Lo Yoga dell’ HAṬHĀBHYĀSAPADDHATI: l’alba dell’HAṬHAYOGA moderno #2

Parte Seconda – sintesi e traduzione dell’originale di Jason BIRCH & Mark SINGLETON, Soas University – da The Journal of Yoga del 29 dicembre 2019

Continuiamo oggi l’avventura che ci porta nei siti archeologici e nelle antiche biblioteche dell’India, dove si è svolto il lavoro del team dell’Hatha Yoga Project, alla ricerca dei testi perduti da cui origina lo yoga contemporaneo. Nel mio precedente post, abbiamo esaminato la coerenza storica tra il manoscritto dell’Haṭhābhyāsapaddhati e il leggendario Yogakurunta che ha ispirato Krishnamacharya e Pattabhi Jois nella creazione del metodo praticato oggi da milioni di yogi contemporanei: l’Ashtanga Vinyasa Yoga. In questa seconda parte, vedremo quali sono le similitudini, e anche le molte differenze, tra la nostra moderna pratica e questo antico testo. Scopriremo anche quali importanti modifiche hanno apportato Krishnamacharya e Pattabhi Jois, a testimonianza di come la costante evoluzione sia una componente fondamentale della pratica dello Yoga, e quindi un processo senza fine a cui assistiamo ancora ai giorni nostri, e che ha radici storiche di tutto rispetto. Non lasciamoci trarre in inganno da un incipit dubbioso: l’articolo va letto fino in fondo per comprendere davvero l’influenza di questo testo sul lavoro del grande Krishnamacharya.

L’Haṭhābhyāsapaddhati e Krishnamacharya

“Apparentemente, l’Ashtanga Yoga non collima, e nemmeno si avvicina, ai particolari raggruppamenti di āsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati. Inoltre, mentre l’Haṭhābhyāsapaddhati contiene probabili sequenze di āsana, nel testo non viene menzionato il termine vinyāsa, né descrive la tipologia di transizioni posturali o la sinergia tra respiro e movimento che sono associati al concetto di vinyāsa elaborato da Krishnamacharya. Forse, Krishnamacharya ha semplicemente tratto la sua iniziale o parziale ispirazione da questo manoscritto —in particolare dal suo utilizzo delle posizioni che collegano le posture —e, crucialmente, lo ha usato come precedente testuale per sancire il suo originale metodo vinyāsa . L’Haṭhābhyāsapaddhati contiene invero insegnamenti originali sulle mudrā (in particolare vajrolimudrā), e istruzioni sui bandha, sebbene non si trovino istruzioni sistematiche sul on dṛṣṭi inteso come direzione dello sguardo nell’esecuzione degli āsana, né vi siano tracce di alcuna ‘philosophy’ originale. In questo caso, tuttavia, potremmo dare la ‘colpa’ alla natura incompleta del manoscritto dell’Haṭhābhyāsapaddhati.

Dal Śrītattvanidhi, paraśvadhāsanam, con testo in sanscrito, in grafia kannaḍa

Se K. Pattabhi Jois non parla dello Yogakuraṇṭi nel suo libro Yoga Mala (pubblicato per la prima volta in lingua Kannada nel 1962, e tradotto in inglese nel 1999), il maestro cita però il suo supposto autore, Vāmana, in diverse occasioni. In primo luogo, riferendosi a paścimatānāsana, a Vāmana—insieme agli autori dell’Haṭhapradīpikā e del Gheraṇḍasamhitā— viene attribuita la frase in cui si afferma che quando avviene l’unione tra apānavāyu e prāṇavāyu ‘l’aspirante non deve più temere la vecchiaia e la morte’ (Jois 2010, 30). Non viene fornita alcuna citazione diretta. Tuttavia, la pratica di sarvavāyucālana, unica all’Haṭhābhyāsapaddhati e ritenuta in grado di donare allo yogin la capacità di praticare gli otto kumbhaka (ad iniziare da sūryabhedana), viene eseguita in paścimatānāsana. Si contrae il pavimento pelvico, e si muove l’aria all’interno del torace contraendo la gola: ovvero, l’aria di apāna viene spostata nella sede di prāṇavāyu. Non si parla, nell’Haṭhābhyāsapaddhati di timore della vecchiaia o della morte, ma è sorprendente notare che una procedura simile venga identificata da Pattabhi Jois come derivante dallo Yogakuraṇṭi. Potremmo speculare che Krishnamacharya avesse puntualizzato la derivazione di questa pratica dallo Yogakuraṇṭi. Questa era una pratica unica tra i testi di yoga con cui era venuto a contatto, e l’aveva probabilmente trasmessa a Pattabhi Jois.

Il secondo riferimento a Vāmana nel libro di Jois (Jois 2010, 94), si trova quando il maestro scrive che Vāmana ‘parla di Baddha Konasana come il più importante tra gli āsana’.

[…] Una postura chiamata baddhakoṇāsana non appare nell’Haṭhābhyāsapaddhati o nello Śrītattvanidhi, né è evidente in alcun testo di yoga premoderno. Tuttavia, la posizione conosciuta come baddhakoṇāsana nella tradizione di Krishnamacharya e in altre scuole odierne, è probabilmente assai antica, e conosciuta comunemente come bhadrāsana. Se realmente Vāmana si riferisce a baddhakoṇāsana come il più importante tra gli āsana, forse parla di bhadrāsana (con il nome di baddhakoṇāsana). Ma non siamo stati in grado di tracciare questo verso.

Inoltre—cosa ben nota e spesso citata da chi pratica Ashtanga Yoga—si dice che Vāmana insistesse sull’importanza del vinyāsa nella pratica degli āsana:

Se dobbiamo praticare gli asana e i Surya Namaskara, dobbiamo farlo solo secondo il metodo del vinyasa. Come disse il saggio Vamana, “Vina vinyasa yogena asanadin na karayet [O yogi, non praticare gli asana senza vinyasa]” (Jois 2010, 30). Traslitterato, il verso appare come segue: ‘vinā vinyāsa yogena āsanādīn na karayet’.

Questo verso però non appare nell’Haṭhābhyāsapaddhati, così come non troviamo il termine vinyāsa. Infatti, il termine vinyāsa deve ancora essere trovato in un qualsiasi testo, con lo stesso significato che gli viene attribuito nell’Ashtanga Yoga, prima di Krishnamacharya. E nemmeno troviamo menzione del sūryanamaskāra nell’Haṭhābhyāsapaddhati. Può darsi che esista un verso che ne parla, e di cui non siamo a conoscenza. Se così fosse, è stato probabilmente reinterpretato per sostenere il significato del termine vinyāsa che gli hanno dato Krishnamacharya e/o Jois nei loro sistemi di Yoga posturale, una reinterpretazione che si riflette nella traduzione inglese del libro di Jois, Yoga Mālā. Il termine vinyāsa (come il suo sinonimo nyāsa) si riferisce generalmente, nei testi tantrici, all’iniziazione ai mantra sul corpo del praticante, spesso come rito preliminare ad ulteriori sādhana. In questo contesto, il verso potrebbe significare ‘non si pratichino gli āsana etc., (āsanādīn) senza l’iniziazione ai mantra (vinyāsayogena)’. Si noti che, a parte la traduzione di Jois, questo verso non si riferisce esclusivamente agli āsana, ma ad ‘āsana etc.,’ (n.d.T. Personalmente, la citazione dei mantra riveste la pratica dell’Ashtanga Yoga di una ritualistica che trascende la sua apparenza meramente fisica).

Nota:nyāsayogena’ viene citato in diverse opere premoderne. Ad esempio, Brahmayāmala 10.106 (ṣaḍaṅganyāsayogena ekabījāditaṃ kramāt | namaskārāntasaṃyuktaṃ dūtīnāṃ ṣaṭkam uttamam); Jñānārṇavatantra 14.141 e Svacchandapaddhati p. 76 (anena nyāsayogena trailokyakṣobhako bhavet); e ancora Niśvāsakārikā (IFP transcript T150) 1797 (praṇavanyāsayogena tritattvaṃ kārayed budhaḥ).

Con questo presupposto, vinyāsa potrebbe essere considerato come prerequisito (o parte concomitante) del sādhana che inizia con gli āsana. Sembra evidente che Krishnamacharya abbia preso in prestito un termine di uso comune, e lo abbia “riassegnato” alla descrizione di un principio del suo sistema di āsana, e che il verso attribuito a Vāmana e citato da Pattabhi Jois (e conseguentemente dai suoi studenti) sia stato costruito con creatività per sostenere le particolarità del sistema di āsana che Jois aveva appreso da Krishnamacharya.

Il metodo del vinyāsa di Krishnamacharya deriva anche, probabilmente, dagli esercizi di lotta descritti nel 1896 nel manuale di ginnastica di Mysore, il Vyāyāmadīpike. Come è noto, è probabile che Krishnamacharya conoscesse questo libro, o quantomeno la lotta, la ginnastica e le tradizioni di esercizio fisico all base di questo testo. Il libro descrive diverse variazioni del movimento dinamico di transizione tra le posizioni, conosciuto come jhoku, ed eseguito in piedi o da seduti, in cui il peso del corpo viene portato sulle mani quando si passa da una posizione all’altra. Un jhoku (1896, vedi immagine) viene inizialmente descritto come un inarcamento in posizione prona (simile a ūrdhvamukhaśvānāsana, ‘la posizione del cane a faccia in su’, nel sistema di Krishnamacharya). Sembra inoltre indicare un movimento di transizione tra una posizione accovacciata con le braccia tese e il volto rivolto verso il basso (simile ad una variante, con le ginocchia flesse, di adhomukhaśvānāsana, ‘la posizione del cane a faccia in giù,’ nel sistema di Krishnamacharya). E ancora un plank con i gomiti flessi (simile a caturaṅga daṇḍāsana nel sistema di Krishnamacharya), e lo stesso inarcamento in posizione prona (ūrdhvamukha- śvānāsana). Posture simili (incluso l’adhomukhaśvānāsana accovacciato come preludio al ‘jump forward’) sono, come è noto, componenti posturali chiave del vinyāsa dell’Ashtanga Yoga.

Urdhvamukhasvanasana

Un jhoku viene inoltre menzionato come transizione in e da una posizione chiamata ‘forbice varase’ simile all’aṣṭavakrāsana del sistema di Krishnamacharya. Il movimento inizia dall’inarcamento precedentemente nominato come jhoku (ovvero, ūrdhvamukhaśvānāsana); allo studente si richiede quindi di ‘eseguire un jhoku’ (passando al caturaṅgadaṇḍāsana e quindi in adhomukhaśvānāsana), prima di sollevare i piedi dal suolo, lanciando le gambe in avanti, ed entrando nella forbice varase. Dopodiché, lo studente lancia indietro le gambe. Questo movimento è lo stesso del vinyāsa in entrata e in uscita da aṣṭavakrāsana .

L’adhomukhaśvānāsana praticato nell’Ashtanga Yoga è simile al gajāsana dell’Haṭhābhyāsapaddhati (no. 25), in cui il dṛṣti è all’ombelico e le gambe sono estese. Gajāsana comprende inoltre un movimento chiamato daṇḍ, simile in alcuni aspetti sia al jhoku del Vyāyāmadīpike che al vinyāsa dell’Ashtanga Yoga. Questo ci fa pensare che Krishnamacharya abbia tratto ispirazione da entrambi i testi.

Nota: ‘Varase’ è una parola utilizzata comunemente nella lotta, per indicare i diversi modi in cui un lottatore mette a terra il suo rivale (ringraziamo Prithvi Chandra Shobhi per questa informazione).

Un Jhoku raffigurato nel Vyāyāmadīpike (Bharadwaj 1896, 31). Journal of Yoga Studies vol. II

La somiglianza tra il Jhoku sopra raffigurato e la transizione tipica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga è davvero forte. Altri esercizi nel Vyāyāmadīpike presentano il jhoku come movimento di transizione tra una posizione eretta e una in equilibrio sulle mani, simile al ‘full vinyāsa’—dell’Ashtanga Vinyasa. Il termine jhoku, quindi, sembra indicare un movimento di transizione dinamico da una posizione eretta o seduta, in cui il peso del corpo è sostenuto dalle mani. Come esempio finale, l’esercizio jhula del Vyāyāmadīpike (1896, 61, no. 51), sebbene non menzioni un jhoku, è identico alla postura conosciuta come lolāsana, presente in alcuni dei metodi insegnati da Krishnamacharya (vedi, Iyengar 1995, 116): il praticante è seduto in padmāsana, sostiene il peso del corpo sulle braccia e fa ondeggiare il corpo avanti e indietro, prima di lanciarlo indietro, o di sollevarsi in verticale sulle mani, o di entrare in mayūrāsana. Ancora una volta, questi movimenti ci fanno pensare ai vinyāsa dell’Ashtanga Vinyasa Yoga.

Nota: Può darsi quindi che il metodo vinyāsa di Krishnamacharya derivi dalle tecniche delle tradizioni della lotta, come il jhoku e il daṇḍ, se non addirittura dal testo del Vyāyāmadīpike (in combinazione con lo stesso Haṭhābhyāsapaddhati ). Non siamo i primi a notare le corrispondenze tra i vinyāsa di Krishnamacharya e questo testo: Norman Sjoman ha evidenziato che gli esercizi del Vyāyāmadīpike ‘sembrano essere la base primaria dei vinyāsa di Krishnamacharya’ (1999, 53).

(NdT: per amore di sintesi, e per restare in tema, ometto la parte del testo in cui si evidenzia come la presenza di funi, predominante nello Yoga di Iyengar, fosse a sua volta presente nell’ Haṭhābhyāsapaddhati – ulteriore testimonianza di come questo testo abbia influenzato il lavoro di Krishnamacharya e dei suoi studenti diretti).

La relazione tra Haṭhābhyāsapaddhati e Ashtanga Vinyasa Yoga

Quanto abbiamo visto finora ci mette in una posizione migliore per riflettere sulle possibilità che il testo a cui Krishnamacharya si riferisce come Yogakuraṇṭi sia collegato all’Haṭhābhyāsapaddhati, e per capire se possa essere considerato la fonte, o la bozza, delle sequenze posturali di Krishnamacharya e Pattabhi Jois. Il principale argomento a favore di una simile identificazione, è che lo Yogakuraṇṭi descrive gruppi o sequenze di posizioni, alcune delle quali richiedono l’uso di una fune, come avviene in effetti nell’Haṭhābhyāsapaddhati. Come abbiamo già visto, tuttavia, a parte il fatto che sia l’Haṭhābhyāsapaddhati che le sequenze contemporanee ispirate allo Yogakuraṇṭi trasmettono gruppi distinti di pose in sequenza, il modo in cui questi gruppi sono categorizzati non è comparabile. Questo potrebbe indebolire la nostra argomentazione. Detto questo, comunque, nel lavoro di Krishnamacharya intitolato ‘Saluti al Maestro’, appare una classificazione a nove livelli di posizioni yoga, che presenta alcune sovrapposizioni con i raggruppamenti dell’Haṭhābhyāsapaddhati, e include le posizioni erette, sedute, supine e prone.

La natura dinamica dell’Ashtanga (Vinyasa) Yoga, trova corrispondenza nella natura dinamica di molte delle posizioni contenute nell’Haṭhābhyāsapaddhati. Tuttavia, appare evidente, raffrontando le posizioni dell’Haṭhābhyāsapaddhati che questo testo non può essere considerato una fonte diretta per le sequenze di Krishnamacharya contenute nel suo Yogāsanagaḷu, né per le serie dell’Ashtanga Vinyasa Yoga contemporaneo insegnato da Pattabhi Jois. Nè lo Śrītattvanidhi né l’Haṭhābhyāsapaddhati (e nemmeno altri testi conosciuti di yoga premoderno) insegnano le forme conosciute di sūryanamaskāra A e B che segnano l’inizio della pratica nel metodo dell’Ashtanga Yoga. Oltre a ciò, la nomenclatura dell’Haṭhābhyāsapaddhati è, per la maggior parte, ben diversa da quella di Krishnamacharya. Solo otto delle 112 posizioni dell’Haṭhābhyāsapaddhati sono identiche, nel nome e nella forma, alle posizioni dei metodi insegnati e derivati dal lavoro di Krishnamacharya. Cinque di queste sono, tra l’altro, āsana comunemente note anche in altri testi di yoga. Ciò nonostante, le rimanenti tre posizioni identiche nel nome e nella forma sono molto meno insolite, e questo suggerisce che Krishnamacharya si sia ispirato a questo testo nella formulazione della sua metodologia.

