Donne e Yoga: Kristina Karitinou Ireland

Kristina Karitinou Ireland

Da tempo desideravo parlare di donne e Yoga. Nata come disciplina inizialmente riservata solo agli uomini, lo Yoga, soprattutto negli ultimi 40 anni, ha attirato un numero sempre crescente di donne, fino ad annoverare Maestre di grande importanza, che hanno saputo infondere in questa disciplina le caratteristiche meravigliose del femminile. Ho pensato quindi di iniziare una serie di interviste con le protagoniste dello Yoga contemporaneo, e il primo nome che mi è venuto in mente è stato quello di Kristina Karitinou: chi meglio di lei, insegnante certificata KPJAYI e compagna del rimpianto Derek Ireland, indimenticabile portavoce dell’Ashtanga Yoga in Europa, può raccontarci come si declina lo Yoga al femminile? Con la gentilezza che la contraddistingue, Kristina ha subito accettato. Ne è nato un dialogo carico di entusiasmo, che desidero condividere con tutti voi.

FDE: Kristina, sei certificata KPJAYI all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga e hai avuto la grande fortuna di imparare questo metodo direttamente da Guruji (Sri K. Pattabhi Jois) e da tuo marito, il leggendario e rimpianto Derek Ireland. Certo non è possibile riassumere la tua esperienza in un post, ma come hai iniziato a praticare Yoga?

KKI:  Lo Yoga è entrato nella mia vita per la prima volta quando avevo 14 anni: partecipai ad una lezione di Hatha Yoga e seguii il corso per qualche tempo. Poi, dovendomi dedicare agli studi, mi fermai. Compiuti i 18 anni, una cara amica mi disse che avrei dovuto provare l’Ashtanga Yoga. Mi presentò alla sua insegnante, Lindra Kapetaniu. Linda aveva studiato con Derek Ireland. Mi innamorai del metodo fin dalla prima lezione, e alla seconda, compresi che quella pratica era nel mio destino.

FDE: Quali insegnamenti ti ha trasmesso Guruji? E come è stato praticare e insegnare al fianco di Derek? 

Derek Ireland e Kristina

KKI: Quando ho incontrato Guruji avevo 25 anni. Era un saggio che applicava quotidianamente una filosofia pratica per seguire il suo Dharma. Era un autentico erudito, come tutti gli insegnanti di yoga ai suoi tempi. Desiderava trasmettere la sua pratica e aiutare la gente con asana terapeutici, e conosceva ogni possibile variante per ogni posizione, così nessun praticante poteva accampare scuse!  Rivelava ad ognuno di noi le possibilità del corpo. Insegnava Sanscrito all’Università di Mysore, materia su cui era estremamente preparato. Come tutti i grandi maestri, aveva affrontato molte difficoltà finanziarie, ma non aveva mai rinunciato all’Ashtanga Yoga. Guruji era un uomo di famiglia, amava sua moglie, i suoi figli e i suoi studenti. Aveva la capacità di leggere dentro ogni praticante, di riconoscere il dolore fisico ed emotivo, ed era sempre pronto ad intervenire per aiutarci a superare gli ostacoli. Era forte e vulnerabile al tempo stesso, e il suo modo di rivelare la pratica era di grande ispirazione.

Derek era un uomo generoso, una forza della natura in grado di trasmettere la pratica a chiunque. Mi considero molto fortunata per essergli stata accanto per sei anni, imparando e insegnando insieme a lui. Era il mio mentore. Trovava sempre il modo giusto per arrivare agli studenti, li trattava con grande rispetto fornendo loro gli strumenti adatti ad affrontare qualsiasi difficoltà. Ha inoltre fatto molto per lo status degli insegnanti di Yoga nel mondo, rendendoli figure di tutto rispetto anche in occidente. Derek è stato il primo a trasmettere il metodo in Europa, utilizzando un linguaggio adatto al nostro pubblico. Ha realizzato il primo video di Ashtanga, registrando la Prima Serie con moltissime informazioni al di là del semplice conteggio dei Vinyasa. E’ stato anche il primo a formare insegnanti, aiutandoli a superare i limiti del corpo per imparare a praticare in sicurezza. La sua professionalità e il suo carisma lo avvicinavano alla perfezione, la sua energia nelle lezioni resta ineguagliata. Derek si serviva del suo carisma per diffondere la pratica nel mondo. Insegnava in modo intenso, preciso, istintivo, efficace. La catarsi era un elemento importante del suo modo di insegnare. Manteneva gli studenti nella giusta prospettiva, educava in modo energico. Era anche un vero amico per i suoi studenti. Derek era molto rispettato da insegnanti e praticanti, era affascinante, incredibilmente intelligente, pieno di risorse nell’affrontare le difficoltà della pratica. Era un vero Bodhi Sattva. 

FDE: Hai insegnato a migliaia di studenti a Creta e nel mondo. Ritieni che l’Ashtanga possa essere trasmesso a tutti nello stesso modo? Modifichi asana e/o sequenze? E cosa pensi dell’atteggiamento competitivo che sembra aver preso piede nella comunità dell’Ashtanga Yoga?  

KKI: Questa pratica può essere trasmessa in mille modi, tanti quante sono le tipologie corporee nel mondo! Sì, il metodo ha una sequenza, un ordine, è un metodo. Ma qualsiasi tipo di Hatha Yoga in cui si applichino Bandha, Drishti e Pranayama può essere considerato Ashtanga. L’insegnante esperto trasmette la sua conoscenza attraverso la varietà. La serie resta immutata, ma esistono variazioni di ogni genere per consentire a chiunque di imparare a praticare. Non è necessario chiudere Marichyasana D o Kourmasana per avanzare nella pratica, la verità è che dobbiamo imparare la variante più adatta a noi e andare avanti. Dopo 2, 3 anni di Prima Serie è necessario passare alla Seconda per bilanciare le eccessive flessioni. Questo è quanto insegnavano Krishnamacharya e Pattabhi Jois.  Non cambio la sequenza delle posizioni, ma uso le varianti più adatte allo studente, che sono il vero tesoro del buon insegnante.

Per quanto riguarda l’esibizionismo egoico negli asana, una cosa è certa. Quando impariamo o insegniamo, apprendiamo sempre qualcosa attraverso i nostri sensi. Quando pratichiamo gli asana, la nostra prospettiva si ampia, il nostro corpo rivela la sua essenza, comprendiamo di più, sintonizziamo il corpo e la mente con l’ambiente circostante. Se perdiamo l’occasione di riconoscere questa opportunità e utilizziamo gli asana solo per diventare delle celebrità, diamo briglia sciolta all’insicurezza e all’ignoranza. Ma sono fasi attraverso cui passiamo tutti. Si, lo Yoga e in particolare l’Ashtanga si prestano molto ad essere commercializzati. Ma alla fine, ci vogliono molti anni per arrivare a comprendere il potere della pratica, le sue immense possibilità, i suoi effetti su tutti i livelli dell’esistenza. E questi doni non arrivano semplicemente mettendosi le gambe dietro la testa. 

FDE: Lo Yoga è il tuo compagno di viaggio da molti anni e hai iniziato a praticarlo giovanissima. In che modoti ha sostenuto negli anni? Quale consiglio daresti alle donne che iniziano a praticare in diverse fasi della loro esistenza (pubertà, gravidanza, menopausa etc.)?  

