Il conteggio dei Vinyasa: tra mantra e terapia (part 1)

Anthony Grim Hall in Pasasana. Autoritratto

Di tutti gli aspetti dell’Ashtanga Yoga, il conteggio dei Vinyasa è forse quello che mi affascina di più, da sempre. A metà strada tra mantra (contare è, in fondo, un po’ come pregare) e terapia (attenersi al conteggio dei Vinyasa favorisce i processi metabolici messi in atto dalla respirazione ritmica), è anche uno dei principi del metodo che lo rende diverso da qualsiasi altro. Alla ricerca di maggiori informazioni in vista del mio prossimo workshop, ho trovato un post del sempre ottimo Anthony Grim Hall che fa luce, almeno in parte, su questa affascinante teoria. Dico almeno in parte perché il conteggio dei Vinyasa, un po’ come il controllo dei Bandha, è uno di quegli aspetti che un giorno ci sembra di afferrare, e l’altro di aver perso chissà dove. E forse, in un certo senso, è bene che sia così: solo qualcosa che ci sfugge continuamente, in fondo, ci spinge a continuare a cercare.

Ho suddiviso questo lungo post in diversi articoli, per favorire la memorizzazione del conteggio e anche perché Anthony ha approfondito l’argomento soffermandosi anche sul Drishti di ogni conteggio. In questo modo, potete concentrarvi su ogni aspetto con calma.
Buona lettura!

John Scott consiglia di imparare il conteggio dei Vinyasa; non solo se siamo insegnanti, ma anche se siamo semplici praticanti perché secondo lui il conteggio è come un mantra, e contribuisce in modo sensibile alla concentrazione.

“Come si è arrivati a comprendere il conteggio dei Vinyasa?”

In pratica è andata così. Nei primi anni di pratica presso la Shala di Lakshmipuram (agli albori dello stile Mysore), non sapevamo cosa Guruji volesse dire quando ci ordinava: “Catvari!”. Pensavamo che “Catvari” significasse “saltate indietro”, perché Guruji diceva appunto: “catvari – jump back”. Quindi avevamo tradotto questa parola con “saltate indietro”, “Panca” con Cane a Testa in Su, “Sat” come Cane a Testa in Giù, “Sapta” con “saltate avanti”. Pensavamo che “Sapta” volesse dire saltate in avanti! Alla fine ci svegliammo, cominciammo ad ascoltare davvero, e ci rendemmo conto che Guruji stava contando in sanscrito: 4,5,6,7. E ci mettemmo a cercare cosa significasse davvero la parola “vinyasa”.
Guruji diceva che Vinyasa significava “Counted Method”.

Quando il mio caro amico Lino Miele, in Francia, osservò Guruji contare durante una lezione, ebbe un’illuminazione e cominciò ad occuparsi della documentazione dei Vinyasa. Lucy ed io partecipammo al progetto di Lino, che divenne un libro. Da quel momento in poi, decisi che avrei dovuto concentrarmi ed imparare al meglio il conteggio dei Vinyasa di Guruji. 

In ‘Yoga Mala’, il libro di Guruji, il Maestro si riferisce alla pratica come ad un mala, una ghirlanda di posizioni. Ogni posizione ha un suo “stato”, ed ogni stato o Asana ha un numero specifico di  vinyasa contati in entrata e in uscita, ed ognuno di essi è in sintonia con il Respiro. I Vinyasa sono come i grani di un rosario, movimenti coreografati da respiro e movimento; ognuno di essi va contato e su ognuno di essi è opportuno meditare, ed è necessario che il praticante impari questo conteggio come un mantra per la sua pratica personale”.
John Scott, Winter, 2013 Stillpointyoga London

Una nota sul mantenere il conteggio durante la pratica. Rispettare il conteggio dei vinyasa non significa che dobbiamo affrettarci per entrare o uscire da una posizione, soprattutto se stiamo entrando, ad esempio, in Marichiyasana D, per essere al passo con gli altri praticanti presenti alla lezione. Il conteggio non significa contare ogni singolo respiro: sono presenti respiri “extra” per così dire “ufficiali”, proprio per consentirci di entrare correttamente in una postura difficile. Ciò che conta è riuscire a rientrare nel vinyasa corretto al momento giusto.

Un esempio. In Marichiyasana B saltiamo avanti sul “SUPTA inspiro” e dovremmo chiudere la postura prima di “ASTAU espiro”, restando per 5 respiri.  Ma non trovo nessun motivo per cui non si debba camminare in avanti invece che saltare, fare un paio di respiri in più per chiudere la posizione e quindi, quando siamo pronti, espirare una volta entrati nell’asana contando mentalmente “astau”. Se ciò significa che siamo in ritardo rispetto al resto dei praticanti, possiamo comunque restare all’interno dell’asana solo un respiro, ed uscirne insieme a tutti gli altri. A casa o durante la self practice possiamo invece attardarci una volta entrati nell’asana per tutti e cinque i respiri previsti.

Un approccio per imparare il conteggio dei Vinyasa 
Il conteggio qui presentato si basa sui libri di John Scott e Lino Miele. Lino elenca il conteggio in modo semplice e chiaro, ma John entra ancora più in dettaglio in merito ad ogni Vinyasa e alle inspirazioni ed espirazioni “extra”. Il “Full Vinyasa” (n.d.T., la pratica in cui tra una postura e l’altra si esegue un vinyasa completo, partendo e tornando a Samasthiti) è una pratica meravigliosa, io non la trovo più stancante del tradizionale mezzo vinyasa, e se ho problemi di tempo pratico la prima metà della serie un giorno, e la seconda metà il giorno seguente. Esistono differenze nei conteggi tra gli insegnanti più esperti, da Manju a Sharath fino ad arrivare ai più famosi tra i certificati KPJAYI. Sono differenze che dovrebbero suscitare interesse e non polemica. Personalmente, mi piace esplorare le variazioni dei conteggi di  Krishnamacharya, Pattabhi Jois, Manju Jois Lino Miele/John Scott e Sharath.

1. Iniziamo imparando a contare fino a 30 in sanscrito (utilizzate le tabelle qui sotto). Anzi, è sufficiente per la maggior parte dei vinyasa arrivare a 22. E partiamo contando da 1 a 9, conteggio che vi permetterà di praticare correttamente Surynamaskara A.

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
 

2. Praticate alcuni saluti al sole cantando mentalmente il conteggio (tralasciando i 5 respiri di Ardho Mukha Svanasana così non dimenticate dove siete arrivati). Quindi, per una settimana, contate tutti i Saluti al Sole A e B.

Notate come si tende ad andare verso l’alto durante l’inspirazione, e verso il basso durante l’espirazione. Può sembrare ovvio ma è una osservazione che può esserci di aiuto nel localizzare il nostro conteggio, una sorta di GPS interiore. Inoltre, tendiamo a inspirare sui numeri dispari ed espirare sui pari.

ekam  – Inspiro, le braccia vanno verso l’ALTO
dve  – Espiro, il corpo scende verso il BASSO 
trīṇi –  Inspiro, schiena piatta mentre torniamo verso l’ALTO 
catvāri  – Espiro, saltiamo in Chatauranga ( in pratica, verso il BASSO)
pañca  – Inspiro, torniamo verso l’ALTO 
ṣaṭ   –  Espiro, la parte posteriore del corpo va verso l’alto mentre la parte superiore si china e rivolgiamo lo sguardo all’ombelico (BASSO) 
sapta  – Saltiamo con i piedi verso le mani e inspiriamo appiattendo la schiena come in dve, quindi verso l’ALTO 
aṣṭau  – Espirando ci flettiamo verso il BASSO 
nava  – Inspiriamo portando le braccia verso l’ALTO 

Al termine dei vinyasa, rilasciamo le braccia lungo il corpo in Samasthiti, che non viene conteggiata (n.d.T. una sorta di “zero” da cui partiamo e a cui torniamo). 

3. Impariamo il numero di vinyasa per ogni postura, e per lo stato effettivo dell’asana (vedi tabella più sotto); spesso sono la stessa cosa.

Ad es. da Ardha Baddha Padmottānāsana a Marichiyasana C tutti gli asana hanno 22 Vinyasa, e lo stato dell’asana cade all’8 e al 15 (che rappresentano i due lati dell’asana). 

4. Immaginando di aver imparato a contare in sanscrito, ora dobbiamo solo sapere su quale numero cade lo “stato” dell’asana.

Sappiamo come contare durante i vinyasa, avendo praticato in Surya Namaskara, e sappiamo su quale numero cade lo stato dell’asana che vogliamo eseguire: se vi sono discrepanze, significa che abbiamo avuto bisogno di inserire o togliere un respiro.

Ad es. nell’esecuzione dei quattro Prasarita, vogliamo trovarci nell’asana a TRINI. Quindi EKAM (inspiro) corrisponde all’apertura delle gambe, ma se ci piegassimo immediatamente, ci troveremmo nell’asana a DVE e non a TRINI. Questo significa che ci deve essere un vinyasa extra. DVE (espiro) corrisponde alla flessione in avanti e al poggiare le mani a terra. Non possiamo fletterci durante l’espirazione dunque deve esserci una inspirazione extra, che non è conteggiata, guardiamo verso l’alto, appiattiamo la schiena e in TRINI (espiro) portiamo la testa sul tappetino per i nostri 5 respiri. 

HALF VINYASA: Qui sotto trovate il conteggio del full vinyasa, half vinyasa è in pratica una versione più breve della pratica, ma implica comunque il conteggio completo. Se scegliamo di praticare half vinyasa non torniamo a samastithi dopo ogni posizione da seduti, ma solo ad Adho mukha svanasana (cane a testa in giù). Nonostante questo, inizieremo comunque il conteggio a SUPTA quando eseguiamo il jump through per la postura successiva, esattamente come se fossimo arrivati a Samasthiti e ritorno. Imparare su quale numero “cade” l’asana ci aiuta a capire in che modo è stata abbreviata la pratica attuale degli half vinyasa.

5. Lavorate su gruppi di asana, quindi imparate i vinyasa della sequenza in piedi per una settimana, quindi la settimana successiva aggiungete gli asana fino a Navasana, la terza settimana  terminate il conteggio di tutta la sequenza della prima serie, e infine aggiungete la sequenza di chiusura.

6. Esplorate un paio di vinyasa complessi al di fuori della vostra pratica quotidiana, semplicemente ripetendone il conteggio, magari alla sera, per non costringervi ad interruzioni durante la pratica regolare.

I libri possono essere di aiuto. Il libro di John Scott è probabilmente il migliore per delineare i vinyasa, oltre che essere esaustivo nella spiegazione senza essere prolisso. Anche il libro di Sharath è eccellente a questo scopo. Yoga Mala di Sri K. Pattabhi Jois completerà il vostro lavoro di studio al di fuori del tappetino.

Un’altra eccellente risorsa relativa al conteggio dei vinyasa è quella di Dr. Ronal Steneir e del suo team, a questo link:  http://www.ashtangayoga.info/practice/

7. Praticate qualche guidata seguendo un CD o un DVD. E’ senz’altro un aiuto anche se dovrete comunque lavorarci da soli. La nuova app di John Scott è praticissima a questo scopo. Anche il CD di Sharath, con il solo conteggio e i nomi degli asana è ottimo, e il DVD di Manju dove durante una guidata tutti ripetono il conteggio.

Contare in Sanscrito 

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
10  = daśa 
11  = ekādaśa 
12  = dvādaśa 
13  = trayodaśa
14  = caturdaśa 
15  = pañcadaśa 
16  = ṣoḍaśa 
17  = saptadaśa 
18  = aṣṭadaśa 
19  = ekonavimśatiḥ 
20  = vimśatiḥ 
21  = ekāvimśatiḥ
22  = dvāvimśatiḥ 
23  = trayovimśatiḥ 
24  = caturvimśatiḥ 
25  = pañcavimśatiḥ 
26  = ṣoḍavimśatiḥ; 
27  = saptavimśatiḥ 
28  = aṣṭovimśatiḥ

Il Conteggio della Prima Serie dell’Ashtanga Vinyasa

Legenda:
Il primo numero seguito da * è il numero dei vinyasa
I numeri dopo l’asterisco sono lo “stato” dell’asana
Quindi  Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15  rappresenta tutte le tre versioni di Jānuśīrṣāsana, che hanno ognuna 22 vinyasa e in cui lo stato dell’asana (per ciascun lato) cade su 8 e 15.
Ho raggruppato gli asana che hanno lo stesso vinyasa/stato per aiutare la memorizzazione:
POSTURE IN PIEDI
Sūryanamaskāra A = 9 vinyasa  B = 17 vinyasa 
 
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Pādāngusthāsana 3 * 2
Pāda Hastāsana    3 * 2
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Uthitta Trikoṇāsana A and B         5 * 2 , 4
Uthitta Pārśvakonāsana A and B   5 * 2 , 4                
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Prasārita Pādottānāsana A to D      5 * 3           

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Pārśvottānāsana     5 * 2 , 4 
Utthita Hasta Pādāṅguṣṭhāsana    14 * 2 , 4 , 7 & 9, 11 , 14 
Ardha Baddha Padmottānāsana     9 * 2 + 7       
 
Utkatāsana 13 * 7

Vīrabhdrāsana  16 * 7 , 8 , 9 , 10


PRIMA SERIE – POSIZIONI DA SEDUTI
Paścimattānāsana  16 * 9  
 
Purvottānāsana 15 * 8   
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Ardha Baddha Padma Paścimattānāsana  22 *  8 , 15
 
Tiryañgmukha Ekapāda Paścimattānāsana  22 * 8 , 15 
 
Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15 
 
Marīcāsana A and B        22 *  8 , 15
—————————————————
 
Marīcāsana C and D  18 * 7 , 12  
Nāvāsana  13 * 7 
 
Bhujapīḍāsana 15 * 7 ,  8 
 
Kūrmāsana 16 * 7 
Supta Kūrmāsana  16 * 8 
 
Garbha Piṇḍāsana  15 * 8 
 
Kukkutasana   15 * 9 
Baddha Konāsana     15 * 8 
 
Upaviṣṭha Konāsana      15 * 8 , 9 
 
Supta Konāsana        16 * 8   
 
Supta Pādāñguṣṭhāsana     28 * 9 , 11 , 17 , 19 
Ubhyaya Pādāñguṣṭhāsana    15 * 9  
 
ūrdhva Mukha Paścimattānāsana         16  * 10  
 
Setu Bandhāsana     15 * 9    
 
SEQUENZA DI CHIUSURA
ūrdhva Dhanurāsana      15 * 9  
——————————————-
Salaṁbā Sarvāṅgāsana      13 * 8 
 
Halāsana         13 * 8   
 
Karṇapīḍāsana          13 * 8 
——————————————-
ūrdhva Padmāsana              13 * 9 
 
Piṇḍāsana                 13 * 9
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Matsyāsana          14 * 8  
—————————————-
Uttāna Pādāsana       13 * 8 
śīrṣāsana          13 * 8 
Baddha Padmāsana        13 * 8   
—————————————-
Yoga mudra          14 * 9  
Padmasana             13 * 8    
Uth Pluthi            14 * 8 

(continua)

di Anthony Grim Hall

traduzione e commenti di Francesca d’Errico

 

Luna piena e Luna nuova: praticare o no?

