Ashtanga Yoga Chikitsa con Graeme Northfield

Leonie, Graeme e Anurag

Interiorizzare la pratica per ritrovare la gioia di salire sul tappetino anche dopo 20, 30 anni di pratica. Senza giudicare se stessi perché, magari, dobbiamo lasciare andare una posizione che in questo momento non fa per noi.

Interiorizzare la pratica è possibile. Renderla uno strumento per comprendere il valore del momento presente, del “qui e ora”. Certo, non se la affrontiamo in modo meccanico, ripetendo gli stessi movimenti ogni giorno – quindi ancorati al passato, o in modo competitivo, forzando il nostro corpo verso obiettivi più o meno impossibili – quindi, preoccupati per il futuro.

Se invece saliamo sul tappetino ponendoci in ascolto dell’attimo presente, ogni nostra pratica diventa una esplorazione, un viaggio verso la consapevolezza e l’accettazione di noi stessi. E il miglioramento, il progresso, diventa una “magia”, qualcosa che avviene attraverso di noi, in modo spontaneo. Con Graeme Northfield, uno dei primissimi insegnanti certificati ad insegnare le serie avanzate da Sri K. Pattabhi Jois (nel 1991), la pratica delle serie dell’Ashtanga Yoga è esplorativa, ricca di informazioni che si traducono in movimenti di preparazione e apertura. Al corpo la pratica non viene “imposta”, piuttosto si crea lo spazio per accoglierla in ogni cellula, attraverso movimenti che consentono al respiro di espanderci prima che l’ego si preoccupi di dare forma ad un’asana – così da trovare la forma che meglio ci allinea all’infinito. Dal punto di vista fisico, Graeme integra le sequenze con esercizi e transizioni che riscaldano i grandi gruppi muscolari e gli stabilizzatori delle articolazioni, e guida il praticante con la voce sicura di chi ha lavorato per decenni su stesso e su migliaia di studenti. Ma soprattutto, con la voce di chi ha scelto di vivere a contatto con la Terra, con la Natura, entrando in sintonia con i suoi ritmi, le sue stagioni, e trasferendo queste informazioni nel corpo e nella mente di chi pratica con lui. Una pratica di grande intensità, fisica e spirituale: la meditazione guidata e sostenuta dai mantra cantati da Leonie, sua instancabile compagna, è un momento in cui lasciarsi andare, arrendersi all’infinito per scoprirlo dentro di noi. Come accade con i grandi Maestri, Graeme va cercato in luoghi in cui la Natura sa essere ancora più forte dell’uomo. Incontrarlo è mettersi in viaggio dentro se stessi, senza preoccuparsi del punto di arrivo, ma godendo di ogni tappa del percorso.

Un grazie particolare va ad Anurag Vassallo, insegnante di Ashtanga autorizzata ad insegnare da Guruji, che studia con Graeme da anni e ne ospita regolarmente i seminari nella sua splendida finca, in una località isolata e selvaggia di Ibiza. Un luogo che magicamente sa attrarre chi è davvero alla ricerca di una strada interiore, e dove si crea un’atmosfera di gruppo accogliente e sincera. Anurag gestisce da anni la Shala di Ashtanga Yoga Ibiza, mèta di insegnanti che si rivolgono a lei da tutto il mondo. Con Graeme e Anurag, everybody is good enough.

Ashtanga Yoga Ibiza

Oltre la Prima Serie: è il momento giusto?

Torno a tradurre a beneficio (spero!) di tutti gli Ashtangi un articolo molto interessante pubblicato da Louise Jolly sul blog di Ashtanga Brighton. Ringrazio inoltre Lucia Coghi, che gestisce l’Ashtanga Yoga Discussion Group su Facebook, e Hannah Moss, che lavora presso la Shala di Brighton per aver portato alla mia attenzione questo interessante punto di vista. Si parla dell’introduzione delle posture della Seconda Serie nella pratica di chi non ha ancora completato perfettamente la sequenza della Prima Serie. E’ giusto? E’ sbagliato? Sono molti gli Ashtangi che, nel corso della loro vita, praticano prevalentemente la Prima Serie di questo splendido metodo, perché per motivi fisici, o di tempo, non riescono ad andare oltre seguendo il metodo tradizionale – che prevede l’avanzamento della pratica e l’assegnazione di nuove posizioni solo in seguito al perfezionamento (ovviamente secondo le possibilità individuali) delle asana della Prima Serie.
La stessa autrice del post tiene a precisare che sono ancora molte le sfide che la Prima Serie le pone: ad esempio ancora l’impossibilità di “chiudere” Supta Kurmasana, o di salire in piedi dai backbends, e così via.
Quindi come mai Louise ha deciso comunque di inserire asana della Serie Intermedia nella sua pratica, invece che continuare a perfezionare quelle della Prima Serie? Nancy Gilgoff, grande insegnante di Ashtanga Vinyasa Yoga, ha una risposta. A suo parere la Prima e la Seconda Serie possono essere utilizzare per bilanciare la propria pratica. Secondo Nancy, la nostra salute fisica e psichica può avere grande beneficio dalla pratica di queste due serie fin dal momento in cui siamo in grado di praticare sincronizzando asana e respiro. Se sostiamo troppo a lungo nella Prima Serie, cercando di perfezionare le varie asana, rischiamo di esporci agli infortuni che possono essere provocati dalla costante ripetizione delle flessioni in avanti presenti nella sequenza.

Un processo di guarigione.

Louise Jolly ha avuto modo di fare esperienza diretta di quanto esposto nel suo articolo (e aggiungo una nota personale: anche io!). Dopo aver praticato da sola per molti anni la Prima Serie, Louise ha riportato una infiammazione costante nella zona lombare della colonna, e dolori alle ginocchia. A questo punto Nancy le ha insegnato le posture della seconda serie incoraggiandola ad alternarle alla prima. In breve tempo, questi dolori sono scomparsi e il corpo di Louise è diventato più forte. La sua pratica era più bilanciata, e comprendeva le backbends della Seconda Serie che bilanciavano le molte flessioni della Prima.

Una nuova apertura

Anche gli aspetti mentali ed emotivi legati alla pratica della Seconda Serie si sono rivelati importanti. Una persona calma, introversa, può riscontrare un’esacerbazione di questi tratti caratteriali da un’eccessiva pratica della sola Prima Serie: le tante flessioni tendono infatti a dirigere internamente le proprie energie. Di contro, l’apertura della parte anteriore del corpo legata alle asana della seconda serie favorisce una maggiore connessione con il mondo esterno.

Liberarsi dagli ostacoli della mente

Kapotasana
Un’ulteriore vantaggio della pratica della Seconda Serie è la liberazione dalla paura. Paura di asana considerate “troppo” per chi ancora è alle prese con la Prima Serie. Praticarle o almeno tentare di farlo, con regolarità, elimina questa sensazione di paura. E questo si traduce anche nella vita: troviamo il coraggio di “provare”, di darci una chance. Anche se non riusciamo ad essere “perfetti” nella posizione.

In breve, praticare la Seconda Serie ha per Louise Jolly mille risvolti positivi: fisici, mentali ed emotivi. Nel suo caso specifico, la Seconda Serie le è stata di aiuto nel recupero dagli infortuni che aveva riscontrato, e le ha dato la forza di “sfidare” la pratica. Studiare con Nancy, che le ha trasmesso questo approccio, le è stato di grandissimo aiuto anche nell’affrontare i viaggi a Mysore per studiare con Sharath. Chi desiderasse approfondire questi aspetti può leggere l’articolo di Nancy Gilgoff “Ashtanga Yoga as it Was“.