KKI: La pratica è per me una cara amica, un rifugio, un modo per fare ricerca, la mia casa. Il solo sapere di averla nella mia vita è un dono immenso. Sono passata attraverso molte fasi prima di comprendere che l’Ashtanga Vinyasa Yoga è una forma di meditazione molto personale, che avviene solo quando la si esegue. Non è un argomento di conversazione o uno strumento per sentirsi superiori agli altri. Mi aiuta ad accettare la mia mortalità. La pratica è quel punto di riferimento, nella mia mente, dove posso affrontare i momenti più difficili e prendermi cura di me. Mi dona chiarezza, forza, capacità di percezione, spazio interiore, una migliore qualità della vita. Mi rende un essere umano migliore. Vedere, attraverso la pratica, il benessere di chi mi circonda mi porta a credere in un mondo migliore. Le donne sono naturalmente portate verso la pratica. Si può praticare a partire dall’adolescenza, fino alla vecchiaia più avanzata. In occidente, molte tra noi praticano anche durante il ciclo mestruale: io personalmente raccomando di lasciare riposare il corpo almeno due giorni, e negli altri giorni del ciclo suggerisco di praticare senza bandha e senza inversioni. Sicuramente per noi donne riposare in quei giorni è la soluzione migliore, ma tutto sta alla singola praticante. Non insegnerei Ashtanga ad una principiante se è in gravidanza, piuttosto la indirizzerei verso un corso specifico, pensato per quel delicato periodo. Ma se la praticante è una ashtangi esperta, può continuare ad eseguire le sequenze con le necessarie varianti, secondo il consiglio del medico e con la presenza di un insegnante. Ho vissuto 3 gravidanze, e la pratica ha regalato a me e ai miei figli grandi benefici. Praticare per le donne in menopausa, infine, è una meravigliosa opportunità. La pratica sostiene il corpo in questa fase di cambiamento, sia sul piano ormonale che sul piano psicologico. Gli sbalzi emotivi sono meno pesanti, più sopportabili. Attraversare diverse fasi esistenziali è un vantaggio per chi pratica. Derek enfatizzava sempre l’importanza di praticare dopo i 40 anni, per mantenere il corpo forte e flessibile anche a 50, 60 anni e oltre. 

FDE: Oggi tutti sembrano voler diventare insegnanti di Yoga. Personalmente, ritengo che i corsi per insegnanti siano troppo spesso troppo brevi, portando sul “mercato” insegnanti troppo poco esperti, nella pratica personale prima ancora che nell’insegnamento. Cosa ne pensi? 

KKI: Come biasimarli? Ovvio che vogliano diventare insegnanti, i media continuano a reclamizzare l’immagine di neo-guru illuminati, autentici prodotti commerciali! Era destino che accadesse, dobbiamo dare spazio alle nuove generazioni e anche ammettere che insegnare Yoga è meraviglioso. Personalmente, ritengo che ci vogliano 100 anni di apprendimento per insegnare bene 10 cose. Questo è ciò che mi hanno trasmesso i miei maestri. Alcuni, tra noi, sono nati per insegnare: ma è comunque necessario imparare come comportarsi in una shala, studiare i testi con attenzione, e soprattutto fare esperienza sul piano emotivo e intellettuale. E’ quasi buffo vedere un insegnante che pratica da 5 anni, insegna da 3, e a cui gli studenti si rivolgono con la deferenza degna di un grande saggio. Tutto dipende da che tipo di insegnante si desidera essere: vogliamo andare in palestra a fare sfoggio dei nostri diplomi, in cerca di un impiego, o il nostro obiettivo è diventare un insegnante a cui nessuno può togliere ciò che sa, una persona responsabile che ama il suo lavoro? 

FDE: Come è cambiata la tua pratica negli anni? Pratichi ancora così come ti ha insegnato Guruji? Puoi condividere con noi i suoi saggi consigli? 

Kristina Karitinou e Guruji

KKI: Con la pratica, la conoscenza cresce. Sono stata molto fortunata ad avere i migliori insegnanti al mondo, per ben otto anni senza alcuna interruzione. A quei tempi – avevo 29 anni – praticavo la serie Avanzata A. Oggi, 16 anni dopo, la mia pratica è ancora forte ed è un elemento importante della mia vita. Osservate in che modo i praticanti di Ashtanga, invece che invecchiare, sembrano solo “crescere” in modo aggraziato. Guruji non ci ha forse detto… praticate, e tutto arriverà? Arriva e se ne va, arriva e di nuovo se ne va… ma ciò che resta è che praticando continuiamo a crescere mantenendo vivo l’entusiasmo della gioventù.  Lavorando attraverso le varianti più adatte, riesco ad imparare sempre qualcosa di nuovo anche alla mia età, e ad affrontare senza traumi i cambiamenti. La pratica è sempre un grande piacere. La rispetto ancora di più oggi di quando ero ragazza! Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, comprendo me stessa, e torno ad innamorarmene. E’ una vera gioia. 

Sì, continuo ad insegnare ciò che Guruji mi ha trasmesso così generosamente. Il metodo mi è stato insegnato da lui e da Derek, e non cambierei una virgola! Pattabhi Jois ha lasciato dietro di sé noi insegnanti “senior”, per continuare il suo lavoro accanto a Manju, Sharath e Saraswati Jois.  Il sogno di Guruji era che la sua famiglia restasse forte e unita. La sua saggezza lo portava a desiderare pace e profonda connessione. I suoi studenti erano un’estensione della sua famiglia, e desiderava solo insegnarci il suo metodo, senza pretese. Si donava al 100%, era sempre attento nei nostri confronti. 

FDE: Pensi che l’approccio all’Ashtanga sia cambiato, dopo la morte di Guruji? Cosa consiglieresti a chi si avvicina alla pratica per la prima volta? 

KKI: Il metodo è sempre lo stesso, poche cose sono cambiate, molti insegnanti seguono ancora ciò che diceva Guruji. In passato, i praticanti si preparavano a lungo prima di andare a Mysore. I loro insegnanti li educavano su come avvicinarsi al metodo e alla tradizione in ogni aspetto. Oggi, basta praticare per un paio di mesi con un insegnante autorizzato. Non sono d’accordo sull’eliminazione delle varianti degli asana, cosa che porta i praticanti a credere che sia necessario eseguire perfettamente un asana prima di passare al successivo. Con Guruji non era così: altrimenti non esisterebbero le varianti, che sono pensate sia per i principianti che per i più esperti.  Non possiamo sostituire gli asana delle sequenze, ma possiamo scegliere di praticare una variante se è necessario. Se eliminiamo varianti e aggiustamenti, chi è meno forte e flessibile dovrebbe fermarsi alla prima serie per 10 anni, solo perché non riesce a salire dai ponti. Ma sappiamo bene che dopo 3 anni di flessioni in avanti, il corpo ha bisogno di qualche inarcamento! Inoltre, è necessario capire che a Mysore è impossibile dare assistenza a tutti. Ci sono tantissimi praticanti, e solo pochi assistenti esperti. Non dimentichiamoci però che esistono tanti bravi insegnanti senior, proprio qui in occidente: ed è nelle shala occidentali che gli studenti possono ricevere l’attenzione che Guruji avrebbe riservato loro se fosse ancora vivo.  Ai principianti consiglio di osservare prima, e solo successivamente di scegliere di praticare l’Ashtanga Vinyasa Yoga: deve essere una scelta personale. E’ importante rivolgersi ad un insegnante esperto, che abbia una solida pratica da tanti anni, che abbia frequentato seri corsi per insegnanti, come quelli offerti da Manju Jois, e che abbia praticato con Sharath. Ma soprattutto, è importante trovare un insegnante responsabile, informato, amorevole. A questo punto, lasciatevi conquistare dalla pratica, che vi rivelerà il suo immenso potenziale. 

Francesca d’Errico, 2017

Per conoscere le date dei tour di Kristina Karitinou: www.yogapractice.gr 

Ashtanga Yoga: la ricerca infinita di Anthony Prem Carlisi

Anthony “Prem” Carlisi

Ricerca: una parola importante, soprattutto quando parliamo di Yoga. Forse non tutti sanno perché, inizialmente, Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua Shala “Ashtanga Yoga Research Institute”. Negli anni, e con il passaggio del testimone a Sharath, questa istituzione mutò il suo nome in KPJAYI, K. Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute. A raccontarci cosa è cambiato, cosa è rimasto dell’originario intento di ricerca di Guruji, è Anthony Prem Carlisi, uno dei primissimi studenti di Guruji. Prem inizia a praticare Ashtanga nel 1978, insieme al primo gruppo di studenti di Pattabhi Jois. Negli anni, è diventato uno dei più noti insegnanti di Ashtanga Yoga al mondo, e ha fondato un centro rinomato a Bali, che mantiene viva la tradizione di Guruji. Pochi giorni fa, Prem ha rilasciato una bellissima intervista a Scott Johnson, titolare di Stillpoint Yoga London, attualmente una delle Shala più frequentate a Londra, dove maestri come John Scott spesso conducono lezioni e workshop. Scott (che ho già tradotto su queste pagine) e Prem si conoscono da molti anni, e questa intervista è un racconto intimo e toccante sull’Ashtanga Yoga e come questa disciplina, animata da un forte spirito di ricerca, abbia sostenuto Prem nelle sue vicissitudini esistenziali. Il racconto di Prem è anche un bellissimo resoconto sulle intenzioni di Guruji e sull’evoluzione del suo metodo:  le sue affermazioni sono a volte molto forti, e credo sia il un modo per stimolarci alla riflessione, all’approfondimento e alla ricerca che dovrebbe animare tutti i praticanti di Yoga. L’invito è di non fermarsi mai accettando senza spirito critico quanto ci viene insegnato da un maestro, ma di proseguire la sua ricerca attraverso la nostra esperienza. A tutti voi posso solo suggerire: se siete a Londra, praticate con Scott. E se avete la fortuna di passare da Bali, non mancate di visitare la Shala di Prem.