Inoltre, almeno 41 ulteriori posizioni contenute nell’Haṭhābhyāsapaddhati sono simili o molto vicine a posture insegnate nei metodi derivati dagli insegnamenti di Krishnamacharya. Alcune sono posizioni che non troviamo in nessun altro testo, e che sono peculiari dell’Ashtanga Yoga. Particolarmente degne di nota sono vetrāsana (Haṭhābhyāsapaddhati 17), una posizione avanzata che corrisponde al ‘catching’ che segue gli inarcamenti nella sequenza finale dell’Ashtanga Yoga; luṭhanāsana (Haṭhābhyāsapaddhati 22), che comprende il movimento di rotolamento sulla schiena noto come cakrāsana nell’Ashtanga Yoga; e ancora bhāradvajāsana (Haṭhābhyāsapaddhati 36) in cui il praticante si solleva da padmāsana in verticale sulle mani, che può essere paragonato al movimento di transizione che viene a volte inserito dopo suptavajrāsana nella seconda serie dell’Ashtanga Yoga; il (ripetuto) movimento in kukkuṭoḍḍānāsana (Haṭhābhyāsapaddhati 37), che ricorda il movimento da utkaṭāsana nell’Ashtanga Yoga (posizione che in questo metodo non ha un nome e viene accompagnata solitamente dall’istruzione ‘up’, ovvero ‘su’); śūlāsana (Haṭhābhyāsapaddhati 42) che corrisponde a śāyanāsana, la sesta posizione dell’attuale serie ‘Advanced B’ dell’Ashtanga Yoga; e infine preṅkhāsana (Haṭhābhyāsapaddhati 73), in cui il corpo si muove ondeggiando tra le mani (a gambe tese), che ci fa pensare ai caratteristici ‘jump back’ e ‘jump through’ dell’Ashtanga Yoga (n.d.T. e che a mio parere testimonia che questa transizione non è unicamente legata ai testi dedicati alla lotta). Queste posizioni sono talmente distintive e uniche tra i testi di Yoga, da suggerire che Krishnamacharya le abbia tratte dal Śrītattvanidhi e/o dalle fonti di questo testo. Colpisce inoltre che l’ultima posizione del Śrītattvanidhi, yogapaṭṭāsana, sia anche l’ultima (terza e finale) del gruppo di pose denominato ‘proficient’ inYogāsanagaḷu.

Per concludere, sembra ragionevole supporre che il Śrītattvanidhi e un testo di origine (molto probabilmente l’ Haṭhābhyāsapaddhati di Mysore e, forse, l’Haṭhayogapradīpikā) abbiano fornito una notevole ispirazione a Krishnamacharya nei suoi esperimenti con l’ordinamento sequenziale delle posizioni yoga negli anni ’30. Se l’Haṭhābhyāsapaddhati di Mysore si rivela identico o molto simile all’Haṭhayogapradīpikā negli archivi del palazzo, possiamo desumere che Krishnamacharya abbia scelto il nome Yoga Kuruṇṭa/Kuraṇṭi’ (forse in onore dell’autore del testo) per togliere qualsiasi ambiguità rispetto all’Haṭhapradīpikā di Svātmārāma, che veniva comunemente identificato, a quei tempi, come Haṭhayogapradīpikā (lo chiamava così anche lo stesso Krishnamacharya). Sembra anche probabile, vista la natura distintiva e inusuale di alcune delle posture dell’Haṭhābhyāsapaddhati’s, che Krishnamacharya si sia ispirato ad uno e ad entrambi i testi per alcuni degli āsana del suo metodo, e che la predominanza data agli āsana dinamici in questi lavori premoderni abbia sancito alcuni degli esperimenti di Krishnamacharya con la pratica dinamica degli āsana, attribuendogli una autorità testuale.

Tuttavia—come lo stesso Krishnamacharya sembra riconoscere nella lista delle sue fonti per Yogāsanagaḷū—è anche probabile che abbia immesso una porzione significativa della sua esperienza personale per sostenere queste formulazioni, così come ispirazioni provenienti da altre fonti, in particolare il Vyāyāmadīpike. Inoltre, è evidente che un testo simile all’Haṭhābhyāsapaddhati non possa essere stato la sola base per le sequenze insegnate da Krishnamacharya a Mysore negli anni ’30 e ’40 (quantomeno per come sono note attraverso ai suoi libri di quel periodo), né per le sequenze che da esse derivano, e insegnate oggi come Ashtanga Yoga. E nemmeno può essere, se dobbiamo credere alle affermazioni di Krishnamacharya, della sua famiglia e dei suoi studenti, che Yoga Koruṇṭa sia il nome dato da Krishnamacharya ad un testo identico, o praticamente identico, all’Haṭhābhyāsapaddhati.

Krishnamacharya intento ad insegnare pranayama

Krishnamacharya fu una figura complessa, che incarnò, per molti aspetti, l’incontro tra tradizione e modernità (coloniale). Come evidenziato da Ikegame (2013), le strutture politico-sociali, i sistemi educativi e le pratiche di cultura fisica a Mysore a quell’epoca erano profondamente influenzate (e controllate) dai poteri coloniali, e lo stesso Krishnamacharya, un Brahmino cresciuto in modo tradizionale, faceva parte di questo ambiente moderno e filo-occidentale, divertendosi anche a giocare a polo con gli inglesi. Lo Yoga che insegnò a Mysore, sebbene radicato nelle tradizioni indiane, era composito, sincretico e in continua evoluzione. Suo figlio T.K.V Desikachar scrisse che il padre ‘sviluppò’ e ‘scoprì’ nuove posizioni e tecniche come il vinyāsa nel corso della sua carriera di insegnante. E l’innovazione nella pratica era un aspetto in cui incoraggiava i suoi stessi studenti.

Nota: Uno dei primi studenti di Krishnamacharya a Mysore, T.R.S. Sharma, afferma: “Krishnamacharya credeva nell’innovazione. Non esistevano sequenze di posizioni fisse. Inventava continuamente variazioni e nuove posture. E aveva sempre in mente la costituzione fisica dei suoi studenti. Quindi non insisteva perché tutti avessero la stessa sequenza di āsana. Ma era molto intransigente su sūryanamaskār. Bisognava iniziare la pratica con il sūryanamaskār. Dopodiché, liberi tutti: si era liberi di innovare in merito alle posizioni” (da un’intervista con Andrew Eppler nel film Mysore Yoga Traditions, An Intimate Glimpse Into the Origins of Modern Yoga (2018) al minuto 16:15).

Sappiamo anche che uno dei principi fondamentali dei suoi insegnamenti era l’adattamento della pratica alle esigenze dei suoi studenti (prendendo in considerazione l’orario, il luogo, l’età, la costituzione etc.). Un’altra sua caratteristica era l’attribuzione di una apparente innovazione a testi presumibilmente antichi, come lo Yoga Rahasya, attribuito al saggio medievale Nāthamuni, ma quasi certamente composti dallo stesso Krishnamacharya. Se loYogakuruṇṭi era un testo praticamente identico all’Haṭhābhyāsapaddhati e noto a Krishnamacharya (attraverso gli archivi del palazzo di Mysore, o in altri luoghi), il contenuto a cui egli attribuiva il testo probabilmente cambiava a seconda dell’evoluzione dei suoi insegnamenti. Quindi le affermazioni di Krishnamacharya e dei suoi studenti a proposito dei contenuti dello Yogakuruṇṭi potrebbero non essere il metodo migliore per scoprire se quel testo sia paragonabile all’Haṭhābhyāsapaddhati.

Conclusione

L’Haṭhābhyāsapaddhati è stato composto in un periodo in cui la letteratura sull’Haṭhayoga stava cambiando in modo significativo. I primi testi sull’Haṭhayoga (dal dodicesimo al quindicesimo secolo) erano brevi, concise opere che insegnavano relativamente poche tecniche, e fornivano minimi dettagli pratici. Tuttavia, dopo la composizione dell’ Haṭhapradīpikā nel quindicesimo secolo, furono composti trattati più estesi sull’Haṭhayoga, che esponevano teoria e pratica (n.d.T.Birch, testo del 2020, a breve tradotto su queste pagine). Tra questi alcuni erano più didascalici, come l’Haṭharatnāvalī (diciassettesimo secolo), e altri, come l’Haṭhayogasaṃhitā (diciassettesimo secolo) e l’Haṭhābhyāsapaddhati, più orientati alla pratica. L’Haṭhābhyāsapaddhati rappresenta il culmine di questo periodo fiorente per l’Haṭhayoga, poiché contiene esaustive istruzioni sulla pratica, in particolare, degli yamaniyama, degli āsana complessi, e di due mudrā, khecarī, e vajroli, oltre ad alcuni dettagli pratici e mai documentati precedentemente sul aṭkarma, sull’alimentazione, e sul prāṇāyāma. In questo senso, è un autentico paddhati (manuale, n.d.T.). Nonostante ciò, come nei primi testi sull’Haṭhayoga, questo paddhati non tratta dottrina o metafisica, il che suggerisce che sia stato composto come manuale non settario, per coloro che volessero praticare Haṭhayoga.

Sotto molti aspetti, la scoperta dell’Haṭhābhyāsapaddhati solleva molte più domande che risposte sulla storia dello Yoga. Quanto era diffuso in India questo particolare metodo? Era conosciuto tra gli asceti e i praticanti comuni come manuale per la pratica? E come era arrivato a Mysore, dove il Mahārāja aveva commissionato ai suoi migliori artisti, per la sua corte, la produzione di un manoscritto illustrato sullo Yoga? I suoi dettagli senza precedenti indicano che questo metodo era in qualche modo una evoluzione innovativa nella storia dell’Haṭhayoga? O forse l’Haṭhābhyāsapaddhati fornisce uno scorcio sulla proliferazione delle pratiche e delle tecniche yogiche fisiche che, come le arti marziali indiane, erano state riportate solo raramente nella letteratura Sanscrita? Gli āsana dinamici dell’Haṭhābhyāsapaddhati erano un adattamento yogico di alcuni metodi di allenamento militare, parte della cultura degli akhāḍā, i centri di addestramento che sembra fossero molto diffusi nel Sud dell’Asia prima della colonizzazione britannica (O’Hanlon 2007)? E dovremmo forse interpretare le frasi di apertura dell’Haṭhābhyāsapaddhati come introduzione ad uno yoga adatto a tutti, o piuttosto i suoi estenuanti āsana e i suoi esercizi estremi per mantenere il celibato, ne fanno un testo esclusivo per gli asceti o per i Brahmini votati all’astinenza?

Questo testo rappresenta inoltre un ponte tra pratiche yoga transnazionali premoderne e moderne, dato che l’Haṭhābhyāsapaddhati (e il Śrītattvanidhi, da cui è tratto) ha influenzato gli insegnamenti posturali di Krishnamacharya. Questi testi hanno fornito ispirazione e un precedente śāstric alle innovative sequenze posturali di Krishnamacharya, e sono probabilmente le sole fonti testuali, tra tutte quelle elencate nei suoi libri di quel periodo, a poter essere considerate fonti credibili per gli āsana che insegnò agli studenti di Mysore, come Pattabhi Jois e B.K.S. Iyengar. Il Śrītattvanidhi è stato composto durante un periodo di significativo coinvolgimento britannico nella vita sociale e politica di Mysore; e a seguito della morte di Mahārāja Krishnaraja Wodeyar III nel 1869, questo coinvolgimento si intensificò, modernizzando molti aspetti della vita di corte (Ikegame 2013, 57ff), inclusa la pratica fisica dello yoga.

E’ molto probabile che l’evoluzione delle sequenze di āsana di Krishnamacharya durante gli anni ’30, rifletta anche elementi di questa modernizzazione (Singleton 2010). Ma la redazione delle posture dell’Haṭhābhyāsapaddhati in seno al Śrītattvanidhi, e l’assimilazione delle stesse posture nei libri e negli insegnamenti di Krishnamacharya, puntano ad un processo continuo di innovazione e adattamento, simile alla modalità con cui gli insegnanti di yoga contemporanei adattano alcuni insegnamenti di Krishnamacharya per rispondere ad un pubblico globale. Se le fonti a disposizione dell’autore dell’Haṭhābhyāsapaddhati potessero essere recuperate, una loro analisi potrebbe rivelare una interessante preistoria della sua notevole pratica posturale.

Illustrazione del Sritattvanidhi di uno yogin in Aṇkuśāsana, posizione del Dio Elefante, oggi comunemente nota come Bhairavasana

Lo Yoga dell’ HAṬHĀBHYĀSAPADDHATI: l’alba dell’HAṬHAYOGA moderno

Parte Prima – sintesi e traduzione dell’originale di Jason BIRCH & Mark SINGLETON, Soas University – da The Journal of Yoga del 29 dicembre 2019
Antico manoscritto in Sanscrito,
da Hatha Yoga Project

Ashtanga Yoga e Yogakurunta: qual è il vero legame tra la nostra pratica e la leggenda del manoscritto citato da Krishnamacharya? Il lavoro che vi propongo oggi è un estratto del Volume 2 del Journal of Yoga dedicato all’Haṭhābhyāsapaddhati, di cui ho parlato negli ultimi articoli pubblicati sul mio blog. Data la sua lunghezza, ho pensato di riassumerlo e dividerlo in due parti. La prima parte, tratta la storia di questo testo, e le prove che lo collegano al leggendario Yogakurunta di Krishnamacharya, ritenuto il testo da cui deriva l’Ashtanga Yoga, così come viene tramandato ancora oggi dalla famiglia Jois. La sintesi di queste pagine mi sembra uno stimolo interessante ad approfondire le origini della pratica, per tutti gli studenti e insegnanti di questa disciplina . Vediamo dunque insieme cosa hanno scoperto Jason Birch e Mark Singleton, i due accademici della Soas University di Oxford, che hanno dedicato gli ultimi cinque anni al bellissimo Hatha Yoga Project . Questo progetto ha reso finalmente accessibili molti manoscritti fino a poco tempo fa conosciuti solo perché nominati da alcuni guru e maestri contemporanei. La seconda parte della traduzione, che pubblicherò nei prossimi giorni, contiene maggiori dettagli su similitudini e differenze tra l’Haṭhābhyāsapaddhati, e la pratica attuale dell’Ashtanga Yoga. Quindi continuate a seguire il mio blog, e iscrivetevi per ricevere le notifiche delle nuove pubblicazioni!

Haṭhābhyāsapaddhati e Yogakurunta: il legame con lo yoga di Krishnamacharya

Krishnamacharya tra i suoi studenti, Mysore Palace

“Un legame suggestivo tra il sistema di yoga posturale di Krishnamacharya e l’Haṭhābhyāsapaddhati è il testo, apparentemente perduto, noto con il titolo di Yogakuruṇṭa o Yogakuraṇṭi, nominato sia da Krishnamacharya che dal suo allievo K. Pattabhi Jois come una fonte importante dei loro insegnamenti (Singleton 2010, 184-186). In Yogāsanagaḷu (‘Yoga Postures,’ 1941) di Krishnamacharya, testo che contiene sequenze posturali simili al moderno Ashtanga (Vinyasa) Yoga, viene nominato lo Yogakuraṇṭi come la quarta delle sei fonti dell’autore, che includono: (1) i Pātañjalayogasūtra, (2) l’Haṭhayogapradīpikā, (3) il Rājayogaratnākara, (5) le Upaniṣads relative allo yoga, e (6) le cose apprese dal suo/dai suoi guru e la sua esperienza personale (guropadeśa mattu svānubhāva). E’ interessante notare che in Yogāsanagaḷu lo Śrītattvanidhi non viene più menzionato come fonte, come in Yogamakaranda del 1934 (N.d.T., “Il Nettare dello Yoga”, Astrolabio). Tra queste sei fonti, è solo la quarta, proprio lo Yogakuraṇṭi , e la sesta (le cose apprese dai guru e la sua esperienza personale) che possono fornire una fonte credibile per gli insegnamenti degli āsana inclusi nel testo. Nessuno degli altri lavori sono fonti convincenti per la componente posturale del libro di Krishnamacharya’s book. Lo Yogakuraṇṭi , dunque, assume un’importanza unica come potenzialmente unica fonte testuale per i gruppi di āsana del libro di Krishnamacharya.

