Lo Yoga: terapia contro la paura

Pensavo in questi giorni a quanti dei nostri comportamenti sono influenzati dalla paura. Al di là delle paure oggettive nei confronti di qualcosa, credo che la paura da cui tutte le altre nascono sia quella di mostrarci per ciò che realmente siamo, senza maschere, nella nostra vulnerabilità. Eppure solo quando siamo noi stessi, senza più strutture o personaggi da recitare, possiamo davvero amarci, ed essere profondamente amati. Alla ricerca di spunti di riflessione sull’argomento, come spesso mi accade, sono “inciampata” virtualmente in questo bellissimo post di David Garrigues, che traduco per voi.

“Quando inizio a guardarmi dentro, mi accorgo di essere semplicemente un gran groviglio di paure. Se mi metto ad analizzarle, mi accorgo che la maggior parte di queste paure sono auto-imposte. Sono io a chiamare fantasmi e mostri e sempre io a consentire loro di girarmi attorno, permettendogli di creare disagi al mio stato mentale. Ma una di queste paure ha un’origine più profonda. Non sono io a chiamare questa paura, essa semplicemente “E'”, come se avesse un suo corpo e una sua coscienza.

Non giudico la paura. Anzi le sono grato. Sono gli improvvisi choc dei suoi aculei a mantenermi vivo. La accetto come la guida che mi spinge verso l’ignoto. Cerco di vivere secondo il credo “vai verso ciò che temi”, perché paura e creatività spesso vanno a braccetto. Non possiamo trovare l’una senza l’altra. L’arte dello yoga consiste nel richiamare il coraggio, mettere in atto le proprie capacità, vivere liberamente al confine di ogni nuovo precipizio fisico, energetico e/o psichico. Dopo 30 anni sul tappetino, so che è la combinazione tra paura e creatività a consentirmi di forgiare un percorso originale e unico verso la conoscenza del Sé.

Ma sono pur sempre umano, e a volte non riesco ad abbracciare la mia paura. Anzi, perdo la pazienza nei confronti della sua natura accanita e ossessiva. Le mie capacità yogiche vanno a quel paese: vorrei alzarmi e gridare: “di cosa diavolo ho così tanta paura?”. Vorrei spaventarla, zittirla, spegnerla, ignorarla, deriderla, prenderla a calci o catapultarla nella stratosfera schiacciando un magico bottone. Ma ognuno di questi tentativi si rivela futile. Perché nonostante tutto, lei è con me, dovunque io vada, segue ogni mio passo, proprio come la mia ombra. Vorrei infilarmi a letto e nascondere la testa sotto le lenzuola. Ma improvvisamente mi ricordo che c’è qualcosa che può scuotere la mia paura… posso andare sul tappetino, praticare una posizione, e iniziare a respirare.

Uso il mio scheletro per disegnare un cerchio magico che definisce uno spazio interno, e uno spazio esterno. Dentro questo cerchio pratico Khecari Mudra; trasformo il mio palato in una caverna sacra e divento un Creatore dell’elemento Spazio. Quindi il mio corpo e la mia mente diventano un Sukhastan, un rifugio, un regno dove la paura non può entrare e dove la comunione sacra diventa possibile.

Il mio corpo in un asana diventa un’espressione di potenza, in cui assumo un atteggiamento di controllo rispetto alla paura. Può essere Utkatasana, un atteggiamento di ferocia. O Maha Mudra, un Sigillo Sacro di Forza Vitale. O Shavasana, che rappresenta l’indifferenza di un cadavere. In Sarvangasana, tutto il mio corpo mi sostiene. In Natarajasana, assumo le sembianze di un esperto danzatore che allontana la paura con i suoi aggraziati movimenti. In Vrkshasana, sono un Albero radicato al suolo, che si erge maestoso contro ogni tempesta. In Samasthiti, posso mantenere l’equilibro tra forze opposte. 

Creo uno sportello temporale, un intervallo di eternità. Sono completamente assorto. Posso respirare, muovermi, fermarmi, riflettere o creare, oppure semplicemente non fare nulla. E semplicemente, esistere. Dentro questo spazioso, vuoto e tranquillo stagno che è la mia mente, riesco ad osservare la verità profonda di questa nostra esistenza, che si dipana in un’unica, continua, eterna e sacra essenza”. (D. Garrigues)

Nello spazio eterno di un Asana, nel momento di completa concentrazione, la paura cessa di esistere.

