Lo Yoga è vivo e sta benone

Lo Yoga è vivo e sta benone. Questo articolo nasce dalla lettura di un pezzo molto negativo sullo Yoga, apparso recentemente su facebook. Ebbene la mia opinione è agli antipodi (e ancora una volta, per aver espresso con cortesia un’idea diversa, sono stata bannata dall’autrice del pezzo… un gesto che si commenta da sé).

Se cerchiamo lo Yoga al di fuori di noi, se non abbiamo la perseveranza di confrontarci con la pratica ogni giorno, rimarremo sempre delusi. Se dallo Yoga ci aspettiamo il miracolo del risultato senza il lavoro necessario per arrivarci, non troveremo le risposte alle nostre domande. Se non abbiamo la perseveranza di seguire una scuola, una tradizione, per un tempo sufficientemente lungo (e parlo di anni, non di pochi mesi), non riusciremo mai a carpirne l’essenza. Se pensiamo che lo Yoga sia circo, festival, leggings colorati (che peraltro a me piacciono moltissimo), e ci meravigliamo che la pace dei sensi possa trovarsi lì, decisamente ne avremo una percezione distorta.

Sono stata fortunata: ho sempre avuto una propensione per la disciplina. Quando ho iniziato a praticare venivo da un passato sportivo (come ginnasta) e sapevo che, senza applicazione costante, non avrei ottenuto alcun risultato. Sapevo anche che, pur mettendo nella pratica tutta la mia passione e dedizione, il risultato avrebbe potuto essere diverso da quello che mi aspettavo (e certo non mi riferisco solo agli asana!). Credo che in molti, ultimamente, si avvicinino allo Yoga sperando nel “miracolo” della soluzione immediata ai propri problemi fisici e/o esistenziali e, con queste elevate aspettative in testa, ne restino altrettanto rapidamente delusi. Lo Yoga dà molto, è vero, ma solo se si è disposti a dargli altrettanto. Solo attraverso la disciplina e la volontà di andare avanti, affrontando sul percorso gli inevitabili ostacoli (incluse le tante delusioni), riusciremo nel tempo a comprenderne il valore.

Ho incontrato tanti maestri. Alcuni meravigliosi (e sono quelli che mi hanno dato la forza di continuare il percorso), altri forse discutibili. Ma se comprendiamo che ognuno di noi segue il proprio dharma, e che ogni essere vivente su questa terra sta facendo del suo meglio con gli strumenti che gli  sono stati affidati, riusciremo sempre a trarre da ogni incontro una lezione importante. Su come vorremmo (e come non vorremo mai) essere. Su come possiamo fare di più, su come possiamo stare (e far stare) meglio. Su quali energie desideriamo attrarre, e da quali vogliamo tenerci a distanza.

Forse quel maestro ci ha deluso. Quel festival ci è sembrato una buffonata. Instagram ci sembra una parata di acrobati (ma ricordiamo che anche migliaia di anni fa artisti sconosciuti raffiguravano gli Yogi nelle loro complesse posizioni in statue e sulle mura dei templi…). Non smettiamo di cercare. Magari nella shala di quel maestro incontreremo qualcuno che ci suggerirà una scuola dove ci sentiremo a casa. A quel festival troveremo un libro di filosofia indiana che ci aprirà una nuova visione. Su Instagram troveremo una foto che ci ispirerà a seguire una tradizione.

E soprattutto, pratichiamo. Tutti i giorni, in ascolto. Senza guardare cosa fanno gli altri, a quale posizione sono arrivati, se riescono a fare una verticale o kapotasana. Pratichiamo e sentiamo cosa ci trasmette quello che riusciamo a fare. Ascoltiamo il corpo negli asana e controlliamo la mente con il respiro, con i mantra, con la meditazione. Seguiamo un maestro con rispetto, permettiamogli di conoscerci (e di conoscerlo) frequentandolo con continuità. Tutto il resto, come diceva Sri K. Pattabhi Jois, è circo.

Susanna Finocchi

Ashtanga Yoga Follonica ha ospitato recentemente Susanna Finocchi, KPJAYI Level 2, co-fondatrice di Ashtanga Yoga Copenhagen per un meraviglioso seminario. Sono state giornate intense di pratica, filosofia, chanting. Un gruppo di splendidi yogi, animati dal desiderio di affrontare se stessi sul tappetino e fuori, ha portato un’energia bellissima a testimonianza della vitalità dello Yoga contemporaneo. Ma soprattutto una grande maestra, che da decenni vive quotidianamente la tradizione dell’Ashtanga Yoga, ci ha trasmesso insegnamenti resi attuali dalla sua esperienza diretta e continua con la fonte. E questo per me è Yoga autentico, l’unico che mi interessa.

Susanna tornerà da noi ad agosto, per una intera settimana Mysore. Abbiamo condiviso con lei sudore e risate, e non vediamo l’ora di tornare a praticare sotto la sua guida esperta, paziente, profonda e autentica. Con lei, lo Yoga è veramente vivo e sta benone.

Ancora più importante, Ashtanga Yoga Copenhagen ospiterà una delle tappe europee di Sharath Jois. Una ragione in più per avvicinarsi alla fonte di questa meravigliosa disciplina.

(nella foto sopra: Susanna Finocchi in Galavasana. Stay tuned per le sue nuove date a Follonica!)

Praticare in Italia: Ashtanga Yoga Varese, la tradizione in provincia

Amo lo Yoga anche per le persone che ti permette di incontrare. Ti fa sentire a casa nel mondo: ovunque io vada, so che troverò una comunità di persone interessate alla mia stessa pratica. E’ un piacere quindi vedere che anche nelle province italiane ci sono persone dedicate a far nascere nuove comunità, impegnate a tramandare la tradizione Mysore di Sri K. Pattabhi Jois e Sharath. Se poi la persona in questione è un amico, e questo amico riceve proprio in questi giorni, da Sharath Jois, l’autorizzazione a trasmettere il metodo dell’Ashtanga Yoga, la sensazione che si prova è di grande gioia.

Ho conosciuto Alessandro Cioffari Bertalli a Mysore lo scorso anno. Mi ha conquistata per la sua energia, il suo grande amore per la pratica, il suo sense of humor in grado di far dimenticare le difficoltà di una posizione, e i suoi bellissimi aggiustamenti, frutto di corsi specifici a cui ha dedicato molto tempo. Alessandro ha ricevuto qualche settimana fa l’autorizzazione ad insegnare Ashtanga Yoga proprio dall’attuale Guru, Sharath Jois, nipote del padre dell’Ashtanga e da lui designato a portarne avanti la tradizione. Ho voluto intervistarlo perché Alessandro porta avanti la sfida di far crescere questo metodo in provincia, e lo fa con grande passione e determinazione. Un esempio molto bello, una storia che sono felice di raccontare, e un insegnante che vi consiglio di frequentare se vivete a Varese e provincia. Vi conquisterà con la sua bellissima energia.

FDE: Raccontami del tuo percorso nello Yoga. Quando hai iniziato, e come sei arrivato all’Ashtanga Yoga? Cosa significa oggi per te essere autorizzato KPJAYI?

ACB: Lo yoga – in particolare l’Ashtanga Yoga – è entrato nella mia vita lentamente. L’idea di provare questa “cosa” un po’ strana rispetto al mondo del fitness dal quale provengo mi è balenata quando ero molto più giovane, attorno ai 20 anni. La giovane di età, il desiderio di aderire al gruppo (erano gli anni del boom delle palestre) e l’idea che fosse decisamente troppo freak mi hanno fatto rimandare il tutto a circa 10 anni fa. A quel punto della mia vita, già lavoravo nelle palestre ma sentivo l’esigenza di un cambiamento. Così ho frequentato la mia prima classe. Era una lezione di Power Yoga. Ed è stato amore. L’insegnante, nel corso delle lezioni successive e parlando brevemente di teoria dello yoga, ha menzionato che lo yoga dinamico che stavamo praticando derivava dall’Ashtanga Yoga. Mi sono quindi chiesto: perché non andare all’origine? La prima pratica è stata complicata. Gente che cantava in una lingua strana, parole che non comprendevo, posizioni che al momento credevo impossibili. Ma piano piano il metodo Ashtanga mi ha conquistato. La calma, la concentrazione, la continua scoperta sono diventate parte integrante della mia pratica quotidiana. Ad oggi non posso più farne a meno.

Essere autorizzato KPJAYI per me è il coronamento di questa prima parte del mio percorso nell’Ashtanga, basato su anni di pratica, di studio e numerosi viaggi in India. È un riconoscimento che mi riempie quindi di gioia. È al contempo una grande responsabilità: significa mantenere vivi ed attuali la tradizione ed il metodo Ashtanga come insegnato a Mysore da Guruji prima e da Sharath ora. Credo che Sharath con l’autorizzazione all’insegnamento riponga in noi grande fiducia, e spero con il mio lavoro, nella Shala, con gli studenti di ripagarla in pieno.

FDE: Negli ultimi tempi, a Mysore le cose sembrano essere in rapido cambiamento. Tu sei appena tornato dall’India: come pensi si evolverà KPJAYI? Qual è la tua opinione su Sharath?

ACB: Come tu ben sai l’india è un paese ricco di contraddizioni. Le evoluzioni e i cambiamenti possono essere tanto lenti quanto repentini. Io ho la massima fiducia in Sharat. Più volte in conferenza ha confermato che il suo unico scopo è quello di continuare il lavoro di Guruji, quindi KPJAYI rimarrà l’unico vero istituto dove apprendere l’Ashtanga in modo autentico, così come ce lo ha trasmesso chi lo ha concepito, Sri K. Pattabhi Jois.