Il nome ‘Kuruṇṭa’ o ‘Kuraṇṭi’, naturalmente, richiama l’autore dell’Haṭhābhyāsapaddhati, ovvero Kapālakuraṇṭaka. Uno degli ultimi studenti di Krishnamacharya, A.G. Mohan, sostiene che Krishnamacharya gli abbia rivelato che lo Yogakuraṇṭi fosse autografato dal Koraṇṭaka menzionato nell’Haṭhapradīpikā . Così come Jason Birch ha supposto,

Nota: potremmo a nostra volta supporre che nel periodo trascorso tra i due libri, Krishnamacharya avesse riconosciuto che il testo a cui si riferisce come ‘Yoga Kuraṇṭi’ fosse in realtà la fonte della sezione risistemata di āsana del Śrītattvanidhi , e non sentisse quindi più la necessità di citare il Śrītattvanidhi. Se dobbiamo prendere sul serio la proposta che quel testo fu l’ispirazione delle sequenze posturali sviluppate da Krishnamacharya tra il 1930 e il 1940, sarebbe logico pensare che quel testo fosse più l’Haṭhābhyāsapaddhati in cui la struttura delle sequenze è intatta, piuttosto che il Śrītattvanidhi , in cui tali sequenze non sono distinguibili. Krishnamacharya potrebbe essere stato a conoscenza di un capitolo (il n. 24) del Rudrayāmala Uttaratantra che descrive āsana complessi. Ciò sarebbe possibile solo se il Rudrayāmala citato da Krishnamacharya in Yogamakaranda fosse lo stesso Rudrayāmala Uttaratantra , e di questo non abbiamo certezza.

Nota: Abbiamo già notato l’ambiguità del titolo ‘Haṭhayogapradīpikā’ nel contesto delle tradizioni yogiche di Mysore, che potrebbe riferirsi sia alla versione del 15esimo secono dell’Haṭhapradīpikā che ad un manoscritto illustrato identico all’Haṭhābhyāsapaddhati custodito negli archivi del Palazzo di Mysore. Tuttavia, quando Krishnamacharya si riferisce e cita l’Haṭhayogapradīpikā in Yogāsanagaḷu (e in altri suoi lavori), è chiaro che intende proprio l’Haṭhapradīpikā. Per questo, possiamo ritenere questo testo come la sua fonte primaria per gli āsanas che presenta.

Jason Birch al lavoro su un antico manoscritto

(Birch 2018 [2013], 141-142), è possibile che l’Haṭhābhyāsapaddhati sia lo Yoga Kuruṇṭa— o una sua versione abbreviata —citato da Krishnamacharya e Pattabhi Jois. Più recentemente, in risposta all’edizione curata da Kaivalyadhama e datata 2016 dell’Haṭhābhyāsapaddhati, altri (come lo studioso di yoga Manmath Gharote) hanno espresso pareri simili. Per valutare la validità di una simile opinione, sarebbe necessario considerare il grado di corrispondenza tra le sequenze di āsana insegnate da Krishnamacharya a Mysore negli anni ’30 e successivamente da Pattabhi Jois (che si ritiene derivino dagli Yoga Kuruṇṭa) e le sequenze posturali dell’Haṭhābhyāsapaddhati. (si veda articolo precedente su questo blog, n.d.t.) Prima però, vediamo cosa sappiamo dello Yoga Kuruṇṭa.

Secondo uno dei biografi di Krishnamacharya, il maestro ricevette il consiglio del famoso studioso di Varanasi, Gaṅgānāth Jhā di viaggiare oltre il Nepal per padroneggiare lo Yoga e incontrare il suo futuro guru (Srivatsan 1997, 27):

Esiste in lingua Gurkha un libro chiamato Yoga Kuranṭam [sic]. Il libro contiene informazioni pratiche sullo yoga e sulla salute. Se ti recherai presso Rāma Mohana Brahmacārī imparerai il significato completo degli Yoga Sūtra di Patañjali. […] In quel testo vengono trattati i diversi livelli degli Yoga Sūtra di Patañjali. Vi sono descritte inoltre con grande chiarezza varie pratiche yoga. Solo con l’aiuto dello ‘Yoga Kuranṭam [sic]’ si potranno comprendere la scienza e le ragioni che sottendono gli Yoga Sūtra”.

Nei sette anni e mezzo in cui Krishnamacharya restò con il suo guru, imparò a memoria l’intero Yoga Kuraṇṭam in lingua originale. (ibid).

Possiamo inoltre prendere in considerazione l’ipotesi che Krishnamacharya abbia modificato il titolo completo del testo (Kapālakuraṇṭakahaṭhābhyāsapaddhati) per prendere le distanze dalle associazioni tantriche al nome Kapālakuruṇṭaka (kapāla significa ‘teschio’).

Secondo Birch (2013): ‘Esiste la possibilità che Yogakuruṇṭa sia un nome alternativo a Haṭhābhyāsapaddhati o all’opera originale da cui è stato estratto il manoscritto incompleto dell’Haṭhābhyāsapaddhati .’ In una missiva personale a James Russell, Gharote scrive: ‘E’ possibile dire che il testo “Korunta” sia in realtà “Kapala Kuaranta Hathabhyasa-Paddhati” perché finora non ci siamo mai imbattuti in alcun altro testo collegato al termine ‘Kurantaka’, a parte questo. Quindi, a meno che non si trovino altre prove, dobbiamo accettare che “Korunta” sia in realtà “Kapala Kuaranta Hathabhyasa-Paddhati” (commento al post di James Russell, tradotto su questo blog: “Yoga Korunta – la leggenda rivelata” di James Russell Yoga, 2015).

Frederick Smith e Dominik Wujastyk suggeriscono che la parola kuruntam (sillabata karunta, korunta, kuranta, gurunda) sia probabilmente una variante Tamil (o comunque Dravidica) del termine Sanscrito grantha (che significa “libro”), piuttosto che un termine Gurkhali (si legga Singleton e Fraser, 2013).

[…] K. Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, diceva che lo ‘Yoga Korunta’ non era stato composto da Koraṇṭaka ma dal ‘rishi [ṛṣi]’ Vāmana, e che era alla base del metodo che Jois rese popolare in tutto il mondo con il nome di ‘Ashtanga Yoga’ (o ‘Ashtanga Vinyasa Yoga’ se ci riferiamo al suo distintivo sistema di unire respiro e movimento, noto come ‘vinyāsa’). Come recita il sito di Jois:

“L’Ashtanga Yoga è un antico sistema di pratica Yoga tramandato da Vamana Rishi nello Yoga Korunta. Questo testo fu trasmesso a Sri T. Krishnamacharya nei primi anni del 1900 dal suo Guru Rama Mohan Brahmachari, e venne successivamente trasmesso a Pattabhi Jois durante i [sic] suoi studi con Krishnamacharya, a partire dal 1927 (dal sito KPJAYI, 2017).

Eddie Stern

[…] Eddie Stern, uno dei più avanzati allievi americani di Pattabhi Jois, racconta che a Krishnamacharya— che aveva già memorizzato il testo durante il suo apprendistato con il suo Guru — fu detto che avrebbe potuto trovare lo Yogakuraṇṭi in una biblioteca di Calcutta, e il maestro trascorse lì un periodo di studi compreso tra il 1924 e il 1927 (Stern, 2010). E’ possibile dunque che esista (o sia esistito) a Calcutta un altro testo, comparabile con l’Haṭhābhyāsapaddhati. Tuttavia, il fatto che lo Yogakuraṇṭi non appaia nella lunga lista dei testi elencati da Krishnamacharya in Yoga Makaranda del 1934, fa presupporre che Krishnamacharya sia venuto a conoscenza di questo testo in tempi successivi.

Eddie Stern (in Jois, 2010) aggiunge inoltre che “Korunta significa “gruppi,” e che nel testo si diceva fossero contenuti molti diversi gruppi di asana, così come gli insegnamenti originali su vinyasa, drishti, bandha, mudra, e filosofia […] “Quando Guruji [Pattabhi Jois] iniziò i suoi studi con Krishnamacharya nel 1927, gli vennero trasmessi metodi contenuti nello Yoga Korunta. Sebbene sia difficile, se non impossibile, provare l’autenticità di questo libro, esso è generalmente accettato come la fonte dell’Ashtanga Yoga insegnato da Pattabhi Jois“.

L’affermazione di Stern sull’etimologia del termine ‘korunta’ è particolarmente interessante se pensiamo che l’Haṭhābhyāsapaddhati sia praticamente l’unico tra i testi dello yoga premoderno a raggruppare gli āsana (proni, supini, e così via). Inoltre, proprio come esistono sei gruppi di āsana nell’Haṭhābhyāsapaddhati, esistono sei serie nell’Ashtanga Yoga. E’ plausibile quindi che la sistemazione di un testo simile all’ Haṭhābhyāsapaddhati sia stata quanto meno una ispirazione per il raggruppamento di āsana dell’Ashtanga Yoga, se non addirittura la sua fonte.

[continua]

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Il significato del Vinyasa

Dal Medioevo alla Modernità

Da: The Luminescent – di Jason Birch (Post-doctoral Research Fellow, SOAS University of London) e Jacqueline Hargreaves (Independent Researcher, The Luminescent)

Torno a parlare del significato del Vinyasa, questa volta in modo storicamente documentato, per cercare di fare maggiore chiarezza tra quelle che sono le opinioni personali (seppure dettate da ragionamenti logici e da interpretazioni spirituali) e gli elementi storici che l’Hatha Yoga Project ci ha fornito negli ultimi 5 anni grazie agli approfonditi studi degli accademici di Oxford che hanno preso parte a questo affascinante programma. Quella che segue è la traduzione di un interessante articolo del blog The Luminescent, scritto a quattro mani da Jason Birch e Jacqueline Hargreaves, che traduco per voi. Ciò che trovo particolarmente interessante è l’interpretazione che Krishnamacharya ha dato a questo termine, che ha derivazioni tantriche più che yogiche. Un ulteriore affascinante aspetto non solo del Sanscrito e delle sue ambiguità interpretative, ma anche e soprattutto della creatività di questo incredibile maestro, a cui le pratiche contemporanee si riallacciano continuamente. La traduzione del testo di The Luminescent ha inizio dal prossimo paragrafo.

“Il termine vinyāsa è utilizzato in contesti molto diversi nella letteratura medievale. Nel descrivere un tempio (mandira) in cui uno yogin dovrebbe praticare, ad esempio, il Nandikeśvarapurāṇa specifica che dovrebbe avere un elegante decoro (ramyavinyāsa). In questo contesto, vinyāsa significa decoro o disposizione.

La parola vinyāsa appare raramente nei testi Yogici medievali. Compare tuttavia più frequentemente nelle sezioni rituali dei Tantra medievali. Ma ciò nonostante, non implica mai il movimento che congiunge il respiro alle posture (āsana) come avviene invece nello yoga contemporaneo.

Un eccellente opera di riferimento sul significato di parole particolari del Tantra è il Tāntrikābhidhānakośa. Questo corposo dizionario (in 5 volumi) è stato scritto da un team internazionale di accademici, considerati i massimi esperti in questo campo. Nel 5° volume, che è di prossima uscita, il termine vinyāsa viene presentato come sinonimo di nyāsa.

Nyāsa è definito nel 3° volume del Tāntrikābhidhānakośa (2013: 342) come:

L’imposizione o il posizionamento rituale di mantra sul corpo o sulla rappresentazione materiale della divinità (a volte su un oggetto o su una superficie) per infondere il potere del mantra. E’ una pratica diffusa, tantrica e più genericamente Induista o Buddista.

Nelle discussioni sulla pratica di āsana a e altre tecniche nei testi di Yoga medievale il termine vinyāsa non viene usato. Tuttavia, quando le forme verbali relative (come vinyasya) entrano in uso, il significato è “sistemare o posizionare”.


Gosain Saargir, a Shaivite Yogi, seated on a Leopard Skin – Monkot, c 1700 – 21.2 x 17.3 cm Brush drawing with opaque pigments on paper

Nell’ Haṭhapradīpikā, ad esempio, vinyasya appare in una delle descrizioni di Siddhāsana: Avendo posizionato (vinyasya) la caviglia sinistra sul pene e l’altra caviglia su quella, questo è Siddhāsana.

“meḍhrād upari vinyasya savyaṃ gulphaṃ tathopari | gulphāntaraṃ ca nikṣipya siddhāsanam idaṃ bhavet” ||1.38||
Un esempio simile si trova nel Dattātreyayogaśāstra (133), che descrive il sigillo del mento Mahāmudrā come “fissare il mento al petto” ([…] cibukaṃ hṛdi vinyasya […]).

Questi significati medievali non si collegano all’utilizzo del termine vinyāsa nello yoga contemporaneo, in cui si intende “movimento” piuttosto che “fissare”. A. G. Mohan (2010: 29) spiega in modo succinto il significato di vinyāsa nella biografia del suo maestro Kṛṣṇamācārya:

“Una caratteristica unica del sistema di asana di Krishnamacharya era il vinyasa. Molti praticanti di yoga oggi conoscono senz’altro questa parola , che è largamente usata per descrivere lo ‘stile’ di una lezione, come ‘hatha vinyasa’ o ‘vinyasa flow’. Vinyasa è un elemento essenziale, e probabilmente unico, negli insegnamenti di Krishnamacharya. Per quanto ne so, egli fu il primo maestro nel secolo scorso ad introdurre questo concetto. Un vinyasa, essenzialmente, consiste nel muoversi da un asana, o postura del corpo, ad un altro, associando il respiro al movimento”.

Sebbene i commenti di Mohan non escludano un precedente medievale al Vinyasa di Kṛṣṇamācārya, dobbiamo ancora trovarlo in un testo medievale tantrico o yogico.

La ricerca del Dr James Mallinson e del Dr Mark Singleton sostiene ed elabora ulteriormente questi ritrovamenti. I due studiosi hanno investigato anche termini collegati, come vinyāsakrama, viniyoga e pratikriyāsana. Quello che segue è un estratto da una nota del loro libro Roots of Yoga (2017):

“Il termine sanscrito vinyāsa utilizzato (con considerevoli varianti di significato) da Krishnamacharya e dai suoi studenti, per denotare uno stato all’interno di queste sequenze collegate, non appare con questo significato nei testi premoderni sullo Yoga. Le forme verbali relative (vinyāsa è una composizione nominale dalla radice verbale √as a cui si aggiungono i prefissi vi- e ni-), come l’assolutivo vinyasya, si trovano in una manciata di descrizioni di posture con il significato di “avendo posizionato [x su y]”, come Vasiṣṭhasaṃhitā 1.72 (3.6 “Avendo posizionato un piede su una coscia, e l’altro sotto l’altra coscia…”). Vinyāsa e le parole relative sono più comuni in testi tantrici, dove usualmente si riferiscono al posizionamento di mantra sul corpo. Il composto vinyāsakrama, che viene usato da Krishamacharya e dai suoi allievi per caratterizzare una particolare modalità per collegare posture, non si trova nei testi di yoga premoderni. Lo abbiamo trovato in 5 casi in opere tantriche. In quattro, si riferisce al posizionamento sequenziale di mantra; nel quinto, il commento di Kṣemarāja al verso 9 del Sāmbapañcāśikā, è utilizzato per riferirsi alla sequenza di passi attraverso i tre mondi intrapresi da Viṣṇu incarnatosi in Vāmana. L’uso moderno di vinyāsa è perciò una riassegnazione del significato di una parola comune in Sanscrito. L’uso nella parlata dello yoga contemporaneo del termine viniyoga (che in Sanscrito significa “appuntamento”, “impiego” o “applicazione”) per indicare uno yoga disegnato sulle esigenze individuali è simile a una riassegnazione, mentre la parola pratikriyāsana, utilizzata nella tradizione Krishnamacharya per denotare una “contro-posizione”, è un conio moderno che non ha precedenti in alcun testo Sanscrito premoderno”.

