In Maremma, un grande Maestro: Simon Borg-Olivier

In questo ultimo anno mi sono molto concentrata sull’insegnamento nel luogo che ora posso chiamare Casa (sì, con la C maiuscola): la Maremma. Ho scelto di trasferirmi nell’area geografica italiana con la minore densità di popolazione rispetto al territorio. La natura qui è dominante, il traffico inesistente, le strade lunghe e circondate da un verde lussureggiante, e da ogni angolo il mare è raggiungibile in pochi minuti. Ho scelto di vivere a contatto con la natura, in un paesino medievale che conta meno di 1000 abitanti, a dieci minuti da Follonica, dove ho la fortuna di condividere con altri due bravissimi insegnanti, Stefano Berti e Giusy Termini, uno spazio dedicato interamente allo Yoga, Yoga Studio ASD. Proponiamo Ashtanga Vinyasa Yoga (e tengo al termine Vinyasa, perché legato al Vinyasa Krama di Krishnamacharya, l’arte di creare sequenze), Hatha Yoga e Iyengar Yoga. E il nostro comun denominatore è la costante ricerca, perché nella mia esperienza personale lo Yoga è, soprattutto, continua e incessante ricerca.

Come i miei lettori sanno ormai fino alla nausea, ho iniziato a praticare Ashtanga Vinyasa Yoga vent’anni fa, quando a Mysore ancora la scuola fondata da Sri K. Pattabhi Jois si chiamava Ashtanga Yoga Research Institute. E la parola Research mi è particolarmente cara, perché rappresenta la totale assenza di dogma, l’apertura verso tutto ciò che può rendere la pratica migliore, più completa, adatta a seguire il praticante nelle diverse fasi della sua vita. Tra i tanti maestri che negli ultimi anni hanno catturato la mia attenzione, come testimoniano i tanti articoli che gli ho dedicato sul mio blog, c’è Simon Borg-Olivier, maestro, tra gli altri, di Mark Robberds, che oltre ad essere insegnante di Yoga tra i più innovativi in Occidente, è anche un esperto fisioterapista. La sua immensa conoscenza dei meccanismi che regolano il corpo e la mente umana rendono i suoi insegnamenti di grandissimo valore non solo per chi pratica ma anche e soprattutto per chi insegna.

Da tempo desideravo proporre un seminario intensivo dedicato a pochi studenti, per poter garantire a tutti i partecipanti la massima interazione individuale con il maestro. Ho percepito ultimamente da parte di moltissimi praticanti e insegnanti di Ashtanga la necessità di integrare la pratica “tradizionale” con qualcosa che possa renderla adatta a tutti gli stadi dell’esistenza, lontana dai dogmi, sicura, in grado di nutrire il corpo e la mente, rendendo il praticante una persona in salute, calma, concentrata. Troppo spesso ho percepito in molte Shala un senso di aperta competizione (con se stessi e con gli altri), un accanimento verso la postura più difficile senza gli interrogativi che dovrebbero precederla, ovvero: ne ho bisogno? Mi serve, e a cosa esattamente? Sono davvero pronto per questa posizione? Il mio corpo è adatto ad eseguirla? E così via.

Ho studiato a lungo i testi di Krishnamacharya, le chart originali della pratica, ho sperimentato su me stessa le integrazioni proposte da chi ne sa più di me, e ho introdotto nella mia pratica asana e movimenti che, nel tempo, si sono dimostrati non solo utili, ma di grande beneficio. Desideravo confrontarmi con un insegnante che sapesse darmi qualcosa di più di quanto appreso tradizionalmente, negli anni, e di quanto sperimentato nella mia pratica personale.

Simon Borg-Olivier by A. Sigismondi

Simon Borg-Olivier ha accettato di venire a trovarci a Follonica, per un intensivo di due giorni in cui esploreremo metodi rivoluzionari per lavorare su postura, movimento e respiro, e per accedere al sistema nervoso in modo tale da diventare davvero padroni del nostro corpo fisico ed energetico. I metodi di Simon sono terapeutici e possono essere di grande aiuto nell’alleviare tensioni fisiche e mentali. Le sessioni includeranno istruzioni dettagliate sulla postura, sul movimento e sul respiro, seguite da una pratica vinyasa priva di istruzioni verbali e guidata dalla musica, in cui seguiremo Simon in uno stato meditativo. Impareremo a sviluppare una pratica personale che ponga al centro il benessere fisico e mentale, rendendoci in grado di reagire con più prontezza anche ad eventuali future problematiche muscolo-scheletriche.

Durante questo intensivo scopriremo i movimenti spinali che rinforzano i muscoli del “core” promuovendo la salute dei nostri organi interni. Scopriremo come attivare la forza del nostro corpo fisico mantenendo una colonna vertebrale priva di dolore. Capiremo cos’è l’energia interiore, in che modo possiamo aiutare il nostro sistema immunitario, come respirare per migliorare la circolazione sanguigna e ridurre lo stress. E infine, sperimenteremo la meditazione in movimento e nell’immobilità del corpo.

 

Non potremmo desiderare niente di più! Siamo quasi al completo, sono ammessi al massimo 24 partecipanti, e restano solo due posti disponibili. Un’occasione unica e irripetibile. Tuffi, tramonti spettacolari immersi nel verde delle pinete maremmane sono ovviamente inclusi.

Tutte le informazioni sono a disposizione sull’evento facebook: per iscriversi, inviatemi subito una mail: fmderrico@gmail.com.

Vi aspetto sul tappetino insieme al grande Simon.

Tracce di Yoga: tra Asana e meditazione

Che cos’è “Tracce di Yoga”? E perché ho scelto di dare questo titolo al mio libro?

Da tempo volevo mettere nero su bianco la mia esperienza con la pratica che mi ha cambiato la vita. Ho iniziato il cammino nello Yoga ormai vent’anni fa, e come ho spesso ripetuto su queste pagine, mi sono sempre sentita molto “piccola” e umile di fronte all’immensità di questa disciplina che spazia tra filosofia, spiritualità, terapia per il corpo e per la mente. Di tutto e di più è stato scritto in materia: testi che ne hanno spiegato i benefici fisici, trattati di anatomia e yoga, libri su come costruire le sequenze e altri su come approcciare ogni singolo Asana, senza contare i testi “sacri” di questa disciplina, primo fra tutti gli Yoga Sutra di Patanjali. Chiunque abbia fatto un corso per insegnanti, e chiunque abbia sviluppato da semplice praticante un interesse più profondo per lo Yoga ha una libreria ben fornita dove spiccano nomi altisonanti, ben più importanti del mio.

E’ innegabile che negli ultimi anni l’attenzione si sia però sempre più spostata verso la pura fisicità della pratica, con effetti a volte controversi e spesso fonte di dibattito tra “vecchie” e “nuove” scuole. La mia intenzione nello scrivere questo libro era di fornire a chi pratica e a chi desidera avvicinarsi allo Yoga una visione un po’ diversa, una prospettiva spirituale che tuttavia non trascurasse il veicolo attraverso cui accediamo agli aspetti più profondi di questa disciplina: il corpo. E soprattutto, volevo offrire a tutti noi praticanti occidentali, alle prese con le mille sfide del quotidiano, un testo agile, da poter leggere nei ritagli di tempo, per praticare lo Yoga fondendo il suo aspetto più fisico alle sue enormi potenzialità spirituali – trasformando ogni gesto in una piccola meditazione, e stimolando il lettore ad andare oltre, a cercare ancora.