“Si ritiene che la luna, per esperienza diretta, influenzi non solo gli oceani ma tutto ciò che è composto d’acqua, e di conseguenza anche il cervello umano”  (C.16, Moon Lore)

Chi di noi non si è mai sentito influenzato dalle fasi della luna? La luna influenza le maree e, nei detti popolari, tutto ciò che è composto d’acqua. Dunque, perché no, anche noi. Tuttavia nell’Ashtanga Vinyasa Yoga, questo detto è diventato una regola, e da sempre noi praticanti ci asteniamo dagli asana nei giorni di luna piena e luna nuova. Il motivo? Ce lo spiega oggi James Dylan Russell, che ha effettuato un’accurata ricerca tra testi antichi e ricerche scientifiche. E al termine dell’articolo, la mia personale e modesta opinione. Che forse ribalterà tutto ciò che leggerete.

“Questo mese ho condotto una lezione durante la fase di luna piena. All’inizio della mia lezione, uno studente ha informato il gruppo della ricorrenza di questa particolare fase lunare e mi ha chiesto se ritenessi opportuno praticare asana. Era preoccupato che questa fase lunare potesse renderci più inclini agli infortuni.

Gli ho spiegato che sebbene nell’Ashtanga Vinyasa Yoga sia consuetudine evitare la pratica durante le fasi di luna piena o nuova, questa particolare abitudine non faceva parte degli insegnamenti che avevo ricevuto. Ne è nata un’accesa discussione sulla possibile influenza delle fasi lunari non solo sulla pratica yoga, ma in generale sulla nostra vita. Sebbene non potessi offrire una spiegazione razionale per astenersi dalla pratica degli asana durante la luna piena o nuova, mi sono ritrovato a riflettere se non fosse il caso di praticare in modo più morbido e gentile.

“Nella tradizione dell’Ashtanga Yoga, da sempre è consuetudine riposare e astenersi dalla pratica degli asana durante i giorni di Luna piena e Luna nuova” (Jois Yoga)

La spiegazione più popolare e al tempo stesso più controversa per l’osservanza dei cosiddetti “moon days”, nasce dalla supposizione che la forza gravitazionale della luna influenzi i cicli respiratori:

“Come tutte le cose di natura acquatica (gli esseri umani sono composti per il 70% di acqua) siamo influenzati dalle fasi lunari. Sia il sole che la luna esercitano una forza gravitazionale sulla terra. Le loro posizioni creano esperienze energetiche diverse che possono essere paragonate ai cicli della respirazione. La luna piena corrisponde al culmine dell’inspirazione, quando la forza del prana è alla sua massima espressione. E’ una forza espansiva e diretta verso l’alto, che ci fa sentire carichi di energia e molto emotivi, ma ci rende poco stabili. Nelle Upanishad, si ritiene che il prana principale risieda nella testa. Durante la luna piena, siamo più caparbi”. (Ashtanga Yoga Center)

James Dylan Russell

Sebbene questa spiegazione possa risultare credibile, si basa su inesattezze scientifiche e mitologia popolare. E’ vero che le masse composte d’acqua, come gli oceani, sono influenzate dalle forze gravitazionali della luna, ma tali forze non sono collegate alle fasi lunari. Il grado di forza gravitazionale dipende dalla massa della luna e dalla sua distanza dalla terra. La massa rimane costante, e la distanza fluttua ogni mese tra perigeo (distanza minima dalla terra) e apogeo (distanza massima). Il perigeo e l’apogeo possono avere luogo in un qualsiasi momento delle fasi lunari. 

Non esiste una spiegazione per cui “l’energia della luna piena” corrisponda al culmine dell’inspirazione, né per cui la “forza del prana” (un altro concetto problematico per lo scienziato materialista) sia al suo massimo durante questa fase del ciclo respiratorio. Anche se accettiamo, attraverso lo studio dell’Hatha Yoga, l’asserzione che il prana (vayu) sia una sottile forza energetica ascendente, non esiste una correlazione dimostrabile tra questo tipo di energia e la forza gravitazionale della luna.

La fallace logica popolare vuole che, in questa fase mensile, un eccesso di prana renda il praticante più caparbio, e quindi più prono agli infortuni: “Tradizionalmente, l’Ashtanga Yoga non viene insegnato nei giorni di luna piena o nuova, poiché in questi giorni è più alto il rischio di infortuni” (Ashtanga Yoga London). Ma questa teoria solleva più domande che risposte, e soprattutto non esiste uno studio che provi la ricorrenza di un maggior numero di infortuni legati alle fasi lunari.

“Moon days” e astrologia

Il concetto di “moon day” ha le sue origini nell’astrologia indiana: Joytisha (che in sanscrito significa “luce” o “corpo celeste”). All’interno del Joytisha troviamo tithi, il nome di un giorno lunare, o il tempo che occorre all’angolo longitudinale tra luna e sole per aumentare di 12 gradi. Questo processo può richiedere tra le 19 e le 26 ore. Una traduzione accurata la definirebbe una “fase lunare”.

“Dalla prospettiva del nostro maestro (Sharath Jois), i giorni di luna piena e luna nuova corrispondono al 15esimo e 30esimo tithi del sistema astrologico indiano (Joytish)”. (Jois Yoga)

All’interno di questo sistema, troviamo approssimativamente 30 tithi ogni mese. Ogni fase è presidiata da una specifica divinità, e da una varietà di attività favorevoli. Il tithi della luna nuova si chiama Amavasya, e quello della luna piena Purnima. Durante la luna nuova si raccomandano pratiche di austerità, e durante la luna nuova si incoraggiano cerimonie di buon augurio.

Nel Joytisha, la luna è solitamente associata alla mente. In modo simile, nell’astrologia occidentale, la luna corrisponde agli stati emotivi, al subconscio e alla memoria. Mallinus, poeta del primo secolo, descriveva la luna come “malinconica”, e la luna è spesso associata alla follia e alle intossicazioni (n.d.t. vedi anche nella simbologia dei Tarocchi, che saranno argomento di un mio prossimo post). La paura della luna è uno spettro oscuro che risiede nelle profondità della nostra psiche collettiva, e attraverso la storia troviamo una serie di mali e pazzie attribuiti alle influenze della luna. La parola “lunatico” (n.d.t. che in inglese ha il significato letterale di ‘pazzo’) deriva proprio dalla radice della parola “luna”.

Come avviene per l’astrologia occidentale, anche l’astrologia indiana è sempre stata messa al bando dalle comunità scientifiche, che non sono in grado di “provare” la maggior parte delle sue affermazioni.

I Moon Days nella tradizione Yoga

Nella tradizione dell’Hatha Yoga, da cui derivano alcune delle pratiche dell’Ashtanga, è noto che i testi inizino con una serie di severe avvertenze e indicazioni per la pratica, molte delle quali oggi ci sembrano arcaiche o misogine. Per esempio, l’Hatha Pradipika del 15esimo secolo cita: “E’ opportuno evitare la compagnia di persone malvagie, il fuoco, le donne, le lunghe passeggiate, il bagno al mattino, saltare i pasti e fare attività fisica troppo intensa”. (HP 1.49)

A queste indicazioni si aggiungevano suggerimenti sul luogo in cui praticare, sull’alimentazione da seguire, sulle stagioni, oltre a severe avvertenze su cosa sarebbe accaduto contravvenendo a tali indicazioni.

Sebbene non abbia ancora trovato un testo in cui vengano date precise indicazioni su come praticare durante le fasi lunari, candra, la luna, è certamente un simbolismo ricorrente nell’Hatha Yoga. Candra è spesso associata al passaggio delle energie sottili conosciuto come Ida Nadi, ed è inoltre definito come la fonte di bindu o amrta che risiede nella corona della testa. Lo Yoga Bijia fornisce in epoche più recenti una creativa interpretazione del termine Hatha, in cui Ha sta per sole, e Tha per luna.

Candra è spesso sinonimo di passivo, inerte, freddo. Nello Yoga Yajnavalkya si consiglia di assumere una postura stabile e confortevole “dirigendo lo sguardo verso la punta del naso, concentrandosi sempre sui raggi freddi della luna, con il flusso del nettare dalla cima del capo” (YY 5.15).

L’osservanza dei Moon Days non appartiene alla tradizione dell’Hatha Yoga, quindi, né all’Ashtanga di Patanjali, da cui si ritiene che derivi, filosoficamente e metaforicamente, l’Ashtanga Vinyasa. Il solo, esplicito riferimento alla luna negli Yoga Sutra di Patanjali si trova nel terzo libro, in cui il saggio asserisce che dalla meditazione sulla luna “deriva la conoscenza dei moti delle stelle” (YS 3.28). Nel commento degli Yoga Sutra di Vacaspati Misra, nel decimo secolo, troviamo la metafora di Purusa paragonata al riflesso della luna nell’acqua.

Una Tradizione dell’Ashtanga Yoga?

Sri K. Pattabhi Jois, “Guruji”

E’ probabile che la tradizione di astenersi dalla pratica durante i Moon Days appartenga agli elementi introdotti da Sri K. Pattabhi Jois. Il suo maestro, T. Krishnamacharya, non li osservava durante la pratica, né li menziona nella sua immensa opera del 1934  Yoga Makaranda (n.d.t. Il Nettare dello Yoga, in italiano edito da Ubaldini). Qualche anno fa, ho partecipato ad un seminario di un allievo diretto di Krishnamacharya, Srivatsa Ramaswami. Quando gli abbiamo chiesto come comportarci durante i Moon Days, Ramaswami ci ha riferito che, nei suoi 30 anni di pratica con Krishnamacharya, non era uso astenersi dalla pratica in concomitanza delle fasi lunari, né il maestro vi faceva alcun riferimento. Alla nostra insistenza, Ramaswami ha risposto che questa usanza deriva probabilmente da un’epoca in cui l’insegnamento dello Yoga era affidato prevalentemente alla casta dei Bramini, figure molto religiose. Nei giorni di luna piena e luna nuova, i Bramini avevano (e hanno) funzioni religiose specifiche da osservare, e in quei giorni non potevano insegnare. Ci si aspettava comunque che i loro allievi continuassero a praticare anche nei giorni privi di lezioni.

Questa considerazione mi ricorda una lettera di Eddie Stern a Barry Silver, pubblicata nel 2014: “L’osservanza di questi giorni da parte di Pattabhi Jois è molto semplice. Come sapete, il Maharaja’s Pathashala (il Sanskrit College) di Mysore era chiuso sia durante i moon days, che il giorno prima e il giorno dopo. Gli studenti proseguivano i loro studi, ma non venivano impartite lezioni. Il motivo è che durante amavasya e purnima, insegnanti e studenti (tutti Bramini) spesso in quei giorni doveva svolgere delle funzioni religiose, come il pitr tarpana durante amavasya e il bagno rituale nel giorno successivo al moon day, rituali che richiedevano tempo per essere praticati. Pattabhi Jois è stato prima studente al Maharaja’s Pathashala e poi insegnante, dal 1937 al 1973. L’osservanza di questi rituali era parte integrante delle sue abitudini”. 

Il nome Jois è un’interpretazione dell’India del Sud del termine Joytish, e l’astrologia era parte delle tradizioni della famiglia di Guruji. Nel suo libro Yoga Mala, del 1962, l’unico riferimento ai giorni di luna è in merito alla pratica del Brahmacarya, la condotta sessuale. Jois raccomanda che i giorni dedicati a questa pratica coincidano con quelli di massima fertilità della donna, poiché “l’unione con la propria compagna dovrebbe essere indirizzata alla procreazione”. Pattabhi Jois non fa riferimento all’astensione dalla pratica degli asana in quei giorni.

In conclusione

La mia teoria è che Pattabhi Jois non insegnasse nei giorni di luna, perché impegnato in altre pratiche al tempio o in casa, e in seguito perché ormai abituato a riposare durante quei giorni.  Nel tempo, questa sua abitudine è diventata una consuetudine tra i suoi praticanti, che sono determinati a rispettarne la tradizione. Una simile interpretazione è forse più credibile che non l’associare il flusso del prana alle fasi lunari. Forse i praticanti di Ashtanga con gli anni hanno voluto dare una loro interpretazione ai giorni di luna, creando una sorta di mitologia al riguardo.

