Un approccio avanzato alla Prima Serie: part 3

Proseguo con il post di oggi le istruzioni alll’approccio avanzato alla prima serie proposto da Anthony Grim Hall. Personalmente, considero questo approccio una traccia, su cui ognuno può elaborare la pratica di cui sente bisogno. Come suggerisce lo stesso Anthony, è possibile anche mantenere la pratica tradizionale, selezionando uno o due asana da eseguire in forma di Mudra. Per quanto mi riguarda, al momento trovo grande beneficio alternare le mie serie tradizionali a quella proposta da Anthony, con la sola aggiunta di un paio di asana in piedi, e un paio seduti. Per quanto riguarda le istruzioni relative al Pranayama da eseguire nelle posture, che troverete molto dettagliato, io per ora mi limito a mantenerle per 6-10 respiri lunghi e lenti, con un Kumbhaka di 2-5 secondi al termine delle ultime due espirazioni. Mi piacerebbe condividere periodicamente le impressioni e le sensazioni che questa pratica mi trasmetterà, quindi non escludo di tornare sull’argomento in futuro, magari anche con i vostri commenti. Passiamo ora però ai primi asana seduti, con i dettagli sull’esecuzione. E non perdetevi i prossimi post per proseguire insieme in questa esplorazione della pratica di Krishnamacharya. Buona lettura!

Un Approccio Avanzato alla Prima Serie part 3 – di Anthony Grim Hall

Dandasana/Pashimattanasana/ Asvini Mudra

 
Come eseguire Asvini Mudra

Asvini mudra viene inserito tra Dandasana e Paschimottanasana; prima di entrare nell’asana possiamo quindi praticare queste posizioni come un mudra. Il terzogenito di Krishnamacharya, T.K.Sribhashyam ci spiega che suo padre suggeriva di praticare Kapalabhati pranayama a questo punto, per 32 o 64 volte. Possiamo anche praticare 12 round di Ujjayi pranayama, sama vrtti (uguale durata) – mantenendo la stessa lunga e lenta inspirazione, magari per 8-10 secondi, seguita dal Kumbhaka (trattenimento del respiro), ed un’altrettanto lenta e lunga espirazione, a sua volta seguita da un Kumbhaka. Dopo l’espirazione possiamo accedere con più profondità Uddiyana Bandha e Mula Bandha. Jalandara Bandha viene mantenuto per tutta l’esecuzione del mudra.

Come ho menzionato nei post precedenti, possiamo scegliere di concentrare il nostro drishti su Bhrumadhya (il punto tra le due sopracciglia), quando la testa è rivolta verso l’alto, e verso Nasagra (la punta del naso), quando la testa è rivolta verso il basso (come in questo caso, in cui Jalandara Bandha è coinvolto).

I Mudra unificano corpo e mente, quindi suggerisco di impiegare anche un punto di concentrazione interno.

 
Krishnamacharya in Paschimattanasana

In Asvini Mudra, durante l’inspirazione possiamo spostare la concentrazione da Mula (perineo) a Sroni (centro della pelvi), Nabhi (ombelico), Hrdaya (centro del cuore), e Kantha (la parte posteriore della gola). Il focus è Bhrumadhya (il punto tra le due sopracciglia) nel Kumbhaka successivo all’inspirazione. Durante l’espirazione il focus è invece su Nabhi. Lo stesso approccio indicato per Asvini Mudra si adatta anche a Paschimattanasana. Dato che ci troviamo in una profonda flessione, ci fa gioco un’espirazione profonda, un Kumbhaka e l’impiego accentuato di Uddiyana Bandha. Sull’inspirazione, più breve, possiamo rilassare leggermente Jalandara Bandha ed eventualmente alleggerire la flessione, per poi tornare ad approfondirla, insieme a Jalandara Bandha, durante l’espirazione, in tempo per il Kumbhaka successivo. Krishnamacharya consiglia di mantenere Paschimattanasana per circa 10 minuti e la considera una posizione chiave, da praticare quotidianamente insieme alla sua contro-posizione, Purvotanasana.

Per informazioni più precise sulla pratica dei mudra e sulla concentrazione interna, suggerisco la lettura di “Emergence of Yoga”, di T.K. Sribhashyam.

Gli Asana asimmetrici praticati come Mudra 

 
Anthony esegue alcuni asana asimmetrici come Mudra

Il Vinyasa dovrebbe essere di supporto agli asana, o quantomeno portarci verso le posizioni piuttosto che allontanarcene. Troppo spesso la nostra concentrazione è rivolta all’ingresso in una posizione invece che alla nostra permanenza in essa. A volte mi chiedo come sia possibile trovare “agio e stabilità(sthira sukham) in soli 5 respiri prima di tornare al nostro amato Vinyasa. Sicuramente non era questa l’intenzione di Krishnamacharya o dei suoi discepoli. Krishnamacharya parla di una permanenza negli asana più lunga, di respiri lenti (proprio come diceva lo stesso Pattabhi Jois); suggeriva un Kumbhaka in molti degli asana da lui descritti e spesso approcciava le posizioni come veri e propri mudra. I Mudra uniscono mente e corpo; e con Janu Sirsasana, Tirieng Mukha Eka Pada Paschimattanasana e Ardha Baddha Padma Paschimattanasana possiamo sperimentare l’esperienza del Mudra prima di entrare appieno nella postura.E’ sufficiente fare una pausa nel conteggio dei Vinyasa prima di flettersi in avanti, rallentare l’espirazione (raddoppiando la sua lunghezza rispetto all’inspirazione: 8-10 secondi la prima, 4-5 la seconda, ritraendo il mento per attivare Jalandara Bandha, impiegando Uddiyana Bandha – e conseguentemente Mula Bandha – al termine dell’espirazione. Come alternativa, possiamo eseguire un Kumbhaka dopo l’inspirazione, della durata di 5, 10 o 20 secondi con l’aiuto di un Mantra, mantenere la postura per 5 minuti o per 6,12, 24 respiri per poi flettersi in avanti ed eseguire un breve Kumbhaka sopo l’espirazione. Ripetiamo subito da lato opposto o pratichiamo un gradito Vinyasa tra i due lati. Possiamo selezionare una decina di asana da praticare con questo approccio, o sceglierne una diversa da esplorare ogni giorno o ogni settimana.

Maha Mudra (il grande sigillo) 

L’approccio avanzato alla Prima Serie si basa sull’interpretazione degli asana come Mudra.

 
Maha Mudra eseguito da Krishnamacharya

Tradizionalmente, i Mudra sono gesti delle mani con cui si accompagnano i Mantra: tuttavia il terzogenito di Krishnamacharya ci informa che, in seguito, i Mudra furono inseriti nelle pratiche Yoga come posizioni che coinvolgevano tutto il corpo. L’intenzione era però la stessa: unire attraverso un’azione mente e corpo.

I Mudra sono sempre stati praticati con la respirazione Ujjayi. In questo caso, l’espirazione tende ad essere più lunga dell’inspirazione, e il respiro è più lento rispetto a quello della nostra pratica regolare. Si impiegano Drishti, Bandha e Kumbhaka, tradizionalmente dopo l’espirazione. Maha Mudra è chiamato il grande sigillo perché praticandolo riusciamo ad accedere ai tre bandha principali: Mula, Uddiyana e Jalandara.