SJ: Cosa ti ha portato verso la pratica dello Yoga, così tanti anni fa, e cosa ti ha spinto a proseguire?

APC: All’epoca, lo Yoga non mi interessava. Avevo 21 anni ed ero fresco di università, pronto per affrontare il futuro. Alcuni amici mi proposero di partecipare a una lezione di Ashtanga Yoga, che secondo loro era fantastico. Sapevano che ero un tipo atletico e interessato alle attività fisiche, così mi feci trascinare facilmente. Entrai in una stanza piena di gente che praticava, e rimasi affascinato da queste persone che sembravano fluire con grazia da una postura all’altra. La pratica mi conquistò nel preciso istante in cui entrai in quello spazio sacro. Iniziai a praticare il giorno dopo, nell’autunno del 1978, e da allora non ho mai smesso. L’Ashtanga ha cambiato radicalmente la mia vita, in ogni aspetto. Diventai vegetariano, eliminai droghe e alcol. Tre mesi dopo, Guruji (Pattabhi Jois) arrivò dall’India negli Stati Uniti e si fermò per sei mesi ad insegnare nella nostra Shala di Encinitas, in California. L’anno successivo andai a Mysore, dove mi fermai per studiare con lui per 3-4 mesi. Divenne un pellegrinaggio annuale, che mantenni finché mi sposai: dopo, con i bambini, non mi fu possibile assentarmi da casa per periodi prolungati. Ma continuai a seguirlo nei suoi tour in California e alle Hawaii, dove si fermava ad insegnare per mesi, tra gli anni ’80 e ’90. Appena i ragazzi crebbero, ripresi ad andare a Mysore.

Avevo un rapporto molto stretto con Guruji, che mi trattava come se facessi parte della sua grande famiglia. Mi diede il nome di “Raghava” durante il mio primo soggiorno a Mysore, e da quel momento mi chiamò sempre con quel nome, che è uno dei nomi di Re Rama, nel Ramayana. Guruji mi trattava sempre con affetto rispetto a tanti altri studenti. E per me era come un padre. Mi aiutò tantissimo negli anni più importanti della mia crescita esistenziale, e grazie a lui mantenni un atteggiamento ispirato ed entusiasta anche davanti alle difficoltà.

A mantenere vivo il mio amore per la pratica tutti questi anni è anche l’immenso beneficio fisico che ne ho ricevuto. Ho 61 anni, e non dimostro né sento di avere questa età: il merito è dello Yoga, e del piacere che mi dà condividere questa disciplina con migliaia di altri praticanti. E’ tuttora un’esperienza molto gratificante; è come offrire all’umanità un dono prezioso… una salute eccezionale.

SJ: Raccontami dei primi anni a Mysore con Guruji, quando gli studenti erano ancora pochi. Dava suggerimenti diversi per la pratica? E aveva davvero un taccuino su cui annotava appunti su ognuno di voi?

APC: Quei primi anni con Guruji furono magici! Era così intimo con noi. La sua shala e la sua casa erano luoghi familiari per me. Passavo ore con lui e la sua famiglia, sua moglie Ama, sua figlia Saraswati e i nipoti, Sharmila e Sharath. Condivisi con lui molto della mia vita. Gli rivolgevo molte domande, e lui mi rispondeva nel suo inglese stentato. Mi conosceva come le sue tasche. Si rivolgeva a me in modo diverso rispetto agli altri: cercava una connessione personale. Sapeva quando essere severo, e quando essere gentile. Mi rispettava per ciò che ero. Mi faceva ripetere gli asana in cui avevo maggiori difficoltà, quelli che odiavo di più. Sapeva riconoscere un’autentica debolezza da un semplice atteggiamento pigro. Era un vero maestro nel leggere corpo e mente.

Era un autentico insegnante, nel verso senso della parola. Ci portava al limite: spesso cambiava istruzioni per metterci alla prova. Sapeva tirare fuori il meglio da noi. Dal suo modo di insegnare, appresi a capire la differenza tra una vera esigenza del corpo, e un semplice trucco della mia mente. E questo è stato il suo dono più grande. Mi ha dato l’autonomia e la forza necessaria a scoprire da solo la verità. Dalla sua trasmissione diretta, sono riuscito a portare avanti la tradizione e la ricerca. Se non avessi vissuto questa esperienza diretta con lui, forse tutto sarebbe diventato una sorta di “religione”.

E’ quello che mi sembra stia accadendo oggi con questo metodo. Gli studenti che diventano oggi insegnanti si limitano ad imitare quello che diceva Guruji o quello che ripete Sharath, come se fosse “la verità” o una sorta di “vangelo”. Non è qualcosa che conoscono davvero profondamente. Non deriva dalla loro esperienza diretta. E’ come essere pappagalli, e questo è quello che intendo per “religione”. Questo rende il metodo qualcosa di morto, senza più linfa vitale. Il nome della shala oggi è “Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute”. Il nome originale era “Ashtanga Yoga Research Institute”. Non c’era un brand, o un’autorità sopra lo studente. Non bisognava memorizzare o fare ciò che diceva il maestro, era una ricerca continua, sua e nostra insieme a lui.

Inoltre, notate bene: non tutti i praticanti, ai miei tempi, diventavano insegnanti. Non andavamo a Mysore con il desiderio di insegnare, ma con la passione di imparare qualcosa di più su noi stessi. Alcuni tra noi erano portati all’insegnamento, Guruji li notava e li incoraggiava. Non rilasciava certificati, ma suggeriva personalmente, a chi riteneva adatto, di cominciare a insegnare. Il concetto e il business dei “corsi per insegnanti”, di qualsiasi tradizione, è totalmente senza senso. Ed è grazie a questo concetto che lo Yoga sta andando alla deriva. I corsi per insegnanti sono la più grande fonte di guadagno nel cosiddetto Yoga business. Tutti vogliono essere insegnanti, e praticamente qualsiasi centro yoga al mondo ne propone uno, per pagare le bollette. L’avvento dei corsi per insegnanti è diventato la rovina dell’integrità dell’insegnamento, e del trasmetterlo come un dono. Ha in parte diluito anche il metodo dell’Ashtanga.