Francesca d’Errico

David Garrigues

La pratica Yoga: l’antidoto al dolore

David Garrigues

Esiste un antidoto al dolore, sia esso fisico, psichico o emotivo? Stiamo davvero utilizzando la nostra pratica al meglio del suo potenziale? Siamo consapevoli della trasformazione che lo Yoga è in grado di produrre a livello fisico, mentale ed energetico? Personalmente negli anni ho avuto modo di verificare gli effetti di una pratica costante sotto mille profili. Dal recupero da un infortunio, alla ripresa delle forze dopo un intervento, all’affrontare il dolore per la perdita di una persona amata o un momento particolarmente difficile dell’esistenza. L’ho visto su me stessa, e su chi ha praticato con me. Riflettevo oggi su quanto lo Yoga sia in grado di fare per chi lo accosta con serietà, e mi ha colpito un’affermazione di David Garrigues:

“Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza”

Questa frase fa parte di un suo post, che traduco per voi.

“Qual è il primo momento di risveglio che ricordate nella vostra esistenza? Io mi ricordo che, a tre anni, sono rimasto chiuso in un armadio privo di luce. Ero intrappolato, e gridavo aiuto. Se dovessi fare questa domanda ad un gruppo eterogeneo di persone, scommetto che anche per la maggior parte di loro la risposta riguarderebbe un momento di sofferenza. Uno degli aspetti fondamentali dello Yoga è che esiste per rispondere alla sofferenza. Lo Yoga è una risposta al nostro dolore. Un’autentica lezione di Yoga ci prepara ad affrontare i nostri momenti di sofferenza.

Quanto spesso ci accorgiamo che stiamo soffrendo? In realtà, non abbastanza spesso. Ma è ora di iniziare a farlo, perché è così che inizia la nostra autentica preparazione. Dobbiamo rivolgere più frequentemente la nostra attenzione dentro di noi, chiederci cosa ci sta succedendo. COSA STIAMO PROVANDO? Acuire la percezione dei nostri sentimenti è uno dei principi dello Yoga. Diventare consapevoli del nostro mondo interiore ci rende più forti. Diventiamo il nostro principale alleato. Quando riconosciamo la nostra sofferenza e ci riconciliamo con essa, invece che proiettarla sul mondo esterno, la rendiamo più facile da gestire.

Tuttavia, essere consapevoli delle nostre sofferenze e del dolore che a volte infliggiamo agli altri non è una passeggiata. A tutti noi capita di comportarci male, di essere ambigui ed egoisti, quindi il perdono è la chiave di volta in questo processo di preparazione. Dobbiamo imparare a perdonare i nostri errori, la nostra ignoranza, la nostra rabbia, la mancanza di rispetto e le debolezze del nostro carattere. Le energie universali si muovono sempre in modo sensato, e quando attacchiamo qualcuno e ci comportiamo incoscientemente, paghiamo il conto con il dolore fisico, con problematiche emotive o relazionali. Diventando consapevoli della nostra sofferenza e perdonandoci, iniziamo a creare un terreno interiore sicuro, un contenitore psichico in grado di contenere sia il dolore che la sua guarigione. Attraverso questa consapevolezza investiamo in modo proattivo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno. Un atteggiamento molto diverso rispetto a fingere che la sofferenza non esista, e doverne poi affrontare inevitabilmente le conseguenze “dopo”.

Attraverso la pratica, possiamo rallentare se non addirittura smettere del tutto di accumulare debiti di salute fisica, emotiva o relazionale e riempire noi stessi di amore, gioia, di connessione autentica e sacra con noi stessi, gli altri, e con l’abitante segreto del nostro cuore: l’anima.”

David Garrigues

Photo: Marco Pantani

Il debito degli asana

David Garrigues

Mi capita spesso, ultimamente, di leggere post di colleghi insegnanti “vittime” di infortuni. Sebbene spesso questi incidenti di percorso non siano necessariamente legati alla pratica, è indubbio che chi “frequenta” con assiduità posture avanzate, dimenticando di ascoltare con attenzione i messaggi che corpo e mente ci mandano ogni giorno, sia in qualche modo a rischio. Noi Yogi tendiamo frequentemente a lasciarci trasportare dall’entusiasmo e dall’ego, e ad identificarci con gli asana piuttosto che con la pratica in senso lato. Cosa accade quando questo atteggiamento diventa abitudinario? Ce ne parla in un breve scritto David Garrigues, coniando l’espressione “debito di asana”, che trovo quanto mai appropriata…

“Pensateci bene: se c’è un debito che non volete contrarre, è quello con gli asana. Cos’è un debito di asana? E’ il prezzo da pagare lungo il percorso, negli anni, per aver spinto troppo ora. Contrarre questo debito è automatico quando l’ego comincia a prendere il timone dei nostri sforzi. Ci ritroviamo a spingere troppo, a fare il passo più lungo della gamba, a cercare posizioni per cui non siamo tecnicamente pronti. E soprattutto a preoccuparci troppo di raggiungere un obiettivo che non è realistico rispetto ai nostri limiti e alla nostra capacità di comprensione. Scivoliamo nell’auto compensazione, e cominciamo ad accumulare un debito di asana. 