Ramaswami, seguendo le istruzioni di Krishnamacharya, ci incoraggiava a praticare Maha Mudra ogni giorno per 5 minuti. Lo considerava un elemento chiave della pratica quotidiana, anche se è naturalmente possibile praticarlo in qualsiasi orario: io per esempio lo pratico la sera, prima di Baddha Konasana, e di Padmasana, in cui mi soffermo per il Pranayama e la meditazione.

E’ possibile anche inserire Maha Mudra all’interno della pratica Ashtanga tradizionale, soffermandoci per 6, 12 o 24 respiri prima di fletterci in Janu Sirsasana.

Bharadvajasana 

 
Krishnamacharya in Bharadvajasana

Rompo le mie stesse regole includendo Bharadvajasana in questa alternativa alla Prima Serie.

In mia difesa, devo dire che non la trovo più difficile di Marichiyasana D, che Krishnamacharya aveva inserito in questo gruppo intermedio di asana, e che Pattabhi Jois spostò in seguito nella sua Prima Serie. I miei problemi alle ginocchia mi hanno portato a preferire come torsione Bharadvajasana, e in seguito mi sono innamorato di questo asana. Krishnamacharya lo approccia come un Mudra e suggerisce di mantenerlo dai 12 ai 48 respiri, inserendo il Kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione. Nella sua pratica, lo esegue sia nella sua forma tradizionale, con lo sguardo rivolto dietro la spalla, che con la testa rivolta in avanti e l’esecuzione di Jalandara Bandha, forse durante il Kumbhaka.

Per recuperare il regolare flusso sanguigno, che sembra arrestarsi a causa del braccio che passa dietro la schiena per afferrare il piede con la mano opposta, è necessaria un po’ di pratica. Per sua natura, questo asana, con la torsione e la doppia legatura data dalla posizione delle braccia, è una vera sfida per il respiro e per il Kumbhaka.

(continua – traduzione e commenti di Francesca d’Errico)

Un approccio avanzato alla Prima Serie: part 2

Un blog è in definitiva un diario pubblico, l’evoluzione di un percorso personale condiviso. Negli ultimi mesi ho sentito il bisogno, nella mia pratica, di rivolgermi all’interno piuttosto che all’esterno, alla ricerca di maggiore chiarezza sullo Yoga che ho tanto esplorato in 20 anni, attraverso seminari, workshops, corsi per insegnanti, pellegrinaggi in India e naturalmente pratica continua individuale e con diversi maestri. Devo inoltre aggiungere che ero abbastanza stanca del moderno approccio allo Yoga, orientato al risultato immediato – dove tra l’altro per risultato immediato non parliamo di salute fisica e mentale, ma prevalentemente  dell’asana più complicato possibile, e non in un anno o due, ma dalla sera alla mattina, e spesso a costo di infortuni; non attraverso una pratica quotidiana e disciplinata peraltro, ma attraverso uno shopping continuo di insegnanti, metodi, stili, in centri yoga che ormai assomigliano sempre di più alle palestre da cui, vent’anni fa, ero fuggita, e dove ci si presenta con leggings all’ultima moda e possibilmente truccate e pettinate. No, grazie! Insomma, avevo bisogno di uno spazio mio, personale e intimo, e di un’ispirazione autentica.

Uno degli aspetti più belli del web, croce e delizia per chi pratica, è la possibilità di ricercare e di studiare in profondità, di esplorare nell’intimità del proprio spazio quello che lo yoga ha da offrirci. Naturalmente continuo a consigliare a chi muove i primi passi su questo percorso di rivolgersi ad un maestro (evitando di fare shopping di tradizioni, ma provando almeno per qualche anno a scegliere una strada da seguire con continuità: e a questo proposito nelle prossime settimane dedicherò una serie di post alle scuole di Yoga di mia conoscenza che sento di raccomandare a chi vuole iniziare).Tuttavia devo rimarcare che, nonostante l’Ashtanga sia forse il metodo più popolare sui social, ben poco viene detto a proposito dell’approccio proposto dal Guru di Pattabhi Jois, Krishnamacharya. Riscoprire l’approccio di questo grande Maestro, soprattutto nel suo periodo a Mysore, tra gli anni ’30 e ’40, è veramente illuminante. I suoi attuali discepoli tendono a concentrarsi sul lavoro del tardo Krishnamacharya, quello più vicino alla terapia, e non altrettanto sul suo impegno nello sviluppo di quella pratica che divenne poi, con Pattabhi Jois, l’Ashtanga che tutti conosciamo.

Tornando alla mia esperienza recente, molti di voi avranno letto il mio precedente post, dove viene descritto l’approccio avanzato alla Prima Serie proposto da Anthony Grim Hall, autore di un popolarissimo blog, praticante molto avanzato di Ashtanga Yoga, nonché allievo di Ramaswami, uno dei più fedeli diretti discepoli di Krishnamacharya.  E’ un approccio che ho recentemente deciso di inserire nella mia pratica personale alcune volte alla settimana e di cui vi darò via via impressioni dettagliate. Prima di farlo, però, vorrei concludere quanto scritto nel post precedentedandovi i dettagli, scritti direttamente da Anthony, degli asana e dei mudra che lui stesso pratica seguendo lo schema proposto da Krishnamacharya. Poiché gli Asana non sono pochi, lo farò “a puntate”, in modo da dare a tutti voi il tempo di digerire le informazioni e trarre il massimo beneficio da questo eccellente modo di praticare.

Cominciamo oggi quindi ad esplorare come iniziare questo tipo di pratica, con le sue prime quattro componenti fondamentali: Uddiyana Bandha, gli asana di inizio e fine della pratica, Ardho Mukha Svanasana (l’asana ricorrente durante tutta la pratica) e Trikonasana.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – part 2: Asana e Mudra

Uddiyana Bandha

Molte se non tutte le immagini che troverete in questo post mostrano un accentuato Uddiyana Bandha: lo scopo è attirare l’attenzione sul respiro (lungo e lento) e in particolare sul Kumbhaka (trattenimento del respiro in inspirazione o espirazione). Un Uddiyana Bandha così esasperato come quello delle foto viene solitamente praticato al termine dell’espirazione, tuttavia è possibile utilizzare un Uddiyana Bandha più sottile, anzi ve lo consiglio soprattutto durante le prime esperienze con questo tipo di pratica.

Espirate completamente e prima di inspirare risucchiate l’addome (al di sotto e al di sopra dell’ombelico, verso l’interno e verso l’alto). Mula Bandha seguirà quasi automaticamente. Trattenete per 2-5 secondi.

Personalmente, un Uddiyana molto profondo mi distrae dalla quiete del Kumbhaka, i bandha dovrebbero essere una sorta di pratica di sottofondo, più sottile.

