Il respiro durante la pratica – Simon Borg-Olivier, part 2

Simon Borg-Olivier by A. Sigismondi

Sono davvero felice di continuare il lavoro di traduzione degli interessantissimi post di Simon Borg-Olivier sul respiro durante la pratica. Più passano gli anni, più mi rendo conto di come il respiro sia probabilmente l’aspetto più importante della nostra pratica, l’elemento che ci consente non solo di affrontare in sicurezza le posizioni più complesse, ma anche e soprattutto di esercitare un controllo sulle fluttuazioni della mente, rendendo gli asana una vera e propria meditazione in movimento. Come sempre, il pensiero di Simon attira moltissimi lettori e i suoi approfondimenti sono davvero un tesoro di grande valore per chi pratica. Ecco quindi i suggerimenti di Simon per l’esecuzione di una corretta respirazione yogica anche in italiano.
“Mi è stato chiesto consiglio su come eseguire correttamente una lenta respirazione yogica completa. Ecco la mia risposta.
*** La respirazione yogica completa ha molti benefici fisici e fisiologici, se eseguita correttamente. Fisicamente aiuta a mobilizzare la colonna e le costole e a massaggiare gli organi interni. Fisiologicamente può calmare il sistema nervoso, aumentare la temperatura corporea e la circolazione sanguigna, ridurre l’appetito e migliorare drammaticamente i livelli di energia individuali. Tuttavia, non è cosa semplice da eseguire e se effettuata in modo errato può invece provocare giramenti di testa, catarsi emotive, eccessiva tensione della colonna vertebrale, perdita di energia e fame eccessiva.

*** Nella sua forma più semplice, un respiro yogico completo ci fa ‘sentire’ di aver immesso aria sia nella parte inferiore del tronco (compresi addome e zona lombare) che nella sua parte superiore (inclusi torace e parte superiore della colonna). Tre semplici opzioni per i diversi tipi di respiro completo sono:
(i) riempire prima la porzione inferiore del tronco e poi quella superiore;
(ii) riempire prima la porzione superiore del tronco e poi quella inferiore;
(iii) riempire in modo organico sia la parte superiore che quella inferiore del tronco.

*** Per diverse ragioni è solitamente meglio imparare prima a (i) riempire la porzione inferiore del tronco e poi quella superiore. Per molti, la sfida è riuscire ad espandere la parte superiore del tronco (spalle e torace) dopo aver riempito addome e zona lombare senza perderne l’espansione e senza inibire il diaframma. Inizialmente è più semplice praticare questo tipo di respirazione completa sdraiati sulla schiena, magari con un supporto sotto il corpo. Con la pratica possiamo poi anche eseguirla da seduti, mantenendo la schiena eretta e il tronco rilassato, ma dovendo in questo caso lavorare contro la forza di gravità, la posizione seduta è solitamente più difficile per molti.

*** Circa il 90% delle cause di stress e di altri problemi fisiologici negli individui adulti è da attribuirsi ad una incapacità di respirare, che porta a riempire il torace dopo aver attivato i muscoli obliqui addominali in modo tale da inibire il diaframma. Inoltre, se il ciclo respiratorio è persistentemente superiore ad un respiro pieno al minuto a riposo, possiamo parlare di iperventilazione, un problema che può provocare effetti negativi a lungo termine, come stress eccessivo, catarsi emotiva e riduzione del livello di energia.

*** Il respiro completo consiste inizialmente di una semplice inspirazione ed espirazione. Con la pratica e il tempo, le apnee successive ad inspirazione ed espirazione possono essere introdotte gradualmente. All’inizio è consigliabile praticare sia una lenta e profonda inspirazione o una lenta e profonda espirazione, ma non entrambe contemporaneamente. E’ inoltre utile, durante le fasi di apprendimento, eseguire qualche breve respiro naturale tra i cicli di respirazione profonda.