Cosa significa compensare all’interno di una pratica di asana? La compensazione di un asana comincia quando ci convinciamo che la chiave per diventare una persona più amabile e realizzata sia misurabile in base a quanto siamo bravi in relazione agli altri, e quando cominciamo a dare i voti alla nostra performance, automaticamente ci sembra di non essere poi tanto bravi. Quindi, cerchiamo ogni volta di dare il massimo. Ci imponiamo di essere disciplinati e devoti alla pratica a tutti i costi. Ci obblighiamo a creare una catarsi fisica ogni volta che pratichiamo. Ma in realtà, non c’è nessun bisogno di compensare o di creare alcuna catarsi. 

Anzi, cerchiamo piuttosto di assumere un atteggiamento distaccato rispetto alla pratica. Quando pratichiamo, lasciamo che i contenuti psichici fluiscano liberamente in noi, evitiamo di forzare, resistere, manipolare, desiderare o provare paura. Invece che contrarre un debito di asana, paghiamo il giusto prezzo ad ogni pratica. Invece di impegnarci alla ricerca di un’esperienza sublime e catartica, concentriamoci ogni volta diligentemente sul puzzle da comporre. Scegliendo questa strada, la nostra attenzione andrà alle radici, alla base, alle fondamenta di ogni asana e nel far ciò, trasformeremo himsa (violenza) in ahimsa (non violenza). Neutralizzeremo il veleno. Ci ritroveremo con un corpo che ci ringrazierà, invece che maledirci. E oltre a ciò, nello scegliere la strada di ahimsa, godremo, anno dopo anno, di una salute migliore”. – David Garrigues

Mi permetto di aggiungere che nel momento in cui scegliamo la strada del flusso spontaneo, automaticamente diventiamo meno esigenti nei confronti di noi stessi e degli altri. Ahimsa si trasferisce dal nostro tappetino nella vita di tutti i giorni, agevolando non solo il nostro rapporto con noi stessi, ma anche e soprattutto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

Francesca d’Errico

Eka Pada Koundinyasana – Pic by Marco Pantani

Maestro, aiuto! Se praticare Yoga diventa uno stress

pic by Marco Pantani

Nell’era degli yogi moderni, così spesso influenzati da immagini di Yogi e Yogini apparentemente perfetti sui social networks, praticare Yoga può persino diventare uno stress. Come è possibile? Come siamo riusciti a contaminare la disciplina della calma per antonomasia, con le manie perfezionistiche e competitive tipiche della cultura occidentale? I fattori da prendere in considerazione sono molti, e rischierebbero di portarci fuori strada. In sintesi, però, tutti noi portiamo sul tappetino ciò che siamo nella vita di tutti i giorni, e non sempre riusciamo a trovare la chiave giusta per usare lo Yoga come mezzo di crescita individuale. Il rischio? Arrivare al “burn out”, sentire la pratica come un obbligo, e inevitabilmente trasferire su di essa lo stress da cui cerchiamo di fuggire. Senza considerare che, ogni volta che pratichiamo una qualsiasi attività sotto stress, il nostro corpo produce sostanze che minano la nostra salute fisica e psichica. Nella lettera di un praticante a David Garrigues, ma soprattutto nella sua risposta, alcuni spunti per ritrovare l’amore per la pratica, e i suoi benefici. Abbandonando, per davvero, il nostro ego, in favore di un senso dimenticato: quello del piacere.

“Caro Maestro, ho perso il treno dello Yoga. Aiuto!”

“Caro Praticante, scommetto che non ti sei risparmiato nel praticare. Prova ad affrontare la pratica con più delicatezza, più predisposizione al perdono, meno aspettative, meno esigenze, meno stress e meno regole. Ricorda di utilizzare la struttura del metodo, ma anche di esercitare la libertà di interpretarlo in tutta la sua ampiezza. Non dovrebbe essere un segreto che tu, e solo tu, sei la persona che deve trarre piacere dalla pratica ogni volta che sali sul tappetino. Ecco perché la sola regola cardinale è consentire al tuo senso del piacere di essere l’unica guida nel dirigere i tuoi sforzi durante la pratica.  

