Uno Yoga senza estremisti

Photo: Marco Pantani

Spesso i praticanti di Ashtanga Yoga vengono “accusati” di essere in qualche modo “estremisti”. Certo sarà capitato a tutti di incontrare uno yogi particolarmente zelante ed entusiasta del metodo praticato. “Solo il mio metodo funziona”, sembra esprimere con ogni suo gesto e atteggiamento. Eppure nulla è più lontano dallo Yoga di simili affermazioni, almeno se vogliamo appellarci al primo testo al mondo che, circa 6000 anni fa, Patanjali compose a proposito di questa pratica. Negli Yoga Sutra infatti, un verso in particolare rimette tutto in prospettiva:

Yoga Sutra 1,12:

“Le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione”

Leggevo proprio oggi sul blog di Gregor Maehle, Chintamani Yoga, una bella interpretazione di questo Sutra. Ho pensato di tradurla per voi, per stimolare una riflessione: siamo capaci di praticare la disidentificazione (“vairagya”, più spesso tradotto come non attaccamento) sul tappetino e nella vita? E soprattutto, quando l’attaccamento (o l’identificazione) diventa un ostacolo non solo alla meditazione, ma allo svolgersi sereno della nostra esistenza? Mi è piaciuta molto la traduzione di Gregor del termine “vairagya” in “disidentificazione”. Il suo opposto, l’identificazione, è proprio quello che spesso vedo capitare ad alcuni yogi soprattutto all’inizio del loro percorso: il sentire di avere raggiunto un obiettivo spirituale solo attraverso l’identificazione con una determinata pratica. Vediamo come affronta questo tema Gregor.

“Patanjali afferma in questo Sutra che le fluttuazioni della mente cessano attraverso la pratica e la disidentificazione. La parola chiave qui è semplicemente “e”. Infatti, l’applicazione di uno solo di questi due concetti porta la mente verso i suoi estremi. Se pratichiamo e basta, tendiamo a sviluppare affermazioni come “la mia pratica è l’unica che funziona”, “solo l’Ashtanga è il modo corretto di praticare Yoga”, “solo lo stile Mysore è il modo corretto di condurre una lezione di Yoga”. Arriviamo in breve a convinzioni peggiori, “solo il mio Dio è il vero Dio”, “solo il capitalismo è la forma corretta di economia” e “solo la democrazia è il modo corretto di fare politica”.

Tutte queste affermazioni hanno in comune la convinzione che esista una sola verità, ad esclusione di tutte le altre. Nello yoga, un simile atteggiamento viene definito “solare”. E’ dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico solare (pingala), che parte dalla narice destra. Possiamo definirla una tendenza al fondamentalismo. Ci rende impossibile riconoscere che una posizione diversa dalla nostra possa essere altrettanto valida. E’ una trappola della mente, che si illude di aver identificato la realtà, imponendo su di essa una visione estrema, simile ad un tunnel.

Cadiamo tuttavia nella trappola opposta se ci appelliamo solo alla disidentificazione, escludendo la pratica. In questo caso, tendiamo a sviluppare affermazioni come “Tutte le strade portano allo stesso risultato”, “Tutto è Yoga”, “Tutto è sacro”, “Ognuno deve vivere secondo la sua verità”, “Ognuno deve fare ciò che crede meglio”. E arriviamo a convinzioni più generalizzate, come “Tutte le affermazioni, le filosofie e le religioni sono valide”. Queste affermazioni hanno tutte in comune la convinzione che esistano molte verità, in grado di cancellare la verità assoluta. Nello Yoga, un simile atteggiamento viene definito lunare: diventa dominante quando il prana fluisce attraverso il canale energetico lunare, che parte dalla narice sinistra. Un atteggiamento lunare ci porta a rinunciare prima ancora di iniziare, rendendoci incapaci di cambiare. Secondo questo atteggiamento, è inutile cambiare, perché vado già bene così: anzi, tutti vanno bene così come sono. L’estremo lunare ci rende impossibile riconoscere le opinioni sbagliate, e ci impedisce di rifiutare visioni e valori che, sebbene accettabili in generale, non sono quelli giusti per noi.

Se tutti stanno bene così come stanno, perché il 50% dell’umanità vive in povertà? Perché da millenni viviamo in uno stato permanente di guerra? Perché le nostre prigioni e i manicomi sono pieni e perché il pianeta cerca di ribellarsi ai torti che noi umani gli infliggiamo? Possiamo dire che l’atteggiamento lunare è, in pratica, relativismo. Dato che tutto è vero, a seconda dell’angolazione da cui lo osserviamo, non dobbiamo preoccuparci di nulla. Il relativismo è una trappola della mente, che ritiene di definire la realtà attraverso una visione estrema. La realtà, secondo lo Yoga, non si trova negli estremi della mente. Essa riposa nel centro, al riparo dagli estremismi – e dagli estremisti.

Il “centro” ha, nello yoga, molti nomi: Brahman, purusha e hrdaya, il cuore. Tra questi nomi troviamo anche sushumna, il canale energetico centrale. Quando il prana fluisce attraverso questo canale, la mente è libera dagli estremismi solari e lunari. E’ in questo momento che le fluttuazioni della mente cessano. Per raggiungere questo stato, Patanjali suggerisce di combinare l’azione della pratica e della disidentificazione. Si tratta di un paradosso, perché questi due estremi sono agli opposti. E devono esserlo, altrimenti la mente non potrebbe capire cosa sta succedendo, e questa sarebbe un’ulteriore simulazione della realtà, e non la verità.

Nel mio commento agli Yoga Sutra del 2006 parlavo di non attaccamento. Oggi preferisco tradurre ‘vairagya’ come “disidentificazione”. Devo questa revisione all’affermazione di  T. Krishnamacharya, secondo cui il non attaccamento non si adatta ai grhastha, alle persone che hanno una famiglia, ovvero la maggior parte di noi. Krishnamacharya affermava che per chi ha una famiglia non è giusto provare non attaccamento per il proprio coniuge, i propri figli, per i doveri verso la società e verso il Divino”.

E devo dire che anche io sono d’accordo.

Gregor Maehle

Traduzione e commenti – Francesca d’Errico

Pranayama, emisferi cerebrali e sistema nervoso

Un argomento di enorme importanza ma di cui sento sempre parlare troppo poco o in termini troppo complessi è il Pranayama. Eppure le sue applicazioni per migliorare la nostra quotidianità sono tantissime, e alcune davvero di semplice esecuzione.

Oltre ad essere una componente essenziale della pratica, la respirazione è la chiave di accesso alla salute fisica e mentale. Sono ormai numerosi gli studi scientifici che provano questa affermazione. Certo il Pranayama non è una materia da approcciare con improvvisazione, e ritengo sia importante mettere in luce non solo come eseguirla, ma anche in che modo l’ambiente possa condizionarne l’esito, e quali effetti possa avere la sua pratica corretta. Ricordiamoci sempre che i grandi maestri introducono al Pranayama vero e proprio solo i discepoli più preparati.
Per capirne di più, traduco un bellissimo articolo di Gregor Maehle, già protagonista di queste pagine in varie occasioni, che nel suo splendido libro “Pranayama The Breath of Yoga” fa luce su moltissimi aspetti, scientifici, mitologici e pratici, delle tecniche di respirazione dello Yoga. E senza proporre esercizi complicati, ci spiega come trarre beneficio in modo semplice di questo vero e proprio elisir di lunga vita, e di salute fisica e mentale.

