L’Haṭhābhyāsapaddhati di Kapālakuruṇṭaka

Ricostruzione della sequenza di Āsana
Riflessioni di Philippa Asher

Traduzione di Francesca d’Errico

NdT: In questi ultimi giorni avete trovato sul mio blog alcune traduzioni tratte da The Luminescent, il sito di Jacqueline Hargreaves dedicato all’Hatha Yoga Project della Oxford University. La descrizione degli asana e le istruzioni sulla loro esecuzione vi saranno senz’altro sembrate molto diverse da quelle che incontriamo in una classe di Yoga contemporanea. Anche se alcuni tra noi praticano Ashtanga, una tradizione considerata abbastanza solida, il sadhana del 18esimo secolo sicuramente mostracaratteristiche ben diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati. Ma cosa si prova a ricostruire praticamente una delle sequenze tratte da questi testi così antichi? Ci ha mai provato qualcuno? Ebbene la risposta è sì. Lo ha fatto Philippa Asher, insegnante di Ashtanga Yoga certificata da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois, una delle praticanti più avanzate nella pratica di questo metodo, che ha lavorato insieme a Jason Birch e Jaqueline Hargreaves alla ricostruzione di una sequenza di asana tratta da quello che molti pensano possa essere il famoso Yoga Kurunta, il testo segreto studiato da Krishnamacharya e da lui trasmesso al suo discepolo Pattabhi Jois. Il risultato è in un film, ma anche in questo articolo scritto da Philippa, che traduco per voi. Vi lascio in compagnia di Philippa e della sua incredibile esperienza.

L’immagine a lato raffigura tāṇḍavāsana (la posizione della danza di Śiva) ed è tratta dal film ‘Haṭhābhyāsapaddhati: A Precursor of Modern Yoga
Praticante: Philippa Asher Regia: Jacqueline Hargreaves © 2018

“ekena pādena sthātavyam utthātavyaṃ tāṇḍavāsanaṃ bhavati”
[Lo yogi] sarà in equilibrio su una gamba, e solleverà [l’altra. Questa] è Tāṇḍava, la posizione della danza [di Śiva’s].

Haṭhābhyāsapaddhati , descrizione dell’āsana numero 80
(traduzione di Jason Birch del 2013), pubblicata in ‘The Proliferation of Āsana-s in Late Mediaeval Yoga Texts’ (2018)

L’ Haṭhābhyāsapaddhati è uno dei dieci testi in Sanscrito studiati e tradotti nell’ambito dell’ Haṭha Yoga Project presso SOAS, University of London. Guidato dal Dr Jim Mallinson, con Dr Mark Singleton, Dr Jason Birch (e altri) tra il 2015 e il 2020, l’ Haṭha Yoga Project mappa la storia della pratica fisica dello yoga, utilizzando la filologia e l’etnografia.

E’ stato un grande onore essere coinvolta nella ricostruzione e nelle riprese cinematografiche degli āsanas tratti dall’ Haṭhābhyāsapaddhati, che (oltre a fornire istruzioni sugli altri aspetti della pratica dell’haṭha yoga) descrive 112 posture divise in sei gruppi, forse da intendersi come sequenze:

Supine (da 1 a 22)
esercizi di cultura fisica e yoga āsana in cui petto, fianchi, spalle o volto sono generalmente rivolti verso l’alto, e spesso con parte della schiena appoggiata al suolo

Prone (da 23 a 47)
movimenti e posizioni che richiamano la natura, in cui i fianchi, l’addome e lo sguardo sono generalmente rivolti verso il basso

Statiche (da 48 a 74)
Asana familiari e ricercate (molte delle quali piuttosto complicate) solitamente tenute sul posto

Erette (da 75 a 93)
movimenti danzati, oscuri gesti di cultura fisica e āsana complessi generalmente eseguiti in posizione eretta

Posizioni con le corde (da 94 a 103)
Metodi elaborati per arrampicarsi, salire e mantenere l’equilibrio su una corda

Posture che Trafiggono il Sole e la Luna (da 104 a 112)
yoga āsana avanzati e riconoscibili nella pratica moderna dello Yoga posturale.