Le considerazioni di natura astrologica danno alla pratica dell’Ashtanga un forte valore simbolico. Praticare 6 giorni a settimana, riposando nelle fasi lunari, per 52 settimane all’anno, connota la pratica di un simbolismo di dimensioni cosmiche. Comunque, asserire che “è sempre stato tradizione, nell’Ashtanga Yoga, non praticare nei giorni di luna piena e nuova” è un’interpretazione libera del termine “tradizione” e una combinazione con la precedente tradizione dell’Ashtanga Yoga di Patanjali, in cui i giorni lunari non sono contemplati. L’Ashtanga Vinyasa (n.d.t.: o meglio chi se ne fa portavoce) spesso si appella alla “tradizione” per garantire la propria autorità e autenticità, tuttavia i suoi protocolli raramente hanno riscontro nell’analisi dei testi antichi.

L’osservanza delle fasi lunari ha quindi più a che fare con la tradizione astrologica e i rituali dei Bramini, che non con la pratica dello Yoga. Non esistono prove scientifiche a supporto di questa tesi. Ci sono molte cause legate agli infortuni sul tappetino, ma le fasi lunari non hanno voce in capitolo. E attribuire alle fasi lunari un infortunio sarebbe un po’ come togliere a noi praticanti la responsabilità delle nostre azioni. C’è sicuramente un valore nell’attenersi al rispetto del parampara, ma al tempo stesso è importante prendere le distanze da dogmi e superstizioni. Io ho spesso praticato Ashtanga e altri metodi di yoga nei giorni di luna e non ho notato nessun particolare problema. Certo è che se pratichiamo convinti che ci accadrà qualcosa, molto probabilmente questo qualcosa avverrà. Il mio consiglio perciò è di praticare senza preoccuparsi della luna!”

James Dylan Russell

N.d.T.: Per quanto riguarda me, come donna da sempre interessata sia allo Yoga che all’astrologia e alla scienza, personalmente ho notato che il mio corpo e la mia mente sono più instabili durante le fasi di perigeo e apogeo, che non durante le fasi di luna piena o nuova. Detto questo, mi piace e continuerò a rispettare la tradizione dei Moon Days, perché Sri K. Pattabhi Jois per me resta il più grande maestro dello Yoga contemporaneo dopo T. Krishnamacharya, e perché astenendomi dalla pratica in quei giorni, mi sembra in qualche modo di onorare la sua memoria. E per me, questo è abbastanza: né dogma né superstizione, ma affettuosa memoria. Possiamo cercare spiegazioni scientifiche a qualsiasi aspetto dell’Ashtanga Yoga, ma esso resta, almeno per me, ammantato della magia che avviene quando si pratica un rito in cui si ha fede, perché negli anni se ne è sperimentato, su corpo e mente, l’effetto. Onorare una tradizione, per quanto recente, se fondata da un maestro in cui si ha fiducia ha una valenza non tanto superstiziosa, ma simbolica. E il potere dei simboli sul benessere psicofisico, seppur sfuggente alle logiche scientifiche, è da sempre innegabile.

– Francesca d’Errico

Una pratica insieme: Vinyasa Krama a Follonica

Vinyasa Krama Special Class: Venerdì 28 Aprile, alle 18:30, presso Yoga Studio ASD in via del Fonditore 113/A a Follonica

Collaboro da tempo con Yoga Studio ASD a Follonica e con Stefano Berti, direttore del centro, con cui ho da sempre grande affinità di vedute e identico spirito di ricerca. Negli ultimi tempi abbiamo spesso parlato degli albori dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, e di come Krishnamacharya trasmettesse i suoi insegnamenti. Come avrete avuto modo di leggere sulle mie pagine, è un approccio che mi interessa moltissimo, soprattutto perché approfondisce un ramo fondamentale dello Yoga: il Pranayama.

Nell’Ashtanga e in generale nello Yoga dinamico che viene insegnato in occidente da qualche decennio, il Pranayama ha un ruolo marginale nella grande maggioranza delle lezioni. I testi di Krishnamacharya, invece, lo vedono protagonista della pratica insieme agli Asana, sia quando questi sono praticati tradizionalmente, che quando vengono reinterpretati come Mudra. Negli ultimi mesi ho iniziato ad introdurre nella pratica queste indicazioni, ispirata soprattutto dal lavoro di Anthony Grim Hall. I risultati mi hanno sorpreso: mi sono trovata davanti ad una pratica molto intensa, seppur in modo radicalmente diverso rispetto all’Ashtanga tradizionale. La sequenza, che inizia dopo alcuni Asana preparatori e i consueti Saluti al Sole, prevede un numero inferiore di Asana (in alcuni casi sostituiti da Mudra), selezionati tra quelli della Prima e della Seconda serie, che vengono mantenuti per cicli di respirazione prolungati e arricchiti dai kumbhaka (trattenimento del respiro dopo l’inspirazione e/o l’espirazione), e da un’attivazione dei bandha molto profonda. Allo stesso tempo, la pratica mantiene ritmo e dinamicità grazie all’inserimento dei Vinyasa completi tra una posizione e l’altra. Le posizioni invertite (con varianti adatte a qualsiasi livello di pratica) sono eseguite per alcuni minuti e precedute da un’adeguata preparazione e da un Mudra. Al termine, un ciclo di Pranayama e la meditazione danno modo a mente e corpo di stabilizzarsi ulteriormente, fino al raggiungimento di una calma interiore che dura a lungo nel corso della giornata. Altra nota molto positiva, una o due pratiche di Vinyasa Krama alla settimana hanno la piacevole conseguenza (almeno per me) di regalare una rinnovata flessibilità quando torniamo a praticare in modo più “tradizionale” (anche se, a questo punto, mi chiedo se sia più tradizionale l’uno o l’altro metodo…).

I benefici psicofisici di questo modo di praticare mi hanno convinta a condividere l’esperienza con gli altri. Per questo, appena tornata in Toscana, ne ho parlato con Stefano. Insieme abbiamo pensato di proporre una special class, venerdì 28 aprile alle 18:30, presso la bellissima shala di Yoga Studio ASD, in via del Fonditore 113/A a Follonica. Spero mi raggiungerete numerosi: da questa classe partirà poi un ciclo di lezioni in cui impareremo a creare una sequenza personalizzata da praticare in autonomia, in stile Mysore. La classe è adatta a tutti i livelli di pratica. Se siete di passaggio in Maremma per il ponte del 25 aprile – 1 maggio, o meglio ancora se abitate in zona, prenotate il vostro spazio e pratichiamo insieme!

Per iscrizioni: fmderrico@gmail.com

Un approccio avanzato alla Prima Serie, Part 4

Con questo post concludo l’analisi dettagliata dell’approccio avanzato alla Prima Serie, secondo Krishnamacharya, elaborato per noi da Anthony Grim Hall. Devo dire che ne sono sempre più affascinata, ho inserito questo tipo di pratica un paio di volte alla settimana in alternativa alle sequenze tradizionali, e i benefici sono notevoli, sia sul piano fisico che a livello mentale. Avete provato a praticare così? Fatemi avere i vostri commenti, così da creare un post tra qualche tempo con un feedback di gruppo! A proposito: è mia intenzione a breve proporre qui in Toscana una pratica impostata sulle indicazioni di Krishnamacharya, seguendo le indicazioni suggerite da Anthony, che ringrazio moltissimo per l’ispirazione. Vi terrò informati.  Per aiutare tutti i praticanti nell’esecuzione delle posizioni, per alcune di esse ho inserito link aitutorial o articoli descrittivi.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – part 4 di Anthony Grim Hall

Padma Mayurasana

Torno a rompere le mie stesse regole inserendo un asana che non appartiene alla Prima Serie. Padma Mayurasana però entrare agevolmente tra gli asana di questa serie, e Krishnamacharya raccomandava di eseguire Mayurasana nella pratica quotidiana. Naturalmente, fate attenzione ai vostri polsi. Secondo Krishnamacharya la pressione dei gomiti sull’addome garantisce un massaggio degli organi interni. Se Padma Mayurasana o Mayurasana risultano troppo difficili, eseguite la posizione mantenendo i piedi appoggiati al suolo ed effettuate sei respiri. Potete anche sollevare una gamba per volta, e mantenere la posizione per sei respiri ad ogni lato.
Un’alternativa a Mayurasana è il sigillo addominale che Ramaswami ha appreso proprio da Krishnamacharya. Sedetevi in Virasana o Vajrasana, premete la base dei palmi sulla parte bassa dell’addome, mantenendoli a qualche centimetro di distanza tra loro e intrecciando le dita. Piegatevi in avanti espirando, e mantenete per 6-12 respiri. Questa postura ha effetti e benefici simili a Mayurasana (e a Nauli) ed è eccellente per risolvere problemi digestivi.
In Mayurasana Krishnamacharya raccomanda di respirare regolarmente (il Kumbhaka è suggerito come pratica di pranayama: io ne inserisco due, uno dopo l’inspirazione e uno dopo l’espirazione, della durata di 2 secondi ciascuno).
Anthony in Padma Mayurasana
“Per ottenere i massimi benefici dal Pranayama, è bene praticarlo per 5 minuti, quando il corpo si trova in posizione orizzontale. Ciò può risultare difficile inizialmente, ma diventa più agevole con la pratica costante”.
“Se pratichiamo una respirazione regolare durante l’esecuzione di Padma Mayurasana, diventa più semplice eseguire il Pranayama nella versione tradizionale di Mayurasana”. (Yoga Makaranda, parte II)
Krishnamacharya non fa menzione dell’impiego dei Kumbhaka in questa postura nella prima parte di Yoga Makaranda, dove troviamo le indicazioni generali per i Kumbhaka. E nel corpo principale della seconda parte di Yoga Makaranda, dice specificatamente di non inserire i Kumbhaka. Tuttavia, un riferimento all’esecuzione di Pranayama e Kumbhaka in Padma Mayurasana appare nell’appendice finale del testo.
Quanto tempo dobbiamo trascorrere in Mayurasana? Krishnamacharya ci offre tre possibilità. La prima è scioccante: “Questo asana dovrebbe essere eseguito per un periodo compreso tra 1 minuto e 3 ore, a seconda delle capacità del praticante” (Yoga Makaranda, parte I). Fortunatamente, questa affermazione è seguita da: “Se pratichiamo questo asana ogni giorno per almeno 15 minuti, ne trarremo immensi vantaggi”. E finalmente, nella seconda parte di Yoga Makaranda, il Maestro dice: “Per ottenere il massimo beneficio, il Pranayama andrebbe eseguito per 5 minuti, quando il corpo si trova in posizione orizzontale”. E questo è un obiettivo possibile. 
Personalmente, includo Padma Mayurasana nella mia pratica abbreviata a spese di altre posture di equilibrio sulle braccia, e seguo il consiglio di Simon Borg Olivier, che suggerisce di mantenere un addome morbido e non teso.
Tatakamudra (il gesto del lago)
Inserisco Tatakamudra in tutte le mie sequenze, solitamente prima di Sarvangasana. Può essere praticato con le braccia sopra la testa, le dita intrecciate e i palmi rivolti all’esterno, o con le braccia lungo il corpo e i palmi rivolti a terra. Come Mudra, Tatakamudra può essere eseguito in qualsiasi momento durante la pratica e durante il giorno.
Avrete notato che tutte le immagini relative a questo approccio alla pratica mostrano un Uddiyana Bandha molto accentuato: lo scopo è di attirare l’attenzione sul respiro, lungo e lento, e in particolare sul Kumbhaka. Un Uddiyana Bandha particolarmente accentuato, come quello delle foto, avviene solitamente durante il Kumbhaka successivo all’espirazione.
Espirate completamente e prima di inspirare risucchiate l’addome, sopra e sotto l’ombelico. Mula Bandha seguirà autonomamente. Trattenete per 2-5 secondi. Il Drishti è in movimento, dagli alluci alla testa durante l’inspirazione, e fermo sulla punta del naso durante l’espirazione. Uddiyana Bandha può essere impiegato in modo più sottile, per consentire il Kumbhaka dopo l’inspirazione. Inoltre, un Uddiyana più sottile è più semplice da mantenere per tutta la durata della pratica, limitando il suo impiego più intenso solo in asana specifici.
Tatakamudra e Ardho Mukha Svanasana sono gli asana perfetti per lo sviluppo e l’esplorazione di questo bandha.
Sarvangasana
Krishnamacharya suggeriva tre posture chiave da mantenere ogni giorno per un periodo prolungato: Paschimattanasana, Sirsasana e Sarvangasana. Ramaswami, durante il suo corso per insegnanti, raccomandava di trascorrere da 5 a 10 minuti in Sarvangasana, e di mantenere per i primi tre minuti le gambe rilassate. Possiamo utilizzare Sarvangasana sia come posizione preparatoria per Sirsasana, che come sua controposizione. Il consiglio di Ramaswami è di eseguire le varianti di Sarvangasana dopo Sirsasana.
E’ inoltre consigliabile, prima di eseguire Sarvangasana, praticare alcune posizioni preparatorie, e tra queste la migliore è Dwi Pada Pitam. Dopo la prima permanenza in Sarvangasana consiglio una controposizione, di solito Bhujangasana o il suo mudra equivalente, Bhujamgi Mudra (vedi più sotto). Inoltre, se pensiamo di restare in Sarvangasana per qualche minuto, suggerisco di eseguire l’asana con una coperta o un tappetino ripiegati sotto le spalle.
Uno dei principi chiave di Sarvangasana è il rallentamento del respiro. Se questo asana è di difficile esecuzione, potete praticarne il Mudra equivalente, con le gambe appoggiate ad un muro. Il respiro dovrebbe essere rallentato fino ad uno/due cicli respiratori al minuto; se includiamo il Kumbhaka, deve essere breve (2-5 secondi) dopo l’espirazione, mentre dopo l’inspirazione può essere leggermente più lungo.
Bhujamgi Mudra/Bhujangasana
Bhujamgi Mudra: mantenete Bhujangasana, allungate il collo in avanti e secondo Vata Sara Krama, inspirate l’aria ed effettuate Puraka Kumbhaka” (Yoga Makaranda).
Krishnamacharya e Ramaswami consigliavano di praticare un asana come Makrasana/Bhujangasana/Salambhasana come Pratkriya (controposizione) a Sarvangasana. Prima di praticare l’asana, possiamo sostare nel suo mudra equivalente, Bhujamgi, o effettuare in Bhujangasana/Salambhasana/Dhanurasana un approccio simile.
L’esecuzione di Bhujamgi Mudra prevede di mantenere Bhujangasana, allungare il collo in avanti ed inspirare, effettuando in seguito un Puraka Khumbaka.
Bhujamgi Mudra può essere praticato con le braccia flesse, le mani vicino alle costole, i piedi e le gambe appoggiati a terra, il collo allungato, lo sguardo rivolto all’orizzonte (Trataka) o nel punto tra le due sopracciglia. L’espirazione è due volte più lunga dell’inspirazione, il Kumbhaka è successivo all’inspirazione.
Se invece vogliamo eseguire Bhujangasana, il mento dovrà essere rivolto in avanti e indietro.
Nel corso dell’approccio avanzato alla Prima serie, ho suggerito di eseguire il Vinyasa completo, come descritto da Krishnamacharya in Yoga Makaranda. In definitiva, gli asana/mudra sono solo una decina. Poiché la permanenza nelle posizioni di flessione in avanti è più lunga, includo spesso nella mia pratica, dopo Chaturanga, asana come Makrasana, Bhujangasana, Salambhasana, Dhanurasana.
Sirsasana 
 