FDE: Sappiamo che i social, negli ultimi anni, hanno avuto un ruolo contraddittorio ma anche positivo, avvicinando molti neofiti allo Yoga. Tuttavia, il rischio è quello di spettacolarizzare troppo gli aspetti esteriori della pratica. Qual è il tuo rapporto con questo mezzo di comunicazione?

ACB: L’estetica in sé non è un male. A chi piace vivere in una casa brutta? O circondarsi di oggetti brutti? Tuttavia credo che la spettacolarizzazione in se stessa, senza alcuna logica e senza alcun contenuto non servano a nulla, soprattutto nello Yoga. Come diceva Pattabhi Jois, “it’s only circus”. E’ un discorso che può essere allargato a qualsiasi ambito, non riguarda solo lo Yoga. I social media funzionano molto attraverso le immagini, per questo è importante concentrarsi su un utilizzo volto a comunicare in modo autentico, più che a mostrarsi. L’uso dei media resta un passo necessario per la diffusione dello Yoga, dobbiamo però cercare di farlo al meglio, per offrire un servizio davvero utile sia ai principianti che ai praticanti più esperti.

FDE: E’ innegabile che negli ultimi anni l’Ashtanga Yoga sia diventato uno dei metodi più insegnati al mondo. Ma sono in molti ad improvvisarsi maestri. Quanto è importante, oggi, avere un legame con le origini di questo sistema, e ricevere l’autorizzazione ad insegnare da KPJAYI?

ACB: Ritengo che l’autorizzazione da KPJAYI sia fondamentale. Molte volte mi viene da pensare che ci sono più insegnanti di yoga che praticanti. Investire parte della propria vita studiando in India, dove il Metodo Ashtanga è nato, è un passo necessario per chi sceglie con responsabilità di essere insegnante. Non è facile, richiede dedizione, tempo e coraggio, e l’autorizzazione è il completamento di questo percorso. O forse è solo l’inizio di un nuovo, ancora più convinto cammino nell’Ashtanga.

Alessandro Cioffari Bertalli fotografato da Alessandro Sigismondi

FDE: Ashtanga Yoga Varese è nata da poco, ma ha già al suo attivo molte attività: workshops con Laruga Glaser, Elle Syrilak, Taylor Hunt… quali sono i tuoi obiettivi nel prossimo futuro? E’ difficile creare una comunità in provincia?

ACB: Ashtanga Yoga Varese (AYV) è una piccola realtà. Con passione e dedizione l’Ashtanga si sta diffondendo. Insegnare in provincia non è difficile. Certo è una realtà diversa da una grande città come Milano o una metropoli come può essere New York, con milioni di persone, e quindi percentualmente dotate di un maggior numero di praticanti. Per questo, sono veramente onorato che insegnanti di calibro internazionale come Laruga Galaser, Elle Sirilak e Taylor Hunt vengano a Varese. È un chiaro segnale che non è la piccola realtà di provincia il limite alla diffusione dell’Ashtanga, perché la bellezza e la profondità dello yoga trascendono qualsiasi luogo. Inoltre lavorare in una realtà di dimensioni ridotte consente di creare un rapporto profondo con i propri studenti, di seguirli con grande attenzione.

I miei progetti per il futuro sono semplici. Continuare ad insegnare con passione e dedizione. Riuscire a trasmettere tutto il mio amore per l’Ashtanga e il suo “magico” potere, facendo passare il concetto che tutti possono praticare: tutti abbiamo infinite possibilità che troppe volte, però, dimentichiamo di possedere.

– Francesca d’Errico, 2017

Non perdete i prossimi eventi di Ashtanga Yoga Varese, che hanno per protagonisti insegnanti KPJAYI davvero eccezionali:

ELLE SIRILAK: 26-28 MAGGIO

TAYLOR HUNT: 30 giugno 2 luglio

LARUGA GLASER: 27-29 ottobre

È attiva la mailing list per gli eventi, suggerita l’iscrizione per essere sempre aggiornati sulle tante attività proposte da Alessandro Cioffari Bertalli.

Alessandro Cioffari Bertalli a Mysore, il giorno della sua autorizzazione

Ashtanga Yoga: la ricerca infinita di Anthony Prem Carlisi

Anthony “Prem” Carlisi

Ricerca: una parola importante, soprattutto quando parliamo di Yoga. Forse non tutti sanno perché, inizialmente, Sri K. Pattabhi Jois chiamò la sua Shala “Ashtanga Yoga Research Institute”. Negli anni, e con il passaggio del testimone a Sharath, questa istituzione mutò il suo nome in KPJAYI, K. Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute. A raccontarci cosa è cambiato, cosa è rimasto dell’originario intento di ricerca di Guruji, è Anthony Prem Carlisi, uno dei primissimi studenti di Guruji. Prem inizia a praticare Ashtanga nel 1978, insieme al primo gruppo di studenti di Pattabhi Jois. Negli anni, è diventato uno dei più noti insegnanti di Ashtanga Yoga al mondo, e ha fondato un centro rinomato a Bali, che mantiene viva la tradizione di Guruji. Pochi giorni fa, Prem ha rilasciato una bellissima intervista a Scott Johnson, titolare di Stillpoint Yoga London, attualmente una delle Shala più frequentate a Londra, dove maestri come John Scott spesso conducono lezioni e workshop. Scott (che ho già tradotto su queste pagine) e Prem si conoscono da molti anni, e questa intervista è un racconto intimo e toccante sull’Ashtanga Yoga e come questa disciplina, animata da un forte spirito di ricerca, abbia sostenuto Prem nelle sue vicissitudini esistenziali. Il racconto di Prem è anche un bellissimo resoconto sulle intenzioni di Guruji e sull’evoluzione del suo metodo:  le sue affermazioni sono a volte molto forti, e credo sia il un modo per stimolarci alla riflessione, all’approfondimento e alla ricerca che dovrebbe animare tutti i praticanti di Yoga. L’invito è di non fermarsi mai accettando senza spirito critico quanto ci viene insegnato da un maestro, ma di proseguire la sua ricerca attraverso la nostra esperienza. A tutti voi posso solo suggerire: se siete a Londra, praticate con Scott. E se avete la fortuna di passare da Bali, non mancate di visitare la Shala di Prem.

SJ: Cosa ti ha portato verso la pratica dello Yoga, così tanti anni fa, e cosa ti ha spinto a proseguire?

APC: All’epoca, lo Yoga non mi interessava. Avevo 21 anni ed ero fresco di università, pronto per affrontare il futuro. Alcuni amici mi proposero di partecipare a una lezione di Ashtanga Yoga, che secondo loro era fantastico. Sapevano che ero un tipo atletico e interessato alle attività fisiche, così mi feci trascinare facilmente. Entrai in una stanza piena di gente che praticava, e rimasi affascinato da queste persone che sembravano fluire con grazia da una postura all’altra. La pratica mi conquistò nel preciso istante in cui entrai in quello spazio sacro. Iniziai a praticare il giorno dopo, nell’autunno del 1978, e da allora non ho mai smesso. L’Ashtanga ha cambiato radicalmente la mia vita, in ogni aspetto. Diventai vegetariano, eliminai droghe e alcol. Tre mesi dopo, Guruji (Pattabhi Jois) arrivò dall’India negli Stati Uniti e si fermò per sei mesi ad insegnare nella nostra Shala di Encinitas, in California. L’anno successivo andai a Mysore, dove mi fermai per studiare con lui per 3-4 mesi. Divenne un pellegrinaggio annuale, che mantenni finché mi sposai: dopo, con i bambini, non mi fu possibile assentarmi da casa per periodi prolungati. Ma continuai a seguirlo nei suoi tour in California e alle Hawaii, dove si fermava ad insegnare per mesi, tra gli anni ’80 e ’90. Appena i ragazzi crebbero, ripresi ad andare a Mysore.

Avevo un rapporto molto stretto con Guruji, che mi trattava come se facessi parte della sua grande famiglia. Mi diede il nome di “Raghava” durante il mio primo soggiorno a Mysore, e da quel momento mi chiamò sempre con quel nome, che è uno dei nomi di Re Rama, nel Ramayana. Guruji mi trattava sempre con affetto rispetto a tanti altri studenti. E per me era come un padre. Mi aiutò tantissimo negli anni più importanti della mia crescita esistenziale, e grazie a lui mantenni un atteggiamento ispirato ed entusiasta anche davanti alle difficoltà.

A mantenere vivo il mio amore per la pratica tutti questi anni è anche l’immenso beneficio fisico che ne ho ricevuto. Ho 61 anni, e non dimostro né sento di avere questa età: il merito è dello Yoga, e del piacere che mi dà condividere questa disciplina con migliaia di altri praticanti. E’ tuttora un’esperienza molto gratificante; è come offrire all’umanità un dono prezioso… una salute eccezionale.

SJ: Raccontami dei primi anni a Mysore con Guruji, quando gli studenti erano ancora pochi. Dava suggerimenti diversi per la pratica? E aveva davvero un taccuino su cui annotava appunti su ognuno di voi?

APC: Quei primi anni con Guruji furono magici! Era così intimo con noi. La sua shala e la sua casa erano luoghi familiari per me. Passavo ore con lui e la sua famiglia, sua moglie Ama, sua figlia Saraswati e i nipoti, Sharmila e Sharath. Condivisi con lui molto della mia vita. Gli rivolgevo molte domande, e lui mi rispondeva nel suo inglese stentato. Mi conosceva come le sue tasche. Si rivolgeva a me in modo diverso rispetto agli altri: cercava una connessione personale. Sapeva quando essere severo, e quando essere gentile. Mi rispettava per ciò che ero. Mi faceva ripetere gli asana in cui avevo maggiori difficoltà, quelli che odiavo di più. Sapeva riconoscere un’autentica debolezza da un semplice atteggiamento pigro. Era un vero maestro nel leggere corpo e mente.