L’esperienza della pratica delle posture dell’ Haṭhābhyāsapddhati
Praticare una selezione di āsana così atipica e muoversi in un modo completamente nuovo, è stato molto divertente oltre che una vera sfida: avevo solo otto settimane per studiare e sperimentare oltre cento posizioni, tratte dalla traslitterazione e dalla successiva traduzione di un manoscritto Sanscrito del 18esimo secolo. Considerate che la mia pratica quotidiana (che eseguo fin dai tardi anni ’90) è il metodo dell’Ashtanga vinyāsa. Mi ci sono voluti 15 anni per apprendere e perfezionare la Prima, la Seconda e le Serie Advanced A e B, che ho appreso direttamente dai miei maestri in India (parliamo di circa 200 āsana). Ho perfezionato ogni postura prima di apprendere la successiva – quindi il processo di apprendimento in questo caso era completamente diverso. Va anche detto che lo specifico nome in sanscrito degli āsana non rappresenta necessariamente le stesse posture in tutte le tradizioni di haṭha yoga. Nomenclatura e āsana possono variare considerevolmente.

Ovviamente, in assenza di una pratica di āsana quotidiana e stabile, e anni di esperienza con tali posizioni a livello profondo, sarebbe complicato esplorare gli āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati, figuriamoci eseguirle. Alcune sono molto complesse, altre sono semplicemente movimenti che non ho mai avuto bisogno di eseguire precedentemente, e alcune sono influenzate dalla cultura fisica, dalla ginnastica, dalle arti marziali e dalla danza. Avere una comprensione più sofisticata degli āsana, di come eseguirli ed esprimerli in sequenze logiche serve a rendere più accurato e credibile il lavoro intellettuale di ricostruzione da una pagina.

Sperimentare la varietà di posizioni descritte nel testo e osservare somiglianze e differenze tra ciò che consideriamo essere oggi un āsana, è un lavoro affascinante. Alcune delle posture dell’Haṭhābhyāsapaddhati si concentrano sulla forza, altre sulla flessibilità o sull’equilibrio, e infine se ne incontrano altre, piuttosto oscure, come la posizione del chiurlo (103) che io ho interpretato in questo modo: in squat, tenere un peso di pietra con i denti, passare le braccia intorno ai polpacci e stringere la parte esterna delle tibie con gli avambracci, sistemare una corda in ogni pugno e quindi arrampicarsi su queste corde. La posizione della stella polare (89), nella sequenza delle posture erette, potrebbe ben inserirsi in una performance parigina di can-can del 1830. E’ stato incoraggiante scoprire che molte delle posizioni descritte nel testo si sono evolute nelle posture che fanno parte delle sequenze dell’Ashtanga odierno, sia della Prima serie, che della Seconda, e infine delle serie Advanced A, B e C (e probabilmente di altre scuole di yoga posturale).

Ho studiato antropologia della danza, storia e arti dello spettacolo all’Università, e ho trovato intrigante l’elemento eclettico delle sequenze. Poiché alcune descrizioni suggeriscono movimenti che non sembrano affatto āsana, si pone la domanda: quando un movimento diventa un āsana? Per me, questo avviene quando c’è sincronia perfetta tra respiro, movimento e sguardo, quando l’allineamento è agevole (e consente al prāṇā di fluire liberamente), e la mente è quieta. Con questa idea in mente, e avendo incontrato molti adolescenti agili in India che avrebbero potuto dimostrare con facilità le forme descritte nell’Haṭhābhyāsapaddhati , mi sono chiesta se eseguire una postura quando la concentrazione, il respiro, la tecnica e lo stato mentale sono meno stabili possa ancora essere considerato haṭhā yoga, piuttosto che un esercizio.

