Jivamukti FOTM, maggio 2017: Essere il Cambiamento

“Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”

Da tre anni ormai è diventata una consuetudine per me tradurre il Focus Of The Month di Jivamukti Yoga. Che sia o meno il metodo che abbiamo scelto di praticare, Jivamukti ha una componente bhakti (devozionale) che si applica a qualsiasi Yogi contemporaneo. Il Focus Of The Month è una lettura, scritta da Sharon Gannon, David Life o altri senior teacher del metodo (in questo caso April Dechagas) da custodire come meditazione personale o da portare nelle proprie lezioni come spunto di riflessione. E quella di maggio è particolarmente intensa. Eccola a voi.

“yad-yad ācarati śreṣṭhas / tad-tadevetaro janaḥ / sa yat pramāṇaḿ kurute / lokas-tad-anuvartate Un grande uomo sa condurre al cambiamento con il suo esempio, stabilendo criteri che tutti gli altri uomini seguiranno.

Bhagavad Gita III.21

Le strade di Calcutta erano sporche e pericolose. In migliaia soffrivano di lebbra, colera e altre malattie contagiose. Negli ospedali sovraffollati, gli infermieri erano costretti ad allontanare i pazienti terminali rimettendoli sulle vie infestate da scarafaggi. Un gruppo di attivisti, capeggiati da Madre Teresa, rischiava la salute per assistere i poveri e i malati, anche se la maggior parte di loro era destinata a morte certa. Perché Madre Teresa aveva scelto di dedicare la sua vita a lavorare nelle condizioni più pericolose, per gente che non aveva nulla da dare? La sua risposta era: “Vedo Dio in ogni essere umano. Quando lavo la ferita di un lebbroso, mi sembra di aver cura di Dio in persona. Non è forse un’esperienza meravigliosa?”.

I grandi leader mondiali  – Madre Teresa, Martin Luther King Jr., Mahatma Gandhi, Rosa Parks, il Dalai Lama, Malala Yousafzai – condividono alcune caratteristiche. Sono ottimi comunicatori e al tempo stesso hanno una grande capacità di ascoltare. Possiedono solide fondamenta che riflettono un incrollabile impegno nella causa che hanno scelto. Sanno ispirare al cambiamento e dare forza. Sono sicuri, onesti e saggi. E hanno tutti un’altra eccezionale qualità, forse la più importante: l’umiltà.

Il filosofo dell’economia Jim Rohn afferma: “Umiltà è quasi una parola divina. Suscita grande ammirazione e stupore, è l’affermazione dell’animo e dello spirito umano. L’umiltà è la consapevolezza della distanza tra noi e le stelle, e insieme la sensazione di essere parte di esse”. In altre parole, l’umiltà è vedere se stessi negli altri; vedere la sacralità di ogni vita.

La parola umiltà deriva dal latino humilis, che può essere tradotto come “radicato” o “appartenente alla Terra”. Le Chandogya Upanishad ci insegnano tat twam asi o “tu sei quello.” Questo mahavakya, o grande detto, si collega all’idea che tutto è Brahman, che il sé supremo e il sé individuale sono la stessa cosa. Se tu sei Brahman, e l’albero è Brahman, allora tu e l’albero siete una cosa sola. Lo Yogi ha l’umiltà di comprendere che tutto ciò che esiste al mondo partecipa della stessa natura. Le risorse naturali sostengono la vita, quindi è nostra responsabilità sostenere allo stesso modo la Terra che ci ospita.

Secondo le scritture Vediche, ci troviamo attualmente in Kali Yuga – un’era di conflitto e sofferenza. In questa epoca difficile, c’è un gran bisogno di leader eccezionali. Se vogliamo il cambiamento, se vogliamo vedere pace e felicità nel mondo, dobbiamo vivere la vita che vogliamo vedere. C’è stata un’era in cui l’umanità viveva in armonia con la natura. Prendevamo dalla Terra solo il necessario per sopravvivere. Ora, ogni anno, gli esseri umani uccidono miliardi di animali e distruggono milioni di acri di terra. Combattiamo guerre per accaparrarci le risorse naturali, e la Terra non è più in grado di sostenerci. Un tempo chiamavamo “progresso” il prendere dalla Terra tutte le risorse che volevamo. In realtà siamo regrediti, causando l’infelicità di miliardi di umani, animali e persino piante.

Un grande Yogi offre la sua forza agli altri, così che possano imparare ad essere a loro volta forti e felici. L’umiltà consente allo Yogi di essere il cambiamento che vuole vedere nel mondo. Possiamo considerare una diversa forma di progresso: un progresso che ci aiuti a riscoprire la nostra più elevata consapevolezza, riconoscendo in noi la stessa natura delle stelle. Possiamo condurre al cambiamento con l’esempio, stabilendo criteri che tutti gli altri vorranno seguire.

April Dechagas

Spunti per l’insegnamento:
  • La pratica degli asana esprime umiltà. Quando ad esempio eseguiamo Hanumānāsana, assumiamo le qualità del grande condottiero Hanuman. Nella sua totale devozione a Rama, egli è esempio di virtù, forza, potere, umiltà e coraggio.
  • Le posizioni in piedi – e in particolare i “guerrieri” – trasmettono le qualità di un grande leader: fondamenta solide e forti, sguardo fiero e intenzioni incrollabili.
  • Insegnante l’allineamento in tadāsana/samasthiti. Spiegate come l’allineamento di questo āsana diventi una componente di tutte le altre posizioni. La montagna, o Terra, rappresenta la connessione con tutte le altre forme che assumeremo: umane (le posizioni di guerrieri, saggi e santi), animali (cani, rane, scimmie etc.), insetti (locusta), piante (albero) e persino oggetti inanimati che derivano dagli strumenti per lavorare la terra (aratro, barca, compasso).
  • Chiedete ai vostri praticanti di mantenere gli asana più a lungo dei consueti 5 respiri, eseguendo il pranayama ujjayi con un senso di pace e umiltà.”

Traduzione di Francesca d’Errico

Aprite quella porta: il Focus del Mese Jivamukti

David Life e Sharon Gannon

Oggi riflettevo sull’importanza che ha, al giorno d’oggi, capire davvero la distinzione tra semplice attività fisica e Asana Yoga. Cercavo un modo per spiegare come, attraverso la pratica, non ci limitiamo ad assumere complesse posizioni e come, addirittura, non sia necessario farlo per godere i benefici della pratica. Per quanto sia gradevole e di sicura soddisfazione riuscire ad entrare in Omkrasana, o bilanciarsi sulle mani, e per quanto sia vero che, se il nostro corpo è allenato e in salute, una pratica troppo semplice possa sembrare poco produttiva, lo Yoga va ben oltre il regno fisico. Poi mi sono ricordata che è il primo aprile, e che sicuramente David Life aveva pubblicato il Focus del Mese. E come spesso avviene per la meravigliosa sincronicità che caratterizza il mondo interiore di chi pratica, il suo scritto mi è sembrato il modo più bello per descrivere il concetto che stavo cercando di elaborare. Eccolo quindi a voi, tradotto in italiano. Buona lettura!

“Non sono le azioni a mettere in moto la Natura (Prakti). Esse si limitano a rimuovere gli ostacoli, come un contadino rimuove le barriere che impediscono all’acqua di fluire nei campi. Quando rimuoviamo gli ostacoli con l’azione, la Natura penetra liberamente”.“Nimittam aprayojakam prakrtinam varana-bedhas tu tatah ksetrikavat” – YS IV.3

Molti pensano che praticare Yoga significhi acquisire qualcosa, come la capacità di eseguire un asana. Ciò che facciamo praticando, in realtà, è semplicemente rimuovere l’ostacolo che ci impedisce di arrivare all’obiettivo. Ci liberiamo da tutti gli eccessi. Ad impedire il flusso dell’energia o prana, è il pensiero restrittivo, che limita le nostre possibilità. Dobbiamo invece aprire le porte del pensiero. Lo Yogi si interroga dunque sul perché queste porte sono state chiuse.