INSPIRAZIONE:
*** E’ consigliabile imparare dapprima ad inspirare lentamente e profondamente. Per apprendere una inspirazione completa è bene consentire al respiro di entrare nel pavimento pelvico e nell’addome (respirazione diaframmatica), piuttosto che nel torace (respirazione toracica). Ecco il significato di un respiro profondo: il respiro profondo viene ‘sentito’ profondamente nel corpo (ad esempio, nel pavimento pelvico). Eseguire un respiro profondo non significa semplicemente introdurre una maggiore quantità di aria, o espandere di più il torace. Con il tempo possiamo ovviamente anche introdurre più aria e riempire il torace, purché l’addome resti completamente rilassato e con la sensazione di essere ‘pieno’ d’aria. Una inspirazione completa dovrebbe farci sentire il riempimento dei polmoni (quindi la sensazione di riempire il tronco), esattamente come riempiamo un bicchiere di acqua, dalla base verso l’alto, con calma, e in modo rilassato. Per ottenere i migliori effetti fisiologici, l’inspirazione dovrebbe durare tra i 30 e i 60 secondi e oltre, cosa difficile da ottenere senza stress, soprattutto all’inizio. E’ necessario un allenamento costante e dedicato per raggiungere questo obiettivo.

ESPIRAZIONE:
*** Inizialmente, è utile lasciare che l’espirazione sia passiva (rilassata), piuttosto che mettere in azione i muscoli pettorali o addominali. E spesso imparare ad espirare lentamente è una vera sfida per molti. La chiave di volta è il focus sul rilassamento. L’espirazione passiva è, di solito, un’espirazione incompleta, ma questo non rappresenta un problema durante le fasi di apprendimento del respiro. Tuttavia, quando l’espirazione passiva e lenta diventa più facile, possiamo imparare ad espirare completamente, attivando il perineo (al centro del pavimento pelvico) e le porzioni inferiori e successivamente quelle superiori della muscolatura addominale. Si tratta di una attivazione sequenziale (detta ‘rolling’) del muscolo trasverso dell’addome. Sfortunatamente, per il 95% degli adulti è difficilissimo attivare il muscolo trasverso senza attivare contemporaneamente anche gli obliqui. Gli obliqui, quando vengono utilizzati per intensificare l’espirazione, hanno la tendenza a rimanere contratti e ad inibire una successiva intensa inspirazione diaframmatica. Per ottenere i migliori effetti a livello fisiologico, l’espirazione dovrebbe durare dai 30 ai 60 secondi (e più), una sfida notevole almeno all’inizio.

foto di M. Pantani

*** E’ importante non affrettare l’apprendimento della respirazione profonda per evitare di incorrere in effetti negativi. Dopo un pranayama efficace, dovremmo sentirci fisicamente rilassati, carichi di energia, con una mente lucida e una elevata capacità di concentrazione. Non dovremmo sentirci agitati, affamati o ‘stonati’, tutti sintomi di iperventilazione.

*** Una volta appresa correttamente questa respirazione può essere utilizzata in contemporanea all’attività dei muscoli addominali (inclusi i bandha) e in posizioni più complesse, come quella della foto. E’ importante assicurasi sempre che il diaframma sia libero, anche se l’addome è fermo e anche se stiamo respirando nel torace. Un altro aspetto importante è ricordarsi di non iperventilare. Sono due cose difficili da fare per la maggior parte degli adulti, e questa è la ragione per cui spesso suggerisco, durante la pratica, di respirare in modo spontaneo e naturale almeno durante gli asana più semplici. Un suggerimento che, tra l’altro, dava ai praticanti anche Sri BKS Iyengar“.

Simon Borg-Olivier offre moltissime occasioni questa estate per apprendere direttamente da lui i corretti metodi di respirazione durante la pratica. I suoi corsi online sono altrettanto validi e dettagliati, un vero strumento di studio per tutti, praticanti e insegnanti di Yoga.

Maestro, aiuto! Se praticare Yoga diventa uno stress

pic by Marco Pantani

Nell’era degli yogi moderni, così spesso influenzati da immagini di Yogi e Yogini apparentemente perfetti sui social networks, praticare Yoga può persino diventare uno stress. Come è possibile? Come siamo riusciti a contaminare la disciplina della calma per antonomasia, con le manie perfezionistiche e competitive tipiche della cultura occidentale? I fattori da prendere in considerazione sono molti, e rischierebbero di portarci fuori strada. In sintesi, però, tutti noi portiamo sul tappetino ciò che siamo nella vita di tutti i giorni, e non sempre riusciamo a trovare la chiave giusta per usare lo Yoga come mezzo di crescita individuale. Il rischio? Arrivare al “burn out”, sentire la pratica come un obbligo, e inevitabilmente trasferire su di essa lo stress da cui cerchiamo di fuggire. Senza considerare che, ogni volta che pratichiamo una qualsiasi attività sotto stress, il nostro corpo produce sostanze che minano la nostra salute fisica e psichica. Nella lettera di un praticante a David Garrigues, ma soprattutto nella sua risposta, alcuni spunti per ritrovare l’amore per la pratica, e i suoi benefici. Abbandonando, per davvero, il nostro ego, in favore di un senso dimenticato: quello del piacere.