Approccio all’apprendimento delle posture dell’Haṭhābhyāsapddhati
Ho trascorso molto tempo a studiare le traduzioni scritte delle descrizioni degli āsana, quindi ho pensato a come potessero essere trasferite al corpo fisico. Ho cercato di non farmi influenzare dalle illustrazioni del Śrītattvanidhi, poiché in questi disegni ci sono molte licenze artistiche (che hanno forse operato delle mutazioni per aderire a riquadri con parti del corpo assai sproporzionate). Alcune raffigurazioni sfidano le leggi di gravità e dislocano le articolazioni, e nessuna delle illustrazioni mostra dove si trovi il pavimento. Non sono certa che siano di grande aiuto, ma dal punto di vista artistico sono meravigliosamente avvincenti.

Mi sono messa all’opera con ciascun āsana per ogni sezione (uno alla volta) e quindi li ho eseguiti in forma di sequenza dinamica. Dopo aver lavorato su tutte le sezioni, le ho praticate dall’inizio alla fine (come descritto nel testo): supine, prone, statiche, erette (non dispongo di una fune), e quelle che trafiggono il sole e la luna.

Eseguire tutte le sequenze consecutivamente è stato molto impegnativo (principalmente perché stavo lavorando in modo nuovo, e avevo solo otto settimane prima delle riprese). Nel sistema Ashtanga, si perfeziona ogni āsana prima di apprendere il successivo, e solo quando questo è in sincronia con il tristhāna, il vinyāsa e un allineamento fisico sicuro. In questo modo si arriva ad una pratica che diventa una meditazione in movimento. Ci vogliono decenni per arrivare a questa esperienza. Per questa ragione ho ritenuto fondamentale apprendere, memorizzare e praticare tutte le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati molte volte, in ordine, per sentire la progressione e il fluire di ogni sezione (e anche per sperimentare le contro-posizioni e capire come le posizioni lavorano dinamicamente ed energeticamente sul corpo, sulla mente e sul respiro). Sfortunatamente senza avere una fune appesa al soffito a portata di mano, non ho potuto sperimentare la sequenza con la fune, e ho riprodotto le posture al suolo. Sospetto che queste derivino dai movimenti di uno sport Indiano, il Mallakhamba, e possano essere stati utili per arrampicarsi sugli alberi (o scalare le mura durante la colonizzazione Britannica).

L’intero processo è stato per me come creare una coreografia da un foglio musicale Benesh (un pentagramma con barre, su cui si annota ogni movimento) … ma senza il coreografo, quindi con molto spazio per l’interpretazione personale. Penso che se le descrizioni degli āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati a sei diversi praticanti esperti, vedremmo sei diverse espressioni di ogni posizione.

Prendiamo ad esempio Matsyendrapīṭhaṁ (105); la traduzione dal Sascrito è curiosa, poiché dice che il tallone sinistro è all’ombelico, mentre il piede destro è sulla coscia sinistra. Ma il piede destro dovrebbe anche essere sotto il ginocchio sinistro (!), e si dovrebbe afferrare il ginocchio destro con la mano sinistra e tenere le dita del piede sinistro:

“Con il tallone sinistro all’ombelico [e] l’altro piede sulla coscia [opposta], si afferri l’esterno del ginocchio destro con la mano sinistra e si tengano le dita del [piede destro, che si trovano] sotto il ginocchio sinistro. [Lo Yogi] deve restare in [questa posizione. Questa] è la posizione di Matsyendra.”

Trovo più sensato: “Con il tallone sinistro all’ombelico [e] l’altro piede all’esterno della coscia [opposta], si afferri la parte esterna del ginocchio destro e con la mano sinistra si tengano le dita del [piede destro, che si trovano] sotto il ginocchio sinistro. [Lo Yogi] deve restare in [questa posizione. Questa] è la posizione di Matsyendra.”