(Fonte: Ashtanga Yoga Brighton – Louise Jolly)

Ashtanga Yoga masters: Greg Nardi

Conobbi Greg Nardi nel 2007, durante un lungo soggiorno a Miami per approfondire lo studio dell’ Ashtanga Vinyasa Yoga. Il Miami Life Centre si rivelò subito un luogo eccezionale. Greg, insieme a Tim Feldmann e Kino MacGregor, era all’epoca co-fondatore dello spazio e le sue classi erano intense, profondamente spirituali, accompagnate da canti in Sanscrito. Ricordo ancora la splendida energia della Shala, la dedizione di tutti gli insegnanti, il senso di condivisione della pratica con tutti gli studenti che partecipavano alle lezioni. La pratica mattutina con Greg divenne subito un appuntamento irrinunciabile. Ogni volta, la pratica insieme a Greg mi regalava un passo avanti, la comprensione di un ostacolo, il modo per superarlo. E soprattutto, Greg riusciva a trasmettermi la pratica come un’autentica meditazione in movimento. Da allora ho sempre pensato a Greg Nardi come ad uno dei miei insegnanti di riferimento, perché la sua grande generosità durante l’insegnamento era riuscita a farmi comprendere il senso della pratica, la capacità di questo metodo di fondere corpo, mente e spirito in un’unica entità, in pura energia. Negli anni io e Greg siamo sempre rimasti in contatto, ne ho seguito il cammino, che lo ha portato a diventare un Insegnante Certificato Livello 2 direttamente da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois, e a fondare Ashtanga Yoga Worldwide, un’organizzazione che si pone come obiettivo l’insegnamento tradizionale di questo meraviglioso metodo, decodificandolo per gli studenti occidentali di qualsiasi livello. La mia gratitudine per la sua disponibilità a visitare la nostra Yoga Shala nella provincia lombarda, a portare la sua luce, la sua energia anche qui, dove la pratica è ai suoi inizi, è un dono grandissimo. Per i nostri studenti, che affrontano con dedizione ogni giorno la pratica, che l’hanno accolta con il cuore aperto, è l’opportunità di studiare con uno dei migliori maestri al mondo, dalla grande sensibilità. E’ la certezza di approfondire questo metodo, di fare un significativo passo avanti nella pratica, sul tappetino e nella vita. Gli insegnanti che si sono avvicinati all’Ashtanga Vinyasa attraverso il diretto insegnamento di Guruji e Sharath offrono sempre incredibili spunti per il miglioramento della nostra pratica. Greg fa parte di questo gruppo di persone eccezionali e mi sento davvero onorata dalla sua grande disponibilità nei confronti degli studenti di RespiraYoga, che stanno crescendo avvicinandosi ad Ashtanga e Vinyasa Yoga con la loro meravigliosa energia e curiosità. Trascrivo una recente intervista a Greg perché trovo davvero interessante il suo cammino nello Yoga. Greg ha iniziato a soli 22 anni e sarebbe davvero meraviglioso se anche in Italia i giovani entrassero nelle Yoga Shala per apprendere i grandi benefici fisici, psicologici e spirituali di questa disciplina millenaria. Una grande opportunità per Busto Arsizio e dintorni per conoscere lo Yoga da un grande maestro: tutti i dettagli per partecipare al seminario di Greg sono sul mio sito. Ricordo inoltre che Greg presiederà una conferenza gratuita di introduzione al workshop l’11 maggio alle ore 19:00. Prenotate i vostri spazi, i posti sono limitati!

 
Greg Nardi, Guruji e Sharath: gli inizi

D: Come ti sei avvicinato a quelli che sono oggi i tuoi principali interessi, allo Yoga?

Greg: La spiritualità è sempre stata al centro dei miei interessi: in particolare, mi interessava come le culture diverse dalla mia esprimevano i loro ideali spirituali. Da ragazzo, mi interessava la spiritualità degli Indiani d’America e in generale tutte le religioni legate alla Natura. Ero un campeggiatore convinto e cercavo di passare più tempo possibile a contatto con la Natura.

D: Qual è stato il tuo percorso educativo?

Greg: Ho iniziato studiando nutrizione, e per alcuni semestri mi sono spostato da una materia all’altra al college. In quel periodo la disciplina non era il mio forte, e non riuscivo a frequentare corsi per cui non provassi un autentico interesse. Ho scoperto lo Yoga a 22 anni, e a quel punto ho lasciato gli studi tradizionali per concentrami esclusivamente sull’apprendimento dello Yoga.

D: Qual è il pensiero che guida il tuo modo di insegnare Yoga?

Greg: Che si parli di Yoga o di altro, ad un certo punto della nostra esistenza tutti ci chiediamo quale sia il significato della vita, a livello individuale e più ampio. Questa domanda fondamentale è per me l’inizio dello Yoga. Il resto è cercare di vivere in armonia e con integrità con ciò che incontriamo sul nostro cammino. E’ uno stile di vita naturale. A causa delle richieste che la vita ci presenta, e a causa delle nostre esperienze, ci dimentichiamo quanto sia in realtà semplice vivere in modo naturale. Lo Yoga è il processo di recupero di questa memoria. La filosofia e le tradizioni dello Yoga ci offrono la possibilità di approfondire questa ricerca in molti modi. Il ruolo dell’insegnante è semplicemente facilitare il viaggio dello studente, e condividere qualsiasi conoscenza abbia appreso attraverso le proprie esperienze.

D: Perché hai scelto proprio l’Ashtanga Vinyasa Yoga?

Greg: Da neofita, ero entusiasta dello Yoga in generale e ho provato tutti gli stili possibili. Cercavo uno yoga “autentico”. Quando ho incontrato l’Ashtanga Vinyasa, mi sono innamorato della forza e della grazia di questa pratica, e della sua coerenza con la tradizione. Mi piaceva il suo approccio sistematico, la chiarezza e la costanza del metodo, che diventava uno strumento per misurare i propri progressi. L’intensità di questo stile aveva un effetto profondamente disintossicante. Uscivo da ogni classe completamente rinnovato e, con il tempo, mi sentivo più forte, più sano. Da bambino ero stato asmatico, dunque questo senso di vitalità corporea era una sorta di epifania. Attraverso anni di pratica, ho capito che la sfida fisica che l’Ashtanga Vinyasa Yoga ci pone è la base su cui maturiamo e andiamo al di là di una pratica guidata dall’ego. Praticare le asana in modo sistematico, affontiamo sia posizioni gradite che sgradite, ponendoci davanti ad esse con spirito equanime. Questa è in sé una grande lezione di vita e ci aiuta a scoprire il significato del termine “pace interiore”.

D: Puoi descrivere il termine “Pratica Mysore” per i nostri lettori?

Greg: La Pratica Mysore prende il nome dalla città indiana in cui Sri K. Pattabhi Joisfondò l’Ashtanga Yoga Research Institute. Questo modo d’insegnare è quello che lui stesso ha applicato con me e con innumerevoli studenti nel corso della sua vita, ed è oggi applicato da suo nipote R. Sharath Jois. In questo metodo d’insegnamento, il praticante si pone sotto la guida di un insegnante ma si muove attraverso la pratica in modo autonomo. Questo fa sì che lo studente debba memorizzare la sequenza di posizioni. L’insegnamento è graduale, l’insegnante trasmette nuove asana allo studente in base alla sua capacità di memorizzare e di padroneggiare ogni nuova posizione, fino a portarla ad un certo standard. Nella Shala si incontrano studenti di ogni livello praticare l’uno accanto all’altro. Questa situazione crea un’energia molto motivante, di cui tutti possono beneficiare. Il metodo inoltre consente agli studenti di ricevere istruzioni personalizzate in base alle diverse esigenze individuali, e di interiorizzare l’attenzione muovendosi verso una pratica meditativa, mentre durante una classe guidata è necessario seguire un ritmo ed istruzioni generalizzate.