PS — tutto il lavoro di traduzione e naturalmente tutti gli articoli autografati sono realizzati senza alcun compenso proveniente da associazioni, istituzioni o enti privati. Questo blog è un mio impegno personale, portato avanti per la crescita della comunità Yoga in Italia. Le vostre donazioni mi aiutano a continuare questo progetto, e sono benvenute. Se volete contribuire e sostenere The Yoga Blog, usate il pulsante che trovate sopra ogni articolo. Grazie.

Referenze

Galloway, Francesca. 2016. Court Paintings from Persia and India 1500–1900. London: Francesca Galloway.

Goodall, Dominic, and Marion Rastelli. 2013. Tāntrikābhidhānakośa. -PH : dictionnaire des termes techniques de la littérature hindoue tantrique (“A dictionary of technical terms from Hindu Tantric literature”), Wörterbuch zur Terminologie hinduistischer Tantren III III. Wien: Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften.

Mohan, A. G., and Ganesh Mohan. 2010. Krishnamacharya: his life and teachings. Boston: Shambhala.

Mallinson, James, and Mark Singleton. 2017. Roots of yoga. London: Penguin Books.

Il gesto sacro del Vinyasa

Vinyāsa ( विन्यास in Sanscrito) è un termine sanscrito spesso utilizzato in relazione a certi tipi di yoga. Si riferisce alla transizione tra due differenti posizioni.[1]Vinyāsa ha molti significati: nyasa (stare) e vi (in modo particolare/speciale). Il termine Vinyāsa può essere anche utilizzato in riferimento ad uno specifico stile di yoga praticato come un solo respiro, legato a un solo movimento, (Wikipedia)

Mudra (devanagari: मुद्रा, IASTmudrā) è un gesto simbolico che in varie religioni viene usato per ottenere benefici sul piano fisico, energetico e/o spirituale. (Wikipedia)

Vinyasa e Mudra sono la stessa cosa?

Il Vinyasa è un gesto sacro? Qualche giorno fa, chiacchierando con Manuela e Stefania di Yogapodcast21100 mi è stata rivolta una interessante domanda. “Possiamo considerare il Vinyasa come una Mudra?”.

Prendiamo in considerazione la definizione di Mudra, ovvero “gesto sacro”, o simbolico. Come riporta in modo molto sintetico Wikipedia, le mudra sono gesti – in alcune tradizioni spesso associate agli asana – che si ritiene abbiano benefici particolari su corpo e mente. E il Vinyasa, tra tutti, non è forse un gesto dai benefici incredibili?

Siamo abituati a pensare che le mudra siano eseguite esclusivamente con le mani. In realtà, sappiamo che sia negli Hatha Yoga Pradipika che nei testi di Krishnamacharya, alcuni asana sono considerati vere e proprie mudra – solo che per eseguirle abbiamo bisogno di tutto il corpo. Un esempio classico è Yogamudrasana, considerato un vero e proprio “sigillo” di salute e longevità, nonché uno degli asana più efficaci per risvegliare la kundalini. Un’altra mudra molto famosa è Maha Mudra, che nell’esecuzione somiglia a Janu Sirsasana, ma eseguita con un controllo particolare sui bandha e sulla ritenzione del respiro.

Il Vinyasa, però, non è un asana o un gesto statico: è un movimento che avviene all’interno del respiro, dunque dinamico. Eppure, anche all’interno di questa dinamicità, nella radice stessa della parola (nyasa, “stare” e vi “in modo particolare”) troviamo una forte assonanza con il significato del termine mudra. Il Vinyasa è, soprattutto all’interno di alcune tradizioni, il collante tra una sequenza di posture: e al tempo stesso all’interno di ogni postura troviamo un susseguirsi di microscopici vinyasa, poiché ad ogni respiro, anche nella fase di stasi dell’asana, il nostro corpo continua a muoversi, seppure di pochi millimetri a volte, approfondendo la posizione.

Il Vinyasa, elemento fondamentale della pratica

Dunque il Vinyasa è, soprattutto nell’Ashtanga, non solo una transizione tra posture, ma un gesto di fondamentale importanza: fin dal primo respiro associato al movimento (il famoso “ekam inhale”), è un simbolo del risveglio della nostra consapevolezza. Il respiro non è più solo un avvenimento “automatico” del nostro corpo, ma diventa un atto conscio, che ha il compito di guidare il movimento e la sua durata. Sempre nell’Ashtanga, ma anche nel Vinyasa Krama, ogni singolo movimento è associato ad un respiro.

I Vinyasa non sono dunque soltanto “i passaggi” tra un asana e l’altro (anche se nell’accezione comune in occidente questo è il significato che viene associato al termine), ma ogni singolo movimento di ingresso, stasi ed uscita da un asana. In questo senso è più facile comprenderne la sacralità, o anche più prosaicamente il simbolismo: ekam (il primo vinyasa di surya namaskar, inspiro, braccia verso l’alto) rappresenta il risveglio, la rinascita, l’apertura. Dve, il secondo vinyasa, espiro, mi piego in avanti e verso terra, rappresenta il lasciar andare, il tornare a se stessi, verso l’interno, nelle profondità del se. E così via, per ogni singolo movimento della pratica.

Ecco perché spesso, quando mi si dice che l’Ashtanga Yoga è una pratica prettamente fisica, sorrido. Personalmente, ritengo che l’Ashtanga Yoga sia una delle pratiche più spirituali al mondo, perché vede nella sincronia tra movimento e respiro non un semplice atto fisico, ma una rappresentazione (anzi, un’azione) del corpo come custode dello spirito, come “porta” di accesso allo spirito. Proprio tramite il Vinyasa, che diventa, almeno per me, la mudra più significativa e, al tempo stesso, più accessibile.

Se limitiamo la nostra curiosità nei confronti dello Yoga ai suoi aspetti più materiali, rischiamo di perdere il grande messaggio di questa pratica, che passa certamente attraverso il corpo, ma solo per curarlo prima, e trascenderlo poi.

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Il conteggio dei Vinyasa: tra mantra e terapia (part 1)

Anthony Grim Hall in Pasasana. Autoritratto

Di tutti gli aspetti dell’Ashtanga Yoga, il conteggio dei Vinyasa è forse quello che mi affascina di più, da sempre. A metà strada tra mantra (contare è, in fondo, un po’ come pregare) e terapia (attenersi al conteggio dei Vinyasa favorisce i processi metabolici messi in atto dalla respirazione ritmica), è anche uno dei principi del metodo che lo rende diverso da qualsiasi altro. Alla ricerca di maggiori informazioni in vista del mio prossimo workshop, ho trovato un post del sempre ottimo Anthony Grim Hall che fa luce, almeno in parte, su questa affascinante teoria. Dico almeno in parte perché il conteggio dei Vinyasa, un po’ come il controllo dei Bandha, è uno di quegli aspetti che un giorno ci sembra di afferrare, e l’altro di aver perso chissà dove. E forse, in un certo senso, è bene che sia così: solo qualcosa che ci sfugge continuamente, in fondo, ci spinge a continuare a cercare.

Ho suddiviso questo lungo post in diversi articoli, per favorire la memorizzazione del conteggio e anche perché Anthony ha approfondito l’argomento soffermandosi anche sul Drishti di ogni conteggio. In questo modo, potete concentrarvi su ogni aspetto con calma.
Buona lettura!

John Scott consiglia di imparare il conteggio dei Vinyasa; non solo se siamo insegnanti, ma anche se siamo semplici praticanti perché secondo lui il conteggio è come un mantra, e contribuisce in modo sensibile alla concentrazione.

“Come si è arrivati a comprendere il conteggio dei Vinyasa?”

In pratica è andata così. Nei primi anni di pratica presso la Shala di Lakshmipuram (agli albori dello stile Mysore), non sapevamo cosa Guruji volesse dire quando ci ordinava: “Catvari!”. Pensavamo che “Catvari” significasse “saltate indietro”, perché Guruji diceva appunto: “catvari – jump back”. Quindi avevamo tradotto questa parola con “saltate indietro”, “Panca” con Cane a Testa in Su, “Sat” come Cane a Testa in Giù, “Sapta” con “saltate avanti”. Pensavamo che “Sapta” volesse dire saltate in avanti! Alla fine ci svegliammo, cominciammo ad ascoltare davvero, e ci rendemmo conto che Guruji stava contando in sanscrito: 4,5,6,7. E ci mettemmo a cercare cosa significasse davvero la parola “vinyasa”.
Guruji diceva che Vinyasa significava “Counted Method”.

Quando il mio caro amico Lino Miele, in Francia, osservò Guruji contare durante una lezione, ebbe un’illuminazione e cominciò ad occuparsi della documentazione dei Vinyasa. Lucy ed io partecipammo al progetto di Lino, che divenne un libro. Da quel momento in poi, decisi che avrei dovuto concentrarmi ed imparare al meglio il conteggio dei Vinyasa di Guruji. 

In ‘Yoga Mala’, il libro di Guruji, il Maestro si riferisce alla pratica come ad un mala, una ghirlanda di posizioni. Ogni posizione ha un suo “stato”, ed ogni stato o Asana ha un numero specifico di  vinyasa contati in entrata e in uscita, ed ognuno di essi è in sintonia con il Respiro. I Vinyasa sono come i grani di un rosario, movimenti coreografati da respiro e movimento; ognuno di essi va contato e su ognuno di essi è opportuno meditare, ed è necessario che il praticante impari questo conteggio come un mantra per la sua pratica personale”.
John Scott, Winter, 2013 Stillpointyoga London

Una nota sul mantenere il conteggio durante la pratica. Rispettare il conteggio dei vinyasa non significa che dobbiamo affrettarci per entrare o uscire da una posizione, soprattutto se stiamo entrando, ad esempio, in Marichiyasana D, per essere al passo con gli altri praticanti presenti alla lezione. Il conteggio non significa contare ogni singolo respiro: sono presenti respiri “extra” per così dire “ufficiali”, proprio per consentirci di entrare correttamente in una postura difficile. Ciò che conta è riuscire a rientrare nel vinyasa corretto al momento giusto.

Un esempio. In Marichiyasana B saltiamo avanti sul “SUPTA inspiro” e dovremmo chiudere la postura prima di “ASTAU espiro”, restando per 5 respiri.  Ma non trovo nessun motivo per cui non si debba camminare in avanti invece che saltare, fare un paio di respiri in più per chiudere la posizione e quindi, quando siamo pronti, espirare una volta entrati nell’asana contando mentalmente “astau”. Se ciò significa che siamo in ritardo rispetto al resto dei praticanti, possiamo comunque restare all’interno dell’asana solo un respiro, ed uscirne insieme a tutti gli altri. A casa o durante la self practice possiamo invece attardarci una volta entrati nell’asana per tutti e cinque i respiri previsti.

Un approccio per imparare il conteggio dei Vinyasa 
Il conteggio qui presentato si basa sui libri di John Scott e Lino Miele. Lino elenca il conteggio in modo semplice e chiaro, ma John entra ancora più in dettaglio in merito ad ogni Vinyasa e alle inspirazioni ed espirazioni “extra”. Il “Full Vinyasa” (n.d.T., la pratica in cui tra una postura e l’altra si esegue un vinyasa completo, partendo e tornando a Samasthiti) è una pratica meravigliosa, io non la trovo più stancante del tradizionale mezzo vinyasa, e se ho problemi di tempo pratico la prima metà della serie un giorno, e la seconda metà il giorno seguente. Esistono differenze nei conteggi tra gli insegnanti più esperti, da Manju a Sharath fino ad arrivare ai più famosi tra i certificati KPJAYI. Sono differenze che dovrebbero suscitare interesse e non polemica. Personalmente, mi piace esplorare le variazioni dei conteggi di  Krishnamacharya, Pattabhi Jois, Manju Jois Lino Miele/John Scott e Sharath.

1. Iniziamo imparando a contare fino a 30 in sanscrito (utilizzate le tabelle qui sotto). Anzi, è sufficiente per la maggior parte dei vinyasa arrivare a 22. E partiamo contando da 1 a 9, conteggio che vi permetterà di praticare correttamente Surynamaskara A.

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
 

2. Praticate alcuni saluti al sole cantando mentalmente il conteggio (tralasciando i 5 respiri di Ardho Mukha Svanasana così non dimenticate dove siete arrivati). Quindi, per una settimana, contate tutti i Saluti al Sole A e B.

Notate come si tende ad andare verso l’alto durante l’inspirazione, e verso il basso durante l’espirazione. Può sembrare ovvio ma è una osservazione che può esserci di aiuto nel localizzare il nostro conteggio, una sorta di GPS interiore. Inoltre, tendiamo a inspirare sui numeri dispari ed espirare sui pari.

ekam  – Inspiro, le braccia vanno verso l’ALTO
dve  – Espiro, il corpo scende verso il BASSO 
trīṇi –  Inspiro, schiena piatta mentre torniamo verso l’ALTO 
catvāri  – Espiro, saltiamo in Chatauranga ( in pratica, verso il BASSO)
pañca  – Inspiro, torniamo verso l’ALTO 
ṣaṭ   –  Espiro, la parte posteriore del corpo va verso l’alto mentre la parte superiore si china e rivolgiamo lo sguardo all’ombelico (BASSO) 
sapta  – Saltiamo con i piedi verso le mani e inspiriamo appiattendo la schiena come in dve, quindi verso l’ALTO 
aṣṭau  – Espirando ci flettiamo verso il BASSO 
nava  – Inspiriamo portando le braccia verso l’ALTO 

Al termine dei vinyasa, rilasciamo le braccia lungo il corpo in Samasthiti, che non viene conteggiata (n.d.T. una sorta di “zero” da cui partiamo e a cui torniamo). 

3. Impariamo il numero di vinyasa per ogni postura, e per lo stato effettivo dell’asana (vedi tabella più sotto); spesso sono la stessa cosa.

Ad es. da Ardha Baddha Padmottānāsana a Marichiyasana C tutti gli asana hanno 22 Vinyasa, e lo stato dell’asana cade all’8 e al 15 (che rappresentano i due lati dell’asana). 

4. Immaginando di aver imparato a contare in sanscrito, ora dobbiamo solo sapere su quale numero cade lo “stato” dell’asana.

Sappiamo come contare durante i vinyasa, avendo praticato in Surya Namaskara, e sappiamo su quale numero cade lo stato dell’asana che vogliamo eseguire: se vi sono discrepanze, significa che abbiamo avuto bisogno di inserire o togliere un respiro.

Ad es. nell’esecuzione dei quattro Prasarita, vogliamo trovarci nell’asana a TRINI. Quindi EKAM (inspiro) corrisponde all’apertura delle gambe, ma se ci piegassimo immediatamente, ci troveremmo nell’asana a DVE e non a TRINI. Questo significa che ci deve essere un vinyasa extra. DVE (espiro) corrisponde alla flessione in avanti e al poggiare le mani a terra. Non possiamo fletterci durante l’espirazione dunque deve esserci una inspirazione extra, che non è conteggiata, guardiamo verso l’alto, appiattiamo la schiena e in TRINI (espiro) portiamo la testa sul tappetino per i nostri 5 respiri. 

HALF VINYASA: Qui sotto trovate il conteggio del full vinyasa, half vinyasa è in pratica una versione più breve della pratica, ma implica comunque il conteggio completo. Se scegliamo di praticare half vinyasa non torniamo a samastithi dopo ogni posizione da seduti, ma solo ad Adho mukha svanasana (cane a testa in giù). Nonostante questo, inizieremo comunque il conteggio a SUPTA quando eseguiamo il jump through per la postura successiva, esattamente come se fossimo arrivati a Samasthiti e ritorno. Imparare su quale numero “cade” l’asana ci aiuta a capire in che modo è stata abbreviata la pratica attuale degli half vinyasa.

5. Lavorate su gruppi di asana, quindi imparate i vinyasa della sequenza in piedi per una settimana, quindi la settimana successiva aggiungete gli asana fino a Navasana, la terza settimana  terminate il conteggio di tutta la sequenza della prima serie, e infine aggiungete la sequenza di chiusura.