In Sirsasana non sono previste varianti. Vengono eseguiti 25 respiri, 2 cicli respiratori al minuto: 10 secondi di inspirazione, 5 secondi di Kumbhaka, 10 secondo di espirazione, 5 secondi di Kumbhaka. Il mio consiglio è procedere per gradi: iniziate con il rallentamento del respiro, raggiungendo un’uguale durata (8-10 secondi) per inspirazione ed espirazione. Aggiungete un Kumbhaka di 2 secondi dopo l’inspirazione (in questa posizione non è possibile un impiego completo di Jalandara Bandha, quindi ingoiate al termine dell’inspirazione per chiudere la gola). Quando siete a vostro agio nell’eseguire un Kumbhaka di 5 secondi, potete introdurre un Kumbhaka di 2 secondi dopo l’espirazione, impiegando sia Mula che Uddiyana Bandha. Cercate quindi anche dopo l’espirazione di arrivare ad un Kumbhaka di 5 secondi.
Se lo si desidera, si possono eseguire in seguito alcune varianti di Sirsasana con la respirazione appropriata.
Baddha Konasana
 
In questo asana utilizzo un’inspirazione ed espirazione di uguale durata (8-10 secondi), ed un Kumbhaka successivo all’espirazione di 2-5 secondi. Mi soffermo in questa postura per 5-10 minuti. Padmasana è la sua naturale controposizione ed è effettivamente molto più confortevole se eseguita dopo una lunga permanenza in Baddha Konasana. Per questo motivo preferisco praticarla al termine della pratica, prima del mio Pranayama e della meditazione.
Se non ve la sentite di mantenere tempi così lunghi, potete utilizzare questo asana come preparatorio alla vostra meditazione serale. Io mi preparo così: 5 minuti per ogni lato in Maha Mudra, quindi Baddha Konasana, Siddhasana per l’esecuzione di un ciclo di Nadi Shodhana Pranayama, e infine Padmasana o la posizione da voi preferita per la meditazione.
Yoga Mudra
L’Ashtanga Vinyasa include i Mudra, come nel caso di Yoga Mudra al termine della pratica. La
permanenza dovrebbe essere più lunga del solito, 10 respiri invece che 5, e viene eseguito senza Kumbhaka, con respirazione regolare. Se vogliamo praticarlo come Mudra, invece, è sufficiente prolungare l’espirazione (il doppio dell’inspirazione: 4-5 secondi per l’inspirazione, 8-10 per l’espirazione), introdurre il Kumbhaka al termine dell’espirazione con l’attivazione dei tre bandha, cercando di unire corpo e mente concentrando l’attenzione verso il punto focale di Jalandara Bandha, la punta del naso. Consiglio di restare in questa posizione per 6-12 respiri, a causa della legatura stretta imposta dalle braccia.
Krishnamacharya raccomandava di includere asana, Vinyasa e Mudra nella nostra pratica quotidiana insieme al Pranayama e alla meditazione. Inoltre suggeriva di eseguire un Vinyasa completo tra gli asana, sia che decidiamo di eseguirli come Mudra che nella loro versione più tradizionale.
Padmasana/Parvatasana/Bhairava Mudra

Gli asana con le braccia sopra la testa sono di aiuto nell’esplorazione di Uddiyana Bandha perché sollevano la cassa toracica, rallentano respiro e battito cardiaco, consentendo al Kumbhaka di acquietare la mente. Per questo motivo, mantenere le braccia sopra la testa al termine della nostra pratica può essere di supporto per l’esecuzione del Pranayama.
Parvatasana è l’asana finale della Serie Avanzata B dell’Ashtanga, ma sembra ideale al termine della nostra pratica. Manju Jois la include sempre al termine della sua classe guidata. Può essere mantenuta per 6,12, 24 respiri come Mudra (come abbiamo fatto in Vrikasana, con espirazione più lunga della inspirazione, Kumbhaka successivo all’espirazione, Drishti a Hrdaya (centro del cuore). La seconda variante prevede la flessione in avanti, tuttavia possiamo concludere, come suggerisce Manju Jois, con Bhairava Mudra, sedendoci in Padmasana, con una mano sopra l’altra, tradizionalmente la destra sopra la sinistra per l’uomo, la sinistra sopra la destra per la donna.
Pranayama
(N.d.T.: le istruzioni indicate sono suggerimenti per praticanti esperti. Desidero sottolineare che il Pranayama è una tecnica di controllo del respiro da apprendere insieme ad un Maestro di provata esperienza. Come per ogni pratica Yoga, vorrei sottolineare che non stiamo semplicemente eseguendo un’attività fisica, ma coinvolgendo apparato muscolo-scheletrico, fascia, organi interni, corpo fisico e corpi sottili. Questo è quanto mai vero per il Pranayama: le tecniche respiratorie Yoga, se eseguite con superficialità, possono essere addirittura controproducenti ed indurre, tra l’altro, agitazione, nervosismo, mal di testa, vertigini).
La pratica di Pranayama proposta è quella che mi è stata insegnata da Srivatsa Ramaswami e prevede Kapalabhati Kriya, seguito da Japa Nadi Sodhana, da effettuare come segue:
1 round consiste di:5 secondi di inspirazione dalla narice sinistra
20 secondi di trattenimento del respiro a polmoni pieni con la recitazione del pranayama mantra
10 secondi di espirazione Ujjayi
5 secondi di trattenimento del respiro a polmoni vuoti con bandha
5 secondi di inspirazione Ujjayi
20 secondi di trattenimento del respiro con pranayama mantra
10 secondi di espirazione dalla narice destra
5 secondi di trattenimento del respiro a polmoni vuoti con bandha
5 secondi di inspirazione dalla narice destra
20 secondi di trattenimento del respiro con pranayama mantra
10 secondi di espirazione Ujjayi
5 secondi di trattenimento del respiro a polmoni vuoti con bandha
5 secondi di inspirazione Ujjayi
20 secondi di trattenimento del respiro con pranayama mantra
10 secondi di espirazione dalla narice sinistra
Ripetere per 6/12/24 round.
Terminare la pratica con la meditazione
 
Anthony Grim Hall – traduzione e commenti Francesca d’Errico, 2017

Un approccio avanzato alla Prima Serie: part 2

Un blog è in definitiva un diario pubblico, l’evoluzione di un percorso personale condiviso. Negli ultimi mesi ho sentito il bisogno, nella mia pratica, di rivolgermi all’interno piuttosto che all’esterno, alla ricerca di maggiore chiarezza sullo Yoga che ho tanto esplorato in 20 anni, attraverso seminari, workshops, corsi per insegnanti, pellegrinaggi in India e naturalmente pratica continua individuale e con diversi maestri. Devo inoltre aggiungere che ero abbastanza stanca del moderno approccio allo Yoga, orientato al risultato immediato – dove tra l’altro per risultato immediato non parliamo di salute fisica e mentale, ma prevalentemente  dell’asana più complicato possibile, e non in un anno o due, ma dalla sera alla mattina, e spesso a costo di infortuni; non attraverso una pratica quotidiana e disciplinata peraltro, ma attraverso uno shopping continuo di insegnanti, metodi, stili, in centri yoga che ormai assomigliano sempre di più alle palestre da cui, vent’anni fa, ero fuggita, e dove ci si presenta con leggings all’ultima moda e possibilmente truccate e pettinate. No, grazie! Insomma, avevo bisogno di uno spazio mio, personale e intimo, e di un’ispirazione autentica.

Uno degli aspetti più belli del web, croce e delizia per chi pratica, è la possibilità di ricercare e di studiare in profondità, di esplorare nell’intimità del proprio spazio quello che lo yoga ha da offrirci. Naturalmente continuo a consigliare a chi muove i primi passi su questo percorso di rivolgersi ad un maestro (evitando di fare shopping di tradizioni, ma provando almeno per qualche anno a scegliere una strada da seguire con continuità: e a questo proposito nelle prossime settimane dedicherò una serie di post alle scuole di Yoga di mia conoscenza che sento di raccomandare a chi vuole iniziare).Tuttavia devo rimarcare che, nonostante l’Ashtanga sia forse il metodo più popolare sui social, ben poco viene detto a proposito dell’approccio proposto dal Guru di Pattabhi Jois, Krishnamacharya. Riscoprire l’approccio di questo grande Maestro, soprattutto nel suo periodo a Mysore, tra gli anni ’30 e ’40, è veramente illuminante. I suoi attuali discepoli tendono a concentrarsi sul lavoro del tardo Krishnamacharya, quello più vicino alla terapia, e non altrettanto sul suo impegno nello sviluppo di quella pratica che divenne poi, con Pattabhi Jois, l’Ashtanga che tutti conosciamo.

Tornando alla mia esperienza recente, molti di voi avranno letto il mio precedente post, dove viene descritto l’approccio avanzato alla Prima Serie proposto da Anthony Grim Hall, autore di un popolarissimo blog, praticante molto avanzato di Ashtanga Yoga, nonché allievo di Ramaswami, uno dei più fedeli diretti discepoli di Krishnamacharya.  E’ un approccio che ho recentemente deciso di inserire nella mia pratica personale alcune volte alla settimana e di cui vi darò via via impressioni dettagliate. Prima di farlo, però, vorrei concludere quanto scritto nel post precedentedandovi i dettagli, scritti direttamente da Anthony, degli asana e dei mudra che lui stesso pratica seguendo lo schema proposto da Krishnamacharya. Poiché gli Asana non sono pochi, lo farò “a puntate”, in modo da dare a tutti voi il tempo di digerire le informazioni e trarre il massimo beneficio da questo eccellente modo di praticare.

Cominciamo oggi quindi ad esplorare come iniziare questo tipo di pratica, con le sue prime quattro componenti fondamentali: Uddiyana Bandha, gli asana di inizio e fine della pratica, Ardho Mukha Svanasana (l’asana ricorrente durante tutta la pratica) e Trikonasana.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – part 2: Asana e Mudra

Uddiyana Bandha

Molte se non tutte le immagini che troverete in questo post mostrano un accentuato Uddiyana Bandha: lo scopo è attirare l’attenzione sul respiro (lungo e lento) e in particolare sul Kumbhaka (trattenimento del respiro in inspirazione o espirazione). Un Uddiyana Bandha così esasperato come quello delle foto viene solitamente praticato al termine dell’espirazione, tuttavia è possibile utilizzare un Uddiyana Bandha più sottile, anzi ve lo consiglio soprattutto durante le prime esperienze con questo tipo di pratica.

Espirate completamente e prima di inspirare risucchiate l’addome (al di sotto e al di sopra dell’ombelico, verso l’interno e verso l’alto). Mula Bandha seguirà quasi automaticamente. Trattenete per 2-5 secondi.

Personalmente, un Uddiyana molto profondo mi distrae dalla quiete del Kumbhaka, i bandha dovrebbero essere una sorta di pratica di sottofondo, più sottile.

Krishnamacharya diceva che durante il Kumbhaka incontriamo Dio. Mi permetto di andare oltre e di suggerire che nel Kumbhaka vediamo Dio, o la sua assenza (n.d.t.: personalmente nel Kumbhaka io incontro una sorta di arrendevolezza all’infinito).

Quando affronto la pratica in questo modo (da anni ormai), trovo una quiete, una calma profonda che nelle giornate migliori accompagna i miei kumbhaka e resta poi con me per tutto il resto del giorno.

N.d.T. L’esecuzione dei Kumbhaka durante la pratica degli asana è un modo davvero eccellente per esplorare in profondità Uddiyana Bandha, e percepirlo con grande chiarezza. Concordo pienamente con il senso di quiete che deriva da questa pratica, e che resta per tutta la giornata. Devo dire inoltre che la pratica attenta di Uddiyana bandha, con l’esecuzione dei Kumbhaka, rende incredibilmente più leggeri i vinyasa tra una postura e l’altra, perché Uddiyana viene automaticamente attivato quando necessario, grazie forse anche alla nostra memoria muscolare (Francesca d’Errico).

Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana (opzionali) 

L’inizio e la fine della nostra pratica 

Anthony in Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana

Se non vogliamo alterare troppo la nostra pratica Ashtanga tradizionale, possiamo scegliere di iniziare e terminare la nostra pratica con un mudra, o con un asana interpretato come mudra.