(Fonte: Jicaro Lodge Blog)

Il dolore nello Yoga è veramente necessario? La parola a Gregor Maehle

Torno a tradurre le illuminanti parole di Gregor Maehle, insegnante di Ashtanga Yoga, titolare del blog ChintamaniYoga e autore di numerosi libri. L’argomento del dolore è attuale oltre che fondamentale nell’affrontare in modo corretto una pratica yoga che sia sostenibile. Sri K. Pattabhi Jois diceva che lo Yoga è una pratica che dura tutta la vita, e per essere tale è importante comprendere quali sono i limiti accettabili nell’affrontare le asana, che sono una parte fondamentale nella pratica.
“Mi è stato chiesto se sia necessario accettare di provare dolore durante l’esecuzione delle asana. Quando il fastidio diventa dolore, è possibile bilanciarlo con i rami più elevati dello yoga, o dovremmo semplicemente cercare di evitarlo a tutti i costi? ” In molti pensano ancora che le asana debbano necessariamente provocare dolore. Di regola tuttavia, le posizioni yoga NON dovrebbero essere dolorose, come gli stessi antichi maestri hanno più volte sottolineato. Patanjali afferma negli Yoga Sutra, “heyam duhkham anagatam,” (“le nuove sofferenze devono essere evitate”, Yoga Sutra II.16).  E la spiegazione di questa affermazione è semplice: qualsiasi esperienza noi abbiamo forma un’impronta nel subconscio (samskara). Ognuna di queste impronte, qualsiasi sia il suo contenuto, tende a ripetersi.
Questo significa che se noi pratichiamo frequentemente asana che ci provocano dolore, tenderemo a creare altro dolore nelle nostre asana in futuro. Il detto “Nessun dolore, nessun risultato” può avere una sua valenza in alcune aree della nostra esistenza, ma applicato alle asana diventa distruttivo. Oltre a provocare danni ai tessuti corporei, rischiamo, portando il dolore come impronta nel nostro subconscio, di aumentare le nostre preoccupazioni relative al dolore e al corpo. Tutte le sensazioni fisiche intense tendono ad aumentare inoltre la nostra identificazione con il corpo, mentre l’obiettivo dello yoga è di liberarci da questa identificazione. Il suo obiettivo è di perfezionare il nostro corpo in modo da trasformarlo in un veicolo capace e affidabile nella nostra strada verso la liberazione. Dobbiamo pensare al nostro corpo come alla nostra automobile: meglio la trattiamo, migliori saranno le sue prestazioni. Dobbiamo portarla regolarmente a fare il tagliando, mantenere in equilibrio il livello dei fludi, e correggere la pressione delle gomme. Trattare il nostro corpo con rispetto NON significa identificarsi con esso.  Se ci identifichiamo con il nostro corpo, esso diventa un ostacolo alla nostra evoluzione spirituale, invece che un veicolo verso la liberazione. Al momento della nostra morte, questo concetto diventa chiarissimo. La morte è uno dei momenti chiave della nostra evoluzione spirituale. Se non impariamo a distaccarci dal corpo, la morte non ci eleverà, anzi: questo momento potenzialmente potentissimo per la nostra evoluzione spirituale si trasformerà in una esperienza dolorosa.
Un’altra “ordinanza restrittiva” nei confronti del dolore è evidente nelle Bhagavad Gita. L’Essere Supremo, in guisa di Lord Krishna, critica chi tortura il proprio corpo (Bhagavad Gita XVII.5–6). Egli, come l’essere autentico dell’intero mondo, vive anche all’interno dei nostri cuori e dei nostri corpi. Chi causa dolore al proprio corpo sconsacra la dimora del proprio Essere Supremo. Questa è la nozione che porta al concetto di corpo come Tempio del Divino. Dobbiamo trattare i nostri corpi come le dimore dell’Essere Supremo.
Esistono tre tipi di sgradevole sensazione fisica durante la pratica delle asana. Esse sono (1) disagio creativo, (2) dolore non necessario, e (3) dolore necessario o karmico.
DISAGIO CREATIVO
Nelle asana, è importante riconoscere la differenza tra dolore e disagio. Quando allunghiamo un muscolo o teniamo una posizione complessa, un certo livello di disagio è necessariamente implicito. Questo disagio proviene dall’allungamento del muscolo o dall’esercizio della forza, entrambi obiettivi della pratica fisica. Possiamo quindi affermare, in questo caso, “Nessun disagio, nessun risultato” (le posizioni tenute per lunghi periodi per effettuare il pranayama e la meditazione sono però un’eccezione a questa regola, dal momento che devono essere assolutamente comode). Se il disagio attraversa la linea del dolore, tuttavia, rischiamo di infortunarci, e questo è particolarmente vero se avvertiamo dolore in un’articolazione, legamento o tendine. Quando e se avvertiamo dolore, dobbiamo fare un passo indietro o modificare la postura, lavorare con maggior precisione per tornare nell’area del disagio. La conoscenza anatomica può guidarci lungo questo percorso.
I praticanti dovrebbero analizzare le posizione e correggere continuamente la loro prestazione fino al raggiungimento della totale consapevolezza corporea. Quando questo avviene, quasi non avvertiamo più la presenza del corpo. Sembra un paradosso, ma solitamente noi “sentiamo” il nostro corpo solo quando qualcosa non va. L’assenza di feedback negativo significa che siamo sulla strada giusta. Quando il corpo è allineato correttamente, proviamo una sensazione di quiete e stabilità, e di vibrante leggerezza. La mente diventa luminosa, serena e libera da ambizioni e tendenze egoiche. Questo è ciò che cerchiamo, lo stato che può condurci alla meditazione. Quando raggiungiamo questa qualità in una posizione, quella posizione diventa una piattaforma per i rami più elevati dello yoga.
Non ha senso attendere che questo stato arrivi improvvisamente e miracolosamente attraverso la ripetizione errata di una o più asana. Da un’azione errata non otteremo un risultato corretto. Le posizioni errate ci condurranno ad altre future posizioni errate.
DOLORE NON NECESSARIO
Qualsiasi forma di dolore in articolazioni, legamenti e tendini, all’origine e all’inserzione di un muscolo è molto probabilmente una forma di dolore non necessario. Questo tipo di dolore è la causa della maggior parte del dolore che avvertiamo nell’esecuzione delle asana, ed è assolutamente evitabile e quasi sempre provocato da una tecnica di esecuzione errata. Può sembrare un’affermazione azzardata, ma questo tipo di dolore può essere facilemente riconosciuto perché scompare quando l’allineamento posturale è analizzato e corretto. Per questo motivo, dovremmo sempre ritenere che il dolore che si manifesta durante l’esecuzione di un’asana cade sempre all’interno della categoria del dolore non necessario. Questo dolore deve essere evitato applicando alle posizioni lo strumento dell’analisi anatomica. Se persistiamo nell’infliggere dolore non necessario al nostro corpo durante la pratica, stiamo rinforzando una tendenza negativa – verso l’auto-tortura, il perfezionismo, l’egotismo – invece che adoperarci per eliminarla.
IL DOLORE NECESSARIO O KARMICO 
Per il praticante occidentale è più complesso comprendere questa forma di dolore, che coinvolge il concetto di karma. Attraverso le nostre passate azioni, parole e pensieri, abbiamo dato forma a ciò che siamo oggi, compreso (secondo Patanjali) la nostra tipologia corporea, la durata della nostra vita e la forma che avrà la nostra dipartita. Quando Patanjali afferma che dovremmo evitare il dolore nel futuro, non elabora il concetto di dolore passato. Il dolore passato, in questo contesto, è il dolore che abbiamo creato attraverso le nostre azioni passate. Possiamo incontrarlo ora o in futuro. Non possiamo cambiare le nostre azioni passate. Una volta sparsi i semi delle nostre azioni, non possiamo intercettare il karma che ne sarà associato, e il dolore che deriva da queste dovrà essere sopportato – non a denti stretti, ma con accettazione e compassione. Se lo accetteremo, ci purificherà a livello karmico, “bruciando” il vecchio karma associato a quella specifica sofferenza.
Ci capita nella vita di dover attraversare momenti in cui dobbiamo “lasciare andare” qualcosa o qualcuno, e questi momenti sono accompagnati da sensazioni dolorose. Il lutto è un esempio di questo processo. Nessuno può mettere in dubbio che durante un lutto per la perdita di una persona cara, la lunga sofferenza ci insegna ad accettare la necessità di “lasciare andare”. Sono processi che si concludono solo se li accettiamo e li accogliamo consciamente.
Il dolore karmico nelle asana è un dolore che non può essere rimosso attraverso l’analisi anatomica o l’attenzione al dettaglio. Se abbiamo fatto tutto il possibile per correggere la posizone e proviamo ancora dolore, potremmo trovarci di fronte ad una sofferenza karmica. E’ molto gravoso per un praticante sapere di aver fatto tutto il possibile, e provare nonostante questo ancora sofferenza. Molti a questo punto smettono di praticare perché ritengono di aver subito un torto. Se continuiamo a praticare, tuttavia, alimentiamo il tapas, ovvero l’abilità di praticare nonostante le avversità. Se rifiutiamo di affrontare la sofferenza karmica ma semplicemente la sopportiamo, provochiamo una stagnazione nella nostra pratica.
In questo ambito, lo Yoga è simile ad un matrimonio. Quando ci sposiamo, ci impegnamo a restare con il nostro partner nella buona e nella cattiva sorte. La pratica delle asana richiede questo stesso impegno. Tuttavia, deve essere un impegno intelligente. Dobbiamo essere in grado di identificare con chiarezza se la sofferenza è il risultato di una tecnica di esecuzione errata o se arriva da demeriti accumulati in passato. Possiamo riuscirci cercando di eseguire le asana con grande attenzione e quindi comprendere se la sofferenza che proviamo è decisamente inevitabile.
Gregor Maehle
Una nota di cautela: Se non identifichiamo correttamente il tipo di sofferenza che proviamo, rischiamo di peggiorare le cose. Ancora una volta, devo sottolineare che il dolore durante la pratica delle asana NON è necessario ed è causato da tecniche errate. Non accettate mai il vostro dolore come se fosse di origine karmica senza aver prima eliminato senza ombra di dubbio che la causa sia tecnica e/o legata all’allineamento. Questo è un punto fondamentale e sottolinea l’importanza dell’analisi anatomica. Se la nostra comprensione dei principi anatomici legati al corpo e alle asana è solida, siamo in grado di capire se abbiamo fatto tutto il possibile per evitare sofferenza. La conoscenza anatomica deve essere utilizzata per capire se la nostra sofferenza è – o non è – di origine karmica.
Le istruzioni che ho fornito nei paragrafi precedenti possono purtroppo essere fraintese. Spesso gli studenti sono felici di credere che la loro sofferenza sia necessaria, perché in questo modo non devono assumersi la responsabilità di cambiare il loro approccio alle asana. Per identificare correttamente la tipologia di dolore che proviamo, dobbiamo consultare un istruttore di yoga qualificato e preparato soprattutto nell’ambito dell’anatomia e dell’allineamento corporeo. Queste indicazioni non sono in alcun modo da fraintendersi come consulenza medica. Il dolore fisico costante richiede SEMPRE che il praticante consulti in prima istanza un medico.” Gregor Maehle
Tratto dal libro di Gregor Maehle del 2009 ASHTANGA YOGA — THE INTERMEDIATE SERIES.