Guruji davanti alla Shala di Lakshmipuram, Mysore

Guruji andava in ufficio ogni giorno a scrivere appunti sulle nostre classi di asana e pranayama. Stava formulando una ricerca per il suo istituto: l’Ashtanga Yoga Research Institute. Non scriveva su un taccuino in shala, ma lo faceva nel suo piccolo ufficio. Manju Jois (figlio di Guruji e suo legittimo erede), lo conferma, e dice che Guruji aveva pile di note, fogli su cui aveva scritto per decenni. Manju dice inoltre che Guruji creò le sequenze o serie (Prima/Seconda/Avanzate) sulla base di quello che gli sembrava opportuno. E posso testimoniare che il modo originale di insegnare ai primi studenti, negli anni ‘70/’80, era ben diverso rispetto ad oggi. Non esistevano le classi guidate: insegnava solo in stile Mysore. Introdusse la classe guidata quando gli studenti che partecipavano ai suoi tour divennero troppi. Negli anni cambiò anche ordine e metodo: non c’era una serie definita scritta su foglie di banana e mangiata dalle formiche. Era un modo per lui di mantenere misterioso il suo metodo, di legarlo alle metodologie insegnate anticamente agli Yogi tibetani. Sono molti gli studenti che possono testimoniarlo, persino Manju. Questo non toglie nulla all’immensa energia della pratica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga creata da Pattabhi Jois. Guardate come sono diversi i metodi insegnati da BKS Iyengar e da TKS Desikachar (figlio di Krishnamacharya), anche se provengono tutti dallo stesso Maestro, Krishnamacharya. Ognuno di loro ha trasformato gli insegnamenti ricevuti in un metodo diverso; ognuno ha radici solide nei principi dell’Hatha Yoga, ma ha sviluppato il metodo che ha ritenuto opportuno. Ed è quello che propongo io oggi. E’ necessario un approccio scientifico, è necessario osservare gli strumenti di benessere che questi geni dello Yoga ci hanno trasmesso. Niente di più e niente di meno. La pratica degli asana e del pranayama è un contributo alla nostra salute: non c’è nulla di spirituale in questo. Asana e pranayama lavorano sui centri energetici, i chakra, che sono sotto i nostri occhi. Se consideriamo questo aspetto fisico come spirituale, manchiamo l’obiettivo. Sono pratiche che garantiscono la salute fisica e mentale: il percorso spirituale inizia quando arriviamo al terzo occhio, o sesto chakra. Guruji avrebbe voluto insegnarci qualcosa di più su questo, ma non pensava che fossimo pronti per gli aspetti più profondi dell’Ashtanga Yoga. Manju mi disse personalmente, dopo la sua morte, che Guruji avrebbe voluto approfondire gli altri rami dell’Ashtanga Yoga, ma che noi occidentali eravamo ossessionati dall’esteriorità, dagli asana. Volevamo asana sempre più complessi, eravamo bravi ad eseguirli, come del resto sono bravi i praticanti di oggi. Per quanto riguarda nello specifico il Pranayama, Guruji lo insegnava solo ad una cerchia ristretta. Chi tra noi aveva completato gli asana più avanzati poteva praticare pranayama sotto la sua guida. Voglio dire che noi, in pratica, abbiamo imparato solo i fondamenti dell’Ashtanga Yoga: il metodo principale dello Yoga è un viaggio interiore. Abbiamo perso il treno! Ecco perché io ho esplorato altri aspetti dello Yoga, perché sapevo, dentro di me, che non era tutto lì. Mi sentivo ingabbiato in un solo metodo.

La meditazione è la chiave che libera i misteri dell’inconscio. L’intuizione risiede nel sesto chackra, il terzo occhio, ed è qui che entriamo nell’ambito spirituale, che entriamo in contatto con l’anima. La forza dell’anima è ciò che anima il sistema mente/corpo. Asana e Pranayama, insieme a Yama e Niyama, sono passi preliminari per costruire un sistema corpo/mente pronto ad affrontare il viaggio interiore. Guruji enfatizzava questi primi quattro rami. Non ci spingeva verso i rami più alti, finché non avevamo conquistato un’autentica padronanza dei fondamenti dello Yoga. Riteneva che se non è possibile fermare l’irrequietezza del corpo e della mente, ancor meno lo è sedere in meditazione. Questo è in parte vero, ma è vero anche che abbiamo dedicato fin troppa energia nel pulire il nostro vascello, e ben poca a riempirlo. Dobbiamo elevare la nostra attenzione al ritiro sensoriale e alla concentrazione (Pratyhara/Dharana). Dhyana è l’immobilità che ricaviamo da questo ritiro verso l’interno. Samadhi è l’effetto che deriva dal perfezionamento della nostra concentrazione, dal riposizionarla dietro al terzo occhio. Da quel punto, tutto è grazia: lì inizia il nostro viaggio verso casa. L’ingresso nel regno dello spirito è attraverso quella porta: il terzo occhio. Persino Gesù ha detto “La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque l’occhio tuo è pieno di luce, tutto il tuo corpo sarà illuminato” (Matteo, 6:22). Ha inoltre detto: “Bussa e ti sarà aperto” (Matteo 7:7). Le nove porte al di sotto del terzo occhio sono le aperture al mondo esterno (i due occhio, le due orecchie, le narici, la bocca, i genitali e l’ano). Quindi parliamo dei chakra sottostanti. Asana e Pranayama lavorano su questi centri energetici. L’ingresso al mondo spirituale inizia invece nel terzo occhio. Quando ci sediamo e ritiriamo la nostra attenzione all’interno, abbandoniamo il nostro corpo fisico. Attraversiamo la morte da vivi. Non credetemi sulla parola: scopritelo da soli. Non credete mai a nessuno! Verificate sempre tutto di persona. Questo è ciò che mi angoscia nell’attuale modo di insegnare. Tutti dicono: “seguite il capo”. Invece, dobbiamo aprire il nostro terzo occhio per vedere realmente. Sfortunatamente, a Mysore lo spirito di ricerca è finito. Alcuni tra i più coraggiosi continuano a portare avanti la tradizione, per come era stata concepita.Il resto… segue il branco, ciecamente, con il terzo occhio chiuso.

SJ: Hai osservato negli anni la crescita di Mysore, l’affluenza di un numero sempre maggiore di praticanti e la perdita di un contatto diretto e personale con Guruji. Questo sviluppo ha cambiato le cose?

Prem, Radha e Manju Jois

Prem e Tim Miller, giovanissimi, agli albori dell’Ashtanga

Con il passare degli anni, avevo sempre meno voglia di andare. Il numero di studenti era cresciuto fino a diventare impossibile da gestire. Guruji non poteva seguire tutti. La vecchia shala di Lakshmipuram, a Mysore, poteva ospitare una decina di studenti. Quando andai la prima volta, riceveva 7-8 persone per volta. Poi, un numero crescente di praticanti cominciò ad arrivare. Guruji iniziava ad insegnare alle 4 del mattino, e continuava anche fino a mezzogiorno. Gli studenti aspettavano in fila sulle scale della sua casa di tre piani, ammassandosi fino al tetto, fermi per ore prima di entrare. Anche allora, Guruji mi trattava con affetto, mi riservava una corsia preferenziale, mi evitava lunghe attese. Con l’apertura di Gokulam, la shala divenne uno showroom di esibizionisti. L’energia nella sala era meno rispettosa della pratica, e molto rivolta all’apparenza. Tutti sembravano aver perso di vista il motivo per cui eravamo lì. Divenne un circo! Gli studenti più avanzati – o meglio quelli che riuscivano ad eseguire gli asana più complessi – venivano visti come idoli. Tutti volevano essere come loro. Se eseguire asana difficili significa essere spirituali, allora dobbiamo osannare gli acrobati del Cirque du Soleil! La gente sgomitava per entrare in Shala. C’era spazio solo per 70-80 studenti: si riceveva pochissima assistenza. Il mio ultimo viaggio a Mysore fu proprio poco prima che Guruji morisse, nel 2009. Mi dicono che le cose con Sharath non sono cambiate: tutti sembrano rincorrere la prossima postura, e il pezzo di carta che li autorizza a insegnare.

SJ: Come sono cambiate le cose per te dalla morte di Guruji, nel 2009? Che impatto ha avuto su di te, sulla tua pratica e sul tuo modo di insegnare? Condividi ancora il suo metodo?

APC: Quando Guruji morì, Radha ed io stavamo insegnando ad Amburgo, in Germania. Sapevo che Guruji non stava bene. Dissi a Radha, una mattina, che avevo avuto una visione della sua morte: controllai le mail, e ne ebbi conferma. La sera in cui ebbi questa visione, provai un grande senso di responsabilità nel portare avanti i suoi insegnamenti. Un’onda di energia mi travolse durante le lezioni che tenni ad Amburgo quel giorno. Sentii da quel momento che Guruji continuava il suo lavoro attraverso di me. Continuo a condividere con i miei studenti ciò che ho imparato da lui. A questo unisco ciò che ho imparato attraverso la mia personale ricerca, relativa alla sua pratica, e oltre la sua pratica. Non ho alterato l’essenza della pratica, ma ad essa ho aggiunto i miei approfondimenti, che derivano da 40 anni di ricerca, studio e pratica. Ho avuto la rara opportunità di lavorare con migliaia di studenti. So che questo metodo, se insegnato correttamente, funziona. E’ come essere un vero medico, che rispetta ogni individuo e somministra a ciascuno il farmaco più adatto. Nei tempi antichi, gli yogi che insegnavano asana erano in sintonia con i loro studenti. Oggi la maggior parte delle lezioni di yoga assomiglia ad un corso di stretching aerobico con la musica, anni luce di distanza rispetto alle origini. Molti praticanti non praticano ciò che predicano, e il risultato è una versione molto diluita della forma originale. Ai miei tempi, praticavamo per approfondire la nostra consapevolezza. Ora tutto è orientato all’obiettivo, alla ricerca esterna di qualcosa di più. E’ triste notare la piega che ha preso lo yoga “moderno”. Anche nell’ambito dell’Ashtanga, è sempre più raro entrare in una classe in cui il rispetto per lo studente sia la priorità.