Utilizza il piacere per raffinare e ri-calibrare ciò che pensi debba essere la tua pratica, e ciò che ritieni debba fare per TE. Quando sali sul tappetino e stabilisci i confini dei tuoi sensi portandoli all’interno, fa sì che vi sia per te spazio sufficiente per esistere – senza avere un’agenda stressante, senza sentire il bisogno di eseguire un numero preciso di posizioni, senza forzarti a raggiungere un livello prestabilito di flessibilità o forza. Allena la tua mente ad essere curiosa nei confronti del tuo respiro, investi la tua attenzione verso il movimento, e trova un interludio di quiete in ogni asana. Consentiti di giocherellare, esplorare, ricercare, modificare, visitare e rivisitare,  e anche di sbagliare ogni giorno. Osserva la bellezza che queste azioni fanno emergere dalla tua pratica. E non dubitare, puoi star certo che una forma di bellezza arriverà, spontaneamente. Magari a pizzichi e bocconi, in brevi istanti durante Ardho Mukha Svanasana, o quando scoprirai un nuovo brivido di felicità in un ‘jump through’. 

David Garrigues, insegnante certificato KPJAYI di Ashtanga Yoga

Non importa quanto duri la tua pratica, o quale sia la sua forma. Assapora il piacere che ti dà, resta in ascolto dei momenti di gioia che arriveranno, dovunque e in qualunque istante. Se sei privo di ispirazione, che tu sia un principiante o un praticante di lungo corso, prova a concentrarti sulle tecniche di base dell’Hatha Yoga: la respirazione Ujjaui, la connessione tra respiro e movimento, le nove posizioni che compongono Surya Namaskara (il Saluto al Sole), le posizioni in piedi, le flessioni e le torsioni da seduto, o se ti è possibile, le inversioni.   Ascolta il tuo respiro come se fosse uno strumento per sintonizzarti con il tuo dialogo interiore. Inizialmente, ti si presenteranno in ordine sparso pensieri di ogni tipo. Ma non appena riuscirai a regolarizzare il respiro e il movimento, ti accorgerai di come questo dialogo possa cambiare, e di come la tua attenzione si rivolga automaticamente al piacere di essere nell’asana e nel respiro del qui ed ora. Prima che tu possa accorgertene, avrai già ritrovato il flusso della tua pratica.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Il motivo migliore per praticare: nessun motivo

David Garrigues

Questa mattina ho aperto la mia mail e come sempre ho trovato molti messaggi provenienti da insegnanti di Yoga di tutto il mondo. Mi sono iscritta alle loro newsletter perché mi piace ricevere ogni giorno uno spunto di riflessione, uno stimolo alla ricerca, un motivo in più per praticare.

Quindi la mail di David Garrigues, oggi, mi ha particolarmente stupito perché il titolo recitava proprio così: il miglior motivo per praticare è nessun motivo.

Ma come? Non cerchiamo ogni giorno una motivazione in più per metterci sul tappetino, anche quando abbiamo dormito male, mangiato troppo, ci siamo stressati e innervositi per ragioni ben poco yogiche? Non abbiamo sempre bisogno di ripeterci qualcosa che ci ricordi quanto la nostra pratica sia importante? Il messaggio di David, che attraverso le sue provocazioni stimola sempre un pensiero in più, sembrava suggerire tutto il contrario. Lo riporto in italiano, perché mi ha fatto riflettere, e alla fine… mi ha fatto dimenticare di riflettere, e venire voglia di mettere i piedi nudi sul tappetino, senza dovermi nemmeno chiedere perché. E accendendo di colpo la lampadina sulla famosa frase di Sri K. Pattabhi Jois: “Lo Yoga è 1% teoria, e 99% pratica”. Buona lettura!

” La pratica è importante perché ci porta oltre la teoria, dentro l’esperienza. Esperienza della conoscenza sacra ed esoterica del Sé. Sri K. Pattabhi Jois, il fondatore dell’Ashtanga Yoga, enfatizzava ripetutamente la differenza tra la conoscenza teorica e l’esperienza pratica della conoscenza.  

I praticanti di Ashtanga yoga sono rinomati per la serietà con cui affrontano la pratica. Seguiamo religiosamente la ricetta di due o più ore di pratica per sei giorni alla settimana. Alcuni di noi (parecchi in realtà) si alzano ad orari assurdi (intorno alle 3 del mattino) per ritagliarsi uno spazio di tranquilla solitudine in cui praticare. C’è da chiedersi da dove arrivi l’energia per sostenere un programma così estenuante… 

Praticate solo perché avete voglia di praticare. Punto. Non fatelo per un motivo particolare; non perché state seguendo una tradizione, non perché volete dimagrire, essere in forma, divertirvi, stare bene, crescere spiritualmente, realizzarvi, o mostrare devozione. No, nessuno di questi motivi.  