“Caro Maestro, ho perso il treno dello Yoga. Aiuto!”

“Caro Praticante, scommetto che non ti sei risparmiato nel praticare. Prova ad affrontare la pratica con più delicatezza, più predisposizione al perdono, meno aspettative, meno esigenze, meno stress e meno regole. Ricorda di utilizzare la struttura del metodo, ma anche di esercitare la libertà di interpretarlo in tutta la sua ampiezza. Non dovrebbe essere un segreto che tu, e solo tu, sei la persona che deve trarre piacere dalla pratica ogni volta che sali sul tappetino. Ecco perché la sola regola cardinale è consentire al tuo senso del piacere di essere l’unica guida nel dirigere i tuoi sforzi durante la pratica.  

Utilizza il piacere per raffinare e ri-calibrare ciò che pensi debba essere la tua pratica, e ciò che ritieni debba fare per TE. Quando sali sul tappetino e stabilisci i confini dei tuoi sensi portandoli all’interno, fa sì che vi sia per te spazio sufficiente per esistere – senza avere un’agenda stressante, senza sentire il bisogno di eseguire un numero preciso di posizioni, senza forzarti a raggiungere un livello prestabilito di flessibilità o forza. Allena la tua mente ad essere curiosa nei confronti del tuo respiro, investi la tua attenzione verso il movimento, e trova un interludio di quiete in ogni asana. Consentiti di giocherellare, esplorare, ricercare, modificare, visitare e rivisitare,  e anche di sbagliare ogni giorno. Osserva la bellezza che queste azioni fanno emergere dalla tua pratica. E non dubitare, puoi star certo che una forma di bellezza arriverà, spontaneamente. Magari a pizzichi e bocconi, in brevi istanti durante Ardho Mukha Svanasana, o quando scoprirai un nuovo brivido di felicità in un ‘jump through’. 

David Garrigues, insegnante certificato KPJAYI di Ashtanga Yoga

Non importa quanto duri la tua pratica, o quale sia la sua forma. Assapora il piacere che ti dà, resta in ascolto dei momenti di gioia che arriveranno, dovunque e in qualunque istante. Se sei privo di ispirazione, che tu sia un principiante o un praticante di lungo corso, prova a concentrarti sulle tecniche di base dell’Hatha Yoga: la respirazione Ujjaui, la connessione tra respiro e movimento, le nove posizioni che compongono Surya Namaskara (il Saluto al Sole), le posizioni in piedi, le flessioni e le torsioni da seduto, o se ti è possibile, le inversioni.   Ascolta il tuo respiro come se fosse uno strumento per sintonizzarti con il tuo dialogo interiore. Inizialmente, ti si presenteranno in ordine sparso pensieri di ogni tipo. Ma non appena riuscirai a regolarizzare il respiro e il movimento, ti accorgerai di come questo dialogo possa cambiare, e di come la tua attenzione si rivolga automaticamente al piacere di essere nell’asana e nel respiro del qui ed ora. Prima che tu possa accorgertene, avrai già ritrovato il flusso della tua pratica.”

– David Garrigues

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico

Hatha Yoga, la ricerca di uno standard

… Ovvero standardizzare ciò che non ha standard

Recentemente mi sono occupata su queste pagine della difficile situazione dello Yoga e degli organismi che tentano di creare degli standard per l’insegnamento di questa disciplina (come la Yoga Alliance). Scorrendo l’interessante blog di James Dylan Russell, ho scoperto che anche in UK, dove mi sono formata come insegnante dieci anni fa, la situazione si sta complicando, riflettendo un dilemma che sta diventando di proporzioni globali. La domanda che si pone sempre più frequentemente, soprattutto tra praticanti avanzati e insegnanti, è se è davvero possibile identificare degli standard che qualifichino all’insegnamento dello Yoga, e sotto quale egida debba finire la nostra amata pratica. In Italia, al momento sembra che il CONI stia per cambiare idea togliendo lo Yoga dalle discipline sotto il suo patrocinio, azione che getterebbe non poco scompiglio a livello organizzativo e fiscale per quasi tutte le scuole italiane (sebbene io stessa nutra delle perplessità sull’inserimento dello Yoga tra le discipline sportive, principalmente perché la sua caratteristica è proprio l’assenza – almeno come principio – di competizione nella pratica).