Krishnamacharya diceva che durante il Kumbhaka incontriamo Dio. Mi permetto di andare oltre e di suggerire che nel Kumbhaka vediamo Dio, o la sua assenza (n.d.t.: personalmente nel Kumbhaka io incontro una sorta di arrendevolezza all’infinito).

Quando affronto la pratica in questo modo (da anni ormai), trovo una quiete, una calma profonda che nelle giornate migliori accompagna i miei kumbhaka e resta poi con me per tutto il resto del giorno.

N.d.T. L’esecuzione dei Kumbhaka durante la pratica degli asana è un modo davvero eccellente per esplorare in profondità Uddiyana Bandha, e percepirlo con grande chiarezza. Concordo pienamente con il senso di quiete che deriva da questa pratica, e che resta per tutta la giornata. Devo dire inoltre che la pratica attenta di Uddiyana bandha, con l’esecuzione dei Kumbhaka, rende incredibilmente più leggeri i vinyasa tra una postura e l’altra, perché Uddiyana viene automaticamente attivato quando necessario, grazie forse anche alla nostra memoria muscolare (Francesca d’Errico).

Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana (opzionali) 

L’inizio e la fine della nostra pratica 

Anthony in Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana

Se non vogliamo alterare troppo la nostra pratica Ashtanga tradizionale, possiamo scegliere di iniziare e terminare la nostra pratica con un mudra, o con un asana interpretato come mudra.

Vriksasana/Bhagirathasana. La prima postura sembra essere una evoluzione o variazione dell’asana – Upasthana – con cui gli Yogi delle scritture Vediche salutavano il sorgere del sole (Sury Upasthana significa “stare in piedi davanti al sole”). Forse è stato il primo asana in assoluto. Dato che il sole impiega circa mezz’ora a sorgere, suggerisco una permanenza più lunga in questo asana. Bhagirathasana è considerato un asana Rishi, e prende il suo nome da Re Bhagirath – e dalla sua devozione alla pratica del tapasya (penitenza) – spesso raffigurato come un uomo in piedi su una gamba sola, con le braccia sollevate sopra la testa, nella speranza di far tornare il Gange.

Se il mezzo loto è troppo difficile per voi, Uppasthana o Ardha Candrasana, con la pianta del piede appoggiata all’interno della coscia è un’alternativa accettabilissima e forse anche più tradizionale. Ramaswami definiva gli asana su una gamba sola come posture tapas. Possiamo quindi iniziare la nostra pratica mantenendo questa postura per 12 respiri ad ogni lato, con l’espirazione più lunga dell’inspirazione, una sorta di Kumbhaka al termine dell’espirazione, e il drishti rivolto alla punta del naso (Nasagra), all’orizzonte (Taraka) o nel punto tra le due sopracciglia (Bhrumadhya). Possiamo anche inserire questo asana come preparazione, evoluzione o variazione prima di Ardha Baddha Padmottanasana, in modo da rendere più costante il battito cardiaco, ed eventualmente anche dopo Utthita Eka Pasasana. Le braccia posizionate sopra la testa sono di aiuto nell’esplorazione di Uddiyana Bandha perché sollevano la cassa toracica, azione che rallenta il respiro e il battito cardiaco. Il Kumbhaka acquieta la mente. Per queste ragioni, sollevare le braccia sopra la testa al termine della nostra pratica può essere utile, soprattutto prima di dedicarci al Pranayama.

Parvatasana è l’asana che conclude la Serie Avanzata B dell’Ashtanga, ma può essere inserito come asana conclusivo della nostra pratica, qualsiasi serie pratichiamo – Manju Jois termina la sua classe guidata con questa postura. E’ possibile praticarla come un mudra, esattamente come Vrikasana (espirazione più lunga dell’inspirazione, Kumbhaka successivo all’espirazione, drishti per favorire l’unione tra corpo e mente), questa volta concentrandoci su Hrdaya (al centro del cuore), e mantenendo la posizione per 6, 12 o 24 respiri.

La variante B, con flessione in avanti, è un’opzione, ma suggerisco di terminare la nostra pratica di asana/mudra come fa Manju Jois, eseguendo Bhairava Mudra. Seduti in Padmasana, con una mano sopra l’altra – solitamente la destra sopra la sinistra per gli uomini, la sinistra sopra la destra per le donne.

Ardho Mukha Svanasana con Bandha

Anthony in Ardho Mukha Svanasana

Insieme a Tatakamudra, Ardho Mukha Svanasana è considerato uno degli asana migliori per il lavoro su Uddiyana Bandha. E’ inoltre una posizione che pratichiamo continuamente durante Surya Namaskara (i saluti al sole). Krishnamacharya afferma in Yoga Makaranda che questo asana può essere mantenuto fino a 15 minuti.

“In questa postura, la testa dovrebbe essere ripiegata all’interno ed il mento premuto saldamente contro il petto (Jalandhara Bandha). Dopo aver ritratto e in seguito spinto in avanti l’addome più volte, espirate. Mantenete l’espirazione e ritraete l’addome. Come risultato della forza di questa pratica, si apprende a mantenere questa posizione per 15 minuti”. (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore 1934).

Se vogliamo praticarlo come Mudra, l’espirazione può essere due volte più lunga dell’inspirazione, e seguita da un Kumbhaka di 2-5 secondi. Lo scopo del mudra è di unire mente e corpo attravarso il Dharana, la concentrazione su un appropriato “punto vitale”, un Drishti interiore. Nasagra, la punta del naso, è un punto focale automatico con Jalandara Bandha, ma esplorate anche in questo asana Kantha (la gola), forse da preferire. La cosa più bella è che abbiamo l’opportunità di esplorare questo asana molte volte durante la pratica di Surya Namaskara. Infatti lo stesso Krishnamacharya suggeriva di mantenere ogni passaggio di Surya Namaskara per un tempo sufficientemente lungo, una sorta di mudra ad ogni asana di cui si compone questa sequenza.

Nota: “Indipendentemente dal punto indicato, dharana viene eseguito senza muovere la posizione della testa in un asana, un mudra o durante il pranayama. Specifichiamo ancora una volta che dharana viene praticato dirigendo lo sguardo verso il punto vitale e non immaginando quel punto” (T.K.Sribhashyam Emergence of Yoga – terzogenito di Krishnamacharya)

Trikonasana

Krishnamacharya

N.d.T.: L’indicazione che segue è quella tratta direttamente da Yoga Makaranda di Krishnamacharya. Personalmente, mantengo questo asana per 6-12 respiri e attualmente lo eseguo nella forma tradizione dell’Ashtanga di Pattabhi Jois. I benefici sono percepibili già dopo due pratiche. Per chi volesse invece ispirarsi ancora di più a Krishnamacharya, le immagini che seguono mostrano il diverso allineamento dei piedi proposto da questo Maestro. Sicuramente proverò anche questa versione nelle prossime pratiche. Dato che questo approccio è un’esperienza personale, a questo asana faccio seguire Parvritta Trikonasana, dedicandogli lo stesso numero di respiri. E’ un asana di cui al momento sento particolare necessità a causa di un problema al legamento sacro-iliaco. E devo dire che ne ho già tratto sollievo (Francesca d’Errico).