Vriksasana/Bhagirathasana. La prima postura sembra essere una evoluzione o variazione dell’asana – Upasthana – con cui gli Yogi delle scritture Vediche salutavano il sorgere del sole (Sury Upasthana significa “stare in piedi davanti al sole”). Forse è stato il primo asana in assoluto. Dato che il sole impiega circa mezz’ora a sorgere, suggerisco una permanenza più lunga in questo asana. Bhagirathasana è considerato un asana Rishi, e prende il suo nome da Re Bhagirath – e dalla sua devozione alla pratica del tapasya (penitenza) – spesso raffigurato come un uomo in piedi su una gamba sola, con le braccia sollevate sopra la testa, nella speranza di far tornare il Gange.

Se il mezzo loto è troppo difficile per voi, Uppasthana o Ardha Candrasana, con la pianta del piede appoggiata all’interno della coscia è un’alternativa accettabilissima e forse anche più tradizionale. Ramaswami definiva gli asana su una gamba sola come posture tapas. Possiamo quindi iniziare la nostra pratica mantenendo questa postura per 12 respiri ad ogni lato, con l’espirazione più lunga dell’inspirazione, una sorta di Kumbhaka al termine dell’espirazione, e il drishti rivolto alla punta del naso (Nasagra), all’orizzonte (Taraka) o nel punto tra le due sopracciglia (Bhrumadhya). Possiamo anche inserire questo asana come preparazione, evoluzione o variazione prima di Ardha Baddha Padmottanasana, in modo da rendere più costante il battito cardiaco, ed eventualmente anche dopo Utthita Eka Pasasana. Le braccia posizionate sopra la testa sono di aiuto nell’esplorazione di Uddiyana Bandha perché sollevano la cassa toracica, azione che rallenta il respiro e il battito cardiaco. Il Kumbhaka acquieta la mente. Per queste ragioni, sollevare le braccia sopra la testa al termine della nostra pratica può essere utile, soprattutto prima di dedicarci al Pranayama.

Parvatasana è l’asana che conclude la Serie Avanzata B dell’Ashtanga, ma può essere inserito come asana conclusivo della nostra pratica, qualsiasi serie pratichiamo – Manju Jois termina la sua classe guidata con questa postura. E’ possibile praticarla come un mudra, esattamente come Vrikasana (espirazione più lunga dell’inspirazione, Kumbhaka successivo all’espirazione, drishti per favorire l’unione tra corpo e mente), questa volta concentrandoci su Hrdaya (al centro del cuore), e mantenendo la posizione per 6, 12 o 24 respiri.

La variante B, con flessione in avanti, è un’opzione, ma suggerisco di terminare la nostra pratica di asana/mudra come fa Manju Jois, eseguendo Bhairava Mudra. Seduti in Padmasana, con una mano sopra l’altra – solitamente la destra sopra la sinistra per gli uomini, la sinistra sopra la destra per le donne.

Ardho Mukha Svanasana con Bandha

Anthony in Ardho Mukha Svanasana

Insieme a Tatakamudra, Ardho Mukha Svanasana è considerato uno degli asana migliori per il lavoro su Uddiyana Bandha. E’ inoltre una posizione che pratichiamo continuamente durante Surya Namaskara (i saluti al sole). Krishnamacharya afferma in Yoga Makaranda che questo asana può essere mantenuto fino a 15 minuti.

“In questa postura, la testa dovrebbe essere ripiegata all’interno ed il mento premuto saldamente contro il petto (Jalandhara Bandha). Dopo aver ritratto e in seguito spinto in avanti l’addome più volte, espirate. Mantenete l’espirazione e ritraete l’addome. Come risultato della forza di questa pratica, si apprende a mantenere questa posizione per 15 minuti”. (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore 1934).

Se vogliamo praticarlo come Mudra, l’espirazione può essere due volte più lunga dell’inspirazione, e seguita da un Kumbhaka di 2-5 secondi. Lo scopo del mudra è di unire mente e corpo attravarso il Dharana, la concentrazione su un appropriato “punto vitale”, un Drishti interiore. Nasagra, la punta del naso, è un punto focale automatico con Jalandara Bandha, ma esplorate anche in questo asana Kantha (la gola), forse da preferire. La cosa più bella è che abbiamo l’opportunità di esplorare questo asana molte volte durante la pratica di Surya Namaskara. Infatti lo stesso Krishnamacharya suggeriva di mantenere ogni passaggio di Surya Namaskara per un tempo sufficientemente lungo, una sorta di mudra ad ogni asana di cui si compone questa sequenza.

Nota: “Indipendentemente dal punto indicato, dharana viene eseguito senza muovere la posizione della testa in un asana, un mudra o durante il pranayama. Specifichiamo ancora una volta che dharana viene praticato dirigendo lo sguardo verso il punto vitale e non immaginando quel punto” (T.K.Sribhashyam Emergence of Yoga – terzogenito di Krishnamacharya)

Trikonasana

Krishnamacharya

N.d.T.: L’indicazione che segue è quella tratta direttamente da Yoga Makaranda di Krishnamacharya. Personalmente, mantengo questo asana per 6-12 respiri e attualmente lo eseguo nella forma tradizione dell’Ashtanga di Pattabhi Jois. I benefici sono percepibili già dopo due pratiche. Per chi volesse invece ispirarsi ancora di più a Krishnamacharya, le immagini che seguono mostrano il diverso allineamento dei piedi proposto da questo Maestro. Sicuramente proverò anche questa versione nelle prossime pratiche. Dato che questo approccio è un’esperienza personale, a questo asana faccio seguire Parvritta Trikonasana, dedicandogli lo stesso numero di respiri. E’ un asana di cui al momento sento particolare necessità a causa di un problema al legamento sacro-iliaco. E devo dire che ne ho già tratto sollievo (Francesca d’Errico).

“L’inspirazione e l’espirazione in questo asana dovrebbero essere lunghe e di uguale durata. Praticate queste indicazioni ad ogni lato. Questo asana dovrebbe essere mantenuto per almeno 10 minuti. Quanto più tempo gli dedichiamo, maggiori saranno i suoi benefici” (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore – ed. del 1938)

Anthony in Trikonasana, con l’allineamento inizialmente proposto da Krishnamacharya

Anthony Grim Hall

Traduzione e commenti: Francesca d’Errico

(cont.)

Un approccio avanzato alla Prima Serie: Anthony Grim Hall

A. Grim Hall

  “Krishnamacharya’sOriginal Ashtanga Vinyasa Krama Yoga”. 

Diario di bordo della pratica personale di Anthony, questo blog include anche un intenso e immenso lavoro di ricerca sui testi che hanno dato origine alla pratica Yoga più famosa dei nostri anni, l’Ashtanga Yoga. Anthony è noto per avere raggiunto livelli molto alti nella pratica dell’Ashtanga e del Vinyasa Krama in totale solitudine prima di rivolgersi ad un maestro. Nel suo percorso ha esplorato in profondità gli insegnamenti di Krishnamacharya, il Guru dei grandi maestri BKS Iyengar e Sri K. Pattabhi Jois, studiando poi con un suo diretto discepolo, Ramaswami. Su questa base ha sviluppato quella che potremmo definire una Prima Serie per “intenditori”, dove l’accento non è tanto posto sulla complessità degli asana, ma sulla loro integrazione con mudra e pranayama. Una pratica avanzata, dunque, non tanto in termini “acrobatici” quanto nell’aspetto sottile dello Yoga, che diventa raggiungibile anche attraverso tecniche respiratorie e gesti simbolici.

Il progetto di Anthony sulla Prima Serie per praticanti avanzati comprende, sul suo blog, dettagli molto precisi sull’esecuzione di ogni asana elencato e sui mudra, che io non ho incluso e che sono disponibili ovviamente sulle pagine dell’autore. Ciò che rende particolarmente interessante questo approccio è che Anthony ha di fatto raggiunto livelli decisamente avanzati a livello di esecuzione degli asana, e ha poi recentemente scelto di alternare all’approccio “tradizionale” quello più lento e profondo.

Vale sicuramente la pena sperimentarlo di persona, consultando con attenzione sui testi di Krishnamacharya l’esecuzione dei Mudra suggeriti, gesti simbolici dal forte potere energetico.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – di Anthony Grim Hall

 
Krishnamacharya a 50 anni – Sharath Jois in Baddhakonasa

“Se è possibile promuovere continuamente l’esecuzione degli asana avanzati su Instagram, forse possiamo usare i social media anche per promuovere gli asana fondamentali ed esplorarli in profondità, utilizzando posizioni che chiunque può eseguire.

Nella Tabella degli Asana presentata nel testo Yogasanagalu (Mysore, 1941 –  testo che sto traducendo in italiano, e a breve sarà disponibile, n.d.t.), Krishnamacharya presenta tre gruppi di asana: Primo, Intermedio e Avanzato. I gruppi Primo e Intermedio diventeranno la Prima e la Seconda serie di Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, in ordine abbastanza simile a quello della Tabella. Il gruppo di asana Avanzati, insieme ad altri asana che il maestro trasmise poi a Pattabhi Jois, sarebbe diventato noto come Serie Avanzate A e B (e in seguito Terza, Quarta, Quinta e Sesta serie).

In questo mio progetto, però, ho scelto di concepire il termine “avanzato” come una metodologia di approccio agli asana, piuttosto che come una categoria di posizioni. In pochi riescono e riusciranno a particare tutti gli asana presentati da Krishnamacharya e Pattabhi Jois; lo stesso Krishnamacharya non riteneva fondamentale che tutti dovessero per forza riuscirci. Inoltre, per questo grande Maestro non è mai stato importante eseguire gli asana in serie fisse. Ma se abbiamo una pratica Ashtanga costante da qualche anno, anche se non andiamo oltre la prima metà della Prima serie, possiamo sviluppare, inserendo tecniche di Pranayama, una sorta di “avanzamento” in cui la nostra esplorazione più che sugli asana si concentra sul respiro, sui bandha e sulla concentrazione.

Una pratica “avanzata”, quindi, potrà avere un aspetto completamente diverso da quello che siamo abituati ad immaginare, come illustro di seguito.

Ai fini di questo approccio, non è necessario cambiare drasticamente la propria pratica; è sufficiente ridurre gli asana, approfondire e rallentare il respiro, la permanenza nelle posture e forse i kumbhaka. Possiamo ad esempio cominciare ad approfondire un solo asana tra quelli che pratichiamo abitualmente, dedicandogli più tempo e respiri più lunghi, scegliendo un asana diverso ad ogni pratica. La stessa pratica “regolare” dell’Ashtanga comprende già una permanenza più lunga negli asana di conclusivi.

Gli asana avanzati sono divertenti e interessanti, io stesso mi sono divertito ad esplorarli per tre/quattro anni, ma ad un certo punto ho sentito che era giunto il momento di mettere via i giocattoli e cercare qualcosa di più significativo. Ci sono praticanti che riescono a fare entrambe le cose,  ovvero giocare/esplorare e fare ricerca all’interno degli asana più complessi fisicamente (e anche Krishnamacharya si augurava che i suoi allievi ci riuscissero), ma personalmente avevo voglia di respirare più lentamente, e questo per me significava ridurre gli asana. Questa riduzione, alla mia età (l’autore ha 53 anni, n.d.t.) significa dedicare meno tempo agli asana della Seconda e della Terza Serie. Trovo che sia utile ricordare quanto sia difficile di per sé mantenere consapevolezza e agio e concentrazione in ognuno degli asana che compongono la Prima Serie, e portare poi quella sensazione nella vita di tutti i giorni – una pratica avanzata in sé stessa, che non richiede capacità circensi.

2.46 La posizione (asana) adatta alla meditazione Yoga dovrebbe essere stabile, consapevole, immobile e comoda, e questo è il terzo degli otto rami dello Yoga. 

(sthira sukham asanam)

2.47 Per rendere perfetta la nostra postura, dobbiamo rilassarci o abbandonare lo sforzo, lasciando che la nostra attenzione si fonda con il senza fine, o infinito. 

(prayatna shaithilya ananta samapattibhyam)

2.48 Una volta raggiunta questa posizione perfetta, sorge in noi una incontestabile libertà dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti (come caldo e freddo, bene e male, dolore e piacere). 

(tatah dvandva anabhighata)

Mi sorprende sempre notare che per raggiungere gli obiettivi elencati negli Yoga Sutra non abbiamo bisogno di libri, workshop tecnici, lezioni sull’allineamento, abbonamenti alla shala, viaggi o pellegrinaggi: la “fonte” è dentro di noi, abbiamo solo bisogno di sederci, respirare e concentrare la nostra attenzione. E magari ad un certo punto ci verrà voglia di leggere Patanjali per vedere cosa ci suggerisce di fare con la concentrazione che avremo sviluppato.

NOTE SULLA PRATICA

L’approccio “avanzato” alla Prima serie si basa sull’idea che, invece di “andare avanti” verso posizioni sempre più complesse, decidiamo di esplorare in profondità gli asana fondamentali, respirando più a lungo nelle posizioni, effettuando kumbhaka (dove è appropriato) e mantenendo la concentrazione al nostro interno (in breve, le istruzioni originali che Krishnamacharya impartiva nel suo Yoga Makaranda (disponibile in italiano con il titolo “Il Nettare dello Yoga”, ed. Ubaldini, n.d.t.), scritto a Mysore nel 1934, quando Pattabhi Jois era suo allievo.

Seguendo queste istruzioni, è improbabile trovare il tempo di praticare tutta la Prima Serie e personalmente raccomando di praticarne metà, in una versione modificata e flessibile.

Nota: un’alternativa può essere praticare la prima serie come sempre, scegliendo uno o due asana da esplorare più a lungo, ed enfatizzando gli asana di chiusura con un conteggio e un respiro particolarmente lenti. 

A causa della natura più statica di molte posture, raccomando e pratico io stesso il vinyasa completo (anche se il vinyasa può essere saltato negli asana asimmetrici o incluso solo tra gruppi di asana), e includo alcune variazioni nelle inversioni, sarvangasana e sirsasana.

Il kumbhaka (trattenere il respiro a polmoni vuoti o pieni) può essere praticato sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.

