In Maremma, un grande Maestro: Simon Borg-Olivier

In questo ultimo anno mi sono molto concentrata sull’insegnamento nel luogo che ora posso chiamare Casa (sì, con la C maiuscola): la Maremma. Ho scelto di trasferirmi nell’area geografica italiana con la minore densità di popolazione rispetto al territorio. La natura qui è dominante, il traffico inesistente, le strade lunghe e circondate da un verde lussureggiante, e da ogni angolo il mare è raggiungibile in pochi minuti. Ho scelto di vivere a contatto con la natura, in un paesino medievale che conta meno di 1000 abitanti, a dieci minuti da Follonica, dove ho la fortuna di condividere con altri due bravissimi insegnanti, Stefano Berti e Giusy Termini, uno spazio dedicato interamente allo Yoga, Yoga Studio ASD. Proponiamo Ashtanga Vinyasa Yoga (e tengo al termine Vinyasa, perché legato al Vinyasa Krama di Krishnamacharya, l’arte di creare sequenze), Hatha Yoga e Iyengar Yoga. E il nostro comun denominatore è la costante ricerca, perché nella mia esperienza personale lo Yoga è, soprattutto, continua e incessante ricerca.

Come i miei lettori sanno ormai fino alla nausea, ho iniziato a praticare Ashtanga Vinyasa Yoga vent’anni fa, quando a Mysore ancora la scuola fondata da Sri K. Pattabhi Jois si chiamava Ashtanga Yoga Research Institute. E la parola Research mi è particolarmente cara, perché rappresenta la totale assenza di dogma, l’apertura verso tutto ciò che può rendere la pratica migliore, più completa, adatta a seguire il praticante nelle diverse fasi della sua vita. Tra i tanti maestri che negli ultimi anni hanno catturato la mia attenzione, come testimoniano i tanti articoli che gli ho dedicato sul mio blog, c’è Simon Borg-Olivier, maestro, tra gli altri, di Mark Robberds, che oltre ad essere insegnante di Yoga tra i più innovativi in Occidente, è anche un esperto fisioterapista. La sua immensa conoscenza dei meccanismi che regolano il corpo e la mente umana rendono i suoi insegnamenti di grandissimo valore non solo per chi pratica ma anche e soprattutto per chi insegna.

Da tempo desideravo proporre un seminario intensivo dedicato a pochi studenti, per poter garantire a tutti i partecipanti la massima interazione individuale con il maestro. Ho percepito ultimamente da parte di moltissimi praticanti e insegnanti di Ashtanga la necessità di integrare la pratica “tradizionale” con qualcosa che possa renderla adatta a tutti gli stadi dell’esistenza, lontana dai dogmi, sicura, in grado di nutrire il corpo e la mente, rendendo il praticante una persona in salute, calma, concentrata. Troppo spesso ho percepito in molte Shala un senso di aperta competizione (con se stessi e con gli altri), un accanimento verso la postura più difficile senza gli interrogativi che dovrebbero precederla, ovvero: ne ho bisogno? Mi serve, e a cosa esattamente? Sono davvero pronto per questa posizione? Il mio corpo è adatto ad eseguirla? E così via.

Ho studiato a lungo i testi di Krishnamacharya, le chart originali della pratica, ho sperimentato su me stessa le integrazioni proposte da chi ne sa più di me, e ho introdotto nella mia pratica asana e movimenti che, nel tempo, si sono dimostrati non solo utili, ma di grande beneficio. Desideravo confrontarmi con un insegnante che sapesse darmi qualcosa di più di quanto appreso tradizionalmente, negli anni, e di quanto sperimentato nella mia pratica personale.

Simon Borg-Olivier by A. Sigismondi

Simon Borg-Olivier ha accettato di venire a trovarci a Follonica, per un intensivo di due giorni in cui esploreremo metodi rivoluzionari per lavorare su postura, movimento e respiro, e per accedere al sistema nervoso in modo tale da diventare davvero padroni del nostro corpo fisico ed energetico. I metodi di Simon sono terapeutici e possono essere di grande aiuto nell’alleviare tensioni fisiche e mentali. Le sessioni includeranno istruzioni dettagliate sulla postura, sul movimento e sul respiro, seguite da una pratica vinyasa priva di istruzioni verbali e guidata dalla musica, in cui seguiremo Simon in uno stato meditativo. Impareremo a sviluppare una pratica personale che ponga al centro il benessere fisico e mentale, rendendoci in grado di reagire con più prontezza anche ad eventuali future problematiche muscolo-scheletriche.