“L’inspirazione e l’espirazione in questo asana dovrebbero essere lunghe e di uguale durata. Praticate queste indicazioni ad ogni lato. Questo asana dovrebbe essere mantenuto per almeno 10 minuti. Quanto più tempo gli dedichiamo, maggiori saranno i suoi benefici” (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore – ed. del 1938)

Anthony in Trikonasana, con l’allineamento inizialmente proposto da Krishnamacharya

Anthony Grim Hall

Traduzione e commenti: Francesca d’Errico

(cont.)

Un approccio avanzato alla Prima Serie: Anthony Grim Hall

A. Grim Hall

  “Krishnamacharya’sOriginal Ashtanga Vinyasa Krama Yoga”. 

Diario di bordo della pratica personale di Anthony, questo blog include anche un intenso e immenso lavoro di ricerca sui testi che hanno dato origine alla pratica Yoga più famosa dei nostri anni, l’Ashtanga Yoga. Anthony è noto per avere raggiunto livelli molto alti nella pratica dell’Ashtanga e del Vinyasa Krama in totale solitudine prima di rivolgersi ad un maestro. Nel suo percorso ha esplorato in profondità gli insegnamenti di Krishnamacharya, il Guru dei grandi maestri BKS Iyengar e Sri K. Pattabhi Jois, studiando poi con un suo diretto discepolo, Ramaswami. Su questa base ha sviluppato quella che potremmo definire una Prima Serie per “intenditori”, dove l’accento non è tanto posto sulla complessità degli asana, ma sulla loro integrazione con mudra e pranayama. Una pratica avanzata, dunque, non tanto in termini “acrobatici” quanto nell’aspetto sottile dello Yoga, che diventa raggiungibile anche attraverso tecniche respiratorie e gesti simbolici.

Il progetto di Anthony sulla Prima Serie per praticanti avanzati comprende, sul suo blog, dettagli molto precisi sull’esecuzione di ogni asana elencato e sui mudra, che io non ho incluso e che sono disponibili ovviamente sulle pagine dell’autore. Ciò che rende particolarmente interessante questo approccio è che Anthony ha di fatto raggiunto livelli decisamente avanzati a livello di esecuzione degli asana, e ha poi recentemente scelto di alternare all’approccio “tradizionale” quello più lento e profondo.

Vale sicuramente la pena sperimentarlo di persona, consultando con attenzione sui testi di Krishnamacharya l’esecuzione dei Mudra suggeriti, gesti simbolici dal forte potere energetico.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – di Anthony Grim Hall

 
Krishnamacharya a 50 anni – Sharath Jois in Baddhakonasa

“Se è possibile promuovere continuamente l’esecuzione degli asana avanzati su Instagram, forse possiamo usare i social media anche per promuovere gli asana fondamentali ed esplorarli in profondità, utilizzando posizioni che chiunque può eseguire.

Nella Tabella degli Asana presentata nel testo Yogasanagalu (Mysore, 1941 –  testo che sto traducendo in italiano, e a breve sarà disponibile, n.d.t.), Krishnamacharya presenta tre gruppi di asana: Primo, Intermedio e Avanzato. I gruppi Primo e Intermedio diventeranno la Prima e la Seconda serie di Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, in ordine abbastanza simile a quello della Tabella. Il gruppo di asana Avanzati, insieme ad altri asana che il maestro trasmise poi a Pattabhi Jois, sarebbe diventato noto come Serie Avanzate A e B (e in seguito Terza, Quarta, Quinta e Sesta serie).

In questo mio progetto, però, ho scelto di concepire il termine “avanzato” come una metodologia di approccio agli asana, piuttosto che come una categoria di posizioni. In pochi riescono e riusciranno a particare tutti gli asana presentati da Krishnamacharya e Pattabhi Jois; lo stesso Krishnamacharya non riteneva fondamentale che tutti dovessero per forza riuscirci. Inoltre, per questo grande Maestro non è mai stato importante eseguire gli asana in serie fisse. Ma se abbiamo una pratica Ashtanga costante da qualche anno, anche se non andiamo oltre la prima metà della Prima serie, possiamo sviluppare, inserendo tecniche di Pranayama, una sorta di “avanzamento” in cui la nostra esplorazione più che sugli asana si concentra sul respiro, sui bandha e sulla concentrazione.

Una pratica “avanzata”, quindi, potrà avere un aspetto completamente diverso da quello che siamo abituati ad immaginare, come illustro di seguito.

Ai fini di questo approccio, non è necessario cambiare drasticamente la propria pratica; è sufficiente ridurre gli asana, approfondire e rallentare il respiro, la permanenza nelle posture e forse i kumbhaka. Possiamo ad esempio cominciare ad approfondire un solo asana tra quelli che pratichiamo abitualmente, dedicandogli più tempo e respiri più lunghi, scegliendo un asana diverso ad ogni pratica. La stessa pratica “regolare” dell’Ashtanga comprende già una permanenza più lunga negli asana di conclusivi.

Gli asana avanzati sono divertenti e interessanti, io stesso mi sono divertito ad esplorarli per tre/quattro anni, ma ad un certo punto ho sentito che era giunto il momento di mettere via i giocattoli e cercare qualcosa di più significativo. Ci sono praticanti che riescono a fare entrambe le cose,  ovvero giocare/esplorare e fare ricerca all’interno degli asana più complessi fisicamente (e anche Krishnamacharya si augurava che i suoi allievi ci riuscissero), ma personalmente avevo voglia di respirare più lentamente, e questo per me significava ridurre gli asana. Questa riduzione, alla mia età (l’autore ha 53 anni, n.d.t.) significa dedicare meno tempo agli asana della Seconda e della Terza Serie. Trovo che sia utile ricordare quanto sia difficile di per sé mantenere consapevolezza e agio e concentrazione in ognuno degli asana che compongono la Prima Serie, e portare poi quella sensazione nella vita di tutti i giorni – una pratica avanzata in sé stessa, che non richiede capacità circensi.

2.46 La posizione (asana) adatta alla meditazione Yoga dovrebbe essere stabile, consapevole, immobile e comoda, e questo è il terzo degli otto rami dello Yoga. 

(sthira sukham asanam)

2.47 Per rendere perfetta la nostra postura, dobbiamo rilassarci o abbandonare lo sforzo, lasciando che la nostra attenzione si fonda con il senza fine, o infinito. 

(prayatna shaithilya ananta samapattibhyam)

2.48 Una volta raggiunta questa posizione perfetta, sorge in noi una incontestabile libertà dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti (come caldo e freddo, bene e male, dolore e piacere). 

(tatah dvandva anabhighata)

Mi sorprende sempre notare che per raggiungere gli obiettivi elencati negli Yoga Sutra non abbiamo bisogno di libri, workshop tecnici, lezioni sull’allineamento, abbonamenti alla shala, viaggi o pellegrinaggi: la “fonte” è dentro di noi, abbiamo solo bisogno di sederci, respirare e concentrare la nostra attenzione. E magari ad un certo punto ci verrà voglia di leggere Patanjali per vedere cosa ci suggerisce di fare con la concentrazione che avremo sviluppato.

