva. Riusciva a rendere divertente l’apprendimento: non posso che ringraziarlo dal profondo del cuore. 

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Laghu Vajrasana: Utilizzo due forme. La prima si chiama Kulpha Laghu Vajrasana e veniva insegnata da Sri Pattabhi Jois nella seconda serie, proprio prima di Kapotasana. La seconda è Janu Laghu Vajrasana, una versione leggermente più avanzata dimostrata da Sri BKS Iyengar nel suo libro ‘Light on Yoga’. Entrambe le versioni richiedono molta forza a livello degli estensori delle ginocchia (quadricipiti); diversamente possono essere pericolose per le ginocchia. Il controllo eccentrico del muscolo retto addominale è la chiave per mantenere un’azione espansiva (tha) di Mula Bandha nell’area della vita e un’azione compressiva (ha) di Uddiyana Bandha nell’area toracica. Ci insegna che questo muscolo deve essere attivato non solo per entrare in questa posizione, ma per qualsiasi inarcamento (estensione spinale), incluso Urdhva Dhanurasna (anche qui il retto addominale deve entrare in azione se eseguiamo un drop back, ma non se entriamo nella postura sollevandoci da terra). Qualsiasi forma di respirazione è possibile, ma la migliore è inspirazione diaframmatica (o addominale) ed espirazione toracica (o passiva). Respirando in questo modo in questa posizione ci aiuterà a migliorare i nostri inarcamenti (attivando correttamente lo psoas come estensore spinale della regione T12-L4, evitando la dannosa iper estensione a livello L5-S1.

Il video che illustra queste informazioni purtroppo non ha una qualità del suono eccellente, ma è comunque un buon riferimento per chi volesse intraprendere questo nuovo e salutare percorso negli inarcamenti.