Durante questo intensivo scopriremo i movimenti spinali che rinforzano i muscoli del “core” promuovendo la salute dei nostri organi interni. Scopriremo come attivare la forza del nostro corpo fisico mantenendo una colonna vertebrale priva di dolore. Capiremo cos’è l’energia interiore, in che modo possiamo aiutare il nostro sistema immunitario, come respirare per migliorare la circolazione sanguigna e ridurre lo stress. E infine, sperimenteremo la meditazione in movimento e nell’immobilità del corpo.

 

Non potremmo desiderare niente di più! Siamo quasi al completo, sono ammessi al massimo 24 partecipanti, e restano solo due posti disponibili. Un’occasione unica e irripetibile. Tuffi, tramonti spettacolari immersi nel verde delle pinete maremmane sono ovviamente inclusi.

Tutte le informazioni sono a disposizione sull’evento facebook: per iscriversi, inviatemi subito una mail: fmderrico@gmail.com.

Vi aspetto sul tappetino insieme al grande Simon.

Yoga & Injuries part 1: intervista a John Bultman (ITA/ENG)

John Bultman, KPJAYI Authorized Teacher

Inizia con questo post un progetto che accarezzo da tempo: ovvero portare agli studenti il punto di vista di insegnanti qualificati e famosi sul rapporto tra Yoga e infortuni. L’obiettivo di queste interviste, che pubblicherò in italiano e in inglese, è proprio quello di offrire a chi affronta un incidente, una riabilitazione post-traumatica o un infortunio da usura, il consiglio di chi ha anni di seria esperienza sul tappetino. Il primo degli insegnanti che ho intervistato è John Bultman, insegnante di Ashtanga KPJAYI Level 2, protagonista lo scorso anno di un grave incidente motociclistico a Mysore. La sua bellissima storia sul recupero della pratica è stata raccontata da Alessandro Sigismondi in uno splendido videoracconto.

Francesca d’Errico: La storia del tuo incidente è diventata subito pubblica, un passo davvero coraggioso e di grande aiuto per la comunità Yogica. Nello Yoga, si tende sempre a tenere nascosto l’aspetto degli infortuni, forse per paura di danneggiare l’immagine di questa disciplina. Inoltre molti praticanti si rivolgono allo Yoga come se fosse la panacea per tutti i mali. Qual è il tuo pensiero a questo proposito?

 

John Bultman: E’ vero, noi praticanti a volte tendiamo a nascondere i nostri infortuni. In questo caso, non era possibile farlo, ero circondato da amici quando è successo e per quanto volessi scappare, non potevo farlo. Alessandro (Sigismondi, n.d.t.) mi ha chiesto di farne un video, e ho pensato che fosse una bella idea condividere la mia storia, perché può aiutare gli altri ad affrontare un infortunio non come  se fosse un ostacolo, ma come un’opportunità per imparare qualcosa di più su noi stessi. Gli infortuni “da tappetino” sono un po’ diversi e molti di noi pensano che sia meglio tenerli nascosti, o semplicemente dimenticano di parlarne. Per quanto riguarda il concetto di Yoga come “panacea di tutti i mali”, dopo questo infortunio sono molto grato alla fisioterapista che mi ha aiutato giorno dopo giorno. Ho mantenuto una mente aperta durante la terapia, tuttavia, segretamente, speravo che una volta tornato sul tappetino tutto sarebbe tornato come prima. Dopo 4 mesi le cose andavano abbastanza bene, ma le pose di equilibrio su una gamba sola erano ancora tentennanti; inoltre, facevo fatica a salire le scale e ad allungare il passo. Mi sono rivolto di nuovo alla fisioterapista al mio rientro a casa (negli Stati Uniti), e mi ha aiutato sia con la trigger point therapy che attraverso esercizi specifici. Avrei potuto forse incorporare questi esercizi nella mia pratica fin dall’inizio, ma finché non ho avuto una prospettiva diversa, ho inavvertitamente evitato le parti in cui la mia pratica era meno sicura.