Molto spesso la pratica degli asana è associata al corpo fisico, che in sanscrito si chiama Anamaya Kosha, il corpo del nutrimento. Kosha significa strato o copertura. Ma cosa muove il corpo? Potremmo pensare “beh, sono io a muoverlo”. In realtà, è la nostra vitalità a farlo. Pranamaya Kosha è il corpo vitale in cui fluisce il prana, attraverso canali energetici chiamati nadi. Non sono visibili, ma esistono e possono essere percepiti. Ci accorgiamo infatti di quando siamo pieni di energia, e quando invece ne siamo privi. I Kosha sono strati che coprono la nostra vera essenza. Chiamiamola come ci pare – spirito, creazione divina, apparenza magica, libera, felice, senza limiti. E’ questa la nostra vera natura.

Siamo dotati di cinque Kosha, o corpi. Anch’essi possono essere invisibili agli occhi, eppure interagiscono tra loro. Nella pratica degli asana, possiamo avvertire emozioni, pensieri, sensazioni piacevoli e sicuramente sensazioni fisiche. Ma alla fine, stiamo cercando attraverso queste posture di influenzare la nostra vitalità, il nostro flusso energetico. Vogliamo rimuovere le barriere che impediscono all’energia di muoversi dentro di noi in modo benefico.

Ksetrika significa contadino in sanscrito. In India, il riso viene coltivato nelle risaie. Funziona così: il contadino costruisce un piccolo cumulo di terra attorno alla risaia per proteggerla dall’acqua corrente. Un contadino esperto sa esattamente quando rimuovere il cumulo per consentire all’acqua di inondare la risaia al momento giusto. Sa per quanto tempo la risaia debba restare piena d’acqua, e quando è necessario fermare il flusso. Il solo fatto di avere un buon terreno, dei buoni semi e acqua a disposizione, non significa che riusciremo ad ottenere un buon raccolto. E’ necessario applicare l’intelligenza per capire di cosa ha bisogno il riso per crescere. Occorre la saggezza per scegliere il momento giusto della stagione, e così via. Tutti questi elementi lavorano insieme per sostenere la crescita. E’ di questo che parla Patanjali negli Yoga Sutra.

Ciò che acquisiamo attraverso la pratica Yoga è una speciale intelligenza che ci permette di aprire la porta e lasciare che il prana fluisca laddove è necessario. Questa intelligenza arriva quando sentiamo i nostri limiti e cerchiamo di articolare il corpo fisico attraverso la nostra energia. Vogliamo eseguire un asana, ma per qualche ragione non riusciamo a portare l’energia di cui abbiamo bisogno, ad esempio, lungo la nostra gamba. Le ginocchia tremano e i piedi non sono stabili. Ma con la pratica e la costanza, gradualmente impariamo a dirigere l’energia in modo che fluisca liberamente dove è necessario. Impariamo ad aprire e chiudere le porte, come il buon contadino.

Più che assumere una posizione fisica, il nostro compito è sentirci liberi all’interno di essa. Se studiamo il linguaggio del corpo, possiamo riconoscere nei nostri gesti l’arroganza, la diffidenza o la paura. Siamo preoccupati per noi stessi e i nostri asana? Ci siamo dimenticati perché li stiamo praticando? Una bassa autostima si esprime nell’incapacità del corpo di muoversi liberamente, con gioia. E’ il risultato dei pensieri che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, delle azioni egoistiche commesse in passato. E’ questo a chiudere le porte al prana che promuove la nostra crescita. Se le azioni prive di compassione chiudono le porte della nostra esistenza, dobbiamo cercare di compierne altre, compassionevoli e virtuose.

Non abbiamo niente da perdere se decidiamo di regalare agli altri la nostra gentilezza. Anzi, farlo ci riempirà di vitalità. A tutti è capitato di sentirsi privi di energia, di sentire di non avere più nulla da dare, eppure proprio in quell momento qualcuno a noi vicino chiede la nostra comprensione: ha davvero bisogno del nostro supporto, e noi lo amiamo così tanto che la nostra stanchezza scompare. Siamo lì per lui, ci identifichiamo in lui, lo amiamo. Vogliamo quella libertà completa che, dovunque siamo, ci fa sentire vivi: una libertà che nella sua estrema semplicità sorprende gli altri.

–        David Life, 2017

Spunti per l’insegnamento:

  • Spiegate come il pranayama sia in grado di limitare e/o liberare la forza vitale.
  • Descrivete le differenze del flusso energetico percepibili quando manteniamo un asana, e quando ne usciamo.
  • Il modello dei Kosha aiuta lo yogi a comprendere la connessione tra cuore e mente, energia e pensiero, pensiero e movimento, tristezza e malattia, e viceversa.
  • Spiegate come sia possibile controllare il flusso del prana attraverso i bandha o con la respirazione sama vritti a narici alternate.

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: Matsyendranath, Il Pesce

una rappresentazione di Matsyendranath

Il Focus del Mese di Jivamukti Yoga riprende un concetto che a me piace moltissimo, ovvero l’analisi mitologica e spirituale degli Asana. Il simbolismo legato alle singole posture ci consente di andare oltre la loro espressione fisica, arricchendo la nostra pratica di un significato più profondo. Cosa significa “persona”, per noi? Sharon Gannon ci invita alla riflessione e come sempre, a portare lo yoga oltre il tappetino.

Traduco oggi per voi il Focus del Mese di Marzo, scritto proprio dalla co-fondatrice del metodo, Sharon Gannon. E vi invito a visualizzare, durante la vostra pratica, Matsyendranath, per ricordare che l’origine di Tutto è Uno. Buona lettura!
 
hānan eṣāṁ kleśavad uktam
 
L’ostacolo principale alla pratica dello Yoga è il nostro pregiudizio, basato sulle nostre preferenze.
PYS IV. 28
“Un giorno, tanto tempo fa, il forte, saggio, onnipotente Dio della Trasformazione, Shiva, raccontò alla sua compagna, la Dea Parvati, la sua più recente scoperta: lo Yoga. Le parlò a lungo, senza accorgersi che Parvati si stava annoiando. Dopo tutto, era stata proprio lei a creare l’intero sistema dello yoga, e certo non aveva bisogno di essere indottrinata. Mentre Shiva si dilungava, Parvati allungò la mano verso l’acqua e cominciò ad accarezzarla, creando piccoli vortici che si trasformarono in onde. Un pesce si accorse che sulla riva stava accadendo qualcosa di interessante e si staccò dal branco per andare a dare un’occhiata. Quel pesce, di nome Matsya, cominciò rapito ad ascoltare gli insegnamenti di Shiva. Quando Matsya gli chiese di ripetere tutto dall’inizio, Shiva accettò di slancio, senza mostrare alcuna sorpresa per il fatto che Matsya fosse un pesce. Shiva dedica infatti ad ogni anima lo stesso rispetto. Determina il valore di un essere vivente considerando il suo sincero desiderio di conoscere la verità, e non in base ad età, fede, genere o specie di appartenenza.
Shiva diede un nuovo nome a Matsya, Matsyendranath o “Signore dei Pesci” (Matsya significa infatti pesce in sanscrito, mentre indra significa signore). Gli disse di andare ad insegnare agli altri il metodo dell’Hatha Yoga. Funziona proprio così anche oggi: il maestro insegna allo studente, e il ruolo dello studente è diventare a sua volta maestro. Matsya fu dunque il primo studente a diventare maestro, e a trasmettere ad altri i suoi insegnamenti. Lo yoga è trasmesso da un maestro ad uno studente in una linea ininterrotta che vive fino ai giorni nostri. Chiunque oggi si consideri un maestro di Hatha Yoga, discende da quel pesce, Matsya.
Nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, l’autore, Swatmarama, riconosce la sua discendenza da Adinath (Shiva) a Matsyendranath. Tuttavia oggi sono in molti a dubitare che il primo studente di yoga fosse un pesce. Come è possibile? Un pesce non può certo eseguire eka pada shirshasana e tanto meno padmasana! L’assunzione automatica dei più è che Matsya fosse un uomo. Forse aveva occhi, scaglie o altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un pesce. In India, Matsyendranath è spesso raffigurato come un uomo forte, con folti capelli e lunga barba, e con due gambe al posto della pinna.
Perché riteniamo inconcepibile che un pesce possa aver ricevuto direttamente da Dio degli insegnamenti, diventando quindi un guru? Semplicemente a causa dei nostri radicati pregiudizi. Gli esseri umani ritengono arrogantemente di essere l’unica specie del pianeta dotata di consapevolezza, intelligenza, linguaggio e anima. Pensiamo che sia sempre stato cos’, mentre in realtà tutti gli esseri viventi possiedono queste caratteristiche. Gli scienziati oggi concordano nel dire che la vita sul nostro pianeta era presente ben prima del nostro arrivo. C’è stata un’epoca in cui gli esseri acquatici erano ben più numerosi di qualsiasi altra forma di vita terrena. I Veda parlano delle dieci incarnazioni di Vishnu, e la prima è proprio quella di un pesce.
Tempo fa ascoltai qualcuno raccontare la storia di Matsyendranath e cercare di collegarla