Era un autentico insegnante, nel verso senso della parola. Ci portava al limite: spesso cambiava istruzioni per metterci alla prova. Sapeva tirare fuori il meglio da noi. Dal suo modo di insegnare, appresi a capire la differenza tra una vera esigenza del corpo, e un semplice trucco della mia mente. E questo è stato il suo dono più grande. Mi ha dato l’autonomia e la forza necessaria a scoprire da solo la verità. Dalla sua trasmissione diretta, sono riuscito a portare avanti la tradizione e la ricerca. Se non avessi vissuto questa esperienza diretta con lui, forse tutto sarebbe diventato una sorta di “religione”.

E’ quello che mi sembra stia accadendo oggi con questo metodo. Gli studenti che diventano oggi insegnanti si limitano ad imitare quello che diceva Guruji o quello che ripete Sharath, come se fosse “la verità” o una sorta di “vangelo”. Non è qualcosa che conoscono davvero profondamente. Non deriva dalla loro esperienza diretta. E’ come essere pappagalli, e questo è quello che intendo per “religione”. Questo rende il metodo qualcosa di morto, senza più linfa vitale. Il nome della shala oggi è “Krishna Pattabhi Jois Ashtanga Yoga Institute”. Il nome originale era “Ashtanga Yoga Research Institute”. Non c’era un brand, o un’autorità sopra lo studente. Non bisognava memorizzare o fare ciò che diceva il maestro, era una ricerca continua, sua e nostra insieme a lui.

Inoltre, notate bene: non tutti i praticanti, ai miei tempi, diventavano insegnanti. Non andavamo a Mysore con il desiderio di insegnare, ma con la passione di imparare qualcosa di più su noi stessi. Alcuni tra noi erano portati all’insegnamento, Guruji li notava e li incoraggiava. Non rilasciava certificati, ma suggeriva personalmente, a chi riteneva adatto, di cominciare a insegnare. Il concetto e il business dei “corsi per insegnanti”, di qualsiasi tradizione, è totalmente senza senso. Ed è grazie a questo concetto che lo Yoga sta andando alla deriva. I corsi per insegnanti sono la più grande fonte di guadagno nel cosiddetto Yoga business. Tutti vogliono essere insegnanti, e praticamente qualsiasi centro yoga al mondo ne propone uno, per pagare le bollette. L’avvento dei corsi per insegnanti è diventato la rovina dell’integrità dell’insegnamento, e del trasmetterlo come un dono. Ha in parte diluito anche il metodo dell’Ashtanga.

Guruji davanti alla Shala di Lakshmipuram, Mysore

Guruji andava in ufficio ogni giorno a scrivere appunti sulle nostre classi di asana e pranayama. Stava formulando una ricerca per il suo istituto: l’Ashtanga Yoga Research Institute. Non scriveva su un taccuino in shala, ma lo faceva nel suo piccolo ufficio. Manju Jois (figlio di Guruji e suo legittimo erede), lo conferma, e dice che Guruji aveva pile di note, fogli su cui aveva scritto per decenni. Manju dice inoltre che Guruji creò le sequenze o serie (Prima/Seconda/Avanzate) sulla base di quello che gli sembrava opportuno. E posso testimoniare che il modo originale di insegnare ai primi studenti, negli anni ‘70/’80, era ben diverso rispetto ad oggi. Non esistevano le classi guidate: insegnava solo in stile Mysore. Introdusse la classe guidata quando gli studenti che partecipavano ai suoi tour divennero troppi. Negli anni cambiò anche ordine e metodo: non c’era una serie definita scritta su foglie di banana e mangiata dalle formiche. Era un modo per lui di mantenere misterioso il suo metodo, di legarlo alle metodologie insegnate anticamente agli Yogi tibetani. Sono molti gli studenti che possono testimoniarlo, persino Manju. Questo non toglie nulla all’immensa energia della pratica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga creata da Pattabhi Jois. Guardate come sono diversi i metodi insegnati da BKS Iyengar e da TKS Desikachar (figlio di Krishnamacharya), anche se provengono tutti dallo stesso Maestro, Krishnamacharya. Ognuno di loro ha trasformato gli insegnamenti ricevuti in un metodo diverso; ognuno ha radici solide nei principi dell’Hatha Yoga, ma ha sviluppato il metodo che ha ritenuto opportuno. Ed è quello che propongo io oggi. E’ necessario un approccio scientifico, è necessario osservare gli strumenti di benessere che questi geni dello Yoga ci hanno trasmesso. Niente di più e niente di meno. La pratica degli asana e del pranayama è un contributo alla nostra salute: non c’è nulla di spirituale in questo. Asana e pranayama lavorano sui centri energetici, i chakra, che sono sotto i nostri occhi. Se consideriamo questo aspetto fisico come spirituale, manchiamo l’obiettivo. Sono pratiche che garantiscono la salute fisica e mentale: il percorso spirituale inizia quando arriviamo al terzo occhio, o sesto chakra. Guruji avrebbe voluto insegnarci qualcosa di più su questo, ma non pensava che fossimo pronti per gli aspetti più profondi dell’Ashtanga Yoga. Manju mi disse personalmente, dopo la sua morte, che Guruji avrebbe voluto approfondire gli altri rami dell’Ashtanga Yoga, ma che noi occidentali eravamo ossessionati dall’esteriorità, dagli asana. Volevamo asana sempre più complessi, eravamo bravi ad eseguirli, come del resto sono bravi i praticanti di oggi. Per quanto riguarda nello specifico il Pranayama, Guruji lo insegnava solo ad una cerchia ristretta. Chi tra noi aveva completato gli asana più avanzati poteva praticare pranayama sotto la sua guida. Voglio dire che noi, in pratica, abbiamo imparato solo i fondamenti dell’Ashtanga Yoga: il metodo principale dello Yoga è un viaggio interiore. Abbiamo perso il treno! Ecco perché io ho esplorato altri aspetti dello Yoga, perché sapevo, dentro di me, che non era tutto lì. Mi sentivo ingabbiato in un solo metodo.

La meditazione è la chiave che libera i misteri dell’inconscio. L’intuizione risiede nel sesto chackra, il terzo occhio, ed è qui che entriamo nell’ambito spirituale, che entriamo in contatto con l’anima. La forza dell’anima è ciò che anima il sistema mente/corpo. Asana e Pranayama, insieme a Yama e Niyama, sono passi preliminari per costruire un sistema corpo/mente pronto ad affrontare il viaggio interiore. Guruji enfatizzava questi primi quattro rami. Non ci spingeva verso i rami più alti, finché non avevamo conquistato un’autentica padronanza dei fondamenti dello Yoga. Riteneva che se non è possibile fermare l’irrequietezza del corpo e della mente, ancor meno lo è sedere in meditazione. Questo è in parte vero, ma è vero anche che abbiamo dedicato fin troppa energia nel pulire il nostro vascello, e ben poca a riempirlo. Dobbiamo elevare la nostra attenzione al ritiro sensoriale e alla concentrazione (Pratyhara/Dharana). Dhyana è l’immobilità che ricaviamo da questo ritiro verso l’interno. Samadhi è l’effetto che deriva dal perfezionamento della nostra concentrazione, dal riposizionarla dietro al terzo occhio. Da quel punto, tutto è grazia: lì inizia il nostro viaggio verso casa. L’ingresso nel regno dello spirito è attraverso quella porta: il terzo occhio. Persino Gesù ha detto “La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque l’occhio tuo è pieno di luce, tutto il tuo corpo sarà illuminato” (Matteo, 6:22). Ha inoltre detto: “Bussa e ti sarà aperto” (Matteo 7:7). Le nove porte al di sotto del terzo occhio sono le aperture al mondo esterno (i due occhio, le due orecchie, le narici, la bocca, i genitali e l’ano). Quindi parliamo dei chakra sottostanti. Asana e Pranayama lavorano su questi centri energetici. L’ingresso al mondo spirituale inizia invece nel terzo occhio. Quando ci sediamo e ritiriamo la nostra attenzione all’interno, abbandoniamo il nostro corpo fisico. Attraversiamo la morte da vivi. Non credetemi sulla parola: scopritelo da soli. Non credete mai a nessuno! Verificate sempre tutto di persona. Questo è ciò che mi angoscia nell’attuale modo di insegnare. Tutti dicono: “seguite il capo”. Invece, dobbiamo aprire il nostro terzo occhio per vedere realmente. Sfortunatamente, a Mysore lo spirito di ricerca è finito. Alcuni tra i più coraggiosi continuano a portare avanti la tradizione, per come era stata concepita.Il resto… segue il branco, ciecamente, con il terzo occhio chiuso.

SJ: Hai osservato negli anni la crescita di Mysore, l’affluenza di un numero sempre maggiore di praticanti e la perdita di un contatto diretto e personale con Guruji. Questo sviluppo ha cambiato le cose?