NOTE SULLA PRATICA

L’approccio “avanzato” alla Prima serie si basa sull’idea che, invece di “andare avanti” verso posizioni sempre più complesse, decidiamo di esplorare in profondità gli asana fondamentali, respirando più a lungo nelle posizioni, effettuando kumbhaka (dove è appropriato) e mantenendo la concentrazione al nostro interno (in breve, le istruzioni originali che Krishnamacharya impartiva nel suo Yoga Makaranda (disponibile in italiano con il titolo “Il Nettare dello Yoga”, ed. Ubaldini, n.d.t.), scritto a Mysore nel 1934, quando Pattabhi Jois era suo allievo.

Seguendo queste istruzioni, è improbabile trovare il tempo di praticare tutta la Prima Serie e personalmente raccomando di praticarne metà, in una versione modificata e flessibile.

Nota: un’alternativa può essere praticare la prima serie come sempre, scegliendo uno o due asana da esplorare più a lungo, ed enfatizzando gli asana di chiusura con un conteggio e un respiro particolarmente lenti. 

A causa della natura più statica di molte posture, raccomando e pratico io stesso il vinyasa completo (anche se il vinyasa può essere saltato negli asana asimmetrici o incluso solo tra gruppi di asana), e includo alcune variazioni nelle inversioni, sarvangasana e sirsasana.

Il kumbhaka (trattenere il respiro a polmoni vuoti o pieni) può essere praticato sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.

Molti degli asana e dei mudra che vi elenco prevedono il kumbhaka dopo l’espirazione, tuttavia possiamo bilanciare i kumbhaka nel corso della pratica.

Quando siamo seduti con la schiena eretta possiamo praticare il kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione, quando ci flettiamo in avanti in una postura possiamo includere un breve kumbhaka di 2-5 secondi dopo l’espirazione.

Il kumbhaka sono solitamente da evitare nelle torsioni.

Ed ecco qui di seguito una mia pratica esemplificativa.

E’ costruita sulla base di 10 asana chiave e alcuni mudra (una sorta di serie Rishi), con l’opzione di alcune variazioni e preparazioni. In seguito vi suggerisco un approccio ad ogni asana e mudra.

Surya Namaskara

Tadasana

  1. Trikonasana
  2. Dandasana/Pascimattanasana/ Aswini Mudra
  3. Maha Mudra
  4. Bharadvajrasana
  5. Padma Mayurasana or Vajrasana
  6. Sarvangasana
  7. Bhujamgi mudra
  8. Sirsasana
  9. Baddha Konasana
  10. Yoga Mudra/parvatanasana/padmasana

Pranayama/meditazione

Possiamo ancora chiamarla una pratica di Ashtanga Vinyasa? I Vinyasa ci sono ancora, così come la concentrazione su respiro, drishti e bandha. E’ interessante ricordare che Pattabhi Jois raccomandava ad un certo punto di praticare meno asana, mantenendo più a lungo le posture che ritenevamo più utili, e dando maggiore attenzione agli altri rami dello yoga. Dopo i 50, Jois stesso affermava che il praticante era libero di scegliere come praticare. Non che sia necessario aspettare di avere 50 anni, naturalmente…

Struttura della Pratica

Kapalabhati – 36

Pranayama 6-12rounds

Opzionale

Bhagirathasana

Breve sequenza di movimenti delle braccia in Tadasana

A

Surya namaskara 3 A + 2 B 

(il primo con 6 respiri in ogni posizione, e 12 respiri in Ardho Mukha Svanasana )

  1. Trikonasana 

6 o 12 respiri per ogni lato

Opzionale: introdurre una posizione in piedi diversa ogni giorno

  1. Dandasana/Pascimattanasana/ Asvini Mudra 

12 respiri

(seguiti da pratkriya purvottanasana)

Uno o più asana asimmetrici in forma di mudra  

(da alternare quotidianamente) – 6 respiri per ogni lato

  1. Maha Mudra 

12 – 24 respiri

  1. Bharadvajrasana

12 respiri

(come alternativa a Marichiyasana)

  1. Padma Mayurasana (opzionale)

o Vajrasana con sigillo addominale

6 -12 respiri

(Krishnamacharya in Yoga Makaranda raccomandava di praticare ogni giorno Mayurasana, ma tenete conto della condizione soggettiva dei vostri polsi: io ultimamente, a causa di un incidente estraneo alla pratica, lo evito) 

Tataka Mudra 

12 respiri

B

Dwi pada pitam

(preparazione per sarvangasana)

Urdhva Dhanurasana (opzionale)

6-12 respiri

  1. Sarvangasana 

5 minuti

(senza variazioni, praticata come mudra) 

  1. Bhujamgi mudra 

6 -12 respiri

(come pratkriya per sarvangasana)

  1. Sirsasana 

5 minuti come mudra – Viparita karani

5 minuti con variazioni

Vajrasana 

6 -12 respiri

Sarvangasana 

5 minuti circa con variazioni

C

  1. Baddha Konasana 

6, 12, 24 respiri

  1. Yoga Mudra

6 -12 respiri

Parsvatanasana 

12 – 24 respiri

Pranayama 

Bhastrika – 60 respiri

Nadi sodhana (6), 12, 24, 48 respiri

Seduta di meditazione

20, 40 minuti

Note:

La pratica ideale comprende i gruppi A, B e C praticati insieme ogni mattina. 

Se si hanno problemi di tempo, possiamo praticare A e C alla mattina, e B (insieme a C, volendo) più tardi nel corso della giornata” (cont.) – Anthony Grim Hall, 2016

Suggerisco a chiunque fosse interessato all’approfondimento di questo tipo di approccio alla pratica, di leggere le istruzioni relative ad ogni singolo asana/mudra offerte da Anthony sul suo blog, ai link che ho inserito nell’introduzione, e naturalmente di rileggere con attenzione i testi di Krishnamacharya, davvero ricchissimi di spunti ancora oggi. Chi invece è sufficientemente avanzato può già sperimentare questo tipo di pratica, un’idea alternativa alla pratica tradizionale che può essere complementare alle serie che già pratichiamo.

Personalmente io ritengo che lo yoga sia in continua evoluzione, lo testimoniano gli stessi libri del grande Krishnamacharya, che ad ogni edizione arricchiva la sua proposta sulla base delle sue nuove esperienze. Lo yoga in fondo è un percorso di ricerca, che si dispiega ogni giorno in una nuova direzione anche sul nostro tappetino, e più che mai attraverso il nostro corpo.