Matsyendrasana

alla vicenda biblica di Jonah e della balena, nel tentativo di razionalizzare la presenza di questo “pesce”.  “Jonah,” diceva l’insegnante, “era un uomo che fu inghiottito da una balena. Era un saggio che viveva all’interno di una balena. Matsyendranath era come Jonah – un uomo nel corpo di un pesce. Quando trovate il nome di Matsyendranath nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, non dovete pensare che si parli di un vero pesce”. L’insegnante era irremovibile nella sua convinzione. Quando sentii la sua veemenza, mi chiesi: non è forse vero che all’interno di ogni pesce si trova, in realtà, una persona? Non sono forse persone tutti gli esseri viventi? Se definiamo persona un essere dotato di anima – un essere che può sentire, pensare, che ama la sua vita, che si prende cura dei suoi piccoli, dei suoi genitori – allora dobbiamo dire che certamente anche un pesce è una persona.
I Veda ci insegnano che tutto è Brahman—nell’universo non esiste nulla che non sia Dio. Dio risiede in ogni essere vivente nascosto dalla sua forma esteriore. La natura essenziale di tutte le anime è divina. La forma esteriore di qualsiasi essere o cosa non è l’identità eterna. Penso che un insegnante che non voglia farci credere che Matsyendranath fosse un vero pesce, non sia preparato a sposare questo concetto (n.d.t: Jivamukti Yoga non vuole “umanizzare” gli animali ma, al contrario, riconoscerne la loro dignità in quanto tali, in quanto esseri viventi dotati di coscienza). Il pregiudizio basato sulla specie di appartenenza può impedirci di comprendere questa idea. Spero che presto verrà il giorno in cui non considereremo gli animali inferiori a noi, e che, in qualità di insegnanti, non ci vergogneremo di insegnare il fatto che i grandi Maestri, a volte, possono apparire in forma diversa da quella umana.”
~ Sharon Gannon
Spunti per l’insegnamento:
  • Descrivete in che modo matsyendrasana ed altre torsioni purifichino manipura chakra liberandoci di avidya. Possiamo comprendere l’interconnesione tra tutti gli esseri viventi, quale che sia la loro specie di appartenenza.
  • Insegnate asana presenti nell’Hatha Yoga Pradipika.
  • Spiegate come una dieta ed uno stile di vita vegani possano essere di aiuto nella purificazione del corpo e della mente, rendendo più leggera la pratica Yoga.
  • Spiegate come l’obiettivo dello Yoga sia eliminare il nostro attaccamento alle preferenze soggettive. Ad esempio, durante la pratica fisica:
    • Nelle inversioni, saltate sempre utilizzando lo stesso piede?
    • Preferite praticare in un particolare punto della stanza, in un particolare momento della giornata? Provate a modificare luogo e orario della vostra pratica.
    • Preferite alcuni asana ad altri? Preferite dedicarvi all’apertura delle anche o agli inarcamenti? Interrogatevi sulle vostre preferenze e provate a lasciarle andare.

Traduzione di Francesca d’Errico

Jivamukti Yoga FOTM: il perché degli Asana

Il Focus del Mese Jivamukti è questa volta scritto di pugno da Sharon Gannon, co-fondatrice del metodo insieme a David Life. E l’argomento è quanto mai attuale: perché pratichiamo gli asana? In un momento in cui l’enfasi sul ramo più fisico dello Yoga sembra prendere il sopravvento, leggiamo l’opinione di questa grande Maestra e riflettiamo sugli aspetti più spirituali della nostra pratica fisica, che puntano alla necessità di ritrovare il senso di Unione con tutto il Creato. Sarà per questo che, dopo quasi due decenni di pratica, sento l’esigenza di vivere sempre più a contatto con la Natura? Buona lettura!

Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga

“Recentemente, uno studente mi ha chiesto come mai in alcune tradizioni Yoga, come il Bhakti, l’enfasi sulla pratica degli asana è così ridotta, mentre nel Jivamukti e in altre discipline Yoga praticate in occidente, gli asana giocano un ruolo predominante. E’ vero che alcune tradizioni, rispetto ad altre, danno maggior rilievo agli asana. Esistono quattro percorsi nello Yoga, e ognuno di essi mira allo stesso obiettivo – l’illuminazione, o la consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza – attraverso mezzi diversi. Nel Bhakti Yoga, il cammino della devozione, ad essere enfatizzati sono il Japa (la ripetizione dei nomi di Dio), il canto e il ritualismo. Nel Bhakti, la pratica mira a sviluppare una relazione personale con Dio per purificare i karma passati. Tra i Bhakti Yogi più noti, ricordiamo Neem Karoli Baba, Shyamdas, Krishna Das, Rumi e Mirabai. Nel Jnana Yoga, il cammino dell’intelletto, l’enfasi è posta sulla meditazione e sullo studio delle Scritture e del Sanscrito. Al centro di questo percorso, troviamo la domanda “Chi sono io?”, e l’analisi di tutte le possibili risposte a tale quesito. Il Jnana Yoga giunge alla consapevolezza che nessuna risposta derivante dal mondo materiale può essere adeguata, e tutto ciò che resta è la natura autentica della realtà. Sri Nisargadatta Maharaj e Ramana Maharshi sono Jnana Yogi. Il Karma Yoga, il cammino del servizio agli altri, enfatizza principalmente l’arrendersi ai risultati delle azioni dedicate a Dio – “Sia fatta la tua volontà, non la mia”. Attraverso il servizio agli altri, vediamo noi stessi – e Dio – nel prossimo, e dissolviamo l’illusione della separazione. Si dice che chi riuscisse ad agire anche una sola volta in modo sinceramente altruista, riceverebbe immediatamente l’illuminazione. Swami Sivananda e Madre Teresa sono Karma Yogi. Il Raja Yoga, il percorso della mente, è il cammino degli otto rami (o Ashtanga Yoga) descritto da Patanjali negli Yoga Sutra. Enfatizza principalmente l’osservazione e l’analisi delle tendenze e delle caratteristiche della mente, e ci prepara a non identificarci con le  sue fluttuazioni, fino al raggiungimento della consapevolezza dell’Unicità dell’esistenza. Sri Krishnamacharya e Sri K. Pattabhi Jois sono stati entrambi Raja Yogi.
All’inizio del ventesimo secolo, Sri Aurobindo ci insegnò che i quattro percorsi dello Yoga potevano essere integrati, unendo le pratiche di ognuno non solo per innalzare la coscienza del praticante portandolo all’illuminazione, ma anche e soprattutto per apportare cambiamenti positivi a livello globale. Jivamukti Yoga è una disciplina che appartiene a questa visione integrata dello Yoga.
Gli asana sono una parte della pratica del Raja Yoga, ma gli asana sottendono in realtà tutti i tipi di Yoga. Per praticare Yoga, abbiamo bisogno di essere incarnati – ovvero di vivere in un corpo fisico. Il Bhakta canta con il cuore e la voce, che appartengono al corpo fisico. Lo Jnani siede e medita attraverso il suo corpo; e il Karma Yogi agisce attraverso il suo corpo. Gli asana partecipano della nostra relazione con la Terra e con gli altri esseri viventi attraverso il corpo. La pratica degli asana può portarci direttamente verso l’illuminazione, perché tutto ciò che si frappone tra noi e l’illuminazione è solo la nostra percezione di noi stessi e degli altri. Il karma generato dalle nostre interazioni con gli altri è immagazzinato nei nostri corpi – infatti, il nostro karma è il tessuto stesso del nostro corpo fisico – quindi muovere il corpo attraverso gli asana produce come effetto la purificazione del nostro karma, e ci aiuta a sentirci più a nostro agio nel corpo e nelle relazioni con gli altri, conducendoci infine verso libertà e liberazione.
Osservando la storia dell’umanità, notiamo come la civilizzazione e le religioni organizzate abbiano conquistato potere attraverso il pregiudizio verso gli altri. Due dei pregiudizi più antichi, la misoginia (l’odio per le donne) e lo specismo (l’odio per gli animali), ruotano intorno alla visione negativa del corpo fisico, trattandolo come se rappresentasse una perdita della grazia, qualcosa da domare, degradare o ridurre in forme accettabili. Nel tempo, gli esseri umani si sono disconnessi progressivamente dalla Terra, dal loro stesso corpo fisico e dal loro posto all’interno del regno animale. Tendiamo a considerarci un “caso speciale” e a dissociarci in modo arrogante dalla fisicità animale. Questo atteggiamento ci ha erroneamente portati a pensare che il modo in cui viviamo e come trattiamo la Terra e gli altri esseri viventi non abbia conseguenze negative su noi stessi e sulle altre creature.
Osservando la storia dello Yoga, notiamo che nel tempo le pratiche sono diventate sempre più raffinate e dettagliate, forse per meglio rispondere all’escalation della nostra alienazione rispetto alla vita. I primi scritti relativi alla felicità, alla realizzazione, al vivere in armonia, al conoscere Dio e noi stessi oggi sembrano molto idealistici, filosofici e difficili da mettere in pratica. Il Rig Veda ci insegna: “Chi conosce? Nessuno”. Molti di noi hanno bisogno di direttive più precise. Quindi i Veda sono stati distillati nelle Upanishad, presentandoci storie e parabole. Ma anche questi testi per molti non sono sufficienti. E sono quindi apparsi gli Yoga Sutra e le Bhagavad Gita, in cui riusciamo ad identificarci meglio anche oggi, pur se in parte ancora troppo astratti. Nel medioevo sono nati gli Hatha Yoga Pradipika, con istruzioni dettagliate su 15 asana e molte altre pratiche. Con il passare del tempo, il mistero della vita è diventato sempre più difficile da comprendere, soprattutto ai giorni nostri, l’era del conflitto, Kali Yuga.
Tradizionalmente, il praticante dovrebbe trovare un insegnante che gli consegnerebbe un mantra da recitare con fede nel maestro che glielo ha donato, per arrivare all’illuminazione. Ai nostri giorni, pochi di noi hanno fede in un insegnante o in un mantra. Potremmo quindi dire che i nostri corpi – fisico, energetico, mentale ed emotivo – sono diventati meno ricettivi: abbiamo perso la nostra sensitività, la nostra capacità di percepire in modo sottile. Abbiamo rinunciato a molto per vivere una vita “civilizzata”. La pratica degli asana ha il potere di affinare i nostri sensi e farci recuperare il nostro stato naturale – l’unità con tutto il creato, lo stato perenne ed eterno della gioia.”
– Sharon Gannon

Jivamukti Yoga FOTM: l’amore di una madre

Traduco con particolare piacere il Focus del Mese Jivamukti Yoga, a beneficio di chi, in Italia, ha sperimentato i benefici di questa intensa pratica. Il mese di maggio è tradizionalmente associato in tutte le culture alla figura della Madre. Le parole di questo Focus ci invitano a trascendere l’aspetto biologico della Maternità, e ad abbracciarne il profondo significato spirituale e simbolico. Buona lettura!
Secondo l’Induismo e lo Yoga, il nostro primo Maestro e Guru è nostra madre – colei che ci ha dato la vita. Ognuno di noi ha una relazione diversa con la propria madre biologica. Abbiamo tutti vissuto conflitti e incomprensioni con i nostri genitori o mentori dall’infanzia in poi, e forse alcuni di questi conflitti sono ancora oggi irrisolti. Gli insegnanti si manifestano nelle nostre vite in molti modi e in diverse aree della nostra esistenza. Il nostro primo insegnante, per nascita, è appunto nostra Madre, così come la Terra è la Madre del creato. Per apprezzare il potere della creazione, è importante imparare a riconoscere il valore di ogni forma di vita, non solo quella umana: la forza vitale che fluisce in tutti gli esseri viventi.
Lo stesso pianeta Terra, secondo la filosofia Induista, viene definito “Madre”, “Madre Divina” o “Ma” – è l’aspetto creativo che garantisce aria, cibo ed acqua necessari alla sopravvivenza di tutti gli esseri viventi che lo abitano. Osservando la nostra attuale relazione con la Madre, possiamo riconoscere molte somiglianze con il rapporto che abbiamo con la nostra madre biologica. Ci sono momenti in cui litighiamo, altri in cui la ignoriamo, e altri in cui facciamo cose che la addoloreranno. Tuttavia, è sia attraverso di lei che attraverso la Madre Divina che si svela la nostra connessione alla fonte della vita. Nell’Induismo, la Dea si manifesta in molte incarnazioni. La personificazione della Dea è il legame tra il ruolo della madre e la Femminilità Divina, o Shakti.
L’amore di una madre non conosce condizioni. Sa che, per virtù della nostra stessa esistenza, le provocheremo dolore – e nonostante questo continua a sostenerci con tutto il suo cuore. Ogni anno, migliaia di foreste vengono abbattute, oceani, fiumi e laghi vengono inquinati, immense voragini vengono scavate nel suo ventre. Ma non è solo la Terra ad essere sfruttata: lo sono anche le sue popolazioni non umane. Il consumo di prodotti caseari comporta la violenta inseminazione delle vacche da latte, che vengono a forza separate dai loro cuccioli; queste vacche sono quindi di nuovo inseminate, per continuare a produrre latte. Il latte che ne deriva, che avrebbe senso per i loro figli naturali, viene rubato dagli umani e venduto per mero profitto ad altri umani. Lo sfruttamento che deriva dall’industria casearia nasce dalla convinzione che la Terra e le sue popolazioni non umane siano beni, merce, e non esseri divini. Il loro valore diventa monetario invece che essere onorato per la connessione alla forza vitale che fluisce attraverso ognuno di noi. Possiamo convenire che la vita è sacra, eppure molti di noi ancora danno maggior valore ad alcune vite rispetto ad altre. La vita umana vale più della vita non umana.
Ciò che è necessario cambiare è proprio questa sensazione di “proprietà” che proviamo nei confronti della Madre Divina – per tornare ad un luogo di armonia con il nostro autentico lato creativo – accettare, riconoscere ed onorare ogni forma di vita, ogni aspetto della Madre, che sia umano o non umano, animale, pianta o spirito. Lo Yogi si adopera per una relazione di mutuo beneficio con tutte le forme di vita, tutte le vite che condividono l’esperienza dell’esistere su questo pianeta e all’interno dell’Universo. Onorare e rispettare il potere della Madre, vederla come essere vivente – come Divinità – significa allontanarsi dal senso di separazione e avvicinarsi all’unione con l’origine della Creazione. JAI MA!
—Doug Whittaker
Note per gli insegnanti:
  • Intonare un mantra – soprattutto gli Shanti Mantra – è un modo eccezionale per rimuovere i blocchi che ci impediscono di rilevare l’essenza divina negli altri esseri viventi. Dedicate i vostri mantra alla Madre, la vostra, o qualsiasi altra madre.
  • Esplorate gli insegnamenti degli attivisti per l’ambiente, come Julia Butterfly Hill, Joan Baez e Jane Goodall.
  • Insegnate asana mirati a muladhara chakra, spiegando come questo chakra e gli asana ad esso correlati siano fondamentali per la nostra connessione alla Terra.
  • Condividete le leggende delle Dee della tradizione induista, come Saraswati, Lakshmi e Parvati o Shakti e Radha in relazione a Krishna, incoraggiando gli studenti ad esplorare l’idea che l’incarnazione della Dea assume diverse forme.
  • Molti asana si ispirano ad animali o a elementi della natura; una perfetta occasione per esplorare l’esperienza di unione con la natura stessa. Se possiamo essere la montagna, l’albero, il cane o il serpente, forse possiamo cominciare ad entrare in relazione con la natura, e ad onorarla al di là del tappetino.
  • Il ciclo di nascita, vita e morte è un grande maestro nell’insegnarci ad onorare la vita. Tutti noi veniamo al mondo e lasciamo il nostro corpo fisico; ogni attimo della nostra esistenza può prepararci a questo abbandono, se scegliamo di dare valore alla vita, e di agire sempre in modo compassionevole.