Ho eseguito pūrṇa matsyendrāsana come nella Serie Advanced A dell’Ashtanga, con il piede sinistro all’ombelico, il piede destro a terra all’esterno della gamba sinistra, la mia mano sinistra che tiene il piede destro, e la mano destra sulla coscia sinistra. Jason l’ha ottimizzata, così la mia mano destra era a terra dietro di me (come nella illustrazione del Śrītattvanidhi ).

Un altro esempio è tānāsana (112), che io ho interpretato come samakonāsana (la spaccata laterale nella Serie Advanced B dell’Ashtanga), ma Jason ha ritenuto che fosse semplicemente un allungamento delle gambe (come quando ci si sveglia) dalla posizione precedente (śavāsana). L’interpretazione di Jason ha senso se la postura segue direttamente śavāsana, ma la frase ‘dopo aver aperto entrambe le gambe’ a me fa pensare ad altro. In ogni caso, se questa fosse la versione corretta, perché dovrebbe far seguito a śavāsana? Non potrebbe essere che ‘la posa delle gambe divaricate’ venga prima di śukyāsanaṁ (110) ‘posa dell’ostrica’? Da praticante che esegue con continuità la ‘posa dell’ostrica’, o kandapīḍāsana come è nota nella Serie Advanced C dell’Ashtanga, posso condividere che le anche devono essere incredibilmente aperte (cosa che si conquista quando si padroneggiano le spaccate laterali). Nel sistema di āsana dell’Ashtanga, samakonāsana viene praticata due āsanas prima di kandapīḍāsana.

Solo una delle tante domande che sono sorte da questa ricostruzione…

Sfide e differenze con la mia pratica quotidiana di āsana
Dal punto di vista pratico, sono una donna occidentale che ha superato i 40 anni, e che cerca di trovare un senso alla traslitterazione e traduzione di un testo, probabilmente realizzato da un uomo indiano circa duecento anni fa, in un contesto e in una cultura molto diversi dai miei. Ho inoltre avuto modo di notare, nei vent’anni di vita che ho trascorso nel sud dell’India apprendendo lo yoga dai guru del posto, che il loro modo di esprimersi nel loro linguaggio è molto diverso dal mio. Quindi nell’estrarre un āsana da un testo indiano, mi sento di dire che prendere ogni parola in senso letterale e tradurla esattamente per ciò che è, potrebbe non rappresentare l’intenzione che l’autore/insegnante/praticante cerca di trasmettere. Forse ci sono sfide particolari nell’utilizzare il vocabolario sanscrito per descrivere il movimento? Un ulteriore esempio è la descrizione/traduzione di krauñcāsana (103): ‘dopo aver passato i pugni attraverso le cosce e le ginocchia’ – è chiaramente impossibile seguire alla lettera queste istruzioni.

Il testo offre informazioni molto limitate sulle posture, che sollevano (almeno per me) le seguenti domande:
* Il testo è veramente stato scritto dal precursore delle sequenze, o da un esperto praticante āsana?
* La numerazione all’interno delle sequenze/l’ordine degli āsanas sono affidabili?
* Le descrizioni su come eseguire ogni singolo āsana sono accurate?
* Una cosa è essere in grado di dimostrare perfettamente un āsana, ma essere in grado di riassumerla e spiegare come eseguirla, usando i vocaboli adatti, è tutt’altro talento.
* Perché non ci sono indicazioni sul dṛṣṭi?
* Per quanto tempo vanno tenute le posture?
* Alcuni degli āsanas vanno eseguiti da entrambi i lati?
* E’ necessario padroneggiare una postura prima di passare a quella successiva?
* Modalità della pratica: una sessione separata ogni giorno per sei giorni, l’intera opera quotidianamente, o le sezioni sono destinate a praticanti diversi? Sei si, per chi e perché?
* Le donne eseguivano queste posture? Avevano accesso all’insegnante?
* Il praticante doveva continuare con queste sequenze nelle diverse fasi della sua vita, o erano usate in modo personalizzato, a seconda della sua età?
* Come può una postura ‘trafiggere il sole e la luna’? A cosa ci si riferisce?
* Si trattava di una pratica solitaria?