Volevo scrivere un libro che potesse diventare un compagno di viaggio, con cui confrontarsi lungo il cammino. Un libro che diventa un amico, e ci spiega in modo semplice perché eseguire un Asana, raccontandone il segreto.

Grazie a Marco Pantani, fotografo innamorato della Natura, ho potuto accompagnare al testo immagini che raffigurano il significato del termine Asana: stabilire un contatto con la Terra. Grazie a Paola Surano e Laura Dalzini, di Tracce per la Meta, ho potuto trasformare il mio progetto in un libro. Rileggendolo, mi sono accorta di come lo Yoga abbia parlato attraverso di me in tutti questi anni. Ci sono tante persone a cui vorrei dedicare le pagine che spero leggerete. Persone che mi sono state accanto in questo cammino, dandomi fiducia. Altre che avrei voluto portare con me, ma che ancora non erano pronte. Ecco, questo libro è anche per loro. Magari un giorno aprendolo a caso, si riconosceranno in una posizione e cominceranno a riscrivere la loro storia attraverso lo Yoga.

Ci sono poi tanti maestri che voglio ringraziare, da Sharon Gannon a Saraswathi Jois, Hamish Hendry, John Scott, Louise Ellis, Greg Nardi, Gingi Lee, Anurag Vassallo. Persone meravigliose che mi hanno introdotta, guidata, ricondotta (quando pensavo di aver perso il filo) e accompagnata per mano in questa meravigliosa storia d’amore con lo Yoga.

“Tracce di Yoga” è diventato il mio piccolo omaggio alla pratica che mi ha reso ciò che sono oggi. Una persona (che cerca di essere) libera.

Il libro uscirà nelle librerie e su Amazon a dicembre. Ma potete pre-ordinare la vostra copia online al prezzo speciale “early bird” sul sito dell’editore Tracce per la Meta, cliccando su questo link: Tracce di Yoga per riceverlo prima di tutti. Non dimenticate, una volta effettuato l’ordine, di inviare una mail a info@tracceperlameta.org con il vostro indirizzo.

Ci vediamo sul tappetino, e tra le pagine di Tracce di Yoga.

Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

Maestro, aiuto! Se praticare Yoga diventa uno stress

pic by Marco Pantani

Nell’era degli yogi moderni, così spesso influenzati da immagini di Yogi e Yogini apparentemente perfetti sui social networks, praticare Yoga può persino diventare uno stress. Come è possibile? Come siamo riusciti a contaminare la disciplina della calma per antonomasia, con le manie perfezionistiche e competitive tipiche della cultura occidentale? I fattori da prendere in considerazione sono molti, e rischierebbero di portarci fuori strada. In sintesi, però, tutti noi portiamo sul tappetino ciò che siamo nella vita di tutti i giorni, e non sempre riusciamo a trovare la chiave giusta per usare lo Yoga come mezzo di crescita individuale. Il rischio? Arrivare al “burn out”, sentire la pratica come un obbligo, e inevitabilmente trasferire su di essa lo stress da cui cerchiamo di fuggire. Senza considerare che, ogni volta che pratichiamo una qualsiasi attività sotto stress, il nostro corpo produce sostanze che minano la nostra salute fisica e psichica. Nella lettera di un praticante a David Garrigues, ma soprattutto nella sua risposta, alcuni spunti per ritrovare l’amore per la pratica, e i suoi benefici. Abbandonando, per davvero, il nostro ego, in favore di un senso dimenticato: quello del piacere.

“Caro Maestro, ho perso il treno dello Yoga. Aiuto!”

“Caro Praticante, scommetto che non ti sei risparmiato nel praticare. Prova ad affrontare la pratica con più delicatezza, più predisposizione al perdono, meno aspettative, meno esigenze, meno stress e meno regole. Ricorda di utilizzare la struttura del metodo, ma anche di esercitare la libertà di interpretarlo in tutta la sua ampiezza. Non dovrebbe essere un segreto che tu, e solo tu, sei la persona che deve trarre piacere dalla pratica ogni volta che sali sul tappetino. Ecco perché la sola regola cardinale è consentire al tuo senso del piacere di essere l’unica guida nel dirigere i tuoi sforzi durante la pratica.  

Utilizza il piacere per raffinare e ri-calibrare ciò che pensi debba essere la tua pratica, e ciò che ritieni debba fare per TE. Quando sali sul tappetino e stabilisci i confini dei tuoi sensi portandoli all’interno, fa sì che vi sia per te spazio sufficiente per esistere – senza avere un’agenda stressante, senza sentire il bisogno di eseguire un numero preciso di posizioni, senza forzarti a raggiungere un livello prestabilito di flessibilità o forza. Allena la tua mente ad essere curiosa nei confronti del tuo respiro, investi la tua attenzione verso il movimento, e trova un interludio di quiete in ogni asana. Consentiti di giocherellare, esplorare, ricercare, modificare, visitare e rivisitare,  e anche di sbagliare ogni giorno. Osserva la bellezza che queste azioni fanno emergere dalla tua pratica. E non dubitare, puoi star certo che una forma di bellezza arriverà, spontaneamente. Magari a pizzichi e bocconi, in brevi istanti durante Ardho Mukha Svanasana, o quando scoprirai un nuovo brivido di felicità in un ‘jump through’. 

David Garrigues, insegnante certificato KPJAYI di Ashtanga Yoga

Non importa quanto duri la tua pratica, o quale sia la sua forma. Assapora il piacere che ti dà, resta in ascolto dei momenti di gioia che arriveranno, dovunque e in qualunque istante. Se sei privo di ispirazione, che tu sia un principiante o un praticante di lungo corso, prova a concentrarti sulle tecniche di base dell’Hatha Yoga: la respirazione Ujjaui, la connessione tra respiro e movimento, le nove posizioni che compongono Surya Namaskara (il Saluto al Sole), le posizioni in piedi, le flessioni e le torsioni da seduto, o se ti è possibile, le inversioni.   Ascolta il tuo respiro come se fosse uno strumento per sintonizzarti con il tuo dialogo interiore. Inizialmente, ti si presenteranno in ordine sparso pensieri di ogni tipo. Ma non appena riuscirai a regolarizzare il respiro e il movimento, ti accorgerai di come questo dialogo possa cambiare, e di come la tua attenzione si rivolga automaticamente al piacere di essere nell’asana e nel respiro del qui ed ora. Prima che tu possa accorgertene, avrai già ritrovato il flusso della tua pratica.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

I fondamenti dello Yoga del coraggio

Io, a Mysore. Foto di Alessandro Sigismondi

David Garrigues sta conducendo online, in questi giorni, una bellissima serie dedicata ai fondamenti degli asana che compongono le serie dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. E’ un progetto davvero interessante soprattutto per chi pratica da molto tempo, e si inserisce nel contesto di ricerca che ultimamente sto affrontando, per apprendere tutti gli strumenti necessari a rendere questa pratica accessibile a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Comprendere fino in fondo gli elementi che compongono ogni asana è un passo funzionale all’accesso delle posture più complesse. Ogni posizione affonda le sue radici nel respiro e nell’attivazione dei bandha, eppure tendiamo, nella fretta di raggiungere l’obiettivo, a dimenticare di mettere in pratica proprio questi due elementi che ci rendono possibile ottenere “sthira sukham asanam“, la posizione stabile e confortevole descritta da Patanjali negli Yoga Sutra.