Jivamukti Yoga FOTM: Ricordare la Bontà

 

Sono lieta di tradurre il bellissimo Focus del Mese Jivamukti Yoga, scritto dalla meravigliosa Sharon Gannon, che abbiamo avuto il piacere di ospitare a Milano nel mese di dicembre. Traduco con particolare piacere questo messaggio, perché proprio tra gennaio e febbraio inizierò le mie classi fisse a Milano (pressoSpazioGaribaldi 77) e a Gallarate (presso Rhamni Scuola di Yoga), due centri che amo particolarmente perché realizzati da due bellissime donne e yogini, e nessuna donna meglio di Sharon Gannon rappresenta nello Yoga la forza del femminile. Inoltre oggi, proprio presso Spazio Garibaldi 77, si terrà il workshop Jivamukti con due insegnanti ed amiche in arrivo dal Lussemburgo, Magali Lehenr e Alexandra Colombo.
Shakti rules!
 
Questo mese, il FOTM è dedicato al Ricordo della Bontà.
“E’ importante riflettere sulle cose buone che abbiamo vissuto nelle nostre vite. In questo modo, ricordandola, la bontà si rafforza. La memoria è molto potente. Il passato non esiste al di fuori del momento presente. Quando ricordiamo qualcosa, la riportiamo nel presente e le diamo vita. Più la ricordiamo, più la rendiamo viva e potente. Abbiamo tutti questa capacità – la magica abilità di far rivivere il passato. Per riuscirci, dobbiamo semplicemente ricordare. Tuttavia, questa capacità è molto forte e tende a non discriminare – riportiamo in vita qualsiasi cosa ricordiamo. Dobbiamo perciò sforzarci di ricordare le cose buone e lasciar andare quelle cattive. Tutti noi facciamo errori, e commettiamo azioni di cui ci pentiamo. A volte, attraverso il ricordo, scopriamo gli errori commessi da altri. Dobbiamo essere attenti e non abbandonarci a questo genere di negatività, perché se la ricordiamo, continueremo a rinnovarla. Se ricordiamo episodi negativi, continueremo a rinnovarli e a riportarli nelle nostre vite e nel mondo oggettivo. E se dimentichiamo gli episodi positivi, non riusciremo a riportarli nelle nostre esistenze. In Inglese, il termine “remember” è davvero straordinario. Significa “riassemblare, rimettere insieme”. Tanto tempo fa, viveva sulla terra un essere pieno di compassione e gioia: fino a quel momento, veniva a volte ricordata e a volte dimenticata. Era straordinaria perché conosceva il potere del ricordo. Il suo nome era Isis, – Is-Is, E’-E’, l’essenza dell’essere. Era la maestra del ricordo, e il suo nome era appunto E’, Essere, il verbo che si riferisce alla realtà. Gli insegnamenti dello Yoga ci dicono che la realtà è satchidananda – verità, consapevolezza e pura estasi. Un concetto molto vicino alla bontà, secondo me. Secondo gli antichi Egizi, la Dea Isis era la personificazione divina della capacità di connettere. Il suo compagno, Osiris, fu smembrato, il suo corpo ridotto in pezzi lanciati ovunque nell’universo, per far si che venisse dimenticato. Ma Isis non dimenticò il suo compagno: si imbarcò invece in un progetto per ricordarlo, ri-metterlo insieme. Il suo compagno era Dio: quindi il suo progetto era in realtà quello di far ricordare Dio. Andò ovunque, a qualsiasi costo e in qualsiasi modo. Recuperò ogni pezzo e rimise insieme Osiris. I geroglifici egiziani identificano Isis con una poltrona, una sedia, che rappresenta la connessione e la relazione con la terra e la rendono in grado non solo di restare se stessa, ma anche di riportare in vita, di riassemblare il suo compagno. La parola Asana significa “sedia”. Attraverso la pratica delle asana, miglioriamo la nostra capacità di evocare queste capacità e di recuperare la nostra relazione con gli altri e con il mondo, portandoli in una dimensione di reciproco beneficio. La pratica delle Asana ci aiuta a trovare stabilità e a ricordare (ri-mettere insieme) ciò che davvero conta, lasciando andare ciò che non ci occorre. La bontà è ciò che conta. Tutti abbiamo, nel nostro cuore, le capacità di Isis e la pratica delle asana ci riconnette a queste capacità. Non vogliamo negare che in passato ci siano accadute cose brutte. Non vi sto suggerendo di vivere nella negazione o di fingere che tutto sia sempre stato perfetto. Vi ricordo però il potere che tutti noi abbiamo, di scegliere se continuare a indugiare nella negatività, o piuttosto di concentrarci sul positivo. Il nostro potenziale ha possibilità illimitate; non dobbiamo essere vittime del nostro passato e dei nostri brutti ricordi. I nostri pensieri creano la realtà in cui viviamo. Abbiamo opzioni su cui possiamo scegliere di concentrarci. Anche se abbiamo sofferto moltissimo, possiamo esercitare l’opzione di abbandonare il dolore e coltivare il ricordo della bontà. Se non ricordiamo la bontà, la dimenticheremo, e non riusciremo a crearne altra. Sta a noi. Quindi ricordiamo ciò che di buono è stato, riflettiamo su questi episodi, condividiamoli con gli altri.

Pic by Alessandro Sigismondi

E se ci sembra troppo difficile superare i ricordi negativi per trovare i buoni, riempiamo la nostra mente con mantra sacri, come OM o uno dei nomi di Dio, o semplicemente con il mantra “let go”, e lasciamo che il nostro Essere Divino ricordi la sua provenienza. Diventiamo esempi da cui gli altri possono trarre ispirazione per rendere la bontà più forte, ascoltiamo le esperienze positive degli altri e condividiamole. Insieme, possiamo essere come Isis e ri-creare un mondo di bontà”.
—Sharon Gannon

