C’è ancora Yoga in Occidente?

Simon Borg-Olivier

Yoga e Occidente: due mondi senza possibilità di incontro, o due universi che possono intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente?

Quasi ovunque sul web troviamo video e post in cui l’atteggiamento degli Yogi occidentali viene criticato, quasi avessimo violato, con la nostra mente “materialista”, la natura di questa disciplina, trasformandola in un business senz’anima. Ma è proprio così? E soprattutto, non è forse vero che in India più che mai i maestri, da sempre, si fanno pagare per i loro insegnamenti? Forse il nostro background cristiano tende a voler associare i guru ai santi, che rinunciavano ai beni terreni quasi fossero motivo di vergogna per chi voleva perseguire un cammino spirituale. In India non è esattamente così, e ben lo rappresenta il Buddha, che ad estremo ascetismo o eccessivo materialismo scelse ed insegnò “la via di mezzo”.

Credo però che al di là di considerazioni meramente legate a considerazioni materiali, lo “snaturamento” dello Yoga in occidente sia da ascriversi ad altre ragioni. Cercando risposte interessanti a questa domanda mi sono imbattuta nel post di Simon Borg-Olivier, uno tra i più noti insegnanti di Yoga contemporanei, e desidero condividere con voi il suo pensiero, che traduco oggi sul mio blog.

“Oggi mi hanno chiesto: ‘Lo Yoga ha perso la sua Anima in Occidente?’. Questa è la mia risposta…

Ritengo che la maggior parte degli insegnanti di yoga “moderni” abbiano buone intenzioni, e in parte ciò che insegnano può dare dei benefici, nel breve termine. Tuttavia non penso che ciò che oggi viene trasmesso con il nome di “Yoga” sia yoga autentico, ma per lo più una forma di esercizio fisico simile all’aerobica popolare negli anni ’80.

Yoga significa unione, e a livello globale ciò implica il riconoscere che le coscienze individuali siano collegate tra loro, in modo amorevole, proprio come una madre dedica amorevoli cure ad un neonato, con spirito di servizio, ricambiata a sua volta dall’amore del bimbo, che a lei si rivolge per sentirsi sicuro e amato. Se questa connessione fosse attiva tra tutti gli esseri viventi, oggi, potremmo dire che tutto il mondo vive in uno stato di Yoga. Ma prima che ciò avvenga, dobbiamo cercare di arrivarci a livello personale.

Ogni cellula è dotata di coscienza, e ritengo che la perfetta salute e lo stato di Yoga all’interno di un corpo umano composto da circa 50 trilioni di cellule possa manifestarsi quando ogni singola cellula tratta l’altra con spirito materno, e si sente a sua volta trattata come un neonato tra le braccia della madre. In altre parole possiamo dire che la perfetta salute e lo stato di Yoga sono presenti nel corpo quando al suo interno l’energia e l’informazione circolano liberamente. In termini scientifici questo avviene quando il sangue circola agevolmente nel corpo, senza che il cuore sia sottoposto a stress eccessivo, e quando il sistema nervoso parasimpatico (preposto al rilassamento e ai processi anti-invecchiamento) predomina sul sistema nervoso simpatico (preposto alla reazione primitiva “attacco o fuga”).

Tuttavia, nello Yoga contemporaneo come in molti altri tipi di attività fisica, quando il corpo avverte un aumento del battito cardiaco, un aumento della ventilazione respiratoria al minuto, un aumento della tensione o dell’allungamento muscolare, entriamo automaticamente sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. La risposta inconscia del corpo a questo tipo di attività è pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, che dobbiamo cambiare registro e che non stiamo per niente bene. Il corpo tende quindi a ridurre, se non addirittura chiudere, le funzioni del sistema digestivo, del sistema immunitario e degli organi di riproduzione.  La capacità di assorbire i nutrienti e di eliminare le scorie viene ridotta drasticamente, così come la capacità di riprendersi da un infortunio o da una malattia. E le cellule non possono riprodursi o crescere, poiché anche le funzioni ormonali sono ridotte quando il nostro sistema riproduttivo si blocca.  In una simile situazione il sistema simpatico aumenta la sua attività, stimolato dall’iper-estensione o dall’iper-contrazione muscolare. Con il respiro affannoso e il battito cardiaco elevato, le emozioni dominanti, a livello inconscio, sono paura, rabbia, aggressività, competitività e assenza di sicurezza. Niente di tutto questo mi ricorda, neanche lontanamente, lo Yoga descritto negli Yama e Niyama degli Yoga Sutra di Patanjali.  