Tuttavia non sono solo fisiche le basi dello Yoga. Anzi. Le fondamenta psichiche o spirituali (a seconda di come vogliamo approcciare questa disciplina) sono sicuramente quelle a cui dobbiamo guardare più spesso. E ancora una volta, spesso preda di meccanismi egoici e competitivi tipici della nostra cultura, tendiamo a dimenticare cosa ci ha spinto verso lo Yoga, tanti anni fa, quando abbiamo iniziato. Nel mio caso la spinta è arrivata dalla sofferenza. Soffrivo fisicamente nell’eseguire i miei allenamenti (ero ballerina e personal trainer, e mi allenavo quotidianamente in palestra) e soffrivo psicologicamente (ero ad un punto di rottura con il mio impiego in una multinazionale). Dunque alla base del mio approccio allo Yoga c’era il desiderio di superare la sofferenza. Eppure anche per smettere di soffrire occorre avere coraggio: perché siamo esseri abitudinari, e a volte all’essere felici preferiamo la sicura palude dell’infelicità che conosciamo. Ecco perché il post di David Garrigues, oggi, mi è sembrato particolarmente interessante: perché parla dei fondamenti dello Yoga non solo dal punto di vista fisico. Lo traduco per voi. Buona lettura!

La ricompensa arriva quando i nostri sforzi sono indirizzati ad un preciso obiettivo. 

“Lo Yoga nasce come ausilio alla sofferenza. Questo è uno dei più importanti fondamenti dello Yoga. Pratichiamo Yoga perché stiamo soffrendo. All’inesperto, lo yoga può sembrare un modo negativo per rivolgersi alla sofferenza. Lo Yoga oggi viene infatti presentato come esercizio estatico. Quando lo pratichiamo stiamo bene, ed è per questo che lo facciamo. Andiamo a lezione di Yoga perché vogliamo stare bene. In realtà, lo Yoga è una forma di allenamento che ci torna utile quando soffriamo. Proprio così, ecco cos’è lo Yoga. Pensate a come suona meglio, detta così. Non lo pratichiamo per “sentirci bene”. No: lo facciamo perché stiamo soffrendo, ed è la nostra risposta alla sofferenza.

Abbiamo bisogno di un serio allenamento per rispondere in modo efficace e curativo a ciò che ci fa soffrire. Non è un’impresa facile, perché la nostra cultura e la nostra natura umana tendono ad evitare la sofferenza. Evitiamo di soffrire appagando i nostri sensi. Usando i farmaci. Cerchiamo di evitare e di non sentire, di non esperire. In questo senso, utilizziamo in modo il mondo materiale in modo errato. Usiamo il mondo esterno per cercare di alleviare la sofferenza, e fino a un certo punto i beni materiali possono aiutarci. Da ragazzo ho frequentato una scuola “hippy”, dove non esistevano i voti ed era possibile creare da soli il proprio programma scolastico. Avevo un insegnante che adoravo, entrava in classe e diceva: “quando sono giù, mangio una fetta di dolce fatto da mamma”, e lo mangiava davanti a noi. Quindi certo, possiamo usare le cose materiali, come un dolce, per non sentire la sofferenza.  Non sto dicendo che sia un male. Il punto è che lo facciamo troppo spesso, e purtroppo c’è un limite al sostegno che questi beni possono darci nell’alleviare il nostro dolore. Lo Yoga invece ci offre una preparazione, un mezzo interiore, indipendente, qualcosa a cui possiamo attingere autonomamente, e questa è la sua base, il suo fondamento. 

dal sito di David, il corso dedicato ai fondamenti della pratica

Spesso abbiamo bisogno di un evento traumatico per riconoscere la nostra sofferenza, ma in sintesi, tutti noi passiamo una parte della nostra giornata soffrendo, preoccupandoci, provando paura, o desideri distorti, incontrando persone che ci causano problemi – eppure, non vogliamo parlarne e tantomeno pensarci. Dobbiamo invece riconoscere e guardare il momento stesso in cui proviamo sofferenza. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’interno, e notare cosa avviene: cosa proviamo?   Questo è il nostro allenamento yogico: essere autentici e ricettivi rispetto ai nostri sentimenti. E questo, in sé, ci rende più forti. Diventiamo alleati di noi stessi. Quando sappiamo che stiamo soffrendo, e guardiamo in faccia questa sofferenza invece che proiettarla altrove, qualcosa avviene dentro di noi. E’ qualcosa che rende questa sofferenza meno intensa, quantomeno più gestibile. La vita non ci butta addosso situazioni che non possiamo gestire, se decidiamo di abbracciare e sottoporci a questo allenamento. Se comprendiamo questo elemento fondamentale, praticare sarà più facile, perché incontreremo la nostra sofferenza in modo più organico.  E’ un’arma importante nel nostro arsenale; anche il dolce della mamma lo è, certo, ma ancora di più lo è il nostro respiro, ed eseguire una posizione yoga. 

Questo porta la tecnica di esecuzione degli asana nel contesto corretto. Credo che il modo in cui eseguiamo, ad esempio, gli inarcamenti, sia importante. Ma lo è altrettanto costruire, nella nostra pratica, un luogo di perdono, compassione e cura di noi stessi. Sembrano concetti ovvi, ma non è così. La cura di sé non è automatica: molto spesso non ci prendiamo cura di noi. Ci comportiamo in modo aggressivo, egoista, evasivo. E il perdono è la chiave. Perdono per i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la nostra mancanza d’amore, i nostri difetti caratteriali. E’ una sfida. Ecco perché lo yoga è un allenamento ed ecco perché è così difficile: perché ci costringe a guardarci in faccia, e a guardare come combattiamo contro noi stessi. E questa è la ragione per cui lo yoga è una pratica spirituale, e anche una pratica molto dura. Non è una regola fisica: nessuno è obbligato a seguirla. Possiamo benissimo vivere senza praticare. Praticare Yoga è una scelta importante. L’uomo consapevole è un uomo dannato, la consapevolezza è una croce pesante da portare. E’ molto più facile rimanere nell’ignoranza. Quando cominciamo a guardare, spesso vediamo cose che ci fanno paura. Guardarsi dentro richiede coraggio.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Le età dello Yoga: una pratica per tutta la vita

Non si parla a mio parere abbastanza di come praticare con l’avanzare dell’età. Lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa, Jivamukti etc.) è arrivato da pochi decenni in occidente, ed è solo negli ultimi anni che cominciamo ad avere praticanti esperti di 50, 60 e anche oltre i 70 anni. Come cambia l’approccio alla pratica dopo venti, trent’anni sul tappetino? Quali sono le esperienze dei maestri occidentali e orientali? Mentre riflettevo su queste domande, sono capitata sul blog di Anthony Grim Hall, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione. Anthony, famoso per il suo approccio personalissimo allo Yoga, pratica Ashtanga da anni, arrivando alle serie più avanzate come testimoniano i suoi video. E’ un appassionato studioso, ha pubblicato libri e ha tradotto alcuni interessantissimi testi di Krishnamacharya, e la sua pratica oggi è un interessante insieme di Vinyasa Krama (secondo  la tradizione di Krishnamacharya e Ramaswami) e Ashtanga. Ho letto questo suo post e ho pensato di tradurlo per voi, per condividere il suo punto di vista e offrire a tutti qualche idea in più per trarre il massimo dalla pratica, a qualsiasi età. L’articolo è lungo ma l’argomento è vasto e merita un serio approfondimento. Al termine del post vi racconto qualcosa sulla mia pratica personale, dopo 19 anni di pratica Ashtanga e Jivamukti. Buona lettura!
 
Praticare asana avanzati ogni giorno: un must o un rischio?
 