Anche all’estero la situazione si fa difficile. Si direbbe che, un po’ ovunque, le amministrazioni pubbliche abbiano “fiutato” nel dilagare dello Yoga aria di business, e più che interessarsi alla qualità dell’insegnamento, rivolgano la loro attenzione a come tassare quella che probabilmente ritengono una fonte di guadagni (ahimé assai scarsi, e chi lavora seriamente lo sa) finora passata inosservata. In realtà, e chi insegna lo sa bene, a guadagnare non sono quasi mai scuole ed insegnanti, che si limitano a restare a galla, ma i business paralleli allo yoga, che sfruttano la sua attuale popolarità in modo più o meno onesto. Ma questa sarebbe materia di un altro post: quello che mi ha colpito nell’articolo di James è invece l’aspetto filosofico che sottende la questione, ovvero se sia davvero possibile, in quale misura e da parte di chi, creare uno standard identificativo per chi insegna con serietà e passione. Lascio a voi le riflessioni del caso, e traduco qui di seguito il bellissimo lavoro di James.

Hatha Yoga Pradipika – immagini di Global Hindus

“La comunità Yogica britannica si è recentemente trovata a discutere in modo acceso la proposta governativa di creare degli standard occupazionali nazionali per l’insegnamento dello Yoga (National Occupational Standards, NOS). Molti insegnanti mettono in dubbio le capacità dell’organizzazione preposta all’identificazione di questi standard, la Skills Active (SA), che sta rivolgendo la sua attenzione proprio alle forme di Hatha Yoga.

‘Il NOS si limiterà a coprire l’insegnamento dei principi fondamentali dell’Hatha Yoga, e non intende controllare o classificare i singoli insegnanti, le loro pratiche e il loro credo. Il processo di sviluppo del NOS si concentrerà sull’insegnamento dell’hatha yoga, che non prevede pregiudizi, scopi o obiettivi religiosi, quindi promuoverà lo yoga in senso inclusivo, aperto ad ogni fede e non confinato ad una sola’ (C. Larissey, Standards & Qualifications, SA)

Da praticante di Hatha Yoga, questa dichiarazione mi porta a considerare:

  1. Quali sono, ed esistono, i “principi fondamentali dell’Hatha Yoga”?
  2. E’ corretto dire che l’hatha yoga non ha pregiudizi, scopi o obiettivi religiosi?

Cos’è l’Hatha Yoga?

Hatha Yoga è una definizione generica che denota una serie di tecniche fisiche ed energetiche che facilitano l’esperienza dello Yoga. ‘Hatha’ è un termine sanscrito che significa ‘forza’. Tradizionalmente, il termine “qualifica gli effetti delle sue tecniche, piuttosto che gli sforzi richiesti per eseguirle” (Birch, 2011). Per esempio, l’esperienza dell’energia ascendente della kundalini attraverso l’asse centrale del corpo potrebbe essere definita una di queste ‘forze’.

Una interpretazione alternativa, e più recente, fornita da Sri K. Pattabhi Jois, recita:

“Per comprendere il termine Hatha, dobbiamo sapere che ‘ha’ identifica Surya Nadi (il canale energetico solare), e ‘tha’ Chandra Nadi (il canale energetico lunare). Il processo di controllo del prana (respiro) che si muove attraverso queste due nadi è conosciuto come Hatha Yoga”.

Entrambe le interpretazioni puntano ad una metodologia di trasformazione fisica, in cui l’energia sottile è diretta all’obiettivo ultimo, ‘moksa’ – o la liberazione dello/a yogin durante la sua esistenza terrena.