Gregor è stato contattato recentemente dal nuovo Center for Consciousness Science, parte della facoltà di

Un ritratto di Gregor Maehle

Medicina della Michigan University. Il dipartimento stava conducendo un progetto sul cervello e sulle dinamiche psicologiche associate alle tecniche respiratorie dello Yoga: il Pranayama, appunto. Oltre a rispondere alle domande degli esperti, Gregor ha identificato le principali circostanze che renderebbero i test sul pranayama difficili se non impossibili da eseguire nel nostro mondo “civilizzato”. Tali circostanze, infatti, renderebbero impervia la raccolta di dati oggettivi, per la loro influenza negativa sul praticante. Esse sono:

– le luci al neon, che sembrano respingere il prana. Secondo Maehle, la ripetizione di un set dikumbhaka è più difficile sotto le luci al neon, rispetto a quanto accadrebbe con la luce naturale.
– smartphones, telefoni cellulari e radiazioni elettromagnetiche in generale respingono il prana. Durante il pranayama è necessario spegnere per quanto possibile impianti wi-fi, bluetooth e altre fonti di radiazioni a microonde. Meglio tornare al vecchio mouse e alla tastiera del PC, evitare di aprire e chiudere porte elettriche, impianti stereo, frigoriferi ed altro oltre al telefono cellulare, etc.
– viaggi in aereo. Ad ogni viaggio, Maehle ha notato che il recupero di un pranayama di qualità avveniva dopo qualche giorno. Per effettuare una valida ricerca sugli effetti del pranayama è necessario isolare la pratica dalle influenze sopra citate per un periodo di tempo sufficiente a neutralizzarle.
Ma veniamo ora alla sezione del libro “Pranayama The Breath of Yoga” su uno dei più importanti benefici del pranayama, ovvero la riequilibrazione degli emisferi cerebrali e delle funzioni ad essi associate:
“Immaginate come sarebbe bello avere un interruttore che, una volta messo in funzione, ci consentisse di scegliere consapevolmente tra emisfero destro e sinistro, intelligenza intuitiva e analitica, sistema nervoso simpatico e parasimpatico, e tra gli aspetti della nostra psiche maschile e femminile, solare e lunare. Come sarebbe bello, su richiesta, scegliere se essere compassionevoli o determinati. O passare dal sentirsi carichi di energia a completamente rilassati, nel giro di pochi minuti. O dall’essere estroversi (presenti fisicamente, espressivi e aperti) a introversi (riflessivi e ricettivi) in breve tempo. Questo interruttore, in realtà, esiste e non è assolutamente nascosto. E’ quell’orifizio olfattivo che orna il nostro viso: il nostro naso.
Come è possibile? Vi chiederete. Cominciamo dall’inizio. Prima del Big Bang e prima dell’avvento del tempo e dello spazio, dei cieli e della terra, della mente e della materia, esisteva solo l’infinita coscienza. Nello yoga la chiamiamo Brahman, realtà profonda. Poiché essa forma gli strati più profondi della realtà, non può essere ridotta ulteriormente in particelle elementari. E’ la realtà stessa. Nel Purusha Sukta del Rig Veda si dice: ‘Al principio vi era solo oscurità. In questa oscurità l’Uno respirava silenziosamente’. Ciò significa che il primo segno dell’esistenza di Dio era il suo respiro. Dio dunque, per creare l’universo, divenne antitetico. La coscienza infinita (Brahman) si cristallizzò nei poli maschile e femminile, secondo molte scuole Yogiche conosciuti come Shiva e Shakti.
E proprio qui troviamo la fondamentale verità del Pranayama. I due poli della creazione, il polo maschile e quello femminile del cosmo, sono rappresentati negli emisferi del corpo e del cervello umani, e sono associati rispettivamente con la narice destra e quella sinistra (Shiva Svarodaya, stanza 52). Nello Yoga sono chiamate narice solare o Pingala (destra) e narice lunare o Ida (sinistra).
 
GLI EMISFERI CEREBRALI: DESTRA E SINISTRA
 
Ardhanavishvara
L’emisfero cerebrale destro, più intuitivo ed olistico, è attivato dalla narice sinistra. L’emisfero cerebrale sinistro, che è più analitico e distintivo, è attivato dalla respirazione attraverso la narice destra. Provate voi stessi: applicatevi ad una materia accademica difficile, come legge, medicina o fisica e notate fin dove riuscite ad arrivare respirando attraverso la narice sinistra. Per memorizzare e analizzare materie difficili è meglio respirare attraverso la narice destra (Shiva Svarodaya, stanza 114). Ovviamente, se studiate troppo rischiate un disequilibrio, poiché mantenete attivo lo stesso emisfero cerebrale e la stessa nadi per un periodo troppo lungo.
Ora fate un altro esperimento, e cercate di essere empatici e compassionevoli nei confronti delle preoccupazioni di un altro essere umano respirando attraverso la narice maschile, la destra. Non ci riuscirete. Come un computer, analizzerete cosa sta facendo di sbagliato e comincerete a suggerire metodi per migliorare la sua attuale strategia. Ma non è ciò di cui ha bisogno in questo momento: la persona in questione ha bisogno della vostra capacità di ascolto, della comprensione e dell’empatia per guarire e sentire il vostro lato umano, che viene attivato dalla narice sinistra.
Provate a cercare di comprendere un poema complesso, un brano musicale o un dipinto. Avete bisogno di sentire in modo olografico tutte le diverse dimensione che l’autore stesso ha provato, per apprezzare un’opera d’arte. Sentite come questo ‘sentire’ diventa improvvisamente accessibile appena iniziate ad usare la narice sinistra, che vi consente di sedervi, rilassarvi, uscire da una visione limitata e ricevere connessioni complesse, più vaste del vostro io.
Un essere umano completo e integrato non è solo maschile o solo femminile ma, a seconda delle circostanze, è capace di attivare i circuiti maschili o femminili della sua psiche, e conseguentemente le loro capacità. L’immagine indiana di Ardhanarishvara rispecchia questo concetto. E’ una deità androgina che ha la forma di Shiva e del suo lato femminile, Devi Parvati (Shakti), il dio metà uomo e metà donna.
 
SISTEMA NERVOSO SIMPATICO E PARASIMPATICO 
Dedichiamoci ora alla seconda coppia dualistica, i due rami del sistema nervoso: simpatico e parasimpatico.
Il sistema nervoso simpatico governa il riflesso attacco/fuga. Si attiva tramite lo stress ed emettendo adrenalina, mobilizza le nostre risorse energetiche, e attraverso la narice destra, solare e maschile. Quando respiriamo attraverso la narice destra riusciamo a portare a termine sforzi fisici estenuanti, come combattere per la nostra vita contro un nemico, correre lontano da un pericolo alla massima velocità, o sollevare immense pietre per costruire una piramide (Shiva Svarodaya, stanza 115).
Se funziona così bene, come mai non respiriamo attraverso la narice destra? Perché l’eccessiva enfasi sul sistema nervoso simpatico ci porterebbe all’esaurimento. Può andar bene per brevi scariche di energia ma, se dovessimo utilizzarlo troppo, diventeremmo irosi, soffriremmo di insonnia e tenderemmo a sviluppare una personalità di tipo A. Senza parlare del fatto che svilupperemmo solo il 50% delle capacità di un essere umano completo e integrato.
Il sistema nervoso parasimpatico ci consente di ricaricarci, riposare e dormire, e provare piacere. Viene attivato dalla respirazione attraverso la narice sinistra. Trarrete il meglio dalle vostre pause lavorative respirando attraverso questa narice. Sarete in grado di godere appieno del tempo trascorso con amici e familiari, delle passeggiate sulla spiaggia o immersi nella natura. Prendersi cura di vostro figlio sarà più naturale. Provate voi stessi.
Se dobbiamo fare un discorso in pubblico, riusciremo meglio nell’impresa respirando attraverso la narice destra. La narice destra governa i nostri impulsi nervosi efferenti (diretti verso l’esterno) come quelli preposti all’uso della parola, al lavoro manuale, alla corsa, all’evacuazione, e all’essere il partner attivo in un accoppiamento sessuale. Tuttavia, respirare troppo attraverso questa narice può dare alle persone la sensazione che siate un po’ troppo innamorati del suono della vostra voce, o che siate troppo fisici o ancora che non siate in grado di lasciar andare quando è necessario. E’ difficile mettere a fuoco i propri errori e i propri limiti quando si respira dalla narice destra.
 
CORRENTI NERVOSE AFFERENTI ED EFFERENTI
La narice sinistra governa gli impulsi nervosi afferenti (quindi quelli in arrivo). Quando abbiamo bisogno di ascoltare, vedere, sentire, odorare o gustare, usiamo la narice sinistra. Usiamo questa narice anche quando riflettiamo su noi stessi e cerchiamo di fare autocritica. Afferente significa inoltre essere ricettivo. Al momento del concepimento è essenziale che almeno la donna respiri attraverso la narice sinistra, perché sta ricevendo lo spirito del bambino nel suo grembo. Alcune culture vanno oltre: secondo le tribù aborigene australiane e alcune popolazioni africane, l’uomo lascia il villaggio per ricevere il figlio in sogno. Una funzione tipicamente lunare, tipicamente legata alla narice sinistra, che mostra la maturità della cultura di appartenenza, attraverso la capacità, da parte di uomo integrato e realizzato, di entrare nel regno del femminile per ricevere ed abbracciare una nuova vita.
La corrente nervosa afferente, tuttavia, può anche essere troppo dominante. Una funzione iperattiva si esprimerà in persone esageratamente introverse, troppo miti, non sufficientemente espressive, forse depresse, incapaci di difendersi. Per porre rimedio efficacemente a questi problemi è possibile attivare la corrente efferente (in uscita), inalando attraverso la narice solare, la destra.
 