Krishnamacharya anziano durante la sua pratica
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerarsi puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? Non intendo fare mera critica distruttiva di nessun metodo; io stesso ritengo che praticare gli stessi asana quotidianamente sia un modo eccellente per rafforzare la disciplina, ma visto il numero crescente di praticanti che hanno raggiunto livelli avanzati di pratica, e le tante “superstar” che usano la loro pratica estrema per vendere i loro prodotti, mi chiedo se sia saggio incoraggiare questo sistema. La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
La domanda nasce dalla visione di un documentario del 1938 in cui Krishnamacharya, insieme ai suoi familiari e a BKS Iyengar, dimostrano questi asana. All’epoca commentai così: “Mi sembra evidente che gli asana insegnati ai ragazzi del palazzo di Mysore fossero volutamente dimostrativi. Simili asana e i relativi passaggi delle serie avanzate, che erano utilizzate appunto per queste dimostrazioni, sono probabilmente troppo estremi per una pratica quotidiana, e possono portare a lesioni al ginocchio e alle articolazioni, a meno che, appunto, non vengano utilizzati sporadicamente e dopo una corretta preparazione. Sfortunatamente oggi la terza serie dell’Ashtanga è diventata la nuova seconda, e la quarta è la nuova terza. Come conseguenza, sono moltissimi gli studenti che oggi praticano quotidianamente questi asana, e mi chiedo se sia un atteggiamento saggio”.
Questa riflessione mi è rimasta in mente a lungo. Spesso, nel mio blog, pubblico un post per vedere se, dopo qualche giorno, settimana, mese o anno la penso ancora allo stesso modo. Spesso ho la tentazione di cancellare i miei primi sette anni di blog, e sicuramente tra cinque anni avrò la tentazione di eliminare quasi tutto, ma in fondo il blog è proprio un diario che riflette i cambiamenti della mia pratica personale. Insomma, un blog è solo un blog. Quindi semino la mia idea, e la lascio germogliare su questo terreno comune.
 
La pratica quotidiana della prima serie è un conto (anche se comprende asana che originariamente Krishnamacharya e Pattabhi Jois avevano incluso nella seconda, come Marichiyasana D e Uttihita Parsvakonasana B. Un conto sono anche i primi inarcamenti, relativamente dolci, della seconda serie. Ma che dire degli asana delle serie avanzate?
Attualmente, la pratica dell’Ashtanga Yoga funziona così: si inizia imparando la prima serie. E’ probabile che per le prime settimane si rimanga fermi ai saluti al sole e alle posizioni in piedi, prima di passare ai veri e propri asana della prima serie. E’ altrettanto probabile che si resti fermi a Marichiyasana D per qualche tempo – per qualcuno anche una vita intera. Personalmente, di recente (e contrariamente ad alcuni miei post precedenti), non penso che sia una cosa negativa praticare solo la prima serie, prevalentemente perché preferisco praticare lentamente (quindi una pratica completa mi porterebbe via tutta la mattinata), mi piace dedicare del tempo anche a pranayama e meditazione, e naturalmente alla mia vita personale e professionale.
Con il tempo, il praticante completa la prima serie e comincia ad aggiungere posizioni della seconda. E’ probabile che rimanga fermo a kapotasana per qualche anno o per una vita, e per diverse vite a karandavasana.
E’ dopo karandavasana che si tende a cominciare a lavorare quotidianamente sulla seconda serie, praticando la prima solo il venerdi, quindi siamo a cinque giorni di asana della seconda serie, e un giorno dedicato alla prima serie.
Allo stesso modo, una volta completata la seconda serie, cominciamo ad aggiungere gli asana della terza, fino a che passiamo alla pratica della terza serie per quattro giorni a settimana, dedicando un giorno alla prima serie e uno alla seconda, e così via. Se si è arrivati alla quarta serie, la praticheremo per tre giorni a settimana, dedicando un giorno alla terza, uno alla seconda e uno alla prima. Quindi siamo a quattro giorni di asana estremamente avanzati, uno di asana avanzati, e uno dedicato agli asana della prima serie.
Gli insegnanti più senior affrontano questo dilemma in modi diversi. Fatico ad accettare una forma di ‘autorità’ in materia di metodo. L’approccio di Sharath è interessante, come lo è quello di Manju, quello di Saraswathi e quello dei maestri occidentali che per primi frequentarono la shala di Pattabhi Jois. Ognuno di loro ha le sue idiosincrasie, influenzate dal periodo di apprendimento con Guruji e adattate all’ambiente in cui si trovano ad insegnare. Fatico anche ad accettare l’autorità di Pattabhi Jois – e anche qui dovrei specificare “quale” Pattabhi Jois: quello degli anni di Yoga Mala, o quello più anziano, che si trovava ad insegnare a centinaia di studenti. Forse non accetto nemmeno l’autorità di Krishnamacharya… certo ho un problema personale con il concetto di autorità: in generale, penso che sia importante riflettere sui diversi approcci alla pratica e, nel tempo e con l’esperienza personale, individuare quello che meglio si adatta a noi.
Ma torniamo alla domanda iniziale:
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerare puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
 
 
Se si è giovani, relativamente flessibili e dotati di una determinata struttura muscolo-scheletrica, se abbiamo iniziato a praticare a vent’anni, probabilmente a 25 ci troviamo a lavorare sulla terza serie, e con il tempo praticheremo le serie avanzate per i prossimi venti-trent’anni. E’ chiaramente un estremo: probabilmente avete cominciato a praticare Ashtanga vicini alla trentina, ritrovandovi verso i 35-40 a praticare la terza serie per i prossimi dieci, quindici anni, finché una voce vi dirà che quello che è troppo è troppo, e comincerete ad abbandonare alcuni asana e forse alcune serie.
Io ho iniziato a 43 anni. Dopo aver completato la prima serie, sono andato avanti nella pratica arrivando alle serie Avanzate A e B. Grazie al cielo, ho poi incontrato la pratica del Vinyasa Krama e Ramaswami, e sono passato ad un approccio più lento rispetto alla pratica. Studiando e praticando sui testi di Pattabhi Jois e Krishnamacharya, ho rallentato la mia pratica fino ad arrivare a ciò che faccio oggi: la prima metà della Prima serie, e occasionalmente la prima metà della seconda.
Oggi penso che non avrei dovuto praticare metà degli asana avanzati a cui mi sono dedicato: ma stavo invecchiando, pensavo “se non ora, quando?”, ed ero in una fase di leggero innamoramento per ciò che il mio corpo sembrava capace di fare. Mi capita di sussultare quando guardo i vecchi filmati di Pattabhi Jois che spinge studenti forse inadatti ad afforntare la seconda serie, in asana estremamente avanzati. E allora mi chiedo nuovamente: è corretto praticare asana avanzati quotidianamente per decenni, e a che punto è giusto accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la nostra pratica di conseguenza?
Devo puntualizzare che sono un praticante “solitario” (come dice il nome stesso del mio blog), e a parte tre mesi trascorsi con Kristina Karitinou a Creta (che mi sento di raccomandare caldamente), un breve teacher training con Manju Jois e un mese insieme a Ramaswami a Los Angeles (per il suo teacher training in Vinyasa Krama), ho sempre esplorato la pratica da solo, a casa. Ho iniziato con libri e DVD nel 2007. Non mi sono mai fatto male, e dopo aver raggiunto nel 2011 una pratica sufficientemente avanzata (vedi i video di Anthony cliccando qui, n.d.t.), ho iniziato ad esplorare un approccio più lento alla pratica, soffermandomi a lungo negli asana, perdendo interesse negli asana più estremi. Se frequentassi una shala, probabilmente verrei incoraggiato ad andare oltre la mia esagerata cautela e il mio buon senso.
(Consiglio a tutti la visione del post originale, dove sono presenti molte tavole fotografiche tratte dai libri di Krishnamacharya, in cui questo grande maestro pratica ben oltre i 70 anni. Al post originale sono allegate alcune appendici: la più interessante a mio personale parere è questa intervista a BKS Iyengar, che affronta l’argomento della pratica con l’avanzare degli anni (n.d.t.).)
“La maggior parte delle persone vuole arrivare alla felicità senza soffrire. Io abbraccio gioia e sofferenza. Vediamo dove mi porta la sofferenza”. (BKS Iyengar, ‘Light on Life’)
Forse non arriveremo al samadhi: tuttavia il lavoro di esplorazione degli otto rami dell’Ashtanga Yoga possono prepararci alle sofferenze che ci aspettano. Sono pochi coloro che riescono ad evitare completamente il dolore. Non siamo noi a cercarlo, ma esso non può essere evitato, ridotto, dirottato: dobbiamo prepararci ad affrontarlo con dignità e pazienza, ed imparare anche da questa prospettiva ciò che la vita può insegnarci. Qui di seguito uno degli articoli che maggiormente hanno influenzato la mia pratica. Sono spesso tentato di stamparlo, incorniciarlo e appenderlo nella mia shala personale. Ho incluso anche alcune note sulla morte di Iyengar e alcuni passi di “Vedere per Credere”, sulla pratica di BKS Iyengar ormai ottantenne.
A 92 anni, BKS Iyengar continuava a praticare yoga per diverse ore al giorno. Qui descrive come era cambiata la sua pratica con l’età, offrendo il suo consiglio agli studenti di età più avanzata.
BKS Iyengar: la pratica ad età avanzata
La vittoria della volontà sulla materia
 