La mia esperienza nella pratica della sequenza di āsana dell’Haṭhābhyāsapddhati
La pratica delle sequenze nella loro interezza è divertente, e collettivamente invitano a livelli equilibrati di forza, flessibilità, equilibrio, stamina e concentrazione. Tuttavia non sono così raffinate ed eleganti come quelle del sistema di āsana dell’Ashtanga che pratico quotidianamente (e che Pattabhi Jois impiegò 50 anni a perfezionare). Avrei bisogno di praticare le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati per lungo tempo per capire se hanno lo stesso effetto mentale, fisico ed energetico dell’Ashtanga; per vedere se anche in questo caso è possibile raggiungere il risultato di una meditazione in movimento. Inoltre, senza poter andare indietro nel tempo per sperimentare di prima mano come venivano insegnate e apprese le sequenze dell’Haṭhābhyāsapaddhati, non potremo davvero sapere come venivano praticate.

Naturalmente è una esperienza meravigliosa avere accesso ad un testo storico che descrive una vastità di āsana in una sequenza potenzialmente dinamica, che include molte delle posture che appaiono nel libro di Krishnamacharya Yoga Makaranda (Il Nettare dello Yoga, Astrolabio, NdT) così come molte altre che ora fanno parte del sistema dell’Ashtanga sviluppato da Pattabhi Jois (e presenti in altre scuole di haṭha yoga contemporaneo).

E’ verosimile pensare che se Krishnamacharya ha avuto la possibilità di consultare l’Haṭhābhyāsapaddhati, il Śrītattvanidhi ed altre opere sul movimento, ne sia stato ispirato. Queste opere così affascinanti avrebbero, in questo caso, dato forma a molte delle pratiche di yoga posturale contemporaneo.

© 2020 Philippa Asher

Philippa Asher è una delle poche donne al mondo (e l’unica in UK) Certificate all’insegnamento dell’Ashtanga Yoga secondo il metodo trasmesso da Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois. E’ una delle praticanti più avanzate al mondo, avendo completato la Prima, la Seconda e le Serie Advanced A e B di questo metodo. Trasmette questo metodo insegnando in India, dove vive da vent’anni, e all’estero nei suoi apprezzatissimi workshops.

Philippa Asher in Ganda Bherundasana

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Dhanurasana: le due forme dell’Arco

da –The Luminescent di JACQUELINE HARGREAVES e JASON BIRCH

Traduzione di Francesca d’Errico

In collaborazione con J. Hargreaves e Jason Birch

Siamo proprio certi di eseguire correttamente gli asana? E da dove nascono gli asana dello Yoga contemporaneo? Sono felice di iniziare oggi una bellissima collaborazione con gli studiosi Jason Birch e Jacqueline Hargreaves, autori di uno dei blog più autorevoli a livello mondiale sullo Yoga. Jason mi ha autorizzata a tradurre in Italiano i suoi articoli e i post di The Luminescent, fonte di scoperte continue su filosofia, pratica e storia dello Yoga. Mi auguro che queste traduzioni contribuiscano alla crescita dei tanti praticanti italiani, che al di là degli asana cercano le radici di questa meravigliosa disciplina. E cominciamo quindi con una postura che, forse, abbiamo frainteso per secoli… o che forse possiamo praticare in due modi molto diversi, con due intenzioni diverse: come oggetto (l’arco) o come soggetto (l’arciere). Vediamo come.