FUNZIONE ANABOLICA E CATABOLICA
 
Il catabolismo è la decomposizione metabolica delle molecole complesse in molecole semplici. Avviene durante la digestione del cibo. Quando mangiamo e decomponiamo il cibo nello stomaco, respiriamo attraverso la narice destra. In modo simile all’attivazione di una mente solare, analitica e distintiva, usiamo la narice destra per attivare la decomposizione del cibo nel tratto digerente. L’anabolismo è la sintesi metabolica delle molecole semplici in molecole complesse. E’ la funzione che chiamiamo colloquialmente convalescenza, riposo, nutrimento. Si attiva durante il sonno e il rilassamento, ed è collegata alla narice lunare, la sinistra. E’ più semplice assimilare gli elementi decomposti durante la digestione, respirando attraverso la narice sinistra. E’ per questa ragione che, circa 90 minuti dopo l’ingestione di un pasto, il flusso respiratorio della narice (svara) dovrebbe passare da sinistra.
E’ a causa del carattere anabolico/nutriente della narice lunare e del carattere catabolico/disgregante della narice solare, che Raghuvira recita nel suo Kumbhaka Paddhati che il movimento del prana in Ida (narice sinistra) si chiama nettare, mentre quello che avviene in Pingala (narice sinistra) viene chiamato veleno (Kumbhaka Paddhati di Raghuvira, stanza 14). Con gli strumenti che ora avete a vostra disposizione, siete in grado di comprendere questa affermazione che diversamente sarebbe sorprendente. Sarete inoltre in grado di comprendere l’affermazione di Sundaradeva: la narice destra brucia le morbosità attraverso il calore (la decomposizione catabolica) (Hatha Tatva Kaumundi di Sundaradeva XXXVI.27).
E’ da notare inoltre che la funzione metabolica/fisica di ogni narice si collega ad una funzione mentale. Potremmo chiamare mente lunare anabolica la parte accogliente, ricettiva e sintetizzante. La mente solare è catabolica nella sua capacità di decomporre e sezionare argomenti e strutture analitiche, riducendole agli elementi che le costituiscono. Mentre la mente solare è in grado di mettere a fuoco e sezionare in piccoli dettagli un dipinto, la mente lunare può sintetizzare i contesti mancanti e ampliare la visione finché l’intero quadro diventa percepibile. Scegliete quale narice utilizzare, a seconda della funzione richiesta dalle circostanze.
 
CORPO E MENTE
Potete scegliere quale svara (flusso respiratorio della narice) attivare a seconda che vogliate utilizzare il vostro corpo o la vostra mente. Sundaradeva afferma nel suo Hatha Tatva Kaumudiche il prana, la forza vitale (e quindi il corpo) risiedono nella narice sinistra, mentre manas (la mente) risiede nella nostra narice sinistra. Egli chiama questa rivelazione ‘il grande segreto’(Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXIII.38). Ma questo non è più un segreto se consideriamo il paragrafo precedente relativo alle correnti nervose afferenti ed efferenti. Quando la narice sinistra è predominante, le correnti afferenti sono al comando – sono le correnti che portano le sensazioni verso la mente, dove verranno analizzate. In altre parole, la narice sinistra attiva la mente. Quando il flusso respiratorio passa dalla narice destra, le correnti efferenti (dirette verso l’esterno) sono predominanti. Questo presuppone che la mente sia arrivata ad una conclusione, e i nervi ora trasportano i segnali della mente verso l’esterno, attivando una risposta fisica. Questo significa che la narice destra attiva il corpo. Per questa ragione le shastras (scritture) affermano che durante l’attività fisica intensa è necessario attivare la narice destra.
 
ATTIVITA’ COLLEGATE ALLA PREPONDERANZA DI UNA NARICE
Si dice che se respiriamo attraverso la narice corretta quando eseguiamo una particolare attività, siamo destinati ad avere successo. Il Vasishta Samhita dice che durante il rapporto sessuale (l’uomo) deve respirare attraverso la narice destra. Dobbiamo respirare attraverso la narice destra anche quando mangiamo, accumuliamo ricchezze e partecipiamo ad attività marziali (Vasishta Samhita V.46). Notate la natura penetrante, divorante e aggressiva di tutte queste attività. Il testo più autorevole in materia è lo Shiva Svarodaya, e chiunque sia seriamente interessato al pranayama dovrebbe studiarlo approfonditamente. Questo testo afferma che nutrirsi (Shiva Svarodaya stanza 104), nascere e morire, tenere al sicuro le proprietà sono attività da compiere respirando attraverso la narice sinistra. Notate il carattere nutritivo e arrendevole di queste attività. Altre attività da narice destra sono, secondo lo Shiva Svarodaya, il ricercare cose difficili da comprendere (come la scienza, che è un’attività maschile e analitica), studiare le scritture (ancora un’attività tipica dell’intelligenza analitica), eseguire gli shatkarmas (che distruggono le impurità), insegnare o influenzare gli altri (attività penetranti) ed eseguire attività commerciali.
Secondo lo Shiva Svarodaya, lo Yoga dovrebbe essere praticato durante lo svara – flusso respiratorio della narice sinistra (attraverso Ida). Lo Yoga è l’azione che ci permette di nutrire la nostra relazione con il Divino, con il nostro sé autentico. Ci porta al successo se lo pratichiamo durante lo svara sinistro, e di cattivo auspicio se praticato durante lo svara destro. Questa visione è sostenuta da Sundaradeva, quando dice che tutte le pratiche di Pranayama devono iniziare con la narice sinistra, e che sono inutili se iniziate attraverso la narice destra, che produce tossine e calore (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XXXVII.4). Egli afferma inoltre che uno yogi che pratichi sempre attraverso la narice lunare (sinistra), che controlla amrita, riesce ad ottenere l’elusivo nettare dell’immortalità (Hatha Tatva Kaumudi di Sundaradeva XLI V.47).
 
In sintesi, quando studiamo le scritture ed analizziamo tecniche yogiche, come ad esempio leggendo questo articolo, abbiamo bisogno di respirare attraverso la narice destra, perché la nostra mente deve attivare le sue funzioni analitche e cataboliche. Ma una volta digerito il contenuto astratto di questo post, passiamo alla narice sinistra e attiviamo la nostra psiche femminile. Questo ci aiuterà ad allargare la visione, mettere insieme i pezzi del puzzle e assimilare l’insieme. Quando pratichiamo tecniche yogiche la nostra mente deve sintetizzare, mettere insieme e funzionare anabolicamente, quindi respiriamo attraverso la narice sinistra.”
Gregor Maehle, 2016
Ricordate che questo articolo non è che una piccola sezione di un libro di ben 340 pagine. Molte delle tematiche affrontate in questo post sono ampiamente dettagliate nel libro di Gregor Maehle Pranayama The Breath of Yoga. 
Traduzione e commenti – Francesca d’Errico, 2017