– Francesca d’Errico, 2017

Le età dello Yoga: una pratica per tutta la vita

Non si parla a mio parere abbastanza di come praticare con l’avanzare dell’età. Lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa, Jivamukti etc.) è arrivato da pochi decenni in occidente, ed è solo negli ultimi anni che cominciamo ad avere praticanti esperti di 50, 60 e anche oltre i 70 anni. Come cambia l’approccio alla pratica dopo venti, trent’anni sul tappetino? Quali sono le esperienze dei maestri occidentali e orientali? Mentre riflettevo su queste domande, sono capitata sul blog di Anthony Grim Hall, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione. Anthony, famoso per il suo approccio personalissimo allo Yoga, pratica Ashtanga da anni, arrivando alle serie più avanzate come testimoniano i suoi video. E’ un appassionato studioso, ha pubblicato libri e ha tradotto alcuni interessantissimi testi di Krishnamacharya, e la sua pratica oggi è un interessante insieme di Vinyasa Krama (secondo  la tradizione di Krishnamacharya e Ramaswami) e Ashtanga. Ho letto questo suo post e ho pensato di tradurlo per voi, per condividere il suo punto di vista e offrire a tutti qualche idea in più per trarre il massimo dalla pratica, a qualsiasi età. L’articolo è lungo ma l’argomento è vasto e merita un serio approfondimento. Al termine del post vi racconto qualcosa sulla mia pratica personale, dopo 19 anni di pratica Ashtanga e Jivamukti. Buona lettura!
 
Praticare asana avanzati ogni giorno: un must o un rischio?
 
Krishnamacharya anziano durante la sua pratica
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerarsi puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? Non intendo fare mera critica distruttiva di nessun metodo; io stesso ritengo che praticare gli stessi asana quotidianamente sia un modo eccellente per rafforzare la disciplina, ma visto il numero crescente di praticanti che hanno raggiunto livelli avanzati di pratica, e le tante “superstar” che usano la loro pratica estrema per vendere i loro prodotti, mi chiedo se sia saggio incoraggiare questo sistema. La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
La domanda nasce dalla visione di un documentario del 1938 in cui Krishnamacharya, insieme ai suoi familiari e a BKS Iyengar, dimostrano questi asana. All’epoca commentai così: “Mi sembra evidente che gli asana insegnati ai ragazzi del palazzo di Mysore fossero volutamente dimostrativi. Simili asana e i relativi passaggi delle serie avanzate, che erano utilizzate appunto per queste dimostrazioni, sono probabilmente troppo estremi per una pratica quotidiana, e possono portare a lesioni al ginocchio e alle articolazioni, a meno che, appunto, non vengano utilizzati sporadicamente e dopo una corretta preparazione. Sfortunatamente oggi la terza serie dell’Ashtanga è diventata la nuova seconda, e la quarta è la nuova terza. Come conseguenza, sono moltissimi gli studenti che oggi praticano quotidianamente questi asana, e mi chiedo se sia un atteggiamento saggio”.
Questa riflessione mi è rimasta in mente a lungo. Spesso, nel mio blog, pubblico un post per vedere se, dopo qualche giorno, settimana, mese o anno la penso ancora allo stesso modo. Spesso ho la tentazione di cancellare i miei primi sette anni di blog, e sicuramente tra cinque anni avrò la tentazione di eliminare quasi tutto, ma in fondo il blog è proprio un diario che riflette i cambiamenti della mia pratica personale. Insomma, un blog è solo un blog. Quindi semino la mia idea, e la lascio germogliare su questo terreno comune.
 
La pratica quotidiana della prima serie è un conto (anche se comprende asana che originariamente Krishnamacharya e Pattabhi Jois avevano incluso nella seconda, come Marichiyasana D e Uttihita Parsvakonasana B. Un conto sono anche i primi inarcamenti, relativamente dolci, della seconda serie. Ma che dire degli asana delle serie avanzate?
Attualmente, la pratica dell’Ashtanga Yoga funziona così: si inizia imparando la prima serie. E’ probabile che per le prime settimane si rimanga fermi ai saluti al sole e alle posizioni in piedi, prima di passare ai veri e propri asana della prima serie. E’ altrettanto probabile che si resti fermi a Marichiyasana D per qualche tempo – per qualcuno anche una vita intera. Personalmente, di recente (e contrariamente ad alcuni miei post precedenti), non penso che sia una cosa negativa praticare solo la prima serie, prevalentemente perché preferisco praticare lentamente (quindi una pratica completa mi porterebbe via tutta la mattinata), mi piace dedicare del tempo anche a pranayama e meditazione, e naturalmente alla mia vita personale e professionale.
Con il tempo, il praticante completa la prima serie e comincia ad aggiungere posizioni della seconda. E’ probabile che rimanga fermo a kapotasana per qualche anno o per una vita, e per diverse vite a karandavasana.
E’ dopo karandavasana che si tende a cominciare a lavorare quotidianamente sulla seconda serie, praticando la prima solo il venerdi, quindi siamo a cinque giorni di asana della seconda serie, e un giorno dedicato alla prima serie.
Allo stesso modo, una volta completata la seconda serie, cominciamo ad aggiungere gli asana della terza, fino a che passiamo alla pratica della terza serie per quattro giorni a settimana, dedicando un giorno alla prima serie e uno alla seconda, e così via. Se si è arrivati alla quarta serie, la praticheremo per tre giorni a settimana, dedicando un giorno alla terza, uno alla seconda e uno alla prima. Quindi siamo a quattro giorni di asana estremamente avanzati, uno di asana avanzati, e uno dedicato agli asana della prima serie.
Gli insegnanti più senior affrontano questo dilemma in modi diversi. Fatico ad accettare una forma di ‘autorità’ in materia di metodo. L’approccio di Sharath è interessante, come lo è quello di Manju, quello di Saraswathi e quello dei maestri occidentali che per primi frequentarono la shala di Pattabhi Jois. Ognuno di loro ha le sue idiosincrasie, influenzate dal periodo di apprendimento con Guruji e adattate all’ambiente in cui si trovano ad insegnare. Fatico anche ad accettare l’autorità di Pattabhi Jois – e anche qui dovrei specificare “quale” Pattabhi Jois: quello degli anni di Yoga Mala, o quello più anziano, che si trovava ad insegnare a centinaia di studenti. Forse non accetto nemmeno l’autorità di Krishnamacharya… certo ho un problema personale con il concetto di autorità: in generale, penso che sia importante riflettere sui diversi approcci alla pratica e, nel tempo e con l’esperienza personale, individuare quello che meglio si adatta a noi.
Ma torniamo alla domanda iniziale:
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerare puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
 