Prem, Radha e Manju Jois

Prem e Tim Miller, giovanissimi, agli albori dell’Ashtanga

Con il passare degli anni, avevo sempre meno voglia di andare. Il numero di studenti era cresciuto fino a diventare impossibile da gestire. Guruji non poteva seguire tutti. La vecchia shala di Lakshmipuram, a Mysore, poteva ospitare una decina di studenti. Quando andai la prima volta, riceveva 7-8 persone per volta. Poi, un numero crescente di praticanti cominciò ad arrivare. Guruji iniziava ad insegnare alle 4 del mattino, e continuava anche fino a mezzogiorno. Gli studenti aspettavano in fila sulle scale della sua casa di tre piani, ammassandosi fino al tetto, fermi per ore prima di entrare. Anche allora, Guruji mi trattava con affetto, mi riservava una corsia preferenziale, mi evitava lunghe attese. Con l’apertura di Gokulam, la shala divenne uno showroom di esibizionisti. L’energia nella sala era meno rispettosa della pratica, e molto rivolta all’apparenza. Tutti sembravano aver perso di vista il motivo per cui eravamo lì. Divenne un circo! Gli studenti più avanzati – o meglio quelli che riuscivano ad eseguire gli asana più complessi – venivano visti come idoli. Tutti volevano essere come loro. Se eseguire asana difficili significa essere spirituali, allora dobbiamo osannare gli acrobati del Cirque du Soleil! La gente sgomitava per entrare in Shala. C’era spazio solo per 70-80 studenti: si riceveva pochissima assistenza. Il mio ultimo viaggio a Mysore fu proprio poco prima che Guruji morisse, nel 2009. Mi dicono che le cose con Sharath non sono cambiate: tutti sembrano rincorrere la prossima postura, e il pezzo di carta che li autorizza a insegnare.

SJ: Come sono cambiate le cose per te dalla morte di Guruji, nel 2009? Che impatto ha avuto su di te, sulla tua pratica e sul tuo modo di insegnare? Condividi ancora il suo metodo?

APC: Quando Guruji morì, Radha ed io stavamo insegnando ad Amburgo, in Germania. Sapevo che Guruji non stava bene. Dissi a Radha, una mattina, che avevo avuto una visione della sua morte: controllai le mail, e ne ebbi conferma. La sera in cui ebbi questa visione, provai un grande senso di responsabilità nel portare avanti i suoi insegnamenti. Un’onda di energia mi travolse durante le lezioni che tenni ad Amburgo quel giorno. Sentii da quel momento che Guruji continuava il suo lavoro attraverso di me. Continuo a condividere con i miei studenti ciò che ho imparato da lui. A questo unisco ciò che ho imparato attraverso la mia personale ricerca, relativa alla sua pratica, e oltre la sua pratica. Non ho alterato l’essenza della pratica, ma ad essa ho aggiunto i miei approfondimenti, che derivano da 40 anni di ricerca, studio e pratica. Ho avuto la rara opportunità di lavorare con migliaia di studenti. So che questo metodo, se insegnato correttamente, funziona. E’ come essere un vero medico, che rispetta ogni individuo e somministra a ciascuno il farmaco più adatto. Nei tempi antichi, gli yogi che insegnavano asana erano in sintonia con i loro studenti. Oggi la maggior parte delle lezioni di yoga assomiglia ad un corso di stretching aerobico con la musica, anni luce di distanza rispetto alle origini. Molti praticanti non praticano ciò che predicano, e il risultato è una versione molto diluita della forma originale. Ai miei tempi, praticavamo per approfondire la nostra consapevolezza. Ora tutto è orientato all’obiettivo, alla ricerca esterna di qualcosa di più. E’ triste notare la piega che ha preso lo yoga “moderno”. Anche nell’ambito dell’Ashtanga, è sempre più raro entrare in una classe in cui il rispetto per lo studente sia la priorità.

SJ: Tu sei anche un medico e terapeuta Ayurvedico. Guruji ti ha in qualche modo incoraggiato in questo percorso, e in che modo queste tecniche ti aiutano nell’insegnamento?

APC: Si, il mio maestro Dr Vasan Lad mi considera oggi un medico Ayurvedico. Dr Lad è noto in tutto il mondo per la sua esperienza in campo ayurvedico, ed ha scritto molti libri su questa materia. Dirige inoltre l’Ayurvedic Institute di Albuquerque, in New Mexico. Ho studiato con lui per quattro anni nel 1983. Da allora ho incorporato l’Ayurveda nel mio modo di insegnare. Guruji amava l’Ayurveda, ne abbiamo discusso molte volte negli anni. L’aveva studiata a scuola. Anche Krishnamacharya era un grande sostenitore di questa scienza. Guruji lo disse più volte durante i nostri incontri, e spiegò quanto fosse importante apprenderla. Io fui uno tra i pochi a prendere in considerazione il suo consiglio. Penso che per chi insegni Mysore Style, lo studio dell’Ayurveda sia una componente molto importante. Questa scienza ci aiuta a rivolgerci a ogni studente in modo personalizzato, in base al dosha, all’età, all’ambiente, alla stagione. Senza la comprensione dell’Ayurveda, il metodo diventa generico e con un approccio standardizzato, quindi ben diverso da come Guruji l’ha trasmesso a me! E non è certo in questo modo che la pratica dello Yoga veniva trasmessa anticamente. Non è necessario diventare medici Ayurvedici per metterne in pratica le basi nel quotidiano. Penso però che sia un prerequisito per chi vuole insegnare conoscerla meglio. Se non siamo in grado di distinguere i bisogni specifici dei nostri studenti, come possiamo ottenere buoni risultati? Fatevi questa domanda, e ditemi se non vi sembra un ragionamento sensato.

SJ: Hai aperto due centri dedicati all’Ashtanga, uno a Bali e uno in Sri Lanka. Ci puoi raccontare come nasce e come cresce una comunità in stile Mysore?

APC: Negli anni, ho avuto l’opportunità di costruire molte comunità per chi pratica Ashtanga Yoga. Una delle prime è stata a Phoenix, in Arizona. Ho contribuito alla formazione di una comunità molto attiva fino agli anni ‘90, prima di andare altrove. Ho aiutato mio fratello Eagle a creare Pineapple Yoga a Kauai, nelle Hawaii. Eagle insegna lì ormai da 15 anni. E ho aperto un centro in Sri Lanka nell’anno in cui fu colpito dallo Tsunami! Non è stato un bel modo di partire, anzi è stata un’esperienza molto intensa, che ho descritto in un mio libro. Ma è stata un’idea che mi ha premiato in molti modi diversi. In Sri Lanka, l’idea (che non raccomando a tutti) è stata di aprire una comunità in cui tutti potessero praticare, ma con l’impostazione di un resort. Ci occupavamo di tutto, e a volte mi è sembrato di gestire un centro di assistenza per adulti! Avevo davvero troppe responsabilità in ambiti che non mi interessavano realmente (la ristorazione, la ricezione degli ospiti, il loro intrattenimento, etc.). Il mio centro a Bali, Ashtanga Yoga Bali Research Centre (in onore di Guruji) è molto simile a quello che ho vissuto io nei primi anni a Mysore. Gli studenti devono fermarsi per almeno un mese, questo è il requisito di permanenza minima. Sono in tanti a tornare e a crescere insieme al centro. Affrontiamo la pratica con spirito di ricerca, utilizziamo le tecniche che abbiamo appreso per decenni, per aiutare gli studenti ad affrontare i loro limiti personali. Ognuno di noi ha esigenze specifiche, e noi ci rivolgiamo ai singoli individui utilizzando l’Ashtanga e l’Ayurveda. Al termine del soggiorno, i praticanti sono forti e stabili nella loro pratica e possono tornare a casa con rinnovato entusiasmo. Ed è a questo punto che centri come Stillpoint Yoga London entrano in gioco, mantenendo viva la comunità locale. E’ un concetto simile a quello che un tempo animava le chiese, un luogo di devozione interiore dedicato allo sviluppo e alla trasformazione personale. Questo è l’autentico significato del detto di Guruji, “practice and all is coming”. Tutto ruota intorno alla pratica, quotidiana, regolare e costante: è al suo interno che avviene il cambiamento. Non è un desiderio o un sogno. E’ solo attraverso la partecipazione continua e completa che possiamo rimuovere l’ignoranza che avvolge il sistema corpo/mente. Nel mantra di apertura, la frase “Samsara Hala Hala (la velenosa natura delle fissazioni mentali) ci rivela natura della pratica, ovvero indurre corpo e mente a collaborare. La pratica è mentale e il corpo è il meccanismo con cui incoraggiamo la mente a cambiare. Gli strumenti che utilizziamo nella pratica hanno lo scopo di indurre la mente a collaborare con il corpo. Il respiro è uno dei “ponti” necessari a creare questa connessione. Un altro è costituito dai Bandha, un altro ancora dal Drishti. Guruji ne parlava spesso! Ecco perché poneva una grande enfasi sulla parte fisica della pratica, sugli asana. Ci diceva di cominciare da questo. Il sistema mente/corpo era il nostro laboratorio: il respiro ci consente di cambiare il nostro corpo e la natura della nostra consapevolezza. E’ come un laser puntato sulla nostra mente, che ci consente di penetrare gli stati più elevati di coscienza. Perché se corpo e mente non sono quieti, non riusciremo mai a ottenere quell’immobilità necessaria alla meditazione. Guruji voleva che la ricerca sugli altri rami dello Yoga fosse individuale, la lasciò al nostro libero arbitrio.

SJ: Vorrei toccare un tasto molto personale. Qualche anno fa, hai perso tragicamente tua figlia, Shanti. Vuoi parlarcene, e dirci in che modo la tua pratica spirituale e lo yoga ti hanno sostenuto nel superare quel momento? Come stai ora? 