SJ: Tu sei anche un medico e terapeuta Ayurvedico. Guruji ti ha in qualche modo incoraggiato in questo percorso, e in che modo queste tecniche ti aiutano nell’insegnamento?

APC: Si, il mio maestro Dr Vasan Lad mi considera oggi un medico Ayurvedico. Dr Lad è noto in tutto il mondo per la sua esperienza in campo ayurvedico, ed ha scritto molti libri su questa materia. Dirige inoltre l’Ayurvedic Institute di Albuquerque, in New Mexico. Ho studiato con lui per quattro anni nel 1983. Da allora ho incorporato l’Ayurveda nel mio modo di insegnare. Guruji amava l’Ayurveda, ne abbiamo discusso molte volte negli anni. L’aveva studiata a scuola. Anche Krishnamacharya era un grande sostenitore di questa scienza. Guruji lo disse più volte durante i nostri incontri, e spiegò quanto fosse importante apprenderla. Io fui uno tra i pochi a prendere in considerazione il suo consiglio. Penso che per chi insegni Mysore Style, lo studio dell’Ayurveda sia una componente molto importante. Questa scienza ci aiuta a rivolgerci a ogni studente in modo personalizzato, in base al dosha, all’età, all’ambiente, alla stagione. Senza la comprensione dell’Ayurveda, il metodo diventa generico e con un approccio standardizzato, quindi ben diverso da come Guruji l’ha trasmesso a me! E non è certo in questo modo che la pratica dello Yoga veniva trasmessa anticamente. Non è necessario diventare medici Ayurvedici per metterne in pratica le basi nel quotidiano. Penso però che sia un prerequisito per chi vuole insegnare conoscerla meglio. Se non siamo in grado di distinguere i bisogni specifici dei nostri studenti, come possiamo ottenere buoni risultati? Fatevi questa domanda, e ditemi se non vi sembra un ragionamento sensato.

SJ: Hai aperto due centri dedicati all’Ashtanga, uno a Bali e uno in Sri Lanka. Ci puoi raccontare come nasce e come cresce una comunità in stile Mysore?

APC: Negli anni, ho avuto l’opportunità di costruire molte comunità per chi pratica Ashtanga Yoga. Una delle prime è stata a Phoenix, in Arizona. Ho contribuito alla formazione di una comunità molto attiva fino agli anni ‘90, prima di andare altrove. Ho aiutato mio fratello Eagle a creare Pineapple Yoga a Kauai, nelle Hawaii. Eagle insegna lì ormai da 15 anni. E ho aperto un centro in Sri Lanka nell’anno in cui fu colpito dallo Tsunami! Non è stato un bel modo di partire, anzi è stata un’esperienza molto intensa, che ho descritto in un mio libro. Ma è stata un’idea che mi ha premiato in molti modi diversi. In Sri Lanka, l’idea (che non raccomando a tutti) è stata di aprire una comunità in cui tutti potessero praticare, ma con l’impostazione di un resort. Ci occupavamo di tutto, e a volte mi è sembrato di gestire un centro di assistenza per adulti! Avevo davvero troppe responsabilità in ambiti che non mi interessavano realmente (la ristorazione, la ricezione degli ospiti, il loro intrattenimento, etc.). Il mio centro a Bali, Ashtanga Yoga Bali Research Centre (in onore di Guruji) è molto simile a quello che ho vissuto io nei primi anni a Mysore. Gli studenti devono fermarsi per almeno un mese, questo è il requisito di permanenza minima. Sono in tanti a tornare e a crescere insieme al centro. Affrontiamo la pratica con spirito di ricerca, utilizziamo le tecniche che abbiamo appreso per decenni, per aiutare gli studenti ad affrontare i loro limiti personali. Ognuno di noi ha esigenze specifiche, e noi ci rivolgiamo ai singoli individui utilizzando l’Ashtanga e l’Ayurveda. Al termine del soggiorno, i praticanti sono forti e stabili nella loro pratica e possono tornare a casa con rinnovato entusiasmo. Ed è a questo punto che centri come Stillpoint Yoga London entrano in gioco, mantenendo viva la comunità locale. E’ un concetto simile a quello che un tempo animava le chiese, un luogo di devozione interiore dedicato allo sviluppo e alla trasformazione personale. Questo è l’autentico significato del detto di Guruji, “practice and all is coming”. Tutto ruota intorno alla pratica, quotidiana, regolare e costante: è al suo interno che avviene il cambiamento. Non è un desiderio o un sogno. E’ solo attraverso la partecipazione continua e completa che possiamo rimuovere l’ignoranza che avvolge il sistema corpo/mente. Nel mantra di apertura, la frase “Samsara Hala Hala (la velenosa natura delle fissazioni mentali) ci rivela natura della pratica, ovvero indurre corpo e mente a collaborare. La pratica è mentale e il corpo è il meccanismo con cui incoraggiamo la mente a cambiare. Gli strumenti che utilizziamo nella pratica hanno lo scopo di indurre la mente a collaborare con il corpo. Il respiro è uno dei “ponti” necessari a creare questa connessione. Un altro è costituito dai Bandha, un altro ancora dal Drishti. Guruji ne parlava spesso! Ecco perché poneva una grande enfasi sulla parte fisica della pratica, sugli asana. Ci diceva di cominciare da questo. Il sistema mente/corpo era il nostro laboratorio: il respiro ci consente di cambiare il nostro corpo e la natura della nostra consapevolezza. E’ come un laser puntato sulla nostra mente, che ci consente di penetrare gli stati più elevati di coscienza. Perché se corpo e mente non sono quieti, non riusciremo mai a ottenere quell’immobilità necessaria alla meditazione. Guruji voleva che la ricerca sugli altri rami dello Yoga fosse individuale, la lasciò al nostro libero arbitrio.

SJ: Vorrei toccare un tasto molto personale. Qualche anno fa, hai perso tragicamente tua figlia, Shanti. Vuoi parlarcene, e dirci in che modo la tua pratica spirituale e lo yoga ti hanno sostenuto nel superare quel momento? Come stai ora? 

APC: Perdere mia figlia Shanti è stato l’evento in assoluto più devastante della mia vita. Ero completamente impreparato. Avevo due figlie meravigliose, che amavo alla follia. Ero in un momento bellissimo della mia vita personale e professionale. Mi ero appena sposato con una donna meravigliosa, Radha. Avevo costruito insieme a lei una comunità di grande successo a Bali, dove Yoga e Ayurveda crescevano insieme. Ero economicamente tranquillo. Ero in piena salute. Avevo tutto ciò che desideravo dalla vita. E poi mi arrivò la notizia… Radha ed io eravamo appena tornati dalla California, dove ci eravamo sposati, il 21 giugno del 2013. Il 18 luglio atterrammo a Bali. Aprii il computer e trovai una mail di Mira, la mia figlia minore. L’oggetto era “CHIAMAMI IMMEDIATAMENTE”. Sentii un pugno allo stomaco, e la chiamai immediatamente. Mi rispose e mi diede la tragica notizia. Shanti era morta in un incidente d’auto. Inutile dire che da allora la mia vita ne è stata profondamente influenzata. Yoga e Pranayama mi hanno aiutato nel superare questa perdita terribile? Sì e no. Ho sofferto le pene dell’inferno. La pratica mi ha costretto ad andare ancora più in profondità. Mi ha lasciato vulnerabile e solo. Ad un certo punto sono entrato in una seria depressione. Ho dovuto toccare il fondo per riuscire a rialzarmi. Grazie a Dio la pratica mi ha mantenuto in salute per tutto il tempo necessario a uscire dalle circostanze più tristi che un essere umano possa trovarsi ad affrontare. In tanti mi hanno detto che la perdita di un figlio è l’evento più tragico che un essere umano possa affrontare. Non posso che essere d’accordo. Il mio insegnante di meditazione, Ishwar Puriji, mi ha aiutato più di chiunque altro. E’ arrivato nella mia vita proprio quando ero pronto a mollare tutto. Qualcuno mi inviò un suo video su YouTube. Guardai le sue conferenze sui temi della vita e della meditazione. Mi toccarono profondamente e decisi di incontrarlo il prima possibile. Mi ha condotto sul cammino del Surat Shabd Yoga (lo Yoga delle Correnti dell’Anima). Una pratica che mi ha dato sostegno spirituale. La mia mente cerca spesso di sabotare le mie vittorie spirituali, ma grazie al cielo posso rivolgermi a Ishwar in ogni momento. Credo che tutto, nella nostra esistenza, sia pre-ordinato. Questo evento drammatico è un disegno che mi ha costretto a svegliarmi, a comprendere il vero significato della vita, e a capire dove è la mia vera casa. Se questa tragedia non mi avesse colpito, non avrei mai compreso queste verità.