Yoga dinamico, Yoga passivo: è vero equilibrio?

Sono in molti ormai a sperimentare, nella loro pratica yogica, l’alternanza di stili dinamici con forme di yoga passivo (Yin Yoga, Restorative Yoga, etc.). Ma quali sono i veri benefici nell’alternare queste due pratiche? E’ corretto utilizzare due metodi così diversi tra loro? Dato che la sperimentazione personale richiede molto tempo per dare risultati statisticamente validi, ho pensato fosse interessante rivolgersi a chi da più di trent’anni si dedica alla pratica e all’insegnamento dello Yoga, come Gregor Maehle, autore di libri, esperto in filosofia dello yoga e diretto studente di Pattabhi Jois e Iyengar. Traduco quindi un suo post molto interessante, che come sempre potete trovare in versione integrale sul suo sito.
“Lo Yoga è una meravigliosa combinazione bilanciata di pratiche energetiche ed estroverse, come asana e kriya, ed introverse e introspettive come meditazione e pranayama. Anche nello stesso pranayama è possibile trovare questo equilibrio attraverso la respirazione a narici alternate. Oggi, dato che la nostra società è soggetta ad un aumento dell’estroversione (come risultato di un accumulo di Prana in Pingala – attraverso la narice destra), l’aspetto più estroverso dello yoga (ovvero le asana, le posizioni yoga) ha acquisito maggiore fama. Se pratichiamo solo asana, incrementiamo ulteriormente la tendenza all’estroversione. Da tempo si parla infatti con una certa preoccupazione dell’eccessiva identificazione tra Yoga e la sola pratica fisica delle asana.  A questo proposito, molti insegnanti ritengono necessario bilanciare la pratica dinamica delle asana con una seconda pratica, questa volta più passiva… ma pur sempre una pratica fisica!
Onestamente, ne sono sorpreso. Per migliaia di anni, gli yogi hanno ricaricato il loro corpo con la pratica energetica delle asana, per essere in grado di sedere con calma nelle posture più adatte al pranayama e alla meditazione. La moda attuale di combinare una pratica molto attiva con una seconda pratica più passiva è nella mia pur limitata visione il parto mal riuscito di Kali Yuga (l’era dell’oscurità, quella in cui secondo le scritture yogiche ci troviamo ora). Qualsiasi forma di movimento e/o esercizio è da considerarsi estroversa. Va bilanciata con i rami più elevati dello yoga, come il pranayama e il dhyana. In verità, la soluzione temporanea della pratica di asana in forma energica o passiva, non riduce ma porta all’esacerbazione il problema dell’estroversione di cui soffre la nostra società. Per trovare un vero equilibrio, è necessario ridurre la tendenza a rivolgersi all’esterno, e questo non avviene muovendosi più lentamente, ma piuttosto ascoltando un semplice invito: “smettila di muoverti per un attimo, e stai seduto lì!”
Il mio suggerimento è di attenersi alle indicazioni degli antichi saggi, combinando le asana con gli esercizi di respirazione e con la meditazione, maturando attraverso i rami più elevati dello yoga. Il successo nello Yoga non arriva solo attraverso la pratica fisica delle asana, non importa quante volte al giorno decidiamo di praticarle. Non fraintendetemi: non ho nulla contro lo stretching passivo. Io stesso l’ho praticato e lo raccomando. Ma se ci riduciamo a praticare solo fisicamente, ci limitiamo alla superficie dello yoga, e dobbiamo quindi rivolgerci a pratiche che ci portino maggiormente in profondità.
Poco tempo fa sono stato contattato da un signore interessato a ricevere indicazioni sul pranyama. Quando gli ho chiesto cosa desiderasse ricavarne, mi ha risposto che era in salute fisicamente, ma era interessato ad andare oltre l’aspetto puramente corporeo. Le asana migliorano il nostro corpo e ci allungano la vita. Ma la morte arriverà comunque, presto o tardi. In quel momento, la pratica delle asana non ci sarà di grande aiuto (escludendo ovviamente Shavasana), e gli anni in più che avremo conquistato non ci serviranno a molto nell’attimo dell’ultimo respiro, come conferma lo stesso T Krishnamacharya, che ha affermato come la pratica delle asana conferisca esclusivamente benefici fisici.
Il signore in questione era dunque interessato a sollevare il velo dell’ignoranza per accostarsi alla sua spiritualità. Non voleva rimanere semplicemente un “animale in salute”. Nello yoga esiste la parola Pashu, che significa animale ma si riferisce ad un essere umano che ignora di essere una entità spirituale eterna. Il mitologico fondatore dello Yoga, Shiva, porta anche il nome ‘Pashupatinath – Signore delle Bestie’, che lo ritrae come l’insegnante che ci porta oltre il nostro corpo. Per sviluppare il nostro potenziale e diventare realmente umani, dobbiamo esplorare le nostre dimensioni più elevate.
Quello che maggiormente mi preoccupa in questo tentativo di bilanciare la pratica energica con la pratica passiva delle asana – invece che bilanciare la pratica delle asana con la pratica dei rami più elevati dello yoga – è che c’è chi ne farà l’ennesimo fenomeno di moda che verrà seguito immediatamente da un vasto pubblico, solo perché è una novità. Ho incontrato recentemente un uomo che mi ha detto di ricevere una valanga di telefonate per la sua nuova dieta, la cosiddetta “dieta elettrica”. E il bello è che non era nemmeno stata ancora pubblicata. Stava scrivendo un libro e ne aveva parlato solo a pochi intimi. Ma dato che era una novità, prima ancora di essere un caso mediatico, tutti la volevano sperimentare. Lo Yoga non è nuovo. E’ antico. è stato creato da alcuni esseri straordinari, rishi e siddha (a cui a loro volta è stato rivelato). Perché non ci impegniamo a studiare con serietà i metodi autentici, vedere se funzionano, e poi eventualmente decidiamo se c’è davvero qualcosa da re-inventare?
Praticate tutte le forme di stretching passivo che preferite, ma non dimenticate che state semplicemente facendo stretching passivo, niente di più. Non state sperimentando nessuna forma di equilibrio nell’alternare una pratica di asana attiva con una passiva. Per trovare equilibrio, dovete passare dalla pratica “yang” o rajasica delle asana a quella “yin” del pranayama e della meditazione. Seguendo questo metodo, così come ci è stato tramandato dagli antichi saggi, saremo in grado di bilanciare gli aspetti lunari e solari della nostra psiche, un equilibrio che è il prerequisito delle esperienze spirituali. Gregor Maehle, 22 febbraio 2015
Trovo queste riflessioni davvero interessanti, uno spunto di discussione davvero notevole. Sono molti i temi affrontati: l’eccessiva enfasi posta dalla nostra società così sensibile alle mode sulle asana, la necessità di integrare la pratica fisica, nella sua espressione dinamica o attraverso un atteggiamento più passivo, con quella più elevata del pranayama e della meditazione. E voi, cosa ne pensate?

E’ ancora possibile avere un Guru? Parla Gregor Maehle

Quando si parla di Yoga, nella sua concezione più autentica e non solo nella visione occidentale moderna (che sembra concentrarsi sempre più solo sul suo aspetto più fisico) si pensa immediatamente alla figura del Guru, ovvero la guida spirituale che, come per magia, ci guiderà oltre i nostri limiti (fisici, ma in questo caso anche e soprattutto psicologici e spirituali), mostrandoci la strada verso la tanto agognata “illuminazione”. Ma abbiamo davvero bisogno di una figura esterna a noi stessi che ci porti verso la liberazione? Per rispondere a questa domanda, ho fatto un po’ di ricerche leggendo gli autori che in questo momento stanno maggiormente attirando la mia attenzione. Tra questi, Gregor Maehle, autore non solo di un interessantissimo blog, ma anche di due libri davvero eccezionali sull’Ashtanga Yoga. Traduco quindi una parte del suo post “The End of The Guru (part 1)” , che riassume un aspetto davvero fondamentale della ricerca spirituale che anima molti studenti di Yoga (e non solo).
Gregor Maehle, autore di Chintamani Yoga e numerosi libri
“Come accade nel mito dell’amore romantico, nel mito del Guru appare la figura del Maestro Spirituale che ci aspetta per rivelarci la nostra interezza. Sembra che a noi tocchi solo trovare quello giusto, per realizzare questo evento magico. Ma si tratta di una proiezione che finisce per toglierci ogni potere. Stiamo in pratica proiettando il potere di raggiungere un obiettivo spirituale su un agente esterno. Spesso, al centro di questa proiezione risiede un sentimento di inadeguatezza interiore, che forse ha origine dal sentirsi poco amati e sostenuti da una figura genitoriale (spesso dello stesso sesso del guru su cui proiettiamo queste sensazioni). Vorrei invitarvi ad abbandonare in modo radicale e totale questa proiezione, per accettare il fatto che voi, come qualsiasi Guru, per quanto potente e saggio possa apparirvi, siete stati creati ad immagine e somiglianza del Divino. Non esiste una sola persona in tutto il mondo che possa rifiutarvi l’ingresso al Giardino dell’Eden o alle Stanze Segrete dell’Altissimo, o al mitico Regno di Shangri-La. Nessuno, eccetto voi stessi. E non esiste alcun potere supremo se non il vostro che possa, ancora una volta, aprire quella magica porta per farvici tornare. In realtà, non esiste alcuna porta da aprire, perché non siete mai usciti da questi Luoghi Spirituali. Tutti noi siamo nati in uno stato di eterna grazia e unione con il Divino, che è onnipotente, eterno ed infinito. Questo stato non è qualcosa che noi, o nessun altro essere umano, neanche un Guru, può fare o disfare.  Ciò che possiamo fare, tuttavia, è decidere di vivere ignorando la nostra unione con il Divino. Possiamo trovare tutte le giustificazioni del caso: possiamo dire a noi stessi che non siamo meritevoli, che abbiamo peccato, che la nostra mente non riesce a liberarsi del pensiero, che abbiamo bisogno di più soldi, di più amore, di diventare più bravi nell’esecuzione delle asanas, di meditare più a lungo. Ma siamo sempre e solo noi a costruire queste mura immaginarie. Ritenendo di essere impotenti, cerchiamo un genitore o un Maestro su cui possiamo proiettare il potere che pensiamo di non avere.  Ma si tratta in realtà solo del nostro potere, esternato e proiettato su qualcuno al di fuori di noi. Bramiamo l’incontro con questa figura paterna o materna, e la figura si materializza prontamente nel Guru, come accade nelle relazioni sentimentali in cui abbiamo fallito. Quando siamo in presenza del guru, come di un partner sentimentale idealizzato, ci sentiamo una cosa sola con il Divino, ci sentiamo consapevoli della Consapevolezza (scegliete voi la versione che preferite). Ma il potere dietro questa sensazione è solo il nostro: siamo noi a permettere che questo stato esistenziale si manifesti alla presenza del Guru, perché non autorizziamo noi stessi a provare questa stessa sensazione alla nostra sola presenza. Un buon maestro spirituale ci darà gradualmente gli strumenti e le pratiche necessarie a sostituire la presenza del guru. Alcuni insegnanti ci insegneranno anche a disfarci di tutto ciò che abbiamo creato e che non ci serve più – ma sono solo aspetti semantici. Ciò che importa è che l’insegnante sappia rendere se stesso (o se stessa) obsoleto, riducendo gradualmente la dipendenza dal maestro con l’indipendenza del “sé” dello studente. E questo ci porta all’affermazione di Ramana Maharshi, “il Guru e il Sé sono la stessa cosa”. Il cammino spirituale è una strada verso se stessi, alla ricerca del guru originario, di cui tutti i guru sono solo un riflesso. Il Guru che risiede nei nostri cuori”.