 
Se si è giovani, relativamente flessibili e dotati di una determinata struttura muscolo-scheletrica, se abbiamo iniziato a praticare a vent’anni, probabilmente a 25 ci troviamo a lavorare sulla terza serie, e con il tempo praticheremo le serie avanzate per i prossimi venti-trent’anni. E’ chiaramente un estremo: probabilmente avete cominciato a praticare Ashtanga vicini alla trentina, ritrovandovi verso i 35-40 a praticare la terza serie per i prossimi dieci, quindici anni, finché una voce vi dirà che quello che è troppo è troppo, e comincerete ad abbandonare alcuni asana e forse alcune serie.
Io ho iniziato a 43 anni. Dopo aver completato la prima serie, sono andato avanti nella pratica arrivando alle serie Avanzate A e B. Grazie al cielo, ho poi incontrato la pratica del Vinyasa Krama e Ramaswami, e sono passato ad un approccio più lento rispetto alla pratica. Studiando e praticando sui testi di Pattabhi Jois e Krishnamacharya, ho rallentato la mia pratica fino ad arrivare a ciò che faccio oggi: la prima metà della Prima serie, e occasionalmente la prima metà della seconda.
Oggi penso che non avrei dovuto praticare metà degli asana avanzati a cui mi sono dedicato: ma stavo invecchiando, pensavo “se non ora, quando?”, ed ero in una fase di leggero innamoramento per ciò che il mio corpo sembrava capace di fare. Mi capita di sussultare quando guardo i vecchi filmati di Pattabhi Jois che spinge studenti forse inadatti ad afforntare la seconda serie, in asana estremamente avanzati. E allora mi chiedo nuovamente: è corretto praticare asana avanzati quotidianamente per decenni, e a che punto è giusto accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la nostra pratica di conseguenza?
Devo puntualizzare che sono un praticante “solitario” (come dice il nome stesso del mio blog), e a parte tre mesi trascorsi con Kristina Karitinou a Creta (che mi sento di raccomandare caldamente), un breve teacher training con Manju Jois e un mese insieme a Ramaswami a Los Angeles (per il suo teacher training in Vinyasa Krama), ho sempre esplorato la pratica da solo, a casa. Ho iniziato con libri e DVD nel 2007. Non mi sono mai fatto male, e dopo aver raggiunto nel 2011 una pratica sufficientemente avanzata (vedi i video di Anthony cliccando qui, n.d.t.), ho iniziato ad esplorare un approccio più lento alla pratica, soffermandomi a lungo negli asana, perdendo interesse negli asana più estremi. Se frequentassi una shala, probabilmente verrei incoraggiato ad andare oltre la mia esagerata cautela e il mio buon senso.
(Consiglio a tutti la visione del post originale, dove sono presenti molte tavole fotografiche tratte dai libri di Krishnamacharya, in cui questo grande maestro pratica ben oltre i 70 anni. Al post originale sono allegate alcune appendici: la più interessante a mio personale parere è questa intervista a BKS Iyengar, che affronta l’argomento della pratica con l’avanzare degli anni (n.d.t.).)
“La maggior parte delle persone vuole arrivare alla felicità senza soffrire. Io abbraccio gioia e sofferenza. Vediamo dove mi porta la sofferenza”. (BKS Iyengar, ‘Light on Life’)
Forse non arriveremo al samadhi: tuttavia il lavoro di esplorazione degli otto rami dell’Ashtanga Yoga possono prepararci alle sofferenze che ci aspettano. Sono pochi coloro che riescono ad evitare completamente il dolore. Non siamo noi a cercarlo, ma esso non può essere evitato, ridotto, dirottato: dobbiamo prepararci ad affrontarlo con dignità e pazienza, ed imparare anche da questa prospettiva ciò che la vita può insegnarci. Qui di seguito uno degli articoli che maggiormente hanno influenzato la mia pratica. Sono spesso tentato di stamparlo, incorniciarlo e appenderlo nella mia shala personale. Ho incluso anche alcune note sulla morte di Iyengar e alcuni passi di “Vedere per Credere”, sulla pratica di BKS Iyengar ormai ottantenne.
A 92 anni, BKS Iyengar continuava a praticare yoga per diverse ore al giorno. Qui descrive come era cambiata la sua pratica con l’età, offrendo il suo consiglio agli studenti di età più avanzata.
BKS Iyengar: la pratica ad età avanzata
La vittoria della volontà sulla materia
 
“Credetemi, dopo una certa età, praticare asana e pranayama diventerà molto difficile. Lo faccio solo per questa ragione: il corpo invecchia, si avvia al deterioramento. Il tasso catabolico aumenta a sfavore dell’anabolico. Le ossa si indeboliscono, le vene si induriscono. Sono tutti fatti noti, da cui non voglio essere dominato. Se mi arrendessi alla volontà del corpo, non sarei un praticante di Yoga. Quando pratico, cerco di capire come fermare questo processo di deterioramento. Questa è la vittoria della volontà sulla materia.
Potreste dire: “Iyengar non ha bisogno di nulla, perché ha sempre praticato”. Ma non è corretto. In realtà, io mi accorgo che a questa età è davvero necessario praticare. Devo evitare la costrizione del mio sterno. Devo cercare di mantenere il diaframma libero nel movimento. Se considero i possibili ambiti di deterioramento, e mantengo la pratica degli asana, allora è corretto affermare che io sia fisicamente uno Yogi.
BKS Iyengar
Molti ritengono che con l’avanzare degli anni sia meglio rivolgersi alla meditazione e ai mantra, piuttosto che continuare a praticare asana e pranayama.
Non sono un sadhaka (praticante) che si nasconde dietro la scusa dell’età. Non rifuggo la pratica fisica perché sono condizionato dal complesso dell’età. In ogni asana io medito, e in ogni asana vedo Dio, che è infinito e oltre ogni limite. Con gli anni, ho aumentato il tempo che dedico alle mie pratiche. La mente e il corpo lasciano il passo. Io li ricarico con la mia forza di volontà, e non mi arrendo alla debolezza del mio corpo e della mia mente. 
Grazie ai miei studi sulla filosofia e sulla pratica dello Yoga, oggi sono in grado di vivere senza dipendere da nessuno. Devo mantenere viva la filosofia del corpo esattamente come mantengo viva la conoscenza spirituale.
La sola differenza tra la mia gioventù ed oggi, è che da giovane ero come tutti i ragazzi: ero tentato di eseguire gli asana uno dietro l’altro. Oggi, resto in Dwi Pada Viparita Dandasana o Kapotasana per un tempo maggiore. A questa età comprendo il valore del sutra “Sthira Sukham Asanam” (YS II.46) nella sua completezza. Ora, in ogni asana, vedo la perfetta freschezza e stabilità del corpo, la fermezza della mente e la benevolenza del sé. Cerco di trovare questa stabilità, fermezza e benevolenza prolungando la mia permanenza in Kapotasana o Dwi Pada Viparita Dandasana. A volte dedico 10 minuti ad ogni lato in Parsva Sirsasana. Sono asana complesse. Nessuno pratica asana così difficili a questa età. Nessuno si arrischia a praticare asana che richiedono coraggio. Non è semplice praticare e mantenere un asana mentre muscoli e nervi tremano, con le articolazioni che tendono a cedere, il cuore che batte rapidamente. Non sono il tipo di persona che si mette in Padmasana e dice “sono comodo”. Se praticate yoga, vi rendete conto delle difficoltà che comporta l’invecchiamento. Il mio consiglio, quindi, è di essere liberi attraverso lo Yoga, di liberarvi delle afflizioni che l’età porta con sé attraverso lo Yoga. Perciò mantenete e sostenete ciò che avete imparato, continuate a praticare.
Ciò richiede non solo forza di volontà, ma anche coraggio e fede. Grazie alla corretta miscela di forza di volontà e coraggio, uniti alla capacità di discriminazione, la pratica yoga genera l’energia di cui le cellule nervose hanno bisogno per mantenere con agio gli asana più impegnativi. A questa età continuo ad imparare. E’ la saggezza che viene con il tempo: non ho perso la freschezza dell’intelletto. 
Quando eseguiamo Parsva Sirsasana, a volte non ci rendiamo conto di dove siano le nostre gambe, o le spalle, o dove sia posizionato il peso del corpo. Per una persona anziana come me, è più difficile avere questo tipo di sensibilità: tuttavia, non l’ho persa del tutto. Ogni tanto rientro nella posizione per recuperare la mia consapevolezza fisica o mentale. Educo le mie cellule a restare dove voglio che stiano. Cerco di trovare “Sthira Sukham Asanam” in questi asana impegnativi. E’ più facile farlo quando eseguiamo gli asana più semplici.
Pratico con regolarità pranayama e dhyana (meditazione) in Padmasana. Se volete sapere cosa faccio alla mattina presto, sono in sala, a praticare asana, e con lo stesso approccio pratico pranayama, dharana (concentrazione) e dhyana. Questa è la mia etica.
“Tatah Klesha Karma Nivrittih” (YS, IV.30). Ponendo fine alle azioni guidate dalle afflizioni, notiamo che le afflizioni non ci seguono con l’avanzare dell’età.” – BKS Iyengar
 