SJ: Come è cambiata la tua pratica negli anni? Pratichi ormai da oltre 30 anni: cosa hai imparato, e cosa stai ancora imparando?

 APC: Con l’età la mia pratica è gradualmente cambiata. A vent’anni, ero un entusiasta degli asana, volevo completare le serie avanzate, e ci riuscii abbastanza facilmente e velocemente. Ero molto atletico, la pratica per me era una sfida: la mia attrazione per lo yoga era puramente fisica in quel periodo. Dopo aver conquistato le posizioni più complesse, cominciai a chiedermi: e ora? Fu la motivazione che mi spinse verso gli aspetti più mentali e spirituali della pratica, ma non accadde dalla sera alla mattina! Come ho detto, forse il risveglio più profondo è arrivato insieme alla perdita di mia figlia Shanti. Naturalmente, la saggezza che deriva dall’essere un “vecchio” insegnante/praticante mi ha regalato la capacità di offrire la giusta prospettiva sia ai principianti che ai più esperti. Riconosco subito l’ossessione per la forma tipica delle giovani promesse dello Yoga. E’ naturale, è parte del processo. Posso incoraggiarli a proseguire, ma devono passare da soli attraverso questa fase. Mi ci sono voluti anni per capire quanto fossero ridicole le pose da ginnasta rispetto alla profonda realizzazione spirituale, o anche semplicemente a ciò che è davvero necessario per essere in salute. Ho perso tanta di quella energia per rincorrere un asana! Eppure, quella fase ha fatto parte del mio processo di crescita, dell’ignoranza della gioventù. Ora, a 60 anni, ho una pratica adatta alle mie esigenze e alla mia età. Non mi pavoneggio in posizioni avanzate, né ne sento il desiderio. Pratico una serie composta dai Saluti al Sole, dalle posizioni in piedi e dagli asana seduti della prima e della seconda serie che ritengo più adatti a me. E sto benissimo! Ho appena fatto un check up completo in Thailandia: tutti i test possibili. I risultati sono stati eccellenti, i medici ne sono rimasti colpiti. Sicuramente devo tutto alla mia pratica e alla mia alimentazione (salutare ma priva di fanatismi), e un po’ anche al mio sense of humor.

Ho imparato e sperimentato sulla mia pelle l’efficacia di questa pratica, se usata correttamente. Per “correttamente” intendo secondo i principi dell’Ayurveda (i dosha, l’età, l’ambiente, la professione, la vita familiare del praticante). E’ necessario rivolgersi alla persona come ad un individuo unico in se stesso. Dobbiamo rivolgerci all’essere umano onorandolo con la nostra massima attenzione, rispetto e cura. Molti insegnanti non hanno idea di cosa stanno facendo, perché non sanno nemmeno di cosa hanno bisogno loro in prima persona. Come possono essere sensibili nei confronti dei loro studenti? Se usiamo l’Ashtanga Yoga, gli asana e il pranayama in modo superficiale, il danno che rischiamo di arrecare gli individui è di proporzioni epidemiche! Il mio ruolo di insegnante anziano è di portare avanti questa tradizione facendo tesoro di ciò che ho imparato attraverso l’esperienza e la ricerca. Ciò che oggi viene proposta è una versione generica, standardizzata della pratica. E’ di scarso valore per i praticanti, perché viene insegnata con scarsa sensibilità. Ecco perché enfatizzo l’approccio ayurvedico come strumento per sviluppare il potenziale e l’equilibrio del singolo. Questo è il modo più corretto di rivolgersi ad ogni individuo all’interno di una lezione di gruppo. Lo stile Mysore era stato creato per insegnare ad un gruppo di persone, pur mantenendo intatta la personalizzazione della pratica. Non si può fare diversamente. Ma purtroppo non è così che la pratica viene trasmessa nella maggior parte dei centri yoga sparsi in tutto il mondo.

Ashtanga Yoga con Guruji negli anni 70-80. Pochi si avventuravano in India.

Viviamo oggi in un’epoca e in luoghi diversi rispetto alle origini di questo metodo. Dobbiamo adattarlo alla situazione contingente e al singolo praticante. Questa pratica è stata concepita per “padri di famiglia”: era insegnata da uomini (Pattabhi Jois/Krishnamacharya) che avevano famiglie, non da monaci o viandanti. Si basava sul solido principio di poter essere praticata tutti i giorni, su base regolare, per aiutare il singolo a vivere al meglio la propria esistenza, ad esprimere il proprio potenziale in qualsiasi campo. Giovani o vecchi, uomini o donne, c’è un modo corretto per praticare questo metodo, per far sì che ci renda forti e resilienti oltre la nostra immaginazione. Posso testimoniarlo per esperienza diretta, per la continua ricerca e per le migliaia di studenti a cui ho insegnato: ne ho visti gli effetti su ognuno di loro. Non conosco un’altra forma di esercizio in grado di coinvolgere organi interni, muscoli, fascia, ossa, articolazioni, circolazione, etc. E’ sicuramente il metodo migliore che esista. Ci aiuta a mantenere intatto il tempio del nostro corpo, a renderlo pronto alle pratiche di meditazione rivolte al sé supremo. Se ne conoscete uno migliore, per favore ditemelo!

SJ: Quindi… qual è il tuo prossimo progetto?

APC: La mia missione, attraverso l’Ashtanga Yoga Bali Research Centre e all’estero, è di insegnare correttamente e con saggezza questo metodo. So che posso trasmetterlo nel modo migliore se mi applico nel dimostrare a tutti in che modo l’Ashtanga Yoga può migliorare le nostre vite. Desidero che tutti ne traggano gli stessi vantaggi di cui ho goduto io per oltre 40 anni, ma è necessario che la saggezza accompagni la potenza di questo sistema, o saranno sempre più numerosi i praticanti danneggiati, dentro e fuori, da uno strumento usato male. Mi impegno a mantenere viva la ricerca! Le religioni, i fanatismi sono pericolosi. Aiutatemi a mantenere vivo l’Ashtanga Yoga: fate ricerca, e salvate questo metodo dall’inaridimento totale. La scintilla è ancora accesa. Se esplorate il metodo con mente aperta, vedrete voi stessi se ho ragione o torto. Il vero lavoro inizia dentro di noi, non fuori. Non limitatevi a lustrare la barca praticando asana e pranayama. Se vi fermate agli asana, prendete in giro voi stessi. Ho scritto un libro dal titolo “The Only Way Out Is In”. Non c’è altro modo per sopravvivere agli alti e bassi dell’esistenza di cui ci è stato fatto dono. Siamo venuti in questo mondo per esperire il regno fisico. Io mi ritengo sazio: e voi? Verificate da soli ancora una volta l’autenticità delle mie parole. L’autentico significato della vita ci attende proprio dietro i nostri occhi. Non davanti al nostro ego. La lotta tra oscurità e luce esiste: il polo positivo è il terzo occhio, il polo negativo è la nostra radice, muladhara. La forza ci accompagna se ci muoviamo verso la luce. Incoraggio tutti voi ad usare l’innato buonsenso. Il mio insegnante spirituale, Ishwar Puriji, dice “il buonsenso è una rarità”. E io sono d’accordo. Coltivate la ricerca attraverso l’intuizione che risiede nel vostro terzo occhio: è un rilevatore innato delle fandonie che cercano di propinarci. E’ il modo per sovrascrivere la Matrix. E’ oltre il sistema corpo/mente. Ci eleva fino a renderci osservatori obiettivi per l’uso corretto del nostro “vascello”. La nostra mente vuole comandare il gioco e rappresenta il potere negativo. L’anima è l’osservatore. E’ Krishna che guida il nostro carro, tenendo le redini dei nostri cinque sensi. Lasciate che Krishna conduca la corsa, sedetevi e godetevela. Diversamente, sarete condannati a ripetere continuamente gli stessi errori. Questo è il significato autentico della frase “Samsara Hala Hala”.

Ho condiviso qui la mia esperienza personale. So di andare controcorrente rispetto al credo popolare, ma mi sta bene essere un ribelle per una causa giusta. Lo siete anche voi?