Jivamukti Yoga FOTM: Il senso della Vita

Sharon Gannon e David Life, fondatori di Jivamukti Yoga e Maestri di indiscusso valore e grande impegno sociale, propongono questo mese un Focus davvero intenso. E’ possibile rispondere, attraverso lo Yoga, alla domanda esistenziale più difficile? In poche parole, qual è il senso della vita? Lascio alla traduzione del testo scritto da David la non semplice risposta, aggiungendo solo che attraverso la pratica dello Yoga, anche semplicemente la pratica delle asana, questa domanda diviene meno scoraggiante e la sua risposta sempre più evidente.
Buona lettura!
Chi realmente sa, e chi può affermare,
Da dove è nato e da dove proviene il creato?
Rg Veda
Il Rg Veda fa uso di un detto che sopravvive ancora oggi quando viene posta una domanda a cui non è possibile rispondere. Scrollando le spalle, diciamo: “Chi lo sa?”. E davvero vogliamo dire che nessuno lo sa. Un singolo individuo, che vive separato dalla verità, non può conoscere la verità nella sua pienezza. Tale verità può essere esperita solo quando l’Osservatore si fonde nell’Osservato. L’occhio non può vedere la vista, né il naso odorare l’olfatto. La percezione dell’odore è cerebrale, e l’atto dell’odorare, pur essendo intrinsecamente collegato all’odore, è ad esso invisibile. Non dobbiamo cercare il significato della vita, perché riferito a se stesso. La vita ha un significato ed un valore intrinseco privo di altri riferimenti. La vita è un effetto, non una causa. Possiamo cercare la causa della vita e farne il nostro obiettivo spirituale. La sfida spirituale non è tanto scoprire il significato della vita (o della morte), ma utilizzare l’opportunità della vita per comprendere ciò che il Rg Veda chiama “quell’Uno, privo di respiro, respirato dalla sua stessa natura; senza di lui, nulla è”. Nulla è oltre l’Uno – l’Uno è ogni cosa. La nostra esistenza ci dà l’opportunità di sentire, di apprendere e diventare l’Uno. Non si tratta di un esperimento oggettivo ma di un approccio soggettivo al concetto di “infinito”, che non può essere descritto ma solo “sentito”. La vita non punta verso nient’altro, la vita abbraccia l’infinito inteso come creazione, ed ha un suo valore intrinseco.
Ogni giorno della nostra vita, la vita ci viene rivelata. Ci viene insegnato di lavorare sodo per arrivare ad un obiettivo nella vita, e a volte nel perseguire questo obiettivo non ci accorgiamo che ogni giorno che passa è, in se stesso, completo. Guardiamo solo a ciò che non abbiamo ottenuto. Se connettiamo il senso della vita a un obiettivo da raggiungere, rischiamo di vivere una vita senza senso. Non dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi, ma ricordare che “tutte le vie verso il paradiso sono il paradiso”, o rischiamo di trovarci sulla strada sbagliata. La vita è vivere, non mettere da parte la vita finché non abbiamo raggiunto un dato obiettivo.
Siamo esseri fisici che provano un’esperienza spirituale, o esseri spirituali che provano un’esperienza fisica? Possiamo essere ragionevolmente certi di essere “esseri fisici”, e a volte proviamo quella che potremmo definire un’esperienza spirituale. E’ molto difficile essere “esseri spirituali” che provano un’esperienza fisica semplicemente perché ci sentiamo separati dallo spirito. Possiamo verificare di possedere un corpo e una mente, ma è difficile verificare la sottile esistenza dello spirito attraverso l’intelletto. Lo spirito si “sente” – quindi “sentite” di più, e pensate di meno.
In un ashram sulle montagne vivevano alcuni giovani monaci. Un giorno due monaci stavano seduti osservando in meditazione gli stendardi della preghiera. Il monaco più giovane disse: “il vento si muove”. Il monaco più anziano replicò: “sono gli stendardi a muoversi”.  Iniziarono dunque a dibattere su ciò che è conosciuto e ciò che non lo è, e stavano ancora dibattendo se fossero il vento o gli stendardi a muoversi, quando giunsero a cena. La cuoca dell’ashram era una donna molto saggia che aveva visto molte generazioni di monaci andare e venire nel corso degli anni. Era un’anima illuminata nelle vesti di una semplice cuoca. Quando udì la discussione tra i monaci, si avvicinò alla loro tavola. Indossava un largo mantello che le nascondeva le braccia. Guardò i due monaci e cominciò a muovere furiosamente le sue braccia per trasmettere un messaggio molto chiaro: non sappiamo se sono gli stendardi o il vento a muoversi, sappiamo solo che esiste il “movimento”. – Antica Storia Zen
“Essere qui e ora” è un cliché nello yoga, ma la verità è che se possiamo esperire lo svolgersi dell’esistenza in ogni istante con meraviglia e curiosità, il senso della vita ci viene rivelato. Una vita densa di significato è una vita che celebra ogni istante come un istante trascorso alla presenza del Creatore del Creato.
Prima di intraprendere qualsiasi azione, chiedetevi: “Questa azione mi avvicinerà all’essenza della vita, o mi trascinerà ancora di più negli abissi dell’ignoranza?”. A volte questa è una decisione molto difficile da prendere, e raramente abbiamo il tempo di sedere e ponderare le nostre azioni. Ecco perché la pratica delle asana dello Yoga può aiutarci a rivelare le nostre inconsce tendenze e le abitudini della mente che ci portano a ripetere sempre le stesse azioni, rendendoci irrealizzati. Quando le tendenze inconsce emergono a livello conscio, veniamo premiati con la capacità di deliberare prima di agire. Le tendenze inconsce vengono sostituite con una nuova struttura preposta al movimento, in allineamento con le forze della Terra. La geometria della pratica delle asana apre sentieri sottili attraverso il corpo e la mente, sentieri attraverso cui avvertiamo il flusso del prana, della gravitazione, della levitazione e dell’elettromagnetismo. La coraggiosa applicazione delle tecniche yoga ci rivela il senso della vita – vivere come canali per la Consapevolezza Universale e diventare colui che conosce l’Uno. Vivere è il senso stesso della vita.
Maggio 2015 — David Life

Jivamukti Yoga, creato e fondato da Sharon Gannon e David Life, è oggi uno dei nove stili di Hatha Yoga riconosciuti al mondo. Con uno dei teacher training di standard più elevati, questo metodo ha radici profonde negli insegnamenti dei Guru di Sharon e David, Sri K. Pattabhi Jois, Swami Nirmalananda e Shri Brahmananda Sarasvati. Ma in cosa consiste la filosofia di base che anima questo metodo che conquista ogni anni di più nuovi praticanti? Vediamolo insieme.

Jivamukti Yoga è un percorso di illuminazione che nasce dalla compassione per tutti gli esseri viventi. Alla base della sua filosofia l’interpretazione del termine Sanscrito “asana” inteso come “connessione”, relazione alla Terra, intesa come matrice di ogni forma di vita.
Sharon Gannon, co-fondatrice Jivamukti Yoga
Come ci insegna Patanjali negli Yoga Sutra, asana (base, connessione) dovrebbe essere “sthira” (solido, consistente) e “sukham” (felice, sereno). Jivamukti Yoga estende il concetto di asana come connessione a tutti gli esseri viventi sulla terra, connessione che quindi dovrebbe essere solida e portatrice di serenità. Quindi non più una posizione di supremazia dell’essere umano rispetto alla Terra che lo ospita, ma un essere umano che, attraverso la pratica delle asana trova una diversa relazione con la Terra e con tutti gli esseri viventi, eliminando il senso di separazione dall’altro per ritrovare l’unicità dell’essere, e riscoprire in questa unione una felicità che ci appartiene da sempre. I cinque principi che animano le lezioni di Jivamukti Yoga si estendono dalla classe alla vita di tutti i giorni. La pratica delle asana è dunque una metafora del nostro rapporto con la Terra e con la Vita. I cinque principi che animano la filosofia di Jivamukti Yoga sono:
Ahimsa, non violenza: uno stile di vita non violento, compassionevole, che si estende a tutte le nazioni animali, all’ambiente ed enfatizza l’etica di una alimentazione vegetariana/vegana e i diritti degli animali.
Bhakti, il riconoscere che lo scopo di ogni pratica Yoga è l’autorealizzazione o la consapevolezza del Divino che vive dentro ognuno di noi, e che si esprime attraverso il canto, i mantra, o semplicemente l’espressione di un’intenzione durante la pratica.
Dhyana o meditazione, un momento dedicato allo sguardo verso l’interno, per connettersi con l’immutabile, l’eterno che vive in ognuno di noi.
Nada o suono, inteso come ascolto consapevole, attraverso cui sviluppare un rapporto più equilibrato tra mente e corpo: durante una lezione, può essere rappresentato dalla voce dell’insegnante, da musica, o anche dal suono del respiro.
Shastra o studio delle scritture, degli antichi testi della filosofia e della pratica Yoga. A questo scopo il Focus del Mese serve da spunto ad insegnanti e praticanti per approfondire, anche nella pratica individuale, la conoscenza dello Yoga.
Una lezione Jivamukti è dunque un’esperienza che va oltre l’aspetto fisico della pratica, e che pur nei tempi limitati che il nostro quotidiano ci impone, ci riconnette ad uno stile di vita più rispettoso del nostro ambiente e della nostra stessa natura.
Sharon Gannon sarà nei prossimi mesi molto attiva in Europa nel presentare, con una serie di Masterclass e Workshops, la filosofia Jivamukti. Oltre a Parigi il 12-13 settembre, Sharon visiterà Barcellona, Amsterdam e l’Italia. In particolare sulle sue tappe italiane vi terrò aggiornatissimi, perché mi auguro saremo in molti ad incontrare questa grande Yogini e attivista per l’ambiente, che ha saputo conquistare tanti consensi oltreoceano.