Spesso penso che la pratica serva a massimizzare la nostra salute e rafforzare la nostra mente, ma se non accendiamo le luci in tutte le stanze, spesso è troppo buio per trovare l’interruttore giusto e un insegnante può aiutarci a trovarlo. La pratica contiene molti segreti per farci sentire meglio, ma spesso siamo proprio noi a non vedere (o a non voler vedere) proprio gli aspetti che ci servono.

Mi piace pensare in grande, e mi piace credere che la pratica rappresenti un’ora e mezza in cui riusciamo ad accumulare potere, salute, forza e flessibilità, e in cui forse possiamo imparare a diventare esseri umani più resilienti. Addirittura, mi piace credere che possiamo in questa vita diventare liberi dalla sofferenza, proprio grazie alla pratica. Ma questo pensiero comprende una pratica quotidiana intensa e in grado di muovere l’infinitamente piccolo… se abbiamo la fortuna di avere dalla nostra energie più “alte”.

Francesca d’Errico: quali infortuni hai affrontato nella tua esperienza di yogi, a livello personale e con i tuoi allievi? E quali sono le cause principali?

John Bultman: gli infortuni possono durare un attimo, giorni, anni e addirittura una vita intera. Sono proprio queste dolorose esperienze a lungo termine, quelle in grado di metterci alla prova e di risvegliare la pratica più autentica. Lo Yoga “avviene” quando guardiamo dentro queste circostanze senza fuggire e senza arrabbiarci. E’ importante prendersi cura di questo dolore, come faremmo con un bambino: assisterlo ed ascoltarlo, continuando a praticare con pazienza. E’ anche divertente notare in quale parte del corpo si localizzino gli infortuni. Cambiano area in momenti, giorni o anni diversi? E se non sono “fissi”, forse c’è qualcosa che possiamo fare per migliorarci o per prevenire il dolore in futuro (Yoga Sutra II, 16 e II, 35). Quando ripenso agli infortuni che ho subito praticando (stiramento ischio-crurale, alluce fratturato, costole incrinate, dolore al ginocchio e al collo, alla schiena o al polso), mi sembra che per la maggior parte derivino da incidenti precedenti o da abitudini posturali che avevo prima di cominciare a praticare. Ad esempio, quando ho iniziato a praticare Yoga, ho notato come la maggior parte dei miei dolori e la loro localizzazione nella parte destra del corpo derivassero dalla mia passione per lo skateboard, un’attività fortemente asimmetrica che ho praticato per 20 anni, e che ha sbilanciato il mio corpo in modo importante. Forse, se ho praticato così a lungo uno sport come lo skateboard è stato proprio per un mio atteggiamento mentale. Penso che molte attività sportive e stili di yoga tendano a sviluppare asimmetrie nel corpo e nella mente (ad esempio: se l’equilibrio sulle braccia è il vostro forte, come sono i vostri inarcamenti? E viceversa). Con l’Ashtanga, nel momento in cui mi compiaccio dei miei inarcamenti, devo passare ad una posizione di equilibrio sulle braccia o a una profonda flessione in avanti. Il mio attuale livello di pratica dell’Ashtanga Yoga, secondo l’insegnamento dei miei maestri, non provoca asimmetrie e i miei insegnanti hanno la pazienza e l’esperienza di sapere quando è il momento giusto di farmi avanzare nella pratica. Gliene sono molto grato.

Francesca d’Errico: Con l’età, il nostro corpo cambia, anche se pratichiamo ogni giorno. Come è cambiato il tuo rapporto con l’Ashtanga, negli anni? E l’invecchiamento ci rende più esposti agli infortuni? Se sì, cosa consigli ai praticanti che festeggiano 50, 60 anni o più?