APC: Perdere mia figlia Shanti è stato l’evento in assoluto più devastante della mia vita. Ero completamente impreparato. Avevo due figlie meravigliose, che amavo alla follia. Ero in un momento bellissimo della mia vita personale e professionale. Mi ero appena sposato con una donna meravigliosa, Radha. Avevo costruito insieme a lei una comunità di grande successo a Bali, dove Yoga e Ayurveda crescevano insieme. Ero economicamente tranquillo. Ero in piena salute. Avevo tutto ciò che desideravo dalla vita. E poi mi arrivò la notizia… Radha ed io eravamo appena tornati dalla California, dove ci eravamo sposati, il 21 giugno del 2013. Il 18 luglio atterrammo a Bali. Aprii il computer e trovai una mail di Mira, la mia figlia minore. L’oggetto era “CHIAMAMI IMMEDIATAMENTE”. Sentii un pugno allo stomaco, e la chiamai immediatamente. Mi rispose e mi diede la tragica notizia. Shanti era morta in un incidente d’auto. Inutile dire che da allora la mia vita ne è stata profondamente influenzata. Yoga e Pranayama mi hanno aiutato nel superare questa perdita terribile? Sì e no. Ho sofferto le pene dell’inferno. La pratica mi ha costretto ad andare ancora più in profondità. Mi ha lasciato vulnerabile e solo. Ad un certo punto sono entrato in una seria depressione. Ho dovuto toccare il fondo per riuscire a rialzarmi. Grazie a Dio la pratica mi ha mantenuto in salute per tutto il tempo necessario a uscire dalle circostanze più tristi che un essere umano possa trovarsi ad affrontare. In tanti mi hanno detto che la perdita di un figlio è l’evento più tragico che un essere umano possa affrontare. Non posso che essere d’accordo. Il mio insegnante di meditazione, Ishwar Puriji, mi ha aiutato più di chiunque altro. E’ arrivato nella mia vita proprio quando ero pronto a mollare tutto. Qualcuno mi inviò un suo video su YouTube. Guardai le sue conferenze sui temi della vita e della meditazione. Mi toccarono profondamente e decisi di incontrarlo il prima possibile. Mi ha condotto sul cammino del Surat Shabd Yoga (lo Yoga delle Correnti dell’Anima). Una pratica che mi ha dato sostegno spirituale. La mia mente cerca spesso di sabotare le mie vittorie spirituali, ma grazie al cielo posso rivolgermi a Ishwar in ogni momento. Credo che tutto, nella nostra esistenza, sia pre-ordinato. Questo evento drammatico è un disegno che mi ha costretto a svegliarmi, a comprendere il vero significato della vita, e a capire dove è la mia vera casa. Se questa tragedia non mi avesse colpito, non avrei mai compreso queste verità.

SJ: Come è cambiata la tua pratica negli anni? Pratichi ormai da oltre 30 anni: cosa hai imparato, e cosa stai ancora imparando?

 APC: Con l’età la mia pratica è gradualmente cambiata. A vent’anni, ero un entusiasta degli asana, volevo completare le serie avanzate, e ci riuscii abbastanza facilmente e velocemente. Ero molto atletico, la pratica per me era una sfida: la mia attrazione per lo yoga era puramente fisica in quel periodo. Dopo aver conquistato le posizioni più complesse, cominciai a chiedermi: e ora? Fu la motivazione che mi spinse verso gli aspetti più mentali e spirituali della pratica, ma non accadde dalla sera alla mattina! Come ho detto, forse il risveglio più profondo è arrivato insieme alla perdita di mia figlia Shanti. Naturalmente, la saggezza che deriva dall’essere un “vecchio” insegnante/praticante mi ha regalato la capacità di offrire la giusta prospettiva sia ai principianti che ai più esperti. Riconosco subito l’ossessione per la forma tipica delle giovani promesse dello Yoga. E’ naturale, è parte del processo. Posso incoraggiarli a proseguire, ma devono passare da soli attraverso questa fase. Mi ci sono voluti anni per capire quanto fossero ridicole le pose da ginnasta rispetto alla profonda realizzazione spirituale, o anche semplicemente a ciò che è davvero necessario per essere in salute. Ho perso tanta di quella energia per rincorrere un asana! Eppure, quella fase ha fatto parte del mio processo di crescita, dell’ignoranza della gioventù. Ora, a 60 anni, ho una pratica adatta alle mie esigenze e alla mia età. Non mi pavoneggio in posizioni avanzate, né ne sento il desiderio. Pratico una serie composta dai Saluti al Sole, dalle posizioni in piedi e dagli asana seduti della prima e della seconda serie che ritengo più adatti a me. E sto benissimo! Ho appena fatto un check up completo in Thailandia: tutti i test possibili. I risultati sono stati eccellenti, i medici ne sono rimasti colpiti. Sicuramente devo tutto alla mia pratica e alla mia alimentazione (salutare ma priva di fanatismi), e un po’ anche al mio sense of humor.

Ho imparato e sperimentato sulla mia pelle l’efficacia di questa pratica, se usata correttamente. Per “correttamente” intendo secondo i principi dell’Ayurveda (i dosha, l’età, l’ambiente, la professione, la vita familiare del praticante). E’ necessario rivolgersi alla persona come ad un individuo unico in se stesso. Dobbiamo rivolgerci all’essere umano onorandolo con la nostra massima attenzione, rispetto e cura. Molti insegnanti non hanno idea di cosa stanno facendo, perché non sanno nemmeno di cosa hanno bisogno loro in prima persona. Come possono essere sensibili nei confronti dei loro studenti? Se usiamo l’Ashtanga Yoga, gli asana e il pranayama in modo superficiale, il danno che rischiamo di arrecare gli individui è di proporzioni epidemiche! Il mio ruolo di insegnante anziano è di portare avanti questa tradizione facendo tesoro di ciò che ho imparato attraverso l’esperienza e la ricerca. Ciò che oggi viene proposta è una versione generica, standardizzata della pratica. E’ di scarso valore per i praticanti, perché viene insegnata con scarsa sensibilità. Ecco perché enfatizzo l’approccio ayurvedico come strumento per sviluppare il potenziale e l’equilibrio del singolo. Questo è il modo più corretto di rivolgersi ad ogni individuo all’interno di una lezione di gruppo. Lo stile Mysore era stato creato per insegnare ad un gruppo di persone, pur mantenendo intatta la personalizzazione della pratica. Non si può fare diversamente. Ma purtroppo non è così che la pratica viene trasmessa nella maggior parte dei centri yoga sparsi in tutto il mondo.

Ashtanga Yoga con Guruji negli anni 70-80. Pochi si avventuravano in India.

Viviamo oggi in un’epoca e in luoghi diversi rispetto alle origini di questo metodo. Dobbiamo adattarlo alla situazione contingente e al singolo praticante. Questa pratica è stata concepita per “padri di famiglia”: era insegnata da uomini (Pattabhi Jois/Krishnamacharya) che avevano famiglie, non da monaci o viandanti. Si basava sul solido principio di poter essere praticata tutti i giorni, su base regolare, per aiutare il singolo a vivere al meglio la propria esistenza, ad esprimere il proprio potenziale in qualsiasi campo. Giovani o vecchi, uomini o donne, c’è un modo corretto per praticare questo metodo, per far sì che ci renda forti e resilienti oltre la nostra immaginazione. Posso testimoniarlo per esperienza diretta, per la continua ricerca e per le migliaia di studenti a cui ho insegnato: ne ho visti gli effetti su ognuno di loro. Non conosco un’altra forma di esercizio in grado di coinvolgere organi interni, muscoli, fascia, ossa, articolazioni, circolazione, etc. E’ sicuramente il metodo migliore che esista. Ci aiuta a mantenere intatto il tempio del nostro corpo, a renderlo pronto alle pratiche di meditazione rivolte al sé supremo. Se ne conoscete uno migliore, per favore ditemelo!

SJ: Quindi… qual è il tuo prossimo progetto?

APC: La mia missione, attraverso l’Ashtanga Yoga Bali Research Centre e all’estero, è di insegnare correttamente e con saggezza questo metodo. So che posso trasmetterlo nel modo migliore se mi applico nel dimostrare a tutti in che modo l’Ashtanga Yoga può migliorare le nostre vite. Desidero che tutti ne traggano gli stessi vantaggi di cui ho goduto io per oltre 40 anni, ma è necessario che la saggezza accompagni la potenza di questo sistema, o saranno sempre più numerosi i praticanti danneggiati, dentro e fuori, da uno strumento usato male. Mi impegno a mantenere viva la ricerca! Le religioni, i fanatismi sono pericolosi. Aiutatemi a mantenere vivo l’Ashtanga Yoga: fate ricerca, e salvate questo metodo dall’inaridimento totale. La scintilla è ancora accesa. Se esplorate il metodo con mente aperta, vedrete voi stessi se ho ragione o torto. Il vero lavoro inizia dentro di noi, non fuori. Non limitatevi a lustrare la barca praticando asana e pranayama. Se vi fermate agli asana, prendete in giro voi stessi. Ho scritto un libro dal titolo “The Only Way Out Is In”. Non c’è altro modo per sopravvivere agli alti e bassi dell’esistenza di cui ci è stato fatto dono. Siamo venuti in questo mondo per esperire il regno fisico. Io mi ritengo sazio: e voi? Verificate da soli ancora una volta l’autenticità delle mie parole. L’autentico significato della vita ci attende proprio dietro i nostri occhi. Non davanti al nostro ego. La lotta tra oscurità e luce esiste: il polo positivo è il terzo occhio, il polo negativo è la nostra radice, muladhara. La forza ci accompagna se ci muoviamo verso la luce. Incoraggio tutti voi ad usare l’innato buonsenso. Il mio insegnante spirituale, Ishwar Puriji, dice “il buonsenso è una rarità”. E io sono d’accordo. Coltivate la ricerca attraverso l’intuizione che risiede nel vostro terzo occhio: è un rilevatore innato delle fandonie che cercano di propinarci. E’ il modo per sovrascrivere la Matrix. E’ oltre il sistema corpo/mente. Ci eleva fino a renderci osservatori obiettivi per l’uso corretto del nostro “vascello”. La nostra mente vuole comandare il gioco e rappresenta il potere negativo. L’anima è l’osservatore. E’ Krishna che guida il nostro carro, tenendo le redini dei nostri cinque sensi. Lasciate che Krishna conduca la corsa, sedetevi e godetevela. Diversamente, sarete condannati a ripetere continuamente gli stessi errori. Questo è il significato autentico della frase “Samsara Hala Hala”.