Origini

“Ode a Sri Ganesha/l’Hatha-pradipika è ora composto/mi inchino a Sri Adinath – Shiva, che propagò la saggezza dell’Hatha Yoga, che è considerata la scala per raggiungere il più alto stato del Raja Yoga” (Hatha-pradipika 1.1)

L’Hatha Yoga si è sviluppato originariamente nel nono-decimo secolo ed è una sintesi di Tantra e Ascetismo, che consolida un vasto spettro di tecniche che si concentrano sul contenimento dell’energia sottile; trattenimento del seme e risveglio di una potente energia spirituale – ‘kundalini sakti’. I pionieri dell’hatha yoga erano asceti che vivevano ai margini della società indiana. Inizialmente, i loro insegnamenti venivano trasmessi oralmente, e a partire dall’undicesimo secolo vennero trascritti in sanscrito. L’Hatha Yoga crebbe quindi in popolarità attirando a sé seguaci Induisti, Buddisti, Jainisti, Musulmani e Sufi. Uno dei primi manuali illustrati di hatha è un testo persiano chiamato ‘Bahr al-hayat’ – Acqua di Vita (1602).

Sebbene l’interesse nell’hatha yoga incontri un declino tra il 18esimo e il 19esimo secolo, il 20esimo secolo mostra un rinascimento di questa disciplina, capeggiato da maestri come T. Krishnamacharya, Swami Kuvalayananda e Swami Sivananda, che combinano l’hatha con lo Yoga di Patanjali, i Neo-Vedanta e il Tantra.

Nel convergere con la modernità, i parametri e l’identità dell’hatha sono mutati, e molti dei suoi elementi più estremi ed esoterici si sono persi. L’automortificazione si è intersecata con la cultura fisica occidentale: il patriarcato con il femminismo e la rinuncia con il consumismo. La pratica che ne è emersa promuove l’hatha come un’attività che mira alla salute e al benessere a tutto tondo. In questa nuova veste l’hatha yoga è stato esportato con successo in occidente, dove vive una rinnovata popolarità.

L’Hatha moderno

Contemporaneamente, lo yoga transnazionale è spesso caratterizzato dall’enfatizzazione degli asana – posizioni, al punto che per molti la parola ‘hatha’ è diventato sinonimo di posture:

“Hatha si riferisce semplicemente alla pratica delle posizioni fisiche dello yoga, quindi Ashtanga, Vinyasa, Iyengar e Power Yoga sono tutti appartenenti all’Hatha Yoga” (YogaJournal.com – n.d.t.: e questa definizione superficiale arriva dalla testata di Yoga più famosa al mondo. Aiuto).

I ricercatori hanno coniato il termine ‘Yoga Posturale Moderno’ per distinguere questo approccio dal più vasto sistema dell’hatha yoga. Per alcuni insegnanti, ‘hatha’ può sembrare un’etichetta sempre più ridondante e legata a un sistema medievale che ha ben poco a che fare con la loro personale interpretazione dello yoga. Molti altri insegnanti continuano ad allineare il loro yoga con l’hatha, ed è uso comune trovare l’hatha yoga nell’orario di centri o palestre – termine che solitamente denota una lezione facile, che può contenere una varietà di pratiche.

L’Hatha Yoga è alla fine un concetto amorfo, generico, in cui il significato è costruito, formato e adattato attraverso le pratiche e le esperienze condivise da chi vi partecipa.

I principi fondamentali dell’Hatha Yoga?

Tra i testi principali e fondamentali dell’hatha yoga sono riconosciuti: ‘Hatha-pradipika (15esimo secolo), ‘Siva Samhita (16esimo) e ‘Gheranda Samhita’ (17esimo). Sono testi che descrivono in dettaglio molti dei gruppi chiave delle pratiche comuni a quasi tutte le tradizioni:

  • Yama & Niyama – restrizioni etiche e osservanze individuali (HP)
  • Asana – posture (HP, GS)
  • Sat-karma/Kriya – purificazioni (HP, GS)
  • Mudra & Bandha – continimento delle energie sottili (HP, GS, SS)
  • Pratyahara – ritiro sensoriale (GS)
  • Pranayama & Kumbhaka – regolazione/sospensione del respiro/forza vitale (HP, GS)
  • Dhyana – meditazione (HP, GS, SS)
  • Samadhi – chiara percezione (HP, GS, SS)

Sebbene queste componenti formino la base pratica dell’hatha yoga, la definizione ‘principi fondamentali’ è inadatta, poiché le pratiche non sono prescritte come pre-requisiti assoluti o soggetto di fede.