Continuare a praticare: la testimonianza di Gregor Maehle

Gregor Maehle in Eka Pada Sirsasana

Traduco oggi un bellissimo post di Gregor Maehle, famoso insegnante di Ashtanga Yoga e autore di numerosi libri su questa nostra amata pratica. Me lo ha suggerito Taylor Hunt, altro insegnante Autorizzato KPJAYI che stimo molto. Lo ritengo particolarmente adatto a chi, come me, pratica ormai da quasi vent’anni e intende mantenere una pratica Ashtanga negli anni a venire. Buona lettura!
“Recentemente mi sono imbattutto in un articolo dove l’autrice rivelava le sue difficoltà nel mantenere una pratica Ashtanga. Definiva la sua pratica “dura, davvero dura, sfinente” e lamentava il fatto che “non diventa mai più facile”, anche perché i suoi insegnanti le avevano trasmesso la sensazione di dover mantenere aspettative molto alte. 
La mia esperienza, però, è esattamente opposta e desidero condividerla perché penso possa essere di aiuto a molti. Pratico yoga da circa 40 anni e gli ultimi 26 li ho dedicati all’Ashtanga. Pratico 6 giorni alla settimana. Stavo per aggiungere “religiosamente”: ma preferisco dire che non pratico quotidianamente perché sento di doverlo fare, ma semplicemente perché facendolo il mio corpo e la mia mente funzionano meglio.
Negli anni, la mia pratica è sicuramente diventata più facile. Il primo decennio è sicuramente stato il più duro, principalmente perché sono cresciuto in una cultura che crede nel successo, nella gratificazione sensoriale, nell’abuso e nella negazione del sé e nella tortura autoinflitta, nell’ambizione e nella competizione, tutte caratteristiche che avevo inizialmente importato nella mia pratica yoga. Aggiungerei anche l’espressione contemporanea della nostra cultura, che include edonismo, abuso di sostanze stupefacenti, promiscuità o genericamente quello che definiamo “divertirci” o “spremere il succo della vita”. 
C’è stata sicuramente frizione nel processo di trasformazione da “party animal” che va a letto all’alba, a praticante che si alza prima che sorga il sole. Ma questo aspetto ha richiesto al massimo un paio d’anni e con benefici a dir poco ovvi. Più le tendenze culturali sono radicate in noi, più tempo è necessario per lasciarle andare. Parlo soprattutto dell’ossessione occidentale per il progresso, il successo, la gratificazione materiale, l’abuso e la negazione di sé, la tortura autoinflitta, l’ambizione e la competizione. Quando un occidentale tenta di diventare uno yogi, spesso tende ad auto-sabotarsi impedendosi di lasciare andare queste tendenze.
Una delle più importanti svolte nella mia pratica è stata proprio il lasciar andare la mia tendenza al progresso e al successo. Ho capito che dovevo semplicemente praticare, invece che farlo per ottenere qualcosa. Considerate questo: magari avete dentro di voi 10 o 15 anni di progressi nella pratica degli asana. Poi un’altra decina d’anni di stagnazione e quindi (si spera) diversi decenni di regressione. Se siete davvero fortunati, potreste avere davanti a voi 60 anni di regressione, come è accaduto a T Krishnamacharya. O pensate forse che abbia continuato a progredire negli asana come quando aveva 40 anni? Il mito dello yoga sul migliorare, avere successo e progredire è, appunto, un mito.
La svolta successiva è stata liberarsi della tendenza all’abuso e alla negazione del sé, e alla tortura autoinflitta. La nostra cultura ne è intrisa. Per ottenere una laurea, per raggiungere un successo lavorativo dobbiamo sacrificare notti intere, lavorare duramente, negare i nostri bisogni, consumarci gli occhi davanti a uno schermo. E questo stesso approccio me lo sono ritrovato sul tappetino. La scimmia sulla mia spalla mi diceva di abusare, negare e torturare me stesso per conquistare l’asana successivo, la serie successiva. Ma sotto questa voce aggressiva, ne ho sentita un’altra ben più gentile: mi diceva che abusare, negare e torturare me stesso con tanta durezza, fatica e aspettative così elevate era in realtà un aspetto della mia mancanza di amore e capacità di accettare ciò che ero. 
Mentre scrivevo quest’ultima frase mi sono meravigliato di quanto sia stato facile scriverla, mentre è stato così difficile sentirla davvero dentro di me. Guardiamo a 5000 anni di storia: guerre, conflitti, gioia nel vedere l’altro sconfitto, raso al suolo, davanti alla nostra gloria, alla nostra vittoria. Amore per la controversia, per l’avere opinioni divergenti, per il dimostrare di avere sempre ragione rispetto a qualcun altro…
Ho notato che avevo importato questa cultura – quella del non essere mai abbastanza bravo – nella mia pratica. La seconda voce, quella più gentile, chiamiamola la voce dello yoga, mi diceva che dovevo abbandonare tutto questo e cominciare con l’amare e accettare me stesso, completamente.
Ancora una volta mi meraviglio davanti al potere (o all’impotenza) delle parole. Sappiamo davvero cosa significa la frase “amarsi e accettarsi completamente”? La mattina, prima di praticare asana, mi siedo e rifletto proprio su queste parole. Non accenno nemmeno un Surya Namaskara se prima non sento davvero risuonarne l’effetto dentro di me. Non è sempre facile amarsi e accettarsi completamente. Di solito, per farlo sono necessari quintali di capacità di perdonarsi i propri limiti. Il motivo per cui ci risulta così difficile, è che la nostra umanità è intrisa dei concetti di punizione, peccato, vendetta, etc. Al punto che si è formata in noi una fortissima abitudine. Secondo lo yoga, qualsiasi sensazione provata anche dal più inferiore tra gli esseri viventi lascia dietro di sé una traccia. Nessun dolore (e nessuna gioia) è da considerarsi buttato. Amarsi ed accettarsi include la capacità di abbandonare concetti e ricordi culturali e ancestrali. 
Nel descrivere la mia pratica Ashtanga di oggi, utilizzerei parole come dolce, gioiosa, giocosa, amorevole, ringiovanente, e più facile di anno in anno. Ricordo i tempi in cui era dura, piena di ostacoli (la sfida tra ego e corpo), e forse anche estremamente stancante. Ma poi ho capito che stavo mettendo in atto sul tappetino un conflitto psicologico, ovvero la credenza di non essere abbastanza bravo, e di doverlo provare a me stesso attraverso la performance fisica. E santo cielo, quanto era stancante…
Abbandonare il conflitto interiore porta inizialmente un beneficio prettamente fisico sul tappetino, facendo sparire durezza e fatica dalla pratica: tuttavia, il risultato più importante è un altro. Inizialmente, mi sembrava quasi sbagliato amare ed accettare me stesso. Poi però ho notato che questo amore e questa accettazione rendono praticamente impossibile non amare chiunque altro. Infatti, l’auto-amore è il precursore dell’abbandono del concetto di “altro”. L’idea di “altro”, ovvero credere nella separazione, nell’isolamento, nell’estraniazione, in entità diverse è necessario al mantenimento dell’esternalizzazione del conflitto interiore. Abbandonando questa idea possiamo ammettere di essere tutti un unico sé: atman. Il conflitto si esaurisce.
Attenzione: L’autore ritiene che la sola pratica degli asana, senza pranayama, kriya e meditazione non rappresenti lo spirito dello yoga. Anzi, l’autore è convinto che escludere questi aspetti possa esasperare i problemi di cui ho parlato in questo articolo. Ma questa è un’altra storia.”