Penso che se stiamo praticando uno yoga autentico, dovremmo provare sensazioni di amore, felicità e sicurezza durante tutta la pratica, e non solo durante il rilassamento. Credo che la pratica debba migliorare e non ridurre le funzioni digestive, la risposta immunitaria e la funzionalità ormonale; e che è questo a creare la possibilità di ottenere salute, felicità e longevità.  La nostra pratica Yoga dovrebbe favorire l’aumento della circolazione sanguigna senza il bisogno di accelerare il battito cardiaco, come avviene quando uno yogi riesce a meditare, nudo, nella neve senza sentire freddo. Ottenere questo stato di Yoga è possibile, ed è il modo in cui una persona sana sceglie di approcciare l’autentica pratica dello Yoga. Esistono infatti 11 diversi modi per aumentare la circolazione sanguigna senza alterare il battito cardiaco. Ma per arrivarci, non è possibile imparare e diventare insegnanti di yoga in un mese. E soprattutto nessuno può apprendere lo yoga autentico da un insegnante che ha al suo attivo un corso per insegnanti di un mese, o una pratica di pochi anni. Mi sembra che il problema maggiore nello yoga moderno sia proprio questo, che viene diffuso e insegnato da persone che non conoscono l’essenza dello yoga autentico e a cui manca la preparazione tradizionale e il background scientifico richiesti per trasformare gli insegnamenti più antichi in uno strumento adatto al corpo moderno, che è così radicalmente influenzato da uno stile di vita sedentario in un ambiente estremamente stressante. 

Molte tra le persone che frequentano oggi i corsi di yoga hanno problemi muscolo-scheletrici, situazioni fisiche diagnosticate o no, o addirittura problemi psichici importanti. Gli insegnanti di yoga moderni spesso non si rendono neanche conto di questi problemi. Altri insegnanti, spesso dotati di qualifiche minime, addirittura proclamano di poter curare questi disturbi come farebbe un fisioterapista, un medico o uno psicologo. Mi piacerebbe venisse applicata una formazione più severa per chi insegna Yoga, simile a quella attiva per medici, fisioterapisti e psicologi. A molti la mia visione potrà sembrare estrema; ma se aveste un serio problema di salute, fisico, fisiologico o psicologico, come vi sentireste se foste in cura da un medico che ha studiato solo un mese? Ve la sentireste di affidargli la vostra salute?” 

Francesca d’Errico

Simon Borg-Olivier è uno degli insegnanti di Yoga più noti e preparati al mondo. I suoi corsi, estremamente dettagliati grazie alla sua formazione medica, sono disponibili anche online, sul suo sito Yoga Sinergy.

Il mio libro “Tracce di Yoga” è disponibile in tutte le librerie, su Amazon e sul sito dell’Editore Tracce per la Meta. Per chi fosse interessato a conoscere la mia visione dello Yoga, ne parlo a Tempo di Libri 2018 a questo link.

Jivamukti Yoga FOTM: Matsyendranath, Il Pesce

una rappresentazione di Matsyendranath

Il Focus del Mese di Jivamukti Yoga riprende un concetto che a me piace moltissimo, ovvero l’analisi mitologica e spirituale degli Asana. Il simbolismo legato alle singole posture ci consente di andare oltre la loro espressione fisica, arricchendo la nostra pratica di un significato più profondo. Cosa significa “persona”, per noi? Sharon Gannon ci invita alla riflessione e come sempre, a portare lo yoga oltre il tappetino.

