Yoga e Social Media, part 1

Era da un po’ che non trovavo l’ispirazione a postare una riflessione sul mio blog. Il motivo? Diciamo che nell’era della sovraesposizione mediatica, in cui chiunque può diventare famoso, troppo famoso, semplicemente perché posta continuamente foto/immagini/post, non volevo pubblicare un articolo fine a se stesso, considerazioni vuote e di nessuna utilità per chi pratica o si avvicina alla pratica.
In fondo, il mio blog è nato per essere una sorta di “servizio” per i vagabondi del dharma, un luogo dove i post di insegnanti e autori internazionali vengono tradotti a beneficio del pubblico italiano, che con l’inglese a volte è un po’ pigro.
Oggi finalmente l’occhio è caduto su un post molto interessante, pubblicato sul blog di The Yoga Space . Il titolo, tradotto, suona più o meno così: “Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga”. Beh, devo dire che quest’anno, ho considerato anche io seriamente di smettere. E proprio per le stesse ragioni esposte in questo articolo… social media overdose. Premessa obbligatoria: riconosco la mia buona dose di vanità, e sono una regular su facebook e instagram. A mia discolpa, cerco di fare poco circo, di postare me stessa più che i miei “asana achievements”, e di rispettare la spiritualità della disciplina che ho scelto. Trovo inoltre che ci siano, là fuori, insegnanti che genuinamente cercano, attraverso i social, di dare un contributo autentico a chi pratica, attraverso consigli tecnici spesso utilissimi. Nonché fotografi e videomakers che hanno saputo toccare la poesia della pratica con il loro meraviglioso lavoro. Eppure sempre più mi accorgo che postare sta diventando una sorta di “obbligo” per dimostrare di esistere su quello che, da pratica spirituale, sta diventando un vero e proprio “mercato”.
Ma leggiamo cosa scrive questa insegnante australiana. Come sempre lasciando a voi ogni considerazione.
“Quest’anno, ho considerato seriamente di non insegnare più Yoga.
Non perché non ami il nutrimento che ricevo dalla mia pratica, o il privilegio di insegnarla ad altri. Ma per ciò che lo yoga è diventato oggi, per l’atteggiamento di molti insegnanti, e per come lo yoga viene “commercializzato”. Soffro, insomma, di “burn out” yogico.
Pratico da 21 anni, e insegno da molto tempo. A 19 anni, lo yoga mi sembrava qualcosa di profondo, di reale: un rifugio, una pratica spirituale. E’ sempre stato così per me, lo yoga è una pratica meditativa attraverso la quale torno a casa, dentro me stessa. Il mio credo e le miei idee si sono evolute nel tempo, ma l’essenza dello yoga, per me, è coltivare l’amore ed entrare in una profonda relazione con se stessi e con il mondo che ci circonda.
Ma qualcosa è cambiato nella percezione e nella visione dello yoga.
E credo che abbia molto a che fare con l’avvento dei social media. I social media hanno contribuito alla trasformazione di una pratica spirituale in un settore di mercato. Si applaude la prodezza fisica, si incoraggiano le “sfide a colpi di asana”, prolifera il product placement, e l’eccessiva presenza di donne bianche, benestanti e senza figli, con una bassa percentuale di grasso corporeo è chiaramente imperante nell’arena del web.
Lo yoga è diventato principalmente un fatto corporeo. O quantomeno, questo è quello che vogliono farci credere attraverso i social media molti tra gli insegnanti più famosi. O forse dovrei dire che per molti lo yoga è sempre stato solo un fatto corporeo, e i social media, semplicemente, ce lo stanno facendo notare? In un mondo basato sull’apparenza fisica e su ciò che indossiamo, rischiamo di perdere l’esperienza di intere generazioni di insegnanti, perché non possono competere e non fanno parte della nuova yoga #tribe o #community in cui l’artificio è indissolubilmente legato all’età, al colore della pelle, al peso e all’abilità fisica.
Lo Yoga è oggi il circo che, nelle speranze di Pattabhi Jois, non avrebbe mai dovuto diventare. Non solo metaforicamente ma proprio letteralmente – gli insta yogis si rivolgono nella vita reale ad allenatori circensi per raffinare i loro asana (non fraintendetemi: se avessi soldi e tempo, mi divertirei anche io ad assumere un allenatore circense ma… non lo definerei yoga).
I social media hanno inoltre dato voce alla “falsa” comunità che si accompagna allo yoga. Lo yoga è una pratica emotiva, profondamente personale e idiosincratica. Può creare uno zelo nei praticanti che rende difficile vedere ciò che è esterno alla loro comprensione della pratica, dell’insegnamento ricevuto, della tradizione seguita. Le persone diventano iper protettive nei confronti della loro scuola, dei “loro” studenti, del loro “brand”. Spesso, nella loro inesperienza come insegnanti novelli, questi “maestri” non capiscono che gli studenti vanno e vengono, le scuole si evolvono e cambiano nel tempo, e che essenzialmente, nello yoga, ognuno è il proprio “brand” – ed è per questo che l’etica personale (yama e niyama) è così importante. Le comunità basate sullo zelo eccessivo alla fine crollano, si consumano, perché le crisi di potere e gli scontri egoici, in cui diventa impossibile piegarsi all’umile compromesso, sono inevitabili.