“Guru Brahma, Guru Vishnu, Guru devo Maheshwara,
Guru sakshat, param Brahma, tasmai shri guravay namah”

7 febbraio 2015, n.d.t.
Torno ancora una volta sull’argomento trattato da Gregor Maehle sul suo blog (tradotto e postato ieri). Ci torno per dire che sebbene concordi pienamente con la sua visione del Guru Interiore (tant’è che “The Guru Within” è la definizione del mio credo), sono esistiti senz’altro Guru autentici, Maestri che hanno saputo fare la cosa più importante che un Maestro deve fare: ovvero NON rendersi indispensabili, rimanendo però indelebili nel cuore e nell’anima degli studenti, persino di quelli studenti che non li hanno mai incontrati personalmente, ma che hanno solo incontrato i suoi insegnamenti. Per me, questo Guru è Sri K. Pattabhi Jois. Ciò che quest’uomo ha saputo fare per lo Yoga contemporaneo è davvero incredibile. Ha creato un metodo (l’Ashtanga Vinyasa Yoga) che ha le sue radici profonde nello Yoga di Patanjali, lo ha reso moderno e adatto a chiunque e in tutto il mondo. Un metodo talmente perfetto da essere terapeutico sul piano fisico, mentale e spirituale; talmente perfetto da poter essere appreso e praticato e approfondito anche in sua assenza (grazie al geniale stile Mysore). Da poter essere studiato, compreso, e infine solo e semplicemente amato, a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Un metodo che l’età non scalfisce, anzi, che l’età arricchisce, perché giorno dopo giorno su quel tappetino ci rivela qualcosa di nuovo su noi stessi. Un metodo che può essere modificato, aggiornato, interpretato ma che alla fine torna sempre a se stesso, proprio come noi cambiamo, ci evolviamo, ma alla fine torniamo alla nostra natura originaria – a ricongiungerci con l’Uno. Quindi per quanto mi riguarda, un Guru c’è, anche oggi che non c’è più. Grazie Guruji.

Il messaggio di Sharath Jois: lo Yoga è dentro di noi

Sharath e Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

Anche oggi traduco e sintetizzo con grande rispetto e piacere la conferenza di Sharath agli studenti che frequentano la Yoga Shala a Mysore.