John Bultman: Oh wow. Voglio sperare di essere cambiato, di essere più attento e paziente, ma devo ammettere di essere ancora un bel casino! I miei studenti hanno tra i 19 e gli 89 anni. Ho iniziato a praticare a 19 anni e all’epoca ero davvero immaturo. Penso che l’età sicuramente ci renda meno elastici fisicamente e mentalmente.  E’ più facile modellare i rami giovani di una pianta, perché quelli più vecchi tendono a spezzarsi più facilmente. Ciò nonostante, c’è sempre spazio per il cambiamento, anche se forse richiede tempi più lunghi rispetto a quando si è più giovani. E poi dobbiamo naturalmente pensare al motivo per cui pratichiamo, che dal mio punto di vista non è quello di diventare più flessibili (basta un contorsionista per far impallidire anche lo yogi più esperto). Penso che imparare a reagire allo stress sul tappetino sia un insegnamento da portare nella vita di tutti i giorni, e può forse aiutarci ad affrontare in modo positivo la nostra morte. Gli studenti più anziani che continuano a praticare quotidianamente sembrano cogliere meglio questo aspetto. La loro esperienza di vita li rende più ricettivi agli insegnamenti più sottili della pratica (come il pranayama, i mudra, etc) e meno interessati agli asana o agli aspetti esteriori. Da questo punto di vista, diventare maturi è l’opportunità per praticare il distacco dagli asana, e guadagnare una conoscenza più profonda dei meccanismi della mente e del respiro.

Francesca d’Errico: Come reagisci agli infortuni? Che consiglio daresti ad uno studente che si trova ad affrontare un infortunio?

John Bultman: Spesso dico che gli infortuni sono come le persone. Qualcuno ti piace subito, altri ti lasciano indifferente, altri ancora proprio non ti piacciono. Senza una pratica costante e a lungo termine, è impossibile accorgersi, ad esempio, che l’inarcamento che odiavamo tanto ora è quello che preferiamo. Vorrei poter dire che sono paziente e gentile nei confronti dei miei infortuni, ma in realtà spesso sono impaziente e agitato. A chi sta affrontando un infortunio, e stranamente questo gruppo comprende la maggior parte delle persone che conosco, voglio dare questi consigli:

1- Muovetevi lentamente e localizzate i bandha.

2- Ricominciate a praticare in stile Mysore. Se volete una guidata, provate prima a casa e vedete come va.

3- Lavorate sempre con il respiro sul lato dell’infortunio, tenendo la posizione un po’ più a lungo (10 respiri o più) ed esplorando il vostro limite.

4- Siate diligenti nel rafforzare le parti del corpo non interessate dall’infortunio. Vi aiuterà.

5- Siate felici di voi stessi, gioite per gli altri, e proponetevi di essere di aiuto.

6- Inerzia – continuate a muovervi: la mente tende a fissarsi sulle parti del corpo doloranti.

7- Studiate

8- Ricordate come vi sentivate prima, e pensate a come state ora; coltivate una memoria tattile soprattutto negli asana in cui il tatto è coinvolto (il ricordo delle dita che toccano una parte del corpo, del piede che tocca la testa etc.)

9- Siamo esseri in continuo cambiamento; gli infortuni non sono eterni, cercate di dimenticare intenzionalmente le abitudini posturali che hanno provocato l’infortunio.

10- Praticate sentendovi super flessibili, ma senza preoccuparvi di come apparite (io, ad esempio, penso ai miei amici più flessibili e nei giorni migliori cerco di coltivare questa sensazione nella mia pratica).

Francesca d’Errico: Gli infortuni da usura, in tutte le attività fisiche, derivano dalla continua ripetizione degli stessi movimenti. Ti sembra che questo concetto sia in contraddizione con la pratica tradizionale dell’Ashtanga Yoga, in cui la maggior parte degli studenti è ferma per anni alla prima serie? Che consiglio daresti a questi praticanti? 

John Bultman: Si tratta di infortuni che possono accadere in qualsiasi attività, e direi che questa pratica è una tra le più complete attività fisiche. Detto questo, è anche uno strumento molto potente, e se usato in modo errato può sicuramente fare danni al corpo e alla mente. Le sequenze della seconda serie e delle serie più avanzate si radicano profondamente nella prima serie; quando pensiamo di avere “bisogno” degli asana delle serie avanzate, dobbiamo tornare agli asana della prima serie e studiarli con più attenzione. Nel tempo, ogni volta che ho pensato di aver capito qualcosa della prima serie (addirittura dei saluti al sole), studiando con più profondità e con insegnanti preparati ne ho scoperto aspetti sconosciuti. Il mio consiglio è di approfondire sempre, alla scoperta degli aspetti più sottili. C’è sempre qualcosa che non ci è stato ancora rivelato.