Traduco oggi per voi il Focus del Mese di Marzo, scritto proprio dalla co-fondatrice del metodo, Sharon Gannon. E vi invito a visualizzare, durante la vostra pratica, Matsyendranath, per ricordare che l’origine di Tutto è Uno. Buona lettura!
 
hānan eṣāṁ kleśavad uktam
 
L’ostacolo principale alla pratica dello Yoga è il nostro pregiudizio, basato sulle nostre preferenze.
PYS IV. 28
“Un giorno, tanto tempo fa, il forte, saggio, onnipotente Dio della Trasformazione, Shiva, raccontò alla sua compagna, la Dea Parvati, la sua più recente scoperta: lo Yoga. Le parlò a lungo, senza accorgersi che Parvati si stava annoiando. Dopo tutto, era stata proprio lei a creare l’intero sistema dello yoga, e certo non aveva bisogno di essere indottrinata. Mentre Shiva si dilungava, Parvati allungò la mano verso l’acqua e cominciò ad accarezzarla, creando piccoli vortici che si trasformarono in onde. Un pesce si accorse che sulla riva stava accadendo qualcosa di interessante e si staccò dal branco per andare a dare un’occhiata. Quel pesce, di nome Matsya, cominciò rapito ad ascoltare gli insegnamenti di Shiva. Quando Matsya gli chiese di ripetere tutto dall’inizio, Shiva accettò di slancio, senza mostrare alcuna sorpresa per il fatto che Matsya fosse un pesce. Shiva dedica infatti ad ogni anima lo stesso rispetto. Determina il valore di un essere vivente considerando il suo sincero desiderio di conoscere la verità, e non in base ad età, fede, genere o specie di appartenenza.
Shiva diede un nuovo nome a Matsya, Matsyendranath o “Signore dei Pesci” (Matsya significa infatti pesce in sanscrito, mentre indra significa signore). Gli disse di andare ad insegnare agli altri il metodo dell’Hatha Yoga. Funziona proprio così anche oggi: il maestro insegna allo studente, e il ruolo dello studente è diventare a sua volta maestro. Matsya fu dunque il primo studente a diventare maestro, e a trasmettere ad altri i suoi insegnamenti. Lo yoga è trasmesso da un maestro ad uno studente in una linea ininterrotta che vive fino ai giorni nostri. Chiunque oggi si consideri un maestro di Hatha Yoga, discende da quel pesce, Matsya.
Nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, l’autore, Swatmarama, riconosce la sua discendenza da Adinath (Shiva) a Matsyendranath. Tuttavia oggi sono in molti a dubitare che il primo studente di yoga fosse un pesce. Come è possibile? Un pesce non può certo eseguire eka pada shirshasana e tanto meno padmasana! L’assunzione automatica dei più è che Matsya fosse un uomo. Forse aveva occhi, scaglie o altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un pesce. In India, Matsyendranath è spesso raffigurato come un uomo forte, con folti capelli e lunga barba, e con due gambe al posto della pinna.
Perché riteniamo inconcepibile che un pesce possa aver ricevuto direttamente da Dio degli insegnamenti, diventando quindi un guru? Semplicemente a causa dei nostri radicati pregiudizi. Gli esseri umani ritengono arrogantemente di essere l’unica specie del pianeta dotata di consapevolezza, intelligenza, linguaggio e anima. Pensiamo che sia sempre stato cos’, mentre in realtà tutti gli esseri viventi possiedono queste caratteristiche. Gli scienziati oggi concordano nel dire che la vita sul nostro pianeta era presente ben prima del nostro arrivo. C’è stata un’epoca in cui gli esseri acquatici erano ben più numerosi di qualsiasi altra forma di vita terrena. I Veda parlano delle dieci incarnazioni di Vishnu, e la prima è proprio quella di un pesce.
Tempo fa ascoltai qualcuno raccontare la storia di Matsyendranath e cercare di collegarla