Bandite qualsiasi “motivo” vi venga in mente per avere la spinta necessaria a mettere piede sul tappetino. 

Capiamo di aver trovato qualcosa di importante per noi quando sentiamo la voglia di farlo, senza un motivo particolare: semplicemente, non abbiamo altra scelta. Riusciamo in qualche modo a trovare il tempo per praticare, leggere, studiare, ascoltare, contemplare, riflettere, o essere in qualche modo connessi con la materia che ci interessa. Se parliamo di Yoga, questo significa cercare un maestro e usare qualsiasi mezzo in nostro possesso per conoscere, poco a poco, sempre qualcosa in più. Siamo alla ricerca di qualcosa che ci permetta di penetrare in quello che Kabir definisce “il nostro corpo ignorante”.   

Pensate a quando eravate bambini. Facevate le cose senza motivo, spontaneamente, senza pensare a cosa avreste ottenuto da una qualsiasi azione, né a migliorare voi stessi. Non avevate bisogno di convincervi, vi capitava qualcosa di bello sotto mano, e cominciavate a giocarci. Non appesantite la vostra pratica con un motivo. 

Come dice Kabir:

“Chi spera in un motivo, fallirà. 

L’arroganza della ragione ci ha separato dall’amore. 

La parola stessa “ragione” ci allontana inesorabilmente.” 

Non avete bisogno di un guru, di profondità psicologiche, di rivelazioni penetranti o improvvise per rivoluzionare la vostra anima. E’ così semplice e facile semplicemente scegliere di vedere, è quasi un solletico difficile da afferrare. Come direbbe Alan Watts, “Non potete mordervi i denti”.   

Cercare un motivo in più, come se potesse renderci più forti, ci allontana dall’obiettivo ed è una vera tragedia, perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un battito di ciglia, e un sorriso malizioso. 

– David Garrigues, maggio 2017

Traduzione e commenti Francesca d’Errico

Gli Asana sono preghiere? La parola a David Garrigues

Mi interessa la recente evoluzione di David Garrigues e traduco volentieri i suoi articoli sempre molto interessanti sia per gli spunti tecnici di esecuzione degli asana, sia per gli approfondimenti spirituali sulla pratica. Come molti di voi sanno, David è un insegnante certificato da Guruji (Sri K. Pattabhi Jois) all’insegnamento dell’Ashtanga. E’ un prolifico autore e ci ha spesso regalato interessanti video sui diversi aspetti della pratica.
Il post di oggi affronta un aspetto spesso trascurato della pratica, ma che con grande piacere vedo negli ultimi mesi tornare in auge: quello spirituale. Tra l’altro proprio ieri leggevo un articolo che, con profonda ignoranza, associava la pratica dello yoga alle correnti di neospiritualismo che si sono affermate negli ultimi decenni, e con cui lo Yoga, pratica millenaria, non ha nulla a che fare quando praticato in modo autentico. Certo si può dire che con lo Yoga si “prega” con il corpo. Ma in qualsiasi fede, anticamente, il corpo aveva una funzione sacra che partecipava anche dei riti religiosi (e a questo proposito segnalo il nuovo progetto fotografico di Alessandro Sigismondi, The Sacred Body). Pregare anche attraverso il corpo non è una pratica “profana”, anzi al contrario, rivela una sacralità che trascende qualsiasi credo.
B.K.S. Iyengar affermava: “gli Asana sono le mie preghiere”. In che senso possiamo interpretare questa frase? E quali sono le radici spirituali della nostra pratica? David ci offre la sua visione, e ci presenta le difficoltà che spesso incontra il praticante occidentale. Buona lettura e, come sempre, attendo i vostri commenti!