ENGLISH VERSION:
This is the first interview of a series dedicated to Yoga and injuries, a project I had in mind for a long time. Through the experience of famous and qualified teachers, we can learn how to maximize recovery and learn the profound lesson of injuries on and off the mat. 
John had a very serious bike accident in Mysore last year, and Alessandro Sigismondi filmed his story. Here, he tells us how he dealt with his recovery, and gives us his advice.

FDE: You went very public with your accident and recovery story, and I personally think this is a very brave step, extremely helpful to the community. There is always this feeling that injuries should be kept hidden, because they could damage the image of Yoga. People tend to think yoga is a “cure all” therapy/discipline. What is your view on this concept?

JB: Yes, we practitioners sometimes we do keep injuries hidden. This particular injury was public from the beginning and I would not say I made too much effort to make it public as there were so many friends around when it happened that luckily I could not escape as much of me wanted to. Alessandro asked me to do a video and I thought it would be a nice idea to share the story so others hopefully feel like their injuries won’t necessarily hold them back but that they may be opportunities to learn a bit deeper aspect of ourselves. Injuries that happen on the mat are a bit different and many of us do I think feel we need to keep them hidden more or perhaps merely just forget to mention them. Regarding the ‘cure all’ aspects, After this injury I was grateful to have a very kind physical therapist teacher come and help me every day. I was open to the process and she was helpful, however, secretly I did think that once I could get back on the mat everything would come back and would take care of everything. After 4 months things were going well, but some leg balancing poses were still weak and I was having a hard time climbing stairs and taking big steps. I went again to a physical therapist (PT) back home (US) and they helped me both with trigger point therapy as well as by giving me exercises. These exercises I could have perhaps incorporated into my practice from the beginning but until I had another perspective I was skipping over weaker portions of my practice unintentionally.

I think often the practice can serve to maximize our health and mind however, if we don’t have all the lights turned on in all the rooms it is often too dark to find the light switch and so a teacher (which I did not have back home) can help us find it. The practice holds many of the secrets to get better but we often don’t/don’t want to see certain parts.

I do like to think big and I like to believe The practice could be the most powerful 1.5 hours we spend if we are masters of efficiency, that we could gain so much health, strength and flexibility, and could perhaps we could become kinder more resilient human beings. That we could even perhaps in one lifetime get liberated from suffering. But this big thinking involves a bigger scale that involves a daily practice that may move microns…if we are lucky enough to have the bigger forces on our side.

FDE: What are the injuries you faced in your yogic experience, both personally and with students? And what are the main causes?

JB: Injuries may last seconds, days, years, or perhaps lifetimes. It is these longer term painful experiences that really challenge us and are often where the yoga practice may happen. Yoga happens when we look into these patterns and don’t run from or get angry at them. It is important to care for these injuries as we would a child, nurture and listen to them, but still to practice and have patience with them.

It is also kind of fun to look a bit deeper particularly at the longer sustained injuries into the ‘cause’ of the injury which seems to stem from some mental patterning. It is also fun to trace the location of the injury through time. Does it move moment to moment, day to day, year to year? Then to ponder if they aren’t fixed things is there possibly something I may do to expedite their movement or help prevent (Yoga Sutras II 16) future pain (Yoga Suturas II 35).

When I look a bit deeper into injuries that may have happened while I was practicing on my mat (i.e. hamstring tear, broken toe, popped out rib, knee pain, neck pain, pinched back, wrists….etc, etc.) it seems Most of my injuries on the mat were from previous accidents or habituated patterning of thought that was in in place before yoga and resurfaced on the mat. For example, when I first started yoga practice I realized many of my maladies and perhaps the reason my right side was so different was because I spent 20 years wrecking my body skateboarding in an asymmetrical activity that inherently off centered my body. Another thought though is that perhaps part of the reason I chose skateboarding for so long with a particular stance was because of previous patterning of thought.  It is my thinking that most activities/sports and even perhaps some ‘yoga’ styles (i.e. if you are good at arm balances how is your backbend and vice versa?) develop asymmetries in the body and mind. The minute I think my backbends are going well I have to do an arm balance or deep forward fold. Where I am at now it Ashtanga vinyasa yoga as taught by my teachers, seems less likely to foster these asymmetries and my teachers have been patient enough to know when is the right time for me to move deeper and for that I am grateful.