All’interno del più vasto contesto dello yoga, alcuni autori hanno posizionato l’hatha come ausiliario alla pratica del raja yoga (yoga regale) che viene variamente ascritto al Tantra o allo Yoga di Patanjali: “Non è possibile avere successo nel Raja Yoga senza Hatha, e viceversa” (Hathatatvakaumudi 2.28)

Spiritualità rappresentata

A differenza di tradizioni yogiche antecedenti, in cui il corpo è respinto come un ostacolo alla liberazione, gli hatha yogin utilizzano il corpo come strumento per la liberazione, e in virtù del loro ‘sadhana’ (pratica), trasformano il ‘ghata’, il vascello corporeo, da mondano a divino.

“L’Hatha Yoga non cerca la mera esperienza trascendentale. Il suo obiettivo è trasformare il corpo umano rendendolo un veicolo utile alla realizzazione individuale”. (Fuerstein 1990)

La concezione del corpo è metafisica: è percepito come una sottile matrice di canali e vortici energetici, attraverso i quali l’energia spirituale e il potenziale super-umano posso essere percepiti e resi manifesti.

“Il corpo non è, per l’hatha yogin, mera massa di materia vivente, ma ponte mistico tra esistenza fisica e spirituale” (Aurobindo, 1970)

Pregiudizio religioso

  1. “Religione: una serie di credo relativi alla causa, alla natura e allo scopo dell’universo, specialmente quando lo si considera la creazione di uno o più agenti super umani, solitamente comprensiva di osservanze e rituali votivi, e spesso contenente un codice morale che governa la condotta delle vicende umane.
  2. Una specifica serie di credo e pratiche generalmente concordate da un numero di persone o da sette: la religione cristiana, la religione buddista.
  3. Un corpo di individui che aderiscono ad una particolare serie di credo e pratiche.” (dictionary.com)

Se ci basiamo sulle definizioni sopra elencate, l’hatha yoga corrisponde a molti dei criteri di una religione:

1.  Una serie di divinità e agenti sovrannaturali vengono citati in seno alla sua letteratura. Queste entità sono generalmente associate all’Induismo, o al suo vernacolo precedente, ‘Sanatana-Dharma’.

“Una volta avvicinai Brahma, che sedeva su un fiore di loto, dotato di quattro volti, eterno e non deperibile, creatore del mondo e di tutti i suoi oggetti animati e inanimati, noto come ‘parameshti’. Esprimendogli la mia devozione e prostrandomi dinanzi a lui con riverenza, gli chiesi della materia (lo Yoga) di cui voi mi chiedete ora” (Yoga Yajnavalkya 1.17-18).

Sebbene il panteon delle divinità frequenti i testi dell’hatha, e le pratiche votive facciano parte del sadhana di alcuni yogin, le tecniche non sono settarie. Il credo in dottrine teologiche o nell’eziologia è opzionale, così che il successo nell’hatha yoga non dipende dalla fede o dalla provvidenza divina. Un ‘codice morale che regola le vicende umane’ è presente nel corpo dei dieci Yama e dieci Niyama, restrizioni etiche e osservanze individuali (in modo simile, l’Ashtanga Yoga di Patanjali contiene 5 yama e 5 niyama).

“Per essere degni di insegnare, gli studenti devono prima rispettare i requisiti morali noti come Yama e Niyama, pre-requisiti morali allo studio dello Yoga” (Theos Bernard, 1950).

2. I praticanti partecipano ad una varietà di pratiche, condividendo e affermando il credo fondamentale che tali pratiche abbiano il potenziale di facilitare la crescita individuale. La struttura di una tipica lezione moderna di yoga è altamente ritualizzata e i temi della trasformazione e della trascendenza restano centrali. Robert Orsi ha classificato queste tipologie di esperienze e narrative condivise come “religione vissuta”.

3. La comunità globale dei praticanti di hatha è un esempio di “gruppo di persone che aderiscono ad una particolare serie di credo e di pratiche”.

Sebbene il pregiudizio religioso possa essere dimostrato con certezza, l’hatha yoga è sempre stato inclusivo – attirando e accogliendo praticanti provenienti da una moltitudine di fedi e comunità:

“Che sia un bramino, un asceta, un buddista, un jainista, un portatore di teschi o un materialista, il saggio che si impegna con fede e devozione costante alla pratica dell’hatha yoga sarà premiato con il successo” (Dattatreyyogasastra – il testo più antico sull’insegnamento dell’hatha yoga).