6. Esplorate un paio di vinyasa complessi al di fuori della vostra pratica quotidiana, semplicemente ripetendone il conteggio, magari alla sera, per non costringervi ad interruzioni durante la pratica regolare.

I libri possono essere di aiuto. Il libro di John Scott è probabilmente il migliore per delineare i vinyasa, oltre che essere esaustivo nella spiegazione senza essere prolisso. Anche il libro di Sharath è eccellente a questo scopo. Yoga Mala di Sri K. Pattabhi Jois completerà il vostro lavoro di studio al di fuori del tappetino.

Un’altra eccellente risorsa relativa al conteggio dei vinyasa è quella di Dr. Ronal Steneir e del suo team, a questo link:  http://www.ashtangayoga.info/practice/

7. Praticate qualche guidata seguendo un CD o un DVD. E’ senz’altro un aiuto anche se dovrete comunque lavorarci da soli. La nuova app di John Scott è praticissima a questo scopo. Anche il CD di Sharath, con il solo conteggio e i nomi degli asana è ottimo, e il DVD di Manju dove durante una guidata tutti ripetono il conteggio.

Contare in Sanscrito 

1   = ekam
2   = dve
3   = trīṇi
4   = catvāri
5   = pañca
6   = ṣaṭ
7   = sapta
8   = aṣṭau
9   = nava
10  = daśa 
11  = ekādaśa 
12  = dvādaśa 
13  = trayodaśa
14  = caturdaśa 
15  = pañcadaśa 
16  = ṣoḍaśa 
17  = saptadaśa 
18  = aṣṭadaśa 
19  = ekonavimśatiḥ 
20  = vimśatiḥ 
21  = ekāvimśatiḥ
22  = dvāvimśatiḥ 
23  = trayovimśatiḥ 
24  = caturvimśatiḥ 
25  = pañcavimśatiḥ 
26  = ṣoḍavimśatiḥ; 
27  = saptavimśatiḥ 
28  = aṣṭovimśatiḥ

Il Conteggio della Prima Serie dell’Ashtanga Vinyasa

Legenda:
Il primo numero seguito da * è il numero dei vinyasa
I numeri dopo l’asterisco sono lo “stato” dell’asana
Quindi  Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15  rappresenta tutte le tre versioni di Jānuśīrṣāsana, che hanno ognuna 22 vinyasa e in cui lo stato dell’asana (per ciascun lato) cade su 8 e 15.
Ho raggruppato gli asana che hanno lo stesso vinyasa/stato per aiutare la memorizzazione:
POSTURE IN PIEDI
Sūryanamaskāra A = 9 vinyasa  B = 17 vinyasa 
 
———————————————————————————
Pādāngusthāsana 3 * 2
Pāda Hastāsana    3 * 2
——————————————————–
Uthitta Trikoṇāsana A and B         5 * 2 , 4
Uthitta Pārśvakonāsana A and B   5 * 2 , 4                
——————————————————–
Prasārita Pādottānāsana A to D      5 * 3           

——————————————————–

Pārśvottānāsana     5 * 2 , 4 
Utthita Hasta Pādāṅguṣṭhāsana    14 * 2 , 4 , 7 & 9, 11 , 14 
Ardha Baddha Padmottānāsana     9 * 2 + 7       
 
Utkatāsana 13 * 7

Vīrabhdrāsana  16 * 7 , 8 , 9 , 10


PRIMA SERIE – POSIZIONI DA SEDUTI
Paścimattānāsana  16 * 9  
 
Purvottānāsana 15 * 8   
———————————————–
Ardha Baddha Padma Paścimattānāsana  22 *  8 , 15
 
Tiryañgmukha Ekapāda Paścimattānāsana  22 * 8 , 15 
 
Jānuśīrṣāsana A – C   22 *  8 , 15 
 
Marīcāsana A and B        22 *  8 , 15
—————————————————
 
Marīcāsana C and D  18 * 7 , 12  
Nāvāsana  13 * 7 
 
Bhujapīḍāsana 15 * 7 ,  8 
 
Kūrmāsana 16 * 7 
Supta Kūrmāsana  16 * 8 
 
Garbha Piṇḍāsana  15 * 8 
 
Kukkutasana   15 * 9 
Baddha Konāsana     15 * 8 
 
Upaviṣṭha Konāsana      15 * 8 , 9 
 
Supta Konāsana        16 * 8   
 
Supta Pādāñguṣṭhāsana     28 * 9 , 11 , 17 , 19 
Ubhyaya Pādāñguṣṭhāsana    15 * 9  
 
ūrdhva Mukha Paścimattānāsana         16  * 10  
 
Setu Bandhāsana     15 * 9    
 
SEQUENZA DI CHIUSURA
ūrdhva Dhanurāsana      15 * 9  
——————————————-
Salaṁbā Sarvāṅgāsana      13 * 8 
 
Halāsana         13 * 8   
 
Karṇapīḍāsana          13 * 8 
——————————————-
ūrdhva Padmāsana              13 * 9 
 
Piṇḍāsana                 13 * 9
——————————————–
Matsyāsana          14 * 8  
—————————————-
Uttāna Pādāsana       13 * 8 
śīrṣāsana          13 * 8 
Baddha Padmāsana        13 * 8   
—————————————-
Yoga mudra          14 * 9  
Padmasana             13 * 8    
Uth Pluthi            14 * 8 

(continua)

di Anthony Grim Hall

traduzione e commenti di Francesca d’Errico

 

Luna piena e Luna nuova: praticare o no?

“Si ritiene che la luna, per esperienza diretta, influenzi non solo gli oceani ma tutto ciò che è composto d’acqua, e di conseguenza anche il cervello umano”  (C.16, Moon Lore)

Chi di noi non si è mai sentito influenzato dalle fasi della luna? La luna influenza le maree e, nei detti popolari, tutto ciò che è composto d’acqua. Dunque, perché no, anche noi. Tuttavia nell’Ashtanga Vinyasa Yoga, questo detto è diventato una regola, e da sempre noi praticanti ci asteniamo dagli asana nei giorni di luna piena e luna nuova. Il motivo? Ce lo spiega oggi James Dylan Russell, che ha effettuato un’accurata ricerca tra testi antichi e ricerche scientifiche. E al termine dell’articolo, la mia personale e modesta opinione. Che forse ribalterà tutto ciò che leggerete.

“Questo mese ho condotto una lezione durante la fase di luna piena. All’inizio della mia lezione, uno studente ha informato il gruppo della ricorrenza di questa particolare fase lunare e mi ha chiesto se ritenessi opportuno praticare asana. Era preoccupato che questa fase lunare potesse renderci più inclini agli infortuni.

Gli ho spiegato che sebbene nell’Ashtanga Vinyasa Yoga sia consuetudine evitare la pratica durante le fasi di luna piena o nuova, questa particolare abitudine non faceva parte degli insegnamenti che avevo ricevuto. Ne è nata un’accesa discussione sulla possibile influenza delle fasi lunari non solo sulla pratica yoga, ma in generale sulla nostra vita. Sebbene non potessi offrire una spiegazione razionale per astenersi dalla pratica degli asana durante la luna piena o nuova, mi sono ritrovato a riflettere se non fosse il caso di praticare in modo più morbido e gentile.

“Nella tradizione dell’Ashtanga Yoga, da sempre è consuetudine riposare e astenersi dalla pratica degli asana durante i giorni di Luna piena e Luna nuova” (Jois Yoga)

La spiegazione più popolare e al tempo stesso più controversa per l’osservanza dei cosiddetti “moon days”, nasce dalla supposizione che la forza gravitazionale della luna influenzi i cicli respiratori:

“Come tutte le cose di natura acquatica (gli esseri umani sono composti per il 70% di acqua) siamo influenzati dalle fasi lunari. Sia il sole che la luna esercitano una forza gravitazionale sulla terra. Le loro posizioni creano esperienze energetiche diverse che possono essere paragonate ai cicli della respirazione. La luna piena corrisponde al culmine dell’inspirazione, quando la forza del prana è alla sua massima espressione. E’ una forza espansiva e diretta verso l’alto, che ci fa sentire carichi di energia e molto emotivi, ma ci rende poco stabili. Nelle Upanishad, si ritiene che il prana principale risieda nella testa. Durante la luna piena, siamo più caparbi”. (Ashtanga Yoga Center)

James Dylan Russell

Sebbene questa spiegazione possa risultare credibile, si basa su inesattezze scientifiche e mitologia popolare. E’ vero che le masse composte d’acqua, come gli oceani, sono influenzate dalle forze gravitazionali della luna, ma tali forze non sono collegate alle fasi lunari. Il grado di forza gravitazionale dipende dalla massa della luna e dalla sua distanza dalla terra. La massa rimane costante, e la distanza fluttua ogni mese tra perigeo (distanza minima dalla terra) e apogeo (distanza massima). Il perigeo e l’apogeo possono avere luogo in un qualsiasi momento delle fasi lunari. 

Non esiste una spiegazione per cui “l’energia della luna piena” corrisponda al culmine dell’inspirazione, né per cui la “forza del prana” (un altro concetto problematico per lo scienziato materialista) sia al suo massimo durante questa fase del ciclo respiratorio. Anche se accettiamo, attraverso lo studio dell’Hatha Yoga, l’asserzione che il prana (vayu) sia una sottile forza energetica ascendente, non esiste una correlazione dimostrabile tra questo tipo di energia e la forza gravitazionale della luna.

La fallace logica popolare vuole che, in questa fase mensile, un eccesso di prana renda il praticante più caparbio, e quindi più prono agli infortuni: “Tradizionalmente, l’Ashtanga Yoga non viene insegnato nei giorni di luna piena o nuova, poiché in questi giorni è più alto il rischio di infortuni” (Ashtanga Yoga London). Ma questa teoria solleva più domande che risposte, e soprattutto non esiste uno studio che provi la ricorrenza di un maggior numero di infortuni legati alle fasi lunari.

“Moon days” e astrologia

Il concetto di “moon day” ha le sue origini nell’astrologia indiana: Joytisha (che in sanscrito significa “luce” o “corpo celeste”). All’interno del Joytisha troviamo tithi, il nome di un giorno lunare, o il tempo che occorre all’angolo longitudinale tra luna e sole per aumentare di 12 gradi. Questo processo può richiedere tra le 19 e le 26 ore. Una traduzione accurata la definirebbe una “fase lunare”.

“Dalla prospettiva del nostro maestro (Sharath Jois), i giorni di luna piena e luna nuova corrispondono al 15esimo e 30esimo tithi del sistema astrologico indiano (Joytish)”. (Jois Yoga)

All’interno di questo sistema, troviamo approssimativamente 30 tithi ogni mese. Ogni fase è presidiata da una specifica divinità, e da una varietà di attività favorevoli. Il tithi della luna nuova si chiama Amavasya, e quello della luna piena Purnima. Durante la luna nuova si raccomandano pratiche di austerità, e durante la luna nuova si incoraggiano cerimonie di buon augurio.

Nel Joytisha, la luna è solitamente associata alla mente. In modo simile, nell’astrologia occidentale, la luna corrisponde agli stati emotivi, al subconscio e alla memoria. Mallinus, poeta del primo secolo, descriveva la luna come “malinconica”, e la luna è spesso associata alla follia e alle intossicazioni (n.d.t. vedi anche nella simbologia dei Tarocchi, che saranno argomento di un mio prossimo post). La paura della luna è uno spettro oscuro che risiede nelle profondità della nostra psiche collettiva, e attraverso la storia troviamo una serie di mali e pazzie attribuiti alle influenze della luna. La parola “lunatico” (n.d.t. che in inglese ha il significato letterale di ‘pazzo’) deriva proprio dalla radice della parola “luna”.

Come avviene per l’astrologia occidentale, anche l’astrologia indiana è sempre stata messa al bando dalle comunità scientifiche, che non sono in grado di “provare” la maggior parte delle sue affermazioni.

I Moon Days nella tradizione Yoga

Nella tradizione dell’Hatha Yoga, da cui derivano alcune delle pratiche dell’Ashtanga, è noto che i testi inizino con una serie di severe avvertenze e indicazioni per la pratica, molte delle quali oggi ci sembrano arcaiche o misogine. Per esempio, l’Hatha Pradipika del 15esimo secolo cita: “E’ opportuno evitare la compagnia di persone malvagie, il fuoco, le donne, le lunghe passeggiate, il bagno al mattino, saltare i pasti e fare attività fisica troppo intensa”. (HP 1.49)

A queste indicazioni si aggiungevano suggerimenti sul luogo in cui praticare, sull’alimentazione da seguire, sulle stagioni, oltre a severe avvertenze su cosa sarebbe accaduto contravvenendo a tali indicazioni.

Sebbene non abbia ancora trovato un testo in cui vengano date precise indicazioni su come praticare durante le fasi lunari, candra, la luna, è certamente un simbolismo ricorrente nell’Hatha Yoga. Candra è spesso associata al passaggio delle energie sottili conosciuto come Ida Nadi, ed è inoltre definito come la fonte di bindu o amrta che risiede nella corona della testa. Lo Yoga Bijia fornisce in epoche più recenti una creativa interpretazione del termine Hatha, in cui Ha sta per sole, e Tha per luna.

Candra è spesso sinonimo di passivo, inerte, freddo. Nello Yoga Yajnavalkya si consiglia di assumere una postura stabile e confortevole “dirigendo lo sguardo verso la punta del naso, concentrandosi sempre sui raggi freddi della luna, con il flusso del nettare dalla cima del capo” (YY 5.15).

L’osservanza dei Moon Days non appartiene alla tradizione dell’Hatha Yoga, quindi, né all’Ashtanga di Patanjali, da cui si ritiene che derivi, filosoficamente e metaforicamente, l’Ashtanga Vinyasa. Il solo, esplicito riferimento alla luna negli Yoga Sutra di Patanjali si trova nel terzo libro, in cui il saggio asserisce che dalla meditazione sulla luna “deriva la conoscenza dei moti delle stelle” (YS 3.28). Nel commento degli Yoga Sutra di Vacaspati Misra, nel decimo secolo, troviamo la metafora di Purusa paragonata al riflesso della luna nell’acqua.

Una Tradizione dell’Ashtanga Yoga?

Sri K. Pattabhi Jois, “Guruji”

E’ probabile che la tradizione di astenersi dalla pratica durante i Moon Days appartenga agli elementi introdotti da Sri K. Pattabhi Jois. Il suo maestro, T. Krishnamacharya, non li osservava durante la pratica, né li menziona nella sua immensa opera del 1934  Yoga Makaranda (n.d.t. Il Nettare dello Yoga, in italiano edito da Ubaldini). Qualche anno fa, ho partecipato ad un seminario di un allievo diretto di Krishnamacharya, Srivatsa Ramaswami. Quando gli abbiamo chiesto come comportarci durante i Moon Days, Ramaswami ci ha riferito che, nei suoi 30 anni di pratica con Krishnamacharya, non era uso astenersi dalla pratica in concomitanza delle fasi lunari, né il maestro vi faceva alcun riferimento. Alla nostra insistenza, Ramaswami ha risposto che questa usanza deriva probabilmente da un’epoca in cui l’insegnamento dello Yoga era affidato prevalentemente alla casta dei Bramini, figure molto religiose. Nei giorni di luna piena e luna nuova, i Bramini avevano (e hanno) funzioni religiose specifiche da osservare, e in quei giorni non potevano insegnare. Ci si aspettava comunque che i loro allievi continuassero a praticare anche nei giorni privi di lezioni.

Questa considerazione mi ricorda una lettera di Eddie Stern a Barry Silver, pubblicata nel 2014: “L’osservanza di questi giorni da parte di Pattabhi Jois è molto semplice. Come sapete, il Maharaja’s Pathashala (il Sanskrit College) di Mysore era chiuso sia durante i moon days, che il giorno prima e il giorno dopo. Gli studenti proseguivano i loro studi, ma non venivano impartite lezioni. Il motivo è che durante amavasya e purnima, insegnanti e studenti (tutti Bramini) spesso in quei giorni doveva svolgere delle funzioni religiose, come il pitr tarpana durante amavasya e il bagno rituale nel giorno successivo al moon day, rituali che richiedevano tempo per essere praticati. Pattabhi Jois è stato prima studente al Maharaja’s Pathashala e poi insegnante, dal 1937 al 1973. L’osservanza di questi rituali era parte integrante delle sue abitudini”. 