Esistono ovviamente comunità genuine, ma sembra che il pettegolezzo e le pugnalate alla schiena non siano assenti nel mondo dello yoga, proprio come avviene in ogni sport competitivo. Quest’anno, dopo aver letto il mio nome accanto alla definizione “narcisista yogica”, più che ferita mi sono sentita scioccata per la volgarità e la totale mancanza di gentilezza del commento. Per me, questo episodio riassume ciò che lo yoga è diventato per alcuni: un luogo privo di etica e in cui il contenimento e l’introspezione non esistono. Ultimamente, tutto sembra essere concesso nello yoga, nel parlare di yoga o nel parlare di chi fa yoga. Un atteggiamento che francamente non mi piace.
Nel riconsiderare il mio rapporto con l’essere una “insegnante di Yoga”, ho pensato di limitare l’uso del mio profilo facebook. Principalmente perché non voglio parlare di Yoga o ascoltare le opinioni altrui sullo Yoga. Perché?
Perché lo yoga è privato.
Per me lo yoga è sempre stato un rituale privato, una pratica quotidiana di igiene e reset mentale. E’ ciò che mi aiuta ad essere me stessa in modo più autentico: ad essere più aperta, più amorevole, meno preoccupata. Sembra un paradosso ma essenzialmente, l’intensità dell’impegno di una pratica quotidiana mi ha dato maggiore libertà.
Al tempo stesso, sento la presa dell’attuale rappresentazione dello Yoga. Ogni tanto, mentre mi arrabatto tra gli impegni del quotidiano, la stanchezza e gli infortuni fisici, sento il mio giudice interno redarguirmi su come dovrebbe “apparire” la mia pratica. Nonostante ventun anni di pratica, non sono ancora immune dall’impatto delle (errate) rappresentazioni dello yoga di oggi.
E’ strano, perché questo sguardo esterno non ha fatto parte della mia pratica nei primi dieci anni sul tappetino. Ma ora, superati abbondantemente i 40 anni, non tanto spesso, ma pur sempre a volte, avverto i semi del dubbio spuntare nella mia mente, mentre cerco di accettare i cambiamenti del mio corpo. Pratico da molti anni, forse da più anni di tante “yogalebrity”, ma il mio corpo risponde in modo diverso. Gli asana non conoscono la meritocrazia, e saremmo sciocchi a pensarla diversamente.
Mi solleva constatare che questi pensieri non sono costanti, e che questo sguardo esterno non si è interiorizzato. Mi sento spesso felice e in pace, durante la mia pratica. Al di là delle sofferenze personali che l’internalizzazione di un simile sguardo potrebbe creare, mi si spezzerebbe il cuore se i miei insegnamenti perpetuassero una versione così limitata e corporea dello Yoga. Ciò che ho capito nel considerare di abbandonare l’insegnamento, è che insegnare yoga è qualcosa che AMO.
In realtà, io VOGLIO insegnare yoga. Non voglio insegnare lo yoga che vediamo sui social, non sono una insegnante incattivita, che vuole far mostra delle sue conoscenze anatomiche e raffinare severamente le tecniche di jump back dei suoi studenti (ma sono felice di aiutarli se me lo chiedono). Nella mia mente, lo yoga per molti versi non può essere insegnato: possiamo solo offrire il contesto e gli strumenti perché i praticanti lo scoprano da soli. Sembra un luogo comune ma lo yoga è un viaggio, e come insegnante desidero solo condividere questo cammino con gli altri, essere testimone dei loro cambiamenti, e aiutarli ad abbracciarli. Lo Yoga, per me, è entrare in una relazione d’amore e gentilezza che inizia da se stessi e arriva al mondo intero. E’ essenziale che questa relazione non sia mediata da internet o da altri. E’ di scarso aiuto riempirsi la testa delle idee altrui sullo yoga. Per molti anni ho fatto io stessa i conti con la voce di un insegnante troppo severo, che mi diceva cosa dovevo fare e cosa no – facendomi sentire, di fatto, inadeguata.
Oggi nella mia testa mentre pratico non c’è nessuno, a parte la presenza cosmica di Guruji Sharath e Saraswathi, un calore e un sostegno che non mi mettono con le spalle al muro né mi spingono a fare/dare sempre di più. Oggi so che essere sul tappetino è già abbastanza. La mia pratica è già abbastanza; il mio modo di insegnare è già abbastanza. E se non è abbastanza per qualcuno, troveranno un insegnante che darà loro ciò di cui hanno bisogno in questo momento della loro esistenza.
Nel contemplare la possibilità di smettere di insegnare, ho capito che, oltre ad essere qualcosa che amo, il mio modo di insegnare può essere una alternativa a ciò che ci viene propinato dai social. Voglio che altri insegnanti con decenni di esperienza restino attivi, e per questo motivo continuo a comunicare l’esistenza della mia scuola. La mia speranza è che finché mi sarà possibile navigare le acque della rappresentazione moderna dello yoga con la mia esperienza, potrò contribuire a mantenere viva la tradizione di una Mysore room in cui ci sia spazio per la rivelazione e la guarigione.”
 
Firmato: Una Insegnante, The Yoga Space
Traduzione di Francesca d’Errico