“Credetemi, dopo una certa età, praticare asana e pranayama diventerà molto difficile. Lo faccio solo per questa ragione: il corpo invecchia, si avvia al deterioramento. Il tasso catabolico aumenta a sfavore dell’anabolico. Le ossa si indeboliscono, le vene si induriscono. Sono tutti fatti noti, da cui non voglio essere dominato. Se mi arrendessi alla volontà del corpo, non sarei un praticante di Yoga. Quando pratico, cerco di capire come fermare questo processo di deterioramento. Questa è la vittoria della volontà sulla materia.
Potreste dire: “Iyengar non ha bisogno di nulla, perché ha sempre praticato”. Ma non è corretto. In realtà, io mi accorgo che a questa età è davvero necessario praticare. Devo evitare la costrizione del mio sterno. Devo cercare di mantenere il diaframma libero nel movimento. Se considero i possibili ambiti di deterioramento, e mantengo la pratica degli asana, allora è corretto affermare che io sia fisicamente uno Yogi.
BKS Iyengar
Molti ritengono che con l’avanzare degli anni sia meglio rivolgersi alla meditazione e ai mantra, piuttosto che continuare a praticare asana e pranayama.
Non sono un sadhaka (praticante) che si nasconde dietro la scusa dell’età. Non rifuggo la pratica fisica perché sono condizionato dal complesso dell’età. In ogni asana io medito, e in ogni asana vedo Dio, che è infinito e oltre ogni limite. Con gli anni, ho aumentato il tempo che dedico alle mie pratiche. La mente e il corpo lasciano il passo. Io li ricarico con la mia forza di volontà, e non mi arrendo alla debolezza del mio corpo e della mia mente. 
Grazie ai miei studi sulla filosofia e sulla pratica dello Yoga, oggi sono in grado di vivere senza dipendere da nessuno. Devo mantenere viva la filosofia del corpo esattamente come mantengo viva la conoscenza spirituale.
La sola differenza tra la mia gioventù ed oggi, è che da giovane ero come tutti i ragazzi: ero tentato di eseguire gli asana uno dietro l’altro. Oggi, resto in Dwi Pada Viparita Dandasana o Kapotasana per un tempo maggiore. A questa età comprendo il valore del sutra “Sthira Sukham Asanam” (YS II.46) nella sua completezza. Ora, in ogni asana, vedo la perfetta freschezza e stabilità del corpo, la fermezza della mente e la benevolenza del sé. Cerco di trovare questa stabilità, fermezza e benevolenza prolungando la mia permanenza in Kapotasana o Dwi Pada Viparita Dandasana. A volte dedico 10 minuti ad ogni lato in Parsva Sirsasana. Sono asana complesse. Nessuno pratica asana così difficili a questa età. Nessuno si arrischia a praticare asana che richiedono coraggio. Non è semplice praticare e mantenere un asana mentre muscoli e nervi tremano, con le articolazioni che tendono a cedere, il cuore che batte rapidamente. Non sono il tipo di persona che si mette in Padmasana e dice “sono comodo”. Se praticate yoga, vi rendete conto delle difficoltà che comporta l’invecchiamento. Il mio consiglio, quindi, è di essere liberi attraverso lo Yoga, di liberarvi delle afflizioni che l’età porta con sé attraverso lo Yoga. Perciò mantenete e sostenete ciò che avete imparato, continuate a praticare.
Ciò richiede non solo forza di volontà, ma anche coraggio e fede. Grazie alla corretta miscela di forza di volontà e coraggio, uniti alla capacità di discriminazione, la pratica yoga genera l’energia di cui le cellule nervose hanno bisogno per mantenere con agio gli asana più impegnativi. A questa età continuo ad imparare. E’ la saggezza che viene con il tempo: non ho perso la freschezza dell’intelletto. 
Quando eseguiamo Parsva Sirsasana, a volte non ci rendiamo conto di dove siano le nostre gambe, o le spalle, o dove sia posizionato il peso del corpo. Per una persona anziana come me, è più difficile avere questo tipo di sensibilità: tuttavia, non l’ho persa del tutto. Ogni tanto rientro nella posizione per recuperare la mia consapevolezza fisica o mentale. Educo le mie cellule a restare dove voglio che stiano. Cerco di trovare “Sthira Sukham Asanam” in questi asana impegnativi. E’ più facile farlo quando eseguiamo gli asana più semplici.
Pratico con regolarità pranayama e dhyana (meditazione) in Padmasana. Se volete sapere cosa faccio alla mattina presto, sono in sala, a praticare asana, e con lo stesso approccio pratico pranayama, dharana (concentrazione) e dhyana. Questa è la mia etica.
“Tatah Klesha Karma Nivrittih” (YS, IV.30). Ponendo fine alle azioni guidate dalle afflizioni, notiamo che le afflizioni non ci seguono con l’avanzare dell’età.” – BKS Iyengar
 