Il nome Jois è un’interpretazione dell’India del Sud del termine Joytish, e l’astrologia era parte delle tradizioni della famiglia di Guruji. Nel suo libro Yoga Mala, del 1962, l’unico riferimento ai giorni di luna è in merito alla pratica del Brahmacarya, la condotta sessuale. Jois raccomanda che i giorni dedicati a questa pratica coincidano con quelli di massima fertilità della donna, poiché “l’unione con la propria compagna dovrebbe essere indirizzata alla procreazione”. Pattabhi Jois non fa riferimento all’astensione dalla pratica degli asana in quei giorni.

In conclusione

La mia teoria è che Pattabhi Jois non insegnasse nei giorni di luna, perché impegnato in altre pratiche al tempio o in casa, e in seguito perché ormai abituato a riposare durante quei giorni.  Nel tempo, questa sua abitudine è diventata una consuetudine tra i suoi praticanti, che sono determinati a rispettarne la tradizione. Una simile interpretazione è forse più credibile che non l’associare il flusso del prana alle fasi lunari. Forse i praticanti di Ashtanga con gli anni hanno voluto dare una loro interpretazione ai giorni di luna, creando una sorta di mitologia al riguardo.

Le considerazioni di natura astrologica danno alla pratica dell’Ashtanga un forte valore simbolico. Praticare 6 giorni a settimana, riposando nelle fasi lunari, per 52 settimane all’anno, connota la pratica di un simbolismo di dimensioni cosmiche. Comunque, asserire che “è sempre stato tradizione, nell’Ashtanga Yoga, non praticare nei giorni di luna piena e nuova” è un’interpretazione libera del termine “tradizione” e una combinazione con la precedente tradizione dell’Ashtanga Yoga di Patanjali, in cui i giorni lunari non sono contemplati. L’Ashtanga Vinyasa (n.d.t.: o meglio chi se ne fa portavoce) spesso si appella alla “tradizione” per garantire la propria autorità e autenticità, tuttavia i suoi protocolli raramente hanno riscontro nell’analisi dei testi antichi.

L’osservanza delle fasi lunari ha quindi più a che fare con la tradizione astrologica e i rituali dei Bramini, che non con la pratica dello Yoga. Non esistono prove scientifiche a supporto di questa tesi. Ci sono molte cause legate agli infortuni sul tappetino, ma le fasi lunari non hanno voce in capitolo. E attribuire alle fasi lunari un infortunio sarebbe un po’ come togliere a noi praticanti la responsabilità delle nostre azioni. C’è sicuramente un valore nell’attenersi al rispetto del parampara, ma al tempo stesso è importante prendere le distanze da dogmi e superstizioni. Io ho spesso praticato Ashtanga e altri metodi di yoga nei giorni di luna e non ho notato nessun particolare problema. Certo è che se pratichiamo convinti che ci accadrà qualcosa, molto probabilmente questo qualcosa avverrà. Il mio consiglio perciò è di praticare senza preoccuparsi della luna!”

James Dylan Russell

N.d.T.: Per quanto riguarda me, come donna da sempre interessata sia allo Yoga che all’astrologia e alla scienza, personalmente ho notato che il mio corpo e la mia mente sono più instabili durante le fasi di perigeo e apogeo, che non durante le fasi di luna piena o nuova. Detto questo, mi piace e continuerò a rispettare la tradizione dei Moon Days, perché Sri K. Pattabhi Jois per me resta il più grande maestro dello Yoga contemporaneo dopo T. Krishnamacharya, e perché astenendomi dalla pratica in quei giorni, mi sembra in qualche modo di onorare la sua memoria. E per me, questo è abbastanza: né dogma né superstizione, ma affettuosa memoria. Possiamo cercare spiegazioni scientifiche a qualsiasi aspetto dell’Ashtanga Yoga, ma esso resta, almeno per me, ammantato della magia che avviene quando si pratica un rito in cui si ha fede, perché negli anni se ne è sperimentato, su corpo e mente, l’effetto. Onorare una tradizione, per quanto recente, se fondata da un maestro in cui si ha fiducia ha una valenza non tanto superstiziosa, ma simbolica. E il potere dei simboli sul benessere psicofisico, seppur sfuggente alle logiche scientifiche, è da sempre innegabile.

– Francesca d’Errico

Una pratica insieme: Vinyasa Krama a Follonica

Vinyasa Krama Special Class: Venerdì 28 Aprile, alle 18:30, presso Yoga Studio ASD in via del Fonditore 113/A a Follonica

Collaboro da tempo con Yoga Studio ASD a Follonica e con Stefano Berti, direttore del centro, con cui ho da sempre grande affinità di vedute e identico spirito di ricerca. Negli ultimi tempi abbiamo spesso parlato degli albori dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, e di come Krishnamacharya trasmettesse i suoi insegnamenti. Come avrete avuto modo di leggere sulle mie pagine, è un approccio che mi interessa moltissimo, soprattutto perché approfondisce un ramo fondamentale dello Yoga: il Pranayama.

Nell’Ashtanga e in generale nello Yoga dinamico che viene insegnato in occidente da qualche decennio, il Pranayama ha un ruolo marginale nella grande maggioranza delle lezioni. I testi di Krishnamacharya, invece, lo vedono protagonista della pratica insieme agli Asana, sia quando questi sono praticati tradizionalmente, che quando vengono reinterpretati come Mudra. Negli ultimi mesi ho iniziato ad introdurre nella pratica queste indicazioni, ispirata soprattutto dal lavoro di Anthony Grim Hall. I risultati mi hanno sorpreso: mi sono trovata davanti ad una pratica molto intensa, seppur in modo radicalmente diverso rispetto all’Ashtanga tradizionale. La sequenza, che inizia dopo alcuni Asana preparatori e i consueti Saluti al Sole, prevede un numero inferiore di Asana (in alcuni casi sostituiti da Mudra), selezionati tra quelli della Prima e della Seconda serie, che vengono mantenuti per cicli di respirazione prolungati e arricchiti dai kumbhaka (trattenimento del respiro dopo l’inspirazione e/o l’espirazione), e da un’attivazione dei bandha molto profonda. Allo stesso tempo, la pratica mantiene ritmo e dinamicità grazie all’inserimento dei Vinyasa completi tra una posizione e l’altra. Le posizioni invertite (con varianti adatte a qualsiasi livello di pratica) sono eseguite per alcuni minuti e precedute da un’adeguata preparazione e da un Mudra. Al termine, un ciclo di Pranayama e la meditazione danno modo a mente e corpo di stabilizzarsi ulteriormente, fino al raggiungimento di una calma interiore che dura a lungo nel corso della giornata. Altra nota molto positiva, una o due pratiche di Vinyasa Krama alla settimana hanno la piacevole conseguenza (almeno per me) di regalare una rinnovata flessibilità quando torniamo a praticare in modo più “tradizionale” (anche se, a questo punto, mi chiedo se sia più tradizionale l’uno o l’altro metodo…).

I benefici psicofisici di questo modo di praticare mi hanno convinta a condividere l’esperienza con gli altri. Per questo, appena tornata in Toscana, ne ho parlato con Stefano. Insieme abbiamo pensato di proporre una special class, venerdì 28 aprile alle 18:30, presso la bellissima shala di Yoga Studio ASD, in via del Fonditore 113/A a Follonica. Spero mi raggiungerete numerosi: da questa classe partirà poi un ciclo di lezioni in cui impareremo a creare una sequenza personalizzata da praticare in autonomia, in stile Mysore. La classe è adatta a tutti i livelli di pratica. Se siete di passaggio in Maremma per il ponte del 25 aprile – 1 maggio, o meglio ancora se abitate in zona, prenotate il vostro spazio e pratichiamo insieme!

Per iscrizioni: fmderrico@gmail.com

Un approccio avanzato alla Prima Serie, Part 4

Con questo post concludo l’analisi dettagliata dell’approccio avanzato alla Prima Serie, secondo Krishnamacharya, elaborato per noi da Anthony Grim Hall. Devo dire che ne sono sempre più affascinata, ho inserito questo tipo di pratica un paio di volte alla settimana in alternativa alle sequenze tradizionali, e i benefici sono notevoli, sia sul piano fisico che a livello mentale. Avete provato a praticare così? Fatemi avere i vostri commenti, così da creare un post tra qualche tempo con un feedback di gruppo! A proposito: è mia intenzione a breve proporre qui in Toscana una pratica impostata sulle indicazioni di Krishnamacharya, seguendo le indicazioni suggerite da Anthony, che ringrazio moltissimo per l’ispirazione. Vi terrò informati.  Per aiutare tutti i praticanti nell’esecuzione delle posizioni, per alcune di esse ho inserito link aitutorial o articoli descrittivi.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – part 4 di Anthony Grim Hall

Padma Mayurasana

Torno a rompere le mie stesse regole inserendo un asana che non appartiene alla Prima Serie. Padma Mayurasana però entrare agevolmente tra gli asana di questa serie, e Krishnamacharya raccomandava di eseguire Mayurasana nella pratica quotidiana. Naturalmente, fate attenzione ai vostri polsi. Secondo Krishnamacharya la pressione dei gomiti sull’addome garantisce un massaggio degli organi interni. Se Padma Mayurasana o Mayurasana risultano troppo difficili, eseguite la posizione mantenendo i piedi appoggiati al suolo ed effettuate sei respiri. Potete anche sollevare una gamba per volta, e mantenere la posizione per sei respiri ad ogni lato.
Un’alternativa a Mayurasana è il sigillo addominale che Ramaswami ha appreso proprio da Krishnamacharya. Sedetevi in Virasana o Vajrasana, premete la base dei palmi sulla parte bassa dell’addome, mantenendoli a qualche centimetro di distanza tra loro e intrecciando le dita. Piegatevi in avanti espirando, e mantenete per 6-12 respiri. Questa postura ha effetti e benefici simili a Mayurasana (e a Nauli) ed è eccellente per risolvere problemi digestivi.
In Mayurasana Krishnamacharya raccomanda di respirare regolarmente (il Kumbhaka è suggerito come pratica di pranayama: io ne inserisco due, uno dopo l’inspirazione e uno dopo l’espirazione, della durata di 2 secondi ciascuno).
Anthony in Padma Mayurasana
“Per ottenere i massimi benefici dal Pranayama, è bene praticarlo per 5 minuti, quando il corpo si trova in posizione orizzontale. Ciò può risultare difficile inizialmente, ma diventa più agevole con la pratica costante”.
“Se pratichiamo una respirazione regolare durante l’esecuzione di Padma Mayurasana, diventa più semplice eseguire il Pranayama nella versione tradizionale di Mayurasana”. (Yoga Makaranda, parte II)
Krishnamacharya non fa menzione dell’impiego dei Kumbhaka in questa postura nella prima parte di Yoga Makaranda, dove troviamo le indicazioni generali per i Kumbhaka. E nel corpo principale della seconda parte di Yoga Makaranda, dice specificatamente di non inserire i Kumbhaka. Tuttavia, un riferimento all’esecuzione di Pranayama e Kumbhaka in Padma Mayurasana appare nell’appendice finale del testo.
Quanto tempo dobbiamo trascorrere in Mayurasana? Krishnamacharya ci offre tre possibilità. La prima è scioccante: “Questo asana dovrebbe essere eseguito per un periodo compreso tra 1 minuto e 3 ore, a seconda delle capacità del praticante” (Yoga Makaranda, parte I). Fortunatamente, questa affermazione è seguita da: “Se pratichiamo questo asana ogni giorno per almeno 15 minuti, ne trarremo immensi vantaggi”. E finalmente, nella seconda parte di Yoga Makaranda, il Maestro dice: “Per ottenere il massimo beneficio, il Pranayama andrebbe eseguito per 5 minuti, quando il corpo si trova in posizione orizzontale”. E questo è un obiettivo possibile. 
Personalmente, includo Padma Mayurasana nella mia pratica abbreviata a spese di altre posture di equilibrio sulle braccia, e seguo il consiglio di Simon Borg Olivier, che suggerisce di mantenere un addome morbido e non teso.
Tatakamudra (il gesto del lago)
Inserisco Tatakamudra in tutte le mie sequenze, solitamente prima di Sarvangasana. Può essere praticato con le braccia sopra la testa, le dita intrecciate e i palmi rivolti all’esterno, o con le braccia lungo il corpo e i palmi rivolti a terra. Come Mudra, Tatakamudra può essere eseguito in qualsiasi momento durante la pratica e durante il giorno.
Avrete notato che tutte le immagini relative a questo approccio alla pratica mostrano un Uddiyana Bandha molto accentuato: lo scopo è di attirare l’attenzione sul respiro, lungo e lento, e in particolare sul Kumbhaka. Un Uddiyana Bandha particolarmente accentuato, come quello delle foto, avviene solitamente durante il Kumbhaka successivo all’espirazione.
Espirate completamente e prima di inspirare risucchiate l’addome, sopra e sotto l’ombelico. Mula Bandha seguirà autonomamente. Trattenete per 2-5 secondi. Il Drishti è in movimento, dagli alluci alla testa durante l’inspirazione, e fermo sulla punta del naso durante l’espirazione. Uddiyana Bandha può essere impiegato in modo più sottile, per consentire il Kumbhaka dopo l’inspirazione. Inoltre, un Uddiyana più sottile è più semplice da mantenere per tutta la durata della pratica, limitando il suo impiego più intenso solo in asana specifici.
Tatakamudra e Ardho Mukha Svanasana sono gli asana perfetti per lo sviluppo e l’esplorazione di questo bandha.
Sarvangasana
Krishnamacharya suggeriva tre posture chiave da mantenere ogni giorno per un periodo prolungato: Paschimattanasana, Sirsasana e Sarvangasana. Ramaswami, durante il suo corso per insegnanti, raccomandava di trascorrere da 5 a 10 minuti in Sarvangasana, e di mantenere per i primi tre minuti le gambe rilassate. Possiamo utilizzare Sarvangasana sia come posizione preparatoria per Sirsasana, che come sua controposizione. Il consiglio di Ramaswami è di eseguire le varianti di Sarvangasana dopo Sirsasana.
E’ inoltre consigliabile, prima di eseguire Sarvangasana, praticare alcune posizioni preparatorie, e tra queste la migliore è Dwi Pada Pitam. Dopo la prima permanenza in Sarvangasana consiglio una controposizione, di solito Bhujangasana o il suo mudra equivalente, Bhujamgi Mudra (vedi più sotto). Inoltre, se pensiamo di restare in Sarvangasana per qualche minuto, suggerisco di eseguire l’asana con una coperta o un tappetino ripiegati sotto le spalle.
Uno dei principi chiave di Sarvangasana è il rallentamento del respiro. Se questo asana è di difficile esecuzione, potete praticarne il Mudra equivalente, con le gambe appoggiate ad un muro. Il respiro dovrebbe essere rallentato fino ad uno/due cicli respiratori al minuto; se includiamo il Kumbhaka, deve essere breve (2-5 secondi) dopo l’espirazione, mentre dopo l’inspirazione può essere leggermente più lungo.
Bhujamgi Mudra/Bhujangasana
Bhujamgi Mudra: mantenete Bhujangasana, allungate il collo in avanti e secondo Vata Sara Krama, inspirate l’aria ed effettuate Puraka Kumbhaka” (Yoga Makaranda).
Krishnamacharya e Ramaswami consigliavano di praticare un asana come Makrasana/Bhujangasana/Salambhasana come Pratkriya (controposizione) a Sarvangasana. Prima di praticare l’asana, possiamo sostare nel suo mudra equivalente, Bhujamgi, o effettuare in Bhujangasana/Salambhasana/Dhanurasana un approccio simile.
L’esecuzione di Bhujamgi Mudra prevede di mantenere Bhujangasana, allungare il collo in avanti ed inspirare, effettuando in seguito un Puraka Khumbaka.
Bhujamgi Mudra può essere praticato con le braccia flesse, le mani vicino alle costole, i piedi e le gambe appoggiati a terra, il collo allungato, lo sguardo rivolto all’orizzonte (Trataka) o nel punto tra le due sopracciglia. L’espirazione è due volte più lunga dell’inspirazione, il Kumbhaka è successivo all’inspirazione.
Se invece vogliamo eseguire Bhujangasana, il mento dovrà essere rivolto in avanti e indietro.
Nel corso dell’approccio avanzato alla Prima serie, ho suggerito di eseguire il Vinyasa completo, come descritto da Krishnamacharya in Yoga Makaranda. In definitiva, gli asana/mudra sono solo una decina. Poiché la permanenza nelle posizioni di flessione in avanti è più lunga, includo spesso nella mia pratica, dopo Chaturanga, asana come Makrasana, Bhujangasana, Salambhasana, Dhanurasana.
Sirsasana 
 