Ishvara Pranidana: il significato di lasciar andare

Su facebook oggi ho seguito una conversazione in cui è comparsa la definizione in sanscrito Ishvara Pranidhana. Come ogni cosa in sanscrito, l’interpretazione è fondamentale ed è per questo che, ancora una volta, ho attinto al sito Jivamukti Yoga per comprendere meglio il senso di una frase che può semplicisticamente essere tradotta come “arrendersi al divino”. Vediamo cosa suggeriscono Sharon Gannon e David Life al riguardo, in questo bellissimo post scritto da Sofi Dillof.

Yoga Sutra I,23
“La parola Yoga può essere utilizzata in due modi: come sostantivo, o come verbo. Nel primo caso, Yoga è riferito allo stato naturale del nostro essere, in cui non ci identifichiamo più con il corpo e con la mente, ma riconosciamo in noi stessi la forza vitale infinita e comune a tutti gli esseri viventi e ad ogni aspetto dell’universo. E’ sinonimo dello stato di Illuminazione, Samadhi, o Realizzazione Divina. Nel suo secondo utilizzo, come verbo, la parola Yoga si riferisce a quelle pratiche che ci consentono di raggiungere questo stato illuminato della coscienza. Dal cuore generoso e illuminato di Patanjali, il grande saggio e Maestro dello Yoga, sono nati gli Yoga Sutra che espongono non solo lo stato di grazia dello Yoga, ma anche le potenti pratiche che possiamo utilizzare per raggiungere questo stato durante la nostra esistenza.
Negli Yoga Sutra (1.23), Patanjali ci informa che esiste un metodo per raggiungere lo stato dello Yoga: è la pratica di Ishvara Pranidhana. Ishvara è un termine sanscrito che può essere tradotto come “supremo”, o “Dio”. Pranidhana significa dedicare, essere devoti, o arrendersi. La pratica di Ishvara Pranidhana, quindi, significa che se siamo capaci di arrendere completamente  la nostra identità egoica e individualista a Dio (o al nostro essere supremo), possiamo essere tutt’uno con il Divino. Se siamo in grado di dedicare le nostre vite a servire il Divino che abita tutti gli esseri viventi, umani e non, riusciremo ad andare oltre qualsiasi sentimento di separazione. Se possiamo affermare senza riserve: “Ti dono me stesso, il mio corpo, la mia mente e il mio cuore, fa di me ciò che meglio credi”, allora saremo liberi da stress, ansia, dubbi, e karma negativi che nascono dalla nostra dipendenza dall’ego, che determina quali azioni intraprendiamo nella nostra vita. Ishvara Pranidhana ci soccorre nel curare le afflizioni della mente che causano dolore e sofferenza, poiché il suo scopo è dirigere la nostra energia oltre i desideri egoistici e i drammi personali, e verso la ricerca dell’essere Uno. Questa pratica è così importante e potente, che Patanjali ci da’ le istruzioni necessarie a praticarla in quattro diverse occasioni negli Yoga Sutra. E sebbene questo sia il metodo più semplice e diretto per ottenere lo stato dello Yoga, non è una pratica facile, e per molti è un’opzione difficile da considerare.
Nella nostra moderna cultura occidentale, in cui prevalgono sentimenti di separazione e disconnessione, spesso ci facciamo vanto di essere forti e di dominare gli altri. Siamo abituati a lasciare campo libero al nostro ego, che ci illude a volte di poter controllare l’universo. Per questo, l’idea di arrendersi viene considerata come qualcosa di negativo, perché implica una sorta di debolezza, o di sconfitta. Un esercito, ad esempio, può arrendersi alle forze nemiche, concedendo all’altro la vittoria. Nello Yoga, tuttavia, avviene il contrario. La vittoria si ottiene nell’arrendere consapevolmente la limitata idea di ciò che siamo (il nostro nome, il nostro lavoro, i nostri problemi, etc.) per creare lo spazio necessario a sentire l’autentica natura del Sé, che è fatta di gioia, illimitata e senza confini. E’ come cedere un granello di sabbia, per ricevere in cambio l’intero universo. E sebbene la pratica di Ishvara Pranidhana richieda grande autodisciplina, fiducia e fede, è assai più faticoso restare attaccati alla piccolezza dell’ego che arrendersi alla grandezza del Sé.
Patanjali
Ishvara Pranidhana può essere praticato in molti modi all’interno di una classe di Yoga, aiutando chi pratica a coltivare la propria capacità di lasciare andare. Se offriamo continuamente i nostri sforzi e i nostri risultati a qualcosa di più elevato del guadagno personale, possiamo mantenere ishvara (la nostra forma personale di Dio) ben presente nelle nostre menti. Se abbandoniamo giudizio e critica, e seguiamo le istruzioni che ci vengono impartite durante la lezione, possiamo apprendere molto. In ogni flessione in avanti, possiamo vedere un inchino al Divino, in qualsiasi forma abbia per noi significato, e con ogni backbend possiamo offrire il nostro cuore, per portare in noi la volontà dell’universo in ogni nostra azione e parola.
Da oggi, non buttiamo via nemmeno un minuto della nostra vita sprecandolo in piccolezze, gelosie, avidità e false idee di superiorità. Contempliamo ogni giorno le caratteristiche di Ishvara durante la nostra meditazione, offrendo noi stessi come veicoli per la Volontà Divina. La pace arriva quando abbandoniamo l’idea di essere degli “agenti”, e consentiamo all’infinito di guidarci lungo la via. Lasciamoci andare al Divino che è in noi.
– Sofi Dillof