Oggi in particolar modo mi sento molto vicina a Isabella Nietschke perché il suo post sembra riflettere una situazione che ho affrontato anche io personalmente nel 2002, ovvero un trauma alla schiena che per quasi un anno ha ridotto la mia pratica in modo sensibile. La conferenza di questo sabato era dedicata a due posture che, esattamente come nel caso di Isabella, sono state per me negli ultimi anni una autentica sfida, proprio a causa dell’identico trauma alla schiena che mi accomuna a questa studentessa: una protrusione discale nella zona lombare (anzi nel mio caso ben due). Le asanas in questione sono Sirsasana e Pincha Mayurasana.  Nel mio caso, il trauma subito non è stato causato da una tecnica di esecuzione sbagliata, ma da un forte aggiustamento a cui probabilmente non ero pronta: all’epoca alcuni insegnanti, per emulare Guruji, fornivano aggiustamenti molto invasivi senza prima chiedere se vi fosse un particolare problema fisico (nel mio caso, anni di ginnastica artistica e danza avevano reso la parte lombare della mia colonna vertebrale particolarmente sensibile): vorrei comunque aggiungere che il mio compito come studente sarebbe stato quello di dire “no, grazie” e riconoscere da sola di non essere pronta, ma il mio ego all’epoca bramava per raggiungere la fine della Prima Serie! Il giorno successivo alla pratica ricordo che riuscivo a malapena a stare in piedi e trascinavo la gamba a fatica. Fortunatamente, la fiducia nella pratica mi ha riportato sul tappetino quasi subito e, anche se per un anno la mia flessibilità (che era sempre stata un mio punto di forza) era ridotta a quella di una carrucola arrugginita, piano piano il trauma alla schiena è guarito e anzi, la mia pratica ne è uscita più forte e consapevole (e mi ha convinto ad iscrivermi al mio primo corso per insegnanti con la British Wheel of Yoga, nel 2003). Tuttavia, la memoria del dolore provato è rimasta e per molto tempo ho affrontato le posizioni rovesciate con particolare timore. Ancora oggi le affronto con grande rispetto e attenzione. Il fatto che Sharath abbia sottolineato l’importanza di imparare queste posizioni SEMPRE sotto la supervisione di un insegnante qualificato mi ha fatto sentire dunque in modo particolarmente forte la necessità di tradurre il suo messaggio. Soprattutto se ci si sente instabili in una posizione (e nelle posizioni rovesciate a maggior ragione), è importante evitare di praticarle senza la corretta assistenza. Nella sequenza conclusiva della pratica di Ashtanga e del Vinyasa Yoga, le posizioni rovesciate vengono tenute per circa 20 respirazioni ciascuna. E’ quindi importantissimo che non venga esercitata alcuna pressione sulla testa, per evitare di comprimere le delicate vertebre della colonna. Inoltre, poiché il tempo di tenuta delle posizioni è notevolmente più lungo delle altre, il sangue affluisce alla testa in misura maggiore ed è molto importante uscire da queste asanas con molta calma e altrettanta cura. E’ quindi importante apprendere come scaricare correttamente il peso sugli avambracci (mentre la testa sfiora appena il terreno) quando pratichiamo Sirsasana. La serie di posizioni sulla testa che vengono affrontate nella serie Intermedia dell’Ashtanga Yoga presenta meno problemi da questo punto di vista, poiché le asanas sono tenute solo per cinque respiri. In ogni caso, è di fondamentale importanza affrontarle solo quando l’insegnante ritiene che sia giunto il momento.
Se effettuata correttamente, Sirsasana è una vera e propria medicina: oltre a curare molti problemi respiratori (che causano una scarsa affluenza di sangue alla testa), Sirsasana è di grande utilità per chi soffre di ansia. Se abbiamo poco tempo a disposizione, ricordiamoci che è sufficiente praticare alcuni saluti al sole seguiti dalla sequenza finale di posizioni rovesciate. Ciò che Sharath ha sottolineato durante la sua conferenza, è l’importanza di affrontare gradualmente queste posizioni e la durata che dedichiamo loro durante la pratica. Soprattutto, quando pratichiamo a casa, e a maggior ragione se abbiamo iniziato da poco, dovremmo esercitarci nelle asanas apprese con l’insegnante, e attendere che il nostro corpo sia pronto prima di affrontare nuove posizioni. Sharath ha sottolineato come Guruji gli abbia trasmesso così il metodo, ed ha inoltre suggerito di praticare le posizioni rovesciate preferibilmente al mattino – tradizionalmente, ogni pratica spirituale trae giovamento dalla pratica nelle prime ore del mattino, anche se in occidente purtroppo non sempre questo è possibile!  La pratica yogica rafforza il corpo e rende più stabile la nostra mente. Quando non siamo in salute, avere una mente serena è praticamente impossibile: ecco perché dobbiamo innanzi tutto utilizzare lo yoga per recuperare uno stato fisico ottimale. I giorni successivi alle prime pratiche spesso portano alla luce qualche disturbo: ciò accade perché il nostro corpo si sta disintossicando dai veleni accumulati. Con il tempo e la costanza, ci sentiremo più leggeri. Se si soffre di un problema fisico, è innanzi tutto fondamentale capire se si tratta di una normale rigidità iniziale o di un problema medico che necessita di cure specifiche. Se abbiamo un legamento o un menisco danneggiato, prima di affrontare la pratica dovremmo rivolgerci ad uno specialista per evitare di provocare ulteriori danni. “Non rincorrete le asanas”, ha detto Sharath. Molti sono così trascinati dal fascino di una nuova posizione, da lanciarsi in tentativi sconsiderati senza riflettere se il loro corpo sia pronto. Nello Yoga è fondamentale costruire una solida base, e questa viene solo con il tempo. “Ciò che arriva in fretta, in fretta se ne va”, ha continuato Sharath. E’ necessario coltivare la conoscenza del corpo e dello spirito, e questo è un lavoro che richiede molto tempo. Oggi, ha sostenuto Sharath, molti conseguono certificazioni all’insegnamento in 15 giorni. Certificati che non hanno valore, perché è solo una lunga e costante pratica ad infondere una vera comprensione dello Yoga. Perché se lo scopo della nostra pratica è ottenere un certificato, siamo fuori strada. Chi pratica lo Yoga non ha una strategia. “Quando ho iniziato a praticare – ha aggiunto Sharath – non esistevano le certificazioni, ma solo la pratica. Ed è solo praticando