In Sirsasana non sono previste varianti. Vengono eseguiti 25 respiri, 2 cicli respiratori al minuto: 10 secondi di inspirazione, 5 secondi di Kumbhaka, 10 secondo di espirazione, 5 secondi di Kumbhaka. Il mio consiglio è procedere per gradi: iniziate con il rallentamento del respiro, raggiungendo un’uguale durata (8-10 secondi) per inspirazione ed espirazione. Aggiungete un Kumbhaka di 2 secondi dopo l’inspirazione (in questa posizione non è possibile un impiego completo di Jalandara Bandha, quindi ingoiate al termine dell’inspirazione per chiudere la gola). Quando siete a vostro agio nell’eseguire un Kumbhaka di 5 secondi, potete introdurre un Kumbhaka di 2 secondi dopo l’espirazione, impiegando sia Mula che Uddiyana Bandha. Cercate quindi anche dopo l’espirazione di arrivare ad un Kumbhaka di 5 secondi.
Se lo si desidera, si possono eseguire in seguito alcune varianti di Sirsasana con la respirazione appropriata.
Baddha Konasana
 
In questo asana utilizzo un’inspirazione ed espirazione di uguale durata (8-10 secondi), ed un Kumbhaka successivo all’espirazione di 2-5 secondi. Mi soffermo in questa postura per 5-10 minuti. Padmasana è la sua naturale controposizione ed è effettivamente molto più confortevole se eseguita dopo una lunga permanenza in Baddha Konasana. Per questo motivo preferisco praticarla al termine della pratica, prima del mio Pranayama e della meditazione.
Se non ve la sentite di mantenere tempi così lunghi, potete utilizzare questo asana come preparatorio alla vostra meditazione serale. Io mi preparo così: 5 minuti per ogni lato in Maha Mudra, quindi Baddha Konasana, Siddhasana per l’esecuzione di un ciclo di Nadi Shodhana Pranayama, e infine Padmasana o la posizione da voi preferita per la meditazione.
Yoga Mudra
L’Ashtanga Vinyasa include i Mudra, come nel caso di Yoga Mudra al termine della pratica. La
permanenza dovrebbe essere più lunga del solito, 10 respiri invece che 5, e viene eseguito senza Kumbhaka, con respirazione regolare. Se vogliamo praticarlo come Mudra, invece, è sufficiente prolungare l’espirazione (il doppio dell’inspirazione: 4-5 secondi per l’inspirazione, 8-10 per l’espirazione), introdurre il Kumbhaka al termine dell’espirazione con l’attivazione dei tre bandha, cercando di unire corpo e mente concentrando l’attenzione verso il punto focale di Jalandara Bandha, la punta del naso. Consiglio di restare in questa posizione per 6-12 respiri, a causa della legatura stretta imposta dalle braccia.
Krishnamacharya raccomandava di includere asana, Vinyasa e Mudra nella nostra pratica quotidiana insieme al Pranayama e alla meditazione. Inoltre suggeriva di eseguire un Vinyasa completo tra gli asana, sia che decidiamo di eseguirli come Mudra che nella loro versione più tradizionale.
Padmasana/Parvatasana/Bhairava Mudra

Gli asana con le braccia sopra la testa sono di aiuto nell’esplorazione di Uddiyana Bandha perché sollevano la cassa toracica, rallentano respiro e battito cardiaco, consentendo al Kumbhaka di acquietare la mente. Per questo motivo, mantenere le braccia sopra la testa al termine della nostra pratica può essere di supporto per l’esecuzione del Pranayama.
Parvatasana è l’asana finale della Serie Avanzata B dell’Ashtanga, ma sembra ideale al termine della nostra pratica. Manju Jois la include sempre al termine della sua classe guidata. Può essere mantenuta per 6,12, 24 respiri come Mudra (come abbiamo fatto in Vrikasana, con espirazione più lunga della inspirazione, Kumbhaka successivo all’espirazione, Drishti a Hrdaya (centro del cuore). La seconda variante prevede la flessione in avanti, tuttavia possiamo concludere, come suggerisce Manju Jois, con Bhairava Mudra, sedendoci in Padmasana, con una mano sopra l’altra, tradizionalmente la destra sopra la sinistra per l’uomo, la sinistra sopra la destra per la donna.
Pranayama
(N.d.T.: le istruzioni indicate sono suggerimenti per praticanti esperti. Desidero sottolineare che il Pranayama è una tecnica di controllo del respiro da apprendere insieme ad un Maestro di provata esperienza. Come per ogni pratica Yoga, vorrei sottolineare che non stiamo semplicemente eseguendo un’attività fisica, ma coinvolgendo apparato muscolo-scheletrico, fascia, organi interni, corpo fisico e corpi sottili. Questo è quanto mai vero per il Pranayama: le tecniche respiratorie Yoga, se eseguite con superficialità, possono essere addirittura controproducenti ed indurre, tra l’altro, agitazione, nervosismo, mal di testa, vertigini).
La pratica di Pranayama proposta è quella che mi è stata insegnata da Srivatsa Ramaswami e prevede Kapalabhati Kriya, seguito da Japa Nadi Sodhana, da effettuare come segue:
1 round consiste di:5 secondi di inspirazione dalla narice sinistra
20 secondi di trattenimento del respiro a polmoni pieni con la recitazione del pranayama mantra
10 secondi di espirazione Ujjayi
5 secondi di trattenimento del respiro a polmoni vuoti con bandha
5 secondi di inspirazione Ujjayi
20 secondi di trattenimento del respiro con pranayama mantra
10 secondi di espirazione dalla narice destra
5 secondi di trattenimento del respiro a polmoni vuoti con bandha
5 secondi di inspirazione dalla narice destra
20 secondi di trattenimento del respiro con pranayama mantra
10 secondi di espirazione Ujjayi
5 secondi di trattenimento del respiro a polmoni vuoti con bandha
5 secondi di inspirazione Ujjayi
20 secondi di trattenimento del respiro con pranayama mantra
10 secondi di espirazione dalla narice sinistra
Ripetere per 6/12/24 round.
Terminare la pratica con la meditazione
 
Anthony Grim Hall – traduzione e commenti Francesca d’Errico, 2017

Un approccio avanzato alla Prima Serie: part 2

Un blog è in definitiva un diario pubblico, l’evoluzione di un percorso personale condiviso. Negli ultimi mesi ho sentito il bisogno, nella mia pratica, di rivolgermi all’interno piuttosto che all’esterno, alla ricerca di maggiore chiarezza sullo Yoga che ho tanto esplorato in 20 anni, attraverso seminari, workshops, corsi per insegnanti, pellegrinaggi in India e naturalmente pratica continua individuale e con diversi maestri. Devo inoltre aggiungere che ero abbastanza stanca del moderno approccio allo Yoga, orientato al risultato immediato – dove tra l’altro per risultato immediato non parliamo di salute fisica e mentale, ma prevalentemente  dell’asana più complicato possibile, e non in un anno o due, ma dalla sera alla mattina, e spesso a costo di infortuni; non attraverso una pratica quotidiana e disciplinata peraltro, ma attraverso uno shopping continuo di insegnanti, metodi, stili, in centri yoga che ormai assomigliano sempre di più alle palestre da cui, vent’anni fa, ero fuggita, e dove ci si presenta con leggings all’ultima moda e possibilmente truccate e pettinate. No, grazie! Insomma, avevo bisogno di uno spazio mio, personale e intimo, e di un’ispirazione autentica.

Uno degli aspetti più belli del web, croce e delizia per chi pratica, è la possibilità di ricercare e di studiare in profondità, di esplorare nell’intimità del proprio spazio quello che lo yoga ha da offrirci. Naturalmente continuo a consigliare a chi muove i primi passi su questo percorso di rivolgersi ad un maestro (evitando di fare shopping di tradizioni, ma provando almeno per qualche anno a scegliere una strada da seguire con continuità: e a questo proposito nelle prossime settimane dedicherò una serie di post alle scuole di Yoga di mia conoscenza che sento di raccomandare a chi vuole iniziare).Tuttavia devo rimarcare che, nonostante l’Ashtanga sia forse il metodo più popolare sui social, ben poco viene detto a proposito dell’approccio proposto dal Guru di Pattabhi Jois, Krishnamacharya. Riscoprire l’approccio di questo grande Maestro, soprattutto nel suo periodo a Mysore, tra gli anni ’30 e ’40, è veramente illuminante. I suoi attuali discepoli tendono a concentrarsi sul lavoro del tardo Krishnamacharya, quello più vicino alla terapia, e non altrettanto sul suo impegno nello sviluppo di quella pratica che divenne poi, con Pattabhi Jois, l’Ashtanga che tutti conosciamo.

Tornando alla mia esperienza recente, molti di voi avranno letto il mio precedente post, dove viene descritto l’approccio avanzato alla Prima Serie proposto da Anthony Grim Hall, autore di un popolarissimo blog, praticante molto avanzato di Ashtanga Yoga, nonché allievo di Ramaswami, uno dei più fedeli diretti discepoli di Krishnamacharya.  E’ un approccio che ho recentemente deciso di inserire nella mia pratica personale alcune volte alla settimana e di cui vi darò via via impressioni dettagliate. Prima di farlo, però, vorrei concludere quanto scritto nel post precedentedandovi i dettagli, scritti direttamente da Anthony, degli asana e dei mudra che lui stesso pratica seguendo lo schema proposto da Krishnamacharya. Poiché gli Asana non sono pochi, lo farò “a puntate”, in modo da dare a tutti voi il tempo di digerire le informazioni e trarre il massimo beneficio da questo eccellente modo di praticare.

Cominciamo oggi quindi ad esplorare come iniziare questo tipo di pratica, con le sue prime quattro componenti fondamentali: Uddiyana Bandha, gli asana di inizio e fine della pratica, Ardho Mukha Svanasana (l’asana ricorrente durante tutta la pratica) e Trikonasana.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – part 2: Asana e Mudra

Uddiyana Bandha

Molte se non tutte le immagini che troverete in questo post mostrano un accentuato Uddiyana Bandha: lo scopo è attirare l’attenzione sul respiro (lungo e lento) e in particolare sul Kumbhaka (trattenimento del respiro in inspirazione o espirazione). Un Uddiyana Bandha così esasperato come quello delle foto viene solitamente praticato al termine dell’espirazione, tuttavia è possibile utilizzare un Uddiyana Bandha più sottile, anzi ve lo consiglio soprattutto durante le prime esperienze con questo tipo di pratica.

Espirate completamente e prima di inspirare risucchiate l’addome (al di sotto e al di sopra dell’ombelico, verso l’interno e verso l’alto). Mula Bandha seguirà quasi automaticamente. Trattenete per 2-5 secondi.

Personalmente, un Uddiyana molto profondo mi distrae dalla quiete del Kumbhaka, i bandha dovrebbero essere una sorta di pratica di sottofondo, più sottile.

Krishnamacharya diceva che durante il Kumbhaka incontriamo Dio. Mi permetto di andare oltre e di suggerire che nel Kumbhaka vediamo Dio, o la sua assenza (n.d.t.: personalmente nel Kumbhaka io incontro una sorta di arrendevolezza all’infinito).

Quando affronto la pratica in questo modo (da anni ormai), trovo una quiete, una calma profonda che nelle giornate migliori accompagna i miei kumbhaka e resta poi con me per tutto il resto del giorno.

N.d.T. L’esecuzione dei Kumbhaka durante la pratica degli asana è un modo davvero eccellente per esplorare in profondità Uddiyana Bandha, e percepirlo con grande chiarezza. Concordo pienamente con il senso di quiete che deriva da questa pratica, e che resta per tutta la giornata. Devo dire inoltre che la pratica attenta di Uddiyana bandha, con l’esecuzione dei Kumbhaka, rende incredibilmente più leggeri i vinyasa tra una postura e l’altra, perché Uddiyana viene automaticamente attivato quando necessario, grazie forse anche alla nostra memoria muscolare (Francesca d’Errico).

Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana (opzionali) 

L’inizio e la fine della nostra pratica 

Anthony in Vrikasana/Bhagirathasana e Parvatasana

Se non vogliamo alterare troppo la nostra pratica Ashtanga tradizionale, possiamo scegliere di iniziare e terminare la nostra pratica con un mudra, o con un asana interpretato come mudra.

Vriksasana/Bhagirathasana. La prima postura sembra essere una evoluzione o variazione dell’asana – Upasthana – con cui gli Yogi delle scritture Vediche salutavano il sorgere del sole (Sury Upasthana significa “stare in piedi davanti al sole”). Forse è stato il primo asana in assoluto. Dato che il sole impiega circa mezz’ora a sorgere, suggerisco una permanenza più lunga in questo asana. Bhagirathasana è considerato un asana Rishi, e prende il suo nome da Re Bhagirath – e dalla sua devozione alla pratica del tapasya (penitenza) – spesso raffigurato come un uomo in piedi su una gamba sola, con le braccia sollevate sopra la testa, nella speranza di far tornare il Gange.

Se il mezzo loto è troppo difficile per voi, Uppasthana o Ardha Candrasana, con la pianta del piede appoggiata all’interno della coscia è un’alternativa accettabilissima e forse anche più tradizionale. Ramaswami definiva gli asana su una gamba sola come posture tapas. Possiamo quindi iniziare la nostra pratica mantenendo questa postura per 12 respiri ad ogni lato, con l’espirazione più lunga dell’inspirazione, una sorta di Kumbhaka al termine dell’espirazione, e il drishti rivolto alla punta del naso (Nasagra), all’orizzonte (Taraka) o nel punto tra le due sopracciglia (Bhrumadhya). Possiamo anche inserire questo asana come preparazione, evoluzione o variazione prima di Ardha Baddha Padmottanasana, in modo da rendere più costante il battito cardiaco, ed eventualmente anche dopo Utthita Eka Pasasana. Le braccia posizionate sopra la testa sono di aiuto nell’esplorazione di Uddiyana Bandha perché sollevano la cassa toracica, azione che rallenta il respiro e il battito cardiaco. Il Kumbhaka acquieta la mente. Per queste ragioni, sollevare le braccia sopra la testa al termine della nostra pratica può essere utile, soprattutto prima di dedicarci al Pranayama.

Parvatasana è l’asana che conclude la Serie Avanzata B dell’Ashtanga, ma può essere inserito come asana conclusivo della nostra pratica, qualsiasi serie pratichiamo – Manju Jois termina la sua classe guidata con questa postura. E’ possibile praticarla come un mudra, esattamente come Vrikasana (espirazione più lunga dell’inspirazione, Kumbhaka successivo all’espirazione, drishti per favorire l’unione tra corpo e mente), questa volta concentrandoci su Hrdaya (al centro del cuore), e mantenendo la posizione per 6, 12 o 24 respiri.

La variante B, con flessione in avanti, è un’opzione, ma suggerisco di terminare la nostra pratica di asana/mudra come fa Manju Jois, eseguendo Bhairava Mudra. Seduti in Padmasana, con una mano sopra l’altra – solitamente la destra sopra la sinistra per gli uomini, la sinistra sopra la destra per le donne.

Ardho Mukha Svanasana con Bandha

Anthony in Ardho Mukha Svanasana

Insieme a Tatakamudra, Ardho Mukha Svanasana è considerato uno degli asana migliori per il lavoro su Uddiyana Bandha. E’ inoltre una posizione che pratichiamo continuamente durante Surya Namaskara (i saluti al sole). Krishnamacharya afferma in Yoga Makaranda che questo asana può essere mantenuto fino a 15 minuti.