Fig. 1: Appu Sahib Patumkar in jogh [āsana]
India (19esimo secolo). Dipinto su carta
Wellcome Library no. 574888i

Questo colorato affresco indiano del 19esimo secolo si trova presso la Collezione della Wellcome Library, ed è attualmente esposto nella mostra Ayurvedic Man: Encounters with Indian medicine. Raffigura un uomo intento in una postura yoga (āsana) all’aperto, su una pelle di antilope. Il catalogo riporta un commento piuttosto criptico, che si trova probabilmente sul retro del dipinto:

Appu [?] Sahib Patumkar [?] pratica jogh, in attasa dell’ispirazione che lo predisporrà a diventare un devoto.

La forma della postura si accorda alla descrizione di un asana senza nome (n. 51) nella sezione figurata di un testo intitolato Haṭhābhyāsapaddhati. L’asana è descritto come segue:

Haṭhābhyāsapaddhati51

 hastadvayena pādadvayāgre gṛhītvā ekaikaṃ pādāṅguṣṭhaṃ karṇayoḥ spṛśet || 51 || 

Afferrando le dita dei piedi con entrambe le mani, lo yogin dovrebbe toccare le orecchie con gli alluci, uno alla volta. Sebbene lo Haṭhābhyāsapaddhati non fornisca un nome per questo asana, gli artisti del Mysore Palace, che illustrarono magnificamente il capitolo dedicato agli asana nel Śrītattvanidhi (19esimo secolo), presero a prestito la descrizione dello Haṭhābhyāsapaddhati (fig. 2) e lo chiamarono “la posizione dell’arco” (dhanurāsana).

Fig. 2: Dhanurāsana nel Śrītattvanidhi
Sjoman 1999: 84, pl. 18

Un altro esempio di dhanurāsana nello stesso periodo è visibile nel Gheraṇḍasaṃhitā (18esimo secolo). La postura è descritta come segue:

Gheraṇḍasaṃhitā 2.18
prasārya pādau bhuvi daṇḍarūpau karauca pṛṣṭhaṃ dhṛtapādayugmam |kṛtvā dhanustulyavivartitāṅgaṃ nigadyate vai dhanurāsanaṃ tat || 

Distendendo le gambe e le braccia al suolo come bastoni, si trattengono entrambi i piedi da dietro, e si muove il corpo come un arco. Questa posizione è chiamata posizione dell’arco.

Osservando entrambe le gambe inizialmente diritte e distese al suolo, la descrizione potrebbe riferirsi ad una posizione dalla forma simile all’illustrazione del Śrītattvanidhi e al dipinto di Wellcome. Una bellissima illustrazione di dhanurāsana in un manoscritto del Gheraṇḍasaṃhitā (fig. 3) pubblicato da Fakire und Fakirtum im Alten und Modernen Indian (Schmidt 1908: 34, pl. 12) supporta questa interpretazione.

Fig. 3: Dhanurāsana nel Gheraṇḍasaṃhitā
Schmidt 1908: 34, pl. 12

Ci si chiede tuttavia se la parola pṛṣṭha (‘da dietro’) nella descrizione del Gheraṇḍasaṃhitā indichi che entrambi i piedi siano afferrati dietro il corpo. Se questo fosse il caso, bisognerebbe assumere che lo yogin inizialmente estendesse entrambe le braccia e le gambe in posizione prona, tenendo i piedi da dietro (pṛṣṭha) e muovesse il corpo come un arco tirando i piedi verso le orecchie. Questa interpretazione fu adottata da Yogi Ghamande nel suo libro intitolato Yogasopāna-Pūrvacatuṣka (pubblicato nel 1905). Egli cita il verso relativo a dhanurāsana nel Gheraṇḍasaṃhitā e fornisce la seguente illustrazione (fig. 4).

Fig. 4: Dhanurāsana nel Yogasopāna-Purvacatuka Ghamande
1905: 64 (Āsana 34)

Questa forma di dhanurāsana, che è un inarcamento, è praticata in quasi tutte le tradizioni Yoga contemporanee. (fig. 5). E’ stata resa popolare da un libro largamente diffuso, Yogāsanas di Swāmī Śivānanda, pubblicato per la prima volta nel 1934.