Molti degli asana e dei mudra che vi elenco prevedono il kumbhaka dopo l’espirazione, tuttavia possiamo bilanciare i kumbhaka nel corso della pratica.

Quando siamo seduti con la schiena eretta possiamo praticare il kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione, quando ci flettiamo in avanti in una postura possiamo includere un breve kumbhaka di 2-5 secondi dopo l’espirazione.

Il kumbhaka sono solitamente da evitare nelle torsioni.

Ed ecco qui di seguito una mia pratica esemplificativa.

E’ costruita sulla base di 10 asana chiave e alcuni mudra (una sorta di serie Rishi), con l’opzione di alcune variazioni e preparazioni. In seguito vi suggerisco un approccio ad ogni asana e mudra.

Surya Namaskara

Tadasana

  1. Trikonasana
  2. Dandasana/Pascimattanasana/ Aswini Mudra
  3. Maha Mudra
  4. Bharadvajrasana
  5. Padma Mayurasana or Vajrasana
  6. Sarvangasana
  7. Bhujamgi mudra
  8. Sirsasana
  9. Baddha Konasana
  10. Yoga Mudra/parvatanasana/padmasana

Pranayama/meditazione

Possiamo ancora chiamarla una pratica di Ashtanga Vinyasa? I Vinyasa ci sono ancora, così come la concentrazione su respiro, drishti e bandha. E’ interessante ricordare che Pattabhi Jois raccomandava ad un certo punto di praticare meno asana, mantenendo più a lungo le posture che ritenevamo più utili, e dando maggiore attenzione agli altri rami dello yoga. Dopo i 50, Jois stesso affermava che il praticante era libero di scegliere come praticare. Non che sia necessario aspettare di avere 50 anni, naturalmente…

Struttura della Pratica

Kapalabhati – 36

Pranayama 6-12rounds

Opzionale

Bhagirathasana

Breve sequenza di movimenti delle braccia in Tadasana

A

Surya namaskara 3 A + 2 B 

(il primo con 6 respiri in ogni posizione, e 12 respiri in Ardho Mukha Svanasana )

  1. Trikonasana 

6 o 12 respiri per ogni lato

Opzionale: introdurre una posizione in piedi diversa ogni giorno

  1. Dandasana/Pascimattanasana/ Asvini Mudra 

12 respiri

(seguiti da pratkriya purvottanasana)

Uno o più asana asimmetrici in forma di mudra  

(da alternare quotidianamente) – 6 respiri per ogni lato

  1. Maha Mudra 

12 – 24 respiri

  1. Bharadvajrasana

12 respiri

(come alternativa a Marichiyasana)

  1. Padma Mayurasana (opzionale)

o Vajrasana con sigillo addominale

6 -12 respiri

(Krishnamacharya in Yoga Makaranda raccomandava di praticare ogni giorno Mayurasana, ma tenete conto della condizione soggettiva dei vostri polsi: io ultimamente, a causa di un incidente estraneo alla pratica, lo evito) 

Tataka Mudra 

12 respiri

B

Dwi pada pitam

(preparazione per sarvangasana)

Urdhva Dhanurasana (opzionale)

6-12 respiri

  1. Sarvangasana 

5 minuti

(senza variazioni, praticata come mudra) 

  1. Bhujamgi mudra 

6 -12 respiri

(come pratkriya per sarvangasana)

  1. Sirsasana 

5 minuti come mudra – Viparita karani

5 minuti con variazioni

Vajrasana 

6 -12 respiri

Sarvangasana 

5 minuti circa con variazioni

C

  1. Baddha Konasana 

6, 12, 24 respiri

  1. Yoga Mudra

6 -12 respiri

Parsvatanasana 

12 – 24 respiri

Pranayama 

Bhastrika – 60 respiri

Nadi sodhana (6), 12, 24, 48 respiri

Seduta di meditazione

20, 40 minuti

Note:

La pratica ideale comprende i gruppi A, B e C praticati insieme ogni mattina. 

Se si hanno problemi di tempo, possiamo praticare A e C alla mattina, e B (insieme a C, volendo) più tardi nel corso della giornata” (cont.) – Anthony Grim Hall, 2016

Suggerisco a chiunque fosse interessato all’approfondimento di questo tipo di approccio alla pratica, di leggere le istruzioni relative ad ogni singolo asana/mudra offerte da Anthony sul suo blog, ai link che ho inserito nell’introduzione, e naturalmente di rileggere con attenzione i testi di Krishnamacharya, davvero ricchissimi di spunti ancora oggi. Chi invece è sufficientemente avanzato può già sperimentare questo tipo di pratica, un’idea alternativa alla pratica tradizionale che può essere complementare alle serie che già pratichiamo.

Personalmente io ritengo che lo yoga sia in continua evoluzione, lo testimoniano gli stessi libri del grande Krishnamacharya, che ad ogni edizione arricchiva la sua proposta sulla base delle sue nuove esperienze. Lo yoga in fondo è un percorso di ricerca, che si dispiega ogni giorno in una nuova direzione anche sul nostro tappetino, e più che mai attraverso il nostro corpo.

– Francesca d’Errico, 2017

Le età dello Yoga: una pratica per tutta la vita

Non si parla a mio parere abbastanza di come praticare con l’avanzare dell’età. Lo Yoga dinamico (Ashtanga, Vinyasa, Jivamukti etc.) è arrivato da pochi decenni in occidente, ed è solo negli ultimi anni che cominciamo ad avere praticanti esperti di 50, 60 e anche oltre i 70 anni. Come cambia l’approccio alla pratica dopo venti, trent’anni sul tappetino? Quali sono le esperienze dei maestri occidentali e orientali? Mentre riflettevo su queste domande, sono capitata sul blog di Anthony Grim Hall, sempre fonte di interessanti spunti di riflessione. Anthony, famoso per il suo approccio personalissimo allo Yoga, pratica Ashtanga da anni, arrivando alle serie più avanzate come testimoniano i suoi video. E’ un appassionato studioso, ha pubblicato libri e ha tradotto alcuni interessantissimi testi di Krishnamacharya, e la sua pratica oggi è un interessante insieme di Vinyasa Krama (secondo  la tradizione di Krishnamacharya e Ramaswami) e Ashtanga. Ho letto questo suo post e ho pensato di tradurlo per voi, per condividere il suo punto di vista e offrire a tutti qualche idea in più per trarre il massimo dalla pratica, a qualsiasi età. L’articolo è lungo ma l’argomento è vasto e merita un serio approfondimento. Al termine del post vi racconto qualcosa sulla mia pratica personale, dopo 19 anni di pratica Ashtanga e Jivamukti. Buona lettura!
 
Praticare asana avanzati ogni giorno: un must o un rischio?
 
Krishnamacharya anziano durante la sua pratica
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerarsi puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? Non intendo fare mera critica distruttiva di nessun metodo; io stesso ritengo che praticare gli stessi asana quotidianamente sia un modo eccellente per rafforzare la disciplina, ma visto il numero crescente di praticanti che hanno raggiunto livelli avanzati di pratica, e le tante “superstar” che usano la loro pratica estrema per vendere i loro prodotti, mi chiedo se sia saggio incoraggiare questo sistema. La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
La domanda nasce dalla visione di un documentario del 1938 in cui Krishnamacharya, insieme ai suoi familiari e a BKS Iyengar, dimostrano questi asana. All’epoca commentai così: “Mi sembra evidente che gli asana insegnati ai ragazzi del palazzo di Mysore fossero volutamente dimostrativi. Simili asana e i relativi passaggi delle serie avanzate, che erano utilizzate appunto per queste dimostrazioni, sono probabilmente troppo estremi per una pratica quotidiana, e possono portare a lesioni al ginocchio e alle articolazioni, a meno che, appunto, non vengano utilizzati sporadicamente e dopo una corretta preparazione. Sfortunatamente oggi la terza serie dell’Ashtanga è diventata la nuova seconda, e la quarta è la nuova terza. Come conseguenza, sono moltissimi gli studenti che oggi praticano quotidianamente questi asana, e mi chiedo se sia un atteggiamento saggio”.
Questa riflessione mi è rimasta in mente a lungo. Spesso, nel mio blog, pubblico un post per vedere se, dopo qualche giorno, settimana, mese o anno la penso ancora allo stesso modo. Spesso ho la tentazione di cancellare i miei primi sette anni di blog, e sicuramente tra cinque anni avrò la tentazione di eliminare quasi tutto, ma in fondo il blog è proprio un diario che riflette i cambiamenti della mia pratica personale. Insomma, un blog è solo un blog. Quindi semino la mia idea, e la lascio germogliare su questo terreno comune.
 
La pratica quotidiana della prima serie è un conto (anche se comprende asana che originariamente Krishnamacharya e Pattabhi Jois avevano incluso nella seconda, come Marichiyasana D e Uttihita Parsvakonasana B. Un conto sono anche i primi inarcamenti, relativamente dolci, della seconda serie. Ma che dire degli asana delle serie avanzate?
Attualmente, la pratica dell’Ashtanga Yoga funziona così: si inizia imparando la prima serie. E’ probabile che per le prime settimane si rimanga fermi ai saluti al sole e alle posizioni in piedi, prima di passare ai veri e propri asana della prima serie. E’ altrettanto probabile che si resti fermi a Marichiyasana D per qualche tempo – per qualcuno anche una vita intera. Personalmente, di recente (e contrariamente ad alcuni miei post precedenti), non penso che sia una cosa negativa praticare solo la prima serie, prevalentemente perché preferisco praticare lentamente (quindi una pratica completa mi porterebbe via tutta la mattinata), mi piace dedicare del tempo anche a pranayama e meditazione, e naturalmente alla mia vita personale e professionale.
Con il tempo, il praticante completa la prima serie e comincia ad aggiungere posizioni della seconda. E’ probabile che rimanga fermo a kapotasana per qualche anno o per una vita, e per diverse vite a karandavasana.
E’ dopo karandavasana che si tende a cominciare a lavorare quotidianamente sulla seconda serie, praticando la prima solo il venerdi, quindi siamo a cinque giorni di asana della seconda serie, e un giorno dedicato alla prima serie.
Allo stesso modo, una volta completata la seconda serie, cominciamo ad aggiungere gli asana della terza, fino a che passiamo alla pratica della terza serie per quattro giorni a settimana, dedicando un giorno alla prima serie e uno alla seconda, e così via. Se si è arrivati alla quarta serie, la praticheremo per tre giorni a settimana, dedicando un giorno alla terza, uno alla seconda e uno alla prima. Quindi siamo a quattro giorni di asana estremamente avanzati, uno di asana avanzati, e uno dedicato agli asana della prima serie.
Gli insegnanti più senior affrontano questo dilemma in modi diversi. Fatico ad accettare una forma di ‘autorità’ in materia di metodo. L’approccio di Sharath è interessante, come lo è quello di Manju, quello di Saraswathi e quello dei maestri occidentali che per primi frequentarono la shala di Pattabhi Jois. Ognuno di loro ha le sue idiosincrasie, influenzate dal periodo di apprendimento con Guruji e adattate all’ambiente in cui si trovano ad insegnare. Fatico anche ad accettare l’autorità di Pattabhi Jois – e anche qui dovrei specificare “quale” Pattabhi Jois: quello degli anni di Yoga Mala, o quello più anziano, che si trovava ad insegnare a centinaia di studenti. Forse non accetto nemmeno l’autorità di Krishnamacharya… certo ho un problema personale con il concetto di autorità: in generale, penso che sia importante riflettere sui diversi approcci alla pratica e, nel tempo e con l’esperienza personale, individuare quello che meglio si adatta a noi.
Ma torniamo alla domanda iniziale:
Se accettiamo il fatto, come suggerivano gli stessi Krishnamacharya e Pattabhi Jois, che gli asana avanzati sono da considerare puramente dimostrativi, è un bene praticarli tutti i giorni, o quattro volte alla settimana, per decenni? La dimostrazione occasionale degli asana più difficili delle serie avanzate dell’Ashtanga, eseguite da praticanti esperti, sicuramente non produce danni permanenti, ma la pratica quotidiana di questi asana dimostrativi per decenni è tutt’altra cosa. Riformulo quindi la domanda: è giusto praticare asana avanzati quasi tutti i giorni per decenni, e quando dovremmo accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la pratica in modo adeguato?
 