Matsyendrasana

alla vicenda biblica di Jonah e della balena, nel tentativo di razionalizzare la presenza di questo “pesce”.  “Jonah,” diceva l’insegnante, “era un uomo che fu inghiottito da una balena. Era un saggio che viveva all’interno di una balena. Matsyendranath era come Jonah – un uomo nel corpo di un pesce. Quando trovate il nome di Matsyendranath nelle prime pagine dell’Hatha Yoga Pradipika, non dovete pensare che si parli di un vero pesce”. L’insegnante era irremovibile nella sua convinzione. Quando sentii la sua veemenza, mi chiesi: non è forse vero che all’interno di ogni pesce si trova, in realtà, una persona? Non sono forse persone tutti gli esseri viventi? Se definiamo persona un essere dotato di anima – un essere che può sentire, pensare, che ama la sua vita, che si prende cura dei suoi piccoli, dei suoi genitori – allora dobbiamo dire che certamente anche un pesce è una persona.
I Veda ci insegnano che tutto è Brahman—nell’universo non esiste nulla che non sia Dio. Dio risiede in ogni essere vivente nascosto dalla sua forma esteriore. La natura essenziale di tutte le anime è divina. La forma esteriore di qualsiasi essere o cosa non è l’identità eterna. Penso che un insegnante che non voglia farci credere che Matsyendranath fosse un vero pesce, non sia preparato a sposare questo concetto (n.d.t: Jivamukti Yoga non vuole “umanizzare” gli animali ma, al contrario, riconoscerne la loro dignità in quanto tali, in quanto esseri viventi dotati di coscienza). Il pregiudizio basato sulla specie di appartenenza può impedirci di comprendere questa idea. Spero che presto verrà il giorno in cui non considereremo gli animali inferiori a noi, e che, in qualità di insegnanti, non ci vergogneremo di insegnare il fatto che i grandi Maestri, a volte, possono apparire in forma diversa da quella umana.”
~ Sharon Gannon
Spunti per l’insegnamento:
  • Descrivete in che modo matsyendrasana ed altre torsioni purifichino manipura chakra liberandoci di avidya. Possiamo comprendere l’interconnesione tra tutti gli esseri viventi, quale che sia la loro specie di appartenenza.
  • Insegnate asana presenti nell’Hatha Yoga Pradipika.
  • Spiegate come una dieta ed uno stile di vita vegani possano essere di aiuto nella purificazione del corpo e della mente, rendendo più leggera la pratica Yoga.
  • Spiegate come l’obiettivo dello Yoga sia eliminare il nostro attaccamento alle preferenze soggettive. Ad esempio, durante la pratica fisica:
    • Nelle inversioni, saltate sempre utilizzando lo stesso piede?
    • Preferite praticare in un particolare punto della stanza, in un particolare momento della giornata? Provate a modificare luogo e orario della vostra pratica.
    • Preferite alcuni asana ad altri? Preferite dedicarvi all’apertura delle anche o agli inarcamenti? Interrogatevi sulle vostre preferenze e provate a lasciarle andare.

Traduzione di Francesca d’Errico

Dimenticare l’ego per insegnare Yoga

Traduco oggi il post di Amruta Kulkarni, apparso in rete qualche anno fa e riproposto sul gruppo facebook Ashtanga Yoga Discussion Group. La scena internazionale ha subito prima di noi l’avvento della “moda” dell’insegnamento dello Yoga, e mi è sembrato in questo articolo di leggere riferimenti che possono essere rilevanti sulla scena italiana di oggi. E’ comunque un punto di vista molto utile per chi insegna, perché molto spesso l’insegnante stesso non si accorge di quando le cose gli sfuggono di mano. Nelle riflessioni di Amruta forse c’è il pensiero di molti di noi: almeno questo mi sembra di avvertire nelle conversazioni, più o meno pubbliche, di molti praticanti, di qualsiasi stile. E quindi, la domanda che sorge è: quali effetti può avere l’ego dell’insegnante sui suoi allievi? La risposta è, almeno in parte, in questo articolo. Ma per arrivare ad una risposta completa, è necessario interrogarsi molto, sia sulle motivazioni che ci spingono a praticare, che su quelle che ci spingono ad insegnare o ad affrontare un teacher training. Una nota personale: gli insegnanti di Yoga autentici, che davvero hanno interiorizzato questa filosofia, esistono! Basta cercarli con attenzione.