Fig. 5: Dhanurāsana nella tradizione Śivānanda Yoga
Dal sito International Sivananda Yoga Vedanta Centres.

E’ interessante notare che i primi cenni a dhanurāsana sono nell’Haṭhapradīpikā. del 15esimo secolo:

Haṭhapradīpikā 1.27
pādāṅguṣṭhau tu pāṇibhyāṃ gṛhītvā śravaṇāvadhi |dhanurākarṣaṇaṃ kuryād dhanurāsanam ucyate || 

Tenendo gli alluci di entrambi i piedi con entrambe le mani, il praticante li tira verso le orecchie come un arco. Questa è la posizione dell’arco.

Il Sanscrito è sufficientemente ambiguo da contenere entrambe le versioni di questa postura. Nel suo commento all’ Haṭhapradīpikā intitolato Jyotsnā, Brahmānanda (a circa metà del 19esimo secolo) dava la seguente interpretazione:

 gṛhītāṅguṣṭham ekaṃ pāṇiṃ prasāritaṃ kṛtvā gṛhītāṅguṣṭham itaraṃ pāṇiṃ karṇaparyantam ākuñcitaṃ kuryād ity arthaḥ ||

Il significato [di dhanurāsana è il seguente:] Estendendo la mano che trattiene l’alluce, il praticante tira fino all’orecchio l’altra mano, che trattiene l’altro alluce.

L’interpretazione di Brahmānanda sostiene la versione descritta nello Haṭhābhyāsapaddhati e illustrata sia nel Śrītattvanidhi che nel dipinto di Wellcome. Yogi Ghamande (1905: 30) include questa come un’altra versione di dhanurāsana e cita il verso sopra menzionato dell’Haṭhapradīpikā (fig. 6). L’illustrazione ritrae una ulteriore variante, in cui un alluce tocca l’orecchio opposto.

Sia il Gheraṇḍasaṃhitā che l’Haṭhapradīpikā sono state fonti importanti per il revival dello yoga posturale nell’India del ventesimo secolo. E’ perciò possibile che le ambiguità delle descrizioni in Sanscrito di dhanurāsana siano responsabili per la popolare interpretazione (corretta o meno) di questo āsana come un inarcamento, nello Yoga contemporaneo.

Fig. 6: Una ulteriore versione di Dhanurāsana nel Yogasopāna-Purvacatuṣka –Ghamande 1905: 30 (Āsana 8)

Ringraziamo Mark Singleton per le immagini tratte dal Yogasopāna-Pūrvacatuṣka.

PS — tutto il lavoro di traduzione e naturalmente tutti gli articoli autografati sono realizzati senza alcun compenso proveniente da associazioni, istituzioni o enti privati. Questo blog è un mio impegno personale, portato avanti per la crescita della comunità Yoga in Italia. Le vostre donazioni mi aiutano a continuare questo progetto, e sono benvenute. Se volete contribuire e sostenere The Yoga Blog, usate il pulsante che trovate sopra ogni articolo. Grazie.

Referenze

Ghamande, Yogi. 1905. Yogasopāna-Pūrvacatuṣka. Bombay: Janardan Mahadev Gurjar, Niranayasagar Press.

Śivānanda, Swāmī. 1993. Yoga Asanas. Sivanandanagar, India: Devine Life Society.

Schmidt, Richard. 1908. Fakire und Fakirtum im alten und modernen Indian: Yoga-Lehre und Yoga-Praxis nach den indischen Originalquellen dargestellt. Berlin: Hermann Barsdorf.

Sjoman, Norman E. and Kṛṣṇarāja Vaḍeyara. 1999. The Yoga tradition of the Mysore Palace. New Delhi: Abhinav Publications.