– Gregor Maehle

Traduzione di Francesca d’Errico

Aprire il cuore: Anahata Chakra secondo Gregor Maehle

Anahata Chakra
Gregor Maehle, nel suo ultimo libro “Samadhi, The Great Freedom”, tra poco disponibile in inglese, affronta un tema di grande importanza a livello sociale. Chi pratica Yoga tende spesso a concentrarsi, durante la meditazione, sul sesto e sul settimo chakra. Ma in Kali Yuga, l’era che stiamo vivendo, il quarto chakra, Anahata, il chakra del cuore, è di grande rilevanza. Gregor ce lo spiega con grande chiarezza in questo articolo tratto dal suo libro e pubblicato sul suo blog Chintamani Yoga. Lo traduco per tutti i lettori italiani, augurandomi che possa essere strumento di riflessione per chi pratica, sul tappetino e nella vita di tutti i giorni.
“Concentrare il prana nel chakra del cuore comporta molte significative implicazioni. Nel sutra 1.33, Patanjali afferma: ‘La mente diventa limpida se meditiamo sull’affabilità verso chi è felice, sulla compassione verso chi è in condizioni miserevoli, sulla gioia verso chi è virtuoso e sull’indifferenza verso chi è malvagio’. La nostra esistenza separata, individualista, egoista tende invece a rafforzare l’invidia verso chi è felice (perché mai sono più fortunati di me?), il giudizio verso chi è in condizioni miserevoli (non si meritano niente di più, se la sono cercata), lo scetticismo verso chi è virtuoso (sicuramente avranno qualche scheletro nell’armadio! Indaghiamo…) e l’odio verso chi è malvagio (guarda cosa hanno fatto questi maledetti, facciamogliela pagare). Patanjali non solo ci consiglia di abbandonare questi sentimenti negativi, ma ci incoraggia a diffondere il loro opposto. Ci dice che nel farlo, rendiamo ‘limpida la nostra mente’. Perché? Tutti i conflitti che abbiamo con gli altri non sono altro che l’esternazione di conflitti interiori. Ammetterlo è un processo doloroso e umiliante. Se, ad esempio, manifestiamo invidia per il successo di qualcun altro, dentro di noi pensiamo di non meritare di essere altrettanto fortunati, e quindi non comprendiamo per quale motivo questa fortuna debba andare ad altri. Quando giudichiamo una persona sofferente e rifiutiamo di aiutarla, ritenendo che se la sia cercata, dentro di noi pensiamo di non meritare aiuto e di poter essere giudicati per non aver fatto abbastanza per evitare la nostra sofferenza. Se siamo scettici nei confronti di chi è virtuoso o eroico, è perché non abbiamo fiducia nella nostra stessa virtù, nel nostro stesso eroismo, e riteniamo di meritare di essere buttati giù dal piedistallo. Allo stesso modo, il nostro odio per i malvagi altro non è se non l’esternazione del disprezzo verso noi stessi, perché crediamo di essere anche noi, nel profondo, malvagi e come tali di meritare di essere puniti. Qualsiasi forma di cattiveria proiettiamo all’esterno nel parlare degli altri, altro non è se non un rifiuto di accettare che noi stessi meritiamo l’amore Divino.
E’ un processo molto impegnativo, che affrontiamo con grandi resistenze. A tutti noi piace cavalcare il destriero del giudice morale, guardando gli altri dall’alto in basso. Ora, facciamo caso a quante volte la parola ‘altro’ è comparsa negli ultimi due paragrafi. Come avviene nell’analisi dei sogni secondo Jung, in cui qualsiasi personaggio abiti i nostri viaggi onirici altro non è se non la proiezione dei nostri conflitti interiori su attori esterni, lo Yoga afferma che tutti i conflitti del nostro stato di veglia sono l’esternazione dei nostri conflitti interiori. Nel momento in cui accettiamo tutte le nostre debolezze e trasformiamo l’odio verso noi stessi in amore e accettazione, eliminiamo qualsiasi conflitto esterno.
Attenzione, questo non significa che non dobbiamo fermare le multinazionali che stanno distruggendo l’ambiente, né che dobbiamo liberare gli assassini o ignorare i danni dei tiranni che entrano in guerra con altri paesi. Ma significa che se cerchiamo di fermarli senza desiderio di vendetta nei nostri cuori, stiamo cercando di correggere il loro comportamento impedendo all’ira e alla vendetta di far parte dell’equazione. Il Samadhi basato sul chakra del cuore ci fa comprendere che non esiste nessun ‘altro’. Questo non significa che gli altri siano un’illusione, bensì che siamo tutti connessi con gli altri esseri viventi, che formiamo un unico, grande organismo simbiotico, un’umanità e una famiglia di esseri viventi. Qualsiasi forma di giudizio e di controversia provochiamo nei confronti di chiunque, a lungo termine tornerà a bussare alla nostra porta. Il concetto che ‘la perdita di qualcuno è il mio guadagno’ si basa sull’errata cognizione di identificare noi stessi con il nostro corpo. Ma il nostro corpo è solo il veicolo che la nostra coscienza abita in questo momento, tutto qui. Ben più in profondità, noi condividiamo lo stesso ‘atman’, lo stesso ‘sé’, perché esiste un solo ‘sè’. ‘Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te’ implica che abbiamo tutti un’esistenza comune, essendo figli del Divino, e che non esiste in realtà alcuna separazione. Se ritenessimo di essere separati, perché dovremmo trattare gli altri come trattiamo noi stessi?
‘Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. Anche qui è presente l’idea che non esiste un ‘altro’. Possiamo perdonare, e perdonando veniamo perdonati. E non è possibile perdonare gli altri se prima non perdoniamo noi stessi. Il perdono radicale nasce dalla pratica del Samadhi sul chakra del cuore. Ci insegna a lasciare andare immediatamente e consciamente qualsiasi forma di odio, qualsiasi antagonismo proviamo nei confronti degli altri. Perché? Perché agendo in questo modo, secondo le parole di Patanjali, rendiamo limpida la nostra mente, e se la mente non è limpida, nessuna evoluzione è possibile.
Ma anche nel perseguire una evoluzione, come quella dei samadhi sui chakra superiori, dobbiamo sempre tornare al cuore, Anahata. In questo chakra assiale trova il suo centro l’essere umano integrato, da questo chakra possiamo interagire ponendoci in una posizione di servizio, compassione e amore. Se il nostro centro è in Sahasrara chakra, il nostro contributo non sarà granché. E’ nel cuore che sviluppiamo la fede nel Divino ed è qui, secondo le scritture, che possiamo sentire il suono sacro dell’OM. A proposito del cuore, Anahata, il Chandogya Upanishad dice: ‘Nel petto dell’uomo è racchiuso un piccolo tempio (il cuore), in cui brilla una piccola fiamma, grande quanto un pollice (l’anima). E in questa fiamma, miracolosamente, è contenuta l’intera vastità dell’Universo, con i suoi pianeti, le stelle, i continenti, i fiumi, le montagne e gli oceani'”.
– Gregor Maehle, tratto da ‘Samadhi The Great Freedom’

