Let go: la pratica del distacco

Yoga Studio ASD

Ci risiamo, dopo un’intensa estate sul tappetino sono seduta al computer a preparare orari, eventi, locandine e volantini per la nuova stagione di corsi che sta per aprirsi a Yoga Studio ASD, a Follonica.

E’ passato un anno e mezzo dal mio arrivo in Maremma con l’intenzione di mettere radici. Proprio come avviene quando si coltiva qualcosa, si getta il seme o si pianta, si annaffia, si cerca di dare la massima cura a ciò che vogliamo fare crescere. Non basta la perizia, ci vuole il cuore, soprattutto in “professioni” come quella dell’insegnante di Yoga. E sinceramente penso di averlo messo tutto, mai come prima, in questo posto bellissimo e circondato dalla Natura, in questa Shala realizzata dal mio collega Stefano Berti con le intenzioni più belle, secondo i principi del Vastu Shastra fin nei minimi dettagli.

Insegnare non significa solamente impartire sequenze o asana. Non significa solo seguire anatomicamente gli studenti, avendo la cura di individuare le posture e le varianti più adatte ad ogni corpo. Non è soltanto spiegare come respirare, come muoversi in sicurezza, come adattare la pratica alle diverse energie di ogni giornata. Insegnare è un po’ come essere genitori. Il praticante ripone in noi la massima fiducia, affidandoci con l’ingenuità del neofita il suo benessere psicofisico. Noi come insegnanti lo aiutiamo a muovere i primi passi, prima tenendolo per mano, poi osservandone i progressi, motivandolo a diventare sempre più indipendente nella pratica, perché lo Yoga non deve mai essere un rapporto di possesso, ma il dono della libertà consapevole. Quella che un genitore cerca di trasmettere al figlio, affinché possa muoversi nel mondo in modo responsabile e libero.

In questo anno e mezzo le persone che hanno praticato con me sono state particolarmente importanti. Sono diventate un gruppo, una community, una famiglia. Le ore trascorse insieme sul tappetino hanno creato rapporti umani autentici e grande condivisione. Attraverso la pratica quotidiana abbiamo imparato a conoscerci nel profondo. Attraverso il movimento abbiamo respirato le nostre energie, a volte donando a volte prendendo, in uno scambio ininterrotto di comprensione reciproca. Ognuno di voi mi ha reso una persona migliore e mi ha fatto capire quanto la mia scelta di insegnare, in ultima analisi, sia l’esperienza più bella della mia vita.

Adjustment in Trikonasana

Ognuno di voi è un tassello importante nel puzzle della mia esistenza. E’ difficile lasciarvi andare. Mentre preparo la mia nuova locandina, ancora non so se i nuovi orari andranno bene a tutti. Qualcuno di voi forse cambierà lavoro, qualcuno si trasferirà, qualcuno dovrà forse fare i conti con nuovi impegni, nuovi imprevisti. Persone nuove arriveranno e occuperanno lo spazio del vostro tappetino, quello da cui una faccia familiare sorrideva alle mie battute, o lasciava scorrere una lacrima in Shavasana. Ma nessuno occuperà mai il vostro spazio nel mio cuore, quel cuore che in questo anno e mezzo avete reso più grande con la vostra costanza, la vostra presenza, la vostra dedizione.

Mentre preparo la locandina con i nuovi orari, penso ad ognuno di voi. Rivedo i vostri progressi, il vostro sorriso ad ogni nuova posizione raggiunta, il vostro stupore davanti alle potenzialità che vi si rivelano giorno dopo giorno. E spero di rivedervi tutti insieme, ancora, per continuare questo percorso meraviglioso che si chiama Yoga.
La pratica del distacco, ancora oggi, è la sfida più difficile.

Francesca d’Errico

(I corsi di Ashtanga Vinyasa Yoga continuano da lunedì a giovedì alle 13:30. Il ciclo di 5 lezioni dedicate ai principianti inizia venerdì 5 ottobre, sempre alle 13:30. Cinque step per inserirsi nelle lezioni continuative. Vi aspetto!)

YOGA STUDIO ASD a Follonica, via del Fonditore 113/A, zona industriale.

Praticare attraverso la sofferenza

Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi

Passiamo la nostra vita cercando di evitare la sofferenza.