Gli studenti che praticano con un insegnante egocentrico sono molto più esposti al rischio di infortuni. Un insegnante con un forte ego manca di riconoscere l’intero significato della teoria, della filosofia e della pratica dello Yoga. Le pratiche Yoga si basano sul risveglio della consapevolezza divina di ognuno di noi. Quando la divinità interiore viene risvegliata e rispettata, questo senso di rispetto si irradia dal centro del nostro essere a qualsiasi nostra azione e nostro pensiero. Un insegnante egocentrico, che non rispetta le capacità e le difficoltà fisiche, mentali, emotive e spirituali di uno studente, manca di rispetto al praticante ad un livello molto profondo, mettendolo a rischio di infortuni durante le lezioni. Una delle prime funzioni dell’insegnante di Yoga è quella di rappresentare ahimsa, ovvero la non violenza, verso se stesso e verso i propri studenti. Se l’insegnante egocentrico ignora continuamente le necessità e i limiti dei suoi studenti, finisce per imporre sui praticanti un comportamento violento. Si tratta di una forma di violenza sottile, che può penetrare il corpo e la mente di uno studente, incoraggiandolo ad ignorare i segnali di dolore muscolare. Un autentico insegnante di Yoga ricorda continuamente ai suoi studenti di verificare interiormente ogni asana, seguendo innanzi tutto la propria guida interiore. Questo senso di rispetto insegnerà al praticante l’ascolto del proprio corpo e della propria mente, minimizzando il rischio di infortuni sia sul tappetino che nella vita di tutti i giorni. Studiare con un insegnante egocentrico può provocare danni permanenti ai praticanti. Alcuni insegnanti, particolarmente abili nell’effettuare asana molto avanzate, a volte fanno solo questo, ovvero “dimostrano” queste prodezze in pubblico per soddisfare il proprio ego. Un insegnante egocentrico spesso spinge i propri studenti ben oltre le proprie capacità semplicemente per soddisfazione personale. E questo, ancora una volta, rischia di mettere lo studente a rischio di danni fisici ed emotivi. Inoltre, lo studente si sentirà in ansia sia perché poco seguito, sia perché spinto troppo oltre i propri limiti. Questi rischi sono presenti in ogni stile: nel Kundalini Yoga, ad esempio, alcune pratiche di pranayama possono essere troppo avanzate per gli studenti che non sono ancora preparati a gestirle, con effetti ormonali che possono influenzare il nostro umore (causando agitazione, ansia, o depressione).  Quando scegliamo un insegnante di Yoga, assicuriamoci che rappresenti ahimsa: non violenza, compassione, e rispetto in ogni aspetto dei suoi insegnamenti.
di Amruta Kulkarni© Copyright 2011 – Aura Wellness Center – Publications Division