D. Garrigues nella sua Shala

“Diciamo la verità: per molti di noi non è facile ammettere che, quando pratichiamo i Saluti al Sole, stiamo di fatto pregando Dio, proprio come fa un cristiano che si inginocchia in chiesa o un musulmano che si prostra in una moschea.
Per molti di noi non è facile descrivere la pratica come una preghiera, anche se è proprio attraverso la pratica che impariamo, giorno dopo giorno, ad abbandonare il nostro ego e i nostri desideri. E’ curioso notare come la nostra struttura culturale, impregnata di scetticismo e razionalità, ci renda difficile assegnare alla nostra pratica il suo valore più alto. In tanti si sentirebbero sciocchi ad ammettere che, quando ci muoviamo attraverso i Saluti al Sole, eseguiamo un atto di comunione con Surya, anticamente considerata una divinità solare, simbolo della luce della consapevolezza spirituale. Ma è importante ricordare le qualità mentali di intuizione associate a Surya, e il fatto che questo gesto simbolico, proprio all’inizio della nostra pratica, rappresenta un sostegno nell’allontanare la nostra attenzione dal regno fisico, avvicinandola a quello spirituale. Surya è inoltre associato alla guarigione, quindi nel praticare Surya Namaskara ci ricordiamo delle potenzialità curative della pratica quotidiana. Torniamo ogni giorno all’aspetto profondo della pratica, riconoscendo che ci aiuta ad avvicinarci a quella fonte spirituale, più grande di noi, che muove ogni cosa secondo un suo disegno, una forza più potente del nostro ego, la somma totale di tutti i nostri desideri, e di tutte le nostre volontà. Mi ricordo che il mio Maestro, Sri K. Pattabhi Jois, spesso diceva durante le sue conferenze che iniziare la pratica con Surya Namaskara era un atto di devozione, non un riscaldamento. Il nostro approccio ai Saluti al Sole non è lo stesso che avremmo facendo un giro di corsa per scaldarci prima di una partita di basket. E questo perché, a differenza del basket o di altri sport, il significato della pratica degli asana si estende al di là dell’attività fisica. E noi occidentali, che pratichiamo uno yoga fisico (Hatha), e che cresciamo associando qualsiasi attività fisica con lo sport, la competizione e la vittoria, dobbiamo imparare a dirigere lo sguardo con gentilezza e costanza al di là del materiale. E’ sorprendente ma vero affermare che dobbiamo compiere uno sforzo in più per dirigere la nostra consapevolezza verso la visione completa di ciò che può offrirci la pratica dello Yoga.

Naturalmente, quando praticata in modo adeguato e sicuro, la pratica degli asana ci darà anche benefici fisici, ma fermarci qui con il pensiero e l’intenzione ci porterebbe a non vedere i doni più grandi dello Yoga. In virtù dell’impostazione delle nostre vite, ci è più comodo restare fermi al tangibile mondo materiale. Questo ci fa sentire spesso a disagio con tutto ciò che è intangibile, sottile, invisibile e spirituale – concetti che sono alla base della pratica Yoga.
E per questo spesso – e inconsapevolmente – tentiamo di “divorziare” lo yoga dalla sua dimensione spirituale, mantenendo le nostre menti e la nostra pratica radicate nel mondo fisico, atletico e materiale. Sembriamo impegnati in una danza complessa, interminabile, a volte ridicola, altre volte triste e dolorosa, intorno al concetto di Dio, per evitare di ammettere che la pratica è profondamente immersa nella spiritualità e nella preghiera. Ci sforziamo di resistere alla realtà dei fatti, ovvero che lo Yoga tratta principalmente di concetti immateriali, che non sempre vanno d’accordo con il nostro mondo razionale, sicuro e ordinario. Cerchiamo addirittura di non pensare che l’obiettivo della pratica è costruire la nostra fede in una realtà non tangibile, invisibile. Ci sentiamo sciocchi e vulnerabili nell’ammettere che dedichiamo una gran quantità della nostra energia alla ricerca del sottile mondo della spiritualità. Proviamo sentimenti contrastanti rispetto agli aspetti iniziatici della pratica, che ci porta a conoscere questo mondo nuovo e segreto, più autentico della realtà visibile e tangibile, che siamo abituati a considerare l’unica degna di nota.

Ci spaventa riconoscere che la pratica rafforza la nostra fiducia nella connessione con una fonte caritatevole, intelligente, unificante, che va ben oltre la nostra capacità di controllare o comprendere ogni cosa con la ragione. Eppure, dovremmo spaventarci invece nel pensare che un tempo provare una simile fiducia ci era impossibile. Quando impariamo ad avere fiducia in questa fonte più alta, che sa vedere oltre la fallibilità del nostro credo egoriferito, compiamo un passo fondamentale verso la rinuncia alla sofferenza. Chiudiamo il cerchio e ci chiediamo: come facevamo a credere di essere tanto razionali, quando pensavamo che non ci fosse un significato più alto, un’intelligenza superiore, una connessione più autentica, un ordine e una trama per le nostre vite e per il mondo in cui viviamo? E’ triste ma vero affermare che oggi riconoscere la prospettiva più difficile da assumere sia quella che riconosce la vera natura dello yoga. Ogni tecnica yogica è progettata per connetterci consapevolmente alla fonte sacra e invisibile della vita”. – David Garrigues, 2017