Due anni fa, mentre mi trovavo in Grecia, al ritiro di Ashtanga di Kristina Karitinou, appresi che BKS Iyengar aveva lasciato il suo corpo fisico. Informai Kristina della notizia, e lei lo riferì a tutti gli studenti. Dedicammo la nostra pratica alla sua memoria. Al termine della pratica mi recai nel cortile sul retro della shala, ed eseguii 108 drop back, proprio come avevo visto fare ad Iyengar in occasione del suo 80esimo compleanno. Era solo la seconda volta che tentavo una simile impresa, e dovetti suddividerla in quattro set di ripetizioni, con una breve pausa tra un set e l’altro. Non so perché decisi di lanciarmi in questa impresa, e ad un certo punto desiderai di non aver iniziato, chiedendomi perché mai la notizia della sua scomparsa mi avesse così commosso. Dopotutto io ero un Ashtangi, non avevo mai nemmeno preso parte ad una lezione di Iyengar… eppure oggi, rileggendo il mio post, vorrei aver raddoppiato il numero di quelle ripetizioni.
Uno dei libri di Anthony Grim Hall
Dopo aver letto gli scritti di Iyengar relativi alla sua pratica da ottantenne/novantenne, mi è venuta voglia di esplorare ulteriormente i testi che aveva pubblicato in tarda età. Ho iniziato a leggere “Light on Life”, un libro davvero meraviglioso. Mi chiedo se Iyengar avesse capito che sarebbe stato il suo ultimo libro. Il libro tratta, capitolo per capitolo, gli otto rami dell’Ashtanga. Incontriamo su queste pagine Iyengar mentre pratica asana e pranayama, lo troviamo alle prese con gli altri rami con l’indomita forza di volontà che ha accompagnato tutta la sua esistenza. La pratica degli asana oggi spesso assume connotazioni negative: in molti vogliono farci credere che non facciano parte dello yoga. Probabilmente i detrattori ne vedono l’aspetto dimostrativo e promozionale che a volte può distrarci dal nostro lavoro – ma a volte la distrazione aiuta a ritrovare con entusiasmo il nostro impegno. E’ questa disciplina quotidiana a caratterizzare la pratica per come la conosciamo. Non importa quale sia la tradizione che seguiamo, se non nell’illusoria autorità a cui ci appelliamo, forse un’ulteriore distrazione, inizialmente un supporto, che tende poi a distoglierci dalla nostra ricerca: e lo yoga altro non è se non, appunto, una ricerca. La pratica sincera e devota, idealmente quotidiana, in qualsiasi forma, dinamica o statica, tempra la volontà, disciplina di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli altri rami a cui tendiamo”.
Anthony Grim Hall, 2017
Nota personale: 
E ora in breve, veniamo alla mia pratica. Con un passato di ginnasta, ballerina e sportiva in generale, ho sempre “alzato l’asticella” nelle mie attività fisiche, e con gli asana non faccio eccezione. Sono sempre stata molto disciplinata, pratico 5-6 volte a settimana, rispettando i giorni di luna e di riposo. Negli anni, ho affrontato diversi infortuni, anche se devo dire raramente legati alla pratica, se non in occasione di aggiustamenti ingenui o a cui non ho saputo dire no. Semmai, la pratica mi ha rivelato di volta in volta vecchie debolezze, o problemi legati all’apparato digerente, un’influenza in arrivo, etc. Mi piace mettermi alla prova quando le mie energie sono alte, ma cerco di non strafare se il mio corpo mi dice “non è giornata”. Con il tempo e con l’esperienza acquisita attraverso la pratica personale e i corsi per insegnanti, oggi preferisco praticare a casa, dove riesco a concentrarmi più facilmente, e frequentare seminari o trascorrere almeno un mese con maestri da cui sento di poter apprendere qualcosa che ancora non conosco (un leggero problema con l’autorità ce l’ho anche io…). La mia pratica quotidiana oggi è un mix tra prima e seconda serie dell’Ashtanga, alternate durante la settimana a sequenze Jivamukti in cui affronto asana che non fanno parte del metodo tradizionale dell’Ashtanga o quantomeno non in quell’ordine. Se un giorno sento di avere bisogno di inarcamenti, preparo sequenze che mi portano verso asana relativamente impegnativi come eka pada rajakapotasana, drop back o kapotasana. Se ho bisogno di sviluppare forza, mi concentro sulle posizioni di equilibrio sulle braccia, come bakasana, astavakrasana, eka pada koundinyasana e sullo sviluppo dei core muscles. Se devo recuperare concentrazione, mi attengo alle serie tradizionali dell’Ashtanga. Pratico per circa un’ora e mezza, dedicando sempre parte del tempo a meditazione, pranayama e rilassamento al termine della pratica. Quando sono particolarmente stanca, tendo a ridurre i vinyasa e restare più tempo negli asana, preferendo posizioni più semplici e pratiche meno lunghe. Cerco soprattutto di approcciare ogni giorno la pratica con umiltà e sensibilità all’ascolto del corpo. Dell’Ashtanga amo il rigore e la profondità, di Jivamukti le sequenze più libere e coreografiche. Non mi “arrendo” facilmente, e se noto una difficoltà o una rigidità, mi guardo dentro per capire da dove nascono: sono parte di un processo fisiologico o psicologico? Parto da qui per costruire ogni giorno la pratica che può aiutarmi a stare meglio, sotto ogni aspetto. Credo che l’età aggiunga saggezza al desiderio di ricerca, e che nello yoga gli anni che passano non siano un limite, ma al contrario un continuo arricchimento esperienziale che rende la pratica sempre più intensa e spirituale. Trovo riduttivo spaventarsi per un numero, e in fondo l’età è solo questo: un numero, comunque sempre molto piccolo rispetto all’eternità di cui facciamo parte.
– Francesca d’Errico

pic by Alessandro Sigismondi

Jivamukti Yoga FOTM: il perché degli Asana

Il Focus del Mese Jivamukti è questa volta scritto di pugno da Sharon Gannon, co-fondatrice del metodo insieme a David Life. E l’argomento è quanto mai attuale: perché pratichiamo gli asana? In un momento in cui l’enfasi sul ramo più fisico dello Yoga sembra prendere il sopravvento, leggiamo l’opinione di questa grande Maestra e riflettiamo sugli aspetti più spirituali della nostra pratica fisica, che puntano alla necessità di ritrovare il senso di Unione con tutto il Creato. Sarà per questo che, dopo quasi due decenni di pratica, sento l’esigenza di vivere sempre più a contatto con la Natura? Buona lettura!

Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga

“Recentemente, uno studente mi ha chiesto come mai in alcune tradizioni Yoga, come il Bhakti, l’enfasi sulla pratica degli asana è così ridotta, mentre nel Jivamukti e in altre discipline Yoga praticate in occidente, gli asana giocano un ruolo predominante. E’ vero che alcune tradizioni, rispetto ad altre, danno maggior rilievo agli asana. Esistono quattro percorsi nello Yoga, e ognuno di essi mira allo stesso obiettivo – l’illuminazione, o la consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza – attraverso mezzi diversi. Nel Bhakti Yoga, il cammino della devozione, ad essere enfatizzati sono il Japa (la ripetizione dei nomi di Dio), il canto e il ritualismo. Nel Bhakti, la pratica mira a sviluppare una relazione personale con Dio per purificare i karma passati. Tra i Bhakti Yogi più noti, ricordiamo Neem Karoli Baba, Shyamdas, Krishna Das, Rumi e Mirabai. Nel Jnana Yoga, il cammino dell’intelletto, l’enfasi è posta sulla meditazione e sullo studio delle Scritture e del Sanscrito. Al centro di questo percorso, troviamo la domanda “Chi sono io?”, e l’analisi di tutte le possibili risposte a tale quesito. Il Jnana Yoga giunge alla consapevolezza che nessuna risposta derivante dal mondo materiale può essere adeguata, e tutto ciò che resta è la natura autentica della realtà. Sri Nisargadatta Maharaj e Ramana Maharshi sono Jnana Yogi. Il Karma Yoga, il cammino del servizio agli altri, enfatizza principalmente l’arrendersi ai risultati delle azioni dedicate a Dio – “Sia fatta la tua volontà, non la mia”. Attraverso il servizio agli altri, vediamo noi stessi – e Dio – nel prossimo, e dissolviamo l’illusione della separazione. Si dice che chi riuscisse ad agire anche una sola volta in modo sinceramente altruista, riceverebbe immediatamente l’illuminazione. Swami Sivananda e Madre Teresa sono Karma Yogi. Il Raja Yoga, il percorso della mente, è il cammino degli otto rami (o Ashtanga Yoga) descritto da Patanjali negli Yoga Sutra. Enfatizza principalmente l’osservazione e l’analisi delle tendenze e delle caratteristiche della mente, e ci prepara a non identificarci con le  sue fluttuazioni, fino al raggiungimento della consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza. Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois sono stati entrambi Raja Yogi.
All’inizio del ventesimo secolo, Sri Aurobindo ci insegnò che i quattro percorsi dello Yoga potevano essere integrati, unendo le pratiche di ognuno non solo per innalzare la coscienza del praticante portandolo all’illuminazione, ma anche e soprattutto per apportare cambiamenti positivi a livello globale. Jivamukti Yoga è una disciplina che appartiene a questa visione integrata dello Yoga.
Gli asana sono una parte della pratica del Raja Yoga, ma gli asana sottendono in realtà tutti i tipi di Yoga. Per praticare Yoga, abbiamo bisogno di essere incarnati – ovvero di vivere in un corpo fisico. Il Bhakta canta con il cuore e la voce, che appartengono al corpo fisico. Lo Jnani siede e medita attraverso il suo corpo; e il Karma Yogi agisce attraverso il suo corpo. Gli asana partecipano della nostra relazione con la Terra e con gli altri esseri viventi attraverso il corpo. La pratica degli asana può portarci direttamente verso l’illuminazione, perché tutto ciò che si frappone tra noi e l’illuminazione è solo la nostra percezione di noi stessi e degli altri. Il karma generato dalle nostre interazioni con gli altri è immagazzinato nei nostri corpi – infatti, il nostro karma è il tessuto stesso del nostro corpo fisico – quindi muovere il corpo attraverso gli asana produce come effetto la purificazione del nostro karma, e ci aiuta a sentirci più a nostro agio nel corpo e nelle relazioni con gli altri, conducendoci infine verso libertà e liberazione.
Osservando la storia dell’umanità, notiamo come la civilizzazione e le religioni organizzate abbiano conquistato potere attraverso il pregiudizio verso gli altri. Due dei pregiudizi più antichi, la misoginia (l’odio per le donne) e lo specismo (l’odio per gli animali), ruotano intorno alla visione negativa del corpo fisico, trattandolo come se rappresentasse una perdita della grazia, qualcosa da domare, degradare o ridurre in forme accettabili. Nel tempo, gli esseri umani si sono disconnessi progressivamente dalla Terra, dal loro stesso corpo fisico e dal loro posto all’interno del regno animale. Tendiamo a considerarci un “caso speciale” e a dissociarci in modo arrogante dalla fisicità animale. Questo atteggiamento ci ha erroneamente portati a pensare che il modo in cui viviamo e come trattiamo la Terra e gli altri esseri viventi non abbia conseguenze negative su noi stessi e sulle altre creature.
Osservando la storia dello Yoga, notiamo che nel tempo le pratiche sono diventate sempre più raffinate e dettagliate, forse per meglio rispondere all’escalation della nostra alienazione rispetto alla vita. I primi scritti relativi alla felicità, alla realizzazione, al vivere in armonia, al conoscere Dio e noi stessi oggi sembrano molto idealistici, filosofici e difficili da mettere in pratica. Il Rig Veda ci insegna: “Chi conosce? Nessuno”. Molti di noi hanno bisogno di direttive più precise. Quindi i Veda sono stati distillati nelle Upanishad, presentandoci storie e parabole. Ma anche questi testi per molti non sono sufficienti. E sono quindi apparsi gli Yoga Sutra e le Bhagavad Gita, in cui riusciamo ad identificarci meglio anche oggi, pur se in parte ancora troppo astratti. Nel medioevo sono nati gli Hatha Yoga Pradipika, con istruzioni dettagliate su 15 asana e molte altre pratiche. Con il passare del tempo, il mistero della vita è diventato sempre più difficile da comprendere, soprattutto ai giorni nostri, l’era del conflitto, Kali Yuga.
Tradizionalmente, il praticante dovrebbe trovare un insegnante che gli consegnerebbe un mantra da recitare con fede nel maestro che glielo ha donato, per arrivare all’illuminazione. Ai nostri giorni, pochi di noi hanno fede in un insegnante o in un mantra. Potremmo quindi dire che i nostri corpi – fisico, energetico, mentale ed emotivo – sono diventati meno ricettivi: abbiamo perso la nostra sensitività, la nostra capacità di percepire in modo sottile. Abbiamo rinunciato a molto per vivere una vita “civilizzata”. La pratica degli asana ha il potere di affinare i nostri sensi e farci recuperare il nostro stato naturale – l’unità con tutto il creato, lo stato perenne ed eterno della gioia.”
– Sharon Gannon

Le anche, sede delle emozioni

In questi giorni sto preparando un workshop dedicato alle asana che possono favorire l’apertura delle anche, area del nostro corpo spesso costretta in posizioni innaturali dal nostro stile di vita. Oltre a selezionare asana e ideare sequenze adatte al rilassamento e all’apertura della pelvi, mi sto interrogando sul rapporto tra simbologia e anatomia di questa zona così importante del nostro corpo.

Nella pratica Yoga, diventiamo consapevoli della nostra tendenza a trattenere tensioni emotive in diverse parti del corpo: le anche, tuttavia, meritano particolare attenzione in quanto associate in modo particolarmente intenso al bagaglio emotivo individuale. Molti maestri si riferiscono a quest’area come alla sede di emozioni con cui non vogliamo confrontarci – e in effetti questa zona così centrale, così legata al concetto di apertura eppure di così difficile accesso, è il luogo perfetto per nascondere i sentimenti “negativi”. Ma dal punto di vista fisiologico, come è possibile che il nostro bagaglio emotivo finisca proprio nelle anche?

Sul piano simbolico e fisico, possiamo considerare la centralità di questa zona in relazione al nostro corpo. Vero e proprio centro di gravità nel corpo femminile, quest’area è facilmente associabile alle emozioni che è in grado di contenere; anche per l’uomo, comunque, la pelvi è la sede del movimento, la base di un corretto allineamento, equilibrio e postura. E’ in quest’area che il nostro sistema nervoso periferico, coinvolto nella stimolazione della risposta emotiva oltre ad altre funzioni, stabilisce le connessioni necessarie a sostenere la sopravvivenza nei momenti di stress emotivo. Fin dalla nascita, la risposta del sistema nervoso simpatico può stimolare una forte contrazione dei flessori del corpo, avvicinando le costole agli organi interni e portando le ginocchia al petto (la famosa posizione “fetale”). In questa azione i muscoli delle anche, in particolar modo il complesso dell’ileopsoas, si attivano istintivamente, impedendone l’apertura. Lo psoas è un muscolo unico in quanto è l’unico muscolo che connette la colonna vertebrale alle gambe, ed è direttamente connesso al sistema nervoso centrale che attraversa la colonna vertebrale fino al cervello. Lo psoas è inoltre connesso al diaframma tramite la fascia (tessuto fibroso): vediamo quindi come questo muscolo sia importante anche nell’attività respiratoria.