 
Se si è giovani, relativamente flessibili e dotati di una determinata struttura muscolo-scheletrica, se abbiamo iniziato a praticare a vent’anni, probabilmente a 25 ci troviamo a lavorare sulla terza serie, e con il tempo praticheremo le serie avanzate per i prossimi venti-trent’anni. E’ chiaramente un estremo: probabilmente avete cominciato a praticare Ashtanga vicini alla trentina, ritrovandovi verso i 35-40 a praticare la terza serie per i prossimi dieci, quindici anni, finché una voce vi dirà che quello che è troppo è troppo, e comincerete ad abbandonare alcuni asana e forse alcune serie.
Io ho iniziato a 43 anni. Dopo aver completato la prima serie, sono andato avanti nella pratica arrivando alle serie Avanzate A e B. Grazie al cielo, ho poi incontrato la pratica del Vinyasa Krama e Ramaswami, e sono passato ad un approccio più lento rispetto alla pratica. Studiando e praticando sui testi di Pattabhi Jois e Krishnamacharya, ho rallentato la mia pratica fino ad arrivare a ciò che faccio oggi: la prima metà della Prima serie, e occasionalmente la prima metà della seconda.
Oggi penso che non avrei dovuto praticare metà degli asana avanzati a cui mi sono dedicato: ma stavo invecchiando, pensavo “se non ora, quando?”, ed ero in una fase di leggero innamoramento per ciò che il mio corpo sembrava capace di fare. Mi capita di sussultare quando guardo i vecchi filmati di Pattabhi Jois che spinge studenti forse inadatti ad afforntare la seconda serie, in asana estremamente avanzati. E allora mi chiedo nuovamente: è corretto praticare asana avanzati quotidianamente per decenni, e a che punto è giusto accettare i cambiamenti fisiologici del nostro corpo, del nostro apparato muscolo-scheletrico, adattando la nostra pratica di conseguenza?
Devo puntualizzare che sono un praticante “solitario” (come dice il nome stesso del mio blog), e a parte tre mesi trascorsi con Kristina Karitinou a Creta (che mi sento di raccomandare caldamente), un breve teacher training con Manju Jois e un mese insieme a Ramaswami a Los Angeles (per il suo teacher training in Vinyasa Krama), ho sempre esplorato la pratica da solo, a casa. Ho iniziato con libri e DVD nel 2007. Non mi sono mai fatto male, e dopo aver raggiunto nel 2011 una pratica sufficientemente avanzata (vedi i video di Anthony cliccando qui, n.d.t.), ho iniziato ad esplorare un approccio più lento alla pratica, soffermandomi a lungo negli asana, perdendo interesse negli asana più estremi. Se frequentassi una shala, probabilmente verrei incoraggiato ad andare oltre la mia esagerata cautela e il mio buon senso.
(Consiglio a tutti la visione del post originale, dove sono presenti molte tavole fotografiche tratte dai libri di Krishnamacharya, in cui questo grande maestro pratica ben oltre i 70 anni. Al post originale sono allegate alcune appendici: la più interessante a mio personale parere è questa intervista a BKS Iyengar, che affronta l’argomento della pratica con l’avanzare degli anni (n.d.t.).)
“La maggior parte delle persone vuole arrivare alla felicità senza soffrire. Io abbraccio gioia e sofferenza. Vediamo dove mi porta la sofferenza”. (BKS Iyengar, ‘Light on Life’)
Forse non arriveremo al samadhi: tuttavia il lavoro di esplorazione degli otto rami dell’Ashtanga Yoga possono prepararci alle sofferenze che ci aspettano. Sono pochi coloro che riescono ad evitare completamente il dolore. Non siamo noi a cercarlo, ma esso non può essere evitato, ridotto, dirottato: dobbiamo prepararci ad affrontarlo con dignità e pazienza, ed imparare anche da questa prospettiva ciò che la vita può insegnarci. Qui di seguito uno degli articoli che maggiormente hanno influenzato la mia pratica. Sono spesso tentato di stamparlo, incorniciarlo e appenderlo nella mia shala personale. Ho incluso anche alcune note sulla morte di Iyengar e alcuni passi di “Vedere per Credere”, sulla pratica di BKS Iyengar ormai ottantenne.
A 92 anni, BKS Iyengar continuava a praticare yoga per diverse ore al giorno. Qui descrive come era cambiata la sua pratica con l’età, offrendo il suo consiglio agli studenti di età più avanzata.
BKS Iyengar: la pratica ad età avanzata
La vittoria della volontà sulla materia
 
“Credetemi, dopo una certa età, praticare asana e pranayama diventerà molto difficile. Lo faccio solo per questa ragione: il corpo invecchia, si avvia al deterioramento. Il tasso catabolico aumenta a sfavore dell’anabolico. Le ossa si indeboliscono, le vene si induriscono. Sono tutti fatti noti, da cui non voglio essere dominato. Se mi arrendessi alla volontà del corpo, non sarei un praticante di Yoga. Quando pratico, cerco di capire come fermare questo processo di deterioramento. Questa è la vittoria della volontà sulla materia.
Potreste dire: “Iyengar non ha bisogno di nulla, perché ha sempre praticato”. Ma non è corretto. In realtà, io mi accorgo che a questa età è davvero necessario praticare. Devo evitare la costrizione del mio sterno. Devo cercare di mantenere il diaframma libero nel movimento. Se considero i possibili ambiti di deterioramento, e mantengo la pratica degli asana, allora è corretto affermare che io sia fisicamente uno Yogi.
BKS Iyengar
Molti ritengono che con l’avanzare degli anni sia meglio rivolgersi alla meditazione e ai mantra, piuttosto che continuare a praticare asana e pranayama.
Non sono un sadhaka (praticante) che si nasconde dietro la scusa dell’età. Non rifuggo la pratica fisica perché sono condizionato dal complesso dell’età. In ogni asana io medito, e in ogni asana vedo Dio, che è infinito e oltre ogni limite. Con gli anni, ho aumentato il tempo che dedico alle mie pratiche. La mente e il corpo lasciano il passo. Io li ricarico con la mia forza di volontà, e non mi arrendo alla debolezza del mio corpo e della mia mente. 
Grazie ai miei studi sulla filosofia e sulla pratica dello Yoga, oggi sono in grado di vivere senza dipendere da nessuno. Devo mantenere viva la filosofia del corpo esattamente come mantengo viva la conoscenza spirituale.
La sola differenza tra la mia gioventù ed oggi, è che da giovane ero come tutti i ragazzi: ero tentato di eseguire gli asana uno dietro l’altro. Oggi, resto in Dwi Pada Viparita Dandasana o Kapotasana per un tempo maggiore. A questa età comprendo il valore del sutra “Sthira Sukham Asanam” (YS II.46) nella sua completezza. Ora, in ogni asana, vedo la perfetta freschezza e stabilità del corpo, la fermezza della mente e la benevolenza del sé. Cerco di trovare questa stabilità, fermezza e benevolenza prolungando la mia permanenza in Kapotasana o Dwi Pada Viparita Dandasana. A volte dedico 10 minuti ad ogni lato in Parsva Sirsasana. Sono asana complesse. Nessuno pratica asana così difficili a questa età. Nessuno si arrischia a praticare asana che richiedono coraggio. Non è semplice praticare e mantenere un asana mentre muscoli e nervi tremano, con le articolazioni che tendono a cedere, il cuore che batte rapidamente. Non sono il tipo di persona che si mette in Padmasana e dice “sono comodo”. Se praticate yoga, vi rendete conto delle difficoltà che comporta l’invecchiamento. Il mio consiglio, quindi, è di essere liberi attraverso lo Yoga, di liberarvi delle afflizioni che l’età porta con sé attraverso lo Yoga. Perciò mantenete e sostenete ciò che avete imparato, continuate a praticare.
Ciò richiede non solo forza di volontà, ma anche coraggio e fede. Grazie alla corretta miscela di forza di volontà e coraggio, uniti alla capacità di discriminazione, la pratica yoga genera l’energia di cui le cellule nervose hanno bisogno per mantenere con agio gli asana più impegnativi. A questa età continuo ad imparare. E’ la saggezza che viene con il tempo: non ho perso la freschezza dell’intelletto. 
Quando eseguiamo Parsva Sirsasana, a volte non ci rendiamo conto di dove siano le nostre gambe, o le spalle, o dove sia posizionato il peso del corpo. Per una persona anziana come me, è più difficile avere questo tipo di sensibilità: tuttavia, non l’ho persa del tutto. Ogni tanto rientro nella posizione per recuperare la mia consapevolezza fisica o mentale. Educo le mie cellule a restare dove voglio che stiano. Cerco di trovare “Sthira Sukham Asanam” in questi asana impegnativi. E’ più facile farlo quando eseguiamo gli asana più semplici.
Pratico con regolarità pranayama e dhyana (meditazione) in Padmasana. Se volete sapere cosa faccio alla mattina presto, sono in sala, a praticare asana, e con lo stesso approccio pratico pranayama, dharana (concentrazione) e dhyana. Questa è la mia etica.
“Tatah Klesha Karma Nivrittih” (YS, IV.30). Ponendo fine alle azioni guidate dalle afflizioni, notiamo che le afflizioni non ci seguono con l’avanzare dell’età.” – BKS Iyengar
 
Due anni fa, mentre mi trovavo in Grecia, al ritiro di Ashtanga di Kristina Karitinou, appresi che BKS Iyengar aveva lasciato il suo corpo fisico. Informai Kristina della notizia, e lei lo riferì a tutti gli studenti. Dedicammo la nostra pratica alla sua memoria. Al termine della pratica mi recai nel cortile sul retro della shala, ed eseguii 108 drop back, proprio come avevo visto fare ad Iyengar in occasione del suo 80esimo compleanno. Era solo la seconda volta che tentavo una simile impresa, e dovetti suddividerla in quattro set di ripetizioni, con una breve pausa tra un set e l’altro. Non so perché decisi di lanciarmi in questa impresa, e ad un certo punto desiderai di non aver iniziato, chiedendomi perché mai la notizia della sua scomparsa mi avesse così commosso. Dopotutto io ero un Ashtangi, non avevo mai nemmeno preso parte ad una lezione di Iyengar… eppure oggi, rileggendo il mio post, vorrei aver raddoppiato il numero di quelle ripetizioni.
Uno dei libri di Anthony Grim Hall
Dopo aver letto gli scritti di Iyengar relativi alla sua pratica da ottantenne/novantenne, mi è venuta voglia di esplorare ulteriormente i testi che aveva pubblicato in tarda età. Ho iniziato a leggere “Light on Life”, un libro davvero meraviglioso. Mi chiedo se Iyengar avesse capito che sarebbe stato il suo ultimo libro. Il libro tratta, capitolo per capitolo, gli otto rami dell’Ashtanga. Incontriamo su queste pagine Iyengar mentre pratica asana e pranayama, lo troviamo alle prese con gli altri rami con l’indomita forza di volontà che ha accompagnato tutta la sua esistenza. La pratica degli asana oggi spesso assume connotazioni negative: in molti vogliono farci credere che non facciano parte dello yoga. Probabilmente i detrattori ne vedono l’aspetto dimostrativo e promozionale che a volte può distrarci dal nostro lavoro – ma a volte la distrazione aiuta a ritrovare con entusiasmo il nostro impegno. E’ questa disciplina quotidiana a caratterizzare la pratica per come la conosciamo. Non importa quale sia la tradizione che seguiamo, se non nell’illusoria autorità a cui ci appelliamo, forse un’ulteriore distrazione, inizialmente un supporto, che tende poi a distoglierci dalla nostra ricerca: e lo yoga altro non è se non, appunto, una ricerca. La pratica sincera e devota, idealmente quotidiana, in qualsiasi forma, dinamica o statica, tempra la volontà, disciplina di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli altri rami a cui tendiamo”.
Anthony Grim Hall, 2017
Nota personale: 
E ora in breve, veniamo alla mia pratica. Con un passato di ginnasta, ballerina e sportiva in generale, ho sempre “alzato l’asticella” nelle mie attività fisiche, e con gli asana non faccio eccezione. Sono sempre stata molto disciplinata, pratico 5-6 volte a settimana, rispettando i giorni di luna e di riposo. Negli anni, ho affrontato diversi infortuni, anche se devo dire raramente legati alla pratica, se non in occasione di aggiustamenti ingenui o a cui non ho saputo dire no. Semmai, la pratica mi ha rivelato di volta in volta vecchie debolezze, o problemi legati all’apparato digerente, un’influenza in arrivo, etc. Mi piace mettermi alla prova quando le mie energie sono alte, ma cerco di non strafare se il mio corpo mi dice “non è giornata”. Con il tempo e con l’esperienza acquisita attraverso la pratica personale e i corsi per insegnanti, oggi preferisco praticare a casa, dove riesco a concentrarmi più facilmente, e frequentare seminari o trascorrere almeno un mese con maestri da cui sento di poter apprendere qualcosa che ancora non conosco (un leggero problema con l’autorità ce l’ho anche io…). La mia pratica quotidiana oggi è un mix tra prima e seconda serie dell’Ashtanga, alternate durante la settimana a sequenze Jivamukti in cui affronto asana che non fanno parte del metodo tradizionale dell’Ashtanga o quantomeno non in quell’ordine. Se un giorno sento di avere bisogno di inarcamenti, preparo sequenze che mi portano verso asana relativamente impegnativi come eka pada rajakapotasana, drop back o kapotasana. Se ho bisogno di sviluppare forza, mi concentro sulle posizioni di equilibrio sulle braccia, come bakasana, astavakrasana, eka pada koundinyasana e sullo sviluppo dei core muscles. Se devo recuperare concentrazione, mi attengo alle serie tradizionali dell’Ashtanga. Pratico per circa un’ora e mezza, dedicando sempre parte del tempo a meditazione, pranayama e rilassamento al termine della pratica. Quando sono particolarmente stanca, tendo a ridurre i vinyasa e restare più tempo negli asana, preferendo posizioni più semplici e pratiche meno lunghe. Cerco soprattutto di approcciare ogni giorno la pratica con umiltà e sensibilità all’ascolto del corpo. Dell’Ashtanga amo il rigore e la profondità, di Jivamukti le sequenze più libere e coreografiche. Non mi “arrendo” facilmente, e se noto una difficoltà o una rigidità, mi guardo dentro per capire da dove nascono: sono parte di un processo fisiologico o psicologico? Parto da qui per costruire ogni giorno la pratica che può aiutarmi a stare meglio, sotto ogni aspetto. Credo che l’età aggiunga saggezza al desiderio di ricerca, e che nello yoga gli anni che passano non siano un limite, ma al contrario un continuo arricchimento esperienziale che rende la pratica sempre più intensa e spirituale. Trovo riduttivo spaventarsi per un numero, e in fondo l’età è solo questo: un numero, comunque sempre molto piccolo rispetto all’eternità di cui facciamo parte.
– Francesca d’Errico