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Il giorno del Guru: i ricordi di David Garrigues

Martedi 19 luglio, Moon Day, è Guru Poornima, tradizionalmente giorno di festa per i discepoli che seguono un cammino spirituale sotto la guida di un maestro, giorno in cui viene celebrato il saggio Vyasa, il mitico maestro che trasmise ai suoi discepoli i Veda per il bene dell’umanità. E proprio in questo giorno è nato Guru-ji, Sri K. Pattabhi Jois. Questo articolo scritto da David Garrigues, uno dei pochi insegnanti al mondo certificati da Guru-ji, ne presenta un aspetto profondo e spirituale. Guru-ji ha concepito e trasmesso la pratica dell’Ashtanga Yoga con un preciso intento terapeutico – nel senso più omnicomprensivo del termine, una terapia per il corpo fisico e per il corpo energetico e, da ultimo, per il nostro corpo spirituale. Pratico da anni questo metodo e mi sono presa spesso e volentieri delle licenze, integrandolo con altri stili, arricchendo le serie con asana non previste o non nella corretta sequenza. Nell’ultimo anno – come avevo fatto nei primi anni della mia pratica con Hamish, il mio primo Maestro – mi sono dedicata di nuovo con impegno a rispettarne la logica e ne ho riscoperto l’immenso valore. C’è una ragione che forse non è del tutto comprensibile per cui gli asana vanno eseguiti nella sequenza che Guru-ji ha voluto, e c’è una ragione per andare alla fonte e continuare a studiare con chi ci è stato. E’ necessario dare alla pratica l’opportunità di essere appresa come è stata concepita per apprezzarne il potenziale. In questo articolo, in parte capiamo perché. Il resto, va appreso sul tappetino. Buona lettura e buon Guru Poornima!
 
David Garrigues e Guru-ji

Come diceva Sri K Pattabhi Jois (Guruji) : “strong body, strong mind, weak body, weak mind.” (corpo forte, mente forte; corpo debole, mente debole).