Jivamukti Yoga unlocked

Chi mi segue da un po’ sa che il mio stile di elezione è Jivamukti: lo pratico ormai da più di 10 anni, e ho il grandissimo onore di essere la traduttrice dell’ultima opera dei due fondatori di questo stile innovativo e completo, “Yoga Assists”. Il libro uscirà a settembre ed è uno strumento utilissimo per chi insegna, qualsiasi sia lo stile prescelto. Grazie all’opera instancabile di Sharon Gannon e David Life, Jivamukti Yoga sta diventando uno degli stili dinamici più apprezzati in Occidente, anche perché gli standard del loro teacher training sono molto alti, tanto da renderlo uno dei Teacher Training più qualificanti al mondo (ma di questo vi parlerò in un prossimo post). Nel frattempo, per chi non ha avuto l’opportunità di frequentare una lezione Jivamukti, ho pensato di dare qualche cenno in più traducendo per voi le definizioni elaborate dagli stessi fondatori del metodo. Come sempre, trovate gli originali sul sito Jivamukti Yoga.
Nei centri Jivamukti sono disponibili diverse classi; tra queste le più note sono la Spiritual Warrior Class, a sequenza fissa, e le Open Class, in cui si lavora su sequenze vinyasa ogni volta diverse.
La lezione “Spiritual Warrior” nasce per chi ha una vita piena di impegni, e può dedicare alla pratica solo un’ora del suo tempo. Si tratta di una lezione Vinyasa con un ritmo sostenuto, carica di energia, che produce anche effetti visibili a livello fisico. La sua struttura è fissa, come avviene ad esempio per la prima serie dell’Ashtanga Yoga: in essa sono presenti alcune asana preparatorie, il canto, l’intenzione della pratica, i saluti al sole, le posizioni in piedi, le backbends, le flessioni in avanti, le torsioni, le inversioni, la meditazione e il rilassamento.
L’insegnante mantiene il passo della lezione e non coinvolge i praticanti nella conversazione spirituale che ha invece luogo durante le “Open Class”. Dato che la sequenza è sempre la stessa, lo studente ha modo di impararla con rapidità. In molti centri Jivamukti, questa classe viene inoltre offerta in una versione “internazionale”, ovvero in lingua diversa da quella del paese che ospita il centro. Le posture vengono nominate in Sanscrito, e la lezione diventa l’occasione per immergersi in un’altra cultura. Molti insegnanti ritengono tra l’altro sia molto utile imparare i termini essenziali dello Yoga anche in altre lingue, per avere modo di insegnare anche all’estero. La lezione Spiritual Warrior, che dura un’ora esatta, è adatta a studenti intermedi e avanzati, anche se i principianti avventurosi sono sempre i benvenuti!
Una Open Class Jivamukti al centro di NYC
La Open Class, invece, si rivolge a studenti di qualsiasi livello: dai principianti che ancora stanno cercando di capire la differenza tra vrksasana (albero) e sirsasana (posizione sulla testa), agli avanzati capaci di incrociare le gambe dietro la testa. In questa lezione si lavora individualmente, e l’insegnante offre indicazioni verbali e assistenza pratica. Le asana vengono presentate con opzioni diverse a seconda del livello del praticante. Ma la vera differenza di una Open Class Jivamukti rispetto agli altri stili sta nel suo incorporare i cinque principi dello stile Jivamukti Yoga: Shastra (scritture), Bhakti (devozione), Ahimsa (non-violenza), Nada (musica) e Dhyana (meditazione). Una Open Class è l’opportunità per apprendere insegnamenti Yogici utili nella vita oltre che sul tappetino; vengono discussi i temi del Focus del Mese Jivamukti (che io spesso propongo tradotti sul mio blog), rinforzandone il valore attraverso il canto, la respirazione consapevole, il flusso delle sequenze Vinyasa, l’esplorazione dell’allineamento, gli assist manuali, il rilassamento e la meditazione. Tutte le Open Class includono 14 punti fondamentali – attraverso asana, meditazione e insegnamenti spirituali – in una sequenza creativa creata dall’insegnante. Una eclettica scelta musicale fa parte integrante di questa lezione: potrà capitarvi di praticare ascoltando reggae, lounge music, hip-hop, Krishna Das, Michael Franti o Mozart.
La lezione si chiama “open” proprio perché è aperta e adatta a tutti i livelli. I principianti però devono sapere che per istruzioni più dettagliate è meglio frequentare una Basic Class o una Beginner Vinyasa Class (in un prossimo post vi fornirò le descrizioni di queste classi). Una Open Class può avere una durata variabile, a seconda della disponibilità del centro, quindi se visitate un centro Jivamukti nel mondo, chiedete sempre informazioni alla reception.
Buon weekend a tutti!

Yoga & Business, l’idea di Jivamukti Yoga

Ci siamo arrivati anche noi. Fino a qualche anno fa, Yoga era una mistica parola che evocava lontani Guru, nascosti nelle giungle di paesi esotici. Ora, sembra che ogni giorno apra un nuovo centro. Chi meglio di Sharon Gannon e David Life, creatori di un metodo meraviglioso e fondatori dei Jivamukti Yoga Centers, regolarmente votati come i migliori al mondo, può darci una mano a capire come gestire il difficile equilibrio tra Yoga e business? Questa intervista, tratta dal loro sito, sempre ricco di spunti di riflessione, offre un punto di vista davvero innovativo, profondo e autentico e una meravigliosa lezione di umiltà. La traduco per noi Italiani, Yogi e Yogini, insegnanti e alle prese con le divergenze tra spiritualità e gestione amministrativa. E la lettura non farebbe male anche ad imprenditori di altri settori!
Sharon Gannon e David Life: gestire lo Yoga Business spiritualmente è possibile!

1. D: La popolarità dello Yoga è ormai tale oggi, che sempre più centri ed insegnanti appaiono sulla scena mondiale. Come gestire le sfide finanziarie che la concorrenza impone un po’ a tutti? 

DAVID: E’ necessario impegnarsi a fondo per diventare un autentico insegnante di Yoga. Mettersi al servizio degli altri, finché il senso di separazione tra individui sparisce. E naturalmente rivolgersi a Dio con devozione.
SHARON: Lasciate andare, e lasciate che Dio faccia il suo lavoro. Fate del vostro meglio per servire l’altro, rinunciate ai frutti delle vostre azioni, offriteli invece a qualcosa di più alto – lasciate che sia Dio a decidere cosa fare. Fate del vostro meglio per continuare ad insegnare finché gli altri vi chiedono di farlo, ma così come avviene con la morte, quando giunge il momento, lasciate andare con grazia.
2. D: Esiste nel mondo dello Yoga un modo per creare dei “confini” salutari tra insegnanti, studenti, dipendenti? 
SHARON: E’ importante avere un obiettivo saldo in mente. Non dimenticatelo. Ricordatelo ogni volta. Questo obiettivo è la realizzazione divina, l’illuminazione. Quando questo concetto è ben saldo nelle nostre menti, tutte le relazioni diventano infinitamente preziose. Perché solo attraverso i nostri rapporti con gli altri creiamo il nostro rapporto con Dio. Questo è ciò che cerchiamo attraverso la pratica delle asana. I nostri corpi sono magazzini pieni di relazioni irrisolte con gli altri.  Attraverso la pratica delle asana, possiamo risolvere questi nodi. Ogni asana ci fa accedere ad un chakra specifico e anche a specifiche relazioni. Ad esempio, gli inarcamenti della schiena sono la chiave per accedere ad anahata chakra e ci permettono di risolvere le relazioni con chi riteniamo ci abbia ferito. Ecco un esempio pratico: mentre pratichiamo urdhva dhanurasana, se ci ricordiamo di perdonare qualcuno che è stato poco gentile con noi, rendiamo la pratica di questa asana un passo verso l’illuminazione, il vero obiettivo della pratica Yoga.
Dobbiamo vedere il Divino in ogni persona con cui entriamo in contatto: dobbiamo vivere ricordando che il nostro lavoro su questa terra è servire il Divino che si manifesta nell'”altro”. Per la nostra stessa libertà, dobbiamo sforzarci di contribuire alla felicità e alla libertà dell'”altro”. Quando ci adoperiamo in questa direzione, accadono veri miracoli. Il cosidetto “altro” (con cui lavoriamo e interagiamo), non è più un ostacolo, ma diventa un alleato!
3. D: Recentemente un amico, aspirante Yogi e coreografo del New York City Ballet, ha commentato il fatto che grazie a Jivamukti Yoga la qualità spirituale delle lezioni di Yoga a New York è migliorata in modo significativo. Riteneva che molti centri a New York si ispirano alle vostre lezioni. Cosa ne pensate? 
SHARON: Molti tra coloro che oggi insegnano o dirigono centri Yoga a New York hanno in passato partecipato alle nostre lezioni, o hanno studiato presso la nostra scuola. Io e David abbiamo cercato di creare un luogo dedicato all’insegnamento dello Yoga come mezzo per l’illuminazione. E’ nel nome stesso della nostra pratica, Jivamukti (anima liberata). Noi non abbiamo creato questi insegnamenti: sono lezioni antiche e sono state preservate da saggi evoluti, in forma scritta e orale.  Ci sono stati tramandati grazie alla gentilezza dei nostri meravigliosi maestri. Sarei davvero felice se i praticanti di cui parli avessero appreso alcuni di questi antichi insegnamenti, che sono al cuore della nostra scuola, portandoli con sé nei loro centri. Gli auguro successo. Come è possibile non avere successo, quando si condividono con sincerità gli insegnamenti e le pratiche che troviamo nelle Sacre Scritture dello Yoga?
– Sharon Gannon & David Life