Due anni fa, mentre mi trovavo in Grecia, al ritiro di Ashtanga di Kristina Karitinou, appresi che BKS Iyengar aveva lasciato il suo corpo fisico. Informai Kristina della notizia, e lei lo riferì a tutti gli studenti. Dedicammo la nostra pratica alla sua memoria. Al termine della pratica mi recai nel cortile sul retro della shala, ed eseguii 108 drop back, proprio come avevo visto fare ad Iyengar in occasione del suo 80esimo compleanno. Era solo la seconda volta che tentavo una simile impresa, e dovetti suddividerla in quattro set di ripetizioni, con una breve pausa tra un set e l’altro. Non so perché decisi di lanciarmi in questa impresa, e ad un certo punto desiderai di non aver iniziato, chiedendomi perché mai la notizia della sua scomparsa mi avesse così commosso. Dopotutto io ero un Ashtangi, non avevo mai nemmeno preso parte ad una lezione di Iyengar… eppure oggi, rileggendo il mio post, vorrei aver raddoppiato il numero di quelle ripetizioni.
Uno dei libri di Anthony Grim Hall
Dopo aver letto gli scritti di Iyengar relativi alla sua pratica da ottantenne/novantenne, mi è venuta voglia di esplorare ulteriormente i testi che aveva pubblicato in tarda età. Ho iniziato a leggere “Light on Life”, un libro davvero meraviglioso. Mi chiedo se Iyengar avesse capito che sarebbe stato il suo ultimo libro. Il libro tratta, capitolo per capitolo, gli otto rami dell’Ashtanga. Incontriamo su queste pagine Iyengar mentre pratica asana e pranayama, lo troviamo alle prese con gli altri rami con l’indomita forza di volontà che ha accompagnato tutta la sua esistenza. La pratica degli asana oggi spesso assume connotazioni negative: in molti vogliono farci credere che non facciano parte dello yoga. Probabilmente i detrattori ne vedono l’aspetto dimostrativo e promozionale che a volte può distrarci dal nostro lavoro – ma a volte la distrazione aiuta a ritrovare con entusiasmo il nostro impegno. E’ questa disciplina quotidiana a caratterizzare la pratica per come la conosciamo. Non importa quale sia la tradizione che seguiamo, se non nell’illusoria autorità a cui ci appelliamo, forse un’ulteriore distrazione, inizialmente un supporto, che tende poi a distoglierci dalla nostra ricerca: e lo yoga altro non è se non, appunto, una ricerca. La pratica sincera e devota, idealmente quotidiana, in qualsiasi forma, dinamica o statica, tempra la volontà, disciplina di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli altri rami a cui tendiamo”.
Anthony Grim Hall, 2017
Nota personale: 
E ora in breve, veniamo alla mia pratica. Con un passato di ginnasta, ballerina e sportiva in generale, ho sempre “alzato l’asticella” nelle mie attività fisiche, e con gli asana non faccio eccezione. Sono sempre stata molto disciplinata, pratico 5-6 volte a settimana, rispettando i giorni di luna e di riposo. Negli anni, ho affrontato diversi infortuni, anche se devo dire raramente legati alla pratica, se non in occasione di aggiustamenti ingenui o a cui non ho saputo dire no. Semmai, la pratica mi ha rivelato di volta in volta vecchie debolezze, o problemi legati all’apparato digerente, un’influenza in arrivo, etc. Mi piace mettermi alla prova quando le mie energie sono alte, ma cerco di non strafare se il mio corpo mi dice “non è giornata”. Con il tempo e con l’esperienza acquisita attraverso la pratica personale e i corsi per insegnanti, oggi preferisco praticare a casa, dove riesco a concentrarmi più facilmente, e frequentare seminari o trascorrere almeno un mese con maestri da cui sento di poter apprendere qualcosa che ancora non conosco (un leggero problema con l’autorità ce l’ho anche io…). La mia pratica quotidiana oggi è un mix tra prima e seconda serie dell’Ashtanga, alternate durante la settimana a sequenze Jivamukti in cui affronto asana che non fanno parte del metodo tradizionale dell’Ashtanga o quantomeno non in quell’ordine. Se un giorno sento di avere bisogno di inarcamenti, preparo sequenze che mi portano verso asana relativamente impegnativi come eka pada rajakapotasana, drop back o kapotasana. Se ho bisogno di sviluppare forza, mi concentro sulle posizioni di equilibrio sulle braccia, come bakasana, astavakrasana, eka pada koundinyasana e sullo sviluppo dei core muscles. Se devo recuperare concentrazione, mi attengo alle serie tradizionali dell’Ashtanga. Pratico per circa un’ora e mezza, dedicando sempre parte del tempo a meditazione, pranayama e rilassamento al termine della pratica. Quando sono particolarmente stanca, tendo a ridurre i vinyasa e restare più tempo negli asana, preferendo posizioni più semplici e pratiche meno lunghe. Cerco soprattutto di approcciare ogni giorno la pratica con umiltà e sensibilità all’ascolto del corpo. Dell’Ashtanga amo il rigore e la profondità, di Jivamukti le sequenze più libere e coreografiche. Non mi “arrendo” facilmente, e se noto una difficoltà o una rigidità, mi guardo dentro per capire da dove nascono: sono parte di un processo fisiologico o psicologico? Parto da qui per costruire ogni giorno la pratica che può aiutarmi a stare meglio, sotto ogni aspetto. Credo che l’età aggiunga saggezza al desiderio di ricerca, e che nello yoga gli anni che passano non siano un limite, ma al contrario un continuo arricchimento esperienziale che rende la pratica sempre più intensa e spirituale. Trovo riduttivo spaventarsi per un numero, e in fondo l’età è solo questo: un numero, comunque sempre molto piccolo rispetto all’eternità di cui facciamo parte.
– Francesca d’Errico

pic by Alessandro Sigismondi