Ho condiviso qui la mia esperienza personale. So di andare controcorrente rispetto al credo popolare, ma mi sta bene essere un ribelle per una causa giusta. Lo siete anche voi?

– Anthony Prem Carlisi intervistato da Scott Johnson

Traduzione di Francesca d’Errico

Il giorno del Guru: i ricordi di David Garrigues

Martedi 19 luglio, Moon Day, è Guru Poornima, tradizionalmente giorno di festa per i discepoli che seguono un cammino spirituale sotto la guida di un maestro, giorno in cui viene celebrato il saggio Vyasa, il mitico maestro che trasmise ai suoi discepoli i Veda per il bene dell’umanità. E proprio in questo giorno è nato Guru-ji, Sri K. Pattabhi Jois. Questo articolo scritto da David Garrigues, uno dei pochi insegnanti al mondo certificati da Guru-ji, ne presenta un aspetto profondo e spirituale. Guru-ji ha concepito e trasmesso la pratica dell’Ashtanga Yoga con un preciso intento terapeutico – nel senso più omnicomprensivo del termine, una terapia per il corpo fisico e per il corpo energetico e, da ultimo, per il nostro corpo spirituale. Pratico da anni questo metodo e mi sono presa spesso e volentieri delle licenze, integrandolo con altri stili, arricchendo le serie con asana non previste o non nella corretta sequenza. Nell’ultimo anno – come avevo fatto nei primi anni della mia pratica con Hamish, il mio primo Maestro – mi sono dedicata di nuovo con impegno a rispettarne la logica e ne ho riscoperto l’immenso valore. C’è una ragione che forse non è del tutto comprensibile per cui gli asana vanno eseguiti nella sequenza che Guru-ji ha voluto, e c’è una ragione per andare alla fonte e continuare a studiare con chi ci è stato. E’ necessario dare alla pratica l’opportunità di essere appresa come è stata concepita per apprezzarne il potenziale. In questo articolo, in parte capiamo perché. Il resto, va appreso sul tappetino. Buona lettura e buon Guru Poornima!
 
David Garrigues e Guru-ji

Come diceva Sri K Pattabhi Jois (Guruji) : “strong body, strong mind, weak body, weak mind.” (corpo forte, mente forte; corpo debole, mente debole).

Guru-ji poneva un grande accento sulla forza e sulla salute fisica come percorso privilegiato verso la felicità e la realizzazione in questa vita. Non solo, riteneva che questi aspetti fossero fondamentali nel raggiungimento del potenziale di concentrazione mentale che porta alla conoscenza di sé. Il suo messaggio agli studenti era chiarissimo: per ricevere i benefici terapeutici dello yoga, è necessario coltivare per tutta la vita una disciplina nella pratica delle posture, del respiro abbinato al movimento.
Per Pattabhi Jois, il terzo e il quarto ramo dello yoga non erano stadi attraverso cui passare per arrivare ai rami successivi. Per lui, il terzo e il quarto ramo erano le fondamenta necessarie e permanenti della pratica, che dovevano essere sostenute ogni giorno per tutta la vita. Nel perfezionare il terzo e il quarto ramo, il praticante può perfezionare gli altri rami. A qualsiasi domanda sugli altri rami dello yoga, Pattabhi Jois rispondeva di dedicarsi con serietà e impegno alla pratica di asana e pranayama: solo così ogni altra domanda avrebbe trovato risposta.
Oltre ai suoi insegnamenti sugli asana, Guru-ji era un autentico guaritore che teneva in altissima considerazione i rimedi naturali. Dopo una lezione, nel salutarlo, gli studenti spesso si lamentavano dei loro problemi fisici. Guru-ji li incoraggiava a praticare, e a volte raccomandava un rimedio yogico o ayurvedico, una preparazione del cibo medicinale come il kichari o il riso gangi nei casi più acuti, una dieta detossinante, un breve digiuno, un farmaco fitoterapico, un bagno d’olio (o l’ingestione stessa di olio), ed altre cure naturali.
Ma quando le circostanze lo suggerivano, Guru-ji sapeva anche tenere le distanze dai rimedi naturali. Una tra le più storiche praticanti di Ashtanga racconta che, in preda ad un malore di cui nessuno capiva la causa, rivolgendosi a Guru-ji si vide proporre un medicinale allopatico decisamente tossico: dopo averlo ingerito, tuttavia, la nostra eroina tornò rapidamente in salute.
Sono molte le storie sulle intuizioni di Guru-ji e sulle sue grandi capacità terapeutiche, sia sul piano fisico che su quello energetico.
Una volta, a Mysore, in India, mi venne una terribile forma di acne dolorosa. Studenti e indiani mi guardavano con orrore, notando i foruncoli rossi e viola, grandi come palle da golf, che tempestavano il mio corpo. Andai a casa di Guru-ji in cerca di una soluzione, e alla vista delle mie pustole, con grande soddisfazione esclamò; “Oh, belli grossi! Non inciderli, è il tuo nuovo corpo che si sta formando!”. Se li avessi incisi, avrei rischiato di interrompere il processo di disintossicazione naturale che stava facendo il suo corso.
Naturalmente, il suo entusiasmo non era per i miei foruncoli ma per il processo disintossicante di cui l’acne era un chiaro sintomo. Era riuscito a capire subito che la pratica stava eliminando le tossine dal mio corpo, rinnovandolo completamente. Osservava questa fase di disintossicazione come un aspetto naturale derivante dal mio impegno nello studio della pratica.  Aveva piena fiducia nella pratica ed era risoluto davanti al dolore, allo sconforto e alla malattia.
Offriva a chi non sapeva dove rivolgersi la possibilità di rinnovarsi e guarire. Credeva sopra ogni cosa nelle potenzialità mediche e terapeutiche dello Yoga. Aiutava la gente a superare o almeno a curare in parte gli effetti di ogni sorta di malanno fisico e mentale: diabete, asma, problemi cardiovascolari, traumi sessuali, traumi infantili, fobie, depressione e dipendenze. Parte della grandezza dei suoi insegnamenti era la sua capacità di trasmettere questa fiducia: lavorare con lui rendeva combattivi, aiutava a sentire di avere la possibilità di sconfiggere qualsiasi malattia o qualsiasi ostacolo.
Questa fiducia nel potenziale terapeutico dell’Ashtanga Yoga è una delle ragioni per cui insisteva sul fatto che la pratica doveva essere “99% pratica e 1% teoria”. Perché è la pratica (e non studiare o parlare di Yoga) a guarirci dai nostri mali. Attraverso la pratica ristabiliamo la nostra salute ringiovanendo i fondamentali “sistemi operativi” del corpo. Attraverso la pratica quotidiana di sequenze create ad arte influenziamo la nostra salute e il nostro benessere: la capacità di respirare, la circolazione sanguigna, il sistema digestivo, la mobilità articolare, l’espressione delle nostre emozioni, la stabilità mentale e la regolarizzazione delle funzioni endocrine e delle onde cerebrali.
E queste non sono che alcune delle potenzialità terapeutiche dell’Ashtanga Yoga.
Applichiamo queste tecniche per dare agli asana una qualità attiva, mantenendo l’attenzione sulla nostra consapevolezza all’interno dell’asana. La qualità a cui mi riferisco non è difficile da comprendere o immaginare, perché è semplicemente la somma delle abilità di notare con accuratezza ciò che avviene in noi e intorno a noi in un preciso momento. Il nostro livello di concentrazione e consapevolezza genera una linfa, un’ambrosia che possiamo bere e che ci dona nuova vita. E la meditazione è una sorsata di questa miracolosa bevanda, paragonabile ad un’oasi di acqua cristallina a cui giungiamo dopo una sfiancante camminata nel più desolato dei deserti.  Abbeverarsi alla consapevolezza significa aprire i cancelli alla capacità di autoguarigione, perché quando siamo davvero consapevoli, troviamo automaticamente e naturalmente il nostro respiro più autentico, siamo in grado di riconoscere i bandha, il dristi, dhyana e tutte le tecniche essenziali dello Yoga. Esistono e ci appartengono naturalmente come i nostri occhi, il nostro naso e la nostra bocca appartengono al nostro volto.
La versatilità in queste tecniche fondamentali, tuttavia, può diventare una vera sfida anche per lo studente di lungo corso. La perfezione in questi aspetti elude a volte anche il praticante più serio. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di una guida autentica, di un insegnante che abbia la pazienza e la conoscenza necessarie a sviluppare le pratiche dello yoga. Un insegnante di questo tipo può aiutarci a diventare più forti, più stabili nella pratica, magari sviluppando metodologie che siano particolarmente adatte alla nostra costituzione e alle nostre capacità.
E’ solo allora che la pratica non solo faciliterà il recupero delle funzioni ottimali del nostro cervello, dei sistemi nervoso, digestivo, linfatico, circolatorio, organico, endocrino – ma anche e soprattutto ci porterà all’interno, dove la conoscenza di sé e il risveglio spirituale aspettano solo il nostro arrivo.”
– David Garrigues
Traduzione di Francesca d’Errico

Yoga Vs violenza: parla PJ Heffernan

Traduco oggi per voi l’interessante post di PJ Heffernan, insegnante di Ashtanga Yoga autorizzato KPJAYI, che ho avuto il piacere di conoscere a Mysore e che offre sempre spunti di riflessione autentici e molto radicati nella realtà di tutti i giorni. PJ è una vera forza della natura, e i suoi messaggi sono altrettanto carichi di energia, e utilissimi a praticanti e insegnanti. Buona lettura!