Questi cenni anatomici rendono abbastanza facile comprendere la relazione tra le anche e i riflessi istintivi associati alla paura e allo stress. Le anche sono sorrette dai muscoli più forti del nostro corpo, e possono sostenere in un istante tutta l’energia necessaria ad esprimere il potenziale cinetico del corpo. Tuttavia, sono rari i casi in cui questa possiamo esprimere questa potenza quando siamo sottoposti a stress – e dobbiamo accontentarci di reagire da umani del XXI secolo. La rigidità che spesso incontriamo nelle anche è spesso dovuta all’incapacità di rilassamento dei muscoli, soggetti a ripetute contrazioni da stress meccanico o psicologico. Questa rigidità inibisce ulteriormente il rilassamento perché quando lo psoas è contratto, la respirazione addominale profonda è compromessa: e sappiamo bene come il respiro sia, soprattutto nello Yoga, la chiave  di accesso al raggiungimento di uno stato di calma.

Ecco perché le posizioni che tendono ad aprire le anche diventano, soprattutto per noi occidentali, di grande importanza. Oltre a rendere la nostra postura più rilassata, il lavoro svolto su quest’area favorisce la respirazione e la risoluzione di emozioni che non vogliamo affrontare – o che magari abbiamo inconsapevolmente seppellito. Vi aspetto quindi sul tappetino il 1 marzo, presso Love Light Joy in via dei Crollalanza a Milano, per esplorare insieme le sequenze più adatte al rilassamento e all’apertura di quest’area in modo creativo, fluido e gioioso. Il workshop sarà diviso in due sezioni, una dedicata a chi si avvicina ora allo yoga, e l’altra a chi pratica da tempo e vuole esplorare nuove sequenze, accessibili ma impegnative. A presto!

Non di soli asana…

E’ innegabile che gli asana siano da sempre l’immagine più immediatamente riconoscibile dello Yoga, soprattutto in occidente. Soprattutto per chi pratica Ashtanga e Vinyasa Yoga, gli asana, che sono una vera e propria meditazione in movimento, diventano a volte centrali nella pratica. Sappiamo tutti che il loro scopo è purificare il corpo ed allenarlo a mantenere per periodi prolungati una posizione seduta adatta alla pratica della meditazione, ma molto spesso tutti noi (me compresa!) rimaniamo “caught in the act”, affascinati dalla loro bellezza, dai loro effetti tonificanti, dalla loro capacità di rendere il nostro corpo forte e flessibile, e dagli effetti “anti-age” che la pratica fisica è in grado di regalarci.
Ma cosa fare quando il corpo resta vittima di uno dei tanti, possibili “impasse” della nostra vita? Senza asana, cosa possiamo fare?
E’ impensabile aspettarsi che, ogni giorno, il nostro corpo risponda come la nostra mente desidera e riesca a trasportarci con fluidità attraverso sequenze che solo ieri ci sembravano facilissime. Tanti sono i fattori che ci influenzano: malanni stagionali, incidenti, il passare del tempo, stress emotivi. Chi pratica ogni giorno sa come ogni singolo fattore incida in modo più o meno significativo sulla pratica delle asana. Eppure proprio in questi momenti “no” lo yoga ci viene in aiuto, con tutti gli altri magnifici aspetti di questa pratica. Uno fra tutti, il respiro: anche il pranayama più semplice può aiutarci a superare stress importanti o anche un semplice raffreddore. Per non parlare della meditazione, e soprattutto dei rami più spirituali della pratica (yama, niyama etc.) senza i quali salire sul tappetino diventa addirittura inutile, e riduce la pratica ad un mero esercizio fisico. Suggerisco sempre a chi pratica di non farsi scoraggiare dagli inevitabili stop del quotidiano. La pratica non è solo fisica, anzi: la pratica è salire sul tappetino sempre, ascoltarsi, fare ciò che è possibile fare (anche solo respirare, anche solo condividere l’energia degli altri presenti in sala) in quel momento. La pratica è essere nel momento presente, accoglierne le caratteristiche, osservarlo senza giudicarlo e soprattutto senza giudicare noi stessi. Non salite sul tappetino con spirito competitivo, né verso voi stessi, né verso il vostro vicino. Saliteci con predisposizione all’ascolto e all’amore verso sé stessi e gli altri. Saliteci dedicando ciò che potete fare quel giorno (anche solo un ciclo di pranayama, anche solo qualche minuto di meditazione) alla gratitudine. Questo è il meraviglioso regalo dello yoga, quello che nessuno potrà mai toglierci. E quando siamo in silenzioso ascolto di noi stessi, cose meravigliose accadono, dentro e fuori di noi.

Vinyasa Basics: equilibrio sulle braccia

Arm balances, ovvero posizioni di equilibrio sulle braccia. Ma quanto contano davvero le braccia in queste posizioni che sembrano sfidare la forza di gravità? In realtà, i muscoli che davvero entrano in gioco in queste posizioni sono i cosiddetti “core muscles”, ovvero i muscoli profondi dell’addome. Cercare di raggiungere queste posizioni con la sola forza delle braccia, oltre a creare un notevole scompenso sulle articolazioni di spalla, gomito e polso, ci fa perdere il vero senso di queste asanas: ovvero il controllo dei bandha e lo sviluppo armonico di tutta la muscolatura superiore del corpo (particolarmente utile per le donne). Queste posture, inoltre, rappresentano una sfida alla nostra paura di cadere (in senso letterale e metaforico), e una volta conquistate, sono un vero e proprio toccasana all’autostima. Consiglio a tutti coloro che desiderano sperimentarle, di costruire con pazienza la forza necessaria. Inutile tentare Parsva Bakasana (il Corvo laterale) se ancora non riusciamo ad eseguire correttamente Chaturanga Dandasana: se non riusciamo a mantenere Chaturanga per almeno 15-20 respiri, tentare una posizione di equilibrio sulle braccia è inutilmente rischioso. Altrettanto importante è il controllo dei muscoli profondi dell’addome.

Tittibasana: Mula Bandha in azione!

La spinta per mantenere Astavakrasana e Tittibasana (vedi immagini) nasce proprio dalla capacità di “sentire” Mula Bandha e Uddiyana Bandha. Suggerisco quindi di partire intensificando la tenuta delle diverse variazioni di Navasana (posizione della Barca). Ricordo sempre a chi pratica con me che è importante comprendere la differenza tra Uddiyana Bandha e il semplice utilizzo del muscolo retto addominale. Uddiyana Bandha è un’azione più delicata (ma dal potere incredibile): a chi si avvicina a questa pratica suggerisco di immaginare di risucchiare l’ombelico verso la colonna vertebrale al termine di una espirazione, e di mantenere questa azione per tutta la pratica. Immaginiamo di infilare e chiudere un paio di jeans stretti. Ecco, l’azione è proprio quella! Un altro aspetto fondamentale per il raggiungimento delle posizioni di equilibrio sulle braccia è la capacità di flessione delle anche. Soprattutto in Tittibasana, l’apertura delle anche è fondamentale per evitare di compromettere la muscolatura lombare (che non deve entrare in gioco). In questo caso, una buona partenza può essere Malasana, il cosiddetto squat yogico, che progressivamente ci consente di testare la nostra capacità di mantenere le anche in flessione. Una volta preparato adeguatamente, il nostro corpo potrà entrare in queste posizioni che ci fanno sentire leggeri, e ci danno la sensazione di volare. Anche, e soprattutto, oltre le nostre paure!

Astavakrasana, un arm balance più semplice di quanto si pensi!