Creiamo protezioni e parabordi intorno al nostro cuore nella speranza che nessuno riesca a penetrare le nostre difese, causandoci dolore. Ma la sofferenza fa parte del nostro percorso di esseri umani e, privandocene, evitiamo di crescere, erigiamo mura altissime che ci rendono sempre più egoici ed egoisti, sempre meno sensibili all’altro. Non solo: la sofferenza è inevitabile, e quanto più le resistiamo, tanto più ci colpirà con forza. Questo è vero in ogni area della nostra esistenza. Soffriamo per amore, per le sconfitte professionali, per le delusioni che ci provocano gli amici, i colleghi, per la perdita degli ideali in cui avevamo riposto le nostre aspettative. Già, le aspettative: quelle malsane idee che ci creiamo quando iniziamo una nuova avventura. Una nuova relazione, in cui proiettiamo i nostri sogni. Un nuovo lavoro, su cui costruiamo i castelli delle nostre ambizioni. E così via. Spesso siamo bravissimi ad illudere noi stessi: “io non mi creo aspettative su nulla e su nessuno”. Una deliziosa bugia che ci raccontiamo ad ogni nuovo inizio. Sul tappetino questo nostro atteggiamento si riflette nell’approccio alla pratica. Alzi la mano chi non ha mai desiderato “andare avanti”, affrontare un nuovo asana, una nuova serie. Chi non si è mai posto degli obiettivi o dei traguardi, da sostituire, una volta raggiunti, con il prossimo? Esattamente come facciamo nella vita di tutti i giorni, in un circolo senza fine di desideri che non trovano mai soddisfazione.

La pratica può diventare un grande alleato nel modo in cui affrontiamo il dolore, la sofferenza. Se restiamo attaccati alla sofferenza, il nostro corpo la riflette, irrigidendosi in aree corrispondenti. Quando invece saliamo sul tappetino con un atteggiamento di resa, di offerta, la pratica inaspettatamente ci regala momenti di grande introspezione e di sollievo. Quando cerchiamo di resistere a qualcosa – e la sofferenza non fa eccezione – veniamo investiti da un’onda energetica di portata equivalente alla nostra volontà di resistere. L’impatto a volte crea ancora più danni. Quando invece lasciamo che la sofferenza ci attraversi, quando la accettiamo, la sua potenza si trasforma in un alleato. Non avverrà in poche ore, o in pochi giorni. Ma un giorno saliremo sul tappetino e diremo a noi stessi prima della pratica: “ecco, ti offro la mia sofferenza. Usala per praticare”. E quel giorno la nostra pratica avrà un sapore diverso, una leggerezza diversa. Forse sarà proprio quel giorno che l’asana tanto rincorso avverrà, spontaneamente, senza eccessivo sforzo. O forse no: ma non ce ne accorgeremo, perché la nostra pratica sarà stata comunque splendida e completa.

Non dimentichiamo, alla fine della nostra pratica, di restare in shavasana. Di lasciare che il corpo torni a cedere alla forza di gravità, si faccia accogliere dalla terra, ne diventi parte, ne assorba l’energia. Shavasana è forse uno degli asana più difficili perché richiede al nostro corpo, al nostro io, di fare qualcosa per cui non è programmato: stare immobile. Ma è solo nell’immobilità successiva alla pratica, che possiamo accogliere la rivelazione che stiamo aspettando. Magari la risposta all’origine della nostra personale sofferenza, che poi altro non è se non una declinazione soggettiva della sofferenza di tutti gli esseri umani. L’aspettativa delusa di non essere onnipotenti, di non poter far andare le cose come vogliamo, di dover cedere al fatto che non possiamo controllare molto, in realtà. E forse è proprio da qui che può nascere una nuova forma di felicità, slegata dall’idea di possesso, perché, in fondo, non possediamo davvero nulla. E in questa assenza di possesso, materiale, emotivo, energetico, spirituale, troviamo un dono ancora più prezioso: la libertà dai limitanti desideri dell’ego.

Karma e dolore nella pratica Yoga

Francesca d’Errico by Alessandro Sigismondi

Provare dolore fisico durante la pratica: un’esperienza comune a molti, sia ai principianti – che iniziano a riscoprire il proprio corpo attraverso lo yoga – che agli studenti più avanzati e agli insegnanti. Mentre per il principiante il dolore ha il sapore di una riscoperta (riconoscere gli effetti della postura scorretta, l’impatto delle troppe ore passate seduti, etc.), per chi pratica da molti anni l’insorgere di una sensazione dolorosa può avere effetti psicologici disarmanti. Improvvisamente, il corpo sembra non rispondere più “ai comandi”. Posizioni avanzate che ci riuscivano con facilità ora non sono solo impraticabili, ci fanno paura. Pensavamo di avere sconfitto una nostra fragilità, ed eccola ricomparire prepotentemente. Che cosa è cambiato? Ma soprattutto, il dolore fisico ha una relazione con il concetto di Karma e, soprattutto, può essere affrontato in modo terapeutico sotto questo profilo?