YOGA E VIOLENZA

A chi pratica Yoga da tempo, il binomio tra Yoga e violenza appare con strana e inaspettata regolarità. Ci basta aprire le pagine delle Bhagavad Gita, per ritrovarsi su un campo di battaglia. I Ramayana, i libri di Kali, i Purana, un’immensa maggioranza di testi mitologici legati allo Yoga sono lezioni sulla violenza perpetrata in pensieri ed azioni. E se trascorrete parecchio tempo nelle sale dove si pratica Mysore o lezioni di Yoga, l’effetto pronto soccorso può sembrare allarmante. Molti tra noi praticanti di lungo corso hanno una lista infortuni più lunga delle nostre braccia. Come avviene nella vita, il dolore e la sofferenza siedono sul trono dello Yoga accanto ad illuminazione e consapevolezza. Se aspettassi ogni volta il via libera del mio corpo alla pratica, salirei sul tappetino una o due volte l’anno, se non mai.
Amici, studenti e colleghi, sappiate che mi alzo ogni mattina alle 2:30, e la mia battaglia inizia nel momento in cui mi trascino letteralmente fuori dal letto.  Ogni volta che srotolo il mio tappetino, inizia il mio duello con le mie debolezze, la mia negatività, i miei infortuni e la mia pigrizia latente. Ogni giorno, da 11 anni. E’ una battaglia che vinco tutti i giorni, da anni.  Guruji e Sharath hanno fatto un bel lavoro nel radicare in me questa capacità, fin dall’inizio del mio cammino con loro. Quando sono insieme ai miei insegnanti (per un mese o due ogni anno), do’ il meglio di me, e l’entusiasmo carico d’ansia ha la meglio sulla mia fatica e mi ispira ad esplorare me stesso in profondità. Da solo o sotto l’occhio vigile di un insegnante, la verità è che il percorso dello Yoga è una battaglia interiore. Affrontarlo ogni giorno, tenendo a bada la mia negatività, equivale ad una vittoria. Lo stesso concetto vale per le relazioni personali e professionali più impegnative a livello emotivo. Vincere i contrasti, raggiungere un risultato in modo amorevole, senza cadere preda di rabbia o risentimento è la pratica Yoga trasferita dal tappetino alla vita, la pratica che porto nel mio lavoro di insegnante e nella mia vita sentimentale.
Durante il suo tour a Los Angeles, Sharath ha affermato qualcosa di molto importante: “Questo tipo di Yoga serve a gestire noi stessi”. Ha parlato di quanto sia importante l’affinità con i nostri insegnanti, d mantenere con loro una relazione pulita e sacra. Ha spiegato che, quando amiamo e rispettiamo i nostri insegnanti, quando manteniamo con loro uno scambio di pensieri e sentimenti puri, il nostro percorso nello Yoga ne esce rinvigorito. Quando arriva il momento – e arriva sempre – in cui la comunicazione o le emozioni mettono alla prova questa reciprocità, è necessario fare ammenda e ristabilire il contatto, per evitare che questo rapporto prezioso si avveleni da entrambe le parti.
Un vero insegnante trasmette forza con la sua presenza, con la sua attenzione, la sua fede nei nostri progressi, la sua fiducia in noi che, grazie alla sua esperienza, vediamo la luce attraverso l’oscurità delle nostre paure, della violenza e della nostra ignoranza. Un vero insegnante diventa anche il faro che illumina la nostra vergogna, e la nostra responsabilità quando rinunciamo interiormente. E’ una battaglia che combattiamo nella vita e sul tappetino. Per esperienza, quante più battaglie riusciamo a vincere semplicemente ripetendo il rituale della pratica senza lasciarci condizionare dagli eventi del quotidiano, tanto più ci rafforziamo interiormente.  Chiunque riesca ad onorare il percorso quotidiano della pratica, indipendentemente dai traumi, dalle scuse, dalle sofferenze sentimentali e dal corpo dolorante, ha l’anima di un autentico guerriero. E’ un guerriero chiunque torni giorno dopo giorno, anno dopo anno, sul tappetino con cuore carico di passione e intenzione stabile. E’ solo così che possiamo conoscere lo Yoga.

Siamo arrivati in questo mondo con violenza, insanguinati e urlanti. Il mio augurio è che ognuno di noi possa sentire la grazia della battaglia, assaporare la calma interiore che deriva dalla profonda accettazione per questo mondo fatto di orrore e bellezza, piacere e dolore, vita dopo vita dopo vita… INVICTUS!

PJ by Alessandro Sigismondi

– PJ Heffernan
PJ è un insegnante Autorizzato Livello II presso KPJAYI, l’Istituto creato dal leggendario Sri K. Pattabhi Jois, fondatore dell’Ashtanga Yoga, e oggi diretto da Paramaguru Sharath Jois.

Autobiography of a Yogi, the year 2016

I have been long waiting for this book to arrive.
I met Taylor Hunt in Mysore last December while attending KPJAYI. We had a facebook connection and as many Ashtangi, I was following his dedication to the practice – I was struck by how inspiring and empowering his posts were, and how strong and balanced the practice made him look. Then I discovered he was about to publish a book about his path in Yoga. Turns out, Taylor is coming from a very dark past of alcoholism and addiction, and through sheer will and Ashtanga Yoga, he is now a very successful Yoga Teacher (yes, capitol letters, since he is Authorized Level 2 by KPJAYI) and a wonderful family man. He runs a very popular Mysore Program, travels to give Yoga workshops and intensives, but most of all, he is inspiring all those struggling through the difficult path of recovery and rehab with his powerful message.
What happens when all this becomes a book? Well, I was about to find out. I asked Taylor if we could meet up in Mysore: teaching myself and being a translator for Italian Publishers specialized in Yoga and Spiritual literature, I am always looking for interesting projects, and this sounded just what I was looking for. Taylor knew nothing about me, yet he was kind and open-minded enough to invite me at his family home in Mysore, where he was spending his usual three months of practice with Sharath.
I was struck by his warmth and by his lovely wife and children. I could immediately sense the harmony that surrounded them. And Taylor had that brightness in his eyes, the one you find in those really committed to the practice – when you practice every day, year after year, no matter what, your eyes become crystal clear and seem to read through the people you meet. This book obviously meant a lot to him. It is his own life that he was about to disclose to the world, all details included: no matter how hard, difficult and sometimes even shocking they could be. Taylor was ready to share his hardship with all of us – seasoned practitioners as well as beginners, and of course people still struggling with drug, alcohol or any other form of addiction. Taylor was telling me about it, and I was already looking forward to reading it – not because I had some sort of morbid curiosity but because I could understand how impactful such story could be on so many levels. Of course, I immediately pre-ordered my copy. And that copy finally arrived.
As I imagined, this Yoga book is actually a book for everybody. I see it as a contemporary, down-to-earth version of “Autobiography of a (western) Yogi”, that actualizes the message of Yoga in a very grounded, accessible way. No sudden, sci-fi enlightenment story but the powerful, honest account of a path full of hurdles towards a pacified mind and a sense of purpose in life. Written in a style that keeps you hooked as a best-selling author’s novel, “A Way From Darkness” relates to each and every one of us. In Taylor’s words we can find our own struggles, our everyday battles. Whatever drove us towards yoga, we were all coming from our dark place hungry for answers, and in one way or another, Yoga helped us find these answers within ourselves. Through Yoga we got (or are getting) rid of old habits and patterns, rebuilding ourselves. It is sometimes a life-long task, but we enjoy (and at times endure) every single step of it.
I warmly recommend “A Way From Darkness” as a great add to any Yoga library. Our shelves are filled with Yoga books – from the Sutras to all sort of technical practice manual we can find. Reading a real-life Ashtanga story, were asanas or philosophy are not the main focus for once, is incredibly refreshing and motivating. Find a teacher and get on your mat, everybody. And get a copy of Taylor’s book. Unless you are Italian, of course, and can wait for me to translate it…
“A Way From Darkness”, by Taylor Hunt is now available on Amazon.com or on www.awayfromdarkness.com 