Il dolore nello Yoga è veramente necessario? La parola a Gregor Maehle

Torno a tradurre le illuminanti parole di Gregor Maehle, insegnante di Ashtanga Yoga, titolare del blog ChintamaniYoga e autore di numerosi libri. L’argomento del dolore è attuale oltre che fondamentale nell’affrontare in modo corretto una pratica yoga che sia sostenibile. Sri K. Pattabhi Jois diceva che lo Yoga è una pratica che dura tutta la vita, e per essere tale è importante comprendere quali sono i limiti accettabili nell’affrontare le asana, che sono una parte fondamentale nella pratica.
“Mi è stato chiesto se sia necessario accettare di provare dolore durante l’esecuzione delle asana. Quando il fastidio diventa dolore, è possibile bilanciarlo con i rami più elevati dello yoga, o dovremmo semplicemente cercare di evitarlo a tutti i costi? ” In molti pensano ancora che le asana debbano necessariamente provocare dolore. Di regola tuttavia, le posizioni yoga NON dovrebbero essere dolorose, come gli stessi antichi maestri hanno più volte sottolineato. Patanjali afferma negli Yoga Sutra, “heyam duhkham anagatam,” (“le nuove sofferenze devono essere evitate”, Yoga Sutra II.16).  E la spiegazione di questa affermazione è semplice: qualsiasi esperienza noi abbiamo forma un’impronta nel subconscio (samskara). Ognuna di queste impronte, qualsiasi sia il suo contenuto, tende a ripetersi.
Questo significa che se noi pratichiamo frequentemente asana che ci provocano dolore, tenderemo a creare altro dolore nelle nostre asana in futuro. Il detto “Nessun dolore, nessun risultato” può avere una sua valenza in alcune aree della nostra esistenza, ma applicato alle asana diventa distruttivo. Oltre a provocare danni ai tessuti corporei, rischiamo, portando il dolore come impronta nel nostro subconscio, di aumentare le nostre preoccupazioni relative al dolore e al corpo. Tutte le sensazioni fisiche intense tendono ad aumentare inoltre la nostra identificazione con il corpo, mentre l’obiettivo dello yoga è di liberarci da questa identificazione. Il suo obiettivo è di perfezionare il nostro corpo in modo da trasformarlo in un veicolo capace e affidabile nella nostra strada verso la liberazione. Dobbiamo pensare al nostro corpo come alla nostra automobile: meglio la trattiamo, migliori saranno le sue prestazioni. Dobbiamo portarla regolarmente a fare il tagliando, mantenere in equilibrio il livello dei fludi, e correggere la pressione delle gomme. Trattare il nostro corpo con rispetto NON significa identificarsi con esso.  Se ci identifichiamo con il nostro corpo, esso diventa un ostacolo alla nostra evoluzione spirituale, invece che un veicolo verso la liberazione. Al momento della nostra morte, questo concetto diventa chiarissimo. La morte è uno dei momenti chiave della nostra evoluzione spirituale. Se non impariamo a distaccarci dal corpo, la morte non ci eleverà, anzi: questo momento potenzialmente potentissimo per la nostra evoluzione spirituale si trasformerà in una esperienza dolorosa.
Un’altra “ordinanza restrittiva” nei confronti del dolore è evidente nelle Bhagavad Gita. L’Essere Supremo, in guisa di Lord Krishna, critica chi tortura il proprio corpo (Bhagavad Gita XVII.5–6). Egli, come l’essere autentico dell’intero mondo, vive anche all’interno dei nostri cuori e dei nostri corpi. Chi causa dolore al proprio corpo sconsacra la dimora del proprio Essere Supremo. Questa è la nozione che porta al concetto di corpo come Tempio del Divino. Dobbiamo trattare i nostri corpi come le dimore dell’Essere Supremo.
Esistono tre tipi di sgradevole sensazione fisica durante la pratica delle asana. Esse sono (1) disagio creativo, (2) dolore non necessario, e (3) dolore necessario o karmico.
DISAGIO CREATIVO
Nelle asana, è importante riconoscere la differenza tra dolore e disagio. Quando allunghiamo un muscolo o teniamo una posizione complessa, un certo livello di disagio è necessariamente implicito. Questo disagio proviene dall’allungamento del muscolo o dall’esercizio della forza, entrambi obiettivi della pratica fisica. Possiamo quindi affermare, in questo caso, “Nessun disagio, nessun risultato” (le posizioni tenute per lunghi periodi per effettuare il pranayama e la meditazione sono però un’eccezione a questa regola, dal momento che devono essere assolutamente comode). Se il disagio attraversa la linea del dolore, tuttavia, rischiamo di infortunarci, e questo è particolarmente vero se avvertiamo dolore in un’articolazione, legamento o tendine. Quando e se avvertiamo dolore, dobbiamo fare un passo indietro o modificare la postura, lavorare con maggior precisione per tornare nell’area del disagio. La conoscenza anatomica può guidarci lungo questo percorso.
I praticanti dovrebbero analizzare le posizione e correggere continuamente la loro prestazione fino al raggiungimento della totale consapevolezza corporea. Quando questo avviene, quasi non avvertiamo più la presenza del corpo. Sembra un paradosso, ma solitamente noi “sentiamo” il nostro corpo solo quando qualcosa non va. L’assenza di feedback negativo significa che siamo sulla strada giusta. Quando il corpo è allineato correttamente, proviamo una sensazione di quiete e stabilità, e di vibrante leggerezza. La mente diventa luminosa, serena e libera da ambizioni e tendenze egoiche. Questo è ciò che cerchiamo, lo stato che può condurci alla meditazione. Quando raggiungiamo questa qualità in una posizione, quella posizione diventa una piattaforma per i rami più elevati dello yoga.
Non ha senso attendere che questo stato arrivi improvvisamente e miracolosamente attraverso la ripetizione errata di una o più asana. Da un’azione errata non otteremo un risultato corretto. Le posizioni errate ci condurranno ad altre future posizioni errate.
DOLORE NON NECESSARIO
Qualsiasi forma di dolore in articolazioni, legamenti e tendini, all’origine e all’inserzione di un muscolo è molto probabilmente una forma di dolore non necessario. Questo tipo di dolore è la causa della maggior parte del dolore che avvertiamo nell’esecuzione delle asana, ed è assolutamente evitabile e quasi sempre provocato da una tecnica di esecuzione errata. Può sembrare un’affermazione azzardata, ma questo tipo di dolore può essere facilemente riconosciuto perché scompare quando l’allineamento posturale è analizzato e corretto. Per questo motivo, dovremmo sempre ritenere che il dolore che si manifesta durante l’esecuzione di un’asana cade sempre all’interno della categoria del dolore non necessario. Questo dolore deve essere evitato applicando alle posizioni lo strumento dell’analisi anatomica. Se persistiamo nell’infliggere dolore non necessario al nostro corpo durante la pratica, stiamo rinforzando una tendenza negativa – verso l’auto-tortura, il perfezionismo, l’egotismo – invece che adoperarci per eliminarla.
IL DOLORE NECESSARIO O KARMICO 
Per il praticante occidentale è più complesso comprendere questa forma di dolore, che coinvolge il concetto di karma. Attraverso le nostre passate azioni, parole e pensieri, abbiamo dato forma a ciò che siamo oggi, compreso (secondo Patanjali) la nostra tipologia corporea, la durata della nostra vita e la forma che avrà la nostra dipartita. Quando Patanjali afferma che dovremmo evitare il dolore nel futuro, non elabora il concetto di dolore passato. Il dolore passato, in questo contesto, è il dolore che abbiamo creato attraverso le nostre azioni passate. Possiamo incontrarlo ora o in futuro. Non possiamo cambiare le nostre azioni passate. Una volta sparsi i semi delle nostre azioni, non possiamo intercettare il karma che ne sarà associato, e il dolore che deriva da queste dovrà essere sopportato – non a denti stretti, ma con accettazione e compassione. Se lo accetteremo, ci purificherà a livello karmico, “bruciando” il vecchio karma associato a quella specifica sofferenza.
Ci capita nella vita di dover attraversare momenti in cui dobbiamo “lasciare andare” qualcosa o qualcuno, e questi momenti sono accompagnati da sensazioni dolorose. Il lutto è un esempio di questo processo. Nessuno può mettere in dubbio che durante un lutto per la perdita di una persona cara, la lunga sofferenza ci insegna ad accettare la necessità di “lasciare andare”. Sono processi che si concludono solo se li accettiamo e li accogliamo consciamente.
Il dolore karmico nelle asana è un dolore che non può essere rimosso attraverso l’analisi anatomica o l’attenzione al dettaglio. Se abbiamo fatto tutto il possibile per correggere la posizone e proviamo ancora dolore, potremmo trovarci di fronte ad una sofferenza karmica. E’ molto gravoso per un praticante sapere di aver fatto tutto il possibile, e provare nonostante questo ancora sofferenza. Molti a questo punto smettono di praticare perché ritengono di aver subito un torto. Se continuiamo a praticare, tuttavia, alimentiamo il tapas, ovvero l’abilità di praticare nonostante le avversità. Se rifiutiamo di affrontare la sofferenza karmica ma semplicemente la sopportiamo, provochiamo una stagnazione nella nostra pratica.
In questo ambito, lo Yoga è simile ad un matrimonio. Quando ci sposiamo, ci impegnamo a restare con il nostro partner nella buona e nella cattiva sorte. La pratica delle asana richiede questo stesso impegno. Tuttavia, deve essere un impegno intelligente. Dobbiamo essere in grado di identificare con chiarezza se la sofferenza è il risultato di una tecnica di esecuzione errata o se arriva da demeriti accumulati in passato. Possiamo riuscirci cercando di eseguire le asana con grande attenzione e quindi comprendere se la sofferenza che proviamo è decisamente inevitabile.
Gregor Maehle
Una nota di cautela: Se non identifichiamo correttamente il tipo di sofferenza che proviamo, rischiamo di peggiorare le cose. Ancora una volta, devo sottolineare che il dolore durante la pratica delle asana NON è necessario ed è causato da tecniche errate. Non accettate mai il vostro dolore come se fosse di origine karmica senza aver prima eliminato senza ombra di dubbio che la causa sia tecnica e/o legata all’allineamento. Questo è un punto fondamentale e sottolinea l’importanza dell’analisi anatomica. Se la nostra comprensione dei principi anatomici legati al corpo e alle asana è solida, siamo in grado di capire se abbiamo fatto tutto il possibile per evitare sofferenza. La conoscenza anatomica deve essere utilizzata per capire se la nostra sofferenza è – o non è – di origine karmica.
Le istruzioni che ho fornito nei paragrafi precedenti possono purtroppo essere fraintese. Spesso gli studenti sono felici di credere che la loro sofferenza sia necessaria, perché in questo modo non devono assumersi la responsabilità di cambiare il loro approccio alle asana. Per identificare correttamente la tipologia di dolore che proviamo, dobbiamo consultare un istruttore di yoga qualificato e preparato soprattutto nell’ambito dell’anatomia e dell’allineamento corporeo. Queste indicazioni non sono in alcun modo da fraintendersi come consulenza medica. Il dolore fisico costante richiede SEMPRE che il praticante consulti in prima istanza un medico.” Gregor Maehle
Tratto dal libro di Gregor Maehle del 2009 ASHTANGA YOGA — THE INTERMEDIATE SERIES.

Yoga dinamico, Yoga passivo: è vero equilibrio?