che comprenderemo lo Yoga. Ma è un processo che richiede tempo e duro lavoro – dedizione, devozione, disciplina e determinazione: ci sono molte ‘D’ nello Yoga”. Se vogliamo comprendere cosa sia lo Yoga, dobbiamo essere disciplinati. Tanti sono gli ostacoli alla pratica: la pigrizia, il dubbio, la leggerezza, la falsa attenzione, e se ci manca una solida base, questi ostacoli ci influenzeranno facilmente. La nostra concentrazione verrà a mancare, e svilupperemo paura o depressione. Anche se un po’ di paura male non fa, ha aggiunto Sharath con un sorriso. Con la pratica, con gli anni, la paura svanisce ed impariamo a rilassarci anche nelle asanas più difficili. Il compito dell’insegnante è assicurarsi che lo studente sia pronto e in grado di sostenere una posizione. Diversamente, è come offrire un diamante ad una scimmia: non ne comprenderà il valore, e ci giocherà come se fosse un sassolino. Un autentico Guru aiuterà lo studente a svegliarsi. Sarà disciplinato e severo. Senza disciplina, non è possibile insegnare Yoga. In molti non apprezzeranno questa affermazione, ma lo Yoga non è una conoscenza da regalare senza attenzione.
Non ci sono insegnanti come Sri K. Pattabhi Jois, ha sottolineato Sharath. E’ stato il più grande tra i maestri. Tutti gli studenti per lui avevano lo stesso valore, ed era un uomo privo di ego. “Questo lo ha reso un immenso maestro”. E’ importante mostrare gratitudine e rispetto alla pratica. La conoscenza dello Yoga risiede dentro di noi, ma dobbiamo arrivare a comprenderla, e per questo dobbiamo cercare dentro di noi “Lo Yoga è tutto dentro di noi”, ha concluso Sharath.
Anurag e Guruji
Isabella Nietschke sta ora rientrando a casa, dunque questo è il suo ultimo post in diretta da Mysore. Vorrei ringraziarla per averci trasmesso puntualmente queste note che sono di immensa ispirazione per tutti, insegnanti e studenti di questa meravigliosa pratica chiamata Yoga. Vorrei ringraziare inoltre Anuraag Vassallo, con cui ho avuto anche io l’onore di studiare, per aver postato ogni domenica il link al blog di Isabella, consentendomi di tradurre questi splendidi messaggi.

Sharath Jois: spunti per la pratica

Sharath e Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

L’incontro settimanale di Sharath Jois con i suoi studenti di Ashtanga a Mysore offre ancora una volta tanti interessanti spunti di riflessione sulla pratica Yogica. Mi permetto dunque di riassumere la trascrizione di Isabella Nitschke evidenziando quelli che a mio parere sono strumenti veramente utili che la pratica Yoga mette a nostra disposizione. L’argomento affrontato ieri da Sharath a Mysore era quanto mai attuale: quali cambiamenti produce la pratica in ognuno di noi? Lo Yoga è un processo interiore, un viaggio di trasformazione individuale. Per essere davvero efficace tuttavia, non può limitarsi alla sola pratica delle asanas (posizioni), ma deve diventare un percorso completo, ciò che nello yoga prende il nome di Sadhana. Le asanas sono uno strumento di rivelazione che ci aiuta ad andare oltre l’ego. Quante volte al giorno ripetiamo la parola “io”? Quante volte ci facciamo prendere la mano dal nostro modo occidentale di guardare alle cose, trasformando anche la pratica dello Yoga in una competizione? Non basta smettere di guardarsi allo specchio (uno dei motivi per cui amo insegnare nelle Yoga Shala autentiche, dove lo specchio non c’è, per consentire ad ognuno di sentire, piuttosto che osservare, se stesso); proviamo a smettere di confrontarci con chi pratica sul tappetino accanto al nostro. La pratica è uno strumento per cambiare se stessi: e se cambiamo noi stessi, anche il mondo ci sembrerà diverso, perché lo guarderemo con un nuovo sguardo. La pratica, insegnandoci ad essere compassionevoli innanzi tutto verso i nostri limiti, ci porta a cambiare le nostre percezioni e il nostro atteggiamento verso gli altri e verso il nostro ambiente – e questo cambiamento influenza in modo positivo il nostro mondo. Essere compassionevoli verso noi stessi, infatti, ci rende con il tempo più ben disposti anche nei confronti dei limiti altrui. E questo dovrebbe essere il primo proposito della nostra pratica, perché lo Yoga non si limita all’ora che trascorriamo nell’ambiente protetto della Yoga Shala. Quando la pratica diventa quotidiana, sul tappetino come nella vita di tutti i giorni, ne possiamo davvero cogliere i benefici: innanzi tutto fisici, perché innegabilmente lo Yoga con il tempo ci regalerà un corpo snello, forte e in salute – la pratica dello yoga dinamico ci aiuta a perdere i chili in eccesso, a diventare più forti e flessibili. Ci renderà radiosi, purificando il nostro corpo grazie alla sua azione sugli organi interni. Renderà la nostra mente lucida e il nostro modo di comunicare più chiaro ed efficace, perché una mente più concentrata ci consentirà di esprimere noi stessi in modo più sereno. Prolungherà la nostra esistenza preservando “Amrita Bindhu”, il nettare della vita custodito, secondo le scritture Yogiche, nella sede corporea del nostro settimo chakra, che grazie alle posizioni rovesciate (eseguite con cura) gli Yogi mantengono nella sua sede originaria più a lungo. Attiverà il nostro “fuoco digestivo”, perché la pratica dinamica delle asanas genera un calore che favorisce la purificazione degli organi grazie alla combinazione tra posizioni e corretta respirazione. E sempre la respirazione yogica purificherà il nostro sistema nervoso. Oggi persino la medicina tradizionale attribuisce finalmente un ruolo importantissimo alla respirazione utilizzata a fini terapeutici: pensiamo quindi quanta saggezza porta con sé lo Yoga attraverso i secoli! Eppure lo Yoga non si ferma al tappetino, anzi. Sul tappetino muoviamo i primi passi attraverso una pratica che connette il corpo al nostro lato più spirituale. Coltivando una mente calma, riusciamo ad ascoltare una voce interiore che ci invita ad eliminare tante inutili distrazioni del quotidiano, e a concentrarci su ciò che davvero è importante.
Suggerisco a tutti gli anglofoni di seguire il bellissimo blog di Isabella Nitschke che ogni settimana trascrive integralmente le conferenze di Sharath. Con profonda gratitudine per i loro insegnamenti, dedico questo post a Sri K. Pattabhi Jois e suo nipote Sharath… Namaste e buona pratica a tutti!