Taylor Hunt, Yogi and writer

Lo Yoga non può essere diluito: Sharath Jois

Paramaguru Sharath Jois, KPJAYI, Mysore

In questi giorni, molti studenti di KPJAYI stanno divulgando su facebook un importante messaggio di Sharath Jois in inglese.
Spero di fare cosa gradita a chi mastica questa lingua con qualche fatica traducendolo in italiano. E’ un messaggio a mio modesto parere di grande importanza soprattutto di questi tempi e nel nostro mondo occidentale, dove tutti vogliamo tutto subito – ma c’è qualcosa che non ci può essere consegnato in pochi mesi di corso intensivo. Si chiama Yoga.
“Il mondo ha bisogno dello Yoga oggi più che mai. Basta osservare lo stile di vita delle persone, ovunque, e l’India non fa eccezione. Tutto è diventato troppo veloce, tutti vogliono ottenere tutto e di corsa, perché siamo costantemente in competizione. Lo stress aumenta all’interno dei nostri corpi, siamo tutti soggetti a vite stressanti. In queste circostanze, lo yoga è utile nel mantenere in equilibrio corpo e mente, migliorare i livelli di concentrazione nella vita di tutti i giorni e garantire una vita più serena.
Insegno Ashtanga Yoga, uno dei metodi tradizionali. Le basi della pratica dell’Ashtanga Yoga sono vinyasa (respiro e movimento); tristhana (tre luoghi d’azione) e l’eliminazione dei “sei veleni”: lussuria, rabbia, ingordigia, illusione, orgoglio e invidia. Queste azioni positive, combinate tra loro, contribuiscono alla longevità individuale.
Lo yoga può essere praticato da chiunque, giovani, anziani, sani e malati. Naturalmente, le modalità di insegnamento saranno diverse a seconda della condizione di ogni praticante, a cui lo yoga verrà trasmesso in modo consono alle sue circostanze personali.
Sfortunatamente, nel mondo lo yoga viene dissolto negli stili di yoga definiti “moderni”. L’aspetto spirituale dello yoga è quasi ovunque assente. Di fatto, yoga e spiritualità sono strettamente connessi. Non possiamo estrapolare la spiritualità dallo yoga e continuare a praticarlo: non sarebbe più yoga. Abbiamo la grande necessità di tornare allo yoga tradizionale nelle sue modalità spirituali, che io considero la forma più autentica di pratica yoga. Questo è ciò che cerco di fare, mantenendo viva la tradizione dell’Ashtanga Yoga prima che qualcuno lo rivendichi in una versione “moderna”.
Sono inoltre perplesso dal numero crescente di insegnanti di yoga proveniente da scuole che offrono una preparazione basica. Non è possibile diventare insegnanti di Yoga in un mese o con un programma di certificazione qualsiasi. Lo Yoga è uno stile di vita. Una pratica di cui è necessario conoscere in profondità ogni aspetto, che va praticata sei giorni alla settimana nella sua forma più pura per un minimo di tre anni. Questo è il periodo minimo necessario a definirsi “insegnanti di yoga”.
Nella mia opinione, la conoscenza può essere trasmessa solo quando uno studente ha trascorso molti anni insieme ad un guru o ad un insegnante esperto, a cui si è affidato anima e corpo con fiducia. Solo in queste circostanze lo studente diventa pronto a ricevere la conoscenza. Questa trasmissione da insegnante a studente è la tradizione del parampara, che viene messa in pratica al KPJAYI.
Ci assicuriamo che chiunque pratichi Ashtanga Yoga e desideri promuoverlo, venga preparato sotto la nostra guida per almeno tre anni. Solo in seguito a questa preparazione, lo studente viene autorizzato a trasmettere l’Ashtanga Yoga nella sua forma originale, che ne comprende gli aspetti spirituali (gli insegnanti autorizzati KPJAYI sono presenti in oltre 70 paesi nei cinque continenti e si attengono agli insegnamenti trasmessi dal suo Guru Sri K. Pattabhi Jois).
Lo Yoga è integrale alle nostre vite e non riesco a pensare a me stesso privo della mia pratica, perché è il modo più naturale di costruire la personalità di un individuo. Lo Yoga garantisce una migliore salute corporea, una mente serena e tranquilla, rendendoci individui realizzati. La mia più alta fonte di ispirazione è mio nonno, Sri K. Pattabhi Jois, di cui desidero portare avanti il messaggio che è diventato per me una autentica benedizione.”
(Discorso di Sharath Jois a Aravind Godwda)

The Mysore Diary, #8 (ENG)

Pic by Alessandro Sigismondi

One month has gone by and I am left with just a few more days to spend in Mysore. I am already feeling that funny butterflies sensation in my belly when thinking about my life waiting for me in Milan. I am starting to miss my family, my friends and my cat. Yet I don’t want to leave India… Not yet! So many things I would like to do here, and not enough time left. I will miss practicing with Saraswathi, chanting, Sanskrit classes, the feeling of living in a Yoga community, actually a Yoga city. Wherever you turn, a friendly smile, somebody you can immediately relate to, somebody that won’t think you’re a bit mad talking about bandha, dristhi, asana, Yoga Sutra and the likes. But it’s almost time to bring India back with me. It’s time to give back what I received here, and most of all, what I felt. I never thought this practice could be healing to such powerful extents, even if I have been practicing for years. Coming here put me to the test on many levels. I learnt how to deal with my fears and how important it is to always be yourself, on and off the mat. Over the past few weeks I learnt that my slipped discs cannot stop my practice and can actually heal through it. Sometimes pain is more in our minds than in our body! My practice grew in stability and concentration and I learnt how to balance my natural flexibility with my new strength. But most of all… I met some amazing individuals that I want to thank. Some are old friends, some are new additions to my life that I sincerely hope to cross path with soon again. Greg Nardi, a Teacher I have known since 2007, and his husband Juan Carlos Valan. Alessandro Sigismondi, photographer extraordinaire, his wife Paula Vahos and lovely Leo, you’ve got a friend forever. The brave and intense Taylor Hunt, whose book I can’t wait to read, and his great family. PJ Heffernan and his rock and roll energy. Sam Chen and his adjustments… and vegan cakes! Mark Robberds and Deepika Metha with their beautiful love. Kelly Hogan and our rickshaw ride to Devaraja market. My Italian crew: Martina and Chiara Cova, The Best room mates ever, Rosa Tagliafierro and her hugs just when you need one. My Teacher Elena De Martin with her wisdom and experience, so great to have her here. Maria Luisa Gorla and our afternoons by the pool. Susanna Finocchi and her wonderful smile. Gian Renato Marchisio and his Sama Konasana performance on the rocks. Every single Yogi who practiced next to me at Saraswathi’s and in the main shala. Lakshmish and his great tuitions; Arvind and his philosophy talks, Jayashree and her melodic voice, Akhil Lanka and his healing singing bowls, Nektarious and his sitar. Sudha and her tempting Yoga Shop not to mention Meena and her jewellery… Manju and Ravi the rickshaw drivers. All the guys at OM Cafe, Chakra House, Santosha, Anoki, Anu’s Cafe, Depth’n’green, Kushi, Maya… All the Yogi’s hung outs in Gokulam. And the chai master Amruth Cafe! There is not enough space to mention all of you guys and I have to work on remembering names, but you are in my heart and always will be. I will think of all of you every morning before practicing and it will be like being here, only on a more subtle level. I love you. We are One.

(Pic by Alessandro Sigismondi)

The Mysore Diary, #6 (ENG)

New Year’s Eve has come. It’s 9:30 pm and I am in bed already. Tomorrow is near and I practice early. I will wake up and walk towards Saraswathi’s Shala passing by the slums, feeding some of the street dogs that I’d take home if I could. Here reality hits you in the face with its brutal beauty. We were born with so many blessings that we fail to see when we are in our comfortable western homes. Yet we come here and through the practice we meet our obstacles and try to burn some karma. Every day during my practice I ask myself: when will I be able to be really present? To forget about judgement, expectations, desire, disappointment or pride? Than maybe for just one breath, in just one posture, it happens. I am lost, or I am found. I am part of this one big breath that moves throughout the room. And I am thankful. I don’t know if this practice is the truth I was looking for. But it certainly is one way to get there. So every morning I get on my mat. One day feeling great, the next with my back or another part of my body reminding me of who I was, who I have grown into, how old – or young – I am, what I have to let go, what I have to be thankful for. One hour and half goes in a second. I am back on Mysore streets just when the air gets warmer. I am a newcomer here, yet I am part of the family already. We are all here for the same reason, we are all here trying to do our best. There is no good way or bad way to be in Mysore. We are all giving it all we’ve got, with our pain and our joy. We are here with our sorrows and our regrets, with our love and our hopes. Maybe we came hoping for a new posture, or for a new understanding. Maybe that posture won’t come, but you’ll understand more. “One more! One more, come!” Saraswathi voice makes me open the door. I lay my mat, ready to start a new day. I am again a student, and always will be. There is no year end and no beginning, because we are as timeless as our first and last breath.

The Mysore Diary #5 (ENG)

Here we go: it’s going to be Xmas eve soon and we will celebrate with a Kirtan at Santosha Cafe. Today, exactly one week after my arrival here, I realized while practicing that the back pain I always feel due to my two bulging discs is GONE. I have been practicing for years and now here, in Mysore, suddenly I feel I have done a gigantic step forward – I totally surrendered to the practice. I came here with no other expectation than walking on my teachers’ footsteps, approaching the practice with an open heart and sticking to its tradition. Well, it’s paying off. I wish all practicing Ashtanga take this leap of faith and come to Mysore to understand how important Parampara is. Saraswathi and Sharath are carrying over a very heavy legacy with grace and strength and they are two Masters in their own rights. Think how many bodies and personalities they have seen and worked with – it’s unimaginable. The teachers that have been Authorized or Certified here have taken on a big responsibility and deserve a lot of respect. This practice works if it is taught the same way (Guruji) Sharath and Saraswathi  do here. It’s a system, it’s a method, and you have to learn it the right way. Go to an Authorized Teacher, don’t buy into shortcuts- they simply aren’t worth it. Every method should be learned at The source or through those who came to the source. My greatest respect goes to all my Ashtanga Yoga teachers, because they are doing an incredible, neverending work. Learning Yoga is something that has no end, but a mandatory starting point is travelling to its Mother Country, India. Mysore is a place where you shred off layers of your Self and surrender to a Higher Power, that embraces us all. You are surrounded by beauty and suffering, your weaknesses are brutally exposed. There is no better place than here, no better time than now to be true to yourself. Merry Christmas!