Insegnare Yoga o… essere sempre studenti

Insegnare Yoga significa… essere sempre studenti

“E tu, che lavoro fai?”
“Insegno Yoga.”
“Anche io voglio insegnare Yoga! Quanto tempo ci vuole per diventare insegnanti?”
Devo dire che ultimamente mi sento rivolgere questa domanda sempre più spesso.
La popolarità che lo Yoga sta ottenendo sui social networks tende a connotare l’insegnante di Yoga come una persona che vive liberamente, allegramente, senza problemi.
Personalmente, ogni giorno mi faccio domande sulla qualità di ciò che insegno e sui benefici che ogni mia parola in classe può apportare (o meno) a chi pratica con me. Mi ricordo quando, nel 1996, misi per la prima volta piede su un tappetino. Chi mi segue da un po’ conosce già i dettagli: vivevo a Londra, capitai a un seminario di Hamish Hendry per caso… e il resto è storia. Ero stata prima ginnasta, poi ballerina, infine mi ero diplomata come Personal Trainer con l’American Fitness Association. Insomma venivo da un mondo dove, dopo qualche anno di pratica, si studiava, si prendeva un diploma, et voilà! Insegnante certificata. Dopo pochi mesi di pratica, in cui mi ero come sempre buttata a capofitto, volevo assolutamente diventare insegnante. Ma non insegnante a caso: volevo la certificazione da Guruji in persona! Quindi, con l’ingenuità del neofita, mi documentai e scrissi una mail a Sharath. Rivolgendogli praticamente la domanda di cui sopra. Ripensandoci oggi mi viene da ridere e posso solo immaginare la faccia di Sharath quando ricevette quella mail. Fu anche così gentile da rispondermi cortesemente, dicendomi che non funzionava proprio così: ma che se volevo, potevo andare a Mysore a praticare e che mi sarei dovuta fermare almeno un mese. Ma come? Io ero flessibile, io ero portata, io volevo il diploma! Fu l’inizio del mio viaggio nello Yoga. Come molti, assolutamente innamorata del terzo ramo, le asana. Fortunatamente, lo Yoga ha un modo tutto suo di manifestarsi in chi sceglie di praticare, anche se lo fa per il più banale dei motivi. Decisi di smettere qualsiasi attività sportiva per praticare tutti i giorni, sei giorni alla settimana, e vedere cosa succedeva al mio corpo e alla mia mente. Ashtanga, Iyengar, Vinyasa, Jivamukti – ogni giorno una lezione, un insegnante, per molto tempo la mia domanda era sempre la stessa: “come faccio a diventare insegnante?”. E come risposta ottenevo sorrisi lacunosi e la frase: “continua a praticare”. Dopo un paio d’anni, la pratica cominciò a rivelarmi i miei limiti – mentali, oltre che fisici. Lo Yoga non era solo asana. Era una filosofia di vita. Lo Yoga non era fitness: in particolare, le asana erano un modo per purificare il corpo e consentirci di entrare in contatto con la parte più spirituale di noi stessi. Ogni giorno la mia pratica era diversa. Se, quando andavo a correre o in palestra, potevo imporre alla mia mente di far lavorare il corpo come volevo io, sul tappetino era tutto diverso. Alcune asana erano semplicemente impossibili attraverso lo sforzo: e quando improvvisamente cedevo, arrivavano da sole. Il corpo era al comando: la mente imparava a stare zitta, a mettersi al servizio. Quando arrivai al mio primo teacher training, la voglia di insegnare era praticamente sparita. Volevo solo imparare, capire cosa c’era “dietro”, da dove nasceva questa pratica così magica da farmi dimenticare chi fossi, quali problemi animavano la mia giornata, almeno per un’ora al giorno. Come ho scritto già altre volte, terminai il mio primo teacher training con un grande senso di umiltà. Sapevo molto poco, e un anno “sui banchi” mi aveva solo rivelato l’immensità della materia e i miei limiti personali. Come avrei potuto insegnare qualcosa che avrebbe richiesto una vita per essere appreso? Continuai a praticare, frequentare corsi, incontrare maestri – e anche a procurarmi qualche infortunio, e a curarne gli effetti sul tappetino, da sola o con autentici Maestri – sì, con la M maiuscola: ci sono, e sono pochi. Dopo un anno, cominciai a lavorare come assistente presso un piccolo centro yoga a Ealing, a West London. Me lo chiese una delle mie insegnanti di allora: mi disse “secondo me sei portata all’insegnamento, puoi fare qualcosa di utile per gli altri”. Decisi allora di frequentare un secondo teacher training, cercando di approfondire gli aspetti che ritenevo più importanti e in cui sentivo di avere delle lacune, continuando il mio tirocino. E cominciai ad insegnare. Scoprii che era tutta un’altra storia rispetto all’insegnamento delle discipline sportive. In primo luogo, dimostrare le asana a freddo, parlando e senza poter respirare correttamente mi esponeva al rischio di infortuni. Non era come insegnare danza: non potevo semplicemente dimostrare la coreografia e contare sugli specchi. Dovevo guidare corpi molto diversi tra loro verso uno stato meditativo, verso un’asana che fosse adatta al loro stato fisico e mentale, attraverso la parola, cercando di eliminare qualsiasi sensazione di competitività, così radicata nell’essere occidentale. Dovevo dimenticare qualsiasi problema personale prima di entrare in sala, per accogliere l’altro, chiunque fosse, con la massima attenzione. Non potevo, come mi era capitato di fare quando ero ballerina, trasformare un momento di rabbia in una coreografia particolarmente rock. Dovevo attenermi a linee guida che prevedevano, innanzi tutto, di dimenticare il proprio ego. Sono passati vent’anni dalla mia prima pratica e 11 dalla mia prima lezione come insegnante. Ancora oggi prima di cominciare la mia lezione ho bisogno di meditare qualche minuto, fare qualche esercizio di respirazione, lasciare il mio ego fuori dalla porta – e ancora oggi non sempre ci riesco. Continuo a studiare. Continuo a praticare tutti i giorni. Cerco di frequentare corsi, workshop e seminari e vado a lezione da chi ha esperienza, da chi penso sappia qualcosa che io non so. Cerco di insegnare quello che meglio conosco, di trasmettere ciò che ho imparato nel rispetto dei maestri che lo hanno insegnato a me. Penso che chi insegna debba continuare ad essere studente, mantenendo soprattutto un atteggiamento di umiltà, e che debba approcciare questa strada con un genuino desiderio di fare qualcosa di utile a chiunque chieda una lezione. Cosa risponderei oggi alla ragazza che, vent’anni fa, chiedeva “quanto ci vuole per diventare insegnanti?”. Semplicemente: “Tutta la vita”.