L’importanza del metodo

Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

Tra i post dedicati allo Yoga che leggo settimanalmente, trovo sempre grande motivo di ispirazione nelle note tratte dalle conferenze di Sharath Jois con gli studenti di Ashtanga che visitano la sua famosissima shala a Mysore. Sharath, come tutti sanno, è il nipote del grande Sri Pattabhi Jois, creatore del sistema Ashtanga Yoga a cui tutti noi praticanti dobbiamo moltissimo. Tra le belle abitudini di Guruji, c’era quella di tenere incontri con gli studenti che viaggiavano da tutto il mondo per praticare con lui, per chiarire dubbi sul metodo, sulla pratica, o approfondirne alcuni aspetti. Nel pieno rispetto della tradizione, Sharath oggi tiene queste ormai affollatissime conferenze e alcuni studenti hanno la gentilezza di postarne un sunto sui loro blog. L’ultimo post faceva riferimento all’importanza di seguire un metodo, e ho trovato questo concetto particolarmente illuminante per molti aspetti. Nella nostra cultura, nelle nostre città, siamo soggetti quotidianamente ad un bombardamento di informazioni e stimoli di ogni tipo. L’offerta è tale e tanta, da portarci a voler provare e seguire mille corsi, mille attività, senza però approfondirne nessuna. Cominciamo a praticare Yoga, poi veniamo attratti dal Karate, dal Krav Maga, dalla danza hip hop, dal Tai Chi. Iniziamo mille corsi, tocchiamo superficialmente ogni cosa, e non lasciamo il tempo ad una pratica di sedimentare dentro di noi, a livello fisico ed energetico, perdendone i benefici più profondi. Nello specifico, ovviamente, Sharath si riferiva allo splendido sistema dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Penso che, in questa sede, possiamo allargare questo concetto all’esplorazione di tutto lo Yoga, ma soprattutto possiamo spingere questa idea alla necessità di imparare a coltivare la costanza, non solo nella pratica ma in tutto ciò che facciamo. Nello Yoga, classe dopo classe, il nostro corpo si apre a nuove possibilità. Sequenza dopo sequenza, con calma e pazienza impariamo a riconoscere nelle nostre rigidità fisiche i “blocchi” psicologici che ci piacerebbe superare. Per questo è importante seguire con costanza questo cammino: per dar modo al sistema Yoga di rivelarci tutto il suo immenso potenziale. Chi pensa di trovare, dopo due lezioni, la pace mentale o la massima flessibilità sarà presto deluso. Anzi, le prime lezioni saranno proprio quelle che ci riveleranno l’instabilità della nostra mente e i limiti del nostro corpo. Per questo è importante scegliere il metodo Yoga (o altro, se quella è la nostra strada) e seguirlo con costanza, pazienza e curiosità. Solo attraverso la pratica costante lo Yoga ci rivela la sua vera essenza. Spesso ci sentiremo frustrati, impazienti; ma molto più spesso ci sentiremo felici, increduli davanti al benessere che sentiremo nascere in noi. Ringrazio Sharath per l’ispirazione che riesce sempre ad infondere negli studenti con le sue parole, Isabella Nitschke per aver riassunto e condiviso il suo pensiero, e Anurag Vassallo per i puntuali aggiornamenti a noi studenti attraverso la sua pagina facebook. Grazie a tutti voi per aver ispirato questo mio post. Vi aspetto sul tappetino.

Namaste!

Il tempo per praticare

(Nota del 6 aprile 2017: Scrissi questo post sul tempo per praticare, dedicandolo all’apertura di una shala in cui credevo molto. Purtroppo non sempre chi insegna yoga è infallibile, e non trovai un accordo con la persona con cui avevo intrapreso questa avventura. Resta il ricordo di un momento in cui credevo di aver trovato una casa per la mia pratica. Il tempo mi ha insegnato che la casa è ovunque si stenda il proprio tappetino).
Ricordo che una delle prime cose che mi affascinò dello Yoga fu il concetto di self-practice, ovvero la pratica individuale, da svolgere da soli, oppure, come nella tradizione Mysore, in una shala, sotto l’occhio vigile di un maestro pronto ad assistermi nelle posizioni più difficili e ad offrirmi nuove asanas man mano che la mia pratica migliorava.
Ritengo ancora oggi che uno dei regali più autentici dello Yoga sia quello di fornire, con il tempo, gli strumenti per praticare da soli e aumentare la consapevolezza che abbiamo del nostro corpo – capire come e perché reagiamo a determinate posizioni, quali sono i nostri punti di forza e quale il nostro “tallone d’Achille”, come la mente possa essere nostra alleata nel portarci oltre i nostri limiti fisici, o a volte metterci i bastoni tra le ruote. Confrontarsi ogni giorno con il tappetino è un viaggio interiore che non finisce mai. Notiamo con il passare del tempo come il nostro piano fisico sia sensibile alle emozioni, alle stagioni, alle fluttuazioni della mente e del cuore. E al tempo stesso, impariamo a trovare uno spazio in cui l’appuntamento con se stessi diventa non solo l’occasione per mantenerci sani e in forma – perché sì, le asanas e le sequenze Vinyasa sono vere e proprie medicine, e con gli anni di pratica questo diventa assolutamente evidente – ma anche il momento in cui raccogliamo le idee, abbandoniamo la frenesia del quotidiano e torniamo ad essere al di fuori delle leggi temporali. Il focus del mese per chi pratica Jivamukti Yoga è proprio il “tempo”. Siamo sempre più schiavi di un concetto che, a ben guardare, è sfuggente e indefinito. Trovare tempo per noi stessi sembra impossibile eppure sappiamo bene di trascorrere molte ore in attività inutili: social networks, televisione, giochi elettronici, smartphones. A volte è importante “disconnettersi” e scoprire una dimensione più autentica del tempo. Una Yoga Shala è anche questo: un luogo in cui scollegare le nostre connessioni virtuali, e riscoprire il contatto con il nostro corpo, abitarlo con maggiore consapevolezza. Quante volte ci è capitato, durante la pratica Yoga, di sentire il tempo dilatarsi? Un’ora sembra improvvisamente lunghissima, perché piena di eventi corporei e mentali.