FDE: With age, our body change, even if we practice every day. Has your approach to Ashtanga changed in any way through the years? And do you think that aging makes us more prone to yoga injuries? If yes, what would you suggest to the experienced practitioners who are now entering their 50s and 60s?

JB: Oh wow. I would like to think I have changed and am more careful and patient but I am still a mess honestly. My yoga students range in age from 19-89. I went to my first yoga class when I was 19 and was in a completely different somewhat immature headspace. I think aging certainly makes the suppleness of mind and body a bit more difficult. As Espalier or spalliera(training trees to grow up walls or in patterns) is likely done with young saplings as older limbs might tend to be more brittle. I think the axioms and dendrites are a little less malleable when one ages but potential for change is still there, it just may take a bit longer than when you are younger.

Then of course we need to reconcile that with why we are practicing which in my view is not to be more bendy (there are contortionists that will likely be able to out posture anyone). I think how we learn to address stressful situations on the mat is an opportunity for how we behave off the mat and perhaps even one day how we might react for our very own death. In this way older practitioners that practice regularly and stick to it for a few years seem to get this (abhyasa vairagya) a bit better than younger students. Older students because they have experienced a bit more of life are also better equipped to understand the subtle parts of the practice (pranaayama, mudra, etc) and are less focused on only what can be seen. In this way we can look forward to our aging as we drop our attachment to asana and gain insight into the subtle underpinnings of how the mind works and linking with the breath.

FDE: How do you react to injury in your practice? What would be your advice to a student that is facing an injury?

JB: I often say postures or injuries are like people in the world. Some of them you like right from the start, some you are indifferent towards and some you don’t like. Without practice for a long time one may never get to see that the backbend they hated for years they now love. I would like to say that I am kind and patient with my injuries in my practice, but I still get impatient and agitated. For those that have an injury which strangely enough seems to be most people that I know here are a few things that may help:

  • Move slowly to and find bandhas
  • Start in mysore (self-practice) setting if you want a counted led class try to do at home first and see how it goes
  • Work with the breath on injured parts holding perhaps a little longer (~10 breaths) to explore limits
  • Be diligent about strengthening non injured parts they will help out
  • Rejoice in self and others and set intention to help
  • Inertia – keep moving something as a stuck mind will tend to fixate on the hurt parts
  • Study
  • Remember the way it felt before as well as how it feels now and cultivate some tactile sweet memory (i.e. the feeling of fingers to toes or feet to head…etc) particularly where touching is involved
  • As you are a changing thing the injuries may not be fixed forever so try to Intentionally forget those injured patterns of movement
  • Practice to feel like the bendier folk but not necessarily look like them (i.e. I always think of the way my friend looks in backbends and on a good day try to cultivate that feeling in my practice)

FDE: Wear-and-tear injuries in any physical activity come from continuous repetition of the same moves. Do you feel this is in contradiction with the traditional Ashtanga practice, where only few students can practice more than one sequence? The majority are stuck in Primary for many years. What would be your advice to them?

JB: Wear-and-tear injuries can happen in any activity and I would argue that this yoga practice as I said before is a more comprehensive body technique most other activities. That said, in some ways it is like a power tool and if used incorrectly or in the wrong hands may damage the body and mind.

Intermediate and Advanced postures have their roots in primary series and so anything that someone feels they may ‘need’ from another series is mostly in primary series if primary is investigated more thoroughly. Time and time again when I think I ‘had’ or understood something in primary series (or even sun salutations) deeper insight continues to be elucidated from a good teacher or through my own investigations.

My advise is to always look deeper and keep digging more and more subtle. There could be something we are missing.

Francesca d’Errico