“In questa postura, la testa dovrebbe essere ripiegata all’interno ed il mento premuto saldamente contro il petto (Jalandhara Bandha). Dopo aver ritratto e in seguito spinto in avanti l’addome più volte, espirate. Mantenete l’espirazione e ritraete l’addome. Come risultato della forza di questa pratica, si apprende a mantenere questa posizione per 15 minuti”. (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore 1934).

Se vogliamo praticarlo come Mudra, l’espirazione può essere due volte più lunga dell’inspirazione, e seguita da un Kumbhaka di 2-5 secondi. Lo scopo del mudra è di unire mente e corpo attravarso il Dharana, la concentrazione su un appropriato “punto vitale”, un Drishti interiore. Nasagra, la punta del naso, è un punto focale automatico con Jalandara Bandha, ma esplorate anche in questo asana Kantha (la gola), forse da preferire. La cosa più bella è che abbiamo l’opportunità di esplorare questo asana molte volte durante la pratica di Surya Namaskara. Infatti lo stesso Krishnamacharya suggeriva di mantenere ogni passaggio di Surya Namaskara per un tempo sufficientemente lungo, una sorta di mudra ad ogni asana di cui si compone questa sequenza.

Nota: “Indipendentemente dal punto indicato, dharana viene eseguito senza muovere la posizione della testa in un asana, un mudra o durante il pranayama. Specifichiamo ancora una volta che dharana viene praticato dirigendo lo sguardo verso il punto vitale e non immaginando quel punto” (T.K.Sribhashyam Emergence of Yoga – terzogenito di Krishnamacharya)

Trikonasana

Krishnamacharya

N.d.T.: L’indicazione che segue è quella tratta direttamente da Yoga Makaranda di Krishnamacharya. Personalmente, mantengo questo asana per 6-12 respiri e attualmente lo eseguo nella forma tradizione dell’Ashtanga di Pattabhi Jois. I benefici sono percepibili già dopo due pratiche. Per chi volesse invece ispirarsi ancora di più a Krishnamacharya, le immagini che seguono mostrano il diverso allineamento dei piedi proposto da questo Maestro. Sicuramente proverò anche questa versione nelle prossime pratiche. Dato che questo approccio è un’esperienza personale, a questo asana faccio seguire Parvritta Trikonasana, dedicandogli lo stesso numero di respiri. E’ un asana di cui al momento sento particolare necessità a causa di un problema al legamento sacro-iliaco. E devo dire che ne ho già tratto sollievo (Francesca d’Errico).

“L’inspirazione e l’espirazione in questo asana dovrebbero essere lunghe e di uguale durata. Praticate queste indicazioni ad ogni lato. Questo asana dovrebbe essere mantenuto per almeno 10 minuti. Quanto più tempo gli dedichiamo, maggiori saranno i suoi benefici” (Krishnamacharya, Yoga Makaranda, Mysore – ed. del 1938)

Anthony in Trikonasana, con l’allineamento inizialmente proposto da Krishnamacharya

Anthony Grim Hall

Traduzione e commenti: Francesca d’Errico

(cont.)

Un approccio avanzato alla Prima Serie: Anthony Grim Hall

A. Grim Hall

  “Krishnamacharya’sOriginal Ashtanga Vinyasa Krama Yoga”. 

Diario di bordo della pratica personale di Anthony, questo blog include anche un intenso e immenso lavoro di ricerca sui testi che hanno dato origine alla pratica Yoga più famosa dei nostri anni, l’Ashtanga Yoga. Anthony è noto per avere raggiunto livelli molto alti nella pratica dell’Ashtanga e del Vinyasa Krama in totale solitudine prima di rivolgersi ad un maestro. Nel suo percorso ha esplorato in profondità gli insegnamenti di Krishnamacharya, il Guru dei grandi maestri BKS Iyengar e Sri K. Pattabhi Jois, studiando poi con un suo diretto discepolo, Ramaswami. Su questa base ha sviluppato quella che potremmo definire una Prima Serie per “intenditori”, dove l’accento non è tanto posto sulla complessità degli asana, ma sulla loro integrazione con mudra e pranayama. Una pratica avanzata, dunque, non tanto in termini “acrobatici” quanto nell’aspetto sottile dello Yoga, che diventa raggiungibile anche attraverso tecniche respiratorie e gesti simbolici.

Il progetto di Anthony sulla Prima Serie per praticanti avanzati comprende, sul suo blog, dettagli molto precisi sull’esecuzione di ogni asana elencato e sui mudra, che io non ho incluso e che sono disponibili ovviamente sulle pagine dell’autore. Ciò che rende particolarmente interessante questo approccio è che Anthony ha di fatto raggiunto livelli decisamente avanzati a livello di esecuzione degli asana, e ha poi recentemente scelto di alternare all’approccio “tradizionale” quello più lento e profondo.

Vale sicuramente la pena sperimentarlo di persona, consultando con attenzione sui testi di Krishnamacharya l’esecuzione dei Mudra suggeriti, gesti simbolici dal forte potere energetico.

Un approccio avanzato alla Prima Serie – di Anthony Grim Hall

 
Krishnamacharya a 50 anni – Sharath Jois in Baddhakonasa

“Se è possibile promuovere continuamente l’esecuzione degli asana avanzati su Instagram, forse possiamo usare i social media anche per promuovere gli asana fondamentali ed esplorarli in profondità, utilizzando posizioni che chiunque può eseguire.

Nella Tabella degli Asana presentata nel testo Yogasanagalu (Mysore, 1941 –  testo che sto traducendo in italiano, e a breve sarà disponibile, n.d.t.), Krishnamacharya presenta tre gruppi di asana: Primo, Intermedio e Avanzato. I gruppi Primo e Intermedio diventeranno la Prima e la Seconda serie di Pattabhi Jois, allievo di Krishnamacharya, in ordine abbastanza simile a quello della Tabella. Il gruppo di asana Avanzati, insieme ad altri asana che il maestro trasmise poi a Pattabhi Jois, sarebbe diventato noto come Serie Avanzate A e B (e in seguito Terza, Quarta, Quinta e Sesta serie).

In questo mio progetto, però, ho scelto di concepire il termine “avanzato” come una metodologia di approccio agli asana, piuttosto che come una categoria di posizioni. In pochi riescono e riusciranno a particare tutti gli asana presentati da Krishnamacharya e Pattabhi Jois; lo stesso Krishnamacharya non riteneva fondamentale che tutti dovessero per forza riuscirci. Inoltre, per questo grande Maestro non è mai stato importante eseguire gli asana in serie fisse. Ma se abbiamo una pratica Ashtanga costante da qualche anno, anche se non andiamo oltre la prima metà della Prima serie, possiamo sviluppare, inserendo tecniche di Pranayama, una sorta di “avanzamento” in cui la nostra esplorazione più che sugli asana si concentra sul respiro, sui bandha e sulla concentrazione.

Una pratica “avanzata”, quindi, potrà avere un aspetto completamente diverso da quello che siamo abituati ad immaginare, come illustro di seguito.

Ai fini di questo approccio, non è necessario cambiare drasticamente la propria pratica; è sufficiente ridurre gli asana, approfondire e rallentare il respiro, la permanenza nelle posture e forse i kumbhaka. Possiamo ad esempio cominciare ad approfondire un solo asana tra quelli che pratichiamo abitualmente, dedicandogli più tempo e respiri più lunghi, scegliendo un asana diverso ad ogni pratica. La stessa pratica “regolare” dell’Ashtanga comprende già una permanenza più lunga negli asana di conclusivi.

Gli asana avanzati sono divertenti e interessanti, io stesso mi sono divertito ad esplorarli per tre/quattro anni, ma ad un certo punto ho sentito che era giunto il momento di mettere via i giocattoli e cercare qualcosa di più significativo. Ci sono praticanti che riescono a fare entrambe le cose,  ovvero giocare/esplorare e fare ricerca all’interno degli asana più complessi fisicamente (e anche Krishnamacharya si augurava che i suoi allievi ci riuscissero), ma personalmente avevo voglia di respirare più lentamente, e questo per me significava ridurre gli asana. Questa riduzione, alla mia età (l’autore ha 53 anni, n.d.t.) significa dedicare meno tempo agli asana della Seconda e della Terza Serie. Trovo che sia utile ricordare quanto sia difficile di per sé mantenere consapevolezza e agio e concentrazione in ognuno degli asana che compongono la Prima Serie, e portare poi quella sensazione nella vita di tutti i giorni – una pratica avanzata in sé stessa, che non richiede capacità circensi.

2.46 La posizione (asana) adatta alla meditazione Yoga dovrebbe essere stabile, consapevole, immobile e comoda, e questo è il terzo degli otto rami dello Yoga. 

(sthira sukham asanam)

2.47 Per rendere perfetta la nostra postura, dobbiamo rilassarci o abbandonare lo sforzo, lasciando che la nostra attenzione si fonda con il senza fine, o infinito. 

(prayatna shaithilya ananta samapattibhyam)

2.48 Una volta raggiunta questa posizione perfetta, sorge in noi una incontestabile libertà dalle sofferenze causate dalle coppie di opposti (come caldo e freddo, bene e male, dolore e piacere). 

(tatah dvandva anabhighata)

Mi sorprende sempre notare che per raggiungere gli obiettivi elencati negli Yoga Sutra non abbiamo bisogno di libri, workshop tecnici, lezioni sull’allineamento, abbonamenti alla shala, viaggi o pellegrinaggi: la “fonte” è dentro di noi, abbiamo solo bisogno di sederci, respirare e concentrare la nostra attenzione. E magari ad un certo punto ci verrà voglia di leggere Patanjali per vedere cosa ci suggerisce di fare con la concentrazione che avremo sviluppato.

NOTE SULLA PRATICA

L’approccio “avanzato” alla Prima serie si basa sull’idea che, invece di “andare avanti” verso posizioni sempre più complesse, decidiamo di esplorare in profondità gli asana fondamentali, respirando più a lungo nelle posizioni, effettuando kumbhaka (dove è appropriato) e mantenendo la concentrazione al nostro interno (in breve, le istruzioni originali che Krishnamacharya impartiva nel suo Yoga Makaranda (disponibile in italiano con il titolo “Il Nettare dello Yoga”, ed. Ubaldini, n.d.t.), scritto a Mysore nel 1934, quando Pattabhi Jois era suo allievo.

Seguendo queste istruzioni, è improbabile trovare il tempo di praticare tutta la Prima Serie e personalmente raccomando di praticarne metà, in una versione modificata e flessibile.

Nota: un’alternativa può essere praticare la prima serie come sempre, scegliendo uno o due asana da esplorare più a lungo, ed enfatizzando gli asana di chiusura con un conteggio e un respiro particolarmente lenti. 

A causa della natura più statica di molte posture, raccomando e pratico io stesso il vinyasa completo (anche se il vinyasa può essere saltato negli asana asimmetrici o incluso solo tra gruppi di asana), e includo alcune variazioni nelle inversioni, sarvangasana e sirsasana.

Il kumbhaka (trattenere il respiro a polmoni vuoti o pieni) può essere praticato sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.

Molti degli asana e dei mudra che vi elenco prevedono il kumbhaka dopo l’espirazione, tuttavia possiamo bilanciare i kumbhaka nel corso della pratica.

Quando siamo seduti con la schiena eretta possiamo praticare il kumbhaka sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione, quando ci flettiamo in avanti in una postura possiamo includere un breve kumbhaka di 2-5 secondi dopo l’espirazione.

Il kumbhaka sono solitamente da evitare nelle torsioni.

Ed ecco qui di seguito una mia pratica esemplificativa.

E’ costruita sulla base di 10 asana chiave e alcuni mudra (una sorta di serie Rishi), con l’opzione di alcune variazioni e preparazioni. In seguito vi suggerisco un approccio ad ogni asana e mudra.

Surya Namaskara

Tadasana

  1. Trikonasana
  2. Dandasana/Pascimattanasana/ Aswini Mudra
  3. Maha Mudra
  4. Bharadvajrasana
  5. Padma Mayurasana or Vajrasana
  6. Sarvangasana
  7. Bhujamgi mudra
  8. Sirsasana
  9. Baddha Konasana
  10. Yoga Mudra/parvatanasana/padmasana

Pranayama/meditazione

Possiamo ancora chiamarla una pratica di Ashtanga Vinyasa? I Vinyasa ci sono ancora, così come la concentrazione su respiro, drishti e bandha. E’ interessante ricordare che Pattabhi Jois raccomandava ad un certo punto di praticare meno asana, mantenendo più a lungo le posture che ritenevamo più utili, e dando maggiore attenzione agli altri rami dello yoga. Dopo i 50, Jois stesso affermava che il praticante era libero di scegliere come praticare. Non che sia necessario aspettare di avere 50 anni, naturalmente…

Struttura della Pratica

Kapalabhati – 36

Pranayama 6-12rounds

Opzionale

Bhagirathasana

Breve sequenza di movimenti delle braccia in Tadasana

A

Surya namaskara 3 A + 2 B 

(il primo con 6 respiri in ogni posizione, e 12 respiri in Ardho Mukha Svanasana )

  1. Trikonasana 

6 o 12 respiri per ogni lato

Opzionale: introdurre una posizione in piedi diversa ogni giorno

  1. Dandasana/Pascimattanasana/ Asvini Mudra 

12 respiri

(seguiti da pratkriya purvottanasana)

Uno o più asana asimmetrici in forma di mudra  

(da alternare quotidianamente) – 6 respiri per ogni lato

  1. Maha Mudra 

12 – 24 respiri

  1. Bharadvajrasana

12 respiri

(come alternativa a Marichiyasana)

  1. Padma Mayurasana (opzionale)

o Vajrasana con sigillo addominale

6 -12 respiri

(Krishnamacharya in Yoga Makaranda raccomandava di praticare ogni giorno Mayurasana, ma tenete conto della condizione soggettiva dei vostri polsi: io ultimamente, a causa di un incidente estraneo alla pratica, lo evito) 

Tataka Mudra 

12 respiri

B

Dwi pada pitam

(preparazione per sarvangasana)

Urdhva Dhanurasana (opzionale)

6-12 respiri

  1. Sarvangasana 

5 minuti

(senza variazioni, praticata come mudra) 

  1. Bhujamgi mudra 

6 -12 respiri

(come pratkriya per sarvangasana)

  1. Sirsasana 

5 minuti come mudra – Viparita karani

5 minuti con variazioni

Vajrasana 

6 -12 respiri

Sarvangasana 

5 minuti circa con variazioni

C

  1. Baddha Konasana 

6, 12, 24 respiri

  1. Yoga Mudra

6 -12 respiri

Parsvatanasana 

12 – 24 respiri

Pranayama 

Bhastrika – 60 respiri

Nadi sodhana (6), 12, 24, 48 respiri

Seduta di meditazione

20, 40 minuti

Note:

La pratica ideale comprende i gruppi A, B e C praticati insieme ogni mattina. 

Se si hanno problemi di tempo, possiamo praticare A e C alla mattina, e B (insieme a C, volendo) più tardi nel corso della giornata” (cont.) – Anthony Grim Hall, 2016

Suggerisco a chiunque fosse interessato all’approfondimento di questo tipo di approccio alla pratica, di leggere le istruzioni relative ad ogni singolo asana/mudra offerte da Anthony sul suo blog, ai link che ho inserito nell’introduzione, e naturalmente di rileggere con attenzione i testi di Krishnamacharya, davvero ricchissimi di spunti ancora oggi. Chi invece è sufficientemente avanzato può già sperimentare questo tipo di pratica, un’idea alternativa alla pratica tradizionale che può essere complementare alle serie che già pratichiamo.

Personalmente io ritengo che lo yoga sia in continua evoluzione, lo testimoniano gli stessi libri del grande Krishnamacharya, che ad ogni edizione arricchiva la sua proposta sulla base delle sue nuove esperienze. Lo yoga in fondo è un percorso di ricerca, che si dispiega ogni giorno in una nuova direzione anche sul nostro tappetino, e più che mai attraverso il nostro corpo.

– Francesca d’Errico, 2017