Sono in molti ormai a sperimentare, nella loro pratica yogica, l’alternanza di stili dinamici con forme di yoga passivo (Yin Yoga, Restorative Yoga, etc.). Ma quali sono i veri benefici nell’alternare queste due pratiche? E’ corretto utilizzare due metodi così diversi tra loro? Dato che la sperimentazione personale richiede molto tempo per dare risultati statisticamente validi, ho pensato fosse interessante rivolgersi a chi da più di trent’anni si dedica alla pratica e all’insegnamento dello Yoga, come Gregor Maehle, autore di libri, esperto in filosofia dello yoga e diretto studente di Pattabhi Jois e Iyengar. Traduco quindi un suo post molto interessante, che come sempre potete trovare in versione integrale sul suo sito.
“Lo Yoga è una meravigliosa combinazione bilanciata di pratiche energetiche ed estroverse, come asana e kriya, ed introverse e introspettive come meditazione e pranayama. Anche nello stesso pranayama è possibile trovare questo equilibrio attraverso la respirazione a narici alternate. Oggi, dato che la nostra società è soggetta ad un aumento dell’estroversione (come risultato di un accumulo di Prana in Pingala – attraverso la narice destra), l’aspetto più estroverso dello yoga (ovvero le asana, le posizioni yoga) ha acquisito maggiore fama. Se pratichiamo solo asana, incrementiamo ulteriormente la tendenza all’estroversione. Da tempo si parla infatti con una certa preoccupazione dell’eccessiva identificazione tra Yoga e la sola pratica fisica delle asana.  A questo proposito, molti insegnanti ritengono necessario bilanciare la pratica dinamica delle asana con una seconda pratica, questa volta più passiva… ma pur sempre una pratica fisica!
Onestamente, ne sono sorpreso. Per migliaia di anni, gli yogi hanno ricaricato il loro corpo con la pratica energetica delle asana, per essere in grado di sedere con calma nelle posture più adatte al pranayama e alla meditazione. La moda attuale di combinare una pratica molto attiva con una seconda pratica più passiva è nella mia pur limitata visione il parto mal riuscito di Kali Yuga (l’era dell’oscurità, quella in cui secondo le scritture yogiche ci troviamo ora). Qualsiasi forma di movimento e/o esercizio è da considerarsi estroversa. Va bilanciata con i rami più elevati dello yoga, come il pranayama e il dhyana. In verità, la soluzione temporanea della pratica di asana in forma energica o passiva, non riduce ma porta all’esacerbazione il problema dell’estroversione di cui soffre la nostra società. Per trovare un vero equilibrio, è necessario ridurre la tendenza a rivolgersi all’esterno, e questo non avviene muovendosi più lentamente, ma piuttosto ascoltando un semplice invito: “smettila di muoverti per un attimo, e stai seduto lì!”
Il mio suggerimento è di attenersi alle indicazioni degli antichi saggi, combinando le asana con gli esercizi di respirazione e con la meditazione, maturando attraverso i rami più elevati dello yoga. Il successo nello Yoga non arriva solo attraverso la pratica fisica delle asana, non importa quante volte al giorno decidiamo di praticarle. Non fraintendetemi: non ho nulla contro lo stretching passivo. Io stesso l’ho praticato e lo raccomando. Ma se ci riduciamo a praticare solo fisicamente, ci limitiamo alla superficie dello yoga, e dobbiamo quindi rivolgerci a pratiche che ci portino maggiormente in profondità.
Poco tempo fa sono stato contattato da un signore interessato a ricevere indicazioni sul pranyama. Quando gli ho chiesto cosa desiderasse ricavarne, mi ha risposto che era in salute fisicamente, ma era interessato ad andare oltre l’aspetto puramente corporeo. Le asana migliorano il nostro corpo e ci allungano la vita. Ma la morte arriverà comunque, presto o tardi. In quel momento, la pratica delle asana non ci sarà di grande aiuto (escludendo ovviamente Shavasana), e gli anni in più che avremo conquistato non ci serviranno a molto nell’attimo dell’ultimo respiro, come conferma lo stesso T Krishnamacharya, che ha affermato come la pratica delle asana conferisca esclusivamente benefici fisici.
Il signore in questione era dunque interessato a sollevare il velo dell’ignoranza per accostarsi alla sua spiritualità. Non voleva rimanere semplicemente un “animale in salute”. Nello yoga esiste la parola Pashu, che significa animale ma si riferisce ad un essere umano che ignora di essere una entità spirituale eterna. Il mitologico fondatore dello Yoga, Shiva, porta anche il nome ‘Pashupatinath – Signore delle Bestie’, che lo ritrae come l’insegnante che ci porta oltre il nostro corpo. Per sviluppare il nostro potenziale e diventare realmente umani, dobbiamo esplorare le nostre dimensioni più elevate.
Quello che maggiormente mi preoccupa in questo tentativo di bilanciare la pratica energica con la pratica passiva delle asana – invece che bilanciare la pratica delle asana con la pratica dei rami più elevati dello yoga – è che c’è chi ne farà l’ennesimo fenomeno di moda che verrà seguito immediatamente da un vasto pubblico, solo perché è una novità. Ho incontrato recentemente un uomo che mi ha detto di ricevere una valanga di telefonate per la sua nuova dieta, la cosiddetta “dieta elettrica”. E il bello è che non era nemmeno stata ancora pubblicata. Stava scrivendo un libro e ne aveva parlato solo a pochi intimi. Ma dato che era una novità, prima ancora di essere un caso mediatico, tutti la volevano sperimentare. Lo Yoga non è nuovo. E’ antico. è stato creato da alcuni esseri straordinari, rishi e siddha (a cui a loro volta è stato rivelato). Perché non ci impegniamo a studiare con serietà i metodi autentici, vedere se funzionano, e poi eventualmente decidiamo se c’è davvero qualcosa da re-inventare?
Praticate tutte le forme di stretching passivo che preferite, ma non dimenticate che state semplicemente facendo stretching passivo, niente di più. Non state sperimentando nessuna forma di equilibrio nell’alternare una pratica di asana attiva con una passiva. Per trovare equilibrio, dovete passare dalla pratica “yang” o rajasica delle asana a quella “yin” del pranayama e della meditazione. Seguendo questo metodo, così come ci è stato tramandato dagli antichi saggi, saremo in grado di bilanciare gli aspetti lunari e solari della nostra psiche, un equilibrio che è il prerequisito delle esperienze spirituali. Gregor Maehle, 22 febbraio 2015
Trovo queste riflessioni davvero interessanti, uno spunto di discussione davvero notevole. Sono molti i temi affrontati: l’eccessiva enfasi posta dalla nostra società così sensibile alle mode sulle asana, la necessità di integrare la pratica fisica, nella sua espressione dinamica o attraverso un atteggiamento più passivo, con quella più elevata del pranayama e della meditazione. E voi, cosa ne pensate?