Guru-ji poneva un grande accento sulla forza e sulla salute fisica come percorso privilegiato verso la felicità e la realizzazione in questa vita. Non solo, riteneva che questi aspetti fossero fondamentali nel raggiungimento del potenziale di concentrazione mentale che porta alla conoscenza di sé. Il suo messaggio agli studenti era chiarissimo: per ricevere i benefici terapeutici dello yoga, è necessario coltivare per tutta la vita una disciplina nella pratica delle posture, del respiro abbinato al movimento.
Per Pattabhi Jois, il terzo e il quarto ramo dello yoga non erano stadi attraverso cui passare per arrivare ai rami successivi. Per lui, il terzo e il quarto ramo erano le fondamenta necessarie e permanenti della pratica, che dovevano essere sostenute ogni giorno per tutta la vita. Nel perfezionare il terzo e il quarto ramo, il praticante può perfezionare gli altri rami. A qualsiasi domanda sugli altri rami dello yoga, Pattabhi Jois rispondeva di dedicarsi con serietà e impegno alla pratica di asana e pranayama: solo così ogni altra domanda avrebbe trovato risposta.
Oltre ai suoi insegnamenti sugli asana, Guru-ji era un autentico guaritore che teneva in altissima considerazione i rimedi naturali. Dopo una lezione, nel salutarlo, gli studenti spesso si lamentavano dei loro problemi fisici. Guru-ji li incoraggiava a praticare, e a volte raccomandava un rimedio yogico o ayurvedico, una preparazione del cibo medicinale come il kichari o il riso gangi nei casi più acuti, una dieta detossinante, un breve digiuno, un farmaco fitoterapico, un bagno d’olio (o l’ingestione stessa di olio), ed altre cure naturali.
Ma quando le circostanze lo suggerivano, Guru-ji sapeva anche tenere le distanze dai rimedi naturali. Una tra le più storiche praticanti di Ashtanga racconta che, in preda ad un malore di cui nessuno capiva la causa, rivolgendosi a Guru-ji si vide proporre un medicinale allopatico decisamente tossico: dopo averlo ingerito, tuttavia, la nostra eroina tornò rapidamente in salute.
Sono molte le storie sulle intuizioni di Guru-ji e sulle sue grandi capacità terapeutiche, sia sul piano fisico che su quello energetico.
Una volta, a Mysore, in India, mi venne una terribile forma di acne dolorosa. Studenti e indiani mi guardavano con orrore, notando i foruncoli rossi e viola, grandi come palle da golf, che tempestavano il mio corpo. Andai a casa di Guru-ji in cerca di una soluzione, e alla vista delle mie pustole, con grande soddisfazione esclamò; “Oh, belli grossi! Non inciderli, è il tuo nuovo corpo che si sta formando!”. Se li avessi incisi, avrei rischiato di interrompere il processo di disintossicazione naturale che stava facendo il suo corso.
Naturalmente, il suo entusiasmo non era per i miei foruncoli ma per il processo disintossicante di cui l’acne era un chiaro sintomo. Era riuscito a capire subito che la pratica stava eliminando le tossine dal mio corpo, rinnovandolo completamente. Osservava questa fase di disintossicazione come un aspetto naturale derivante dal mio impegno nello studio della pratica.  Aveva piena fiducia nella pratica ed era risoluto davanti al dolore, allo sconforto e alla malattia.
Offriva a chi non sapeva dove rivolgersi la possibilità di rinnovarsi e guarire. Credeva sopra ogni cosa nelle potenzialità mediche e terapeutiche dello Yoga. Aiutava la gente a superare o almeno a curare in parte gli effetti di ogni sorta di malanno fisico e mentale: diabete, asma, problemi cardiovascolari, traumi sessuali, traumi infantili, fobie, depressione e dipendenze. Parte della grandezza dei suoi insegnamenti era la sua capacità di trasmettere questa fiducia: lavorare con lui rendeva combattivi, aiutava a sentire di avere la possibilità di sconfiggere qualsiasi malattia o qualsiasi ostacolo.
Questa fiducia nel potenziale terapeutico dell’Ashtanga Yoga è una delle ragioni per cui insisteva sul fatto che la pratica doveva essere “99% pratica e 1% teoria”. Perché è la pratica (e non studiare o parlare di Yoga) a guarirci dai nostri mali. Attraverso la pratica ristabiliamo la nostra salute ringiovanendo i fondamentali “sistemi operativi” del corpo. Attraverso la pratica quotidiana di sequenze create ad arte influenziamo la nostra salute e il nostro benessere: la capacità di respirare, la circolazione sanguigna, il sistema digestivo, la mobilità articolare, l’espressione delle nostre emozioni, la stabilità mentale e la regolarizzazione delle funzioni endocrine e delle onde cerebrali.
E queste non sono che alcune delle potenzialità terapeutiche dell’Ashtanga Yoga.
Applichiamo queste tecniche per dare agli asana una qualità attiva, mantenendo l’attenzione sulla nostra consapevolezza all’interno dell’asana. La qualità a cui mi riferisco non è difficile da comprendere o immaginare, perché è semplicemente la somma delle abilità di notare con accuratezza ciò che avviene in noi e intorno a noi in un preciso momento. Il nostro livello di concentrazione e consapevolezza genera una linfa, un’ambrosia che possiamo bere e che ci dona nuova vita. E la meditazione è una sorsata di questa miracolosa bevanda, paragonabile ad un’oasi di acqua cristallina a cui giungiamo dopo una sfiancante camminata nel più desolato dei deserti.  Abbeverarsi alla consapevolezza significa aprire i cancelli alla capacità di autoguarigione, perché quando siamo davvero consapevoli, troviamo automaticamente e naturalmente il nostro respiro più autentico, siamo in grado di riconoscere i bandha, il dristi, dhyana e tutte le tecniche essenziali dello Yoga. Esistono e ci appartengono naturalmente come i nostri occhi, il nostro naso e la nostra bocca appartengono al nostro volto.
La versatilità in queste tecniche fondamentali, tuttavia, può diventare una vera sfida anche per lo studente di lungo corso. La perfezione in questi aspetti elude a volte anche il praticante più serio. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di una guida autentica, di un insegnante che abbia la pazienza e la conoscenza necessarie a sviluppare le pratiche dello yoga. Un insegnante di questo tipo può aiutarci a diventare più forti, più stabili nella pratica, magari sviluppando metodologie che siano particolarmente adatte alla nostra costituzione e alle nostre capacità.
E’ solo allora che la pratica non solo faciliterà il recupero delle funzioni ottimali del nostro cervello, dei sistemi nervoso, digestivo, linfatico, circolatorio, organico, endocrino – ma anche e soprattutto ci porterà all’interno, dove la conoscenza di sé e il risveglio spirituale aspettano solo il nostro arrivo.”
– David Garrigues
Traduzione di Francesca d’Errico