Predicare e praticare

Non è facile, per chi insegna, riuscire a mantenere una pratica quotidiana. Sebbene sia importante insegnare senza dimostrare, è inevitabile, soprattutto con il neofita, dimostrare quasi tutti gli asana, e sappiamo quanto dimostrare e parlare insieme renda impossibile una corretta respirazione: insomma, insegnare non è tutto rose e fiori! Eppure, praticare ogni giorno è lo strumento più importante che ogni insegnante ha a disposizione per essere realmente utile ai propri studenti e – anche e soprattutto – recuperare le energie disperse durante le lezioni.

Ogni giorno il nostro corpo cambia. Le nostre energie subiscono continue variazioni: non solo sono influenzate dal tempo che passa, ma anche dalle nostre relazioni interpersonali, da ciò che mangiamo, dalle stagioni, dalle ore del giorno; e naturalmente, dalle fluttuazioni della nostra mente.

Negli anni, la pratica individuale quotidiana è forse ciò che mi ha dato i mezzi più efficaci per interagire con gli studenti e capire le loro necessità, suggerendo sequenze adatte al momento che stanno vivendo. Siamo tutti passati, credo, attraverso mille fasi: dall’entusiasmo esagerato di chi inizia, agli inevitabili stop dovuti a strappi, incidenti, momenti particolarmente difficili sul lavoro o in famiglia. Eppure, nonostante queste difficoltà, salire sul tappetino tutti i giorni – indipendentemente dalla qualità o dalla durata della nostra pratica – è lo strumento giusto per comprendere il momento che stiamo passando e leggerlo attraverso il corpo. Lo yoga è una pratica spirituale che interpreta il corpo come “mezzo di trasporto” della nostra coscienza in questa dimensione: è inevitabile quindi in quest’ottica che ogni esperienza intellettuale o spirituale abbia risonanza sul nostro piano fisico.

Come possiamo intervenire sul corpo altrui se non sappiamo quali profondi cambiamenti opera la pratica su noi stessi? Un trauma alla schiena ci porta ad investigare profondamente gli aspetti anatomici delle asana. Momenti di grande nervosismo professionale ci spingono a cercare una soluzione nella pratica della meditazione, o nelle tecniche di rilassamento profondo. Ogni singolo istante della nostra vita e della nostra pratica ci offrono spunti per affrontare il quotidiano e aiutare chi si rivolge a noi come insegnanti.  Praticare inoltre ci costringe a scendere a patti con il nostro ego: a riconoscere i nostri limiti, e anche a fare un passo indietro quando non è il momento giusto per osare. Perché sappiamo che, se non siamo davvero pronti a volare, cadere è inevitabile. Lo abbiamo sperimentato su noi stessi. Solo così possiamo dare qualcosa a chi entra nella nostra Yoga Shala, e possiamo riconoscere sul suo volto gli stessi interrogativi che abbiamo noi, giorno dopo giorno, sul nostro tappetino. Practice what you preach: no less, and no more!