– Anthony Prem Carlisi intervistato da Scott Johnson

Traduzione di Francesca d’Errico

Il giorno del Guru: i ricordi di David Garrigues

Martedi 19 luglio, Moon Day, è Guru Poornima, tradizionalmente giorno di festa per i discepoli che seguono un cammino spirituale sotto la guida di un maestro, giorno in cui viene celebrato il saggio Vyasa, il mitico maestro che trasmise ai suoi discepoli i Veda per il bene dell’umanità. E proprio in questo giorno è nato Guru-ji, Sri K. Pattabhi Jois. Questo articolo scritto da David Garrigues, uno dei pochi insegnanti al mondo certificati da Guru-ji, ne presenta un aspetto profondo e spirituale. Guru-ji ha concepito e trasmesso la pratica dell’Ashtanga Yoga con un preciso intento terapeutico – nel senso più omnicomprensivo del termine, una terapia per il corpo fisico e per il corpo energetico e, da ultimo, per il nostro corpo spirituale. Pratico da anni questo metodo e mi sono presa spesso e volentieri delle licenze, integrandolo con altri stili, arricchendo le serie con asana non previste o non nella corretta sequenza. Nell’ultimo anno – come avevo fatto nei primi anni della mia pratica con Hamish, il mio primo Maestro – mi sono dedicata di nuovo con impegno a rispettarne la logica e ne ho riscoperto l’immenso valore. C’è una ragione che forse non è del tutto comprensibile per cui gli asana vanno eseguiti nella sequenza che Guru-ji ha voluto, e c’è una ragione per andare alla fonte e continuare a studiare con chi ci è stato. E’ necessario dare alla pratica l’opportunità di essere appresa come è stata concepita per apprezzarne il potenziale. In questo articolo, in parte capiamo perché. Il resto, va appreso sul tappetino. Buona lettura e buon Guru Poornima!
 
David Garrigues e Guru-ji

Come diceva Sri K Pattabhi Jois (Guruji) : “strong body, strong mind, weak body, weak mind.” (corpo forte, mente forte; corpo debole, mente debole).

Guru-ji poneva un grande accento sulla forza e sulla salute fisica come percorso privilegiato verso la felicità e la realizzazione in questa vita. Non solo, riteneva che questi aspetti fossero fondamentali nel raggiungimento del potenziale di concentrazione mentale che porta alla conoscenza di sé. Il suo messaggio agli studenti era chiarissimo: per ricevere i benefici terapeutici dello yoga, è necessario coltivare per tutta la vita una disciplina nella pratica delle posture, del respiro abbinato al movimento.
Per Pattabhi Jois, il terzo e il quarto ramo dello yoga non erano stadi attraverso cui passare per arrivare ai rami successivi. Per lui, il terzo e il quarto ramo erano le fondamenta necessarie e permanenti della pratica, che dovevano essere sostenute ogni giorno per tutta la vita. Nel perfezionare il terzo e il quarto ramo, il praticante può perfezionare gli altri rami. A qualsiasi domanda sugli altri rami dello yoga, Pattabhi Jois rispondeva di dedicarsi con serietà e impegno alla pratica di asana e pranayama: solo così ogni altra domanda avrebbe trovato risposta.
Oltre ai suoi insegnamenti sugli asana, Guru-ji era un autentico guaritore che teneva in altissima considerazione i rimedi naturali. Dopo una lezione, nel salutarlo, gli studenti spesso si lamentavano dei loro problemi fisici. Guru-ji li incoraggiava a praticare, e a volte raccomandava un rimedio yogico o ayurvedico, una preparazione del cibo medicinale come il kichari o il riso gangi nei casi più acuti, una dieta detossinante, un breve digiuno, un farmaco fitoterapico, un bagno d’olio (o l’ingestione stessa di olio), ed altre cure naturali.
Ma quando le circostanze lo suggerivano, Guru-ji sapeva anche tenere le distanze dai rimedi naturali. Una tra le più storiche praticanti di Ashtanga racconta che, in preda ad un malore di cui nessuno capiva la causa, rivolgendosi a Guru-ji si vide proporre un medicinale allopatico decisamente tossico: dopo averlo ingerito, tuttavia, la nostra eroina tornò rapidamente in salute.
Sono molte le storie sulle intuizioni di Guru-ji e sulle sue grandi capacità terapeutiche, sia sul piano fisico che su quello energetico.
Una volta, a Mysore, in India, mi venne una terribile forma di acne dolorosa. Studenti e indiani mi guardavano con orrore, notando i foruncoli rossi e viola, grandi come palle da golf, che tempestavano il mio corpo. Andai a casa di Guru-ji in cerca di una soluzione, e alla vista delle mie pustole, con grande soddisfazione esclamò; “Oh, belli grossi! Non inciderli, è il tuo nuovo corpo che si sta formando!”. Se li avessi incisi, avrei rischiato di interrompere il processo di disintossicazione naturale che stava facendo il suo corso.
Naturalmente, il suo entusiasmo non era per i miei foruncoli ma per il processo disintossicante di cui l’acne era un chiaro sintomo. Era riuscito a capire subito che la pratica stava eliminando le tossine dal mio corpo, rinnovandolo completamente. Osservava questa fase di disintossicazione come un aspetto naturale derivante dal mio impegno nello studio della pratica.  Aveva piena fiducia nella pratica ed era risoluto davanti al dolore, allo sconforto e alla malattia.
Offriva a chi non sapeva dove rivolgersi la possibilità di rinnovarsi e guarire. Credeva sopra ogni cosa nelle potenzialità mediche e terapeutiche dello Yoga. Aiutava la gente a superare o almeno a curare in parte gli effetti di ogni sorta di malanno fisico e mentale: diabete, asma, problemi cardiovascolari, traumi sessuali, traumi infantili, fobie, depressione e dipendenze. Parte della grandezza dei suoi insegnamenti era la sua capacità di trasmettere questa fiducia: lavorare con lui rendeva combattivi, aiutava a sentire di avere la possibilità di sconfiggere qualsiasi malattia o qualsiasi ostacolo.
Questa fiducia nel potenziale terapeutico dell’Ashtanga Yoga è una delle ragioni per cui insisteva sul fatto che la pratica doveva essere “99% pratica e 1% teoria”. Perché è la pratica (e non studiare o parlare di Yoga) a guarirci dai nostri mali. Attraverso la pratica ristabiliamo la nostra salute ringiovanendo i fondamentali “sistemi operativi” del corpo. Attraverso la pratica quotidiana di sequenze create ad arte influenziamo la nostra salute e il nostro benessere: la capacità di respirare, la circolazione sanguigna, il sistema digestivo, la mobilità articolare, l’espressione delle nostre emozioni, la stabilità mentale e la regolarizzazione delle funzioni endocrine e delle onde cerebrali.
E queste non sono che alcune delle potenzialità terapeutiche dell’Ashtanga Yoga.
Applichiamo queste tecniche per dare agli asana una qualità attiva, mantenendo l’attenzione sulla nostra consapevolezza all’interno dell’asana. La qualità a cui mi riferisco non è difficile da comprendere o immaginare, perché è semplicemente la somma delle abilità di notare con accuratezza ciò che avviene in noi e intorno a noi in un preciso momento. Il nostro livello di concentrazione e consapevolezza genera una linfa, un’ambrosia che possiamo bere e che ci dona nuova vita. E la meditazione è una sorsata di questa miracolosa bevanda, paragonabile ad un’oasi di acqua cristallina a cui giungiamo dopo una sfiancante camminata nel più desolato dei deserti.  Abbeverarsi alla consapevolezza significa aprire i cancelli alla capacità di autoguarigione, perché quando siamo davvero consapevoli, troviamo automaticamente e naturalmente il nostro respiro più autentico, siamo in grado di riconoscere i bandha, il dristi, dhyana e tutte le tecniche essenziali dello Yoga. Esistono e ci appartengono naturalmente come i nostri occhi, il nostro naso e la nostra bocca appartengono al nostro volto.
La versatilità in queste tecniche fondamentali, tuttavia, può diventare una vera sfida anche per lo studente di lungo corso. La perfezione in questi aspetti elude a volte anche il praticante più serio. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di una guida autentica, di un insegnante che abbia la pazienza e la conoscenza necessarie a sviluppare le pratiche dello yoga. Un insegnante di questo tipo può aiutarci a diventare più forti, più stabili nella pratica, magari sviluppando metodologie che siano particolarmente adatte alla nostra costituzione e alle nostre capacità.
E’ solo allora che la pratica non solo faciliterà il recupero delle funzioni ottimali del nostro cervello, dei sistemi nervoso, digestivo, linfatico, circolatorio, organico, endocrino – ma anche e soprattutto ci porterà all’interno, dove la conoscenza di sé e il risveglio spirituale aspettano solo il nostro arrivo.”
– David Garrigues
Traduzione di Francesca d’Errico