E’ possibile affrontare il dolore senza incorrere in infortuni, e renderlo nostro alleato sul tappetino e nella vita?
Con un passato di ginnasta e ballerina, mi sono ritrovata più volte faccia a faccia con il dolore. Le conseguenze di due dischi intervertebrali compromessi, ginocchia e anche segnate dal lavoro di forza esplosiva richiesto da queste due discipline sono più volte emerse nei miei vent’anni di pratica. Sconfitti per lunghi periodi, tornavano a ripresentarsi “a tradimento”, privandomi di asana a lungo corteggiate e finalmente conquistate. Ogni volta con un messaggio e una lezione da imparare. Con il tempo, mi sono appassionata alla relazione tra dolore fisico e karma, un argomento che può essere approfondito, tra l’altro, nel libro Yoga Assists di Sharon Gannon e David Life, che ho tradotto qualche mese fa ed è disponibile sul sito di OM Edizioni.
Non ho mai forzato quando il dolore si è rivelato particolarmente intenso, ma non ho mai nemmeno interrotto la pratica. Piuttosto, mi sono sempre soffermata ad analizzare la corrispondenza psichica della parte che esprimeva dolore: la zona lombare, corrispondente ai primi due chakra e quindi fortemente legata al rapporto con le figure genitoriali, e alla nostra capacità di essere autonomi. Le ginocchia, che spesso rappresentano la nostra paura ad andare avanti, o la resistenza a “piegare” il proprio ego, riconoscendo i nostri limiti. Le anche, così evidentemente collegate a traumi emotivi. E così via. Al comparire di una sensazione di dolore debilitante, cercavo (e cerco) di modificare gli asana o di preparare il mio ingresso nella posizione. Una volta all’interno dell’asana, dirigo il mio respiro e la mia attenzione nel punto in cui il dolore si manifesta, cercandone le ragioni emotive. E’ un periodo di particolare stress lavorativo? Sento di avere troppo sulle spalle? C’è qualche problema di tipo affettivo? E se sì, in che modo posso risolvere questo nodo, per riportare armonia nell’ambiente che mi circonda e di cui faccio parte? E’ necessario che io mi faccia indietro, o devo provare ad affrontare la situazione in modo diverso? C’è un’altra parte del mio corpo (e quindi, c’è un alleato) che può aiutarmi e sostenermi nella circostanza che mi trovo a fronteggiare? Spesso, questo atteggiamento di ricerca mi ha aiutata anche a individuare le terapie più adeguate alla risoluzione dell’aspetto sintomatico degli episodi dolorosi.
E’ ormai scientificamente provato che la sensazione del dolore ha origine non sempre e solo in una parte del corpo, ma anche nella memoria del nostro cervello che, in particolari situazioni, la riattiva anche senza una ragione fisica o biologica precisa. A molti di noi è capitato di sentire la necessità di fermarsi in un momento particolare della nostra vita, e di andare avanti ignorando questo segnale finché un evento esterno – un incidente, un malore – ci hanno costretto allo stop di cui sentivamo il bisogno. Oggi, cerco di anticipare questo “alt” obbligato ascoltando il mio corpo durante la pratica. Qualche giorno fa, nel bellissimo video su John Scott girato da Alessandro Sigismondi, le parole di questo grande insegnante di Ashtanga Yoga mi hanno fatto capire che, forse, questa è la strada giusta. “In trent’anni di pratica” – dice John Scott nel video – “la pratica è rimasta la stessa. Ciò che è cambiato sono io, il praticante”. Per questo negli anni la pratica si evolve, diventando sempre meno un esercizio, e sempre più una forma di autentica meditazione, di inchiesta interiore, e l’inchiesta passa anche e soprattutto attraverso l’analisi dei messaggi che il nostro corpo ci invia, sotto forma di piacere e di dolore. Con gli anni, attraverso la pratica, sviluppiamo un’intelligenza del corpo in grado di aprirci porte di comprensione che esulano dal ragionamento. Imparare ad ascoltare queste voci è uno dei doni meravigliosi di questa disciplina.