E’ ancora possibile avere un Guru? Parla Gregor Maehle

Quando si parla di Yoga, nella sua concezione più autentica e non solo nella visione occidentale moderna (che sembra concentrarsi sempre più solo sul suo aspetto più fisico) si pensa immediatamente alla figura del Guru, ovvero la guida spirituale che, come per magia, ci guiderà oltre i nostri limiti (fisici, ma in questo caso anche e soprattutto psicologici e spirituali), mostrandoci la strada verso la tanto agognata “illuminazione”. Ma abbiamo davvero bisogno di una figura esterna a noi stessi che ci porti verso la liberazione? Per rispondere a questa domanda, ho fatto un po’ di ricerche leggendo gli autori che in questo momento stanno maggiormente attirando la mia attenzione. Tra questi, Gregor Maehle, autore non solo di un interessantissimo blog, ma anche di due libri davvero eccezionali sull’Ashtanga Yoga. Traduco quindi una parte del suo post “The End of The Guru (part 1)” , che riassume un aspetto davvero fondamentale della ricerca spirituale che anima molti studenti di Yoga (e non solo).
Gregor Maehle, autore di Chintamani Yoga e numerosi libri
“Come accade nel mito dell’amore romantico, nel mito del Guru appare la figura del Maestro Spirituale che ci aspetta per rivelarci la nostra interezza. Sembra che a noi tocchi solo trovare quello giusto, per realizzare questo evento magico. Ma si tratta di una proiezione che finisce per toglierci ogni potere. Stiamo in pratica proiettando il potere di raggiungere un obiettivo spirituale su un agente esterno. Spesso, al centro di questa proiezione risiede un sentimento di inadeguatezza interiore, che forse ha origine dal sentirsi poco amati e sostenuti da una figura genitoriale (spesso dello stesso sesso del guru su cui proiettiamo queste sensazioni). Vorrei invitarvi ad abbandonare in modo radicale e totale questa proiezione, per accettare il fatto che voi, come qualsiasi Guru, per quanto potente e saggio possa apparirvi, siete stati creati ad immagine e somiglianza del Divino. Non esiste una sola persona in tutto il mondo che possa rifiutarvi l’ingresso al Giardino dell’Eden o alle Stanze Segrete dell’Altissimo, o al mitico Regno di Shangri-La. Nessuno, eccetto voi stessi. E non esiste alcun potere supremo se non il vostro che possa, ancora una volta, aprire quella magica porta per farvici tornare. In realtà, non esiste alcuna porta da aprire, perché non siete mai usciti da questi Luoghi Spirituali. Tutti noi siamo nati in uno stato di eterna grazia e unione con il Divino, che è onnipotente, eterno ed infinito. Questo stato non è qualcosa che noi, o nessun altro essere umano, neanche un Guru, può fare o disfare.  Ciò che possiamo fare, tuttavia, è decidere di vivere ignorando la nostra unione con il Divino. Possiamo trovare tutte le giustificazioni del caso: possiamo dire a noi stessi che non siamo meritevoli, che abbiamo peccato, che la nostra mente non riesce a liberarsi del pensiero, che abbiamo bisogno di più soldi, di più amore, di diventare più bravi nell’esecuzione delle asanas, di meditare più a lungo. Ma siamo sempre e solo noi a costruire queste mura immaginarie. Ritenendo di essere impotenti, cerchiamo un genitore o un Maestro su cui possiamo proiettare il potere che pensiamo di non avere.  Ma si tratta in realtà solo del nostro potere, esternato e proiettato su qualcuno al di fuori di noi. Bramiamo l’incontro con questa figura paterna o materna, e la figura si materializza prontamente nel Guru, come accade nelle relazioni sentimentali in cui abbiamo fallito. Quando siamo in presenza del guru, come di un partner sentimentale idealizzato, ci sentiamo una cosa sola con il Divino, ci sentiamo consapevoli della Consapevolezza (scegliete voi la versione che preferite). Ma il potere dietro questa sensazione è solo il nostro: siamo noi a permettere che questo stato esistenziale si manifesti alla presenza del Guru, perché non autorizziamo noi stessi a provare questa stessa sensazione alla nostra sola presenza. Un buon maestro spirituale ci darà gradualmente gli strumenti e le pratiche necessarie a sostituire la presenza del guru. Alcuni insegnanti ci insegneranno anche a disfarci di tutto ciò che abbiamo creato e che non ci serve più – ma sono solo aspetti semantici. Ciò che importa è che l’insegnante sappia rendere se stesso (o se stessa) obsoleto, riducendo gradualmente la dipendenza dal maestro con l’indipendenza del “sé” dello studente. E questo ci porta all’affermazione di Ramana Maharshi, “il Guru e il Sé sono la stessa cosa”. Il cammino spirituale è una strada verso se stessi, alla ricerca del guru originario, di cui tutti i guru sono solo un riflesso. Il Guru che risiede nei nostri cuori”.

“Guru Brahma, Guru Vishnu, Guru devo Maheshwara,
Guru sakshat, param Brahma, tasmai shri guravay namah”

7 febbraio 2015, n.d.t.
Torno ancora una volta sull’argomento trattato da Gregor Maehle sul suo blog (tradotto e postato ieri). Ci torno per dire che sebbene concordi pienamente con la sua visione del Guru Interiore (tant’è che “The Guru Within” è la definizione del mio credo), sono esistiti senz’altro Guru autentici, Maestri che hanno saputo fare la cosa più importante che un Maestro deve fare: ovvero NON rendersi indispensabili, rimanendo però indelebili nel cuore e nell’anima degli studenti, persino di quelli studenti che non li hanno mai incontrati personalmente, ma che hanno solo incontrato i suoi insegnamenti. Per me, questo Guru è Sri K. Pattabhi Jois. Ciò che quest’uomo ha saputo fare per lo Yoga contemporaneo è davvero incredibile. Ha creato un metodo (l’Ashtanga Vinyasa Yoga) che ha le sue radici profonde nello Yoga di Patanjali, lo ha reso moderno e adatto a chiunque e in tutto il mondo. Un metodo talmente perfetto da essere terapeutico sul piano fisico, mentale e spirituale; talmente perfetto da poter essere appreso e praticato e approfondito anche in sua assenza (grazie al geniale stile Mysore). Da poter essere studiato, compreso, e infine solo e semplicemente amato, a tutte le età e in qualsiasi condizione fisica. Un metodo che l’età non scalfisce, anzi, che l’età arricchisce, perché giorno dopo giorno su quel tappetino ci rivela qualcosa di nuovo su noi stessi. Un metodo che può essere modificato, aggiornato, interpretato ma che alla fine torna sempre a se stesso, proprio come noi cambiamo, ci evolviamo, ma alla fine torniamo alla nostra natura originaria – a ricongiungerci con l’Uno. Quindi per quanto mi riguarda, un Guru c’è, anche oggi che non c’è più. Grazie Guruji.

Yoga da leggere

Leggere lo Yoga: un’attività talmente importante, che persino la Yoga Alliance ne riconosce il valore, considerando le letture di testi didattici e di saggi filosofici alla stessa stregua di workshop e seminari di aggiornamento. La cosidetta “continuing education”, infatti, non può prescindere dalla lettura, che è un momento di approfondimento personale che arricchisce e apre nuove strade a chi pratica. Recentemente, tre libri mi hanno particolarmente colpito e desidero consigliarli a chiunque pratichi Ashtanga e Vinyasa Yoga.

Il nuovo libro di Ray Long, presto disponibile  in italiano

Il primo sarà presto disponibile in italiano (e sono onorata di averne curato l’editing per OM Edizioni): si tratta di “Vinyasa Flow and Standing Poses” di Ray Long. Praticante, insegnante e medico, Ray Long, autore di un blog seguitissimo da chi pratica Vinyasa Yoga, ha costruito una collana di libri a mio parere di inestimabile valore per l’approccio anatomico particolarmente creativo. I suoi suggerimenti pratici rendono l’anatomia applicata allo Yoga un argomento vivo, basato sull’esperienza diretta, e sono ricchi di spunti da utilizzare sia durante la pratica personale che durante l’insegnamento. Il secondo testo è un testo di Sharon Gannon e David Life, creatori del metodo Jivamukti, il mio stile d’elezione: si tratta di Yoga Assists, un manuale innovativo all’assistenza nell’esecuzione delle asanas. Ne sto curando la traduzione per OM Edizioni in questi mesi e sarà bellissimo rendere questo testo disponibile anche a chi non parla inglese. Oltre a fornire spunti davvero innovativi nei cosiddetti “aggiustamenti”, il libro presenta un’interpretazione delle posizioni anche in chiave psicologica: un approccio come sempre all’avanguardia per questi due grandissimi insegnanti.

Un’immagine tratta da Yoga Assists di S. Gannon e David Life

Affrontare gli asana comprendendone anche gli aspetti psicologici ci aiuta a comprendere quali blocchi dobbiamo affrontare, non solo sul tappetino, ma anche e soprattutto nella vita.

Scoprire la mitologia dell’Ashtanga con G. Maehle

Infine, l’ultimo testo che ha colpito la mia attenzione, e che vi consiglio di leggere (su questo libro sto passando ore di lettura davvero felici) è The Intermediate Series: Mythology, Anatomy and Practice di Gregor Maehle. Gregor pratica Ashtanga Yoga da oltre 30 anni, e il suo approccio affronta in modo particolarmente dettagliato l’aspetto filosofico di questa pratica, rivelandone le radici nella più autentica mitologia indiana. Per ora disponibile da leggere solo in inglese (ma chissà che non arrivi una bella sorpresa per i lettori italiani), questo testo è davvero una perla per chi vuole approfondire “la madre di tutte le pratiche” sotto il suo aspetto più spirituale.

Mi auguro di aver fornito a tutti qualche spunto interessante! Questi autori contemporanei offrono agli Yogi e alle Yogini di tutto il mondo strumenti davvero inestimabili per arricchire la nostra pratica. Leggere è fondamentale, soprattutto quando non ci è possibile accedere con continuità ad un insegnante di riferimento.

Buona lettura e buona settimana!