pic by Alessandro Sigismondi

Yoga Korunta, la leggenda rivelata

Da alcuni giorni su facebook gira un articolo che dipinge l’Ashtanga Yoga come una semplice forma di “ginnastica”. Per mettere le cose nella giusta prospettiva, traduco qui di seguito un post molto interessante, scritto da James Russel nel 2015, che potete trovare nella sua versione originale cliccando qui.
Nel mondo dell’Ashtanga Yoga gira una leggenda. Forse molti di voi l’hanno sentita:
“A metà degli anni ’20, il grande maestro Sri T. Krishnamacharya, accompagnato dal suo giovane studente Sri K. Pattabhi Jois, si recò alla biblioteca di Calcutta. Erano in cerca di un oscuro testo yogico perduto, il “Korunta”. Trovarono questo testo, autografato da un saggio di nome Vamana Rishi, inciso su foglie di banano e di palma (cosa abbastanza comune negli antichi testi yogici). I segni sulle foglie descrivevano in dettaglio un metodo di Hatha Yoga vigoroso e dinamico.
Il metodo era caratterizzato da diverse sequenze (krama) di asana (posture), collegate tra loro da movimenti, respirazione, bandha e drishti. Questo modo di collegare il movimento al respiro è noto come vinyasa. Vinyasa significa “posizionare in modo speciale” ed è un termine che viene utilizzato anche nelle arti indiane classiche come la musica e la danza.
Si dice che le foglie del Korunta fossero rilegate insieme ad una antica edizione degli Yoga Sutra di Patanjali (un trattato sulla tecnica psicologica dello yoga, antico di ben 2000 anni). Questo sistema è noto come Ashtanga Yoga (lo Yoga degli otto rami). Secondo Gregor Maehle i due metodi andavano quindi appresi e studiati insieme. Da questo nacque il nome di “Ashtanga Vinyasa”.
Krishanamacharya decifrò il testo e insegnò il metodo a Pattabhi Jois. La parte finale della storia narra che il manoscritto del Korunta si disintegrò o fu mangiato dagli insetti (cosa abbastanza plausibile dato il clima indiano), e non fu mai più visto da nessuno se non da Krishnamacharya e Pattabhi Jois. Si dice che fosse in copia unica.”
Pattabhi Jois dedicò la sua vita alla diffusione dell’Ashtanga Vinyasa e nel 1970 trasmise questo metodo ai primi studenti occidentali: David Williams, Nancy Gilgoff e David Swenson. La pratica prese piede in occidente, dove divenne popolare anche tra le celebrità, come Madonna, Gwyneth Paltrow e Sting. Oggi l’Ashtanga Vinyasa è uno dei metodi di yoga più famosi al mondo.
E’ sulla base del Korunta che l’Ashtanga Vinyasa viene tramandato come una pratica antica, che trova le sue origini millenni fa. Molti praticanti citano anche l’antico sistema di Patanjali – Ashtanga, appunto – come fonte che legittima e aggiunge credibilità all’autorevolezza di questa pratica: “Al cuore dell’Ashtanga si trova il Vinyasa. L’essenza del Vinyasa è il sincronismo tra respiro e movimento “. (John Scott, DVD, 2002)
Tuttavia, nel testo di Patanjali non troviamo menzione di Vinyasa, ed un solo verso è dedicato agli asana: “sthirra, sukhasanam – una postura comoda e salda” (PYS, 1:2). L’Ashtanga Yoga di Patanjali è essenzialmente meditativo, è un metodo che ci consente progressivamente di controllare la mente, ed è chiaramente molto diverso da moderno metodo dell’Ashtanga Vinyasa Yoga.
James Russell, autore dell’articolo

Alla ricerca del Korunta

Fin dall’inizio, la leggenda del Korunta mi ha affascinato. Rendeva le serie dell’Ashtanga misteriose, e impregnate di un’autorevolezza antica. Avevo letto molto sulla storia del Korunta, e mi chiedevo se vi fosse prova della sua autenticità. Molti studenti di Krishnamacharya lo nominavano, ma era impossibile trovarne una pubblicazione, né riuscivo a trovare nulla su Vamana Rishi. Secondo la mitologia Induista, Vamana è il nome del quinto avatar di Vishnu ed è un nome indiano piuttosto comuno. Il titolo di Rishi viene solitamente dato ai saggi, e deriva dalla radice “Drsh”, che significa “vedere” (proprio come in Drishti).
La metodologia Vinyasa e gli asana descritti da Krishnamacharya nel libro “Yoga Makaranda” (1934) assomigliano moltissimo alla prima serie dell’Ashtanga VInyasa e sembrano formare un sistema più vasto, che alcuni dei suoi studenti chiamarono “Vinyasa Krama”. Tuttavia, l’estesa bibliografia del Makaranda non include il Korunta.
Nel libro di Pattabhi Jois “Yoga Mala” (1962), primo libro dedicato all’Ashtanga Vinyasa, non si parla di Korunta. Tuttavia, Jois ci offre una citazione forse tratta proprio da questo antico testo e autografata Vamana Rishi: “Vina vinyasa yogena asanadin na karayet – Oh Yogi, non praticare asana senza vinyasa”.
A parte questa citazione, non trovavo altri testi tratti dal Korunta. Né riuscivo a trovare nulla di precedente al 1934 simile allo stile praticato e insegnato da Krishnamacharya e da Pattabhi Jois. Infatti, molti degli asana delle serie di Ashtanga VInyasa non sono reperibili nei testi tradizionali dell’Hatha Yoga. Il Korunta e le origini dell’Ashtanga Vinyasa sembravano restare avvolte nel mistero.
 
La svolta
Poi, nel 2011, studiando gli Hatha Yoga Pradipika (testo del 14esimo secolo sull’Hatha Yoga), un nome balzò alla mia attenzione. Nel primo capitolo dei Pradipika, l’autore, Svatmarama, elenca la tradizione degli yogi (HYP 1:5.9). Il 13esimo nome della lista è:
“Kuarantaka: conosciuto anche come Karandaka, purantaka e Kurantaka”
Kurantaka – Kuranta – Kurunta
Un nome vagamente simile a Korunta. Interessante, certo, ma non molto significativo. Tuttavia, poche settimane dopo, ricevetti dall’India una traduzione di una versione più lunga dei Pradipika, fino ad allora non disponibile (Hathapradipika 10 Chapters, del 2006). Il testo si dilungava maggiormente sulla tradizione dell’Hatha Yoga e di nuovo menzionava Kurantaka. Appresi con stupore che uno yogi di nome Kuarantaka aveva scritto un testo dal nome: “Kapala Kuarantaka Yogabhyasasa Paddathi”, che può essere tradotto più o meno come “Il metodo Yoga di Kurantaka Kapala” (Kapala significa teschio o coppa a forma di teschio, e immagino fosse un titolo dato allo Yogi Kuruntaka per indicare la sua affiliazione ai Kapilika, una setta dello Shivaismo che indossa i teschi).
Si diceva che il testo contenesse 112 posture: questo catturò il mio interesse, poiché il numero era molto vicino agli asana della prima e della seconda serie (in totale 106, come nel libro di David Swenson del 1999). E’ significativo che i testi più antichi relativi allo yoga descrivano solo una manciata di asana. Che un manoscritto precedente al 18esimo secolo ne riportasse così tante era davvero senza precedenti.
Il titolo completo del testo era difficile: soprattutto per gli occidentali. Questo rendeva logica l’abbreviazione di Krishnamacharya e Jois: Kuaranta o Korunta.
In seguito a ulteriori ricerche, la mia teoria trovò conferma nella biografia di Krishnamacharaya realizzata da A.G. Mohan, che cita: “Krishnamacharya nominò lo Yoga Kuranta in diverse occasioni durante i miei studi. Tale Yoga Kuranta era stato scritto da uno yogi di nome Korantaka, nominato negli Hatha Yoga Pradipika (1.6)” (A.G. Mohan, 2010).
Contattai il Lonavla Institute in India, che si era occupato della traduzione e della pubblicazione della versione più lunga degli Hatha Yoga Pradipika, e chiesi informazioni sul testo realizzato da Kurantaka. La risposta degli esperti mi affascinò: “Abbiamo copiato il manoscritto Kapala Kurantaka dalla biblioteca Bharat Itihas Samshodhan Mandal di Pune. E’ un testo di Hatha Yoga molto diverso dagli altri, perché descrive pratiche vigorose e rigorose. E’ possibile che questa tradizione provenga dall’India meridionale”.
Quindi, un testo firmato da Yogi Kurantaka esisteva, ed era noto a studiosi di sanscrito indiani. Appresi in seguito che veniva chiamato solitamente Kapala Kurantaka.
“Pratiche vigorose e rigorose” ben si addice alla natura dell’Ashtanga Vinyasa. Krishnamacharya era nato proprio nell’India meridionale. Si trattava forse dello stesso testo descritto nella leggenda del Korunta?
Spiegai la mia teoria al Dr. Gharote, presidente del Lonavla Institute, ed egli rispose: “E’ possibile dire che il testo noto come “Korunta” sia in realtà il “Kapala Kuaranta Hathabhyasa Paddhati”, perché fino ad ora non abbiamo trovato altri testi che riportano il termine “Kurantaka”. Quindi fino a prova contraria, dobbiamo accettare che il “Korunta” sia di fatto il “Kapala Kuaranta Hathabhyasa Paddhati”.
Sebbene queste affermazioni non fossero conclusive, erano certamente incoraggianti e aperte all’esistenza del Korunta, sebbene con un titolo diverso e composto da un altro autore.
Riuscii ad ottenere una lista dei nomi in sanscrito di tutti gli asana contenuti nel Kapala Kuarantaka, e utilizzando l'”Enciclopedia degli Asana Tradizionali” del Lonavla Institute (2006) insieme al manuale di David Swenson, individuai oltre 51 asana molto simili se non identiche alle posture della prima e della seconda serie dell’Ashtanga Vinyasa. Forse ne esistono molte altre ma non sono in grado di identificarle, perché la nomenclatura dell’India meridionale di oggi è molto diversa. In più, ho trovato almeno due asana che appartengono alla 3a e alla 4a serie dell’Ashtanga Vinyasa. Molto significativa è anche l’identificazione dell’86esimo asana della lista:
 
Dehallyunllaghen – “Mantenere le mani sul pavimento e saltare avanti e indietro attraverso le braccia” (KKH – 86)
 
La pratica di far passare le gambe attraverso le braccia è una componente importante dell’Ashtanga Vinyasa, è la tecnica che collega gli asana tra loro. E’ simile alla pratica di Tolasana, in cui si sollevano le gambe, nota anche come Pluthi. La pratica di far passare le gambe attraverso le braccia con un salto è praticamente una caratteristica unica dell’Ashtanga Vinyasa, ed è raramente presente in altre tradizioni.
Il Dr Gharote ritiene che il Kapala Koruntaka sia quanto meno precedente al 14esimo secolo. E’ un aspetto molto significativo, perché sono pochissimi i testi così antichi che enumerano così tanti asana. Il Lonavla Institute intende pubblicare in futuro questo testo: tuttavia le limitazioni sono molte, poiché al momento esiste una sola copia del manoscritto: per pubblicare un’edizione critica avrebbero bisogno di almeno 3 manoscritti per paragonarli tra loro. Inoltre, il manoscritto di cui sono in possesso non è completo. Alcuni asana sono descritti nell’esecuzione, ma privi di nome.
Il Dr Gharote, tuttavia, è ottimista sulla possibilità di recuperare altre copie di questo manoscritto, per poterlo pubblicare in futuro. Speriamo che questo testo a lungo cercato venga tradotto e pubblicato in inglese, per consentire a tutti noi di studiarlo.
Conclusione
E’ ben più che probabile che l’Ashtanga Vinyasa derivi in qualche modo dagli insegnamenti riportati nel testo universalmente noto come Korunta. Sono convinto che questo testo esista, e che sia conosciuto a studiosi indiani sotto il nome di “Kapala Kurantaka”. Il testo è firmato da Yogi Kuruntaka, ed è stato composto in era antecedente al 14esimo secolo. Il suo nome completo è “Kapala Kurantaka Yogabhyasasa Paddathi”.
Krishnamacharya era un forbito studioso di sanscrito, e K.V. Iyer, nell’introduzione al suo Yoga Makaranda del 1934, cita la visita che Krishnamacharya e i suoi allievi fecero al Lonavla Institute. E’ quindi altamente probabile che egli conoscesse il Kapala Kurantaka.
Detto questo, penso che vi siano delle differenze di esecuzione tra il Kapala Kurantaka e l’Ashtanga Vinyasa conosciuto oggi, e completo di Vinyasa, Bandha, Drishti etc. Le posizioni nell’antico testo non sembrano elencate in un ordine particolare. Alcuni asana sono simili o identici, ma sono presenti anche pratiche che hanno poco in comune con quelle odierne. Ad esempio, nel testo si parla di posizione eseguite appesi ad una corda (ed è curioso notare che la parola Korunta può essere tradotta in “marionetta”, quindi “appeso ad un filo”). Può essere che in questo testo si trovi anche l’origine del metodo di B.K.S. Iyengar, che si sviluppò con l’uso di corde e altri attrezzi.
L’approccio agli asana attraverso il vinyasa di cui Krishnamacharya scrisse nel 1934, e che insegnò ai suoi studenti, fu sicuramente influenzato dal Kapala Kurantaka e da altre tradizioni, pratiche e testi dei maestri di Krishnamacharya, come Ramamohana. Non sappiamo se Pattabhi Jois abbia visitato la biblioteca di Calcutta insieme a Krishnamacharya, ed abbia letto il testo in prima persona, ma è evidente che il metodo dei vinyasa fu una parte integrante dei suoi insegnamenti, che in seguito presero il nome di Ashtanga Vinyasa.
Devo ammettere che le mie conclusioni mi sorprendono. Ero scettico sull’esistenza del Korunta, e pensavo fosse una leggenda della comunità Ashtangi: devo ricredermi, anche se non è davvero fondamentale che questo testo esista, per dare ancora maggiore credibilità ad una tradizione che si è dimostrata efficace sotto mille aspetti. Tuttavia, spero che gli studi condotti finora possano servire come spunto per l’approfondimento di una ricerca che può portare benefici a tutta la comunità yogica.”
© James Russell 2015Per maggiori informazioni sul Lonlava Institute:
www.lonavalayoga.org