Scopi e obiettivi

Storicamente l’hatha yoga ha un definito proposito, che è condiviso in tutte le tradizioni: ‘Moksa’, la liberazione dall’inerente ‘Duhkham’, difficoltà del ‘Samsara’, l’esistenza terrena.

“Non c’è altra via se non lo yoga, che porta alla liberazione dell’essere umano” (Hathatatvakaumudi, 1.18)

Gli scopi associati dell’hatha yoga (passato e presente), includono: la trascendenza, l’immortalità, un corpo adamantino, il benessere, la buona salute, il contenimento del seme, i poteri soprannaturali, la pace mentale, la meditazione, la regolazione del respiro, la realizzazione individuale, l’illuminazione e la terapia. Tutte queste aspirazioni condividono la fondamentale premessa che l’hatha yoga sia un mezzo per la crescita individuale.

Conclusione

L’Hatha Yoga è un cammino di trasformazione fisica e liberazione spirituale. Sebbene il termine ‘principi fondamentali’ sia inappropriato, esistono serie distinte di tecniche comuni a molte tradizioni. Comunque, nessuna di queste parti è obbligatoria, ed è presente una considerevole libertà di adattamento e innovazione.

L’Hatha Yoga si è evoluto attraverso le lenti filosofiche e la visione del mondo del Sanatana Dharma, e, in ciò, è dimostrabile un pregiudizio. Ha inoltre definiti scopi e obiettivi. I temi della trasformazione personale, della trascendenza, della meditazione e della liberazione sono durevoli e persistenti. Un buon numero di praticanti sceglie di seguire l’hatha yoga insieme ad altre forme di yoga, spiritualità e indagine personale.

Tuttavia, per alcuni praticanti contemporanei, l’hatha yoga non è un’attività religiosa né spirituale. Un’interpretazione popolare dello Yoga è concepirlo come una serie di esercizi respiratori e di allungamento per il raggiungimento della forma fisica e della salute. Alcuni rigettano interamente il termine Hatha e la sua associazione con un sistema arcaico che ha ben poco in comune con la loro pratica.

Quindi: mentre per alcuni l’hatha yoga è una pratica religiosa, o un’aggiunta ad altre forme di religione e spiritualità, per altri non lo è. Entrambe le prospettive sono valide e importanti. La libertà ideologica si è alimentata in tutta la storia dell’hatha yoga e ritengo sia cruciale continuare ad onorare e rispettare la nostra diversità collettiva.

Nella dichiarazione rilasciata originariamente da Skills Active si dice che il NOS “non intende controllare o classificare i singoli insegnanti, le loro pratiche e il loro credo”. Tuttavia la stessa dichiarazione descrive l’hatha yoga come privo di “pregiudizio, scopo o obiettivo religioso”. Sembra esserci una contraddizione dovuta ad una scarsa comprensione della pratica stessa.

La mia preoccupazione è che se lo standard proposto si concentrasse principalmente sulla pedagogia posturale, sarebbe riduttivo e fallirebbe nell’assimilare l’immenso scopo dell’hatha yoga. Non possiamo ignorare significato, cultura, costumi e testi che appartengono a una tradizione che ha migliaia di anni. Allo stesso modo, non possiamo ignorare i mille diversi modi in cui le persone oggi scelgono di costruire significato e identità nel partecipare alle metodologie di questa tradizione. L’Hatha Yoga è un fenomeno transnazionale che affonda le sue radici nelle tradizioni spirituali dell’Asia meridionale. Come tale, ritengo che dovrebbe essere considerato in seno ad un contesto globale e dalla prospettiva dei suoi partecipanti, insegnanti, ricercatori e degli yogin indigeni.

Mi oppongo al tentativo che una minoranza che si è autoeletta imponga la sua interpretazione dello yoga su una vastissima comunità. Uno standard per l’hatha yoga che manchi di considerare l’intera vastità delle sue pratiche e la diversità dei suoi praticanti, finirebbe per legittimare la secolarizzazione, la diminuzione e la trivializzazione di una tradizione vibrante e viva.

“Non esiste uno standard per l’insegnamento dell’hatha yoga, perché non esiste uno standard per la pratica dell’hatha yoga”.

– James Dylan Russell

James Dylan Russell

Traduzione e commenti, Francesca d’Errico