Practice and all is coming

Guruji, Sri Krishna Pattabhi Jois

Manco dalle mie stesse pagine da un bel po’ ormai. Negli ultimi mesi ho affrontato una nuova sfida, un nuovo cambiamento di vita. Tutti i miei ritmi sono cambiati, il tempo a mia disposizione, il mio stile di vita. Sono quasi sempre in viaggio, per trasferte molto lunghe, e non è mai facile rimettersi in gioco. Su una sola cosa sapevo che non avrei fatto compromessi: la mia pratica. Quindi mi sono guardata dentro alla ricerca del percorso da seguire. Ho bisogno di una pratica che mi rafforzi. Che sostenga il mio corpo mantenendolo flessibile, e renda la mia mente calma e concentrata.

Pratico ormai da vent’anni e sono adesso nella situazione in cui devo scegliere un metodo da seguire. Un compagno di viaggio che sostituisca la stabilità che non ho, perché la mia casa , con questo nuovo impegno professionale, può essere solo il mio tappetino.
Il mio primo amore yogico è stata la pratica dell’Ashtanga Yoga. Ho iniziato a praticare in un momento molto simile: mi ero appena trasferita a Londra e avevo bisogno di una “casa” spirituale. Il destino mi ha messo sulla strada dell’Ashtanga e per molti anni ho praticato solo questo metodo. Poi la vita mi ha concesso di avere più tempo per me ed ho esplorato anche altri metodi, continuando a praticare Ashtanga sebbene non con la stessa continuità, in favore di stili meno strutturati. Tuttavia, nessuno stile come l’Ashtanga è mai stato in grado di offrirmi un termometro costante su me stessa – il mio stato psicofisico e spirituale. Tre mesi fa, quindi, sono tornata a praticare da studente. Ogni mattina alle 7, alla Shala, insieme a tante altre anime come la mia quando sono in qualche città. E da sola, quando sono in viaggio, in qualche camera d’albergo. Ma è stato tornare a praticare Ashtanga sotto la guida quotidiana di un insegnante certificato la vera riscoperta. L’energia di una autentica Yoga Shala, di tante persone che praticano insieme a te, penetra il corpo e la mente, e la trasformazione accade. Giorno dopo giorno, tornano posture dimenticate. Il flusso del respiro torna ad essere regolare, profondo. Quel respiro crea spazio all’interno del corpo e gli restituisce fluidità e forza. La ripetizione di una sequenza è un sistema infallibile per comprendere cosa ci sta accadendo. Un giorno sembra di volare, il giorno dopo le nostre braccia sembrano non avere forza, o i bandha sfuggono al nostro controllo. Ogni giorno il nostro corpo ci manda un segnale – qualcosa che abbiamo vissuto nelle ore precedenti alla pratica si trasferisce in essa, il messaggio è inequivocabile e possiamo solo ascoltarlo. Questi mesi mi hanno dato modo di capire ancora di più quanto sia importante seguire un metodo e, soprattutto, lavorare con chi questo metodo lo ha masticato, digerito, assimilato in tanti anni di pratica e insegnamento. Sono profondamente grata per questa opportunità, che mi ha fatto e mi fa molto riflettere. Credo che, indipendentemente dal metodo, debba insegnare solo chi sente questo cammino come una missione, chi ha studiato per molti anni seguendo un autentico maestro, e non sono in molti. Un ulteriore aspetto che amo del cammino nell’Ashtanga è la relativa assenza del concetto di “industria dello Yoga”, che negli ultimi anni ha visto sorgere mille piccoli business collegati a questa disciplina che, nella mia visione, resta soprattutto spirituale e, come diceva Guruji, per il 99% pratica e solo per l’1% teorica. La pratica dell’Ashtanga richiede dedizione, costanza, concentrazione. E’ uno stile asciutto eppure di incredibile profondità. Si potrebbero passare anni e anni solo a studiare il conteggio dei Vinyasa, senza riuscire a comprenderne il mistero. E forse, è proprio questo mistero ad essere la chiave che rende l’Ashtanga qualcosa di unico. E’ uno strumento, un modo per esplorare se stessi, per accettare i propri cambiamenti, sia quelli piccoli, del quotidiano, che quelli più importanti: gli anni che passano, i momenti difficili, le prove più significative dell’esistenza.
Forse non abbiamo ancora davvero compreso quanto sia stato importante Sri K. Pattabhi Jois, quanto grande sia il regalo che ci ha fatto.
Possiamo solo praticare, giorno dopo giorno. And all is coming.

L’importanza del metodo

Sri K. Pattabhi Jois, Guruji

Tra i post dedicati allo Yoga che leggo settimanalmente, trovo sempre grande motivo di ispirazione nelle note tratte dalle conferenze di Sharath Jois con gli studenti di Ashtanga che visitano la sua famosissima shala a Mysore. Sharath, come tutti sanno, è il nipote del grande Sri Pattabhi Jois, creatore del sistema Ashtanga Yoga a cui tutti noi praticanti dobbiamo moltissimo. Tra le belle abitudini di Guruji, c’era quella di tenere incontri con gli studenti che viaggiavano da tutto il mondo per praticare con lui, per chiarire dubbi sul metodo, sulla pratica, o approfondirne alcuni aspetti. Nel pieno rispetto della tradizione, Sharath oggi tiene queste ormai affollatissime conferenze e alcuni studenti hanno la gentilezza di postarne un sunto sui loro blog. L’ultimo post faceva riferimento all’importanza di seguire un metodo, e ho trovato questo concetto particolarmente illuminante per molti aspetti. Nella nostra cultura, nelle nostre città, siamo soggetti quotidianamente ad un bombardamento di informazioni e stimoli di ogni tipo. L’offerta è tale e tanta, da portarci a voler provare e seguire mille corsi, mille attività, senza però approfondirne nessuna. Cominciamo a praticare Yoga, poi veniamo attratti dal Karate, dal Krav Maga, dalla danza hip hop, dal Tai Chi. Iniziamo mille corsi, tocchiamo superficialmente ogni cosa, e non lasciamo il tempo ad una pratica di sedimentare dentro di noi, a livello fisico ed energetico, perdendone i benefici più profondi. Nello specifico, ovviamente, Sharath si riferiva allo splendido sistema dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. Penso che, in questa sede, possiamo allargare questo concetto all’esplorazione di tutto lo Yoga, ma soprattutto possiamo spingere questa idea alla necessità di imparare a coltivare la costanza, non solo nella pratica ma in tutto ciò che facciamo. Nello Yoga, classe dopo classe, il nostro corpo si apre a nuove possibilità. Sequenza dopo sequenza, con calma e pazienza impariamo a riconoscere nelle nostre rigidità fisiche i “blocchi” psicologici che ci piacerebbe superare. Per questo è importante seguire con costanza questo cammino: per dar modo al sistema Yoga di rivelarci tutto il suo immenso potenziale. Chi pensa di trovare, dopo due lezioni, la pace mentale o la massima flessibilità sarà presto deluso. Anzi, le prime lezioni saranno proprio quelle che ci riveleranno l’instabilità della nostra mente e i limiti del nostro corpo. Per questo è importante scegliere il metodo Yoga (o altro, se quella è la nostra strada) e seguirlo con costanza, pazienza e curiosità. Solo attraverso la pratica costante lo Yoga ci rivela la sua vera essenza. Spesso ci sentiremo frustrati, impazienti; ma molto più spesso ci sentiremo felici, increduli davanti al benessere che sentiremo nascere in noi. Ringrazio Sharath per l’ispirazione che riesce sempre ad infondere negli studenti con le sue parole, Isabella Nitschke per aver riassunto e condiviso il suo pensiero, e Anurag Vassallo per i puntuali aggiornamenti a noi studenti attraverso la sua pagina facebook. Grazie a tutti voi per aver ispirato questo mio post. Vi aspetto sul tappetino.

Namaste!